LE CAMPANE DI
ALBAREDO 1, 2

IL COMUNE IN SINTESI (DATI RELATIVI AL 1996)
Abitanti (Albaredesi): 481 Maschi: 237, Femmine: 244
Numero di abitazioni: 251 Superficie boschiva in ha: 521
Animali da allevamento: 341 Escursione altimetrica (altitudine minima e massima s.l.m.): m. 573, m. 2431
Superficie del territorio in kmq: 18,22 Nuclei con relativa altitudine s.l.m.: Albaredo, m. 950


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Territorio

Albaredo (albarée) per San Marco è uno dei più vitali centri delle Orobie valtellinesi. Conta attualmente 409 abitanti (chiamati dialettalmente “barilòt”) ed è posto a 910 metri, nella parte mediana della valle omonima, la più orientale delle due grandi valli del Bitto. Si raggiunge facilmente partendo dalla piazza S. Antonio di Morbegno e salendo, per 11 km, nella valle sulla strada provinciale per il passo di S. Marco (a 27 km da Morbegno).
Il suo territorio comunale occupa la sezione sud-orientale della valle: sul lato occidentale, infatti, scende verso nord al passo di S. Marco (m. 1992) al torrente Bitto di Albaredo, che segue nel suo corso fino alla confluenza, da est, della Valletta, appena a Valle dell’abitato di Albaredo. Raggiunto il punto più basso (m. 573), piega ad est, seguendo interamente il solco della Valletta fino al crinale che separa la valle dal versante orobico a monte di Talamona. Corre, poi, verso sud-est, lungo questo crinale, passando per il monte Baitridana (m. 1881) e salendo al monte Lago (m. 2353), a monte dell’alpe omonima. Piega, successivamente, a sud, seguendo il crinale che separa la Valle del Bitto di Albaredo dalla Val Budria (ramo occidentale dell’alta Val Tartano) e passando per i monti Pedena (m. 2399) ed Azzarini (o Fioraro, m. 2431), la cui cima rappresenta il punto più alto del terriotorio comunale. Sul lato di sud-est, infine, il confine segue il crinale fra Valle del Bitto di Albaredo e Val Mora (Val Brembana, provincia di Bergamo), dal monte Azzarini al passo di S. Marco, passando per il pizzo delle Segade (m. 2173).
Un territorio, quindi, di non grande estensione (17,93 kmq), ma di straordinaria bellezza, occupato quasi interamente da dense peccate ed ampi e pregiati pascoli. Pregiati perché nei cinque alpeggi ancora monticati si produce il celeberrimo Bitto, il più famoso fra i formaggi di Valtellina prodotto con latte intero di mucca, cui viene aggiunto anche latte di capra. Le forme, con peso variabile dai 15 ai 30 kg, vengono prodotte e fatte maturare nelle casere degli alpeggi, per 70 giorni, dopo i quali sono pronte per il taglio, al quale si mostra un formaggio di colore giallo, con buchi radi ed a forma di occhio di pernice. Il termine deriva forse dal celtico “bitu” (“perenne”), con riferimento ai lunghissimi tempi di conservazione del prodotto.
Al fascino della natura e della produzione casearia Albaredo unisce quello di una storia di grande interesse. Difficile risalire ai primi abitatori, in epoca storica, della Valle del Bitto: forse furono i Liguri, che (come leggiamo nel bel volume di Patrizio Del Nero “Albaredo e la Via di S. Marco”, pubblicato nel 1985 da Editour) hanno lasciato tracce nel dialetto locale in termini come "sberlüsc" (lampo) e "matüsc" (caciottella di formaggio molle). Lo stesso termine “Albaredo” deriva, forse, come vuole l’Orsini, dal prefisso ligure “alba”, che è anche in Albosaggia, anche se più probabile è la derivazione dal latino “arboretum”, e quindi da “arbor”, nel significato di “luogo piantato ad alberi” o “luogo piantato a pioppi”).


