CARTA DEL PERCORSO


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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Delebio-Alpe Legnone
4 h
1450
E
SINTESI. Lasciamo la ss. 38 dello Stelvio alla prima rotonda all’ingresso di Delebio (per chi proviene da Colico): svoltando a destra, saliamo in direzione del versante orobico (sud), fino a trovare, preannunciato da un cartello giallo che indica il “Percorso vita”, lo slargo, ai limite del bosco (localtà Tavani), dal quale parte una pista sterrata silvo-agro-pastorale (chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati) che sale ai maggenghi di Osiccio. La seguiamo fino ad Osiccio di Sotto (m. 860), per poi salire su larga mulattiera ad Osiccio di Sopra (m. 922). Fin qui, sulla medesima pista, possiamo salire anche in automobile dalla località Tavani di Delebio, previo acquisto del pass d'ingresso. Dalla parte alta di Osiccio ad un bivio prendiamo a sinistra su una pista; al successivo bivio stiamo a sinistra e raggiungiamo la località Canargo di Sopra. Proseguiamo nella salita oltrepassando la Capanna Vittoria e, dopo un tornante dx, saliamo a Piazza Calda (m. 1165; qui possiamo giungere anche per via più diretta dalla parte alta di Osiccio sulla mulattiera che prende a destra). Restando sulla pista ed ignorando la mulattiera saliamo poi alla Pansun (m. 1413; Corte della Galida sulla carta IGM). Al termine della pista un cartello segnala la partenza, sulla destra, del sentiero che sale all'alpe Legnone, dove si trova il rifugio A.R.F. Legnone (m. 1690). La discesa, per via più diretta (che può ovviamente essere utilizzata anche per salire in minor tempo), può avvenire così. Scendiamo verso il limite interiore (nord-est) dell’alpe, passando una croce n legno: a sinistra della Cascina delle Piode, il sentiero, da traccia poco visibile, si fa marcato e, in corrispondenza di un muretto a secco con segnavia rosso-bianco-rosso, piega a sinistra ed entra in un bel bosco di abeti. Nel bosco la mulattiera scende decisa alla Mottalla dei Larici, alla Piazza Calda e ad Osiccio di Sopra. Scesi ad Osiccio di Sotto, non procediamo sulla pista, ma sulla più diretta mulattiera che scende fino a Piazzo Minghino e termina alla località Basalùn di Delebio. Qui, scendendo al paese e prendendo a sinistra, torniamo all'automobile.


Osiccio

Con un potente squillo di ottoni il corno del monte Legnone chiude la sinfonia della compagine orobica, imponendosi, perentorio, alla vista di chi guardi, dalla media e bassa Valtellina, verso sud-ovest. Uno squillo preparato dal sommesso ed insistente mormorio di flauti e clarinetti, i molti torrentelli che confluiscono nella Lèsina, dalle compatte armonie di viole e violoncelli, i verdi boschi di faggi ed abeti della Val Lésina, e dal luminoso fraseggio dei violini, gli alpeggi più alti.
Chiamarlo semplicemente monte sarebbe un'offesa. E' un'icona, innanzitutto, che gode del primato della cima più vista o comunque riconosciuta da sentieri, alpeggi e cime del versante retico della media e bassa Valtellina. E', più ancora, un piccolo mondo, popolato, in passato, da orsi, lupi, greggi di capre e pecore, armenti, camosci, galli selvatici e pernici, un microcosmo in cui natura, storia ed immaginazione hanno realizzato nei secoli un equilibrio che oggi è sicuramente incrinato, ma forse non ancora irrimediabilmente compromesso. Un piccolo mondo che si affaccia ad ovest ai dolci profili lariani, ad est alle dense ombre dell'intatta Val lesina, a nord alle estreme propaggini della valle dell'Adda, a sud ai vertiginosi versanti della Val Varrone. La sua cima è, in assoluto, fra le più panoramiche della catena orobica: sotto tale profilo, teme il confronto solo con il vicino ed altrettanto noto pizzo dei Tre Signori.


