Al rifugio Bosio passando per gli alpeggi di Torre S. Maria

 

Varianti della prima tappa dell'Alta Via della Valmalenco

La prima tappa dell’Alta Via della Valmalenco parte da Torre S. Maria e si conclude al rifugio Bosio (m. 2086), in Val Torreggio. L’itinerario classico parte dalla località Musci, a quota 1000, sulla pista che porta ai Piasci, sale a Pra’ Fedugno e prosegue fino ad intercettare la medesima pista nei pressi del bivio di quota 1700, prosegue, a sinistra, fino all’alpe di Arcoglio (termine connesso con “arco”, in riferimento alla forma della valle), inferiore (m. 1976) e superiore (m. 2123), costeggia il bellissimo laghetto di Arcoglio (m. 2234), sale alla cima del Sasso Bianco (m. 2490), attraversa la parte alta del versante meridionale della Val Torreggio ed infine scende al rifugio. Ci sono due varianti, che partono sempre da Torre, e che sono degne di menzione.
La prima, che parte sempre dai Piasci, prevede, al bivio citato, che si prenda a destra, raggiungendo i prati dei Piasci, dove si trova il rifugio Cometti (m. 1800), e ci si addentri, poi, in Val Torreggio, tagliandone il fianco meridionale, fino alla Bosio.
La seconda variante parte, invece, da Ciappanìco (m. 1034), graziosa frazione di Torre. La si raggiunge percorrendo la strada che attraversa Torre, lascia a destra la chiesa parrocchiale di S. Maria e prosegue prendendo a destra (si ignora, invece, la deviazione a sinistra con la segnalazione per i rifugi alpini), attraversando, su un ponte, il torrente Torreggio, ignorando una successiva deviazione a destra e risalendo, con qualche tornante, il primo tratto del fianco settentrionale della bassa Val Torreggio. Raggiunta Ciappanico, che si trova a 2,7 km da Torre, possiamo proseguire, per un tratto, su una pista sterrata, che si stacca, sulla sinistra, dall’ultimo tratto della strada asfaltata e porta, in breve, ad una piazzola, dove possiamo lasciare l’automobile. Qui troviamo, sulla parete di un’antica casa, la scritta “Benvenuti a Ciappanico alto”, e, su un pannello arrugginito, l’indicazione “Sentiero Roma”, che si giustifica considerando che l’ultima tappa del celeberrimo sentiero alto prevede la traversata dalla
Valle di Preda Rossa alla Val Torreggio, con discesa finale a Chiesa Valmalenco oppure a Torre, passando appunto per Ciappanico. Il paesino ha un fascino del tutto particolare: vi si osservano ancora l’edificio della vecchia scuola elementare, un po’ staccato dalle case, ed una graziosa chiesetta.
La mulattiera, segnalata da qualche segnavia rosso-bianco-rosso, comincia a salire, dopo un interessante tratto rialzato rispetto alla superficie dei prati, in direzione dell’alpe Son, tagliando, in diversi punti, la pista sterrata, che prosegue fino alla medesima alpe. Nella salita possiamo osservare alla nostra sinistra il fianco meridionale della bassa Val Torreggio, segnato da un imponente movimento franoso, mentre alla nostra destra si comincia a mostrare la dirupata formazione rocciosa nota come “Rocca di Castellaccio” (m. 1777), sede, secondo un’antica leggenda, di una feroce banda di predoni che scendevano nottetempo a depredare ed uccidere gli sventurati viandanti solitari nei pressi di Ciappanico. Alle nostre spalle, infine, si vede in primo piano l’aspra e scoscesa valle Dagua, dominata dal pizzo Palino (m. 2686), a sinistra, e dal monte Foppa (m. 2444), a destra, sulla dorsale che separa la Valmalenco dalla Val di Togno. Superato un primo gruppo di baite, a quota 1284, raggiungiamo il bel dosso dei prati dell’alpe Son, a 1364 metri. Ignoriamo la deviazione a sinistra segnalata dal cartello che indica il rifugio Cometti e l’Alta Via, portiamoci alla parte alta dei prati e riprendiamo a salire, fino a raggiungere i prati dell’alpe Acquabianca, a 1563 metri.