Apri qui una fotomappa del versante orientale della Valle del Bitto di Albaredo

Probabile è la presenza di Etruschi che, nel IV sec. a. C., fuggirono all’invasione gallica del fondovalle della Valtellina. Di origine forse etrusca sono termini quali "puiàtt" (la catasta per la produzione del carbone da lenta combustione, il fuoco acceso) e "nabir" (il muco che talora cola dal naso). Sicura è, invece, la presenza romana nei secoli successivi: per i passi orobici passò Publio Siro nella sua spedizione punitiva del 16 a.C. contro i Galli Vennoneti. Alla caduta dell’Impero Romano succedettero secoli di confusione ed incertezza: i primi dominatori a porre saldamente piede nei versanti orobici furono, dal Vi sec. d.C., i Longobardi, che, come riporta sempre il Del Nero, hanno lasciato segni importanti nell’idioma locale, quali “güdàzz" (padrino), "sluzz" (bagnato), "balòss" (furbo), "maschérpa" (ricotta), "gnècch" (di malumore), "lifròch" (sciocco), "bütér" (burro), "scagn" (appoggio per mungere), "scràna" (panca), "scoss" (grembo) , "stracch" (stanco).
Nel secolo VIII anche la loro dominazione cadde, per l’urto dei Franchi. Nei secoli successivi la Valtellina risentì della formazione del sistema feudale nel contesto del Sacro Romano Impero. In questo sistema la Valle di Albaredo, dal secolo XI, fu legata da vincoli feudali con la parrocchia di S. Martino in Morbegno, cui versava le decime. A partire dal 1210, però, anche Albaredo si inserì nel generale movimento di costituzione di comuni che aveva interessato buona l’Italia centro-settentrionale, e si costituì come comune, retto da un podestà locale, e si schierò, come buona parte dei comuni del versante orobico della bassa Valtellina, dalla parte dei ghibellini, in contrapposizione ai comuni del versante retico (Costiera dei Cech), che erano guelfi. Intorno alla metà del medesimo secolo venne, poi, edificato il primo nucleo della chiesa di S. Rocco (consacrata poi il 25 novembre 1490 e rifatta nel secolo XVII), aggregata originariamente alla chiesa di S. Martino di Morbegno e poi a quella di Valle (anticamente denominata Albaredo di Fuori).
Il Duecento è anche il secolo nel quale compare un primo elemento che segnerà profondamente l’economia della Valle di Albaredo (e di molte altre valli orobiche), la perimetrazione per le concessioni minerarie, relative soprattutto al ferro, che, nel sistema produttivo medievale era metallo molto prezioso. Fu soprattutto la zona ai piedi dei monti Pedena ed Azzarini ad essere interessata dall’attività estrattiva; la lavorazione dei minerali, che si avvaleva di forni di cui sono rimaste tracce sul fondovalle, nei pressi del torrente Bitto, e per la quale venne costituita la Società dei Forni di Ferro, poteva avvalersi dell’abbondante disponibilità di legname e fu vitale almeno fino alla fine del secolo XVIII. Negli Statuti di Como (ricordiamo che la Valtellina apparteneva, come appartiene ancora oggi, alla Diocesi di Como) del 1335 Albaredo figurava come “comune loci de Alberedo”: i suoi beni (come quelli degli altri comuni) erano dichiarati inalienabili (e la proibizione della vendita si conservò fino al periodo della dominazione austriaca nel secolo XIX).
Tre anni dopo, nel 1338, comparvero sulla scena valtellinese i Visconti signori di Milano, che soppiantarono, in bassa Valtellina, il dominio dei Vicedomini e divisero l’intera valle in tre terzieri, superiore, di mezzo ed inferiore. Albaredo venne incluso fra i comuni del terziere inferiore della Valtellina, ed aggregato alla squadra di Morbegno, mentre, dal punto di vista religioso, rimase dipendente dalla pieve di Ardenno. Conservò, però, i suoi ordinamenti comunali, definiti dagli Statuti del 1543 e centrati sull’assemblea dei capifamiglia, o consiglio generale della comunità, che si riuniva al suono della campana nella strada pubblica in località Costa; il comune aveva anche un caneparo, custodi e un console, che potevano imporre ed esigere le taglie.

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Il Quattrocento è un secolo legato ad importanti avvenimenti. Innanzitutto il primo contatto fra Valle di Albaredo e Veneziani, che poi avrebbero giocato un ruolo decisivo nella storia della comunità di Albaredo.

La Serenissima Repubblica di Venezia, in lotta con Milano, tentò di scalzare i Visconti dalla Valtellina e le sue truppe, partendo dalle alti valli bergamasche, che già erano in suo possesso, scesero ad affrontarli, passando proprio dal passo di S. Marco: vennero, però, disastrosamente sconfitte nella battaglia di Delebio del 1432. Fallito il progetto di un’acquisizione politica della Valtellina alla Repubblica di Venezia, rimase aperta la partita dell’influenza economica, che gli Sforza (succeduti ai Visconti nella signoria di Milano dal 1450) non ostacolarono.
La seconda metà del Quattrocento venne segnata dalla terribile epidemia di peste che flagellò la comunità di Albaredo dal 1480 al 1482. Era, questo morbo, il più temuto, per la sua virulenza e per la crudezza dei sintomi. Si spiega, quindi, la consacrazione della chiesa di Albaredo (di origine probabilmente duecentesca), nel 1490, a S. Rocco, il protettore degli appestati, la cui devozione nella valle, unita a quella per S. Antonio abate (Sant’Antuni dul purscél, raffigurato sempre in compagnia di un porcellino), protettore delle bestie e dei contadini, fu sempre molto viva.
Nel secolo successivo la comunità di Albaredo vide sancita la propria autonomia religiosa: la parrocchia dei Santi Rocco e Sebastiano, di nomina comunitaria, fu eretta il 17 aprile del 1563, con atto rogato da Giovanni Curtone di Morbegno. Nell'atto si menzionano le ragioni del distacco dalla matrice di San Matteo di Valle: la distanza di un miglio fra le due chiese, l'asprezza e la pericolosità (soprattutto d'inverno) della strada che da Albaredo scende a San Matteo, superando "nove valli", la presenza, in Albaredo, di un ampio cimitero, di un campanile "congruo" e di un fonte battesimale idoneo. L'atto conferisce agli abitanti di Albaredo la facoltà di eleggere e nominare il sacerdote e curato della loro parrocchia; in ricordo dell'antico legame con S. Matteo nella festa dedicata al santo essi devono, però, "in perpetuum" offrire ad essa sei once di cera, oltre che sei soldi e otto denari al suo rettore.

