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Apri qui una fotomappa del versante orientale della Valle del Bitto di Albaredo

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Deviazione per Baitridana
7 ore e 30 min.
800
EE
SINTESI. La traversata richiede buon allenamento, buona visibilità e buon senso di orienamento. Saliamo da Morbegno fino ad Albaredo e proseguiamo fino a trovare, dopo il secondo tornante dx (km 15), una stradina che si stacca dalla Provinciale per San Marco sulla sinistra. La imbocchiamo fino ad un parcheggio. Saliamo per il marcato sentiero presso il parcheggio, che sale a Scöccia, Corte Grassa, Corte Grande e Cornelli, intercettando un sentiero che, percorso verso destra, passa a monte dell'alpe Baitridana porta al rifugio Alpe Piazza (m. 1835). Il sentiero (Gran Via delle Orobie) prosegue superando una valletta e sale all'alpe Lago, al baitone ed al bivacco bivacco Legüi. Appena sotto il baitone, però, lo lasciamo prendendo un sentiero che attraversa un vallone e si porta all'ale Lago, fino alla baita di quota 1887 sull'alpe Lago. Ignorato il sentiero che scende a destra, saliamo alla baita più alta di quota 1920, scendendo poi al baitone di quota 1909 e poassando alla sinistra della baita quotata 1824. Dopo un tratto nel bosco usciamo ai prati della Stabiena (m. 1793), Segue un tratto impegnativo, fra petraie e ontani (passaggi attrezzati), che conduce alle soglie del circo terminale della Val Pedena, dove dobbiamo salire ad intercettare una larga mulattiera che sale dal fondovalle. Seguendola, saliamo ad un bivio segnalato da cartelli, e proseguiamo la salita fino ad una baita alta dove siamo ad un nuovo bivio: ignorato il sentiero che sale a sinistra verso il passo di Pedena, prendiamo a destra avvicinandoci al limite della Val Pedena. Segue una traversata su traccia molto incerta ed intermittente, con pochi segnavia, che richiede molto senso di orientamento, fino al Dosso della Motta. Il sentiero prosegue, prima scendendo, poi risalendo verso l'alpe Orta Soliva. Dopo una svolta a sinistra, a quota 1890 metri circa vediamo aprirsi, in alto, il circo dell’alpe d’Orta, che si stende ad ovest del monte Azzarini (m. 2431). È, questo, un punto molto importante, da memorizzare: sulla fascia di prati che si apre in basso, alla nostra destra, vediamo un pilone di sostegno di una teleferica; sulla mulattiera troviamo un mucchietto di sassi con dei pali arrugginiti; a destra del sentiero, una debole traccia se ne stacca e scende in diagonale i ripidi prati: dobbiamo usarla per la discesa alla strada provinciale per il passo di S. Marco. In un tratto sorretto da muretto a secco passiamo a sinistra del torrente della Val d'Orta, scendiamo restando sul lato destro dei prati e, dopo una nuova porta nella roccia, scendiamo lungo l'ultima fascia di prati sopra la provinciale, scendendo lungo la quale torniamo all'automobile.


Apri qui una panoramica dall'alpe Piazza

Una giornata dedicata alla conoscenza dei luoghi maggiormente legati alla produzione del celeberrimo Bitto può essere ben spesa effettuando una traversata che tocchi i più pregiati alpeggi del versante orientale della Valle del Bitto di Albaredo (val del bit de albarée), l’alpe Baitridana, l’alpe Piazza, l’alpe Lago, l’alpe Pedena e l’alpe di Orta Soliva. Traversata che, in buona parte, coincide con il percorso della variante bassa della Gran Via delle Orobie, che scende nella valle dal passo di San Marco, per poi traversare alla Val Tartano. Il sentiero che utilizzeremo per la traversata non è difficile, ma in alcuni punti richiede attenzione e capacità di orientamento.
