Apri qui una fotomappa del versante orientale della Valle del Bitto di Albaredo

ANELLO DEL MONTE AZZARINI - PRIMA GIORNATA: DALLA CASERA DI PEDENA AL BIVACCO ZAMBONI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Casera di Pedena-Passo di San Marco-Pizzo delle Segade-Bivacco Zamboni
5-6 h
770
E
SINTESI. Superata Albaredo per San Marco, al km. 20 della provinciale per il passo di S. Marco parcheggiamo a destra prima di un tornante dx (m. 1528) e saliamo sulla pista che porta alla Casera di Pedena. Proseguiamo verso l'interno della valle, su sentiero che si perde, salendo gradualmente a mezza costa fra fondovalle e fascia di ontani. Raggiungi alcuni muretti a secco, ci portiamo al più interno, piegando poi decisamente a sinistra e salendo verso un grande masso. Trovata una traccia di sentiero, la seguiamo in una boscaglia di ontani, passando da sx a dx, da dx a sx ed ancora da sx a dx di un torrentello. Usciti dalla boscaglia, saliamo ancora e prendiamo a destra fino ad un bivio segnalato da cartelli (m. 1860 circa), e proseguiamo la salita fino ad una baita alta dove siamo ad un nuovo bivio: ignorato il sentiero che sale a sinistra verso il passo di Pedena, prendiamo a destra avvicinandoci al limite della Val Pedena. Segue una traversata su traccia molto incerta ed intermittente, con pochi segnavia, che richiede molto senso di orientamento, fino al Dosso della Motta. Il sentiero prosegue, prima scendendo, poi risalendo verso l'alpe Orta Soliva. Dopo una svolta a sinistra, a quota 1890 metri circa vediamo aprirsi, in alto, il circo dell’alpe d’Orta, che si stende ad ovest del monte Azzarini. È, questo, un punto molto importante: sulla fascia di prati che si apre in basso, alla nostra destra, vediamo un pilone di sostegno di una teleferica; sulla mulattiera troviamo un mucchietto di sassi con dei pali arrugginiti; a destra del sentiero, una debole traccia se ne stacca e scende in diagonale i ripidi prati: dobbiamo usarla per la discesa alla strada provinciale per il passo di S. Marco. In un tratto sorretto da muretto a secco passiamo a sinistra del torrente della Val d'Orta, scendiamo restando sul lato destro dei prati e, dopo una nuova porta nella roccia, scendiamo lungo l'ultima fascia di prati sopra la provinciale, scendendo alla carrozzabile, che seguiamo salendo al passo di San Marco (m. 1992). 150 metri prima del passo troviamo sulla sinistra il cartello che indica la partenza del sentiero 101. Lo seguiamo per un tratto, fino a giungere sotto il versante di sfasciumi ai piedi del pizzo delle Segade. Giunti ad un canalino di macereti che conduce ad una sella sul crinale, lasciamo il sentiero e prendiamo un sentierino sulla destra, salendo al crinale, dove un sentiero che lo segue ci porta alla cima del pizzo delle Segade (m. 2173). Proseguiamo seguendo il sentierino sul crinale, scendendo ad un intaglio chiamato Bocchetta d'Orta. Qui un salto roccioso sbarra la prosecuzione sul lungo crinale che sale fino al monte Azzarini, ma un sentierino lo lascia scendendo ripido sul lato destro, cioè su quello di Val Brembana, segnalato da un cartello che indica il Bivacco A. Z. ad un'ora di cammino. Scendiamo seguendo il sentiero lungo un ripido quantio breve canalino erboso. Poi il sentiero piega a sinistra ed inizia a tagliare un versante erboso molto ripido, verso est-nord-est. Con alcuni saliscendi, si porta ad una zona più tranquilla, supera la baita Colomber (m. 2101) ed attraversa un largo vallone, piegando a destra (sud-est) e traversando quasi in piano al passo della Porta (m. 2023), oltre il quale si affaccia ad un ampio ripiano di pascoli che ospita il bivacco Zamboni e, poco più in basso, il rifugio Balicco. Prosegue in piano ed in leggera discesa verso est, passando per un baitone ed una vicina baita, aggirando un dosso erboso e piegando a sinistra (nord-est). Una breve discesa ci porta così al Bivacco Zamboni (m. 1955).


Apri qui una panoramica della Valle del Bitto di Albaredo dal passo di Albaredo

Il monte Azzarini, con i suoi 2431 metri, è il più alto della Valle del Bitto di Albaredo (albarée), e, dopo il monte Lago ed il monte Pedena, è la terza significativa elevazione, salendo da nord a sud, sul crinale che separa questa valle, ad ovest, dalla Val Budria, ad est. Sulla sua cima, poi, convergono i vertici di tre valli, la Valle di Albaredo e la Val Tartano, a nord, e la Val Brembana, a sud. Il suo nome deriva da “laresìn”, cioè da “larice”, anche se sul versante bergamasco è più conosciuto come monte Fioraro.
Intorno a questa massiccia cima si può disegnare un anello di due giorni che ci permette di toccare tre valli, la Valle del Bitto di Albaredo, la Val Brembana e la Val Budria (Val Tartano), toccando nel contempo alcuni degli importanti alpeggi nei quali si produce il celeberrimo formaggio Bitto.