Anche qui portiamoci, seguendo l’indicazione per la Bosio segnata su un grande masso, alla parte alta, di sinistra, dell’alpe, dove, con un primo tratto un po’ nascosto dalla vegetazione, il sentiero riprende, assumendo la direzione nord ed inerpicandosi, dopo aver attraversato una radura, in un bellissimo bosco di conifere. Alla fine della salita si congiunge con il sentiero che, dal pianoro dell’alpe Lago di Chiesa, si inoltra in Val Torreggio tagliandone il fianco settentrionale. Percorrendo il sentiero verso sinistra passiamo leggermente a monte dell’alpe Serra (m. 1927), usciamo dal bosco, giungendo in vista dei Corni Bruciati, che chiudono la valle ad ovest, attraversiamo i prati dell’alpe Airale (m. 2097) ed infine, attraversato il Torreggio sul nuovo ponte in legno costruito nel 2000 dai cacciatori, raggiungiamo il rifugio Bosio, dopo circa tre ore di cammino.
Vediamo, però, ora le varianti che permettono di raggiungere il rifugio partendo non da Torre, ma dal versante retico mediovaltellinese, e, più precisamente, dagli alpeggi sopra Triangia. Si tratta, anche in questo caso, di due varianti della prima tappa dell’Alta Via della Valmalenco, entrambe ricche di motivi d’interesse. Punto di partenza, in questo caso, può essere l’alpe Poverzone. La via per raggiungere l’alpe passa per Triangia, paesino che si trova nella piana a monte del colle omonimo, che domina, ad ovest, Sondrio.
Imbocchiamo, dunque, da Sondrio la strada che sale in Valmalenco, per lasciarla, però, abbastanza presto, non appena troviamo la strada, segnalata, che se ne stacca, sulla sinistra, per salire, con alcuni tornanti, a Triangia (m. 800). Qui, invece di proseguire sulla strada principale, che comincia a scendere verso Castione Andevenno, prendiamo a destra, attraversando il paese e passando davanti alla chiesa parrocchiale di San Bernardo. Usciti dal paese, continuiamo a salire su una strada che passa nei pressi del laghetto di Triangia (deviazione sulla destra) e per la bella e panoramica frazione di Ligari (m. 1092), dove si trova un grazioso oratorio settecentesco. Dopo una lunga traversata verso destra (nord-est), la strada raggiunge, poi, i prati Rolla (m. 1304), dai quali si apre un primo interessante scorcio della Valmalenco e della sua testata, che mostra i pizzi Tremoggia ed Entova (sasa d’éntua). Segue una serie di tornanti, su un fondo sterrato, fino ai prati della Forcola (m. 1518), ad 8 km da Triangia. Da qui si mostrano anche le rimanenti e più famose cime della testata della Valmalenco, cioè i pizzi Roseg, Scerscen e Bernina: si tratta di un primo assaggio degli scenari destinati a deliziare la vista di chi percorre interamente l’Alta Via della Valmalenco. Possiamo lasciare qui l’automobile, allungando il cammino di circa un’ora, oppure continuare a salire, su una strada dal fondo in alcuni punti sconnesso, in direzione ovest, fino all’alpe Poverzone (m. 1908), presidiata da una grande croce in metallo posta a monte di un dirupo, che domina Sondrio.
Lasciata qui l’automobile, incamminiamoci sulla pista sterrata che aggira il versante meridionale del monte Rolla (m. 2277) ed effettua una lunga traversata verso nord-ovest, fino all’alpe Colina (a 16 km da Triangia). Passiamo, così, a monte dell’alpe Prato Secondo (m. 1928), e raggiunge, dopo una curva a destra, il piede di un facile canalone erboso, che culmina nell’evidente bocchetta del Valdone (m. 2176), a destra del crinale meridionale del
monte Canale (m. 2522). Qui dobbiamo scegliere fra le due varianti: entrare in Valmalenco per questa bocchetta ed attraversare gli alpeggi di Torre prima di entrare in Val Torreggio, oppure proseguire fino all’alpe Colina e da qui salire alla Colma di Zana, sul fianco meridionale della Val Torreggio.
