PRESENTAZIONE


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Nel Notiziario n. 79 della Banca Popolare di Sondrio (aprile 1999) Antonio Boscacci, indimenticato documentarista, alpinista, sassista e divulgatore appassionato di cose di montagna, proponeva un’Alta Via del Bitto, itinerario in quattro giornate da Rasura, in Val Gerola, ad Albaredo, in Valle del Bitto di Albaredo. Quattro giornate per conoscere a fondo i luoghi storici del celeberrimo prodotto caseario, gustarne colori, scenari, suggestioni. In quell’articolo scriveva: “L’alta via del Bitto è un bellissimo itinerario per il quale si devono prevedere quattro giorni di cammino. E’ un percorso assolutamente splendido che si svolge intorno ai 1800 metri senza grandi dislivelli, né in salita, né in discesa.


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A che scopo tracciare e promuovere una tale alta via? Ovviamente offrire un’ulteriore possibilità agli amanti delle lunghe escursioni, ma anche rendere omaggio al Bitto ed insieme alla civiltà contadina di cui questo formaggio è espressione: “Tra i formaggi prodotti in Valtellina, il Bitto è sicuramente quello più conosciuto. Questo da sempre. … Il Bitto (ma forse si dovrebbe dire i Bitti), torrente che percorre queste valli, è all’origine del nome del formaggio. Il formaggio delle Valli del Bitto, diventa formaggio Bitto. … Proprio per conoscere il Bitto da vicino, abbiamo deciso di compiere un lungo ed interessante itinerario che, partendo dall’imbocco della Valle del Bitto di Gerola … andasse a terminare ad Albaredo, cuore e motore della valle omonima. Così andando, per valli, vallecole, monti ed alpeggi, scavalcando rigagnoli, ruscelli o torrenti, abbiamo incontrato un sacco di cose meravigliose e sorprendenti. Abbiamo visitato luoghi impensabili, visto angoli incancellabili, ammirato paesaggi indescrivibili … Ma soprattutto abbiamo camminato seguendo le tracce dell’uomo. A volte semplici da seguire. A volte impossibili. A volte assurde, per la nostra mentalità di uomini pigri, sconclusionati e un po’ rimbecilliti. … Abbiamo toccato quasi tutti gli alpeggi di queste due grandi valli. Quando si pensa agli alpeggi in generale non ci si immagina quanti siano. Non ci si rende ben conto che in ogni vallecola, anche la più sperduta e irraggiungibile, c’era chi riusciva a portare qualche capo di bestiame, a strappare i pochi ciuffi d’erba che, sparsi tra i sassi, quella valle era in grado di offrire.”


Apri qui una panoramica sulla Valtellina dal Passo di San Marco

A quasi vent’anni di distanza può essere significativo riproporre l’idea di questa alta via, raccontandola con i necessari aggiornamenti ed aggiungendo una quinta giornata per quanti non amano dover collocare due automobili in luoghi diversi e vogliono tornare alla fine esattamente al punto di partenza, in questo caso Rasura. Ecco, dunque, il racconto delle cinque tappe, che riprende alcune annotazioni di Antonio Boscacci ed aggiunge indicazioni storiche ed escursionistiche. Un omaggio dovuto. Dovuto alla memoria di Antonio Boscacci, dovuto a queste straordinarie valli, che non mancano mai di regalare soddisfazioni a quanti amano consumare le proprie scarpe da trekking.


