Apri qui una fotomappa del territorio di Albaredo

Niente di ufficiale, niente di istituzionalizzato. Solo un’idea, una proposta di Alta Via della Valle del Bitto di Albaredo scandita in quattro giornate, per incontrare da vicino una valle luminosa, ricca di colori e suggestioni storiche e paesaggistiche. Quattro giornate, con partenza e ritorno ad Albaredo per San Marco, per toccare luoghi assai noti agli appassionati dell’escursionismo e dello sci-alpinismo, ma anche luoghi quasi ignoti, dove non è improbabile camminare per un’intera giornata senza incontrare persona alcuna. Quattro giorni per una traversata alta a portata di escursionista esperto, fra i luoghi di uno dei più celebri formaggi grassi dell’arco alpino, luoghi che hanno conservato un forte radicamento ad un passato che è ancora presenza vivente nelle comunità che li abitano permanentemente. Quattro giorni da gustare, confidando nel bel tempo, e ricordare, confidando nel potere consolatorio che le giornate più belle conservano intatto anche nei momenti più tristi del cammino della vita.

ALTA VIA DELLA VALLE DEL BITTO DI ALBAREDO - 2 - DAL RIFUGIO ALPE PIAZZA AL RIFUGIO CA' SAN MARCO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Alpe Piazza-Alpe Lago-Val Pedena-Valle d'Orta-Casera di Orta Vaga-Passo di San Marco-Rifugio Ca' San Marco
8 h
1020
EE
SINTESI. Dal rifugio Alpe Piazza (m. 1835) seguiamo il sentiero (Gran Via delle Orobie) che prosegue verso sud superando una valletta e sale all'alpe Lago, al baitone ed al bivacco bivacco Legüi. Appena sotto il baitone, però, lo lasciamo prendendo un sentiero che attraversa un vallone e si porta all'ale Lago, fino alla baita di quota 1887 sull'alpe Lago. Ignorato il sentiero che scende a destra, saliamo alla baita più alta di quota 1920, scendendo poi al baitone di quota 1909 e poassando alla sinistra della baita quotata 1824. Dopo un tratto nel bosco usciamo ai prati della Stabiena (m. 1793), Segue un tratto impegnativo, fra petraie e ontani (passaggi attrezzati), che conduce alle soglie del circo terminale della Val Pedena, dove dobbiamo salire ad intercettare una larga mulattiera che sale dal fondovalle. Seguendola, saliamo ad un bivio segnalato da cartelli, e proseguiamo la salita fino ad una baita alta dove siamo ad un nuovo bivio: ignorato il sentiero che sale a sinistra verso il passo di Pedena, prendiamo a destra avvicinandoci al limite della Val Pedena. Segue una traversata su traccia molto incerta ed intermittente, con pochi segnavia, che richiede molto senso di orientamento, fino al Dosso della Motta. Il sentiero prosegue, prima scendendo, poi risalendo verso l'alpe Orta Soliva. Dopo una svolta a sinistra, a quota 1890 metri circa vediamo aprirsi, in alto, il circo dell’alpe d’Orta, che si stende ad ovest del monte Azzarini (m. 2431). È, questo, un punto molto importante, da memorizzare: sulla fascia di prati che si apre in basso, alla nostra destra, vediamo un pilone di sostegno di una teleferica; sulla mulattiera troviamo un mucchietto di sassi con dei pali arrugginiti; a destra del sentiero, una debole traccia se ne stacca e scende in diagonale i ripidi prati: dobbiamo usarla per la discesa alla strada provinciale per il passo di S. Marco. In un tratto sorretto da muretto a secco passiamo a sinistra del torrente della Val d'Orta, scendiamo restando sul lato destro dei prati e, dopo una nuova porta nella roccia, scendiamo lungo l'ultima fascia di prati sopra la provinciale per il passo di San Marco. Raggiunta la strada provinciale, scendiamo fino al primo tornante dx, poco oltre il quale la lasciamo per imboccare una pista che supera il torrente al centro della valle e porta alla Casera di Orta Vaga (m. 1694). Seguendo le segnalazioni di un cartello (che ci indicano che siamo ora sulla Gran Via delle Orobie), procediamo per un breve tratto ed intercettiamo la marcata Via Priula. Qui prendiamo a sinistra, risalendo, con diversi tornanti, il dosso che separa la valle d'Orta dal segmento terminale della valle del Bitto. La salita ci porta sul fianco opposto del dosso, dove la via Priula si snoda, con diversi tornanti, in un bellissimo bosco di radi larici, un luogo di rara bellezza. Lasciato il bosco alle spalle, la via attraversa alcune roccette: siamo ormai in vista del passo, annunciato dai grandi tralicci che lo valicano. Raggiumo infine facilmente l'ampia sella del passo di San Marco, a 1992 metri. Dal passo scendiamo poi su sentiero o sulla strada al rifugio Ca' San Marco o al rifugio San Marco 2000.