Apri qui una panoramica della Val Brembana dal crinale del monte Azzarini

Non possiamo, però, raccontare l’escursione senza prima aver presentato gli elementi di base per capire cos’è e come funziona un alpeggio. Ci aiuta Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, edito da IntesaBci nel 2001), nel quale descrive la struttura e l’organizzazione tipica degli alpeggi orobici nell’area del Bitto (dalla Val Lesina, ad ovest, alla valle del Livrio, ad est): “ Gli alpeggi di questa zona, anche quelli comunali, erano prevalentemente dati in affitto a comunità di pastori. A tale tipo di gestione corrisponde una struttura architettonica ben precisa: il pascolo d’alpeggio è suddiviso in bàrech, un reticolo di muretti a secco, più o meno regolare, che delimita “il pasto” di una giornata di malga. Questa suddivisione permette di sfruttare razionalmente il pascolo. Il pascolo non è infatti ricco e, se il bestiame fosse lasciato libero, finirebbe con l’esaurirsi anzitempo. In ogni alpeggio il bestiame si sposta dunque quotidianamente da un bàrech all’altro, restando prevalentemente all’aperto (in pochi alpeggi sono previsti stalloni – baitùu – o tettoie aperte per il ricovero notturno o in caso di brutto tempo).


Apri qui una panoramica del passo di Pedena e del Gruppo del Masino

Numerose baite sono collocate sull’alpeggio in corrispondenza dei principali spostamenti. Al centro dell’alpeggio c’è la caséra, la costruzione dove si depositano i formaggi e le ricotte per la salatura e la conservazione temporanea… La necessità di sorvegliare il bestiame durante il pascolo di notte, lontano dalla baita dei pastori, era risolta con una particolare forma di ricovero temporaneo, il bàit. Si tratta di un rifugio trasportabile in legno con copertura inclinata rivestita, negli esempi più recenti, in uso fino a qualche anno or sono, in lamiera. Il bàit era diffuso in val Tartano e nelle valli del Bitto e del Lesina; a volte era a due posti. Nella parete laterale è ricavata una apertura trapezoidale per l’accesso con sportellino in legno, mentre in testata sono ricavati due fori per l’aria e per infilarvi due lunghi bastoni per il trasporto a spalla da una sede all’altra. Caratteristico delle valli del Bitto e Lesina, ma presente in passato anche in val Tartano, è il caléc. Esso era utilizzato nel caso in cui la permanenza dei pastori in una certa parte dell’alpeggio superava i 5-6 giorni. Questa struttura consiste essenzialmente nei quattro muri perimetrali e in una apertura a valle per l’accesso. La copertura veniva realizzata di volta in volta con elementi provvisori, per esempio una struttura in legno e un telo. La distribuzione interna degli spazi è simile a quella della baita in muratura, con il paiér (il focolare), il supporto girevole in legno per la culdèra e un ripiano sul quale si poggiavano i formaggi ad asciugare. In alcuni alpeggi, infine, è presente il baituu, una grande stalla per il ricovero delle mucche in caso di maltempo. Si tratta di una costruzione molto allungata (20-30 metri) a un solo piano, con muratura in pietrame a secco e tetto a due falde con manto di copertura in piode selvatiche (se il fronte verso valle è aperto la costruzione prende il nome di tecia)… I baituu ospitavano fino a 90 capi di bestiame. All’interno, in un soppalco ricavato nelle capriate del tetto alloggiavano due pastori.
Raggiungiamo, dunque, la piazza S. Antonio di Morbegno, imboccando ad est del'ex chiesa di S. Amtonio la segnalata strada provinciale per Albaredo e per il Passo di San Marco. Superate Arzo (aars), Valle (val) e Campo Erbolo (campèrbul), frazioni di Morbegno, raggiungiamo Albaredo (m. 910). Proseguiamo sulla strada per il passo di san Marco. Dopo un tornante sinistrorso, troveremo una prima deviazione a destra, che conduce alla chiesetta della Madonna delle Grazie, al sentiero dei Misteri, al dosso Chierico ed alla via Priula. La ignoriamo e proseguiamo, affrontando un tornante destrorso, uno sinistrorso ed un nuovo tornante destrorso.