Esaminiamo la prima variante. Possiamo, dalla strada, salire facilmente alla bocchetta seguendo una traccia di sentiero (ma, se non la si trova, si può salire facilmente anche senza percorso obbligato). La bocchetta propone un singolare cambiamento di prospettiva: lasciato alle spalle l’ampio e luminoso versante retico che sovrasta Castione, ci affacciamo alla ripida ed ombrosa val Valdone, la prima laterale occidentale della Valmalenco.
Nella discesa, dobbiamo ora seguire con attenzione i segnavia rosso-bianco-rossi, che ci guidano su un sentiero che passa a monte delle baite dell’alpe Valdone, tagliando, verso sinistra, i ripidi pascoli del fianco del monte Canale (m. 2522). Il sentiero, dopo aver superato un valloncello, scende gradualmente, fino ad un bivio: mentre la traccia principale prosegue, più decisamente, la discesa in direzione del cuore della val Valdone (si tratta del sentiero che si immerge negli ombrosi boschi del versante settentrionale della valle, uscendone a Cagnoletti), una traccia meno marcata se ne stacca sulla sinistra, proseguendo nella diagonale che taglia il fianco orientale del monte Canale. Raggiunto un ampio dosso, il sentiero, con traccia debole, comincia a scendere, ripido, verso il limite superiore del bosco, per poi, poco al di sotto di quota 1900, piegare a sinistra, ed entrare in una macchia di larici. In questo tratto dobbiamo prestare attenzione a non perderla, seguendo i segnavia: se dovessimo, però, smarrirla, scendiamo fin quasi al limite del bosco di larici, rimanendo sul fianco del dosso, per poi piegare a sinistra ed
effettuare una breve traversata nel bosco: giungeremo ad una conca facilmente riconoscibile per la presenza di una postazione di avvistamento degli animali collocata nei pressi di uno spuntone roccioso. Seguendo un sentiero quasi pianeggiante che passa appena a monte della postazione, ci riportiamo sul percorso principale.
Il sentiero segnalato, invece, dopo un primo tratto incerto e quasi pianeggiante nel cuore del bosco, scende, ripido, fino ad intercettare un sentiero quasi pianeggiante che, seguito in direzione nord, conduce ad una sorgente d’acqua, a quota 1847. Qui giunge anche un sentiero che sale dai Prati Fontani, alpeggio posto a sud-est, a quota 1714. Chi scendesse per questo sentiero, raggiunti i prati, potrebbe proseguire nella discesa, fino ad intercettare, a quota 1500 circa, la pista che da Torre sale agli alpeggi di Arcoglio e dei Piasci. Dalla sorgente, proseguendo sul sentiero principale (direzione nord), guadagniamo leggermente quota, affacciandoci, infine, ai prati dell’alpe Canale (m. 1900), dove troviamo diverse baite ed una croce in legno. Il panorama che si gode da qui è molto bello: la testata della Valmalenco, verso nord-est, mostra le sue più importanti cime, vale a dire, da sinistra, i pizzi Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio, m. 3937), Scerscen (m. 3971) e Bernina (m. 4049), la cresta Güzza (m. 3869), i pizzi Argient (m. 3945), Zupò (che significa “nascosto”, da “zuper”, nascondere, m. 3995), Palù (m. 3905) e Varuna (m. 3453). A sinistra delle cime principali si distinguono, poi, altre cime illustri, la triade Tremoggia ( piz di tremögi, m. 3441)-Malenco (m. 3438)-Entova (m. 3329; le tre vette, nel loro insieme, erano chiamate, localmente, “tremögi”; la denominazione distinta deriva da un interesse alpinistico) ed i pizzi Gemelli (m. 3500). Più a sinistra
ancora (nord), in primo piano, troviamo le cime del versante settentrionale della val Sassersa, vale a dire, da destra, il monte Braccia (còrgn de bracia, m. 2909) e la cima del Duca (m. 2969). Ad est, infine, sono riconoscibili, in primo piano, il pizzo Palino (m. 2686) ed il monte Foppa (m. 2444), sulla dorsale che separa la Valmalenco dalla Val di Togno.