Apri qui una fotomappa della traversata dalla Valle di Lago alla Val Pedena

La seconda tappa dell'Alta Via della Valle del Bitto di Albaredo prevede la traversata dal rifugio Alpe Piazza al rifugio Ca' San Marco, seguendo interamente la Gran Via delle Orobie (segnavia bianco-rossi ed acronimo GVO), che effettua una lunga traversata degli splendidi e luminosi alpeggi del versante orientale della valle, per poi scendere ad intercettare la Via Priula, seguendola fino al passo di San Marco ed al vicino rifugio Ca' San Marco. Un percorso lungo, ma davvero avvincente e privo di difficoltà tecniche.
Dal rifugio Alpe Piazza (m. 1835) proseguiamo sul sentiero (GVO) che, attraversato un torrentello, sale verso il baitone quotato 1898 metri, affiancato dal piccolo bivacco Legüi. Questo baitone meriterebbe una visita, sia per la sua panoramicità (ottimo il colpo d’occhio sulla bassa Valtellina e sul gruppo del Masino-Disgrazia, che, emergendo, quasi, dalla linea dei larici che si disegna, regolare, a monte del rifugio Piazza, offre un effetto di contrasto cromatico di rara suggestione), sia per la targa che rende omaggio a tutti coloro che, nei secoli, hanno profuso energie ed intelligenza nei lavori connessi con l’alpeggio e la produzione casearia.


Baita di quota 1920 e monte Pedena

Teniamo, però, presente che il nostro itinerario non passa per il baitone, ma, poco sotto, lascia il sentiero che sale ad esso, staccandosene a destra, poco dopo l’attraversamento del torrentello, e procedendo con andamento pianeggiante ed in leggera discesa lungo il fianco del largo dosso, in direzione sud-ovest. Oltrepassata la baita quotata 1778 metri, proseguiamo nella traversata, in direzione sud, e riprendiamo a salire gradualmente, superando un largo vallone (che scende direttamente verso ovest dalla cima del monte Lago) e raggiungendo la baita quotata 1840 metri. Tagliamo, poi, il largo crinale che scende verso ovest-sud-ovest dalla cima del monte Lago, attraversando un versante piuttosto ripido e guadagnando gradualmente quota, fino alla baita di quota 1887, che appartiene già all’alpe Lago.


Laghetto all'alpe Lago

Dalla baita, invece di scendere sulla destra, proseguiamo sulla sinistra, salendo ancora in direzione sud-sud-est, fino a giungere in vista della baita più alta dell’alpe, a quota 1920, posta sul limite destro di una bella conca erbosa, occupata da un enorme masso erratico. Più in basso, sulla destra, vediamo il baitone quotato 1909 metri. Ora, però, lasciamo per qualche minuto il percorso della traversata e prendiamo a sinistra, in direzione del piccolo circolo glaciale al quale accediamo dopo aver superato un breve corridoio. Qui troviamo il laghetto quotato 1931 metri (anche se a fine stagione può darsi che sia quasi prosciugato), una piccola perla, impreziosita dall’aria raccolta di questi luoghi. Piccola, ma non insignificante, se si considera che si tratta dell’unico specchio d’acqua nell’intera Valle del Bitto di Albaredo.


Apri qui una fotomappa del sentiero che dalla Valle di Lago traversa in Val Pedena

