Apri qui una fotomappa della traversata dalla bocchetta del Verrobbio al pizzo Berro

Niente di ufficiale, niente di istituzionalizzato. Solo un’idea, una proposta di Alta Via della Valle del Bitto di Albaredo scandita in quattro giornate, per incontrare da vicino una valle luminosa, ricca di colori e suggestioni storiche e paesaggistiche. Quattro giornate, con partenza e ritorno ad Albaredo per San Marco, per toccare luoghi assai noti agli appassionati dell’escursionismo e dello sci-alpinismo, ma anche luoghi quasi ignoti, dove non è improbabile camminare per un’intera giornata senza incontrare persona alcuna. Quattro giorni per una traversata alta a portata di escursionista esperto, fra i luoghi di uno dei più celebri formaggi grassi dell’arco alpino, luoghi che hanno conservato un forte radicamento ad un passato che è ancora presenza vivente nelle comunità che li abitano permanentemente. Quattro giorni da gustare, confidando nel bel tempo, e ricordare, confidando nel potere consolatorio che le giornate più belle conservano intatto anche nei momenti più tristi del cammino della vita.


Apri qui una fotomappa dei sentieri dell'alta Valle del Bitto di Albaredo

ALTA VIA DELLA VALLE DEL BITTO DI ALBAREDO - 3 - DAL RIFUGIO CA' SAN MARCO AL RIFUGIO RONCHI DI BEMA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Ca' San Marco- Bocchetta del Verrobbio-Alpe Vesenda Alta-Baita di Aguc-Pizzo Berro-Rifugio Ronchi di Bema
7-8 h
420
EE
SINTESI. Ci mettiamo dunque in cammino dal rifugio Ca' San Marco (m. 1850), seguendo le indicazioni della Gran Via delle Orobie verso ovest, cioè verso il passo di Verrobbio. Il marcato sentiero procede in leggera discesa e poi in piano, portandosi sulla verticale delle due grandi casere di Cul, che vediamo alla nostra sinistra, più in basso, a monte dello sbarramento artificiale di Val Nera. Quando il sentiero descrive una curva a destra e davanti a noi ne vediamo la seconda parte, nella quale la pendenza si impenna, lo lasciamo, prendendo a destra ed attaccando il versante che qui propone una pendenza accentuata ma non proibitiva. Saliamo così, senza alcun riferimento di segnavia, sul versante erboso, zigzagando a vista e cercando la via di minor pendenza. Nella prima parte della salita tendiamo leggermente a destra, fino a giungere in vista di una sella erbosa a sinistra del morbido cupolone erboso del monte Cimetto. Raggiunta la selletta, seguiamo il crinale, che qui è facile, verso sinistra, fino al pianoro erboso della cima del monte Cimetto (m. 2099), dal quale si domina con ottimo colpo d’occhio la Valle del Bitto di Albaredo. Seguiamo ora il sentierino del crinale verso ovest, cioè in direzione opposta rispetto al passo di San Marco, scendendo per breve tratto e risalendo ad una cima secondaria. La successiva discesa ci porta alla selletta erbosa della bocchetta del Verrobbio (m. 2090), che precede una nuova cima oltre la quale è posto il monte Verrobbio (m. 2139). Sul versante della Valle del Bitto di Albaredo vediamo un largo canalone praticabile, con un sentierino che scende a zig-zag. Lo seguiamo, rientrando in territorio valtellinese. Il sentierino perde quota, portandosi verso sinistra al centro del canalone, poi tende a perdersi. Scendiamo diritti, restando al suo centro, poi, appena possibile, pieghiamo a sinistra, tagliando un dosso di roccette e macereti. Superiamo una fascia di massi e, giunti sotto la verticale di una nuova selletta, che si apre alla nostra sinistra sulla dorsale che separa le Valli del Bitto di Albaredo e di Gerola (Val Bomino), e che precede il pizzo di Val Carnera, pieghiamo ancora a destra e, stando attenti a non perdere la traccia, scendiamo per un breve tratto per via più diretta. Piegando leggermente a sinistra tagliamo