Il ripiano con i laghetti delle Zocche, visto dal pizzo Meriggio
Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Campelli-Alpe Meriggio-Laghetti delle Zocche-Rif. al Lago della Casera-Lago della Casera-Campelli
6 h
880
E
SINTESI. Stacchiamoci dalla tangenziale di Sondrio all'altezza dello svincolo per la via Vanoni (l'unico sulla destra per chi proviene da Milano) e, raggiunta la via, dirigiamoci verso la località Porto di Albosaggia (alla rotonda, a destra per chi proviene da Milano), attraversando su un largo ponte il fiume Adda. Invece di proseguire sulla Pedemontana Orobica, deviamo a sinistra, per il centro di Albosaggia, e ad un bivio prendiamo a destra, ignorando le indicazioni per la Moia. Oltrepassato il poderoso muraglione che sorregge la chiesa parrocchiale di S. Caterina, ci portiamo al centro, dove si trova la piazza del Municipio. Senza salire alla piazza, proseguiamo, fino a trovare, subito dopo, l'indicazione per i Campelli (sulla sinistra). La strada sale con andamento e tornanti regolari fino ai Campelli (m. 1296), dove parcheggiamo. Dai Campelli di Sotto ci portiamo ai Campelli di Sopra (m. 1440) e ci mettiamo in cammino sulla pista sterrata che sale all'alpe Meriggio (sbarra), oppure sul sentiero che sale per più via diretta, verso sud-est e sud, tagliandola in diversi punti (troviamo la sua partenza nella parte alta dei prati che un tempo venivano usati come pista di sci). Per l'una o per l'altra via giungiamo ad una porta intorno a quota 2000, un punto, riconoscibile per un cartello di divieto di caccia, nel quale la strada passa fra il versante montuoso a sud ed un piccolo dosso a nord, cominciando a scendere leggermente in direzione sud-ovest. Proseguiamo scendendo ed entrando nell'ampio bacino dell'alpe Meriggio, fino a vedere una pista che si stacca sulla sinistra dalla principale. La seguiamo e ci porta alla baita dell'alpe La Tromba. Saliamo ancora, giungendo in vista della sella erbosa a sud-est del pizzo Meriggio. Qui intercettiamo un tratturo che sale alla sella, e lo percorriamo verso destra (in senso contrario, verso sud-ovest), scendendo alla casera del Meriggio (m. 2008). Non raggiungiamo la casera ma lasciamo sulla sinistra la pista e passiamo per un casello dell'acqua, afferrando un sentierino che sale con poche svolte verso ovest-sud-ovest al passo di Portorella (m. 2123). Scendiamo al bacino delle Zocche, portandoci ai tre laghetti. Dal laghetto maggiore e più a nord (m. 2061), sulla sua sinistra, imbocchiamo un sentierino che scende su un dosso verso nord-ovest e raggiunge la ben visibile baita del bivacco Baita di Sciüch (m. 2016). Ignorata la pista che scende, ci portiamo al lato opposto ed afferriamo un sentiero che sale leggermente verso sud-est, aggira un dosso e raggiunge in piano la baita Nova (m. 2040). Ci immettiamo su una pista che dopo breve salita confluisce in una pista maggiore. La seguiamo verso destra, scendendo dopo un ampio giro alle baite dell'alpe di Camp Scervér o della Casera. Scesi dalla pista al sottostante e vicino lago della Casera (m. 1920), risaliamo alla carozzabile e prendiamo a sinistra, fino a raggiungere l'ultima baita, il rifugio al Lago della Casera (m. 1966, bandiera italiana). Dal rifugio, sempre seguendo la pista, procediamo verso nord, aggirando il dosso che separa il bacino della Casera da quello delle Zocche, e torniamo così al bacino delle Zocche. Ora dobbiamo stare attenti a non seguire la pista che scende fino a San Salvatore ma, al primo tornante sx, dobbiamo lasciarla per imboccare una pista minore, con fondo in erba, che sale leggermente verso nord e taglia il dosso che scende a nord dalla punta di Portorella. La pista scende per un tratto, ed ha un fondo in cemento, poi inverte la sua direzione e piega a destra (nord-est), risalendo, con fondo in erba, in direzione della casera del Meriggio, che abbiamo già incontrato all'andata. Giunti appena sotto la casera, prendiamo a sinistra, percorrendo la più marcata pista sterrata che scende verso nord-est ad un bel corridoio erboso, sul limite settentrionale dell'alpe Meriggio. Dopo un'ulteriore discesa troviamo un tratto in salita, che ci fa ripassare dalla pista sterrata che sale a destra all'alpe La Tromba e ci riporta alla porta di quota 2000. Di qui ridiscendiamo ai Campelli, seguendo la più regolare pista o il più rapido sentiero.