Guardando al versante montuoso che si innalza ad est, cioè al crinale che ci separa dalla Val Budria, a sinistra dell’elegante e poderosa cima del monte Pedena (m. 2399), noteremo il suo aspetto selvaggio e scosceso. Eppure sono questi i luoghi (soprattutto sul lato opposto, della Val Budria) che in passato erano frequentati dalle donne che cercavano di strappare faticosamente alla montagna erba preziosa per nutrire le poche bestie. Un tempo, infatti, si poteva incontrare qui molta gente. Non solo gli alpeggiatori (che ancora oggi caricano l’alpe), ma anche quelle contadine che venivano fin quassù spinte dalla necessità di integrare il foraggio per le poche bestie facendo erba alle quote più elevate. Venivano soprattutto dal versante della Valle di Albaredo, appoggiandosi al crinale a sud del monte Lago (lo vediamo, in alto, alla nostra sinistra) e scendendo alle balze più alte della Val Budria, scoscese e pericolose (vi fu anche qualche vittima). Venivano a fare la “cèra”, cioè a tagliare quell’erba scivolosa e filiforme che, pur non avendo un particolare pregio come nutriente, consentiva pur sempre di integrare la scorta di fieno. Arrivavano sul far dell’alba, quando ancora si vedevano le sette stelle del “pradèr”, finché nel cielo non restava solo l’ultima stella, la stella del mattino, “la dì”. Per arrivare così presto dovevano partire, in gruppi di una ventina di donne, almeno un paio d’ore prima, verso le tre, nel cuore della notte, e camminare qualche ora. Tagliavano l’erba per diverse ore, calzando zoccoli ferrati che permettevano di ancorarsi meglio al terreno. La sera, con una trentina di chili d’erba nella gerla, se ne tornavano a casa, e così ogni giorno, per 10-12 ore, tutta l’estate e per buona parte dell’autunno (qualche volta addirittura fino a S. Caterina, il 25 di novembre, come racconta Orsola Petrelli, una testimone intervistata da Patrizio Del Nero, autore del bel volume “Albaredo e la Via di San Marco”, Editour, 2001).
Torniamo sui nostri passi, alla baita di quota 1920, e scendiamo al baitone di quota 1909, proseguendo nella discesa seguendo la traccia che serpeggia in un canalone, fino al ripiano che ci propone, sulla destra, la baita di quota 1824. Non ci portiamo verso la baita, ma, proseguiamo verso sinistra, ignorando la deviazione sulla destra, che scende verso la parte bassa della Valle di Lago. Se vogliamo abbreviare l’anello, possiamo scendere lungo questa valle: passeremo, a 1695 metri, presso un grande larice che è classificato fra gli alberi monumentali della provincia di Sondrio (è alto 24 metri ed ha una circonferenza di 5,5 metri) e raggiungeremo il rifugio Alpe lago (m. 1510), presso la provinciale per il passo di San Marco. Ecco una breve descrizione del percorso inverso, che sale al larice monumentale da questo rifugio. Alle spalle del rifugio, a destra (per chi ne guarda la facciata), parte il sentiero, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi, che sale verso l'alpe Lago, effettuando una diagonale che lo porta ad attraversare due corsi d'acqua. Il larice, affiancato da un larice gemello di dimensioni leggermente inferiori, è ben visibile, a sinistra della prima baita che si incontra salendo, nei pressi di una biforcazione del sentiero seguito. Lo si raggiunge dopo una ventina di minuti di cammino.
Ma torniamo al nostro percorso. Il sentiero, attraversato un piccolo corso d’acqua, sale dapprima con andamento deciso, poi con pendenza minore; attraversato un corpo franoso ed un valloncello, entra nel bosco, per uscirne sul crinale che scende dal pizzo delle Piodere (m. 2206), la cima che, ad ovest del monte Pedena, presidia il limite sud-occidentale dell’alpe Lago. Siamo ai prati della Stabiena, e passiamo a monte della baita omonima (m. 1793). Poi il sentiero volge a sinistra (sud-est) e taglia, scendendo, il selvaggio, ripido e brullo versante che sul fianco occidentale del pizzo delle Piodere. Non dobbiamo assolutamente perderla, perché questo versante non può essere affrontato al di fuori del percorso. Dopo un primo breve tratto pianeggiante, esposto su un salto roccioso (attenzione!), la traccia comincia a scendere serpeggiando fra macereti, qualche rado larice, macchie di ontani, prati ripidi e valloncelli. A metà della discesa superiamo un nuovo tratto esposto; infine, dopo aver attraversato un’ultima macchia di ontani ed un valloncello, ci ritroviamo ad un rudere, sulla parte bassa del circo terminale della Val Pedena. In alto vediamo la larga sella sulla quale è posto il passo omonimo, il più agevole valico fra Valle del Bitto di Albaredo e Val Budria (Val Tartano).