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4. RIFUGIO CA' SAN MARCO-ALBAREDO PER SAN MARCO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Passo San Marco-Valle di Pedena-Alpe Lago-Alpe Piazza-Cornelli-Egolo-Albaredo per S. Marco
7-8 h
680
E
SINTESI. Saliamo, sul sentiero (Via Priula) alle spalle del rifugio, dal rifugio San Marco al passo di San Marco (m. 1992), scendendo sul versante della Valle del Bitto di Albaredo lungo la segnalata via Priula (a sinistra della strada provinciale, vicino all’aquila che sorveglia il passo). Scendiamo verso nord, ad alcuni dossi erbosi sottostanti, poi comincia a perdere quota in uno scenario ingentilito da radi larici, fino a piegare leggermente a destra e calare, con qualche ripido tornante, alla piana dell’alpe di Orta Vaga (1694). Prendiamo a destra, raggiungiamo la casera dell'alpe e su stradella saliamo alla strada provinciale per San Marco. Percorriamo ora la strada provinciale in salita, verso destra, superiamo un tornante sinistrorso e, al successivo tornante destrorso, la lasciamo, sfruttando un sentiero poco visibile alla partenza: resta sulla destra della Val d'Orta, sale diritto sul fianco erboso, entra in una macchia di ontani e passa da destra a sinistra su un ponticello, proseguendo la salita. A quota 1900 lasciamo a destra la traccia che sale all'alpe di Orta Soliva, che si apre in alto alla nostra destra, e prendiamo a sinistra, aggirando il largo dosso boscoso che scende, verso nord-ovest, dal pizzo d’Orta (m. 2183). Usciti dal bosco, raggiungiamo la baita di quota 1856, al panoramico Dosso della Motta. Seguendo il cartello della GVO proseguiamo salendo in diagonale verso sinistra (per chi guarda a monte; qui la traccia non si vede) cercando la ripertenza del sentiero sul limite di una macchia di larici. Il sentiero taglia, nella boscaglia, il fianco ombroso del pizzo d'Orta (con un breve passaggio assistito dal corda fissa) e si affaccia all’anfiteatro della valle di Pedéna. Il sentiero ci porta ad un gruppo di tre cartelli semidivelti, tutti della GVO (Gran Via delle Orobie), che segnalano un bivio, ad una quota approssimativa di 1860 metri. Il cartello della GVO con direzione a salire indica che procedendo nella salita si raggiunge il passo di Pedena in un’ora e 10 minuti, per poi scendere all’alta Val Budria in un’ora e 40 minuti e quella della Val di Lemma in 3 ore e 30 minuti. Non seguiamo però questa indicazione, ma quella della variante bassa della Gran Via delle Orobie, che prosegue diritta. Ci portiamo così ad un rudere di baita con recinto ed imbocchiamo il sentiero che effettua la traversata dalla Val Pedena alla Valle di Lago. Proseguiamo in piano attraversando una fascia di prati ed ontani. Poi il sentiero inizia a salire leggermente, tagliando un versante ripido ed esposto, per cui va percorso con la massima attenzione. Superata una valletta, attraversiamo una fascia di roccette, salendo ad una nuova fascia di prati. Dopo un breve tratto in leggera discesa, ci avviciniamo alla soglia del lungo dosso che scende a nord-ovest dal pizzo delle Piodere. Dopo un ultimo tratto esposto il sentiero si porta sul più tranquillo filo del largo dosso, piegando a destra (est). Ci affacciamo così all'ampio bacino della Valle di Lago. Il sentiero piega ancora a destra e scende leggermente verso est-sud-est, attraversando una macchia di larici. Usciti dalla macchia, saliamo leggermente fino a tagliare, a quota 1880, un corpo franoso al centro di una valletta scoscesa. Il sentiero piega poi leggermente a sinistra (nord-est) e procede pianeggiante in terreno aperto tagliando altre due franette. Attraversata una fascia con pochi larici, tagliamo un canalone, passiamo in leggera discesa fra radi larici e, attraversata una valletta, ci affacciamo ad un'ampia fascia di prati. Procedendo diritti raggiungiamo così la baita di quota 1824. Qui lasciamo la Gran Via delle Orobie, che procede diritta verso nord e pieghiamo decisamente a destra (est), salendo lungo il declivio di prati a monte della baita. La breve salita, senza troppe difficoltà, ci permette di raggiungere il ripiano più alto dell'alpe Lago. Ci accolgono il baitone di quota 1909 e, poco più avanti, la baita quotata 1920 metri, con a lato un dosso erboso sormontato da una croce in legno. Procediamo diritti lasciando alle spalle la baita. Scendiamo per breve tratto e prendiamo a destra, seguendo un torrentello. Una breve salita ci porta nel cuore di una piccola conca glaciale, che ospita il Lago (m. 1931). Volgiamo ora le spalle al laghetto e procediamo, su debole traccia, vero nord-nord-ovest, restando a destra del corso d'acqua che da esso esce. Dopo una manciata di minuti intercetteremo di nuovo la traccia della Gran Via delle Orobie (variante meridionale), che seguiamo prestando attenzione ai segnavia bianco-rossi, nella traversata verso nord-ovest, in leggera salita, lungo il ripido fianco occidentale del monte Lago, fra insidiosa "cera" (o erba visega) e radi larici. Superato un piccolo corso d'acqua ed il rudere di quota 1884, guadagniamo quota fino ai 1930 metri, poi volgiamo a sinistra e procediamo quasi in piano verso ovest, fino a guadagnare il filo del crestone erboso che scende dal monte Lago verso ovest. Ci affacciamo così all'ampio e splendido anfiteatro dell'alpe Piazza. Il sentiero volge a destra (nord), perde legermente quota e passa poco a valle del bivacco Legui (m. 1960), posto vicino ad un baitone. Proseguiamo tagliando l'alpeggio ad una quota di circa 1900 metri, sempre verso nord, con qualche saliscendi, fino al baitone di quota 1884 metri. Ci affacciamo quindi all'avvallamento che costituisce la parte alta della Valle Piazza, e scendiamo a superare il torrente Piazza su un ponticello. Volgendo a sinistra, ci portiamo subito al rifugio Alpe Piazza (m. 1835). Procediamo poi diritti, attraversando una breve fascia di abeti e passando a monte dei prati dell'alpe Baitridana, fino ad uno slargo al quale termina una pista che sale dalla strada provinciale per il Passo di San Marco. Siamo in località Cornelli, e poco sotto vediamo le baite di quota 1730 metri. Non scendiamo alle baite ma seguiamo per un buon tratto la pista sterrata, che traversa verso nord-ovest, attraversando la Valle di Baitridana. Raggiunto il primo tornante sx, ci troviamo in prossimità dei prati del Gradesc' (m. 1684). Seguiamo ancora per un tratto la pista, che propone una sequenza di tornanti sx-dx, fino al successivo tornante sx. Qui la lasciamo imboccando un sentiero segnalato che se ne stacca sul lato destro e scende verso sud-ovest, in un bel bosco di larici e betulle, fino ad uscirne ai prati della baita della località Sass, quotata 1562 metri. Qui volgiamo a destra (ovest-nord-ovest) seguendo le indicazioni per Egolo. Il sentiero, dopo un tratto quasi in piano, volge a sinistra e scende deciso vero sud-sud-ovest, intercettando di nuovo la pista sterrata (in realtà si tratta di un ramo secondario che si stacca da quello principale). Seguendo la pista verso destra, in leggera salita, ci ritroviamo, presso un'edicola con una Madonnina, alla parte alta dei prati di Egolo, splendido maggengo panoramico (m. 1425). Lasciamo qui la pista scendendo al marcato sentiero che, delimitato da muri a secco, passa a sinistra delle baite più alte, raggiungendo la baita mediana e poi traversando in diagonale verso destra, fino alla baita più bassa, posta non distante dal limite del bosco. Scendendo ancora in diagonale verso destra su traccia debole ci portiamo al limite dello splendido bosco di faggi ed abeti, dove la traccia diventa subito una larga mulattiera che non possiamo più perdere. La mulattiera scende verso ovest, con diversi tornanti, in un bosco fiabesco, dal quale esce alla parte alta di una fascia di prati. Con un ultimo tratto ripido e diritto intercettiamo una pista che sale dalle case alte di Albaredo per San Marco, e la seguiamo verso sinistra, giungendo in vista del paese. Appena possibile la lasciamo imboccando una mulattiera che scende per via più diretta al centro del paese, tagliando una fascia di prati e portandosi alla frazione Case di Sopra. Seguendo infine la carrozzabile che scende dalla frazione intercettiamo la Strada Provinciale per il Passo di San Marco. Sul lato opposto imbocchiamo la stradina che scende fra le case del centro, passa appena a destra della chiesa parrocchiale e termina alla Piazza San Marco (m. 890).