Non possiamo, però, raccontare l’escursione senza prima aver presentato gli elementi di base per capire cos’è e come funziona un alpeggio. Ci aiuta Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, edito da IntesaBci nel 2001), nel quale descrive la struttura e l’organizzazione tipica degli alpeggi orobici nell’area del Bitto (dalla Val Lesina, ad ovest, alla valle del Livrio, ad est): “ Gli alpeggi di questa zona, anche quelli comunali, erano prevalentemente dati in affitto a comunità di pastori. A tale tipo di gestione corrisponde una struttura architettonica ben precisa: il pascolo d’alpeggio è suddiviso in bàrech, un reticolo di muretti a secco, più o meno regolare, che delimita “il pasto” di una giornata di malga. Questa suddivisione permette di sfruttare razionalmente il pascolo. Il pascolo non è infatti ricco e, se il bestiame fosse lasciato libero, finirebbe con l’esaurirsi anzitempo. In ogni alpeggio il bestiame si sposta dunque quotidianamente da un bàrech all’altro, restando prevalentemente all’aperto (in pochi alpeggi sono previsti stalloni – baitùu – o tettoie aperte per il ricovero notturno o in caso di brutto tempo).


Panoramica dall'alpe Piazza

Numerose baite sono collocate sull’alpeggio in corrispondenza dei principali spostamenti. Al centro dell’alpeggio c’è la caséra, la costruzione dove si depositano i formaggi e le ricotte per la salatura e la conservazione temporanea… La necessità di sorvegliare il bestiame durante il pascolo di notte, lontano dalla baita dei pastori, era risolta con una particolare forma di ricovero temporaneo, il bàit. Si tratta di un rifugio trasportabile in legno con copertura inclinata rivestita, negli esempi più recenti, in uso fino a qualche anno or sono, in lamiera. Il bàit era diffuso in val Tartano e nelle valli del Bitto e del Lesina; a volte era a due posti. Nella parete laterale è ricavata una apertura trapezoidale per l’accesso con sportellino in legno, mentre in testata sono ricavati due fori per l’aria e per infilarvi due lunghi bastoni per il trasporto a spalla da una sede all’altra. Caratteristico delle valli del Bitto e Lesina, ma presente in passato anche in val Tartano, è il caléc. Esso era utilizzato nel caso in cui la permanenza dei pastori in una certa parte dell’alpeggio superava i 5-6 giorni. Questa struttura consiste essenzialmente nei quattro muri perimetrali e in una apertura a valle per l’accesso. La copertura veniva realizzata di volta in volta con elementi provvisori, per esempio una struttura in legno e un telo. La distribuzione interna degli spazi è simile a quella della baita in muratura, con il paiér (il focolare), il supporto girevole in legno per la culdèra e un ripiano sul quale si poggiavano i formaggi ad asciugare. In alcuni alpeggi, infine, è presente il baituu, una grande stalla per il ricovero delle mucche in caso di maltempo. Si tratta di una costruzione molto allungata (20-30 metri) a un solo piano, con muratura in pietrame a secco e tetto a due falde con manto di copertura in piode selvatiche (se il fronte verso valle è aperto la costruzione prende il nome di tecia)… I baituu ospitavano fino a 90 capi di bestiame. All’interno, in un soppalco ricavato nelle capriate del tetto alloggiavano due pastori.
Raggiungiamo, dunque, la piazza S. Antonio di Morbegno, attraversiamola verso sud ed imbocchiamo la strada per Albaredo-Passo di San Marco. Superate Arzo (aars), Valle (val) e Campo Erbolo (campèrbul), frazioni di Morbegno, raggiungiamo Albaredo (m. 910). Proseguiamo sulla strada per il passo di san Marco. Dopo un tornante sinistrorso, troveremo una prima deviazione a destra, che conduce alla chiesetta della Madonna delle Grazie, al sentiero dei Misteri, al dosso Chierico ed alla via Priula. La ignoriamo e proseguiamo, affrontando un tornante destrorso, uno sinistrorso ed un nuovo tornante destrorso.
Quando incontriamo il cartello che segnala il km 15 sulla strada provinciale 8 per S. Marco, prestiamo attenzione, sulla nostra sinistra, alla deviazione per Cornelli-Baitridana-rifugio Alpe Piazza, segnalata da una serie di cartelli, che annunciano che mancano ancora 3 km al rifugio Alpe Lago. Qui di cartelli, per la verità, ce ne sono diversi, e ci segnalano che la stradina asfaltata che sale ci porta verso il rifugio Alpe Piazza, il bivacco Legüi, la quota 2000 ed il monte Lago. Il cartello relativo al sentiero 132 dà la Corte Grande a 40 minuti, i Cornelli ad un'ora e 10 minuti ed il rifugio Alpe Piazza ad un'ora e 20 minuti. Un cartello della Comunità Montana di Morbegno, infine, dà il monte Lago a 2 ore e 30 minuti.
