PRESENTAZIONE

Nel Notiziatio n. 79 della Banca Popolare di Sondrio (aprile 1999) Antonio Boscacci, indimenticato documentarista, alpinista, sassista e divulgatore appassionato di cose di montagna, proponeva un’Alta Via del Bitto, itinerario in quattro giornate da Rasura, in Val Gerola, ad Albaredo, in Valle del Bitto di Albaredo. Quattro giornate per conoscere a fondo i luoghi storici del celeberrimo prodotto caseario, gustarne colori, scenari, suggestioni. In quell’articolo scriveva: “L’alta via del Bitto è un bellissimo itinerario per il quale si devono prevedere quattro giorni di cammino. E’ un percorso assolutamente splendido che si svolge intorno ai 1800 metri senza grandi dislivelli, né in salita, né in discesa.


Apri qui una fotomappa del Dosso di Bema

A che scopo tracciare e promuovere una tale alta via? Ovviamente offrire un’ulteriore possibilità agli amanti delle lunghe escursioni, ma anche rendere omaggio al Bitto ed insieme alla civiltà contadina di cui questo formaggio è espressione: “Tra i formaggi prodotti in Valtellina, il Bitto è sicuramente quello più conosciuto. Questo da sempre. … Il Bitto (ma forse si dovrebbe dire i Bitti), torrente che percorre queste valli, è all’origine del nome del formaggio. Il formaggio delle Valli del Bitto, diventa formaggio Bitto. … Proprio per conoscere il Bitto da vicino, abbiamo deciso di compiere un lungo ed interessante itinerario che, partendo dall’imbocco della Valle del Bitto di Gerola … andasse a terminare ad Albaredo, cuore e motore della valle omonima. Così andando, per valli, vallecole, monti ed alpeggi, scavalcando rigagnoli, ruscelli o torrenti, abbiamo incontrato un sacco di cose meravigliose e sorprendenti. Abbiamo visitato luoghi impensabili, visto angoli incancellabili, ammirato paesaggi indescrivibili … Ma soprattutto abbiamo camminato seguendo le tracce dell’uomo. A volte semplici da seguire. A volte impossibili. A volte assurde, per la nostra mentalità di uomini pigri, sconclusionati e un po’ rimbecilliti. … Abbiamo toccato quasi tutti gli alpeggi di queste due grandi valli. Quando si pensa agli alpeggi in generale non ci si immagina quanti siano. Non ci si rende ben conto che in ogni vallecola, anche la più sperduta e irraggiungibile, c’era chi riusciva a portare qualche capo di bestiame, a strappare i pochi ciuffi d’erba che, sparsi tra i sassi, quella valle era in grado di offrire.”


Alpe Melzi

A quasi vent’anni di distanza può essere significativo riproporre l’idea di questa alta via, raccontandola con i necessari aggiornamenti ed aggiungendo una quinta giornata per quanti non amano dover collocare due automobili in luoghi diversi e vogliono tornare alla fine esattamente al punto di partenza, in questo caso Rasura. Ecco, dunque, il racconto delle cinque tappe, che riprende alcune annotazioni di Antonio Boscacci ed aggiunge indicazioni storiche ed escursionistiche. Un omaggio dovuto. Dovuto alla memoria di Antonio Boscacci, dovuto a queste straordinarie valli, che non mancano mai di regalare soddisfazioni a quanti amano consumare le proprie scarpe da trekking.