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Il Cinquecento si apre con un nuovo avvicendamento nel dominio della Valtellina: dal 1512, infatti, questa viene annessa ai domini delle Tre Leghe. I nuovi signori sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis Albaredi " vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 233 lire (per avere un'idea comparativa, Forcola fa registrare un valore di 172 lire, Tartano 47, Talamona 1050, Morbegno 3419); prati, boschi e terreni comuni sono valutati 557 lire; campi e selve occupano 262 pertiche e sono valutati 155 lire; gli alpeggi, che caricano 200 mucche, vengono valutati 40 lire; vengono citati tre mulini ed una segheria, per un valore complessivo di 10 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 997 lire (sempre a titolo comparativo, per Tartano è 642, per Forcola 2618, per Buglio 5082, per Talamona 8530 e per Morbegno 12163).
Fra i governatori della Valtellina per conto delle Tre Leghe vi fu anche Giovanni Guler von Weineck, che resse la valle 1587-88 e che nel 1616 pubblicò a Zurigo il volume “Raetia”, una descrizione della valle cui era rimasto fortemente legato. In quest’operetta così descrive la situazione delle Valli del Bitto, di Albaredo e Gerola: “Da Morbegno si estende, in direzione di mezzogiorno, fra alti monti, fino alle vette del confine veneto, una lunga vallata, ben disposta e popolosa, la quale dal fiume Bitto che le percorre viene denominata valle del Bitto. Essa è così larga e così lunga che comprende ben sei comuni: la popolazione è bella, robusta, di florido aspetto, coraggiosa e ben costumata. Quivi non prospera la vite; ma tuttavia gli abitanti godono una grande agiatezza, perché traggono grossi guadagni dall’allevamento del bestiame, dalla lavorazione dei panni di lana, nonché da svariati mestieri che essi esercitano in diversi luoghi d’Italia. In questa valle si trova anche una certa pietra rossa e durissima con cui si fanno i mortai ed altri arnesi consimili…”. Su Albaredo, però, si limita ad osservare laconicamente che “ad un’ora e mezza da Morbegno, sulla riva destra del Bitto, sorge il comune di Albaredo”.
Il quadro tracciato dal diplomatico e uomo d’armi, secondo il Del Nero, è eccessivamente idilliaco (forse anche per mostrare le conseguenze positive del governo delle Tre Leghe), in quanto “in netto contrasto con i dati dell’estimo valtellinese del 1531, indubbiamente fedele in quanto su di esso ci si basava per l’applicazione delle imposte, secondo il quale il comune di Albaredo si trovava tra gli ultimi nel calcolo del reddito, e basso era il punteggio attribuito al valore dei boschi e degli alpeggi… La scarsità della popolazione, messa in rapporto con quella rilevata… negli insediamenti retici e del fondovalle, testimonia della povertà e dell’economia di sopravvivenza della vallata. Scarsissime sono in Albaredo, inoltre, le testimonianze di vita associativa dell’epoca legate in genere all’assistenza ai molti bisognosi…” (da Patrizio Del Nero, op. cit., pg. 19).
Un secondo illustre scrittore che ci dà notizie sulla situazione della comunità sul finire del Cinquecento è il vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, che ne parla nei resoconti della sua visita pastorale del 1589, in questi termini: “Sul monte sopra Morbegno, lungo la strada verso la giurisdizione di Bergamo, distante due miglia da Morbegno, c’è la frazione di Valle… A mezzo miglio a sinistra della frazione si trova Arzo… Sullo stesso monte a un miglio oltre Campo Erbolo (campèrbul) c’è Albaredo, con sessanta famiglie tutte cattoliche con la chiesa (edificata nel 1250 e consacrata nel 1490) dedicata a S. Rocco, vicecurata; ne è rettore il sacerdote Giovanbattista Veranda, di Morbegno”. I 60 fuochi, cioè le 60 famiglie di cui parla il vescovo corrispondono ad una popolazione complessiva che si può approssimativamente stimare di 300-400 abitanti (nel 1627, però, da altra fonte ne risultano 267).