Chi volesse effettuare una bella salita in mountain-bike, può sfruttare questa pista, che, dopo un tornante destrorso ed uno sinistrorso, conduce ad un parcheggio, oltre il quale il transito dei veicoli non autorizzati è vietato (ma si può acquistare il permesso). Proseguendo, si effettua, su fondo sterrato, un lungo traverso in direzione nord, attraversando il solco della val Fregera e raggiungendo il limite orientale dei maggenghi di Egolo. Poi si incontra un tornante destrorso, uno sinistrorso ed un ultimo destrorso, prima dell'ultimo traverso in direzione sud-est e sud, che ci porta al termine della pista, in località Cornelli (m. 1739). La località è molto panoramica: lo sguardo raggiunge l'alto Lario.
Se invece saliamo a piedi, lasciamo l’automobile su uno slargo del ciglio della strada per san Marco, imboccando a piedi la stradina. Troviamo subito, a 1380 metri circa, una bella mulattiera che si stacca, sulla destra, dalla stradina e sale alle baite di Scöccia, della Corte Grassa e della Corte Grande. Il percorso è segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi. Nel primo tratto attraversa un bosco di faggi e pini silvestri, per uscire ai prati della Scöccia, dove, oltre alle baite, troviamo anche una fontana (m. 1450). Salendo ancora, approdiamo ai prati della Corte Grassa (m.1500), che, come testimonia il nome, si sono dimostrati sempre un maggengo generoso per gli armenti che di qui sono transitati, nei secoli, prima di salire agli alpeggi più alti di Baitridana, dell'alpe Piazza e dell'alpe Lago. Salendo, prendiamo a destra, fino ad incontrare un bivio, al quale prendiamo a sinistra, fino alle baite più alte della Corte Grande (m. 1600). Si tratta di maggenghi estremamente panoramici, per cui non potremo resistere alla tentazione di gettare un ampio sguardo sul versante occidentale della Val Gerola, sulla costiera dei Cech, sulla bassa Valtellina e sulla piana di Novate Mezzola.
Dopo un tratto pianeggiante, ad un nuovo bivio prendiamo ancora a sinistra e, oltrepassata una fontana, affrontiamo l'ultimo tratto prima dei Cornelli, che sale in una bella pecceta. Il sentiero esce alle baite dei Cornelli, oltrepassate le quali ci ritroviamo nei pressi del piccolo slargo al quale termina la pista sterrata.
Ci attende ora una breve salita ed un tratto quasi pianeggiante verso destra, prima di uscire di nuovo, alla sommità dei bei prati di Cornelli, o Baitridana (m. 1739), alla quale giunge anche la pista sterrata.
Imbocchiamo, ora, il sentiero che, passando a monte delle baite dei Cornelli, si dirige verso est, in direzione degli splendidi ed ampi alpeggi di Baitridana e dell'alpe Piazza. Giungiamo, ben presto, ad un bivio, segnalato da diversi cartelli: il sentierino che si stacca sulla sinistra sale alla Pozza Rossa (piccola pozza in un'incantevole radura fra i larici del crinale), data a 15 minuti; proseguendo nella direzione che stiamo tenendo, cioè sul sentiero 132, raggiungiamo in 10 minuti Baitridana ed in 20 l'alpe Piazza; nella direzione dalla quale proveniamo, infine, sono segnalati i due sentieri numero 132 (che scende in 10 minuti alla Corte Grande, in 20 alla Corte Grassa ed in 40 minuti a Scöccia) e 149 (che porta in 30 minuti ad Egolo, in 50 minuti al Dosso Comune ed in un'ora e 20 minuti ad Albaredo). Ignorata la deviazione a sinistra per la Pozza Rossa, proseguiamo fino ad un ultimo boschetto, dal quale usciamo sul limite dell'ampia alpe Piazza.