una fascia di macereti e ci portiamo ad un’ampia radura di pascolo, con un'alpeggio abbandonado del quale resta solo qualche calecc'. Se dovessimo perdere il sentiero che porta fin qui, possiamo anche procedere a vista (l'alpeggio è ben visibile anche dal piede del canalone sotto la bocchetta del Verrobbio), tagliando il versante sotto la dorsale stando leggermente alti. Sul limite opposto dei pascoli la traccia si fa più marcata ed attraversa una caratteristica portina nella roccia, oltre la quale passiamo accando ad una baita solitaria, posta a monte del canalone alto della Valle di Reggio. Traversiamo infine alla parte alta di un ben più alto alpeggio, la splendida Alpe di Vesenda Alta. Superati alcuni calecc', ci portiamo al centro dell’ampio pianoro sommitale, dove è posta la baita di Vesenda Alta, quotata 1850 metri, la più alta dell’alpeggio. Alla baita troviamo i cartelli che segnalano un bivio. Scendendo a destra ci si porta all’alpe di Vesenda Bassa ed al fondo della Valle del Bitto di Albaredo, mentre salendo leggermente a sinistra si traversa alla baita di Aguc (o Agucc), sul sentiero che percorre il filo del lungo dosso di Bema raggiungendo il pizzo Berro. Seguiamo questa seconda direttrice. Il sentiero, marcato se segnalato da segnavia bianco-rossi, taglia il versante alto della Valle di Reggio e, dopo un breve tratto fra radi larici, ne esce alla radura della baita di Aguc (o Agucc, m. 1876 IGM, o 1857, stando a quanto riportato sulla baita stessa), posta in una bella conca erbosa ai piedi della bocchetta di Aguc (m. 1990). Qui troviamo tre cartelli. Seguiamo la direzione per il pizzo Berro (nord, a sinistra per chi volge le spalle al monte). Procediamo su un sentiero pianeggiante, ignoriamo la deviazione a destra per l'alpe Garzino e siamo alla baita Piazzoli (m. 1824). Alla baita pieghiamo decisamente a sinistra e, salendo in diagonale, guadagniamo il crinale del dosso in corrispondenza di un’evidente sella erbosa. Seguiamo ora la debole traccia che segue il lungo dosso di Bema, passando per diverse elevazioni (quotate, rispettivamente, 1882, 1882, 1886, 1837 e 1816 metri), seguite da altrettante depressioni o sellette, prima di giungere ai piedi del pizzo Berro (m. 1847). Dalla croce della vetta troviamo sulla destra (direzione nord-est) il sentiero che scende in una splendida pecceta. Dopo una serie di tornantini, incontriamo la sorgente Aser, poi siamo ai prati del Fracino (m. 1520). Passati a destra di un baitone, rientriamo nel bosco, ignoriamo una deviazione a destra per prato Martino e Pegolota, e raggiungiamo la località Geai. Poco sotto, intercettiamo una pista sterrata e percorrendola verso sinistra, raggiungiamo, in breve, il rifugio Ronchi nella località omonima (m. 1170), dove possiamo pernottare (cogliendo l'occasione per visitare Bema: dal rifugio, seguendo la strada o tagliando per la più ripida mulattiera, scendiamo tranquillamente alle case alte di Bema).


Apri qui una fotomappa della traversata dal Passo di San Marco al Pizzo Berro

La terza tappa dell’Alta Via della Valle del Bitto di Albaredo è la più inedita ed impegnativa. Non che proponga passaggi pericolosi, ma i sentieri sono poco o nulla segnalati e vanno seguiti con attenzione. Si tratta di tornare, dal rifugio Ca’ San Marco, in Valle di Albaredo, sul sul suo versante alto occidentale. La via più breve per farlo sarebbe quella di seguire il filo della dorsale che si innalza appena ad ovest del Passo di San Marco e sale fino alla sua massima elevazione, il monte Verrobbio. Un sentierino segnalato la percorre, ma la cresta è in molti punti sottile e molto esposta, per cui sono necessarie non solo grande esperienza e prudenza, ma anche totale refrattarietà alle vertigini ed all’impressionabilità.