Val Pedena

Dobbiamo portarci con l’automobile da Morbegno ad Albaredo per S. Marco, proseguendo poi in direzione del passo, fino all’altezza del km. 20, dove incontriamo l’ampio solco della Val Pedena, che si apre a sinistra della strada. Troviamo segnalazioni della Casera di Pedena. Prima di impegnare il ponte che scavalca il torrente Pedena, per poi volgere decisamente a destra, la strada presenta, sulla destra, un ampio slargo, al quale possiamo lasciare l’automobile, ad una quota di 1538 metri. Dal parcheggio vediamo pressoché tutta la Val Pedena, compresa l’ampia sella terminale sulla quale è posto il passo.
Attraversata la strada, imbocchiamo la breve pista che conduce alla Casera di Pedena. Appena oltre la casera, imbocchiamo un sentierino che si addentra nella valle, sul fianco sinistro (per chi sale), con andamento diritto, in leggera salita, fino ad un casello dell’acqua, oltre il quale la traccia va perdendosi. Proseguiamo, quindi, a vista, fra radi pascoli e molti piccoli massi, mantenendo la medesima direzione e rimanendo, nel versante settentrionale della valle, più o meno a metà fra il torrente, che scorre, più in basso, alla nostra destra, ed una fascia di ontani, che colonizza il versante più in alto, alla nostra sinistra. Guardando davanti a noi, a sinistra, intuiamo dove passa la via che ci permette di superare il salto roccioso che ci separa dal circo terminale della valle: l’unica via praticabile sembra (ed è) la fascia di ontani che sale fra due formazioni rocciose.
Quando giungiamo in vista di una serie di muretti a secco posti in sequenza dall’allto al basso, pieghiamo a sinistra e passiamo a monte dei muretti più bassi (ogni tanto si vede qualche segnavia bianco-rosso, ma non possiamo farci troppo affidamento). Arrivati all’altezza del più interno (nella valle) dei muriccioli, pieghiamo decisamente a sinistra e cominciamo a salir quasi diritti, puntando ad un grosso masso. Passando, poi, a sinistra di una porta fra muretti a secco, proseguiamo nella salita, su debole traccia di sentiero, verso il limite inferiore della fascia di ontani. Prima di raggiungerla, però, pieghiamo a destra, portandoci sul filo di un dossetto, che si affaccia su un torrentello: sul lato opposto del valloncello, osservando con un po’ di attenzione, vediamo il punto nel quale il sentiero riprende, dopo aver guadato il torrentello. Portiamoci al guado e passiamo sul dossetto erboso che sta sul lato opposto del torrentello: qui, seguendo il sentiero, pieghiamo a sinistra e cominciamo a risalirlo zigzagando, rimanendo a destra della fascia di ontani, finché il sentiero piega a sinistra e torna al torrentello, passandolo ora da destra a sinistra e proseguendo sul lato opposto.

Dalla Casera di Pedena alla baita di quota 1858, sulla base di Google Earth (fair use)