Alpe Piazza

Siamo, ormai, alla vigilia di una svolta decisiva nella storia della comunità di Albaredo: nell’ultimo decennio del secolo si colloca, infatti, l’avvenimento destinato ad incidere più fortemente nella storia della comunità di Albaredo. I Veneziani, interessati ad una via commerciale che congiungesse i loro domini (che da Venezia si estendevano ininterrottamente fino al crinale orobico, quindi al passo di S. Marco) al nord Europa, passando per la Valtellina (per aggirare il milanese, sotto la dominazione spagnola, loro ostile, che aveva intensificato la navigazione dell’Adda ed il controllo del Lario), decisero, anche alla luce dei rapporti politici non cattivi con le Tre Leghe, di promuovere la costruzione di un nuovo tracciato che passasse proprio per il passo di S. Marco e la Valle di Albaredo. Fu il podestà veneto di Bergamo Alvise Priuli a caldeggiare questa nuova via ed a curarne, previo accordo con il governo delle Tre Leghe, la costruzione, nell’arco di un biennio circa (1590-92): in suo onore essa venne, dunque, battezzata “via Prìula”.
La strada, aperta nel 1592 dal capitano Zuane Quirini, fu percorsa da intensi traffici, soprattutto dopo che Venezia ebbe stretto, nel 1603, il trattato di alleanza con le Tre Leghe del settembre 1603. Sulla base di tale trattato la Serenissima concedeva, infatti, l’esenzione dai dazi sia alle merci prodotte in Italia ed esportate attraverso il passo di San Marco, sia a quelle valtellinesi e grigionesi esportate a Venezia. La strada, uscendo da Bergamo, passava per Zogno, Piazza e la Val Brembana, saliva al passo di san Marco per poi scendere a Morbegno, il che rendeva assai vantaggiosa l’utilizzazione di tale via. La strada, larga tre metri, era percorribile fino a Mezzoldo ed oltre Albaredo da “birozzi” (birocci), ovvero carri a due ruote; nel tratto intermedio, che scavalcava il valido di S. Marco, con animali da soma a pieno carico. Si trattava di un manufatto ben costruito e tenuto, grazie ai numerosi muri di sostegno, canali di scolo, parapetti, piazzole di sosta, fontane e siti di sosta per il riposo. Non costituiva per Venezia un’insidia, in quanto dal punto di vista militare era facile da presidiare: bastavano un centinaio di soldati disposti nei punti strategici per bloccare eventuali invasioni di eserciti nemici e proteggere i mercanti; gli otto ponti sul torrente Bitto, costruiti per servirla, inoltre, in caso di necessità potevano essere distrutti, bloccando l’avanzata dei nemici. A Mezzoldo e ad Albaredo furono edificate una dogana e una stazione di posta. Appena sotto il passo di san Marco (che proprio da allora venne dedicato al santo protettore di Venezia e che era uno dei più bassi ed agevoli sull’intero arco orobico), sul versante della bergamasca, fu eretto un rifugio a due piani, con stalle e locali di ristoro, il cui edificio è ancora oggi conservato ed adattato a rifugio (Rifugio Ca’ San Marco); ai gestori del rifugio toccava, oltre al compito di ospitare mercanti e soldati, anche quello di tenere aperta e pulita la strada durante l'inverno.
Dobbiamo tener presente che in quel periodo la pulizia invernale era più agevole di quanto non lo sia ora: le condizioni climatiche, sul finire del Cinquecento, risentivano, infatti, di un innalzamento medio sensibile delle temperature che si estese dal Medio-Evo ad almeno tutto il Seicento e che permetteva, per esempio, di coltivare le patate, in val d’Orta, nella Valle di Albaredo, a 1700 metri di quota. Questo dato di storia del clima aiuta a comprendere la vitalità di una via commerciale così alta e, nel contempo, la sua successiva decadenza, quando, fra i secoli XVIII e XIX, le condizioni climatiche mutano decisamente e si va incontro ad una sorta di piccola glaciazione. I resoconti del volume di traffici che sfruttavano la via Priula testimonia questa vitalità: “…dalla valle transitano i ricchi convogli di mercanzie da e per Venezia, 684 colli di merce varia dall’Italia verso l’Europa centro-occidentale e 784 in direzione inversa…" (da un rapporto segreto citato nell’opera di Patrizio Del Nero; vedi sopra). Ecco qual è l’origine di quei rapporti saldissimi fra Albaredo e Venezia, i cui segni colpiscono ancora chi si trovasse a visitare il paese orobico e sostasse nella sua centrale piazza… S. Marco, dove la statua del leone, simbolo dell’Evangelista, è posta quasi a guardia della chiesa e dove un dipinto collega idealmente questa piccola piazza orobica alla più illustre ed universalmente nota piazza di Venezia.
Dei transiti commerciali la comunità di Albaredo ebbe sicuramente a giovarsi, anche se il periodo d'oro (si puà ben dire) di questi commerci durò una quarantina d’anni, in quanto, come vedremo, l’epidemia di peste del 1629-30 le inferse un colpo assai duro. Il quadro che della gente di Albaredo traccia un anonimo in uno scritto dell’inizio del Seicento (recuperato dallo storico Sandro Massera) è, comunque, ancora felice lusinghiero: "...E' bella gente ; ne vanno altri a Bressia, Verona, Vicenza, Padova, Venetia, massima quelli della valle del Bit per andar in bergamasca, cioè Pedesina, Albaredo, Girult: sono uomini grandi, fanno macellari o siano luganegari, bellissimi di statura, diritti e buoni per le armi et ancora huomini reali e da bene ; ne vanno assai ancora a Bologna, Ferrara, Mantova ..." (da Parizio Del Nero, op. cit.).