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Protagonista della quarta tappa dell'Alta Via del Bitto è, almeno nella sua prima parte, la celeberrima Via Priula, una delle più importanti strade tracciate in età moderna per agevolare i commerci fra la Valtellina, sotto la signoria delle Tre Leghe Grigie, e la bergamasca, compresa nei domini della Serenissima Repubblica di San Marco.
La via Priula è un elemento essenziale per comprendere la particolarissima storia della comunità di Albaredo (albarée), e soprattutto i forti legami che l'hanno rinsaldata, nei seocli scorsi, con Venezia. Tutto comincia nell'ultimo decennio del Cinquecento, quando i Veneziani, interessati ad una via commerciale che congiungesse i loro domini (che da Venezia si estendevano ininterrottamente fino al crinale orobico, quindi al passo di S. Marco) al nord Europa, passando per la Valtellina (per aggirare il milanese, sotto la dominazione spagnola, loro ostile, che aveva intensificato la navigazione dell’Adda ed il controllo del Lario), decisero, anche alla luce dei rapporti politici non cattivi con le Tre Leghe, di promuovere la costruzione di un nuovo tracciato che passasse proprio per il passo di S. Marco e la Valle di Albaredo. Fu il podestà veneto di Bergamo Alvise Priuli a caldeggiare questa nuova via ed a curarne, previo accordo con il governo delle Tre Leghe, la costruzione, nell’arco di un biennio circa (1590-92): in suo onore essa venne, dunque, battezzata “via Prìula”.
La strada, aperta nel 1592 dal capitano Zuane Quirini, fu percorsa da intensi traffici, soprattutto dopo che Venezia ebbe stretto, nel 1603, il trattato di alleanza con le Tre Leghe del settembre 1603. Sulla base di tale trattato la Serenissima concedeva, infatti, l’esenzione dai dazi sia alle merci prodotte in Italia ed esportate attraverso il passo di San Marco, sia a quelle valtellinesi e grigionesi esportate a Venezia. La strada, uscendo da Bergamo, passava per Zogno, Piazza e la Val Brembana, saliva al passo di san Marco per poi scendere a Morbegno, il che rendeva assai vantaggiosa l’utilizzazione di tale via. La strada, larga tre metri, era percorribile fino a Mezzoldo ed oltre Albaredo da “birozzi” (birocci), ovvero carri a due ruote; nel tratto intermedio, che scavalcava il valido di S. Marco, con animali da soma a pieno carico.


La Via Priula poco a valle del passo di San Marco

Si trattava di un manufatto ben costruito e tenuto, grazie ai numerosi muri di sostegno, canali di scolo, parapetti, piazzole di sosta, fontane e siti di sosta per il riposo. Non costituiva per Venezia un’insidia, in quanto dal punto di vista militare era facile da presidiare: bastavano un centinaio di soldati disposti nei punti strategici per bloccare eventuali invasioni di eserciti nemici e proteggere i mercanti; gli otto ponti sul torrente Bitto, costruiti per servirla, inoltre, in caso di necessità potevano essere distrutti, bloccando l’avanzata dei nemici. A Mezzoldo e ad Albaredo furono edificate una dogana e una stazione di posta. Appena sotto il passo di san Marco (che proprio da allora venne dedicato al santo protettore di Venezia e che era uno dei più bassi ed agevoli sull’intero arco orobico), sul versante della bergamasca, fu eretto un rifugio a due piani, con stalle e locali di ristoro, il cui edificio è ancora oggi conservato ed adattato a rifugio (Rifugio Casa Cantoniera Ca’ San Marco); ai gestori del rifugio toccava, oltre al compito di ospitare mercanti e soldati, anche quello di tenere aperta e pulita la strada durante l'inverno.
Dobbiamo tener presente che in quel periodo la pulizia invernale era più agevole di quanto non lo sia ora: le condizioni climatiche, sul finire del Cinquecento, risentivano, infatti, di un innalzamento medio sensibile delle temperature che si estese dal Medio-Evo ad almeno tutto il Seicento e che permetteva, per esempio, di coltivare le patate, in val d’Orta, nella Valle di Albaredo, a 1700 metri di quota.



La Val Brembana vista dal passo di San Marco

Questo dato di storia del clima aiuta a comprendere la vitalità di una via commerciale così alta e, nel contempo, la sua successiva decadenza, quando, fra i secoli XVIII e XIX, le condizioni climatiche mutano decisamente e si va incontro ad una sorta di piccola glaciazione. I resoconti del volume di traffici che sfruttavano la via Priula testimonia questa vitalità: “…dalla valle transitano i ricchi convogli di mercanzie da e per Venezia, 684 colli di merce varia dall’Italia verso l’Europa centro-occidentale e 784 in direzione inversa… (da un rapporto segreto citato nell’opera di Patrizio Del Nero "Albaredo e la Via di San Marco", Editour, 2001). Ecco qual è l’origine di quei rapporti saldissimi fra Albaredo e Venezia, i cui segni colpiscono ancora chi si trovasse a visitare il paese orobico e sostasse nella sua centrale piazza… S. Marco, dove la statua del leone, simbolo dell’Evangelista, è posta quasi a guardia della chiesa e dove un dipinto collega idealmente questa piccola piazza orobica alla più illustre ed universalmente nota piazza di Venezia."


Pozza al passo di San Marco

Del primo tratto della via, prima che fosse tracciato quello più impegnativo che sale al passo, e dei nuclei che vi si trovano parla anche Feliciano Ninguarda, vescovo di Como di origine morbegnese, nel resoconto della sua visita pastorale del 1589: "Sul monte sopra Morbegno lungo la strada verso la giurisdizione di Bergamo, distante due miglia da Morbegno c'è la frazione di Valle con quaranta famiglie tutte cattoliche, dove esistela chiesa di S. Matteo apostolo, il cui rettore è il sacerdote Melchiorre di Appiano diocesi di Milano. A mezzo miglio a sinistra della frazione si trova Arzo con quarantacinque famiglie tutte cattoliche, con la chiesa di S. Giovanni Battista, unita alla chiesa di Valle. Vicino c'è Tertusei con sei famiglie cattoliche parimenti soggetto a detta chiesa e a destra non lontano dal villaggio di Valle c'è Campo Erbolo con circa trenta famiglie, soggetto alla ricordata chiesa di S. Matteo. Sullo stesso monte a un miglio oltre Campo Erbolo c'è Albaredo con sessanta famiglie tutte cattoliche, con la chiesa vicecurata dedicata a S. Rocco; ne è rettore il sacerdote Giovan Battista Quadrio Peranda di Morbegno".