Il monte Disgrazia visto dai Campelli

Nella storia di Albosaggia la tradizione e l'incidenza delle attività di alpeggio ha rivestito sempre una grande importanza, ed viva ancora oggi. Gli alpeggi comunali si stendono su un'ampia fascia, compresa fra i 1750 ed i 2150 metri, ai piedi dei pizzi Meriggio e Campaggio. Sono divisi in due grandi sezioni, quella di Campello-Meriggio, ad est e a monte dei Campelli, e quelli complessivamente chiamati Camp Cervé (dall'antico munt de Camp Scervér, in latino Campus Cervji, il monte del cervo, con riferimento all'abbondanza di cervi che ha lasciato un segno anche nel nome della vicina Val Cervia), ad ovest e a monte di San Salvatore. La sezione dei Campelli-Meriggio si articola, da est, nelle alpi Campello (Campèl, detto anche Campèl monte api per la presenza molesta di mosch e tafani, m. 1800), Tromba (la Tromba, famosa per i suoi larici senza nodi e quindi facili da lavorare per ottenere "li scanduli", assi per la copertura dei tetti; m. 1900), Salinù (m. 1950), Meriggio (Meric', citato in un documento del 1779, nel quale il decano di Albosaggia ser Bernardo Petrucci affitta il monte Meriggio a ser Giuseppe Speziali; m. 2100) e La Piada (m. 2100). La sezione di Camp Scervér si articola in Sasso Marmorino (m. 1850), Campo Cervé (m. 1950), le Cornacce (m. 1900), la Casera (m. 2000) e le Zocche (m. 2050). Si tratta di luoghi splendidi, sia per il loro valore panoramico (a nord lo sguardo domina sempre il gruppo del Masino e la testata della Valmalenco, con la turrita cima del monte Disgrazia a fare da spartiacque) che per quello naturalistico (il regno dei larici lascia talora spazio al pino cembro). Un ampio giro permette di toccarli tutti, con partenza e ritorno ai Campelli.


Salendo a monte dei Campelli sull'ex-pista di sci

Stacchiamoci, dunque, dalla tangenziale di Sondrio all'altezza dello svincolo per la via Vanoni e, raggiunta la via, dirigiamoci verso la località Porto di Albosaggia, attraversando su un largo ponte il fiume Adda. Invece di proseguire sulla Pedemontana Orobica, deviamo a sinistra, per il centro di Albosaggia, e ad un bivio prendiamo a destra, ignorando le indicazioni per la Moia. Oltrepassato il poderoso muraglione che sorregge la chiesa parrocchiale di S. Caterina, ci portiamo al centro, dove si trova la piazza del Municipio. Senza salire alla piazza, proseguiamo, fino a trovare, subito dopo, l'indicazione per i Campelli (sulla sinistra). La strada per Campelli, larga ed in buone condizioni, sale, con andamento regolare e con una carreggiata larga e comoda, al maggengo, a 10 km dal centro, dove si trovano anche i resti di un impianto di risalita dismesso.
I Campelli, già citati in un documento del 1600, si stendono su una lunga fascia di prati e sono divisi in Campelli di Sotto e di Sopra. Ai Campelli di Sotto (m. 1250) la strada passa a destra di una chiesetta (qui un cartelo escursionistico del sentiero 216 dà il pizzo Meriggio a 2 ore e 45 minuti). E' possibile parcheggiare qui l'automobile ad un'ampia piazzola, ma siccome l'escursione è piuttosto lunga, conviene seguire la carozzabile che sale ancora per alcuni tornanti, fino ad un ripido tratturo in cemento (pendenza superiore al 30 per cento), che passa basso a sinistra dei prati, e porta ad un bivio.