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Tuttavia Albaredo non era un’isola felice, e non si poté sottrarre alle tragedie di cui il Seicento fu, purtroppo, prodigo per l’intera Valtellina, che fu uno dei teatri sui quali si combatté, dal 1618, la Guerra dei Trent’Anni. La calata dei Lanzichenecchi nel milanese, dal passo dello Spluga, fra il 1929 ed il 1630, in particolare, fu all’origine di quella terribile epidemia di peste (descritta, a Milano, anche dai Promessi Sposi del Manzoni) che ridusse la popolazione valtellinese a meno della metà. Terribile fu il colpo anche per Albaredo: i suoi abitanti, da 400 che erano sul finire del secolo precedente, si ridussero a 188 nel 1638.


Valle di Albaredo

Il colpo fu inferto anche ai commerci sulla via Priula: Venezia, temendo il dilagare del morbo nella bergamasca, provvide infatti a chiuderla, anche se ciò non valse ad impedire il contagio, che si estese alla Val Brembana. È l’inizio di una lenta decadenza per la gloriosa via Priula, che venne in seguito riaperta, e ravvivata da un rinnovo degli accordi politici fra Venezia e Tre Leghe nel 1707, ma venne sempre meno curata, per cui, nella seconda metà del Settecento, giacque in uno stato di progressivo abbandono. Per questo, nel 1765 il Senato della Repubblica di Venezia revocò alle Tre Leghe i privilegi di cui godevano nei commerci con Venezia, perché queste non avevano curato la manutenzione della via, alla quale si erano impegnati nel 1707.
Tornando alla Guerra dei Trent’Anni, si deve rilevare che la Valle di Albaredo, nella quale non si diffuse la confessione riformata, fu, almeno, risparmiata dalle sanguinose lotte fra cattolici e protestanti, di cui il cosiddetto sacro Macello valtellinese del 1620 è l’atto più tristemente noto. Le difficoltà economiche dei secoli XVII e XVIII spiegano il forte flusso emigratorio che la interessò, e che ebbe come destinazione soprattutto il porto di Livorno. Qui gli emigrati, dal Seicento alla metà dell’Ottocento, esercitarono l'attività di facchini e di scaricatori, aderendo alla "Compagnia dei facchini voltolini e bergamaschi", fondata all'inizio del Seicento. Un segno di questo legame con il porto toscano è la statua lignea della Madonna del Montenero, che si trova nella chiesa parrocchiale di S. Rocco e che venne portata a mano, dagli emigrati, da un santuario di Livorno ad Albaredo, nel 1790.


Alpe Piazza

Un quadro sintetico di Albaredo nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Abramo Levi). Vi leggiamo: “La Valle del Bitto, così chiamata dal fiume qual passa per quella, è molto longa, più di 15 miglia, dov'è strada commodissima per andare nel stato de Venetiani, tanto a piedi quanto a cavallo. Ha sette parocchie, duoi nel fianco diritto, quatro nel fianco sinistro, et una in un monticello che si leva tra l'un e l'altro fianco. La prima et più lontana da Morbegno si chiama Albaredo, viceparocchiale con 60 fameglie; questa è discosta quattro miglia dalla terra di Morbegno. La seconda è chiamata Valle, lontana da Albaredo et tant'altro discosta da Morbegno. La chiesa è viceparochiale di S. Matteo; haverà tante fameglie come Albaredo et quivi passa la strada alli Veneziani”.

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Un quadro sintetico della situazione del paese a metà del settecento ci viene offerto dallo storico Francesco Saverio Quadrio, che, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), scrive: “Alberedo (Alberetum). Alberedo è la quinta Comunità [della quadra di Morbegno], per cui passa la reale e trita Via, che per la Montagna di San Marco in Val Brembana conduce.”
Nel Settecento fu un secolo di lenta ma progressiva ripresa, dopo il periodo nero del Seicento: gli abitanti, nel 1797, erano 333.
La fine del settecento è segnata dalla bufera napoleonica che si abbatté sull’Europa, e raggiunse anche la Valtellina, decretando la fine, nel 1797, del dominio delle Tre Leghe, durato poco meno di tre secoli. La dominazione francese portò molti rivolgimenti istituzionali, ma, dal punto di vista economico, non giovò alle Valli del Bitto, dove venne attuato un esbosco selvaggio (mentre nei secoli passati le pene per gli abbattimenti non autorizzati erano assai severe, e contemplavano il taglio della mano), con la conseguenza di un dissesto idrogeologico del territorio che lo espose a slavine e frane.
Fu, più in generale, una svolta importante per l'intera Valtellina, perché il periodo della dominazione francese rappresentò, secondo quanto sostiene Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno per Valtellina e Valchiavenna riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie:”L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadini-pastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati. Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci.. Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire”.

Furono anni nei quali la configurazione istituzionale della Valtellina venne più volte rimaneggiata. Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Albaredo venne assegnato al distretto di Morbegno. Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, del maggio 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Albaredo rientrava fra i settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario.