Gruppo del Masino dal Passo di San Marco

Nella “Guida alla Valtellina” del 1884, edita dal CAI di Sondrio a cura di Fabio Besta (II ed.), si legge: “Una strada di recente costrutta, quasi carrozzabile, lascia Morbegno e con brevi e numerosi andirivieni, attraverso vigneti e selve, sale le falde del monte, fino a entrare nella valle del Bitto per la pendice orientale, al di sopra del profondo e dirupato burrone per cui essa trova sbocco. Poi in ripida salita, passando attraverso vari casolari, e sempre per luoghi ameni, conduce ad Albaredo (800 m.) (421 ab.). di là una strada mulattiera ben tenuta sale ancora per poco fino ai casali di Sarten e alla Madonna delle Grazie, poi, abbassandosi, raggiunge il torrente che scende dalla Valle Pedena… , quindi, attraversando con varie giravolte una stupenda foresta di abeti e larici, sale al dosso Cerico, casolare in amenissima posizione. Poscia continua addentrandosi nella Val d’Orto fino al passo (1826 m. ), in prossimità del quale vi ha una cantoniera o casa di rifugio detta Ca di San Marco, dove i viaggiatori possono trovare conforto di cibo e qualche letto per riposare. Da Ca di San Marco, per la Val Mora, si scende ad Averara, e quindi a Olmo sul Brembo, e di là a Piazza, a S. Pellegrino e a Bergamo. Da Morbegno al passo occorrono circa cinque ore e mezza di cammino; dal passo a Olmo circa tre ore.


Il Passo di San Marco (al centro dell'immagine)

La Strada di San Marco, dichiarata provinciale, è mantenuta lungo la Valle del Bitto a spese dell’intera Provincia. Essa è la migliore e la meno alta fra le varie strade che attraversano la catena Orobia. È tuttavia molto frequentata: in passato, prima della costruzione della strada carrozzabile da Lecco a Colico, era frequentatissima giacchè per essa passavano le mercanzie che da Venezia e dallo Stato Veneto si importavano nella Svizzera e Germania orientale per i valichi dello Spluga, del Septimer e del Maloja.”
Per la verità con la fine della dominazione delle Tre Leghe Grigie sulla Valtellina (1797) la Via Priula perse gradualmente la sua importanza, ed il passo la vivacità dei transiti. Un secolo e mezzo dopo, però, si rianimò di nuova vita con la nuova carrozzabile, percorsa non solo da autoveicoli, ma anche da molti motociclisti e ciclisti.

Dal Passo di San Marco al Dosso della Motta, sulla base di Google Earth (fair use)

Il cammino ha inizio con la salita dal rifugio Ca' San Marco al passo di San Marco (m. 1992), scavalcato da una strada asfaltata che congiunge la Val Brembana con la bassa Valtellina, in quanto scende fino a Morbegno, passando per Albaredo (albarée).
La salita non segue però la strada carrozzabile, ma subito sfrutta la Via Priula che troviamoalle spalle del rifugio e che risale il ripido pendio erboso fino alla piana del passo.


Il passo di San Marco

Il passo viene chiuso nei mesi invernali, ma è molto frequentato dalla tarda primavera all’autunno inoltrato. La realizzazione della strada venne promossa negli anni Sessanta del secolo scorso dagli amministratori della Val Brembana, e da questa valle ha per la prima volta raggiunto il passo. Negli anni successivi è stato realizzato il tracciato che sale al passo dal versante valtellinese, ed oggi il passo di San Marco è uno dei più suggestivi valichi montani, per la sua apertura, panoramicità e luminosità.


Apri qui una panoramica sul passo di San Marco (a sinistra) e la Valle del Bitto di Albaredo

Scendiamo ora dal passo in Valle di Albaredo restando sulla Via Priula. La troviamo a sinistra della strada, vicino all’aquila che sorveglia il passo. Scende verso nord, con un tracciato tranquillo, ad alcuni dossi erbosi sottostanti, poi comincia a perdere quota in uno scenario ingentilito da radi larici, fino a piegare leggermente a destra e calare, con qualche ripido tornante, alla piana dell’alpe di Orta Vaga (1694). Qui però dobbiamo lasciare la Via Priula, perché il sentiero della Gran Via delle Orobie se ne stacca proprio in corrispondenza della casera: dobbiamo, infatti, seguendo le segnalazioni, prendere a destra, raggiungere le baite dell’alpe e, sfruttando la pista che le congiunge alla strada asfaltata (provinciale per il passo di San Marco), risalire a quest’ultima, dopo aver attraversato il torrente.


Apri qui una fotomappa dei sentieri dell'alta Valle del Bitto di Albaredo

Percorriamo ora la strada provinciale in salita, verso destra, superiamo un tornante sinistrorso e, al successivo tornante destrorso, la lasciamo, sfruttando un sentiero poco visibile alla partenza: resta sulla destra della Val d'Orta, sale diritto sul fianco erboso, entra in una macchia di ontani e passa da destra a sinistra su un ponticello, proseguendo la salita. A quota 1900 lasciamo a destra la traccia che sale all'alpe di Orta Soliva, che si apre in alto alla nostra destra, e prendiamo a sinistra, aggirando il largo dosso boscoso che scende, verso nord-ovest, dal pizzo d’Orta (m. 2183). Usciti dal bosco, raggiungiamo la baita di quota 1856, al Dosso della Motta, su una larga striscia di panoramici pascoli, anch’essi legati alla produzione del famoso Bitto.