Da qui dobbiamo cominciare a salire, in diagonale, verso sud est, cercando la traccia di una larga mulattiera che sale dal fondovalle. Se, invece, volessimo scendere da qui verso la parte bassa della valle, abbreviando l’anello, teniamo conto che non è facilissimo trovare il sentiero. Regoliamoci così: torniamo all’ultimo valloncello che abbiamo attraversato prima del rudere, riportiamoci sul lato opposto e scendiamo rimanendo nei pressi del suo solco, che resta alla nostra sinistra: dopo una breve discesa, intercetteremo il sentiero, che scende verso destra, e che ci porta al limite inferiore di una larga fascia di ontani, scendendo un dossetto e scavalcando di nuovo da sinistra a destra il valloncello. L’ultima parte della discesa avviene a vista, con facile diagonale verso la strada provinciale e la Casera di Pedena.
Ma torniamo al nostro percorso. Seguendo la mulattiera, dopo aver superato un piccolo corso d’acqua raggiungiamo un gruppo di tre cartelli semidivelti, tutti della GVO (Gran Via delle Orobie), che segnalano un bivio, ad una quota approssimativa di 1860 metri. Nella direzione dalla quale proveniamo un cartello indica l’alpe Lago e l’alpe Piazza, data ad un’ora e 20 minuti (si tratta della variante bassa della GVO; per raggiungere questi alpeggi, però, non dobbiamo percorrere a rovescio l’itinerario di salita, ma portarci al rudere di baita con recinto e di qui imboccare il sentiero che effettua la traversata dalla Val Pedena alla Valle di Lago, a nord di questa). Un secondo cartello indica che proseguendo verso destra, cioè in direzione sud, ci si porta in un’ora all’alpe Orta ed in un’ora e 50 minuti al passo di San Marco. Il terzo cartello indica che prendendo a sinistra saliamo al passo di Pedena in un’ora e 10 minuti, iniziamo la traversata dell’alta Val Budria in un’ora e 40 minuti e quella della Val di Lemma in 3 ore e 30 minuti. È, questo, infatti, il punto nel quale la Gran Via delle Orobie si biforca in due rami: quello superiore, che sale al passo di Pedena, passa in Val Budria, effettua una traversata alta di questa valle e della successiva Val di Lemma, e quello inferiore, che, seguendo il nostro percorso a ritroso, raggiunge l’alpe Piazza e poi sale alla bocchetta del Pisello, dalla quale scende (ma la discesa non è affatto facile) in Val Budria.
La nostra traversata prosegue, dunque, ignorando il sentiero che sale, alla nostra sinistra, verso il passo di Pedena e mantenendo la direzione sud. La traversata del lato meridionale della Val Pedena avviene, però, su una traccia molto incerta, che gioca a rimpiattino e si mostra continua, anche se piuttosto stretta, solo all’imbocco del bosco che ricopre il versante settentrionale del pizzo d’Orta, proprio davanti a noi, leggermente a destra. Dobbiamo, quindi, prestare attenzione ai non numerosi segnavia bianco-rossi. Nel primo tratto procediamo in piano, alternando tratti all’aperto a tratti nei quali la debole traccia passa nella boscaglia di basso fusto. Dopo aver guadato un piccolo corso d’acqua, superiamo una radura dove vediamo un segnavia su un masso. Il punto più delicato, perché incerto, si trova poco oltre, quando, per un breve tratto, dobbiamo piegare a sinistra e risalire un modesto corridoio erboso, per poi riprendere la direzione originaria, passando a monte del limite della macchia che colonizza il gradino che separa il circo dell’alta valle dall’ampia conca più in basso. Ci stiamo avvicinando al guado di un torrentello e vediamo, sul lato opposto, la ripartenza della traccia. Raggiunto il lato opposto del torrentello, ritroviamo una traccia sufficientemente visibile, e scendiamo per un breve tratto. Guadato un secondo torrentello, troviamo un breve tratto di salita in un canalino fra modeste roccette, che precede una successiva discesa su terreno erboso. Ci stiamo approssimando al corpo franoso che occupa l’ultimo lembo meridionale della valle e che dovremo tagliare prima di entrare nella boscaglia. Affrontiamo, quindi, una breve salita ad una piccola porta a sinistra di un masso, oltre il quale ci attende un tratto nell’erba alta, dove la traccia si perde. Attraversato un piccolo corso d’acqua, saliamo ancora, raggiungendo una selletta erbosa a sinistra di un grande masso. Una breve discesa ed un’altrettanto breve salita ci portano ad un segnavia su una placca rocciosa, oltre la quale la traccia comincia a scendere verso un ometto ed un nuovo segnavia.
La traccia si fa via via più chiara, e ci porta sul limite del corpo franoso, che attraversiamo salendo leggermente, senza difficoltà. Ci portiamo, quindi, alla macchia sul fianco del pizzo d’Orta, e riprendiamo a salire circondati da ontani. Dopo un breve tratto, il sentiero attraversa una vallecola rocciosa. Siccome le rocce sono spesso umide ed insidiose, con le quali questo tratto è attrezzato sono sicuramente opportune. Bene, dunque, per le corde fisse; peccato, però, trovarle su un sentiero per ora (luglio 2007) decisamente mal segnalato: chi dovesse, infatti, a percorrerlo a rovescio rispetto a noi troverebbe non pochi problemi di orientamento prima di raggiungere il bivio al centro della Val Pedena (ma anche nella prosecuzione verso la Valle di Lago). Oltre il valloncello ci attende uno strappetto severo, poi un tratto in saliscendi. Una successiva discesa porta ad un tratto pianeggiante e ad un nuovo strappetto, che ci porta ad uscire ad una radura.