L'alpe Campelli

Parcheggiamo appena prima del tratturo (m. 1350) e ci incamminiamo seguendolo, fino ad un bivio. Una stradella a destra si affaccia alle baite più alte dei Campelli di Sopra, mentre a sinistra parte la lunga pista (chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati) che sale all'alpe Meriggio. Possiamo seguirla, oppure salire per via più breve e ripida.
Prima di incamminarci, soffermiamoci per pochi istanti ad ascoltare una storia di orsi, che ci riporta agli scenari dell’alpeggio sul finire dell’ottocento. Ce la racconta Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne: “Ed io, io continuai e li condussi sull'alpe dei Campelli, verso un'altro grande rifugio di orsi. Una sera, il Domenico aveva udito una delle sue capre gridare disperatamente. Si sentì trafiggere il cuore e non poté più rimanere nella baita. Prese una scure e andò a vedere. Un orso aveva buttato per terra una capra e la stava divorando. Il Domenico afferrò una gamba della capra e tentò di strapparla all'orso. L'orso teneva ben saldo e l'altro continuava a tirare. Al fine Martino trovò la farsa un po' troppo lunga: con un colpo di zampa, fece rotolare per terra il Domenico, la schiena squarciata, e se ne andò colla sua capra. Il Domenico porta ancora il segno della carezza dell'orso, ma da buon filosofo, dice: - Se avesse voluto, avrebbe potuto mangiarmi come ha mangiato la mia capra -. E poiché Martino non lo fece, il Domenico ha conservato un ottimo ricordo degli orsi.” (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).


Panorama dalla pista per l'alpe Meriggio

Che i boschi a monte di Albosaggia fossero praticati spesso e volentieri da orsi è testimoniato da varie notizie; pare, fra l'altro, che ai primi del Novecento l'albergo Saffratti a S. Salvatore (ora rifugio) proponesse, fra le portate di maggior pregio, il ricercato prosciutto d'orso.
Ma lasciamo gli orsi alla loro lontanaza storica (anche se, in realtà, da qualche anno sono tornati a lasciare le loro impronte in Valtellina), e torniamo al racconto dell'escursione.

Vediamo ora come procedere. Al bivio dove parte la pista per il Meriggio non la seguiamo ma prendiamo a destra e appena fuori dal bosco, in corrispondenza di una baita ai Campelli di Sopra, lasciamo la stradella che prosegue diritta e prendiamo a sinistra, salendo su una pista fra l'erba che percorre una fascia di prati corrispondente alle piste di sci del passato. La salita è diritta e ripida e ci porta ad intercettare la già citata pista per l'alpe Meriggio. Dopo un breve tratto, però, la ritroviamo sulla destra e torniamo a salire diretti lungo una fascia di prati. Intercettata per la seconda volta la carozzabile, la lasciamo ancora per poi intercettarla la terza volta. Dopo un tratto vediamo sulla destra un largo sentiero con un segnavia rosso-bianco-rosso. Lo imbocchiamo: si tratta del sentiero che sale verso la Piada, tagliando più volte la pista. Dopo un paio di intersezioni, il sentiero, sempre marcato, per un lungo tratto sale in uno splendido bosco di larici. Dopo un tratto con muretto a secco sulla sinistra, attraversa una sorta di porta e raggiunge una splendida radura (la Piana di Pésc').


L'alpe la Tromba

Poco sopra il sentiero torna a rivedere la pista sterrata. Un cartello indica che scendendo lungo la pista per cinque minuti ci passiamo all'alpe Campello. Vale la pena di passare a dare un'occhiata, anche perché rappresenta una bella postazione panoramica sulla Val Caronno (distinguiamo il pizzo di Rodes, lo sbarramento della diga di Scais ed il pizzo Redorta).
Torniamo al cartello: segnala che proseguendo sul sentiero a monte della pista (sentiero 216) saliamo al pizzo meriggio in un'ora e 45 minuti. Torniamo così nel bosco di larici, ma a brevi intervalli tagliamo di nuovo la pista.