Baita più alta del dosso della Motta

Alla baita troviamo un nuovo gruppo di cartelli; seguendo quello della GVO procediamo salendo leggermente in diagonale verso sinistra (per chi guarda a monte; la traccia qui latita), fra radi larici, cercando con attenzione la traccia di sentiero che taglia, nella boscaglia, il fianco ombroso del pizzo d'Orta (con un breve passaggio assistito dal corda fissa) e si affaccia all’anfiteatro della valle di Pedéna, sul cui crinale è collocata l’ampia sella che costituisce il passo omonimo, incorniciato a destra (sud) dal monte Azzarini (m. 2431) ed a sinistra (nord) dal monte Pedena (m. 2399).
Il sentiero ci porta ad un gruppo di tre cartelli semidivelti, tutti della GVO (Gran Via delle Orobie), che segnalano un bivio, ad una quota approssimativa di 1860 metri. Nella direzione della discesa dalla Val Pedena un cartello indica l’alpe Lago e l’alpe Piazza, data ad un’ora e 20 minuti (si tratta della variante bassa della GVO). Un secondo cartello indica nella direzione dalla quale proveniamo l’alpe Orta ed il passo di San Marco, dato ad un’ora e 50 minuti. Il terzo cartello della GVO indica che procedendo nella salita si raggiunge il passo di Pedena in un’ora e 10 minuti, per poi scendere all’alta Val Budria in un’ora e 40 minuti e quella della Val di Lemma in 3 ore e 30 minuti.


Apri qui una fotomappa del sentiero che sale in Val Pedena ed al bivio prende a sinistra traversando verso la Val di Lago

Seguiamo la prima opzione, cioè la variante bassa della Gran Via delle Orobie, quindi prendiamo a sinistra. Non dobbiamo percorrere a rovescio l’itinerario di salita, ma portarci al rudere di baita con recinto e di qui imboccare il sentiero che effettua la traversata dalla Val Pedena alla Valle di Lago.


Apri qui una fotomappa della traversata dalla Val Pedena alla Valle di Lago

Iniziamo così, su sentiero sempre visibile e segnalato da segnavia bianco-rossi, la traversata che nel primo tratto taglia, quasi in piano, verso nord-ovest, il selvaggio e ripido versante che si stende ai piedi e ad ovest del pizzo delle Piodere (m. 2206). Passiamo così per il rudere di baita con recinto e proseguiamo in piano attraversando una fascia di prati ed ontani. Poi il sentiero inizia a salire leggermente, tagliando un versante ripido ed esposto, per cui va percorso con la massima attenzione. Superata una valletta, attraversiamo una fascia di roccette, salendo ad una nuova fascia di prati. Dopo un breve tratto in leggera discesa, ci avviciniamo alla soglia del lungo dosso che scende a nord-ovest dal pizzo delle Piodere. Dopo un ultimo tratto esposto il sentiero si porta sul più tranquillo filo del largo dosso, attraversa una fascia di prati a monte della baita Stabiena (che resta più bassa, a quota 1793 metri, mentre noi siamo ad una quota di circa 1880 metri) e piegando a destra (est).


Apri qui una fotomappa della salita all'alpe Lago ed al monte Pedena

Ci affacciamo così all'ampio bacino della Valle di Lago. Il sentiero piega ancora a destra e scende leggermente verso est-sud-est, attraversando una macchia di larici sul versante settentrionale del pizzo delle Piodere. Usciti dalla macchia, saliamo leggermente fino a tagliare, a quota 1880, un corpo franoso al centro di una valletta scoscesa. Il sentiero piega poi leggermente a sinistra (nord-est) e procede pianeggiante in terreno aperto tagliando altre due franette. Attraversata una fascia con pochi larici, tagliamo un canalone, passiamo in leggera discesa fra radi larici e, attraversata una valletta, ci affacciamo ad un'ampia fascia di prati. Procedendo diritti raggiungiamo così la baita di quota 1824.


Baitone dell'alpe Lago

Baita di quota 1920

Qui lasciamo la Gran Via delle Orobie, che procede diritta verso nord e pieghiamo decisamente a destra (est), salendo lungo il declivio di prati a monte della baita. La breve salita, senza troppe difficoltà, ci permette di raggiungere il ripiano più alto dell'alpe Lago. Ci accolgono il baitone di quota 1909 e, poco più avanti, la baita quotata 1920 metri, con a lato un dosso erboso sormontato da una croce in legno. Procediamo diritti lasciando alle spalle la baita. Scendiamo per breve tratto e prendiamo a destra, seguendo un torrentello. Una breve salita ci porta nel cuore di una piccola conca glaciale, che ospita il Lago (m. 1931), un grazioso laghetto non così insignificante, se si considera che si tratta dell'unico laghetto dell'intera Valle del Bitto di Albaredo.


Il Lago e la sua conca

Volgiamo ora le spalle al laghetto e procediamo, su debole traccia, vero nord-nord-ovest, restando a destra del corso d'acqua che da esso esce. Dopo una manciata di minuti intercetteremo di nuovo la traccia della Gran Via delle Orobie (variante meridionale), che seguiamo prestando attenzione ai segnavia bianco-rossi, nella traversata verso nord-ovest, in leggera salita, lungo il ripido fianco occidentale del monte Lago, fra insidiosa "cera" (o erba visega) e radi larici. Superato un piccolo corso d'acqua ed il rudere di quota 1884, guadagniamo quota fino ai 1930 metri, poi volgiamo a sinistra e procediamo quasi in piano verso ovest, fino a guadagnare il filo del crestone erboso che scende dal monte Lago verso ovest. Ci affacciamo così all'ampio e splendido anfiteatro dell'alpe Piazza.


