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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Dosso Chierico-Casera di Pedena
1 h e 30 min.
520

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Un sentiero, un mistero, anzi, molti misteri, molti fatti arcani. In valle del Bitto di Albaredo, nei luoghi la cui fama era legata, in passato, ai commerci plurisecolari fra Valtellina e Repubblica di Venezia, ed è ora legata alla produzione del più rinomato e pregiato formaggio valtellinse, il Bitto, proprio qui troviamo un cuore oscuro, due valli strette, incassate, profonde e tenebrose, le valli di Lago e di Pedéna. In alto, questa seconda valle si eleva, luminosa, fino al passo omonimo, che congiunge la valle di Albaredo con la val Budria (ramo occidentale della valle di Tartano).
Ma più in basso il suo carattere cambia. La fosca suggestione dei luoghi ha generato una leggenda, che da tempo immemorabile si racconta in questa valle. Protagonista è un pastore, tal Dario Perlina di Talamona, detto Sassello, giovane sicuro e baldanzoso. Lasciò, una notte di fine estate, Albaredo, per ritirare una forma di Bitto alla Casera di Pedena. Il campanile aveva appena battuto i due rintocchi. La notte era nel suo cuore più profondo. Saliva lungo la via Priula, e giunse alla sinistra val Viaga, infestata da streghe che si divertivano a terrorizzare, con le loro grida impressionanti, i viandanti. Qui è posta una cappelletta, appena prima di un masso che incombe sul sentiero: si dice che colui che non rivolge una preghiera alla Madonna, muore in modo orribile, schiacciato dal quel masso che, posto lì dalle streghe, si stacca, precipita sul suo capo per poi tornare al suo posto. Il Sassello, che era sì baldanzoso, ma non imprudente e, men che meno, impudente, si fermò e pregò la Regina dei Cieli. Passò, quindi, oltre, ed il masso non si mosse. Solo, si udivano provenire dal bosco suoni inquietanti, quasi risate agghiaccianti, che parevano dire: non pensare di averla scampata! Affrettò il passo, dunque, e raggiunse la chiesetta della Madonna delle Grazie, dove sostò per lasciare un'offerta nell'apposita bussola.
Mentre frugava nelle tasche per cercare la moneta, gli cadde l'occhio sulla profonda ed oscura forra che precipita nel torrente Bitto, e rimase impietrito: una luce azzurrognola, anzi, una sfera di luce azzurrognola se ne stava là, sospesa sull'abisso oscuro. Mentre faceva gli occhi piccoli per cercare di capire di che cosa si trattasse, il suono della campanella, che squarciò, improvviso, il silenzio, lo fece balzare indietro per lo spavento. Non c'era nessuno lì, nessuno nella chiesetta. Eppure la campana diede diversi rintocchi, prima che la sua voce morisse nel buio di quella notte senza stelle.
Il Sassello tratteneva il fiato, incapace di muoversi. Stava da qualche istante così, quando un nuovo evento prodigioso si manifestò ai suoi occhi: la sfera di luce divise in un gran numero di fiammelle, che salivano, ora, dalla forra verso la chiesetta.
Si scosse, allora, decise di scapparsene via, ma, non appena volse le spalle alla forra, si trovò davanti una figura che sembrava sbucata fuori dal nulla. Una figura di sacerdote, molto vecchio e stanco, con un Messale in mano. Prima che potesse riaversi da quest'ultima sorpresa, il sacerdote, con una voce calma, profonda, gentile, gli chiese di aiutarlo a servire Messa. La porta della chiesetta era aperta, le candele accese. Le fiammelle erano ormai al sagrato della chiesetta. Il Sassello sentì un'istintiva fiducia in quel prete canuto, lo seguì nella sagrestia, lo aiutò a rivestire i paramenti sacri e, quando questi uscì all'altare, lo accompagnò come i chierichetti fanno all'inizio della Messa. Ma a sorpresa si aggiungeva sorpresa, a prodigio prodigio: era bastato quel poco tempo trascorso in sagrestia, perché la chiesa si riempisse di gente. Gente pallida, mesta, di ogni età, condizione ed aspetto: c'era il pastore e c'era il signore, c'era la nobildonna e c'era l'umile lavandaia.