Un gruppo di cartelli, posto a valle della prima baita sopra il sentiero, segnala che stiamo procedendo sulla Gran Via delle Orobie, percorrendo la quale raggiungiamo l'alpe Lago ed il rifugio Alpe Lago in 40 minuti, l'alpe Orta in 3 ore e 10 minuti ed il passo di San Marco in 4 ore; nella direzione dalla quale proveniamo ritroviamo i riferimento ai sentieri per Cornelli-Corte Grande e Cornelli-Egolo-Albaredo; sulla nostra sinistra, infine, si stacca un sentiero che sale al crinale ed effettua una traversata al versante orobico valtellinese, sopra Talamona, portando all'alpe Pedroria in 30 minuti, alla bocchetta del Pisello in un'ora e 20 minuti ed alla Val Budria in 2 ore e 50 minuti.
Poco oltre, troviamo il rifugio Alpe Piazza (m. 1835), aperto anche d’inverno. Nessuna indicazione per il monte Lago, ma questo non pone particolari problemi: si tratta di seguire per un buon tratto la Gran Via delle Orobie, per poi lasciarla e salire al facile crinale che dalla cima scende verso ovest-sud-ovest, percorrendo il quale si guadagna facilmente la cima.
Proseguiamo sul sentiero che, attraversato un torrentello, sale verso il baitone quotato 1898 metri, affiancato dal piccolo bivacco Legüi. Questo baitone meriterebbe una visita, sia per la sua panoramicità (ottimo il colpo d’occhio sulla bassa Valtellina e sul gruppo del Masino-Disgrazia, che, emergendo, quasi, dalla linea dei larici che si disegna, regolare, a monte del rifugio Piazza, offre un effetto di contrasto cromatico di rara suggestione), sia per la targa che rende omaggio a tutti coloro che, nei secoli, hanno profuso energie ed intelligenza nei lavori connessi con l’alpeggio e la produzione casearia.
Teniamo, però, presente che il nostro itinerario non passa per il baitone, ma, poco sotto, lascia il sentiero che sale ad esso, staccandosene a destra, poco dopo l’attraversamento del torrentello, e procedendo con andamento pianeggiante ed in leggera discesa lungo il fianco del largo dosso, in direzione sud-ovest. Oltrepassata la baita quotata 1778 metri, proseguiamo nella traversata, in direzione sud, e riprendiamo a salire gradualmente, superando un largo vallone (che scende direttamente verso ovest dalla cima del monte Lago) e raggiungendo la baita quotata 1840 metri. Tagliamo, poi, il largo crinale che scende verso ovest-sud-ovest dalla cima del monte Lago, attraversando un versante piuttosto ripido e guadagnando gradualmente quota, fino alla baita di quota 1887, che appartiene già all’alpe Lago.
Dalla baita, invece di scendere sulla destra, proseguiamo sulla sinistra, salendo ancora in direzione sud-sud-est, fino a giungere in vista della baita più alta dell’alpe, a quota 1920, posta sul limite destro di una bella conca erbosa, occupata da un enorme masso erratico. Più in basso, sulla destra, vediamo il baitone quotato 1909 metri. Ora, però, lasciamo per qualche minuto il percorso della traversata e prendiamo a sinistra, in direzione del piccolo circolo glaciale al quale accediamo dopo aver superato un breve corridoio. Qui troviamo il laghetto quotato 1931 metri (anche se a fine stagione può darsi che sia quasi prosciugato), una piccola perla, impreziosita dall’aria raccolta di questi luoghi. Piccola, ma non insignificante, se si considera che si tratta dell’unico specchio d’acqua nell’intera Valle del Bitto di Albaredo.