Laghetto all'alpe Lago

Il sentiero volge a destra (nord), perde legermente quota e passa poco a valle del bivacco Legui (m. 1960), posto vicino ad un baitone.
Scendendo lungo l’alpe Piazza notiamo alcuni calecc’, uno degli elementi più tipici della civiltà dell’alpeggio. Ne scrive Antonio Boscacci nell’articolo citato: “I calecc’ sono ricoveri molto diffusi costituiti da un muretto a secco alto all’incirca un metro, dotato di un’apertura che funziona da porta. Il tetto di questa strana costruzione è un grande telo, che viene tenuto sospeso da un palo, teso tra altri due, in modo da formare due spioventi che si appoggiano su due lati del muretto. Questo, a parte il telo che è di plastica, succede nelle Valli del Bitto da molti secoli ed a testimoniarlo restano le centinaia di calecc’ sparsi ovunque tra i pascoli. Mano a mano che il bestiame si sposta, i pastori spostano il tetto, adattandolo ad un altro calecc’. Questo è anche il mezzo più semplice ed economico per poter fare il formaggio subito dopo la mungitura, con il latte ancora caldo (come si deve fare producendo il Bitto).


Monte Lago ed alpe Piazza

Proseguiamo tagliando l'alpeggio ad una quota di circa 1900 metri, sempre verso nord, con qualche saliscendi, fino al baitone di quota 1884 metri. Ci affacciamo quindi all'avvallamento che costituisce la parte alta della Valle Piazza, e scendiamo a superare il torrente Piazza su un ponticello. Volgendo a sinistra, ci portiamo subito al rifugio Alpe Piazza (m. 1835).
Il rifugio, in eccellente posizione panoramica, dispone di 24-30 posti letto. Per informazioni si può consultare il sito http://www.rifugioalpepiazza.it (oppure scrivere a nadiacavallo@libero.it o telefonare ai numeri 338 4647620, 338 4647620 e 335 7085054).


Apri qui una fotomappa della discesa dalla bocchetta del Pisello (o del Culino) ai Cornelli

Possiamo ovviamente fermarci per una sosta (oppure, se possibile, pernottare), ma la nostra traversata prevede che proseguiamo diritti, verso nord-ovest, attraversando una breve fascia di abeti e passando a monte dei prati dell'alpe Baitridana, fino ad uno slargo al quale termina una pista che sale dalla strada provinciale per il Passo di San Marco. Siamo in località Cornelli, e poco sotto vediamo le baite di quota 1730 metri.


Apri qui una fotomappa della traversata dall'alpe Piazza ad Egolo

La discesa dai Cornelli ad Albaredo può seguire due direttrici differenti. Possiamo scendere lungo il sentiero che passa a lato di queste baite e prosegue toccando i maggenghi della Corte Grande e della Corte Grassa, concluendo infine nella strada Provinciale per il Passo di San Marco, che dopo pochi chilometri ci porta al paese (è questa l'indicazione dell'articolo di Antonio Boscacci, sopra citato).


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Se però non vogliamo camminare per circa un'ora sulla carrozzabile possiamo in alternativa traversare dai Cornelli ai maggenghi proprio a monte di Albaredo, per poi scendere direttamente di qui al pese. Vediamo questa seconda possibilità. Dallo slargo dei Cornelli non scendiamo alle baite ma seguiamo per un buon tratto la pista sterrata, che traversa verso nord-ovest, attraversando la Valle di Baitridana. Raggiunto il primo tornante sx, ci troviamo in prossimità dei prati del Gradesc' (m. 1684). Seguiamo ancora per un tratto la pista, che propone una sequenza di tornanti sx-dx, fino al successivo tornante sx. Qui la lasciamo imboccando un sentiero segnalato che se ne stacca sul lato destro e scende verso sud-ovest, in un bel bosco di larici e betulle, fino ad uscirne ai prati della baita della località Sass, quotata 1562 metri.


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Qui volgiamo a destra (ovest-nord-ovest) seguendo le indicazioni per Egolo. Il sentiero, dopo un tratto quasi in piano, volge a sinistra e scende deciso vero sud-sud-ovest, intercettando di nuovo la pista sterrata (in realtà si tratta di un ramo secondario che si stacca da quello principale). Seguendo la pista verso destra, in leggera salita, ci ritroviamo, presso un'edicola con una Madonnina, alla parte alta dei prati di Egolo, splendido maggengo panoramico (m. 1425) che domina la bassa Valtellina ed il limite settentrionale del lago di Como.


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Egolo si trova quasi sulla verticale di Albaredo, e quindi la discesa diretta al paese su comoda mulattiera è questione di una trentina di minuti. Per trovare la mulattiera dobbiamo lasciare la pista scendendo al marcato sentiero che, delimitato da muri a secco, passa a sinistra delle baite più alte, raggiungendo la baita mediana e poi traversando in diagonale verso destra, fino alla baita più bassa, posta non distante dal limite del bosco. Scendendo ancora in diagonale verso destra su traccia debole ci portiamo al limite dello splendido bosco di faggi ed abeti, dove la traccia diventa subito una larga mulattiera che non possiamo più perdere. La mulattiera scende verso ovest, con diversi tornanti, in un bosco fiabesco, dal quale esce alla parte alta di una fascia di prati. Con un ultimo tratto ripido e diritto intercettiamo una pista che sale dalle case alte di Albaredo per San Marco, e la seguiamo verso sinistra, giungendo in vista del paese. Appena possibile la lasciamo imboccando una mulattiera che scende per via più diretta al centro del paese, tagliando una fascia di prati e portandosi alla frazione Case di Sopra.


Egolo

Seguendo infine la carrozzabile che scende dalla frazione intercettiamo la Strada Provinciale per il Passo di San Marco. Sul lato opposto imbocchiamo la stradina che scende fra le case del centro, passa appena a destra della chiesa parrocchiale e termina alla Piazza San Marco, il cuore di questo splendido paese orobico, la cui storia, come suggerisce il nome della piazza, è legata a doppio filo con quello della Serenissima Repubblica di San Marco, cioè con Venezia.


Albaredo per San Marco

E' venuto il momento non solo del riposo, ma anche della conoscenza di questo straordinario paese orobico, che deve gran parte delle sue fortune al legame con il versante della Val Brembana e quindi con la Serenissima Repubblica di San Marco, che volle nell'età moderna la Via Priula per incrementare i commerci con i paesi di lingua tedesca, attraverso la Valtellina, allora sotto la signoria delle Tre Leghe Girgie, amiche di Venezia.
Albaredo (albarée) per San Marco è uno dei più vitali centri delle Orobie valtellinesi. Conta attualmente 409 abitanti (chiamati dialettalmente “barilòt”) ed è posto a 910 metri, nella parte mediana della valle omonima, la più orientale delle due grandi valli del Bitto. Si raggiunge facilmente partendo dalla piazza S. Antonio di Morbegno e salendo, per 11 km, nella valle sulla strada provinciale per il passo di S. Marco (a 27 km da Morbegno). Il suo territorio comunale occupa la sezione sud-orientale della valle.