Monte Legnone

La significatività del monte è testimoniata dai molti nomi che ha ricevuto nel corso dei secoli. Il più antico, in epoca pre-romana, fu "Lineo", dal termine celto-ligure "lin", che significa "acqua": la conformazione dei suoi versanti, infatti, lo rende un naturale serbatoio di accumulo di neve che, a primavera, viene incanalata sui versanti e rifluisce a valle. Per i Romani, poi, esso fu il "Tricuspide", perché da Mandello (cui giungevano le loro imbarcazioni nella navigazione del lago da Como a Samolaco) sembrava culminare in tre diverse cime. Poi, nell'alto medioevo, riaffiora l'antica radice "Lineo", ed in un documento dell'anno 879 risulta come monte "Lineone". Da qui a "Legnone" il passo è breve (nel 1256: "Mons Legnonum").
Da Delebio, importante e storico presidio degli ultimi lembi occidentali della Valtellina, l’escursionista può salire ad incontrare faccia a faccia questo poderoso presidio della compagine orobica, non senza fatica, ma con l’animo sospeso e rapito dalle note che da tempo immemorabile la selvaggia e solitaria Val Lésina fa risuonare alle orecchie attente di chi ne apprezza il fascino.
Partiamo da Delebio, dunque, scegliendo, come via di salita, la nuova carrozzabile sterrata, in via di completamento, per i maggenghi di Osiccio. Raggiungiamo il suo imbocco lasciando la ss. 38 dello Stelvio alla prima rotonda all’ingresso del paese (per chi proviene da Colico): svoltando a destra, saliamo in direzione del versante orobico (sud), fino a trovare, preannunciato da un cartello giallo che indica il “Percorso vita”, lo slargo, ai limite del bosco, dal quale la carrozzabile parte, verso destra (ovest).
Lasciata l’automobile ad una quota di circa 235 metri, ci incamminiamo sulla carrozzabile, che propone una prima lunga diagonale verso destra, che si conclude con il tornante sinistrorso di quota 460. Un lungo tratto verso sinistra precede il successivo tornante destrorso, a quota 590. La monotonia della salita è stemperata da alcuni scorci panoramici suggestivi sull’alto Lario e sull’imbocco della Valchiavenna. Ignorate due deviazioni, rispettivamente sulla destra e sulla sinistra, raggiungiamo, a quota 730, il tornante sinistrorso che introduce all’ultimo tratto della pista, che per ora (primavera 2007) termina ad uno slargo di quota 780 metri, per lasciare il posto ad un sentiero che, proseguendo nella medesima direzione (est) porta ad Osiccio di Sotto.
Fin qui si può giungere agevolmente anche in mountain-bike: nel tratto successivo, fino ad Osiccio, però, si deve procedere a piedi (alcuni brevi pezzi sono ciclabili, perché il fondo del sentiero è buono, ma la sua esposizione rende prudente la discesa dalla sella fino al maggengo). Nel primo tratto il sentiero, che non è segnalato da alcun segnavia, rimane all’aperto, poi entra in un fitto bosco e supera, dopo un tratto protetto, una valle, proseguendo con alcuni saliscendi.
Superato un secondo e più modesto valloncello, usciamo dal bosco sul limite inferiore di destra (occidentale) del maggengo di Osiccio di Sotto (Usicc’ de Suta, m. 860 circa). Si tratta di uno splendido maggengo, disposto su una fascia di prati che si prolunga fino ad Osiccio di Sopra (Usicc’ de Sura, m. 922) e che ha diversi motivi di interesse. La panoramicità, innanzitutto: dominiamo, dal suo limite inferiore (dove troviamo anche una fontana, casomai avessimo dimenticato la scorta d’acqua), la bassa Valtellina. Lo sguardo incontra le ultime pigre anse dell’Adda, l’alto lago di Como, il lago di Novate Mezzola, l’intera Costiera dei Cech, ampi squarci sulle alpi Lepontine.
Se, salendo lungo il sentiero che taglia i prati, prestiamo, poi, attenzione, noteremo che su molte case sono dipinte scene di ispirazione sacra (sono rappresentati Cristo che esce dal sepolcro, Noè che sbarca dall’arca con i figli, David che uccide Golia, Papa Leone che ferma le orde di Attila, San Martino di Tours che divide il mantello con un povero e San Giorgio che trafigge il dragone). Si tratta di vere opere d’arte, dipinte, fra il 1995 ed il 1996, dal pittore e scultore G. Abram.
Per chi è salito fin qui in mountain-bike inizia la seconda parte dell’anello, con la discesa (assai ripida, in molti punti: attenzione e freni a posto, dunque!) che segue la pista da strascico fino alla frazione Basalùn di Delebio, dalla quale, prendendo a sinistra, si torna facilmente al punto di partenza (la medesima pista che sfrutteremo al ritorno). È anche possibile continuare la salita fino alla Corte della Galida (m. 1400), raggiunta da una pista con fondo discreto, ma la pendenza è in molti punti proibitiva, per cui ben difficilmente si riuscirà a restare in sella fino in fondo.