Qui dobbiamo prestare attenzione ai segnavia, perché il sentiero non procede diritto, ma piega a destra, scendendo sul largo dosso che scende dal pizzo d’Orta verso sud-ovest. Davanti a noi, sul fondo della Valle di Albaredo, vediamo il passo di S. Marco. Il sentiero corre a destra di una fascia di massi e macereti, e porta al limite superiore di un ampio terrazzo di pascoli, che occupa la parte alta del lungo dosso della Motta. Prima di descrivere il percorso verso l’alpe d’Orta, diamo conto di come scendere dai prati alla strada provinciale per il passo di S. Marco, nel caso si desiderasse abbreviare l’anello escursionistico: basta portarsi alla parte più bassa dei prati, verso nord-ovest, in direzione di un ben visibile traliccio, sul limite del bosco. Qui troviamo due sentieri che scendono alla strada provinciale, attraversando una bella pecceta, uno sulla sinistra (direzione sud) ed uno sulla destra (direzione nord-est prima, poi ovest nell’ultimo tratto.
Riprendiamo il racconto della traversata integrale. Dal limite alto dei prati pieghiamo a sinistra, scendendo in diagonale, su sentiero più marcato, fino ad una baita con tetto in lamiera, quotata 1856 metri; la traccia si perde, ma noi proseguiamo nella discesa in diagonale, portandoci ad un rudere di baita, dove ritroviamo il sentiero, qui molto largo, che comincia a salire, diritto, per un tratto, fino a quota 1875 circa, proponendo poi alcuni saliscendi: stiamo descrivendo un arco verso nord-est, tagliando il crinale selvaggio che dal pizzo d’Orta scende verso sud-ovest. Dopo una svolta a sinistra, a quota 1890 metri circa vediamo aprirsi, in alto, il circo dell’alpe d’Orta, che si stende ad ovest del monte Azzarini (m. 2431), il più alto nella Valle del Bitto di Albaredo.
È, questo, un punto molto importante, da memorizzare: sulla fascia di prati che si apre in basso, alla nostra destra, vediamo un pilone di sostegno di una teleferica; sulla mulattiera troviamo un mucchietto di sassi con dei pali arrugginiti; a destra del sentiero, una debole traccia se ne stacca e scende in diagonale i ripidi prati: dovremo usarla per la discesa alla strada provinciale per il passo di S. Marco.
Possiamo iniziare subito questa discesa, ma, se vogliamo completare l’incontro con i grandi alpeggi del Bitto, proseguiamo nella salita, in direzione del centro del vallone che scende dall’alpe. A quota 1920 circa, raggiunto il limite inferiore dell’anfiteatro dei pascoli dell'alpe d'Orta soliva, il sentiero tende a perdersi, ma possiamo proseguire la salita in direzione del ricovero con tetto in lamiera che si trova sulla nostra verticale, leggermente spostato a sinistra. Questo alpeggio, ampio e luminoso, è ancora caricato, per cui abbiamo buone probabilità di non sentirci troppo soli. Vale, come sempre, la raccomandazione di rispettare il pascolo, cercando e seguendo le tracce di sentiero, che, in pascoli come questo, con un po’ di attenzione si trovano quasi sempre.
Se abbiamo voglia, tempo ed energie, possiamo continuare a salire dal ricovero, prendendo a destra e puntando ad uno dei due lembi di pascolo che salgono fino al crinale che delimita ad est l’alpeggio. Qui troviamo un sentierino che, percorso verso sinistra, ci permette di salire senza troppe difficoltà alla cima del monte Azzarini (m. 2431).
Dal ricovero possiamo anche prendere più a sinistra, puntando alla bocchetta d’Orta (m. 2175), che vediamo sulla sua verticale, stretto intaglio fra il pizzo d’Orta, a sinistra, ed il monte Azzarini, a destra, al quale sale un canalino un po’ ripido. La bocchetta si affaccia sull’alta Val Pedena e rappresenta una porta interessante per chi volesse chiudere l’anello tornando per la medesima via in direzione dell’alpe Piazza. Dalla bocchetta, infatti, scende un canalone un po’ ripido ma non difficile, che si allarga alla conca della baita di quota 2000. Raggiunta questa baita si prosegue la discesa tendendo leggermente a sinistra (ci sono segnavia bianco-rossi, ma distribuiti con parsimonia e molto sbiaditi) e passando a monte di un traliccio di teleferica. Poco oltre, con una serie di tornanti (oppure scendendo a vista verso il centro della valle), si raggiunge il bivio di Val Pedena, per il quale siamo già passati. Prendendo qui a destra si ripercorre l’itinerario che, passando per la Valle di Lago, ci riporta all’alpe Piazza.