Albaredo per San Marco

Un territorio non molto esteso, e (17,93 kmq), ma di straordinaria bellezza, occupato quasi interamente da dense peccate ed ampi e pregiati pascoli. Pregiati perché nei cinque alpeggi ancora monticati si produce il celeberrimo Bitto, il più famoso fra i formaggi di Valtellina prodotto con latte intero di mucca, cui viene aggiunto anche latte di capra. Le forme, con peso variabile dai 15 ai 30 kg, vengono prodotte e fatte maturare nelle casere degli alpeggi, per 70 giorni, dopo i quali sono pronte per il taglio, al quale si mostra un formaggio di colore giallo, con buchi radi ed a forma di occhio di pernice. Il termine deriva forse dal celtico “bitu” (“perenne”), con riferimento ai lunghissimi tempi di conservazione del prodotto.
Al fascino della natura e della produzione casearia Albaredo unisce quello di una storia di grande interesse. Difficile risalire ai primi abitatori, in epoca storica, della Valle del Bitto: forse furono i Liguri, che (come leggiamo nel bel volume di Patrizio Del Nero “Albaredo e la Via di S. Marco”, pubblicato nel 1985 da Editour) hanno lasciato tracce nel dialetto locale in termini come "sberlüsc" (lampo) e "matüsc" (caciottella di formaggio molle). Lo stesso termine “Albaredo” deriva, forse, come vuole l’Orsini, dal prefisso ligure “alba”, che è anche in Albosaggia, anche se più probabile è la derivazione dal latino “arboretum”, e quindi da “arbor”, nel significato di “luogo piantato ad alberi” o “luogo piantato a pioppi”).
Probabile è la presenza di Etruschi che, nel IV sec. a. C., fuggirono all’invasione gallica del fondovalle della Valtellina. Di origine forse etrusca sono termini quali "puiàtt" (la catasta per la produzione del carbone da lenta combustione, il fuoco acceso) e "nabir" (il muco che talora cola dal naso). Sicura è, invece, la presenza romana nei secoli successivi: per i passi orobici passò Publio Siro nella sua spedizione punitiva del 16 a.C. contro i Galli Vennoneti. Alla caduta dell’Impero Romano succedettero secoli di confusione ed incertezza: i primi dominatori a porre saldamente piede nei versanti orobici furono, dal Vi sec. d.C., i Longobardi, che, come riporta sempre il Del Nero, hanno lasciato segni importanti nell’idioma locale, quali “güdàzz" (padrino), "sluzz" (bagnato), "balòss" (furbo), "maschérpa" (ricotta), "gnècch" (di malumore), "lifròch" (sciocco), "bütér" (burro), "scagn" (appoggio per mungere), "scràna" (panca), "scoss" (grembo) , "stracch" (stanco).


Albaredo per San Marco

Nel secolo VIII anche la loro dominazione cadde, per l’urto dei Franchi. Nei secoli successivi la Valtellina risentì della formazione del sistema feudale nel contesto del Sacro Romano Impero. In questo sistema la Valle di Albaredo, dal secolo XI, fu legata da vincoli feudali con la parrocchia di S. Martino in Morbegno, cui versava le decime. A partire dal 1210, però, anche Albaredo si inserì nel generale movimento di costituzione di comuni che aveva interessato buona l’Italia centro-settentrionale, e si costituì come comune, retto da un podestà locale, e si schierò, come buona parte dei comuni del versante orobico della bassa Valtellina, dalla parte dei ghibellini, in contrapposizione ai comuni del versante retico (Costiera dei Cech), che erano guelfi. Intorno alla metà del medesimo secolo venne, poi, edificato il primo nucleo della chiesa di S. Rocco (consacrata poi il 25 novembre 1490 e rifatta nel secolo XVII), aggregata originariamente alla chiesa di S. Martino di Morbegno e poi a quella di Valle (anticamente denominata Albaredo di Fuori).
Tre anni dopo, nel 1338, comparvero sulla scena valtellinese i Visconti signori di Milano, che soppiantarono, in bassa Valtellina, il dominio dei Vicedomini e divisero l’intera valle in tre terzieri, superiore, di mezzo ed inferiore. Albaredo venne incluso fra i comuni del terziere inferiore della Valtellina, ed aggregato alla squadra di Morbegno, mentre, dal punto di vista religioso, rimase dipendente dalla pieve di Ardenno. Conservò, però, i suoi ordinamenti comunali, definiti dagli Statuti del 1543 e centrati sull’assemblea dei capifamiglia, o consiglio generale della comunità, che si riuniva al suono della campana nella strada pubblica in località Costa; il comune aveva anche un caneparo, custodi e un console, che potevano imporre ed esigere le taglie. Il Quattrocento è un secolo legato ad importanti avvenimenti. Innanzitutto il primo contatto fra Valle di Albaredo e Veneziani, che poi avrebbero giocato un ruolo decisivo nella storia della comunità di Albaredo.

La Serenissima Repubblica di Venezia, in lotta con Milano, tentò di scalzare i Visconti dalla Valtellina e le sue truppe, partendo dalle alti valli bergamasche, che già erano in suo possesso, scesero ad affrontarli, passando proprio dal passo di S. Marco: vennero, però, disastrosamente sconfitte nella battaglia di Delebio del 1432. Fallito il progetto di un’acquisizione politica della Valtellina alla Repubblica di Venezia, rimase aperta la partita dell’influenza economica, che gli Sforza (succeduti ai Visconti nella signoria di Milano dal 1450) non ostacolarono.
Il Cinquecento si apre con un nuovo avvicendamento nel dominio della Valtellina: dal 1512, infatti, questa viene annessa ai domini delle Tre Leghe.