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Alla repubblica cisalpina succedette il Regno d’Italia, nel quale, con il decreto 8 giugno 1805, il comune di Albaredo venne ad appartenere al cantone V di Morbegno, come comune di III classe con 332 abitanti. Con decreto del 31 marzo 1809 venne, poi, attuata l’unificazione dei comuni di Albaredo, con Bema, Cosio, Rasura e Morbegno nel comune denominativo di Morbegno. Cadde Napoleone, ma questa aggregazione venne confermata nel 1815, dopo il 22 aprile 1815, data dalla quale il dipartimento dell’Adda venne aggregato ai domini della casa d’Austria nel regno lombardo-veneto (comparto 1 maggio 1815). Albaredo aveva allora 314 abitanti. In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardo-veneto del 12 febbraio 1816 il comune di Albaredo, di nuovo autonomo, fu inserito nel distretto IV di Morbegno.


Alpe Piazza

Il dominio asburgico mise in atto diversi provvedimenti favorevoli alle economie locali, ma ingiunse ai comuni di mettere in vendita i propri beni per risanare i bilanci. Ad Albaredo questi furono acquistati non da singoli, ma da un consorzio dei capifamiglia della comunità, al fine di evitare una frammentazione che avrebbe avuto conseguenze negative nella fragile economia del paese.
Le vicende risorgimentali portarono alla cacciata degli Austriaci ed alla proclamazione del Regno d'Italia, nel 1861: Albaredo contava allora 358 abitanti e 70 case. Cambiò anche la denominazione ufficiale del comune: il 28 giugno 1863, infatti, Vittorio Emanuele II autorizzò la nuova denominazione di Albaredo per San Marco.
La patria italiana si era appena costituita, che già chiamava i suoi cittadini a servirla in armi nella III Guerra di Indipendenza, combattuta contro l’Impero Asburgico nel 1866. Vi parteciparono Del Nero Tomaso, Del Nero Vincenzo, Mazzoni Domenico, Mazzoni Michele, Mazzoni Pietro, Mazzoni Ambrogio, Mazzoni Alessandro, Petrelli Pasquale, Ravelli Pietro e Tarabini Vitale.


Val Pedena

Iniziava nell’Italia postunitaria un periodo di progressivo miglioramento delle condizioni economiche del paese, che, pur non interrompendo il flusso migratorio, che durava ormai da qualche secolo e che si era concentrato, in tempi più recenti, verso gli Stati Uniti, portò ad un aumento del numero degli abitanti, che salirono nel 1871 a 441, nel 1881 a 468 e nel 1901 a 535. In quegli anni all'antica e gloriosa Via Priula si sostituì la nuova pista che da Morbegno sale ad Albaredo, tracciata fra il 1800 ed il 1885 e mandò in pensione la "strada de la cà" (con riferimento alla Ca' San Marco).
Dall’opera “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), ricaviamo diverse interessanti notizie statistiche sul paese intorno agli anni ottanta dell’ottocento, riportate nella seguente tabella:

 

Frazioni principali:
-

Mandamento
Morbegno

Numero delle case al 1865: 77

Numero di famiglie al 1865: 80

Abitanti nel 1881: 468

Patrimonio al 1865 (in Lire):47469

Passivo al 1883 (in Lire):
-

Latteria/e
(anno di fondazione. Kg. Di formaggio e di burro prodotti):-

Sordomuti (m e f):
-

Ciechi (m e f): -

Cretini
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Vi si trovano anche le seguenti indicazioni sugli alpeggi (fra parentesi: proprietà, numero di vacche sostenibili, prodotto in Lire per vacca, durata dell’alpeggio in giorni): Piazza (comunale, 70, 50, 84); Lago (privata e comunale, 70, 50, 84) Pedena (privata, 70, 50, 84) Orta Soliva (privat, 70, 50, 84).
La Guida alla Valtellina, edita dalla sezione Valtellinese del CAI nel 1884, così descrive la Valle di Albaredo: “Una strada di recente costrutta, quasi carrozzabile, lascia Morbegno e con brevi e numerosi andirivieni, attraverso vigneti e selve, sale le falde del monte, lino a entrare nella valle del Bitto per la pendice orientale, al di sopra del profondo e dirupato burrone per cui essa trova sbocco. Poi in rapina salita , passando attraverso varii casolari, e sempre per luoghi ameni, conduce ad Albaredo (800 m.421 ab.).
Di là una strada mulattiera ben mantenuta sale ancora per poco sino ai casali di Sarten e alla Madonna delle Grazie, poi, abbassandosi, raggiunge il torrente che scende dalla Valle Pedena , dalla quale è facile il passo alla valle di Tartano, quindi, attraversando con varie giravolte una stupenda foresta di abeti e larici, sale al Dosso Cerico, casolare in amenissima posizione. Poscia continua addentrandosi nella val d'Orto fino al passo (1826 m.), in prossimità del quale vi ha una cantoniera o casa di rifugio detta Ca di S. Marco, dove i viaggiatori possono trovare conforto di cibo e qualche letto per riposare. Da Ca di S. Marco, per la val Mora, si scende ad Averara, e quindi a Olmo sul Brembo, e di là a Piazza, a S. Pellegrino e a Bergamo. Da Morbegno al passo occorrono circa cinque ore e mezzo di cammino; dal passo a Olmo circa tre ore.