Troviamo subito un segnavia bianco-rosso su un sasso alla nostra sinistra, ma il sentiero è ben visibile, per cui procediamo tranquilli. La traccia, dopo un tratto con andamento zigzagante, piega a destra, facendosi anche un po’ sporca, e ci riporta per la terza volta al torrentello: volge quindi a sinistra, sale tenendosi parallela ad esso per un tratto, poi scarta a destra e lo attraversa. Usciamo, così, dalla fascia di ontani, ad una quota approssimativa di 1810 metri. La traccia, ora, diventa molto meno visibile: siamo su un terreno di bassa vegetazione e dobbiamo prestare attenzione a seguirne i segni, proseguendo quasi in piano e passando sotto un masso liscio.
Alla fine usciamo alla parte bassa dei prati del circo terminale della valle. Per un breve tratto la traccia c’è, poi torna a scomparire. Procediamo, dunque, prendendo come punto di riferimento il limite superiore della fascia di ontani che si trova alla nostra destra e rimanendo qualche metro più alti rispetto ad essi. Procedendo così, su terreno un po’ accidentato, raggiungiamo un piccolo corso d’acqua, che non attraversiamo, lasciandolo alla nostra destra; piegando leggermente a sinistra, dopo una breve salita ci portiamo al punto nel quale intercettiamo quella che un tempo doveva essere una larga e comoda mulattiera, che proviene da sinistra (cioè dal rudere di baita che è rimasto, nascosto dalla curvatura dei prati, alla nostra sinistra) e prosegue verso destra (segnavia bianco-rossi).
Seguendola verso destra, raggiungiamo un gruppo di tre cartelli semidivelti, tutti della GVO (Gran Via delle Orobie), che segnalano un bivio, ad una quota approssimativa di 1860 metri. Nella direzione dalla quale proveniamo un cartello indica l’alpe Lago e l’alpe Piazza, data ad un’ora e 20 minuti (si tratta della variante bassa della GVO; per raggiungere questi alpeggi, però, non dobbiamo percorrere a rovescio l’itinerario di salita, ma portarci al rudere di baita con recinto e di qui imboccare il sentiero che effettua la traversata dalla Val Pedena alla Valle di Lago, a nord di questa). Un secondo cartello indica che proseguendo verso destra, cioè in direzione sud, ci si porta in un’ora all’alpe Orta ed in un’ora e 50 minuti al passo di San Marco. Il terzo cartello, quello che ci interessa, indica che prendendo a sinistra saliamo al passo di Pedena in un’ora e 10 minuti, iniziamo la traversata dell’alta Val Budria in un’ora e 40 minuti e quella della Val di Lemma in 3 ore e 30 minuti.
È, questo, infatti, il punto nel quale la Gran Via delle Orobie si biforca in due rami: quello superiore, che sale al passo di Pedena, passa in Val Budria, effettua una traversata alta di questa valle e della successiva Val di Lemma, e quello inferiore, che, seguendo il nostro percorso a ritroso, raggiunge l’alpe Piazza e poi sale alla bocchetta del Pisello, dalla quale scende (ma la discesa non è affatto facile) in Val Budria.
La nostra traversata prosegue, dunque, ignorando il sentiero che sale, alla nostra sinistra, verso il passo di Pedena ed andando a destra, in direzione sud. La traversata del lato meridionale della Val Pedena avviene, però, su una traccia molto incerta, che gioca a rimpiattino e si mostra continua, anche se piuttosto stretta, solo all’imbocco del bosco che ricopre il versante settentrionale del pizzo d’Orta, proprio davanti a noi, leggermente a destra. Dobbiamo, quindi, prestare attenzione ai non numerosi segnavia bianco-rossi. Nel primo tratto procediamo in piano, alternando tratti all’aperto a tratti nei quali la debole traccia passa nella boscaglia di basso fusto. Dopo aver guadato un piccolo corso d’acqua, superiamo una radura dove vediamo un segnavia su un masso. Il punto più delicato, perché incerto, si trova poco oltre, quando, per un breve tratto, dobbiamo piegare a sinistra e risalire un modesto corridoio erboso, per poi riprendere la direzione originaria, passando a monte del limite della macchia che colonizza il gradino che separa il circo dell’alta valle dall’ampia conca più in basso. Ci stiamo avvicinando al guado di un torrentello e vediamo, sul lato opposto, la ripartenza della traccia. Raggiunto il lato opposto del torrentello, ritroviamo una traccia sufficientemente visibile, e scendiamo per un breve tratto. Guadato un secondo torrentello, troviamo un breve tratto di salita in un canalino fra modeste roccette, che precede una successiva discesa su terreno erboso. Ci stiamo approssimando al corpo franoso che occupa l’ultimo lembo meridionale della valle e che dovremo tagliare prima di entrare nella boscaglia. Affrontiamo, quindi, una breve salita ad una piccola porta a sinistra di un masso, oltre il quale ci attende un tratto nell’erba alta, dove la traccia si perde. Attraversato un piccolo corso d’acqua, saliamo ancora, raggiungendo una selletta erbosa a sinistra di un grande masso. Una breve discesa ed un’altrettanto breve salita ci portano ad un segnavia su una placca rocciosa, oltre la quale la traccia comincia a scendere verso un ometto ed un nuovo segnavia.
La traccia si fa via via più chiara, e ci porta sul limite del corpo franoso, che attraversiamo salendo leggermente, senza difficoltà. Ci portiamo, quindi, alla macchia sul fianco del pizzo d’Orta, e riprendiamo a salire circondati da ontani. Dopo un breve tratto, il sentiero attraversa una vallecola rocciosa. Siccome le rocce sono spesso umide ed insidiose, con le quali questo tratto è attrezzato sono sicuramente opportune. Bene, dunque, per le corde fisse; peccato, però, trovarle su un sentiero per ora (luglio 2007) decisamente mal segnalato: chi dovesse, infatti, a percorrerlo a rovescio rispetto a noi troverebbe non pochi problemi di orientamento prima di raggiungere il bivio al centro della Val Pedena (ma anche nella prosecuzione verso la Valle di Lago). Oltre il valloncello ci attende uno strappetto severo, poi un tratto in saliscendi. Una successiva discesa porta ad un tratto pianeggiante e ad un nuovo strappetto, che ci porta ad uscire ad una radura.