Apri qui una fotomappa dei sentieri dell'alta Valle del Bitto di Albaredo

Se, invece, vogliamo scendere lungo la più monotona ma tranquilla strada provinciale per il passo di San Marco, torniamo al punto sopra segnalato, dove lasciamo la mulattiera prendendo la debole traccia che se ne stacca sulla sinistra (per noi che scendiamo), tagliando in diagonale i ripidi prati e facendosi più in basso maggiormente visibile. Prendiamo come riferimento il punto nel quale il sentiero attraversa il solco della valle che scende dall’alpe d’Orta (e che confluisce, più in basso, nella più ampia Valle d’Orta), che delimita i prati davanti a noi: lo individuiamo facilmente per il bel muretto a secco che sostiene il sentiero stesso. Sul lato opposto, ci affacciamo ad una nuova fascia di prati, e qui il sentiero tende a perdersi. Poco male: restiamo, scendendo diritti, nei pressi del limite di destra dei prati, in vista dei roccioni che disegnano, sulla nostra destra, la piccola forra della valle che scende dall’alpe d’Orta (evitiamo di affacciarci!). La traccia riappare e ci porta verso sinistra, ad una nuova porta nella roccia che ci introduce all’ultima fascia di prati prima della strada provinciale per il passo di S. Marco, che vediamo sotto di noi. Di nuovo la traccia ci abbandona, e di nuovo scendiamo stando sul lato destro dei prati. Nell’ultimo tratto della discesa la ritroviamo e, in breve, concludiamo la discesa a quota 1810, al marcato tornante destrorso (per chi sale) della strada provinciale.
Proseguiamo ora per un tratto scendendo verso destra lungo la strada provinciale, fino a trovare, nei pressi del primo tornante dx, la partenza di una pista che se ne stacca sulla sinistra, attraversa il centro della valle e si porta alla Casera di Orta Vaga (m. 1694).
Siamo al centro della valle d'Orta, poco al di sotto dei 1700 metri. Proseguiamo oltrepassando la casera su un sentierino ed intercettiamo la Via Priula, che sale fin qui da Morbegno ed Albaredo. Questo è il punto nel quale La Via Priula per un buon tratto coincide con la Gran Via delle Orobie, che sale al passo di San Marco e scende sul versante della Val Brembana al rifugio Ca' San Marco, nostra meta.


Orta Vaga

Ma a questo punto è necessario approfondire la conoscenza storica di questa imprortanitissima via commerciale. La Via Priula è, infatti, un elemento essenziale per comprendere la particolarissima storia della comunità di Albaredo (albarée), e soprattutto i forti legami che l'hanno rinsaldata, nei secoli scorsi, con Venezia. Tutto comincia nell'ultimo decennio del Cinquecento, quando i Veneziani, interessati ad una via commerciale che congiungesse i loro domini (che da Venezia si estendevano ininterrottamente fino al crinale orobico, quindi al passo di S. Marco) al nord Europa, passando per la Valtellina (per aggirare il milanese, sotto la dominazione spagnola, loro ostile, che aveva intensificato la navigazione dell’Adda ed il controllo del Lario), decisero, anche alla luce dei rapporti politici non cattivi con le Tre Leghe, di promuovere la costruzione di un nuovo tracciato che passasse proprio per il passo di S. Marco e la Valle di Albaredo. Fu il podestà veneto di Bergamo Alvise Priuli a caldeggiare questa nuova via ed a curarne, previo accordo con il governo delle Tre Leghe, la costruzione, nell’arco di un biennio circa (1590-92): in suo onore essa venne, dunque, battezzata “via Prìula”.


La Via Priula in vista del passo di San Marco

La strada, aperta nel 1592 dal capitano Zuane Quirini, fu percorsa da intensi traffici, soprattutto dopo che Venezia ebbe stretto, nel 1603, il trattato di alleanza con le Tre Leghe del settembre 1603. Sulla base di tale trattato la Serenissima concedeva, infatti, l’esenzione dai dazi sia alle merci prodotte in Italia ed esportate attraverso il passo di San Marco, sia a quelle valtellinesi e grigionesi esportate a Venezia. La strada, uscendo da Bergamo, passava per Zogno, Piazza e la Val Brembana, saliva al passo di san Marco per poi scendere a Morbegno, il che rendeva assai vantaggiosa l’utilizzazione di tale via. La strada, larga tre metri, era percorribile fino a Mezzoldo ed oltre Albaredo da “birozzi” (birocci), ovvero carri a due ruote; nel tratto intermedio, che scavalcava il valido di S. Marco, con animali da soma a pieno carico.
Si trattava di un manufatto ben costruito e tenuto, grazie ai numerosi muri di sostegno, canali di scolo, parapetti, piazzole di sosta, fontane e siti di sosta per il riposo. Non costituiva per Venezia un’insidia, in quanto dal punto di vista militare era facile da presidiare: bastavano un centinaio di soldati disposti nei punti strategici per bloccare eventuali invasioni di eserciti nemici e proteggere i mercanti; gli otto ponti sul torrente Bitto, costruiti per servirla, inoltre, in caso di necessità potevano essere distrutti, bloccando l’avanzata dei nemici. A Mezzoldo e ad Albaredo furono edificate una dogana e una stazione di posta. Appena sotto il passo di san Marco (che proprio da allora venne dedicato al santo protettore di Venezia e che era uno dei più bassi ed agevoli sull’intero arco orobico), sul versante della bergamasca, fu eretto un rifugio a due piani, con stalle e locali di ristoro, il cui edificio è ancora oggi conservato ed adattato a rifugio (Rifugio Casa Cantoniera Ca’ San Marco); ai gestori del rifugio toccava, oltre al compito di ospitare mercanti e soldati, anche quello di tenere aperta e pulita la strada durante l'inverno.