La strada di s. Marco, dichiarata provinciale, è mantenuta lungo la valle del tutto a spese dell'intera provincia. Essa è la migliore e la meno alta tra le varie strade che attraversano la catena Orobia. È tuttavia molto frequentata: in passato, prima della costruzione della strada carrozzabile da Lecco a Colico, era frequentatissima, giacchè per essa passavano le mercanzie che da Venezia e dallo stato Venero si importavano nella Svizzera e Germania orientale per i valichi dello Spluga, del Septimer e del Maloja.
I Grigioni, nel trattato d’alleanza conchiuso colla Repubblica di Venezia nel 1706, si erano impegnati a rendere carreggiabile la strada di S. Marco nel versante valtellinese: il non aver essi mantenuto questo patto fu una delle ragioni addotte nel 1763 al Senato veneto, per ottenere lo scioglimento dell'allea va e la cessazione dei privilegi di cui essi Grigioni godevano a Venezia.
Dalla Ca di S. Marco, portandosi per un facile passo in vai Pedena, si può in tre ore circa raggiungere il monte Azzarini (2430). E si può anche per il passo di Verobbio e la valle Bomino scendere a quella di Gerola.”

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Alpe Piazza

Albaredo pagò, come tutti i comuni di Valtellina, il proprio tributo alla Prima Guerra Mondiale, nella quale caddero Mazzoni Giuseppe, Mazzoni Pietro (classe 1855), Mazzoni Pietro (classe 1895), Del Nero Carlo, Del Nero Guido, Del Nero Domenico e Furlini Giovanni. Furono dichiarati dispersi, inoltre, Petrelli Carlo, Mazzoni Giuseppe, Tarabini Ercole, Mazzoni Aurelio e Petrelli Celestino.
Anche nel secolo XX si confermò la tendenza demografica alla crescita: nel 1911 gli abitanti erano 533, nel 1921 547, nel 1931 544, nel 1936 562.
Ecco come Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”, nel 1928 (V ed.), presenta il paese: “Dopo una ventina di minuti si giunge ad Albarédo (m. 996 - ab. 555 - P. - Telef. (priv.) - buon soggiorno estivo - ost. con allog. - latt. soc. - soc. allev. di bovine, soc. elett.), centro di amene escursioni che tutte offrono bellissimi panorama. Nella contrada di sopra, all'esterno di una vecchia casa, si riconosce ­ tuttora un affresco colla data del 1402. La parrocchiale, dedicata a S. Rocco, possiede qualche buon dipinto del 700, tre càmici con preziosi pizzi antichi, e un gran piatto di bronzo, di fattura molto simile a quello di Andato. Una larga mulattiera da Albaredo, attraverso praterie, rimonta a sud tutta l'amenissima valle. Dopo un'ora si trova la chiesetta della Madonna delle Grazie (Madonnina), che possiede una piccola ancona del 600. La strada indi scende al fiume Pedéna (belle cascate) e sale attraverso resinose al ridente Dosso Civico, ove trovasi una fonte ferrugginosa. Poco sopra attraversa per circa un'ora un bel bosco di abeti, per poi discendere all'Alpe Orta, nella cui casera, in estate, si può trovare latte, uova e ricovéro. La strada sale poi a risvolti le cosidette Scale d'Orta: in un'ora si giunge al Passo di S. Marco (m. 1915).
Scendendo per un quarto d'ora, a m. 1832, trovasi l'antica canton. Ca S. Marco, dalla quale, in tre ore, si discende a Mezzoldo o ad Averara in Val Brembana. Dopo la chiesa della Madonnina una mulattiera sale la valle Pedena all'alpe e al passo omonimi e scende in Val del Tartano. Salendo la cresta a sud si tocca il pizzo Azzarini (m. 2437) da cui si può calare a Cà S. Marco. Sotto il Dosso Gerico una mulattiera scende a destra la valle, e sale attraverso boschi all'alpe Garzino (elegante chàlet di casa Melzi). Un sentiero poi sale all'alpe Dosso Cavallo, dal quale si può portarsi a Gerola, o, seguendo la cresta a nord, giungere a Berna, che s'adagia sull'ameno poggio che divide le due vallette. Un sentiero a sud conduce al Passo di S. Marco.

La Valle del Bitto, divisa in due rami, detti di Albaredo e di Gerola, sugli alpeggi estivi produce dei formaggi grassi assai accreditati. Il latte è lavorato quasi ovunque in comune dai proprietari.”
Durante la Seconda Guerra Mondiale caddero Tarabini Ettore, Rovelli Carlo, Del Nero Valerio e Ravelli Giovanni, mentre furono dichiarati dispersi Del Nero Tomasino, Del Nero Olindo, Mazzoni Ugo, Mazzoni Guido, Del Nero Virgilio, Ravelli Aquilino, Furlini Pietro e Mazzoni Franco.
Nel secondo dopoguerra la popolazione fece un nuovo balzo in avanti: nel 1951 raggiunse 631 abitanti, nel 1961 637, e nel 1966 il numero di abitanti raggiunse il tetto massimo: ben 640.
Poi il boom economico e l’impiego di un numero sempre maggiore di persone nelle aziende e nelle attività produttive del fondovalle innescò una nuova emorragia nel numero di abitanti, anche se i legami con la comunità d’origine restavano ben vivi. Ecco gli abitanti tornare, quindi, nel 1971 a 487 e nel 1981 a 473. Gli anni Sessanta sono anche legati alla realizzazione di un progetto che venne formulato già all’inizio del secolo, quello di una carrozzabile che, sostituendo la gloriosa via Priula, consentisse di collegare la Valle di Albaredo alla Val Brembana, valicando il passo di S. Marco.