Osiccio

Segnaliamo inoltre che fin qui possiamo salire, seguendo la medesima pista, anche in automobile dalla località Tavani di Delebio, previo acquisto del pass d'ingresso presso il Bar Cioca (via Roma 57), il Bar Milvia (via Stelvio, 123), il bar Zero8 (piazza S. Domenica, 20), il Blu Bar (via Stelvio, 19) o il Ristorante Domingo (via Carcano, 3), per poi salire dalla chiesa parrocchiale con l'automobile in direzione del versante orobico, prendendo a destra e raggiungendo la località Tavani (indicazioni del percorso vita). Qui si imbocca la pista con fondo sterrato e in cemento che con poche lunghe diagonali risale i versante a monte del paese e porta al parcheggio di Osiccio di Sopra (m. 922),
Vediamo, comunque, come procedere, a piedi, in sella o spingendo la mountain-bike. Raggiunto il limite alto di Osiccio di Sopra, ignoriamo la mulattiera che prosegue, salendo verso destra, per la Piazza Calda ed imbocchiamo la pista che volge, ripida, a sinistra (sud-sud-est), fino ad un bivio, al quale prendiamo sinistra, raggiungendo la località di Canargo di Sopra (Canàrch de Sura, m. 920), costituito da un gruppo di baite raccolte intorno alla chiesetta della Madonna della Neve, edificata nel 1754. Una sosta al maggengo ci consente di lasciar correre i pensieri sui sentieri della leggenda. Si racconta, infatti, che Canargo abbia ospitato, in un passato lontano, un “hom salvàdech”, cioè un uomo selvatico, parente forse, o forse emulo ignaro del più famoso “homo salvàdego” di Sacco, in Val Gerola. Era, costui, originario di Delebio, ed aveva scelto la vita solitaria in una baita del maggengo, appartata dalle altre. Viveva del latte di una mucca e di poche capre; i suoi parenti, che salivano qualche volta alla sua dimora per sincerarsi che fosse ancora in vita, gli portavano anche un po’ di farina e qualche patata: tanto gli bastava. Molti, che non l’avevano mai visto, lo temevano, pensando che fosse pazzo e pericoloso. In realtà era mite ed inoffensivo: solo, non desiderava la compagnia degli uomini, preferendo rimanere immerso nella natura madre di tutte le cose, senza parole, senza pensieri, senza affanni. Non fece mai male a nessuno e lasciò la vita in silenzio, così come era sempre vissuto.
Noi, invece, lasciamo Canargo, meditando sul significato di questa figura e riprendendo la salita in direzione ovest-sud-ovest, fino ad intercettare il ramo della pista che sale da Osiccio di Sopra e che abbiamo lasciato al bivio precedente Poco distante, verso destra, troviamo il grande edificio della Capanna Vittoria (“Capàna Vitòria” m. 969), rifugio edificato da un gruppo di alpinisti milanesi della Federazione Alpinistica Italiana ed inaugurata il 15 ottobre 1922, in memoria di combattenti, caduti e reduci della Grande Guerra; l’edificio venne poi donato alla parrocchia di Delebio. Da qui possiamo gettare uno sguardo, dall’alto, sul maggengo di Canargo.
Continuiamo, poi, a salire verso sinistra, fino ad un tornante destrorso (ad una quota di poco inferiore ai 1000 metri), in corrispondenza di un prato e di una baita rosa. Segue un lungo traverso verso destra (direzione nord e nord-ovest), che ci porta ai prati della Piazza Calda (Ciàzcòold o Céscòold, m. 1165). Qui giunge anche la mulattiera per l’alpe Legnone, che sfrutteremo al ritorno, e che continua la salita verso la Mottalla dei Larici (viene segnalata dal cartello della G.V.O. Gran Via della Orobie, cioè la traversata da Delebio all’Aprica lungo l’intero versante alto delle Orobie Valtellinesi; tale cartello dà l’alpe Legnone ad un’ora e 45 minuti).