Pozza al passo di San Marco

Dobbiamo tener presente che in quel periodo la pulizia invernale era più agevole di quanto non lo sia ora: le condizioni climatiche, sul finire del Cinquecento, risentivano, infatti, di un innalzamento medio sensibile delle temperature che si estese dal Medio-Evo ad almeno tutto il Seicento e che permetteva, per esempio, di coltivare le patate, in val d’Orta, nella Valle di Albaredo, a 1700 metri di quota.
Questo dato di storia del clima aiuta a comprendere la vitalità di una via commerciale così alta e, nel contempo, la sua successiva decadenza, quando, fra i secoli XVIII e XIX, le condizioni climatiche mutano decisamente e si va incontro ad una sorta di piccola glaciazione. I resoconti del volume di traffici che sfruttavano la via Priula testimonia questa vitalità: “…dalla valle transitano i ricchi convogli di mercanzie da e per Venezia, 684 colli di merce varia dall’Italia verso l’Europa centro-occidentale e 784 in direzione inversa… (da un rapporto segreto citato nell’opera di Patrizio Del Nero "Albaredo e la Via di San Marco", Editour, 2001). Ecco qual è l’origine di quei rapporti saldissimi fra Albaredo e Venezia, i cui segni colpiscono ancora chi si trovasse a visitare il paese orobico e sostasse nella sua centrale piazza… S. Marco, dove la statua del leone, simbolo dell’Evangelista, è posta quasi a guardia della chiesa e dove un dipinto collega idealmente questa piccola piazza orobica alla più illustre ed universalmente nota piazza di Venezia."


La Val Brembana vista dal passo di San Marco

Del primo tratto della via, prima che fosse tracciato quello più impegnativo che sale al passo, e dei nuclei che vi si trovano parla anche Feliciano Ninguarda, vescovo di Como di origine morbegnese, nel resoconto della sua visita pastorale del 1589: "Sul monte sopra Morbegno lungo la strada verso la giurisdizione di Bergamo, distante due miglia da Morbegno c'è la frazione di Valle con quaranta famiglie tutte cattoliche, dove esistela chiesa di S. Matteo apostolo, il cui rettore è il sacerdote Melchiorre di Appiano diocesi di Milano. A mezzo miglio a sinistra della frazione si trova Arzo con quarantacinque famiglie tutte cattoliche, con la chiesa di S. Giovanni Battista, unita alla chiesa di Valle. Vicino c'è Tertusei con sei famiglie cattoliche parimenti soggetto a detta chiesa e a destra non lontano dal villaggio di Valle c'è Campo Erbolo con circa trenta famiglie, soggetto alla ricordata chiesa di S. Matteo. Sullo stesso monte a un miglio oltre Campo Erbolo c'è Albaredo con sessanta famiglie tutte cattoliche, con la chiesa vicecurata dedicata a S. Rocco; ne è rettore il sacerdote Giovan Battista Quadrio Peranda di Morbegno".