Guardando al versante montuoso che si innalza ad est, cioè al crinale che ci separa dalla Val Budria, a sinistra dell’elegante e poderosa cima del monte Pedena (m. 2399), noteremo il suo aspetto selvaggio e scosceso. Eppure sono questi i luoghi (soprattutto sul lato opposto, della Val Budria) che in passato erano frequentati dalle donne che cercavano di strappare faticosamente alla montagna erba preziosa per nutrire le poche bestie. Un tempo, infatti, si poteva incontrare qui molta gente. Non solo gli alpeggiatori (che ancora oggi caricano l’alpe), ma anche quelle contadine che venivano fin quassù spinte dalla necessità di integrare il foraggio per le poche bestie facendo erba alle quote più elevate. Venivano soprattutto dal versante della Valle di Albaredo, appoggiandosi al crinale a sud del monte Lago (lo vediamo, in alto, alla nostra sinistra) e scendendo alle balze più alte della Val Budria, scoscese e pericolose (vi fu anche qualche vittima). Venivano a fare la “cèra”, cioè a tagliare quell’erba scivolosa e filiforme che, pur non avendo un particolare pregio come nutriente, consentiva pur sempre di integrare la scorta di fieno. Arrivavano sul far dell’alba, quando ancora si vedevano le sette stelle del “pradèr”, finché nel cielo non restava solo l’ultima stella, la stella del mattino, “la dì”. Per arrivare così presto dovevano partire, in gruppi di una ventina di donne, almeno un paio d’ore prima, verso le tre, nel cuore della notte, e camminare qualche ora. Tagliavano l’erba per diverse ore, calzando zoccoli ferrati che permettevano di ancorarsi meglio al terreno. La sera, con una trentina di chili d’erba nella gerla, se ne tornavano a casa, e così ogni giorno, per 10-12 ore, tutta l’estate e per buona parte dell’autunno (qualche volta addirittura fino a S. Caterina, il 25 di novembre, come racconta Orsola Petrelli, una testimone intervistata da Patrizio Del Nero, autore del bel volume “Albaredo e la Via di San Marco”, Editour, 2001).
Torniamo sui nostri passi, alla baita di quota 1920, e scendiamo al baitone di quota 1909, proseguendo nella discesa seguendo la traccia che serpeggia in un canalone, fino al ripiano che ci propone, sulla destra, la baita di quota 1824. Non ci portiamo verso la baita, ma, proseguiamo verso sinistra, ignorando la deviazione sulla destra, che scende verso la parte bassa della Valle di Lago. Se vogliamo abbreviare l’anello, possiamo scendere lungo questa valle: passeremo, a 1695 metri, presso un grande larice che è classificato fra gli alberi monumentali della provincia di Sondrio (è alto 24 metri ed ha una circonferenza di 5,5 metri) e raggiungeremo il rifugio Alpe lago (m. 1510), presso la provinciale per il passo di San Marco. Ecco una breve descrizione del percorso inverso, che sale al larice monumentale da questo rifugio. Alle spalle del rifugio, a destra (per chi ne guarda la facciata), parte il sentiero, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi, che sale verso l'alpe Lago, effettuando una diagonale che lo porta ad attraversare due corsi d'acqua. Il larice, affiancato da un larice gemello di dimensioni leggermente inferiori, è ben visibile, a sinistra della prima baita che si incontra salendo, nei pressi di una biforcazione del sentiero seguito. Lo si raggiunge dopo una ventina di minuti di cammino.
Ma torniamo al nostro percorso. Il sentiero, attraversato un piccolo corso d’acqua, sale dapprima con andamento deciso, poi con pendenza minore; attraversato un corpo franoso ed un valloncello, entra nel bosco, per uscirne sul crinale che scende dal pizzo delle Piodere (m. 2206), la cima che, ad ovest del monte Pedena, presidia il limite sud-occidentale dell’alpe Lago. Siamo ai prati della Stabiena, e passiamo a monte della baita omonima (m. 1793). Poi il sentiero volge a sinistra (sud-est) e taglia, scendendo, il selvaggio, ripido e brullo versante che sul fianco occidentale del pizzo delle Piodere. Non dobbiamo assolutamente perderla, perché questo versante non può essere affrontato al di fuori del percorso. Dopo un primo breve tratto pianeggiante, esposto su un salto roccioso (attenzione!), la traccia comincia a scendere serpeggiando fra macereti, qualche rado larice, macchie di ontani, prati ripidi e valloncelli. A metà della discesa superiamo un nuovo tratto esposto; infine, dopo aver attraversato un’ultima macchia di ontani ed un valloncello, ci ritroviamo ad un rudere, sulla parte bassa del circo terminale della Val Pedena. In alto vediamo la larga sella sulla quale è posto il passo omonimo, il più agevole valico fra Valle del Bitto di Albaredo e Val Budria (Val Tartano).