Testata della Val Lesina

Noi, invece, restiamo sulla pista a sinistra della mulattiera, segnalata dal cartello relativo all’itinerario 123, che dà l’alpe Legnone ad un’ora e 50 minuti e Galida a 2 ore e 20 minuti. Un secondo cartello, giallo, della Comunità Montana Valtellina di Morbegno e della Pro Loco di Delebio, segnala, sul medesimo percorso, l’alpe Cappello ad un’ora e 30 minuti. Riprendiamo, dunque, a salire, sulla pista, iniziando il lungo traverso che, con direzione est-sud-est prima, sud-est poi, est, infine, conduce fino alla Corte della Galida. Si tratta di una pista che propone diversi tratti con pendenza assai severa. Superata una fascia di prati con alcune baite, a monte ed a valle della pista, guadagniamo quota 1240, dove troviamo un cartello con intitolazione “Progetto speciale agricoltura – Itinerario didattico”. Parte da qui, a monte della pista (destra), un sentiero, segnalato da segnavia bianco-rossi e da un cartello giallo della Pro Loco di Delebio, per l’alpe Legnone (data ad un’ora di cammino).
Noi, invece, restiamo sulla pista, corredata da diversi cartelli che illustrano la tipologia di alberi sul suo ciglio. Incontriamo anche alcuni segnavia bianco-rossi. Superata anche una targa che ricorda il partigiano Scaramella Elio (classe 1926, morto il 22 luglio 1944), raggiungiamo, infine, il punto in cui la pista esce dal bosco, salendo, con un ultimo strappo, al baitone posto sul limite della conca di prati denominata Corte della Galida (Curt de Galìda de Pansùn, m. 1413), che si stende ai piedi di un gradino roccioso che la separa dalla parte più alta del ramo orientale della Val Lesina. Qui, in corrispondenza di un’area di sosta attrezzata, termina la pista, che lascia il posto ad un sentiero che piega a sinistra e prosegue in direzione dell’alpe Cappello o Capello (Munt de Capèl, alpe data  da un cartello a 30 minuti, e non visibile perché nascosta dal dosso che delimita ad est la Corte). Il nome Galìda si riferisce alla valle ed al torrente che confluiscono, da ovest, nel solco principale della Val Lesina.
Questo è il punto di arrivo per chi sia salito fin qui in mountain-bike; chi è a piedi, invece, può proseguire salendo all’alpe Legnone. La salita sfrutta un sentiero, non segnato sulla carta IGM, la cui partenza è indicata da un cartello giallo della Comunità Montana Valtellina di Morbegno, che dà  il rifugio Alpe Legnone a 30 minuti ed il monte Legnone a 3 ore. Il sentiero sale sul versante alla nostra destra, sormontando una fascia di magri pascoli e roccette, fino a raggiungere il limite orientale dell’alpe Legnone (Munt de Légnùn), sorvegliata da una croce di legno. All’alpe troviamo solo tre baite, una delle quali (la più alta) è stata adattata a rifugio dall’Azienda Regionale delle Foreste di Morbegno. Si tratta del rifugio A.R.F. Legnone (m. 1690), custodito nel solo periodo estivo.