Apri qui una panoramica sulla Valtellina dal Passo di San Marco

Nella “Guida alla Valtellina” del 1884, edita dal CAI di Sondrio a cura di Fabio Besta (II ed.), si legge: “Una strada di recente costrutta, quasi carrozzabile, lascia Morbegno e con brevi e numerosi andirivieni, attraverso vigneti e selve, sale le falde del monte, fino a entrare nella valle del Bitto per la pendice orientale, al di sopra del profondo e dirupato burrone per cui essa trova sbocco. Poi in ripida salita, passando attraverso vari casolari, e sempre per luoghi ameni, conduce ad Albaredo (800 m.) (421 ab.). di là una strada mulattiera ben tenuta sale ancora per poco fino ai casali di Sarten e alla Madonna delle Grazie, poi, abbassandosi, raggiunge il torrente che scende dalla Valle Pedena… , quindi, attraversando con varie giravolte una stupenda foresta di abeti e larici, sale al dosso Cerico, casolare in amenissima posizione. Poscia continua addentrandosi nella Val d’Orto fino al passo (1826 m. ), in prossimità del quale vi ha una cantoniera o casa di rifugio detta Ca di San Marco, dove i viaggiatori possono trovare conforto di cibo e qualche letto per riposare. Da Ca di San Marco, per la Val Mora, si scende ad Averara, e quindi a Olmo sul Brembo, e di là a Piazza, a S. Pellegrino e a Bergamo. Da Morbegno al passo occorrono circa cinque ore e mezza di cammino; dal passo a Olmo circa tre ore. La Strada di San Marco, dichiarata provinciale, è mantenuta lungo la Valle del Bitto a spese dell’intera Provincia. Essa è la migliore e la meno alta fra le varie strade che attraversano la catena Orobia. È tuttavia molto frequentata: in passato, prima della costruzione della strada carrozzabile da Lecco a Colico, era frequentatissima giacchè per essa passavano le mercanzie che da Venezia e dallo Stato Veneto si importavano nella Svizzera e Germania orientale per i valichi dello Spluga, del Septimer e del Maloja.”


Apri qui una panoramica sul passo di San Marco (a sinistra) e la Valle del Bitto di Albaredo

Torniamo al racconto della traversata. Proseguiamo diritti lasciandoci alle spalle la casera di Orta Vaga, fino ad intercettare la Via Priula, che seguiamo salendo verso sinistra, con diversi tornanti, lungo il dosso che separa la valle d'Orta dal segmento terminale della valle del Bitto. La salita ci porta sul fianco opposto del dosso, dove la via Priula si snoda, con diversi tornanti, in un bellissimo bosco di radi larici, un luogo di rara bellezza.
Lasciato il bosco alle spalle, la via attraversa alcune roccette: siamo ormai in vista del passo, annunciato dai grandi tralicci che lo valicano. Raggiunta l'ampia sella del passo di San Marco, a 1992 metri, possiamo gettare uno sguardo sull'alta val Brembana: il panorama, se la giornata è limpida, è molto bello.


Il rifugio San Marco 2000

Possiamo anche scendere lungo il tratto bergamasco della via Priula, fino alla casa Cantoniera, ora rifugio Casa Cantoniera Ca' San Marco, dove ci possiamo fermare, dopo circa tre ore di cammino ed un dislivello in salita di 1000 metri.
Se invece scendiamo per la strada asfaltata (che, nel primo tratto, è molto panoramica), giungeremo al nuovo Rifugio Passo San Marco 2000.


Apri qui una fotomappa della traversata dalla Val Pedena alla SP del passo di San Marco

Prima di decidere la via del ritorno, fermiamoci al passo e respiriamo la suggestione del suo paesaggio e della sua storia antica. Il passo di San Marco (1992) è il valico più basso fra Valtellina e versante orobico meridionale ed è anche quello più facile e storicamente importante, da quando, con l’apertura della via Priula nel 1593, fortemente voluta dalla Serenissima Repubblica di Venezia (signora dal 1432 di Bergamo e delle sue valli), divenne il punto culminante della più trafficata via commerciale dalla Pianura Padana ai paesi di lingua tedesca attraverso la Valtellina (sotto la signoria delle Tre Leghe Grigie dal 1512 al 1797). La nuova via soppiantò la Via Mercatorum che passava per il vicino passo di Verrobbio, posto poco più ad ovest e chiamato in passato anche passo di Morbegno, fino al 1593 la più importante via commerciale fra Bergamo e la Valtellina. L’edificio, posto in un ripiano al riparo dalle valanghe, fungeva da rifugio (uno dei più antichi d’Europa) per i viandanti ed ospitava il rottiere che aveva l’incarico di tenere pulita la strada dalla neve garantendo, con non pochi sforzi, che fosse percorribile nell’intero arco dell’anno. Con la fine della dominazione delle Tre Leghe Grigie sulla Valtellina (1797) la Via Priula perse gradualmente la sua importanza, ed il passo la vivacità dei transiti. Un secolo e mezzo dopo, però, si rianimò di nuova vita con la nuova carrozzabile, percorsa non solo da autoveicoli, ma anche da molti motociclisti e ciclisti.


Il rifugio Ca' San Marco

Il passo viene chiuso nei mesi invernali, ma è molto frequentato dalla tarda primavera all’autunno inoltrato. La realizzazione della strada venne promossa negli anni Sessanta del secolo scorso dagli amministratori della Val Brembana, e da questa valle ha per la prima volta raggiunto il passo. Negli anni successivi è stato realizzato il tracciato che sale al passo dal versante valtellinese, ed oggi il passo di San Marco è uno dei più suggestivi valichi montani, per la sua apertura, panoramicità e luminosità.


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