Panorama dall'alpe Tromba (clicca qui per aprire)

Giungiamo così, intorno a quota 2000, ad una porta, riconoscibile per un cartello di divieto di caccia, nel quale la strada passa fra il versante montuoso a sud ed un piccolo dosso a nord. Seguendo le indicazioni del sentiero 217 (cartello che dà l'alpe Meriggio a 30 minuti) proseguiamo sulla pista scendendo per un buon tratto. Poi una leggera salita ci porta ad un bivio: mentre la pista principale prosegue per l'alpe Meriggio, una pista secondaria se ne stacca sulla sinistra e porta alla baita dell'alpe La Tromba. Saliamo oltre la baita, in direzione dell'evidente sella erbosa che si affaccia sulla Val Venina. Raggiungendo la sella e proseguendo verso destra sul crinale possiamo salire facilmente al pizzo Meriggio (m. 2356).


L'alpe Meriggio

Per proseguire il giro degli alpeggi, però, noi prendiamo a destra e ci portiamo ad un tratturo che sale alla sella, seguendolo in direzione contraria, cioè verso destra (sud-ovest). La pista traversa, in leggera discesa, sotto il crinale orientale del pizzo Meriggio e si porta alla parte alta dell'ampia spianata dell'alpe Meriggio. Giungiamo così in vista della casera del Meriggio (m. 2008), verso la quale scendiamo gradualmente. Prima di raggiungerla, però, la lasciamo sul lato sinistro, puntando ad un casello dell'acqua. Nostra meta è il passo di Portorella, il piccolo ma ben visibile intaglio sulla costiera che scende a nord dal pizzo Meriggio e separa le due grandi sezioni degli alpeggi del sistema Campelli-Meriggio e Camp Scervér. Un sentierino, all'inizio poco visibile, poi su un dosso erboso più marcato, la raggiunge con poche svolte.


Il passo di Portorella

Siamo al passo di Portorella (m. 2123). Sul lato opposto si apre la splendida spianata delle Zocche, ripiano di pascoli dolcemente ondulato che ospita tre graziosi laghetti (i laghetti delle Zocche). Il sentiero porta ad un bivio, al quale proseguiamo diritti, scendendo presso i due laghetti più piccoli: alla nostra destra un pozza, a sinistra il laghetto intermedio. Per raggiungere quello più grande dobbiamo puntare a nord: dietro un modesto dosso erboso e poco oltre un calecc' (abbozzo in pietra di quattro mura sopra le quali un tempo i pastori stendevano un telo per allestire una dimora temporanea nel giro che seguiva gli spostamenti delle mandrie) ecco la riva meridionale del laghetto delle Zocche (làach de li Zochi, m. 2061, menzionato nel documento di affitto del 1779 in cui ser Bernardo Petrucci affitta gli alpeggi circostanti a ser Giuseppe Speziali di Campo Tartano).
Il laghetto non gode di buone condizioni di salute: i segni dell'invasione della vegetazione che ne decreterà la morte per interramento sono ben evidenti. Lo sguardo del monte Disgrazia si posa sulle sue acque tranquille, superando qualche larice sparuto. Sul lato opposto, a sud, distinguiamo il pizzo Meriggio (piz Meric', m. 2346: lo riconosciamo per la croce di vetta).


Apri qui una panoramica sui laghetti delle Zocche

Dobbiamo ora portarci sulla sinistra (ovest) e cercare il sentierino che scende verso nord, su un largo dosso con qualche larice, giungendo in vista di una baita solitaria. Piegando leggermente a sinistra superiamo un modesto corso d'acqua e ci portiamo al bivacco Baita di Sciüch (m. 2016), alle cui spalle occhieggia la testata dela Valmalenco. La struttura è davvero ben dotata: dispone di corrente elettrica e di acqua corrente; vi si trovano una postazione di soccorso, un'ampia cucina con stufa e tavoli, servizi igienici e sei posti letto. Dal bivacco una pista scende ad intercettare la pista principale che traversa tutti gli alpeggi (quella stessa che parte dai Campelli). Noi però andiamo a sinistra, cioè a sud-ovest, dove vediamo la partenza di un sentiero marcato che sale leggermente in una macchia di larici, portandosi ad un dosso che aggira, traversando poi in piano ed uscendo dal bosco ad una nuova baita isolata. Si tratta della baita Nova (m. 2044), ristrutturata e dedicata dalla Polisportiva Albosaggia “a memoria dell'amico Eros Fagiolini e della sua passione per lo sport e la montagna”.