Qui dobbiamo prestare attenzione ai segnavia, perché il sentiero non procede diritto, ma piega a destra, scendendo sul largo dosso che scende dal pizzo d’Orta verso sud-ovest. Davanti a noi, sul fondo della Valle di Albaredo, vediamo il passo di S. Marco. Il sentiero corre a destra di una fascia di massi e macereti, e porta al limite superiore di un ampio terrazzo di pascoli, che occupa la parte alta del lungo dosso della Motta. Prima di descrivere il percorso verso l’alpe d’Orta, diamo conto di come scendere dai prati alla strada provinciale per il passo di S. Marco, nel caso si desiderasse abbreviare l’anello escursionistico: basta portarsi alla parte più bassa dei prati, verso nord-ovest, in direzione di un ben visibile traliccio, sul limite del bosco. Qui troviamo due sentieri che scendono alla strada provinciale, attraversando una bella pecceta, uno sulla sinistra (direzione sud) ed uno sulla destra (direzione nord-est prima, poi ovest nell’ultimo tratto.
Riprendiamo il racconto della traversata integrale. Dal limite alto dei prati pieghiamo a sinistra, scendendo in diagonale, su sentiero più marcato, fino ad una baita con tetto in lamiera, quotata 1856 metri; la traccia si perde, ma noi proseguiamo nella discesa in diagonale, portandoci ad un rudere di baita, dove ritroviamo il sentiero, qui molto largo, che comincia a salire, diritto, per un tratto, fino a quota 1875 circa, proponendo poi alcuni saliscendi: stiamo descrivendo un arco verso nord-est, tagliando il crinale selvaggio che dal pizzo d’Orta scende verso sud-ovest. Dopo una svolta a sinistra, a quota 1890 metri circa vediamo aprirsi, in alto, il circo dell’alpe d’Orta, che si stende ad ovest del monte Azzarini (m. 2431), il più alto nella Valle del Bitto di Albaredo.
È, questo, un punto molto importante, da memorizzare: sulla fascia di prati che si apre in basso, alla nostra destra, vediamo un pilone di sostegno di una teleferica; sulla mulattiera troviamo un mucchietto di sassi con dei pali arrugginiti; a destra del sentiero, una debole traccia se ne stacca e scende in diagonale i ripidi prati: dovremo usarla per la discesa alla strada provinciale per il passo di S. Marco.
Se, invece, vogliamo scendere lungo la più monotona ma tranquilla strada provinciale per il passo di San Marco, torniamo al punto sopra segnalato, dove lasciamo la mulattiera prendendo la debole traccia che se ne stacca sulla sinistra (per noi che scendiamo), tagliando in diagonale i ripidi prati e facendosi più in basso maggiormente visibile. Prendiamo come riferimento il punto nel quale il sentiero attraversa il solco della valle che scende dall’alpe d’Orta (e che confluisce, più in basso, nella più ampia Valle d’Orta), che delimita i prati davanti a noi: lo individuiamo facilmente per il bel muretto a secco che sostiene il sentiero stesso. Sul lato opposto, ci affacciamo ad una nuova fascia di prati, e qui il sentiero tende a perdersi. Poco male: restiamo, scendendo diritti, nei pressi del limite di destra dei prati, in vista dei roccioni che disegnano, sulla nostra destra, la piccola forra della valle che scende dall’alpe d’Orta (evitiamo di affacciarci!). La traccia riappare e ci porta verso sinistra, ad una nuova porta nella roccia che ci introduce all’ultima fascia di prati prima della strada provinciale per il passo di S. Marco, che vediamo sotto di noi. Di nuovo la traccia ci abbandona, e di nuovo scendiamo stando sul lato destro dei prati. Nell’ultimo tratto della discesa la ritroviamo e, in breve, concludiamo la discesa a quota 1810, al marcato tornante destrorso (per chi sale) della strada provinciale.
Seguiamo l carrozzabile salendo al passo di San Marco (m. 1992). 150 metri prima del passo troviamo sulla sinistra il cartello che indica la partenza del sentiero 101, che dà il lago di Cavizzola a 2 ore e 20 minuti e San Simone a 3 ore e 40 minuti (c’è anche un secondo cartello che segnala il bivacco Alberto Zamboni, senza indicazioni sul tempo di percorrenza). Imbocchiamo, quindi, la traccia i sentiero che sale fra dolci balze erbose, verso est. Proprio davanti a noi, il pizzo delle Segade e, alla sua sinistra, il più imponente monte Azzarini, dalla cima arrotondata e pronunciata. Il sentiero, passando a destra di una pianetta nella quale sono visibili i segni dell’interramento di una pozza (sul fondo le cime della costiera dei Cech e le granitiche vette della sezione occidentale del gruppo del Masino realizzano un effetto cromatico di grande bellezza) risale un piccolo gradino, che si affaccia ad un’ampia conca di sfasciumi, ai piedi del versante settentrionale del pizzo delle Segade. Vediamo, da qui, che il sentiero 101 taglia questo versante passando appena a monte di questa conca e portandosi più ad est rispetto alla cima, alla bocchetta d’Orta.
Lo seguiamo, dunque, ancora per un tratto, fino a raggiungere il piede di un poco pronunciato canalino di macereti che culmina ad una sella sul crinale occidentale del pizzo delle Segade, presidiata da un ometto. Lasciamo, qui, il sentiero 101 e prendiamo a destra, su debole traccia, che risale, senza particolari difficoltà, il canalino, e porta alla sella. L’ultima parte della salita sfrutta il sentiero che percorre il crinale: prendendo ad est (sinistra), dopo un primo tratto di salita che porta ad una sella più alta, affrontiamo l’impennata del crinale, sulla quale il sentiero si disimpegna con disinvoltura (attenzione solo a pochi brevi passeggini un po’ esposti, fra roccette), guadagnando i 2173 metri della cima, presidiata da una grande croce metallica.