Da qui dobbiamo cominciare a salire, in diagonale, verso sud est, cercando la traccia di una larga mulattiera che sale dal fondovalle. Se, invece, volessimo scendere da qui verso la parte bassa della valle, abbreviando l’anello, teniamo conto che non è facilissimo trovare il sentiero. Regoliamoci così: torniamo all’ultimo valloncello che abbiamo attraversato prima del rudere, riportiamoci sul lato opposto e scendiamo rimanendo nei pressi del suo solco, che resta alla nostra sinistra: dopo una breve discesa, intercetteremo il sentiero, che scende verso destra, e che ci porta al limite inferiore di una larga fascia di ontani, scendendo un dossetto e scavalcando di nuovo da sinistra a destra il valloncello. L’ultima parte della discesa avviene a vista, con facile diagonale verso la strada provinciale e la Casera di Pedena.
Ma torniamo al nostro percorso. Seguendo la mulattiera, dopo aver superato un piccolo corso d’acqua raggiungiamo un gruppo di tre cartelli semidivelti, tutti della GVO (Gran Via delle Orobie), che segnalano un bivio, ad una quota approssimativa di 1860 metri. Nella direzione dalla quale proveniamo un cartello indica l’alpe Lago e l’alpe Piazza, data ad un’ora e 20 minuti (si tratta della variante bassa della GVO; per raggiungere questi alpeggi, però, non dobbiamo percorrere a rovescio l’itinerario di salita, ma portarci al rudere di baita con recinto e di qui imboccare il sentiero che effettua la traversata dalla Val Pedena alla Valle di Lago, a nord di questa). Un secondo cartello indica che proseguendo verso destra, cioè in direzione sud, ci si porta in un’ora all’alpe Orta ed in un’ora e 50 minuti al passo di San Marco. Il terzo cartello indica che prendendo a sinistra saliamo al passo di Pedena in un’ora e 10 minuti, iniziamo la traversata dell’alta Val Budria in un’ora e 40 minuti e quella della Val di Lemma in 3 ore e 30 minuti. È, questo, infatti, il punto nel quale la Gran Via delle Orobie si biforca in due rami: quello superiore, che sale al passo di Pedena, passa in Val Budria, effettua una traversata alta di questa valle e della successiva Val di Lemma, e quello inferiore, che, seguendo il nostro percorso a ritroso, raggiunge l’alpe Piazza e poi sale alla bocchetta del Pisello, dalla quale scende (ma la discesa non è affatto facile) in Val Budria.
La nostra traversata prosegue, dunque, ignorando il sentiero che sale, alla nostra sinistra, verso il passo di Pedena e mantenendo la direzione sud. La traversata del lato meridionale della Val Pedena avviene, però, su una traccia molto incerta, che gioca a rimpiattino e si mostra continua, anche se piuttosto stretta, solo all’imbocco del bosco che ricopre il versante settentrionale del pizzo d’Orta, proprio davanti a noi, leggermente a destra. Dobbiamo, quindi, prestare attenzione ai non numerosi segnavia bianco-rossi. Nel primo tratto procediamo in piano, alternando tratti all’aperto a tratti nei quali la debole traccia passa nella boscaglia di basso fusto. Dopo aver guadato un piccolo corso d’acqua, superiamo una radura dove vediamo un segnavia su un masso. Il punto più delicato, perché incerto, si trova poco oltre, quando, per un breve tratto, dobbiamo piegare a sinistra e risalire un modesto corridoio erboso, per poi riprendere la direzione originaria, passando a monte del limite della macchia che colonizza il gradino che separa il circo dell’alta valle dall’ampia conca più in basso. Ci stiamo avvicinando al guado di un torrentello e vediamo, sul lato opposto, la ripartenza della traccia. Raggiunto il lato opposto del torrentello, ritroviamo una traccia sufficientemente visibile, e scendiamo per un breve tratto. Guadato un secondo torrentello, troviamo un breve tratto di salita in un canalino fra modeste roccette, che precede una successiva discesa su terreno erboso. Ci stiamo approssimando al corpo franoso che occupa l’ultimo lembo meridionale della valle e che dovremo tagliare prima di entrare nella boscaglia. Affrontiamo, quindi, una breve salita ad una piccola porta a sinistra di un masso, oltre il quale ci attende un tratto nell’erba alta, dove la traccia si perde. Attraversato un piccolo corso d’acqua, saliamo ancora, raggiungendo una selletta erbosa a sinistra di un grande masso. Una breve discesa ed un’altrettanto breve salita ci portano ad un segnavia su una placca rocciosa, oltre la quale la traccia comincia a scendere verso un ometto ed un nuovo segnavia.