Non erano vivi, quelli, era la Messa delle anime defunte, ora lo comprendeva. Quanti e quali pensieri si affollarono nella sua mente durante la mesta liturgia, neppure lui avrebbe saputo dirlo. E giunse anche il commiato: "Ite, missa est". Fu percorso da un tremito, lo prese il timore che quelle anime defunte, lasciando la chiesetta, se lo portassero via con sé. Ma così non fu. Uscirono, composte e lente, le anime. Stava per uscire anche il sacerdote, ma si fermò e lo guardò. Nel suo sguardo c'era benevolenza e riconoscenza. "Quelle che hai visto, se non l'hai capito da te stesso, non erano figure di vivi, ma di morti, di anime che scontano la loro pena nel Purgatorio. Una pena che ha termine solo con la celebrazione della Messa dei morti, ma questa è possibile solo con la presenza di un vivo. Tu l'hai resa possibile. Tu hai concesso loro la liberazione dalle pene. Per questo le anime saliranno in Paradiso, e tu, come premio, sarai fra loro". Questo gli disse, ed uscì anch'egli, lasciandolo solo nella chiesetta, in compagnia di un interrogativo che non riusciva a sciogliere: cosa volevano dire quelle parole?
Basta con i misteri, basta con le apparizioni, ne aveva avuto a sufficienza. Di buona lena, riprese il cammino. Non vedeva l'ora di raggiungere la casera di Pedena, per scoprire, magari, che tutto quanto gli era successo era solo immaginazione. Scese al ponte Binnocchio, passò oltre e raggiunse quello di Pedena. Per far prima, non passò per quel ponte, ma prese a sinistra, alla curva di monte Scala, imboccando un sentiero che corre nel cuore di un fitto bosco. Dopo pochi passi, eccolo ad un ponticello di legno. Stava per passarlo, quando acadde un nuovo prodigio. Una luce, rossastra, illuminava il sentiero. Una figura prese corpo dentro quella luce, proprio nel mezzo del ponticello. Una figura difficile da descrivere. Ad un primo sguardo la si sarebbe potuta scambiare per un uomo nudo, basso, tarchiato. Ma poi, ad un esame più attento, quella figura sembrava avere ben poco di umano. Un viso gonfio, pieno di bitorzoli, con due grandi orecchie simili a quelle di un maiale, due corna in cima alla fronte, due occhi che sembravano tizzoni ardenti. I piedi, poi, erano deformati, sembravano zampe di uno strano animale, un misto fra una capra ed un maiale. Ed un gran puzzo di zolfo confermava che niente di umano stava di fronte al Sassello. Lui non ebbe dubbi: questo è il diavolo! Si fece, prontamente, il segno di croce. E la figura reagì subito, con una voce irata, terribile: "Come osi! Non sai chi hai di fronte? Io solo il signore di tutte le creature del bosco. E sono anche il tuo signore! Mi devi prestare obbedienza e venerazione!"
"Non ci penso nemmeno!", fu la risposta pronta e ferma del pastore. Uno che aveva servito la Messa dei morti, non poteva farsi spaventare neanche dal diavolo in persona. Fu quello che pensò, rispondendo senza paura a quell'essere mostruoso.
"Chi sei tu, che osi rispondere così al signore delle tenebre?" replicò, gonfiandosi e sprizzando scintille, il diavolo. "Io sono uno che se ne va con le anime salvate in Paradiso": fu questa la risposta che gli venne. Non sapeva neanche lui perché, ma gli erano rimaste scolpite nella testa le parole di quel vecchio prete, ed adesso le aveva sulle labbra.