Sono trascorse dalle quattro alle cinque ore dalla partenza, ed i 1450 metri di dislivello superato si fanno certamente sentire. Sediamoci, quindi, nei pressi del rifugio e guardiamo in direzione nord. L’occhio attento riconoscerà, in direzione della Valchiavenna (a sinistra), il profilo tondeggiante del monte Matra (m. 2206), il pizzo di Prata (m. 2727, posto a guardia della bassa Val Codera), l’inconfondibile lancia del Sasso Manduino (m. 2888), che chiude ad ovest la testata della Val dei Ratti, le rimanenti cime che ne segnano il profilo, cioè la punta Magnaghi (m. 2871) ed il pizzo Ligoncio (m. 3032); con un cambio di scena, ecco, in primo piano, le cime della Costiera dei Cech, il monte Sciesa (m. 2487), la cima di Malvedello (m. 2640) e, defilata, la cime del Desenigo (m. 2845); ancora più a destra, il possente monte Disgrazia (m. 3678), affiancato dai Corni Bruciati (m. 3097 e 3114); sullo sfondo, infine, le cime della lontana Val di Togno e del versante retico, cioè il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Rhon (m. 3139). Volgiamoci, ora, a sud: a sinistra della scura parete nord del Legnone ci si presenta la sequenza delle cime della testata della Val Lésina, fra le quali emergono la cima di Moncale (m. 2306), la cima del Cortese (m. 2512) ed il pizzo Rotondo (m. 2495).
Guardando con attenzione, potremo individuare il sentiero militare, tracciato durante la prima guerra mondiale nel contesto di un sistema di fortificazioni orobiche allestite per far fronte ad un eventuale cedimento della linea del fronte allo Stelvio, sentiero che sale, zigzagando, verso la bocchetta del Legnone e che viene oggi utilizzato per salire sull’ultimo gigante delle Orobie occidentali: una volta raggiunta la bocchetta, infatti, si guadagna la cima seguendo la linea del crinale. In una giornata di sole l’alpe ci regalerà un’impressione di intensa luminosità. Non dimentichiamo, però, che questi luoghi, sorvegliati dall’accigliata Pizza (così viene chiamato il monte Legnone), sono legati ad oscure leggende che hanno come protagonisti orsi, lupi e streghe.
Sarà, dunque, bene scendere prima che le ombre della sera diano corpo a queste ancestrali paure. Ecco come farlo. Divalliamo verso il limite interiore (nord-est) dell’alpe, passando per la croce collocata nel 1993: a sinistra della Cascina delle Piode (Casina di Ciööd, m. 1501), il sentiero, da traccia poco visibile, si fa marcato e, in corrispondenza di un muretto a secco con segnavia rosso-bianco-rosso, piega a sinistra ed entra in un bel bosco di abeti. La discesa prosegue tenendo il filo del dosso che scende alla Mottalla dei Larici (Mutàla di Làras, m. 1395). Qui si trova anche una conca traversale, denominata Zocca della Nave (Zòca o Pradél de la Nàaf), con riferimento ad una leggenda che vuole che proprio qui l’Arca di Noè abbia trovato il suo approdo, dopo la lunga navigazione successiva al diluvio universale. Se così è, di qui sarebbe cominciata la ripopolazione dell’intera terra, dopo lo sterminio di ogni specie vivente (eccezion fatta per gli esemplari ospitati dall’Arca) operata dalle acque del diluvio. La mente corre al dipinto di Abram che, ad Osiccio, raffigura appunto Noè, ma anche all’analogo Piazzo della Nave, posto a quota un po’ più alta (oltre 1600 metri) sul versante opposto della bassa Valtellina, cioè sulla Costiera dei Cech, luogo anch’esso legato ad un’analoga leggenda. Ma dove è veramente approdato Noè? Anche a questa domanda è legata la plurisecolare rivalità e contesa fra Cech e Maròch.