L'alpe Canale appartiene al ricco sistema di alpeggi del comune di Torre. Ecco come descrive gli alpeggi di Valmalenco Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” in “Sondrio e il suo territorio” (IntesaBci, 2001): “Gli alpeggi della Valmalenco hanno una morfologia a nucleo. Ogni famiglia aveva la propria baita. Non si spostava tutta la famiglia. Di solito andava il capofamiglia con due o tre insieme e gli altri rimanevano a lavorare i campi. Gli altri che rimanevano a casa, una volta alla settimana, andavano a portargli la roba, tutto a spalla, naturalmente, e portavano indietro il burro per venderlo e comprare farina. In alcuni casi la lavorazione del latte era effettuata in gruppi di tre o quattro famiglie che si impegnavano a turno. La produzione principale, più che il formaggio, era il burro, venduto al mercato di Sondrio (alpeggi di Lanzada) o in valle di Poschiavo in Svizzera (alpeggi di Torre). Tra gli alpeggi a nucleo più interessanti sono da considerare i due nuclei dell’alpe Arcoglio in comune di Torre, l’alpe Gembré (in pietra), Campaccio, Prabello, Brusada e l’alpe Musella in comune di Lanzada; in questi ultimi sono ancora presenti alcuni esempi antichi di edifici in legno con struttura a blockbau. Parte dei maggenghi (chiamati anche Barchi) era di proprietà comunale. Alcuni alpeggi (Gembré, Fellaria, Val Poschavina) sono a elevata altitudine e venivano utilizzati, al massimo, per un mese. In alcune alpi si falciava qualche piccolo appezzamento di prato (Pradaccio e Giumellino a Chiesa,
Acquabianca, Canale, Palù a Torre) da utilizzare nelle stagioni peggiori unitamente al fieno selvatico raccolto sui versanti più alti delle creste montane”.
Dall’alpe Canale dobbiamo, ora, portarci all’alpe di Arcoglio inferiore, proseguendo sul sentiero che ritroviamo sul limite dei prati e che rientra nel bosco, aggirando il fianco che scende verso nord dal monte Canale. Dopo aver attraversato un torrentello su un piccolo ponte in legno, raggiungiamo, così, il limite degli ampi prati dell’alpe. Siamo alla conca che costituisce la sezione sud-orientale dell’alpe (m. 1960), e dobbiamo attraversarla per portarci alle baite della sezione nord-occidentale, cui giunge anche un tratturo che si stacca dalla pista che sale da Torre S. Maria. Qui troviamo un cartello della Comunità Montana Valtellina di Sondrio, che ci indica l’alpe di Arcoglio inferiore (quota 1976).
Seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi ed i triangoli e le frecce gialle dell’Alta Via, che qui cominciamo a trovare, saliamo sfruttando un ripido tratturo che diventa mulattiera e sormonta un dosso di prati, fino a guadagnare l’alpe di Arcoglio superiore (m. 2130). Passiamo nei pressi della chiesetta, isolata, sulla destra, rispetto alle baite, e posta a quota 2123. nei pressi della chiesetta si trova, su un sasso, l’indicazione di un bivio: proseguendo diritti seguiamo il percorso più classico dell’Alta Via, mentre prendendo a destra ne percorriamo una variante più breve, che in un’ora e mezza circa ci porta al rifugio Bosio. Rimaniamo sul percorso classico: ci siamo congiunti, infatti, con il tracciato tradizionale che sale da Torre e prosegue per il laghetto di Arcoglio e la cima del Sasso Bianco, per poi effettuare una lunga traversata nell’alta Val Torreggio prima di scendere al rifugio Bosio. Riassumiamone i punti salienti.
Sempre seguendo i triangoli gialli, proseguiamo nella salita, guadagnando l'ultimo gradino roccioso dove ci attende la prima sorpresa del nostro itinerario: inatteso, appare il bellissimo laghetto di Arcoglio (m. 2234), adagiato su un balcone che fronteggia, sul lato opposto della valle, il gruppo Scalino (m. 3323)-Painale (m. 3248). Si tratta di uno scenario bellissimo, che il celeberrimo discesista italiano Zeno Colò definiva fra i più belli d’Europa. Lasciato il laghetto alla nostra sinistra, cerchiamo i segnavia che ci indirizzano ad una traccia di sentiero a tratti poco visibile.