Fotomappa della salita dal rifugio Ca' San Marco alla bocchetta del Verrobbio

Per una diversa via possiamo tuttavia raggiungere il medesimo scopo: percorrere per un tratto la Gran Via delle Orobie che sale ad ovest verso il passo di Verrobbio, per abbandonarla circa il ripido ma non problematico (se il terreno è asciutto) versante erboso sulla verticale del monte Cimetto.


Apri qui una panoramica della salita dal sentiero della GVO alla bocchetta del Verrobbio

Ci mettiamo dunque in cammino dal rifugio Ca' San Marco (m. 1850), seguendo le indicazioni della Gran Via delle Orobie verso ovest, cioè verso il passo di Verrobbio. Il marcato sentiero procede in leggera discesa e poi in piano, portandosi sulla verticale delle due grandi casere di Cul, che vediamo alla nostra sinistra, più in basso, a monte dello sbarramento artificiale di Val Nera. Quando il sentiero descrive una curva a destra e davanti a noi ne vediamo la seconda parte, nella quale la pendenza si impenna, lo lasciamo, prendendo a destra ed attaccando il versante che qui propone una pendenza accentuata ma non proibitiva. Saliamo così, senza alcun riferimento di segnavia, sul versante erboso, zigzagando a vista e cercando la via di minor pendenza. Nella prima parte della salita tendiamo leggermente a destra, fino a giungere in vista di una sella erbosa a sinistra del morbido cupolone erboso del monte Cimetto (“scimèt”, piccola cima).


Apri qui una panoramica sul gruppo del Masino e sul monte Disgrazia visti dal monte Cimetto

Raggiunta la selletta, seguiamo il crinale, che qui è facile, verso sinistra, fino al pianoro erboso della cima del monte Cimetto (m. 2099), dal quale si domina con ottimo colpo d’occhio la Valle del Bitto di Albaredo. Seguiamo ora il sentierino del crinale verso ovest, cioè in direzione opposta rispetto al passo di San Marco, scendendo per breve tratto e risalendo ad una cima secondaria. La successiva discesa ci porta alla selletta erbosa della bocchetta del Verrobbio (m. 2090), che precede una nuova cima oltre la quale è posto il monte Verrobbio (m. 2139).
Sul versante della Valle del Bitto di Albaredo vediamo un largo canalone praticabile, con un sentierino che scende a zig-zag. Lo seguiamo, rientrando in territorio valtellinese. Il sentierino perde quota, portandosi verso sinistra al centro del canalone (che più in basso diventa marcato, ed è chiamato "Il Canale"), poi tende a perdersi.


Apri qui una fotomappa della discesa dalla bocchetta del Verrobbio

Scendiamo diritti, restando al suo centro, poi, appena possibile, pieghiamo a sinistra, tagliando un dosso di roccette e macereti. Superiamo una fascia di massi e, giunti sotto la verticale di una nuova selletta, che si apre alla nostra sinistra sulla dorsale che separa le Valli del Bitto di Albaredo e di Gerola (Val Bomino), e che precede il pizzo di Val Carnera, pieghiamo ancora a destra e, stando attenti a non perdere la traccia, scendiamo per un breve tratto per via più diretta. Piegando leggermente a sinistra tagliamo una fascia di macereti e ci portiamo ad un’ampia radura di pascolo, con un'alpeggio abbandonado del quale resta solo qualche calecc'. Se dovessimo perdere il sentiero che porta fin qui, possiamo anche procedere a vista (l'alpeggio è ben visibile anche dal piede del canalone sotto la bocchetta del Verrobbio), tagliando il versante sotto la dorsale stando leggermente alti. Sul limite opposto dei pascoli la traccia si fa più marcata ed attraversa una caratteristica portina nella roccia, oltre la quale passiamo accando ad una baita solitaria, posta a monte del canalone alto della Valle di Reggio. Traversiamo infine alla parte alta di un ben più alto alpeggio, la splendida Alpe di Vesenda Alta, luminosa ed ampia, splendido balcone panoramico sul gruppo del Masino e sul monte Disgrazia (che peraltro si mostrano generosamente a nord per buona parte della traversata).