Passo di San Marco

Assai interessante il panorama. A nord, da sinistra, si propongono le cime della Costiera dei Cech, seguite dal gruppo del Masino, che si propone nella sua integrale bellezza, con i pizzi Porcellizzo (m. 3075), Badile (m. 3308), Cengalo (m. 3367) e del Ferro (occ. m. 3267, centr. 3289 ed or. m. 3234), le cime di Zocca (m. 3174) e di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m. 3305), ed i pizzi Torrone (occ. m. 3349, cent m. 3290, or. m. 3333), che si vedono appena. Poi il massiccio monte Azzarini ci ruba la visione delle rimanenti cime del gruppo, oltre che del monte Disgrazie e della testata della Valmalenco.


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Alla sua destra, però, molto bella è la visuale del crinale che separa l’alta Val Brembana dalla Val Tartano. Verso est, sud-est e sud è tutto un susseguirsi di cime e scenari della Val Brembana, che l’occhio non esperto, carta alla mano, faticherà a riconoscere.
In primo piano, ovviamente, a sud il solco della Val Mora, alla quale scende la strada che passa per il valico di San Marco. Verso sud-ovest vediamo, poi, diverse cime della Val Gerola, dalle cime di Ponteranica, in primo piano, ai pizzi di Trona e dei Tre Signori, appena distinguibili, alla cui destra vediamo la Rocca di Pescegallo e la bocchetta di Trona ("buchéta de Truna").


Pizzo delle Segade

Seguono le cime del versante occidentale della Val Gerola, dal pizzo Mellasc ai pizzi di Olano e dei Galli. Davanti al pizzo Mellasc vediamo l’intero crinale che separa la sezione sud-occidentale della Valle del Bitto di Albaredo dalla Val Brambana e riconosciamo, almeno nel primo tratto, il sentiero (in diversi punti difficile) che lo percorre, oltre che l’arrotondato monte Verrobbio, sua massima elevazione.


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Dal monte Verrobbio vediamo staccarsi, verso nord-ovest (destra), il lungo crinale che scende al dosso di Bema ed al boscoso pizzo Berro, che separano le Valli del Bitto di Albaredo e di Gerola, e che si pongono proprio davanti al versante occidentale della Val Gerola. Procedendo verso destra, fra il limite settentrionale di questo versante e la Costiera dei Cech si apre una finestra non ampia, ma comunque suggestiva, sulle alpi Lepontine, mentre l’alto Lario rimane nascosto.


La bocchetta d'Orta e, sul fondo, il monte Azzarini

Proseguiamo seguendo il sentierino sul crinale, scendendo ad un intaglio chiamato Bocchetta d'Orta. Qui un salto roccioso sbarra la prosecuzione sul lungo crinale che sale fino al monte Azzarini, ma un sentierino lo lascia scendendo ripido sul lato destro, cioè su quello di Val Brembana, segnalato da un cartello che indica il Bivacco A. Z. ad un'ora di cammino e la Baita Camoscio a S. Simone a 3 ore. Scendiamo seguendo il sentiero lungo un ripido quantio breve canalino erboso. Poi il sentiero piega a sinistra ed inizia a tagliare un versante erboso molto ripido, verso est-nord-est. Con alcuni saliscendi, si porta ad una zona più tranquilla, supera la baita Colomber (m. 2101) ed attraversa un largo vallone, piegando a destra (sud-est), scendendo leggermente, superando un corpo franoso e traversando quasi in piano allo stretto intaglio del passo della Porta (m. 2023), oltre il quale si affaccia ad un ampio ripiano di pascoli che ospita il bivacco Zamboni e, poco più in basso, il rifugio Balicco.


Il primo tratto del sentiero che si stacca dalla bocchetta d'Orta

Prosegue in piano ed in leggera discesa verso est, passando per un baitone ed una vicina baita, aggirando un dosso erboso e piegando a sinistra (nord-est). Una breve discesa ci porta così al Bivacco Zamboni (m. 1955), posto quasi al centro dell'ampio ripiano ai piedi del crinale che separa la Val Brembana dalla Val Budria (Val Tartano). Si tratta di una baita in pietra, la Baita Cima, ristrutturata dall'ERSAF. Al suo interno troviamo tre posti letto su tavolato, un tavolo con panche in legno, un mobile, una stufa, un fornello con bombola, un padellino ed una cassetta per il pronto soccorso. All'esterno ci sono una vasca per l'acqua ed una sorgente segnalata da un cartello. Qui possiamo pernottare chiudendo la prima giornata dell'anello del monte Azzarini.


Apri qui una fotomappa della traversata dalla bocchetta d'Orta alla (falsa) bocchetta di Budria