Può essere interessante leggere, a distanza di oltre un secolo, le note che sul lago stese il dott. Paolo Pero, professore di Storia Naturale al Liceo “G. Piazzi” di Sondrio, nell’operetta “I laghi alpini valtellinesi”, edita a Padova nel 1894: “Grazioso laghetto di forma lievemente arcuata, colla concavità rivolta a mezzodì e la convessità a N. è quello d' Arcoglio. Situato sulla sponda destra del torrente Torreggio, ha a S.O. il monte Arcoglio (2457 m.) dal quale si distacca una cresta montuosa che piegando a S. indi ad E. circonda il lago a guisa d'ampio anfiteatro e termina colla vetta del monte Canale (2523 m). Verso N. O. e N. E. è libero affatto da qualunque notevole rilievo montuoso, e dove le sue sponde di poco elevate, si mostrano dolcemente arrotondate dall'agente glaciale.
Presso le acque si estende un terreno alquanto torboso alternata. mente a lembi ghiaiosi, e si continua tosto coi pascoli ridenti degli ameni rilievi circostanti. Qua e là, specialmente verso N. dove manca il terriccio, emergono piccoli cocuzzoli di roccia in posto, dai quali si può conoscere la natura di questa e l'origine del lago. La roccia è di gneiss micaceo e cloritico quasi crittomera, a finissimi elementi, con stratificazione ben evidente, pressoché perpendicolare all’orizzonte e diretta da N. a S. Questo lago è dunque, per la sua origine, orografico. Il detrito morenico, depositatosi fra i rilievi della roccia in posta, ha cooperato a rialzare il livello delle sue acque. Queste sono assai limpide e trasparenti e lasciano scorgere il fondo del lago per un largo tratto dalla sponda, il quale indi s’abbassa assai notevolmente, e le acque assumono il loro colore proprio, di un bel verde azzurrognolo, corrispondente al num. VI. della scala Forel. Ha un piccolo affluente a S. che vi trasporta dalle dirupate pendici sovrastanti, notevole quantità di detrito, ed un eguale emissario a N. che si apre fra i cocuzzoli della roccia viva o di poco elevati, onde le acque si mantengono costantemente al medesimo livello.
È situato all'altezza di 2230 m. secondo le misure dell'Istituto cartografico di Firenze. Presenta una superficie maggiore di quella assegnatavi dal Cotti, nel suo solito Elenco, cioè di 8300 m. q. e non di 7000.

La temperatura delle sue acque, alle 12 merid. del giorno 2 Sett. 1892, era di 11° C, mentre l'esterna era di 17°,3 C.
Sulle sponde limacciose e torbose vive abbondante la Rana temporaria L. ma non ebbi indizio della esistenza di pesci: mi consta però che viveva un tempo la pregiata Trutta fario L. e che venne distrutta or è già qualche anno. Sarebbe certamente assai utile cosa il ripopolare anche questo lago del suo antico naturale abitatore, il quale come già per il passato dovrebbe trovarvi buone condizioni di sviluppo, avuto specialmente riguardo alla abbondante vita inferiore ed alla notevole profondità del lago. Per le speciali condizioni della spiaggia e della grande trasparenza delle acque, la reticella Müller mi tornò sempre senza alcun individuo di Entomostraci.

Feci abbondante raccolta di saggi di limo per lo studio delle Diatomeo, delle quali determinai buon numero di specie, fra cui alcune che non soglionsi generalmente trovare che in rapporto alle formazioni calcaree, come già ebbi occasione più volte di osservare. Infatti a S. E. del monte Arcoglio, e precisamente sul fianco sovrastante al lago, esiste un affioramento calcareo-dolomitico, nel quale si aprono ampie fessure a guisa di caverne. Le specie cui ho accennato sono la Cymbella Ehrenbergii, laNavicula Tuscula e quelle del genero Epilhemia. Non rinvenni però l'unica specie del genere Achnanlidium, che pure si suole trovare con quelle ora menzionate. Compare la non comune Achnanthes delicalula (Falcatella delicalula Rab.) che incontrammo raramente nei laghi precedentemente studiati, che il Van Heurck indica proprie delle acque salmastre, ma che il Brun dice comune fra le roccie ed i muschi umidi delle cascate alpine.”

I segnavia ci fanno compiere un ampio arco che ci porta sul crinale fra l'alpe di Arcoglio e l'alpe Colina, in corrispondenza di una piccola sella erbosa, dalla quale un ripido canalone scende ai pascoli dell’alpe Colina. La traccia prosegue verso destra salendo sul fianco del Sasso Bianco e raggiungendone facilmente la cima (m. 2490).