Il bivacco baita di Sciüch

Ci siamo affacciati all'ampio bacino della Casera, nel sistema di Camp Scervér (l'antico monte dei cervi, o “Campus Cervij”, venduto nel 1590 dagli uomini di Albosaggia al famoso nobile e diplomatico Giovanni Giacomo Paribelli). Sul lato opposto della baita troviamo una pista sterrata che dopo una breve salita scende ad intercettare un'altra pista (che a sua volta sale e traversa al bacino delle Zocche: potremmo sfruttarla salendo a sinistra se vogliamo effettuare un anello breve e cominciare quindi da qui il ritorno ai Campelli). Scendiamo verso sinistra e, dopo un ampio giro in senso orario, ci portiamo in vista delle cinque baite del Camp Scervér (o della Casera). Poco a valle della pista vediamo l'incantevole lago della Casera (m. 1920), in una conca morenica posta sul gradino di soglia dell'alpe. Le acque sono di un intenso color verde e dietro la linea dei larici che fanno corona a nord si intravvede il monte Disgrazia, che sembra voler sbirciare fra le fronde. Sul lato opposto, cioè a sud, domina invece un altro torrione, il pizzo Campaggio.


Lago della Casera

Nulla turba l'idilliaca composizione di questi luoghi, e non si può dar torto a Bruno Galli Valerio che scrive “...il simpatico lago della Casera… va annoverato tra i più artistici delle nostre Alpi” (op. citata). Possiamo scendere in pochi minuti dalla pista al laghetto, per ritrovarvi il gioco del turrito monte Disgrazia che fa capolino fra i larici.
Nulla turba l'idilliaca composizione di questi luoghi, e non si può dar torto a Bruno Galli Valerio che scrive “...il simpatico lago della Casera… va annoverato tra i più artistici delle nostre Alpi” (op. citata).
Passando dal versante artistico a quello naturalistico può essere interessante leggere, a distanza di oltre un secolo, le note che sul su di esso stese il dott. Paolo Pero, professore di Storia Naturale al Liceo “G. Piazzi” di Sondrio, nell’operetta “I laghi alpini valtellinesi”, edita a Padova nel 1894: “Sulla sponda destra della valle del Livrio, ad ovest del pizzo Meriggio (2317 m.), a metà circa della costa, si apre un'ampia ed assai amena conca, limitata da due creste montuose, che si distaccano dal pizzo suddetto verso S.O. e N.O. e che, degradando successivamente, si congiungono di nuovo per mezzo di alcuni cocuzzoli, i quali si continuano poi col versante proprio della valle. In questa concava superficie, variamente accidentata da piccole emergenze della roccia in posto, si trovano due piccoli laghi, il minore dei quali posto verso N. e alquanto poi in alto (2040 m.) è detto Lago di Zocca, il maggiore, più a S. e più in basso (1969 m.), è chiamato Lago della Casera, intorno al quale ho rivolto le mie solite ricerche. Esso occupa la parte più inferiore della conca sopra descritta, le cui minori balze lo chiudono a guisa d'ampio anfiteatro.