A quella risposta, Belzebù fu come colpito da uno schiaffo, si gonfiò ancora di più, fece come se dovesse avventarsi sul pastore, ma, con un balzo, saltò giù dal ponte, sprofondando, con un grido orribile, nella forra. La terra si aprì, lo inghiottì, poi si richiuse. Si era fatto nuovamente silenzio. Un silenzio pesante come le gambe del Sassello. Ne aveva viste troppe. Era stremato. Chiamò a raccolta le ultime energie, varcò il ponticello e riprese a salire nel bosco. Non sapeva neppure lui come, ma alla fine ne uscì, alla casera di Pedena. Intanto qualche stella era apparsa in cielo, ma era anche venuta l'ora in cui la luce delle stelle è coperta da quella dell'alba. Bussò, con la poca forza che gli restava, alla porta della casera. Vennero ad aprire i suoi amici, ma non lo accolsero come si sarebbe aspettato. Non gi sorrisero, non lo salutarono. Rimasero sulla porta, un po' interdetti. "Chi siete, buon uomo?", gli chiesero.
Cosa accadeva? Era, questo, l'ultimo progigio? Non bastavano quelli della notte? Ne doveva accadere uno anche all'alba?
Rimasero così, il Sassello ed i suoi amici, per diversi istanti, e non avresti saputo dire chi era più stupito. Alla fine fu il Sassello a rompere il silenzio: "Amici, chi volete che sia, sono io". Lo riconobbero dalla voce. Era Dario. Ma non era più lui. Non era più il Dario nel fiore della giovinezza, il loro compagno di scherzi, avventure, camminate. Avevano di fronte un vecchio, curvo e canuto. Se n'era reso conto il Sassello? Nessuno lo saprà mai. Si racconta solo che chiese di entrare e di coricarsi, perché non ce la faceva più. Non gli fecero alcuna domanda. Lo accompagnarono al giaciglio e, per non disturbarlo, uscirono, per regolare le mucche.
Si addormentò subito, il Sassello, e nessuno seppe mai quali furono gli ultimi suoi pensieri. Quando tornarono gli amici, era quasi mezzogiorno, lo chiamarono, per farsi raccontare cosa gli era successo. Invano. Il Sassello non si destò. Era andato in Paradiso, come gli aveva predetto il vecchio prete. Questo era stato il suo premio per aver servito la Messa dei morti ed aver resistito alle tentazioni del demonio.
Da allora questo tragitto fu denominato “Sentiero dei Misteri”, e si dice che, percorrendolo nelle notti di luna piena, si abbiano buone probabilità (o si rischi molto, a seconda dei punti di vista) di essere testimoni di eventi arcani, prodigiosi, terribili.
Scettici? Beh, ciascuno prenda la leggenda come meglio gli aggrada. Quel che è certo è che percorrere il sentiero è sicuramente un’esperienza escursionistica interessante, anche se, prima di farlo di notte, è assolutamente consigliabile memorizzare il percorso di giorno, perché c’è qualche punto un po’ esposto e si attraversano un paio di prati al limite dei quali non è facile ritrovare la traccia, se manca la luce del giorno. Partiamo, allora, dalla piazza S. Antonio di Morbegno e, seguendo le indicazioni per Albaredo-passo di San Marco, raggiungiamo il bellissimo paesino che è cuore della valle omonima (m. 898). Visitata la bella chiesa che è guardata a vista da un leone (simbolo della potenza della Serenissima, dal commercio con la quale la valle traeva ricchi vantaggi), incamminiamoci sulla via Priula (la troviamo poco a destra del ristoro “Il cumpanadech”), superando l’arcana val Viaga e la più aperta valle Fregera. In corrispondenza del ristoro Via dei Monti, attraversiamo la strada asfaltata che conduce al passo e, percorrendo una strada sterrata, raggiungiamo l’oratorio della Madonna delle Grazie (m. 1157). Fin qui possiamo giungere anche con l’automobile: poco più di quattro chilometri oltre Albaredo troviamo, infatti, la deviazione a destra conduce al parcheggio nei pressi dell’oratorio. Scendiamo, poi, seguendo l’elegante tracciato della via cinquecentesca, fino ad un primo ponte (il ponte Binnocchio), che attraversa il torrente della valle Piazza, per poi raggiungere un secondo ponte, sopra il torrente della valle di Lago.