Apri qui una fotomappa della traversata dalla bocchetta del Verrobbio all'alpe di Vesenda Alta

Da sinistra, si propongono le cime della Costiera dei Cech, seguite dal gruppo del Masino. In particolare, nel gruppo del Masino l'occhio esperto riconosce, da sinistra, la punta Torelli (m. 3137) e la punta S. Anna (m. 3171) che precedono il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195). Segue il secondo signore della Val Pocellizzo, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Alla sua destra i puntuti pizzi Gemelli (m. 3259 e 3221), il passo di Bondo (pas da bùnd, m. 3169), che dà sulla Val Bondasca, in territorio svizzero, ed i pizzi del Ferro occidentale o cima della Bondasca (m. 3267), del Ferro centrale (m. 3287), e del Ferro orientale (m. 3200). Alla loro destra spicca la poderosa cima di Zocca (m. 3175), sulla testata della valle omonima, seguita dalla punta Allievi (m. 3121), dalla cima di Castello (la più alta del gruppo del Masino, con i suoi 3392 metri), e dalla punta Rasica (rèsga, m. 3305).


Baita a Vesenda Alta

I tre poderosi pizzi Torrone (turùn, occidentale, m. 3351, centrale, m. 3290, ed orientale, m. 3333) chiudono la valle omonima, che precede l’ampia Val Cameraccio, sulla cui testata si pongono il monte Sissone (sisùn, m. 3330), la punta Baroni, o cima di Chiareggio settentrionale (m. 3203), le cime di Chiareggio centrale (m. 3107 e 3093) ed il monte Pioda (m. 3431), posto immediatamente a sinistra dell’imponente ed inconfondibile monte Disgrazia (m. 3678). Segue uno scorcio della testata della Valmalenco.


Apri qui una panoramica sul gruppo del Masino dall'alpe Vesenda

Superati alcuni calecc', ci portiamo al centro dell’ampio pianoro sommitale, dove è posta la baita di Vesenda Alta, quotata 1850 metri, la più alta dell’alpeggio. Alla baita troviamo i cartelli che segnalano un bivio. Scendendo a destra ci si porta all’alpe di Vesenda Bassa ed al fondo della Valle del Bitto di Albaredo, mentre salendo leggermente a sinistra si traversa alla baita di Aguc (o Agucc), sul sentiero che percorre il filo del lungo dosso di Bema raggiungendo il pizzo Berro. Seguiamo questa seconda direttrice.
Il sentiero, marcato se segnalato da segnavia bianco-rossi, taglia il versante alto della Valle di Reggio e, dopo un breve tratto fra radi larici, ne esce alla radura della baita di Aguc (o Agucc, m. 1876 IGM, o 1857, stando a quanto riportato sulla baita stessa), posta in una bella conca erbosa ai piedi della bocchetta di Aguc (m. 1990), che separa la Valle del Bitto di Albaredo dalla Val Valburga (Val Gerola).
Sulla baita troviamo una curiosa indicazione, che dà Bema ad 11 chilometri. Si riferisce al sentiero che percorre interamente il crinale del lungo dosso di Bema, raggiunge il pizzo Berro e scende, infine, a Bema. Gustiamo interamente la pace e la solitudine di questo luogo, prima di rimetterci in cammino proprio su questo sentiero, per far ritorno a Bema. Nel caso avessimo dei dubbi sulla direzione da prendere (quella nord, alla sinistra per chi scende dalla bocchetta di Aguc), possiamo consultare i tre cartelli che si trovano presso la baita, e che danno nella direzione dalla quale proveniamo l’alpe Dosso Cavallo a 35 minuti, il ponte di Bomino ad un’ora e 15 minuti e Nasoncio a 2 ore e 15 minuti, nella direzione di destra (sud) l’alpe Vesenda alta a 45 minuti ed infine nella direzione che ci interessa (nord) il pizzo Berro a 40 minuti.
Incamminiamoci sul sentiero che, con andamento sostanzialmente pianeggiante, ci porta alla solitaria baita Piazzoli (m. 1824). Prima della baita ignoriamo una deviazione sulla destra, segnalata su un sasso, che scende all’alpe Garzino. Raggiunta la baita, preceduta da una vasca in cemento per la raccolta dell’acqua, pieghiamo decisamente a sinistra e, salendo in diagonale, guadagniamo il crinale del dosso in corrispondenza di un’evidente sella erbosa. Molto bello il panorama che già da qui si apre: alla nostra sinistra sfilano le cime della testata e della costiera occidentale della Val Gerola, mentre a destra lo sguardo raggiunge le cime del gruppo del Masino, dal pizzo Badile al monte Disgrazia, ed alcuni dei colossi della testata della Valmalenco. Più a destra ancora, infine, uno spaccato del versante orientale della Valle del Bitto di Albaredo, con in primo piano il passo di Pedena.