La traccia si fa via via più chiara, e ci porta sul limite del corpo franoso, che attraversiamo salendo leggermente, senza difficoltà. Ci portiamo, quindi, alla macchia sul fianco del pizzo d’Orta, e riprendiamo a salire circondati da ontani. Dopo un breve tratto, il sentiero attraversa una vallecola rocciosa. Siccome le rocce sono spesso umide ed insidiose, con le quali questo tratto è attrezzato sono sicuramente opportune. Bene, dunque, per le corde fisse; peccato, però, trovarle su un sentiero per ora (luglio 2007) decisamente mal segnalato: chi dovesse, infatti, a percorrerlo a rovescio rispetto a noi troverebbe non pochi problemi di orientamento prima di raggiungere il bivio al centro della Val Pedena (ma anche nella prosecuzione verso la Valle di Lago). Oltre il valloncello ci attende uno strappetto severo, poi un tratto in saliscendi. Una successiva discesa porta ad un tratto pianeggiante e ad un nuovo strappetto, che ci porta ad uscire ad una radura.
Qui dobbiamo prestare attenzione ai segnavia, perché il sentiero non procede diritto, ma piega a destra, scendendo sul largo dosso che scende dal pizzo d’Orta verso sud-ovest. Davanti a noi, sul fondo della Valle di Albaredo, vediamo il passo di S. Marco. Il sentiero corre a destra di una fascia di massi e macereti, e porta al limite superiore di un ampio terrazzo di pascoli, che occupa la parte alta del lungo dosso della Motta. Prima di descrivere il percorso verso l’alpe d’Orta, diamo conto di come scendere dai prati alla strada provinciale per il passo di S. Marco, nel caso si desiderasse abbreviare l’anello escursionistico: basta portarsi alla parte più bassa dei prati, verso nord-ovest, in direzione di un ben visibile traliccio, sul limite del bosco. Qui troviamo due sentieri che scendono alla strada provinciale, attraversando una bella pecceta, uno sulla sinistra (direzione sud) ed uno sulla destra (direzione nord-est prima, poi ovest nell’ultimo tratto.
Riprendiamo il racconto della traversata integrale. Dal limite alto dei prati pieghiamo a sinistra, scendendo in diagonale, su sentiero più marcato, fino ad una baita con tetto in lamiera, quotata 1856 metri; la traccia si perde, ma noi proseguiamo nella discesa in diagonale, portandoci ad un rudere di baita, dove ritroviamo il sentiero, qui molto largo, che comincia a salire, diritto, per un tratto, fino a quota 1875 circa, proponendo poi alcuni saliscendi: stiamo descrivendo un arco verso nord-est, tagliando il crinale selvaggio che dal pizzo d’Orta scende verso sud-ovest. Dopo una svolta a sinistra, a quota 1890 metri circa vediamo aprirsi, in alto, il circo dell’alpe d’Orta, che si stende ad ovest del monte Azzarini (m. 2431), il più alto nella Valle del Bitto di Albaredo.
È, questo, un punto molto importante, da memorizzare: sulla fascia di prati che si apre in basso, alla nostra destra, vediamo un pilone di sostegno di una teleferica; sulla mulattiera troviamo un mucchietto di sassi con dei pali arrugginiti; a destra del sentiero, una debole traccia se ne stacca e scende in diagonale i ripidi prati: dovremo usarla per la discesa alla strada provinciale per il passo di S. Marco.
Possiamo iniziare subito questa discesa, ma, se vogliamo completare l’incontro con i grandi alpeggi del Bitto, proseguiamo nella salita, in direzione del centro del vallone che scende dall’alpe. A quota 1920 circa, raggiunto il limite inferiore dell’anfiteatro dei pascoli dell'alpe d'Orta soliva, il sentiero tende a perdersi, ma possiamo proseguire la salita in direzione del ricovero con tetto in lamiera che si trova sulla nostra verticale, leggermente spostato a sinistra. Questo alpeggio, ampio e luminoso, è ancora caricato, per cui abbiamo buone probabilità di non sentirci troppo soli. Vale, come sempre, la raccomandazione di rispettare il pascolo, cercando e seguendo le tracce di sentiero, che, in pascoli come questo, con un po’ di attenzione si trovano quasi sempre.