Proseguendo la discesa, usciamo infine dal bosco, ad una quota di circa 1200 metri, in corrispondenza della parte alta della già citata Piazza Calda. La successiva discesa ad Osiccio di Sopra e di Sotto prosegue sfruttando la mulattiera che rimane nei pressi del filo del largo dosso (anche se potremmo sfruttare la pista già percorsa salendo). Raggiunto il maggengo di Osiccio di sotto, invece di tornare sul sentiero che, dal limite sinistro della parte bassa dei prati, porta alla nuova pista sterrata, prendiamo a destra, scendendo lungo la ripida pista da strascico che ci porta a Piazzo Minghino (m. 532), dove si trova il piccolo invaso che serve la sottostante centrale, la prima in provincia di Sondrio, costruita nel 1894. La pista, con fondo in ciottoli levigati, prosegue nella discesa fino al parcheggio nei pressi della già citata centrale, a monte della contrada Basalùn di Delebio (m. 250 circa: qui parte la Gran Via delle Orobie, che si conclude all’Aprica). Scesi alle prime case del paese, prendiamo a sinistra e, in breve, raggiungiamo lo spiazzo al quale abbiamo lasciato l’automobile, dopo circa 7 ore di cammino (il dislivello in salita è di circa 1450 metri).
Ma, si sa, la discesa è monotona: con che altro ravvivarla se non con il piacevole fantasticare sulle molteplici storie del Legnone? Eccone, dunque, alcune. Di leggende sul Legnone e le sue falde ne sono fiorite tante, leggende che parlano di streghe, di orsi e di lupi (spesso presentati come metamorfosi delle streghe). Si racconta perfino di un uomo selvatico, concorrente, per modo di dire, per più famoso "homo salvadego" della Val Gerola. Ercole Bassi spiega, però, che non si tratta di una semplice leggenda, e, in un articolo pubblicato su "Le vie del bene", scrive: "Io ho conosciuto anche l'uomo selvaggio. Era costui un contadino che viveva affatto solitario in una casupola isolata sui fianchi del monte Legnone a Canargo di sotto e viveva col latte di una vacca e di qualche capra e un po’ di farina, di patate e d'altro che i suoi parenti gli portavano. Non era pazzo e non sentii che avesse fatto male ad alcuno. Molti lo temevano, e non ho mai potuto sapere perché conducesse tale vita".
Il piccolo mondo del Legnone, dunque, era anche un eremo, eletto per scelta propria o per forza, come accadde a quel giovane di Colico di cui parla, nel medesimo articolo, il Bassi: "Era di Colico, imputato di fratricidio. Si diceva che aveva ucciso per legittima difesa e poi si era rifugiato sul Legnone, ove non faceva male a nessuno e d'estate si occupava come pastore su qualche alpeggio. Persone fidate e parenti gli portavano da mangiare nelle altre stagioni in punti intesi ma sempre diversi. Era stato processato alle Assise di Como, e condannato in contumacia a gravissima pena. Ebbi a trovarlo una volta all'alpe Scuggione sopra Colico, e mi fece l'impressione di buon uomo. Dopo oltre un ventennio di questa vita, quando ormai egli sperava di non essere più ricercato, i carabinieri poterono una volta sorprenderlo nel suo rifugio. Fu rifatto il processo ed egli fu assolto." Una storia così non poteva avere un esito diverso.