ANELLO DEL MONTE AZZARINI - SECONDA GIORNATA: DAL BIVACCO ZAMBONI ALLA CASERA DI PEDENA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bivacco Zamboni- (Falsa) bocchetta di Budria-Passo di Pedena-Casera di Pedena
4 h
480
E
SINTESI. Dal Bivacco Zamboni (m. 1955) imbocchiamo il sentierino che parte alla sua sinistra (per chi guarda a monte), salendo la riconoscibile selletta erbosa della Bocchetta di Budria (2216 m.), che ci riporterà in Valtellina. Nel primo tratto saliamo verso sinistra, raggiungendo un acquedotto, poi pieghiamo a destra, portandoci al centro del canalone che scende dalla bocchetta. La salita si fa progressivamente più ripida, e, quando ormai la bocchetta è prossima, una traccia di sentiero ci aiuta a guadagnare metri zigzagando sull'erto pendio. Alla fine la piccola porta della (falsa) bocchetta di Budria (m. 2216). Scendiamo poi lungo un avvallamento ed un corridoio erboso che ci porta ad intercettare la Gran Via delle Orobie, che attraversa l'intero circo alto della Val Budria. Percorriamo il facile sentiero, corredato da segnavia bianco-rossi, verso sinistra, cioè verso ovest, scendendo un piccolo gradino fra macereti e poi proseguendo in leggera discesa sul limite alto dei pascoli, fino all'ampio ripiano dei Pradelli di Pedena (m. 2024). Qui imbocchiamo un sentierino che serpeggia sul ripido versante, raggiungendo la larga sella erbosa del passo di Pedena (m. 2234). Iniziamo da qui la discesa in Val Pedena, che ci fa tornare in Valle del Bitto di Albaredo. Nonostante stiamo percorrendo la Gran Via delle Orobie, non esiste un vero e proprio sentiero, ma solo qualche traccia che serpeggia fra le strisce di pascolo delle rocce montonate. Scendiamo procedendo gradualmente verso sinistra, in direzione di un recinto con muretti a secco con la baita di quota 2000, che, in condizioni buone di visibilità, raggiungiamo senza particolari difficoltà. Da qui dobbiamo poi proseguire la discesa verso destra, cioè riportandoci verso il centro della valle. Anche qui non c'è una traccia continua di sentiero, e dobbiamo scendere un po' a vista fra roccioni levigati e corridoi erbosi. In una decina di minuti torniamo così al bivio di quota 1860, dal quale sia passati salendo. Si tratta ora di ripercorrere la medesima via di salita: ci stacchia o quindi dalla Gran Via delle Orobie, che, nella variante bassa, prosegue diritta, e pieghiamo a sinistra, stando attenti a non perdere il sentiero che qui diventa evidente ma scende tagliando una scorbutica fascia di ontani, sul lato destro della valle. Dopo un tratto diritto, il sentiero attraversa un ramo laterale della valle e piega a sinistra, iniziando a perdere quota con diversi tornanti. Alla fine usciamo dalla boscaglia e scendiamo tagliando in diagonale gli alti pascoli a monte della Casera di Pedena, che alla fine raggiungiamo, recuperando l'automobile.


Il bivacco Zamboni

Dal Bivacco Zamboni (m. 1955) imbocchiamo il sentierino che parte alla sua sinistra (per chi guarda a monte), salendo la riconoscibile selletta erbosa della Bocchetta di Budria (2216 m.), che ci riporterà in Valtellina. Nel primo tratto saliamo verso sinistra, raggiungendo un acquedotto, poi pieghiamo a destra, portandoci al centro del canalone che scende dalla bocchetta. La salita si fa progressivamente più ripida, e, quando ormai la bocchetta è prossima, una traccia di sentiero ci aiuta a guadagnare metri zigzagando sull'erto pendio. Alla fine la piccola porta della (falsa) bocchetta di Budria (m. 2216) apre al nostro sguardo il superbo scenario del gruppo del Masino e del monte Disgrazia, che si profilano, lontani, a cornice della Val Budria, nella quale poniamo piede. Pio più in basso, alla nostra sinistra, l'affilta crestina del pizzo del Vento (m. 2235), mentre alla nostra destra parte la lunga cresta che sale al monte Tartano (m. 2292).


Salendo alla (falsa) bocchetta di Budria

L'uso dell'aggettivo "falsa" fra parentesi è giustificato dal fatto che la toponomastica di questa cresta è controversa. Nella fondamentale guida del CAI-TCI, "Alpi Orobie", di Saglio, Corti e Credaro (ed. 1956, pg. 371), quello che le carte tradizionalmente, sulla scorta della carta IGM, chiamano monte Tartano, cioè la cima quotata 2292 metri, è annoverato invece come la principale delle tre cime del monte Azzaredo (2292, 2254 e 2212), mentre sulle carte tradizionali quest'ultimo monte viene identificato con la sola quota 2254. Il monte Tartano sarebbe quindi più ad ovest, sempre sul crinale Val Tartano-Val Brembana, e coinciderebbe con la cima quotata 2318 metri, non nomitata sulla carta IGM e chiamata su altre carte cima Azzarini.


La discesa dalla (falsa) bocchetta di Budria al sentiero della Gran Via delle Orobie

Si allinea alla guida del Saglio Alessio Pezzotta, nell'ottima guida "Alpi Orobie over 2000" (editrice l'AL.PE., Nembro, Bergamo, 2011, pg. 311). Sulla medesima linea anche la carta Escursionistica della Provincia di Bergamo, che individua nella cima di quota 2318 il monte Tartano, e chiama monte Azzaredo la cima quotata 2292 metri (il monte Tartano della IGM); la bocchetta di Budria della IGM (m. 2216) viene infine chiamata Passo di Azzaredo (per questo in molte relazioni viene chiamata anche "falsa" bocchetta di Budria), e viene individuata come bocchetta di Budria l'intaglio sul crinale di quota 2231, più ad ovest, fra monte Tartano e monte Azzarini o Fioraro. Un bel rebus!