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Inizia ora l’entusiasmante cavalcata che ci fa rimanere sulla sella del dosso fino alla sua ultima impennata, il pizzo Berro. La traccia di sentiero, segnalata da alcuni segnavia bianco-rossi, è in buona parte tranquilla; in alcuni punti, però, il versante leggermente esposto richiede un po' di attenzione. Si tratta, dunque, di una cavalcata vera e propria, perché l’andamento della cresta e del sentierino che la segue sembra seguire il ritmo di un cavallo al galoppo, proponendo diversi saliscendi, con tratti all’aperto che si alternano a brevi macchie di larici. Tocchiamo, nella cavalcata, diverse elevazioni (quotate, rispettivamente, 1882, 1882, 1886, 1837 e 1816 metri), seguite da altrettante depressioni o sellette, prima di giungere ai piedi del pizzo Berro (m. 1847), al quale saliamo percorrendo la traccia, seminascosta fra la vegetazione, che propone un ultimo ripido strappo.


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La croce della cima erbosa del pizzo è il premio dei nostri sforzi. Il panorama dal pizzo è veramente ampio: ad ovest lo sguardo raggiunge le Alpi Lepontine, mentre a nord ovest domina la costiera dei Cech. A nord, si può ammirare, a destra della cima del Desenigo (m. 2845), la massima elevazione della Costiera dei Cech, buona parte della testata della Val Masino: si scorgono, da sinistra, i pizzi Badile (m. 3308) e Cengalo (m. 3367), sono ben visibili i pizzi del Ferro (occidentale, o cima della Bondasca, m. 3289, centrale m. 3232, orientale m. 3199), le cime di Zocca (m. 3175) e di Castello (la massima elevazione del gruppo del Masino, con i suoi 3386 metri), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occidentale m. 3349, centrale m. 3290, orientale m. 3333) ed il monte Sissone (m. 3331). Chiude la testata l’imponente monte Disgrazia (m. 3678). Mancano all’appello le cime più alte della Valmalenco, ma è ben visibile il pizzo Scalino (m. 3323).