Il lago della Casera

Ha forma alquanto oblunga diretta da N. a S. Le sponde sono poco inclinate, specialmente verso E. per l’abbondante detrito che viè trasportato dai poggi circostanti, soprattutto per opera del suo affluente, che vi ha costruito in quella parte un esteso delta. Un tappeto erboso riveste idintorni del lago fin presso Io acque, dove laspiaggia si trasforma talora in palude od in giacimenti di torba. Più lungi del lago si scorge in ogni parte la roccia in posto che emergo dal detrito. Essa è costituita dalla solita formazione del gneis micaceo bruno compatto, che si alterna con strati di micaschisto e di talcoschisto. Verso ovest la cerchia rocciosa s’interrompe, per una piccola dilacerazione perpendicolare agli strati, nella quale si apre l' emissario, che si scarica nel torrente Livrio presso S. Salvatore. Il lago è, dunque, d'origine, orografico.
La parte sommersa delle sponde è pure assai poco inclinata, sicché por un largo tratto all'ingiro si scorge il fondo, il quale ora é ricoperto di ciottoli angolosi, ora di melma finissima con abbondante feltro organico.
Ha l'altitudine di 1962 m. e la superficie di 13200 m. q. Le sue acque presentano un color verde sbiadito, quale è segnato dal num. VIII della scala Forel. La temperatura interna era di 11° C., e l'esterna di 20°, alle ore 11 ant. del 26 Luglio 1893.
Sulle balze che coronano il lago crescono pochi abeti e larici, per lo più sfrondati dalle valanghe che precipitano dal versante del pizzo Meriggio. Sulla sponda ovest abbondano cespugli diRododendro ferrugineum L., diluniperus communis L. e fittissimi intrecci di Vaccinium mirtillus L.”


Boschi alle Zocche

Chiudendo con l'aspetto economico, annotiamo che le acque del laghetto non sono sfuggite allo sfruttamento ideorelettrico: vengono convogliate attraverso un canale di gronda al lago di Venona della Edison. A valle del laghetto scende la valle della Casera (localmente però chiamata Val Nigra).
Dal lago risaliamo alla carozzabile sterrata che sale da San Salvatore. A monte della strada si trovano alcune baite, fra cui l'agriturismo Stella Orobica e, ultima sulla sinistra, il rifugio al Lago della Casera (m. 1966), del Gruppo degli Alpini di Albosaggia, ricavato nell'antica Baita del Tòor, a lato della Casera. Sul retro del rifugio si trova un localino sempre aperto, senza strutture per il pernottamento, ma comunque con un caminetto, una stufa ed un tavolo con sedie, utile in caso di necessità.
Una targa ci dice che si tratta del bivacco “V Alpini”, aperto dall'Associazione Nazionale Alpini Sezione Valtellinese Gruppo di Albosaggia il 21 agosto 2011 “in memoria degli Alpini di queste valli ed Alpi orobiche che hanno immolato le loro giovani vite sotto la bandiera del V Reggimento Alpini, nel nome della nostra terra italiana.” A lato del rifugio un recinto, con una bandiera italiana ed una targa su un masso.


Rifugio al Lago della Casera

Il ritorno ai Campelli è da qui molto lineare, perché segue interamente la pista sterrata. Dal rifugio procediamo verso nord, aggirando il dosso che separa il bacino della Casera da quello delle Zocche, e torniamo così al bacino delle Zocche. Ora dobbiamo stare attenti a non seguire la pista che scende fino a San Salvatore ma, al primo tornante sx, dobbiamo lasciarla per imboccare una pista minore, con fondo in erba, che sale leggermente verso nord e taglia il dosso che scende a nord dalla punta di Portorella. La pista scende per un tratto, ed ha un fondo in cemento, poi inverte la sua direzione e piega a destra (nord-est), risalendo, con fondo in erba, in direzione della casera del Meriggio, che abbiamo già incontrato all'andata. Giunti appena sotto la casera, prendiamo a sinistra, percorrendo la più marcata pista sterrata che scende verso nord-est ad un bel corridoio erboso, sul limite settentrionale dell'alpe Meriggio. Dopo un'ulteriore discesa troviamo un tratto in salita, che ci fa ripassare dalla pista sterrata che sale a destra all'alpe La Tromba e ci riporta alla porta di quota 2000. Di qui ridiscendiamo ai Campelli, seguendo, secondo il gusto, la fretta o le condizioni delle nostre ginocchia, la più regolare pista o il più rapido sentiero. L'anello richiede 6 ore circa di cammino (il dislivello approssimativo in altezza è di 880 metri).


Rifugio al lago della Casera

CARTA DEL PERCORSO SULLA BASE DELLA CARTA TECNICA REGIONALE DELLA REGIONE LOMBARDIA (http://www.geoportale.regione.lombardia.it/)

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