Apri qui una fotomappa della Gran Via delle Orobie in Val Budria

Comunque sia, scendiamo lungo un avvallamento ed un corridoio erboso che ci porta ad intercettare la Gran Via delle Orobie, che attraversa l'intero circo alto della Val Budria (il ramo occidentale nel quale si divide la Val Corta, a sua volta ramo occidentale della Val Tartano).
Percorriamo il facile sentiero, corredato da segnavia bianco-rossi, verso sinistra, cioè verso ovest, scendendo un piccolo gradino fra macereti e poi proseguendo in leggera discesa sul limite alto dei pascoli. Alla nostra sinistra la massiccia mole del monte quotato 2318 metri e non nominato sulla carta IGM, che, secondo la guida CAI delle Alpi orobie di Silvio Saglio (1957) sarebbe il monte Tartano (che invece la carta IGM colloca sulla già citata quota 2292). Il sentiero si porta ad una grande conca erbosa, i Pradelli di Pedena (m. 2024), posti ai piedi della rampa erbosa che porta al passo di Pedena (m. 2234).


Apri qui una fotomappa della traversata della Val Budria verso il passo di Pedena

Il passo di Pedena è l’unico valico che consente di passare dalla Val di Tartano alla Valle del Bitto di Albaredo. Di qui, dunque, passa la Gran Via delle Orobie (denominata Sentiero Andrea Paniga nelle Orobie occidentali), il sentiero che attraversa l’intera catena orobica da Delebio all’Aprica. Esso è posto sul lato sud-occidentale della Valle, e precisamente sul lato sud-occidentale della Val Bùdria (dal termine bergamasco “büder”, che significa “vaso fatto di scorza di abete"), il più occidentale dei rami nei quali si divide l’alta Val di Tartano. Ecco come viene descritto dalla Guida alla Valtellina del CAI di Sondrio (1873): "Un sentiero facile, che scorre fra boschi e pascoli, conduce all'alpe Budria e poi al passo di Pedina, a tre ore da Tartano, dal quale si gode splendida vista sul bacino superiore del lago di Como e sulla catena del monte Rosa".


Apri qui una panoramica sulla Val Budria dal passo di Pedena

Al passo sale un sentierino che serpeggia sul ripido versante, raggiungendo la larga sella erbosa del passo di Pedena (m. 2234). Emozionante è il panorama che si apre: abituati allo spazio raccolto della Val Budria, siamo sorpresi dell’ampiezza dell’orizzonte oltre il passo. In primo piano, la Valle del Bitto di Albaredo, con la Val Pedena e l’ampio dosso di Bema che la separa dalla Val Gerola. Alle spalle del dosso, le cime del versante occidentale della Val Gerola. Più a destra, le Alpi Lepontine dell’alto Lario e della bassa Valchiavenna, ed infine la Costiera dei Cech.


Apri qui una panoramica sulla bassa Valtellina dal passo di Pedena

Iniziamo da qui la discesa in Val Pedena, che ci fa tornare in Valle del Bitto di Albaredo. Nonostante stiamo percorrendo la Gran Via delle Orobie, non esiste un vero e proprio sentiero, ma solo qualche traccia che serpeggia fra le strisce di pascolo delle rocce montonate. Scendiamo procedendo gradualmente verso sinistra, in direzione di un recinto con muretti a secco con la baita di quota 2000, che, in condizioni buone di visibilità, raggiungiamo senza particolari difficoltà. Da qui dobbiamo poi proseguire la discesa verso destra, cioè riportandoci verso il centro della valle. Anche qui non c'è una traccia continua di sentiero, e dobbiamo scendere un po' a vista fra roccioni levigati e corridoi erbosi. In una decina di minuti torniamo così al bivio di quota 1860, dal quale sia passati salendo. Si tratta ora di ripercorrere la medesima via di salita: ci stacchia o quindi dalla Gran Via delle Orobie, che, nella variante bassa, prosegue diritta, e pieghiamo a sinistra, stando attenti a non perdere il sentiero che qui diventa evidente ma scende tagliando una scorbutica fascia di ontani, sul lato destro della valle. Dopo un tratto diritto, il sentiero attraversa un ramo laterale della valle e piega a sinistra, iniziando a perdere quota con diversi tornanti. Alla fine usciamo dalla boscaglia e scendiamo tagliando in diagonale gli alti pascoli a monte della Casera di Pedena, che alla fine raggiungiamo, recuperando l'automobile.

Discesa dal Passo di Pedena alla Casera di Pedena, sulla base di Google Earth (fair use)


CARTE DEL PERCORSO SULLA BASE DI © GOOGLE-MAP (FAIR USE)

GALLERIA DI IMMAGINI

       

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