Monte Legnone

Non si può chiudere la carrellata degli eremiti del Legnone senza menzionare la figura più singolare, quella della cosiddetta "Castellana di Piazza Calda". E' sempre il Bassi a darcene notizia: "Ho conosciuto anche una giovane avvenente figlia di intelligenti artieri, che passava la maggior parte dell'anno sola, a 1100 metri, in una località della "Piazza Calda", ove teneva una casetta, stalla fienile, e vi coltivava un orto con patate, insalata, fagiuoli e piante di frutta. Vi allevava delle api rustiche, e nella primavera scese l'orso a mangiarle il miele... Era una giovine seria e laboriosa, e s'intratteneva volentieri con chi la frequentava".
Vero signore del Legnone era, però, nei secoli passati non l'uomo, ma l'orso. Ecco di nuovo il Bassi: "L'orso era pericoloso agli armenti che pascolavano all'aperto sugli alpeggi, li avvicinava cauto di notte, assaliva una capra, un vitello da tergo, e con la preda cercava allontanarsi e percorrere lunghe miglia, spesso passando da un versante all'altro di una valle, di un monte. Gli armenti, terrorizzati, fuggivano all'impazzata, accorrevano i pastori, inseguivano l'orso con la preda, e a bastonate l'obbligavano spesso ad abbandonarla. Era più terribile nella primavera, quando si svegliava nel suo sonno letargico, era affamato e non trovava di cibarsi di erbe, allora si abbassava sino ai prati maggenghi. Saliva sui tetti delle stalle ove sentiva si trovavano pecore e capre, rimuoveva con le zampe le lastre di pietra che li ricoprivano e saltava dentro a satollarsi. In generale non era ritenuto feroce, e ben di rado assaliva l'uomo, se lo scorgeva si allontanava per altre direzioni. Ci fu chi si dilettava a raccontare d'averlo incontrato sopra uno stretto e ripido sentiero, di essere stato afferrato, e posto dietro a sè dall'orso che continuò la sua via.”


Monte Legnone

Ed ancora, sugli orsi del Legnone, ecco quanto scrive Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne: "Ma laggiù, là sul versante del Legnone, gli orsi erano feroci o mattacchioni. Tutti ne hanno sentito parlare! Per molto tempo, Legnone e orsi sono stati una sola cosa. Mi pare ancora di vedere l'enorme bestia dalla pelliccia quasi nera, che si era lanciata contro due cacciatori ferendo gravemente l'uno, prima di cadere sotto le palle di fucile dell'altro.
Un altro orso vagava un giorno tranquillo lungo un sentiero della Val della Lesina, quando incontrò un toro. Il sentiero era talmente stretto che i due animali si fermarono e si guardarono ben bene negli occhi. Poi l'orso si leccò i baffi: da molto tempo, non gli era capitato sotto gli artigli un così buon boccone! Si drizzò grugnendo sulle zampe posteriori e si gettò sul toro, ma quest'ultimo, più agile, abbassò la testa e con un abile colpo di corna, inchiodò l'avversario contro la roccia aprendogli il ventre. E il povero Martino lasciò cadere la sua grossa testa sul petto gli occhi chiusi, ma restò dritto, perché il toro, per la paura che fosse ancora vivo, lo teneva inchiodato con le corna. Qualcuno dice che il toro è rimasto nella stessa posizione fino a morir di fame, ma altri assicurano che i pastori lo liberarono tre o quattro giorni dopo guadagnandoci la pelle dell'orso
.
Ma il Legnone ha avuto l'orso più famoso: l'orso chirurgo. Un gozzuto che passeggiava nella Val della Lesina, vide due orsacchiotti che giocherellavano nel bosco. L'occasione era eccellente per impossessarsene. Si avvicinò, tranquillo tranquillo, ma l'orsa, che era nascosta, si lanciò su di lui, lo gettò a terra e con un colpo di artigli, gli aprì la gola. Ne uscì un secchio d'acqua e il povero diavolo si sentì tutto risollevato, perché respirava meglio. Quando scese al piano, tutti furono strabiliati: - Dove hai lasciato il gozzo? -. E tutti seppero allora che nella Val della Lesina c'era un celebre chirurgo, specialista nell'operazione al gozzo. Non so se altri si sono decisi a farsi operare dall'orso. La leggenda dell'orso chirurgo divertì molto tutta la compagnia che mi chiedeva altre storie di orsi, ma esse erano terminate con gli orsi che le avevano generate.” (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).


Monte Legnone

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