Valle di Albaredo

Per la verità i progetti in campo per la realizzazione della Transorobica che collegasse Valtellina e versante bergamasco erano più d'uno: accanto a quello legato al passo di S. Marco ne venne proposto, per esempio, anche uno che prevedeva di utilizzare la direttrice Sondrio-Foppolo, passando per la Valle del Livrio. Prevalse, però, alla fine, la soluzione più semplice. Il 4 aprile del 1966 sul versante Bergamasco la rotabile raggiunse il passo, con l'inaugurazione dell'ultimo tratto Mezzoldo-Ponte dell'Acqua-Passo di S. Marco. Il 7 settembre del successivo 1967 si cominciò a tracciare la prosecuzione della strada, che scendeva nella Valle di Albaredo e completava la Transorobica. La costruzione procedette dal passo scendendo verso Albaredo; è curioso osservare che, nell'aggiornamento della carta dell'Istituto Geografico Militare, del 1971, la strada ha già superato la Valle di Lago, ma non ha ancora raggiunto la Valle Piazza. Il battesimo della notorietà giunse una ventina d'anni dopo, quando, nel 1986, la strada venne inserita nel percorso del Giro d'Italia, che vi passò il 27 maggio. Una strada che ha dato impulso alla valorizzazione turistica della valle, e che fu subito molto praticata da ciclisti e motociclisti.



Valle di Albaredo

La seguente tavola, tratta da “Agricoltura e lavoro agricolo in Provincia di Sondrio” di Federico Bocchio (edito dalla Camera di Commercio I. A. di Sondrio nel 1965) offre un quadro interessante della situazione agricola del comune alla metà degli anni Sessanta, riportando le ore annue impegnate nelle diverse attività nei diversi mesi, da gennaio (prima colonna) ma dicembre (ultima colonna; i numeri accanto al nome del comune riguardano rispettivamente la popolazione residente P.R., la popolazione attiva P. att. – fra parentesi la popolazione maschile -, il numero delle aziende con bestiame ed il numero totale di aziende – a destra del comune – ed infine la popolazione agricola P. Agr. – fra parentesi la popolazione maschile -):

Interessante anche la seguente tavola, tratta dal medesimo studio:


Attualmente Albaredo, attraverso molteplici iniziative di animazione e promozione culturale estiva, si pone fra i comuni che più attivamente valorizzano le risorse naturalistiche ed etnografiche di un territorio vocato ad un turismo che sarebbe difficilmente qualificabile come “minore”.
Il resto è storia assai recente: nel 1991 si assistette ad un incremento della popolazione, che salì a 481 abitanti, ridiscesi, però, a 408 alle soglie del terzo millennio (2001). Il dato è sostanzialmente confermato nel 2005 (409 abitanti).
C’è un vecchio modo di dire scherzoso, in quel di Albaredo, che si usa quando si vuol far credere a qualcuno una storia incredibile, facendolo passare per credulone: “Guarda che sulla luna c’è gente di Albaredo che spala la neve”. Se, invece, diciamo che sulla terra c’è gente di Albaredo che custodisce, gelosa ed appassionata, la propria terra, non si racconta di certo una panzana.

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BIBLIOGRAFIA

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AA. VV., "La Valle del Bitto di Albaredo", numero speciale di Flash, periodico di Albaredo, lug 1977

"Gli alpeggi della Valle" [a cura della Pro loco Valle del Bitto di Albaredo]. - [S.l. : s.n.] : [198.?]. - Dattiloscritto

Ravelli, Giuseppe, "La strada di San Marco nella Valle del Bitto di Albaredo", in Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, aprile 1991

Angelici Luisa, Boscacci Giovanni, "Lago di monte Lago", in Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, dicembre 1999

Savonitto, Andrea, "Le Valli del Bitto - Escursionismo, arrampicata e cultura alpina nel Parco delle Orobie Valtellinesi", CDA Vivalda, Torino, 2000

Del Nero, Patrizio, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, Sondrio, 2001

Del Nero, Patrizio, "Eriu e la bisciõla di Albaredo: storia e leggenda del dolce più fragrante e buono delle Alpi", Sondrio, 2002

Angelici Luisa, Boscacci Giovanni, "L'avez de Vüsenda", in Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, aprile 2005

AA. VV. (a cura di Guido Combi), "Alpi Orobie Valtellinesi, montagne da conoscere", Fondazione Luigi Bombardieri, Bonazzi, Sondrio, 2011

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