Appena prima del ponte, sulla sinistra, parte il Sentiero dei Misteri, segnalato da un cartello di colore blu. Il sentiero, in breve, raggiunge un terzo ponte, che, dopo l’apparizione di cui narra la leggenda, venne chiamato ponte del diavolo. Il ponte permette di attraversare il torrente della valle di Lago, per poi risalire lo stretto crinale di un dosso, che guarda, da entranbi i lati, su profonde forre. Dopo una breve uscita dal bosco, presso la cascina Scala (che si può raggiungere staccandosi, sulla sinistra, dal sentiero), il sentiero rientra nell’atmosfera sospesa del bosco. Raggiunta una ripida ed ampia radura, la si risale, per rientrare nel bosco alla sua sommità, sul lato destro (un secondo cartello ci aiuta a ritrovare la traccia).
Dopo un’ulteriore traversata, che ci fa progressivamente avvicinare al tracciato della strada asfaltata che corre più in alto, raggiungiamo alcuni secchi tornantini e saliamo ad intercettarla, quasi inaspettatamente. Uno scenario ben diverso si apre, allora, ai nostri occhi: dall’arcano regno delle ombrose (o tenebrose, di notte) fronte, eccoci consegnati alla luminosa presenza della valle Pedena, coronata dall’ampia e tranquilla sella del passo omonimo.
Se non vogliamo tornare per la medesima via di salita, possiamo percorrere un elegante anello che ha il suo punto più alto nel passo di san marco. Siamo a quota 1560, e dobbiamo incamminarci lungo la strada che porta al passo. Dopo la casera di Pedena, si incontra quella d’Orta (m. 1724). Sotto la casera si trova l’alpeggio omonimo, uno dei più pregiati della valle. Dopo diversi chilometri, appare finalmente il passo (m. 1992), facilmente individuabile per i tralicci che lo valicano. Oltre il passo si può scorgere, tempo permettendo, uno spaccato dell’alta val Brembana. Dalla leggenda alla storia: il ritorno può avvenire su un tracciato di notevole rilievo storico, la già citata via Priula, che abbiamo lasciamo appena prima dell’imbocco del ponte sulla valle di Lago. Questa via cinquecentesca assicurava i transiti commerciali da e per il territorio bergamasco, controllato da Venezia. Il suo percorso scende, elegante, lungo il fianco occidentale di un dosso, per poi valicarlo e, piegando leggermente a destra, raggiungere l’alpe di Orta vaga. La discesa prosegue ed il sentiero, attraversato il torrente della valle, entra nel bosco, con un tracciato che taglia il lungo dosso della Motta.
Al termine del dosso si raggiunge il dosso Chierico (m. 1219), splendida oasi di pace che improvvisamente precipita, con la più ripida fra le forre del Bitto, nel cuore oscuro della valle.
Ma noi, seguendo il tranquillo sentiero (che si fa comoda carrozzabile), scendiamo, in breve, al ponte della valle di Lago, per poi tornare, con un ultimo sforzo in salita, all’oratorio della Madonna delle Grazie, dopo circa 5 ore di cammino, con un dislivello di circa 950 metri.
Se, invece, ci limitiamo a risalire il Sentiero dei Misteri, per poi tornare per la medesima via, le ore si riducono a 3, ed il dislivello è di circa 520 metri. Se, infine, vogliamo partecipare ad una sorta di kermesse estiva che celebra la memoria di questi eventi prodigiosi, potremo, con ampia compagnia e nella cornice di una suggestiva manifestazione, salire sul far delle tenebre, per approdare ad un ristoro organizzato alla casera di Pedena.

 

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