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Ad est si impongono, sul versante orientale della Valle del Bitto di Albaredo (val del bit de albarée), tre cime: il monte Lago (m. 2353), il monte Pedena (m. 2399) ed Azzarini (m. 2431). Fra questi ultimi due monti si trova l’ampia e facilmente riconoscibile sella del passo di Pedena (m. 2234), che unisce la val Budria (dal termine bergamasco “büder”, che significa “vaso fatto di scorza di abete) alla valle del Bitto di Albaredo: si tratta dell’unica porta fra quest’ultima valle e la Val Tartano. L’elegante triade di cime nasconde, però, il più ampio panorama delle Orobie centro-orientali.
Proseguiamo, quindi, nel giro di orizzonte in senso orario, puntando con lo sguardo a sud-est: riconosceremo facilmente, anche per la presenza dei tralicci che lo valicano, il più famoso passo di san Marco (m. 1992), che congiunge la Valle del Bitto di Albaredo alla Val Brembana, sul versante orobico bergamasco. A sud si domina il lungo crinale che dal pizzo Berro sale fino al pizzo di Val Carnera (m. 2216) ed al monte Verrobbio (m. 2139).
Alla sua destra si può ammirare la testata della Val Gerola, sulla quale è riconoscibile, da sinistra, il monte Ponteranica (m. 2378), alla cui destra si trova il caratteristico spuntone roccioso denominato monte Valletto (m. 2371); seguono il caratteristico uncino del torrione della Mezzaluna (m. 2373), il pizzo di Tronella (m. 2311) ed il più massiccio pizzo di Trona (m. 2510), alla cui destra si vede la bocchetta omonima (m. 2092), importante porta fra alta Val Gerola ed alta Val Varrone; alle spalle della bocchetta si scorge il pizzo Varrone (m. 2325), con il caratteristico Dente. Rimane, invece, seminascosto proprio dietro il pizzo di Trona il più famoso pizzo dei Tre Signori (m. 2554).
Verso ovest, infine, si vedono le cime del versante occidentale della Val Gerola, vale a dire, da sinistra, il pizzo Mellasc (m. 2465), il monte Colombana (m. 2385) ed il monte Rotondo (m. 2496), fra i quali si apre la bocchetta di Stavello (“buchéta de Stavèl”, m. 2210), il monte Rosetta (m. 2360), il monte Combana (m. 2327), la cima della Rosetta (m. 2142),il pizzo Olano (m. 2267) ed il pizzo dei Galli (m. 2217).
Una curiosità: sulla cima del pizzo si trovano anche alcuni mirini guardando all’interno dei quali si puntano obiettivi importanti come il monte Disgrazia, il pizzo Badile e l’alpe Granda. Presso la croce si trova anche un piccolo altare collocato nel 2002, l’anno internazionale della montagna. Non manca, infine, una cassetta che contiene un quaderno sul quale segnare il proprio passaggio.
Si tratta, ora, di scendere: il sentiero parte nei pressi della croce, sulla destra (direzione nord-est), e scende in una splendida pecceta. Dopo una serie di tornantini, incontriamo la sorgente Aser, fontana alla quale possiamo attingere acqua fresca se ne abbiamo bisogno. La successiva discesa sul sentiero principale (ignoriamo una deviazione) ci porta al limite alto dei prati della località Fracino (m. 1520), dove troviamo tre cartelli, che danno, nella direzione dalla quale proveniamo, il pizzo Berro a 50 minuti, nella direzione di destra la Costa a 15 minuti e (indicazione che ci interessa) nella direzione di discesa i Ronchi a 45 minuti.


Rifugio Ronchi sopra Bema

Scendiamo, dunque, lungo i prati, lasciano alla nostra sinistra un’elegante baita. Rientrati nel bosco, ignoriamo una deviazione a destra per prato Martino e Pegolota, e raggiungiamo la località Geai, dove si trova un grande casello dell’acqua, una simpatica fontana ed un tavolino utile per un’eventuale sosta. L’ultimo tratto della discesa ci porta ad intercettare la pista sterrata che taglia il fianco orientale del dosso di Bema.
Percorrendola verso sinistra, raggiungiamo, in breve, il rifugio Ronchi nella località omonima (m. 1170). Teniamo conto che il rifugio Ronchi, aperto da marzo a novembre (per informazioni telefonare comunque al 333 6719038), può costituire la soluzione al problema del pernottamento. Dal rifugio, seguendo la strada o tagliando per la più ripida mulattiera, possiamo tranquillamente scendere alle case alte di Bema, passando per la grande croce posta a ricordo del Convegno Eucaristico Diocesano del 1997.


Bema

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