Si apre, da qui, un ampio scorcio sull’alta Val Torreggio. Dietro il piccolo ometto posto sulla cima si staglia la severa e sassosa valle Airale, prolungamento della val Torreggio; sul crinale che la separa dalla valle di Preda Rossa si riconosce il passo di Corna Rossa, sul quale è posto il rifugio Desio, permanentemente chiuso in quanto pericolante. A destra del passo, possiamo osservare, da una prospettiva un po’ insolita, il monte Disgrazia (m. 3678). Dalla cima possiamo dominare anche l'intera testata della Valmalenco, e l'intera catena orobica.
Dopo una sosta dedicata a gustare le bellezze del panorama, possiamo facilmente scendere ai sottostanti pascoli dell’alta Val Torreggio, in corrispondenza della colma di Zana.
Fermiamoci ora qui, per descrivere la seconda variante, che conduce anch’essa alla colma di Zana (m. 2490). Torniamo, dunque, ai piedi del canalone che porta alla bocchetta del Valdone, e proseguiamo sulla pista sterrata che porta all’alpe Marscenzo (m. 2009). Poco oltre, seguendo una debole traccia di sentiero, si potrebbe salire, con un po’ di attenzione, alla depressione denominata colma di Arcoglio (m. 2313), a sinistra del monte Canale, per poi scendere, sul versante opposto, fino all’alpe di Arcoglio. Noi, invece, proseguiamo sulla pista, fino all’alpe Colina (m. 2076), a 16 km circa da Triangia, dove si trova anche il grazioso laghetto omonimo.
Seguiamo la pista che dall’alpe sale verso i pascoli più alti e, al suo termine, prendiamo a destra, su traccia debole ed incerta, che effettua una diagonale verso destra e sale, appunto, alla bocchetta denominata colma di Zana (m. 2417). Il versante è, qui, piuttosto ripido, per cui la traversata alla
bocchetta va fatta con la dovuta attenzione.
Ecco, infine, la sommaria descrizione dell’ultimo tratto, che conduce dalla colma di Zana al rifugio Bosio. Dalla colma di Zana seguiamo per un buon tratto, in leggera salita, il crinale, poi ce ne stacchiamo scendendo ad una conca, per poi risalire ad una piccola sella posta a destra di una cima costituita da rocce rotte. Oltre la sella ci attende una nuova discesa ad una più ampia conca, raggiunta la quale dobbiamo per un'ultima volta intraprendere una salita, che ci conduce ad una porta la quale ci permette di superare il crinale che scende dal monte Caldenno (m. 2669). Questi saliscendi ci impongono il superamento di un dislivello in salita di circa centocinquanta metri. La porta, infatti, è collocata quasi alla medesima altezza della cima del Sasso Bianco.
Oltre la porta inizia l'ultima discesa, inizialmente su un terreno disseminato di grandi massi: stanchi come siamo, questo supplemento di attenzione e di tormento per i nostri piedi non ci rallegra di certo! Poi i massi lasciano il posto ai magri pascoli, che ci permettono una discesa più riposante. Il tracciato tende all'inizio leggermente a sinistra, per poi piegare a destra, superare un torrentello ed intercettare il sentiero che scende dal passo di Caldenno, che congiunge la val Torreggio alla valle di Postalesio. Raggiungiamo così un bel pianoro dove è collocata una grande baita. L'ulteriore discesa ci permette di superare gli ultimi cento metri, raggiungendo il piano dell'alta val Torreggio, dove, in uno scenario ingentilito da radi larici e dai meandri di un quieto torrente, si trova il rifugio Bosio, a 2086 metri.
Facciamo, ora, un po’ di conti. La variante che conduce al rifugio dall’alpe Poverzone passando per la bocchetta del Valdone richiede circa 7 ore di cammino, necessarie per superare circa 900 metri di dislivello. La variante che conduce al rifugio passando, invece, per la colma di Zana richiede circa 6 ore di cammino, necessarie per superare un dislivello di circa 670 metri. Se, infine, partiamo dai prati della Forcola, calcoliamo un’ora in più ed aumentiamo di circa 400 metri il dislivello.


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