Se abbiamo voglia, tempo ed energie, possiamo continuare a salire dal ricovero, prendendo a destra e puntando ad uno dei due lembi di pascolo che salgono fino al crinale che delimita ad est l’alpeggio. Qui troviamo un sentierino che, percorso verso sinistra, ci permette di salire senza troppe difficoltà alla cima del monte Azzarini (m. 2431).
Dal ricovero possiamo anche prendere più a sinistra, puntando alla bocchetta d’Orta (m. 2175), che vediamo sulla sua verticale, stretto intaglio fra il pizzo d’Orta, a sinistra, ed il monte Azzarini, a destra, al quale sale un canalino un po’ ripido. La bocchetta si affaccia sull’alta Val Pedena e rappresenta una porta interessante per chi volesse chiudere l’anello tornando per la medesima via in direzione dell’alpe Piazza. Dalla bocchetta, infatti, scende un canalone un po’ ripido ma non difficile, che si allarga alla conca della baita di quota 2000. Raggiunta questa baita si prosegue la discesa tendendo leggermente a sinistra (ci sono segnavia bianco-rossi, ma distribuiti con parsimonia e molto sbiaditi) e passando a monte di un traliccio di teleferica. Poco oltre, con una serie di tornanti (oppure scendendo a vista verso il centro della valle), si raggiunge il bivio di Val Pedena, per il quale siamo già passati. Prendendo qui a destra si ripercorre l’itinerario che, passando per la Valle di Lago, ci riporta all’alpe Piazza.
Se, invece, vogliamo scendere lungo la più monotona ma tranquilla strada provinciale per il passo di San Marco, torniamo al punto sopra segnalato, dove lasciamo la mulattiera prendendo la debole traccia che se ne stacca sulla sinistra (per noi che scendiamo), tagliando in diagonale i ripidi prati e facendosi più in basso maggiormente visibile. Prendiamo come riferimento il punto nel quale il sentiero attraversa il solco della valle che scende dall’alpe d’Orta (e che confluisce, più in basso, nella più ampia Valle d’Orta), che delimita i prati davanti a noi: lo individuiamo facilmente per il bel muretto a secco che sostiene il sentiero stesso. Sul lato opposto, ci affacciamo ad una nuova fascia di prati, e qui il sentiero tende a perdersi. Poco male: restiamo, scendendo diritti, nei pressi del limite di destra dei prati, in vista dei roccioni che disegnano, sulla nostra destra, la piccola forra della valle che scende dall’alpe d’Orta (evitiamo di affacciarci!). La traccia riappare e ci porta verso sinistra, ad una nuova porta nella roccia che ci introduce all’ultima fascia di prati prima della strada provinciale per il passo di S. Marco, che vediamo sotto di noi. Di nuovo la traccia ci abbandona, e di nuovo scendiamo stando sul lato destro dei prati. Nell’ultimo tratto della discesa la ritroviamo e, in breve, concludiamo la discesa a quota 1810, al marcato tornante destrorso (per chi sale) della strada provinciale.
Scendiamo, ora, per un buon tratto verso sud; poi la strada piega a destra e noi, scendendo, troviamo, sulla sinistra, la pista che se ne stacca e scende alla casera dell’alpe d’Orta vaga (dalla quale si può scendere ad intercettare la Via Priula, che potremmo sfruttare nella discesa al dosso Chierico e ad Albaredo, se non avessimo lasciato la macchina sulla strada provinciale). Ignorata la deviazione, incontriamo, sulla destra, la bella casera d’Orta soliva (m. 1724), oltrepassata la quale ci attende un lungo e monotono tratto verso nord-ovest, al termine del quale, raggiunto il filo del dosso della Motta, la strada piega decisamente a destra (est), portandoci al solco della Val Pedena, dove troviamo la Casera di Pedena. Qui riprendiamo l’andamento verso nord-ovest e, di nuovo, descriviamo un arco verso nord-est (destra), raggiungendo il solco della Valle di Lago, dove si trova, un po' rialzato rispetto alla strada, il rifugio Alpe Lago. Oltre il rifugio, proseguiamo aggirando l'ultimo ampio dosso e ci ritroviamo al punto nel quale, a 1350 metri circa, si stacca, sulla destra, la strada per i Cornelli, e dove abbiamo lasciato l’automobile, 7-8 ore prima (il dislivello in salita complessivo in salita è di circa 800 metri).  

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