Albaredo per S. Marco ed il passo di San Marco

Il vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, scrive, nei resoconti della sua visita pastorale del 1589: “Sul monte sopra Morbegno, lungo la strada verso la giurisdizione di Bergamo, distante due miglia da Morbegno, c’è la frazione di Valle… A mezzo miglio a sinistra della frazione si trova Arzo… Sullo stesso monte a un miglio oltre Campo Erbolo (campèrbul) c’è Albaredo, con sessanta famiglie tutte cattoliche con la chiesa (edificata nel 1250 e consacrata nel 1490) dedicata a S. Rocco, vicecurata; ne è rettore il sacerdote Giovanbattista Veranda, di Morbegno”. I 60 fuochi, cioè le 60 famiglie di cui parla il vescovo corrispondono ad una popolazione complessiva che si può approssimativamente stimare di 300-400 abitanti (nel 1627, però, da altra fonte ne risultano 267).



Albaredo per S. Marco ed il passo di S. Marco

Siamo, ormai, alla vigilia di una svolta decisiva nella storia della comunità di Albaredo: nell’ultimo decennio del secolo si colloca, infatti, l’avvenimento destinato ad incidere più fortemente nella storia della comunità di Albaredo. I Veneziani, interessati ad una via commerciale che congiungesse i loro domini (che da Venezia si estendevano ininterrottamente fino al crinale orobico, quindi al passo di S. Marco) al nord Europa, passando per la Valtellina (per aggirare il milanese, sotto la dominazione spagnola, loro ostile, che aveva intensificato la navigazione dell’Adda ed il controllo del Lario), decisero, anche alla luce dei rapporti politici non cattivi con le Tre Leghe, di promuovere la costruzione di un nuovo tracciato che passasse proprio per il passo di S. Marco e la Valle di Albaredo. Fu il podestà veneto di Bergamo Alvise Priuli a caldeggiare questa nuova via ed a curarne, previo accordo con il governo delle Tre Leghe, la costruzione, nell’arco di un biennio circa (1590-92): in suo onore essa venne, dunque, battezzata “via Prìula”.


Albaredo per San Marco

La strada, aperta nel 1592 dal capitano Zuane Quirini, fu percorsa da intensi traffici, soprattutto dopo che Venezia ebbe stretto, nel 1603, il trattato di alleanza con le Tre Leghe del settembre 1603. Sulla base di tale trattato la Serenissima concedeva, infatti, l ’esenzione dai dazi sia alle merci prodotte in Italia ed esportate attraverso il passo di San Marco, sia a quelle valtellinesi e grigionesi esportate a Venezia. La strada, uscendo da Bergamo, passava per Zogno, Piazza e la Val Brembana, saliva al passo di san Marco per poi scendere a Morbegno, il che rendeva assai vantaggiosa l’utilizzazione di tale via. La strada, larga tre metri, era percorribile fino a Mezzoldo ed oltre Albaredo da “birozzi” (birocci), ovvero carri a due ruote; nel tratto intermedio, che scavalcava il valido di S. Marco, con animali da soma a pieno carico. Si trattava di un manufatto ben costruito e tenuto, grazie ai numerosi muri di sostegno, canali di scolo, parapetti, piazzole di sosta, fontane e siti di sosta per il riposo. Non costituiva per Venezia un’insidia, in quanto dal punto di vista militare era facile da presidiare: bastavano un centinaio di soldati disposti nei punti strategici per bloccare eventuali invasioni di eserciti nemici e proteggere i mercanti; gli otto ponti sul torrente Bitto, costruiti per servirla, inoltre, in caso di necessità potevano essere distrutti, bloccando l’avanzata dei nemici. A Mezzoldo e ad Albaredo furono edificate una dogana e una stazione di posta. Appena sotto il passo di san Marco (che proprio da allora venne dedicato al santo protettore di Venezia e che era uno dei più bassi ed agevoli sull’intero arco orobico), sul versante della bergamasca, fu eretto un rifugio a due piani, con stalle e locali di ristoro, il cui edificio è ancora oggi conservato ed adattato a rifugio (Rifugio Ca’ San Marco); ai gestori del rifugio toccava, oltre al compito di ospitare mercanti e soldati, anche quello di tenere aperta e pulita la strada durante l'inverno.


Albaredo per San Marco

Dobbiamo tener presente che in quel periodo la pulizia invernale era più agevole di quanto non lo sia ora: le condizioni climatiche, sul finire del Cinquecento, risentivano, infatti, di un innalzamento medio sensibile delle temperature che si estese dal Medio-Evo ad almeno tutto il Seicento e che permetteva, per esempio, di coltivare le patate, in val d’Orta, nella Valle di Albaredo, a 1700 metri di quota. Questo dato di storia del clima aiuta a comprendere la vitalità di una via commerciale così alta e, nel contempo, la sua successiva decadenza, quando, fra i secoli XVIII e XIX, le condizioni climatiche mutano decisamente e si va incontro ad una sorta di piccola glaciazione. I resoconti del volume di traffici che sfruttavano la via Priula testimonia questa vitalità: “…dalla valle transitano i ricchi convogli di mercanzie da e per Venezia, 684 colli di merce varia dall’Italia verso l’Europa centro-occidentale e 784 in direzione inversa…" (da un rapporto segreto citato nell’opera di Patrizio Del Nero; vedi sopra). Ecco qual è l’origine di quei rapporti saldissimi fra Albaredo e Venezia, i cui segni colpiscono ancora chi si trovasse a visitare il paese orobico e sostasse nella sua centrale piazza S. Marco, dove la statua del leone, simbolo dell’Evangelista, è posta quasi a guardia della chiesa e dove un dipinto collega idealmente questa piccola piazza orobica alla più illustre ed universalmente nota piazza di Venezia.


Albaredo per San Marco

Oggi Albaredo è un paese vivace, ricco di iniziative culturali e sportive, che va fiero del suo singolare passato e ne coltiva la memoria come patrimonio prezioso per il suo presente e le generazioni future. Un posto da visitare, con un pretesto o con l'altro, e da non dimenticare.

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