Albaredo per San Marco

5. ALBAREDO PER SAN MARCO-RASURA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Albaredo per San Marco-Casera Melzi-Bema-Punt de la Sort-Rasura
8 h
1200
E
SINTESI. Ad Albaredo per San Marco imbocchiamo la via Priula, presso il ristoro Cumpanadech, attraversando la val Viaga e la val Fregera. La via taglia la strada provinciale e riprende sul lato opposto in corrispondenza del ristoro Via dei Monti, scendendo alla Madonna della Grazie (fin qui possiamo giungere anche con l'automobile) ed al ponte sulla Valle Piazza. Proseguiamo fino ad un secondo ponte, sulla Val di Lago. Saliamo quindi al Dosso Chierico. Poco prima rientare nel bosco, lasciando le ultime baite del dosso, troviamo, sulla destra, una deviazione (sentieri 135 e 134). La imbocchiamo scendendo fino ad un seocndo bivio, al quale prendiamo a destra. Scesi ad un ponte sul Bitto (m. 1081), troviamo sulla riva opposta una piazzola; prendendo a destra siamo ad un sentiero che, dopo un secondo ponte (m. 1071) sulla Valle Reggio, diventa mulattiera e sale all'alpe Garzino dove troviamo una pista sterrata che, percorsa verso destra, porta a Bema passando per Pratolungo e Ronchi (dove si trova il rifugio omonimo). Dalla chiesa parrocchiale di San Bartolomeo a Bema (m. 798) imbocchiamo poi la via che procede verso ovest, e ci porta ad un trivio: a destra si scende lungo l'antica via di accesso a Bema, a sinistra si procede verso il limite meridionale del paese, sempre a sinistra ma più in basso si imbocca la nuova carrozzabile che consente un più sicuro accesso a Bema. Imbocchiamo quest'ultima strada e la seguiamo scendendo per una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx. All'ultimo tornante dx prestiamo attenzione: sul lato destro della strada vedremo la partenza di un sentierino che scende verso il torrente Bitto. Lo imbocchiamo ed in pochissimo tempo siamo al Punt de la Sort (m. 475). Valicato il ponte, riprendiamo il sentiero che ora sale deciso, con diverse svolte, in una folta selva di castagni, il versante occidentale della Valle del Bitto di Gerola, fino ad uscire all'aperto proprio sotto l'imponente campanile della chiesa di San Giacomo di Rasura (m. 672). In breve siamo al sagrato della chiesa e, sfruttando una viuzza, alla provinciale della Val Gerola. La attraversiamo e proseguiamo seguendola per buon tratto verso destra, fino alla deviazione a destra per i maggenghi. Non ci restache seguire la carrozzabile per i maggenghi ed il Bar Bianco per circa mezzora, fino a raggiungere il punto (a quota 1100 metri circa) nel quale cinque giorni prima abbiamo lasciato l'automobile.


Bema

L'alta via del Bitto si chiude ad Albaredo, ma se vogliamo tornare a Rasura a piedi possiamo cimentarci in una splendida traversata che ci permette di scoprire altri luoghi straordinari delle valli del Bitto, angoli splendidi del Dosso di Bema, il paese di Bema, che delle valli del Bitto è un po' il baricentro, ed il misterioso Punt de la Sort, legato ad oscure leggende.
La traversata da Albaredo (albarée) a Bema (bèma) è un’escursione che non presenta particolari problemi, anche se richiede un buon allenamento fisico.

La prima parte della traversata sfrutta la celeberrima Via Priula
Per imboccarla portiamoci nella sua parte alta: in prossimità dell'albergo "Il Cumpanadech" troveremo l'antico tracciato che si stacca, sulla sinistra, dalla strada asfaltata per san Marco e sale deciso, tagliano alcuni bei prati ed attraversando la val Viaga, che una leggenda vuole infestata da temibilissime streghe. Troviamo infatti, in corrispondenza di una cappelletta posta poco prima del ponte che attraversa la valle, un cartello che ci ricorda un breve passaggio della storia del pastore Sassello, raccolta negli anni Trenta da un sacerdote dalla viva voce degli anziani del luogo. A questa storia è legato il famoso Sentiero dei Misteri, di cui parleremo più oltre.
Per ora continuiamo a salire, fino ad attraversare la strada per san Marco in corrispondenza del bar-ristoro "Via dei Monti", immettendoci in una stradina sterrata che, in breve, ci porta alla bella chiesetta della Madonna della Grazie (m. 1157). E' questo uno dei punti panoramicamente più suggestivi dell'intero percorso: alla nostra destra si sviluppa l'ampio dosso di Bema, che separa, con i suoi begli alpeggi di mezza costa, la valle del Bitto di Albaredo da quella di Gerola; più a sinistra un altro ardito dosso, il Dosso Chierico, si incunea profondamente nella forra del Bitto; davanti a noi il solco boscoso della val Pedena si snoda misterioso e bellissimo.
Oltre la chiesetta, la via Priula scende per diverse decine di metri, con diversi tornanti sostenuto da muretti pregevoli, ad un primo ponte, sulla valle di Lago, superato il quale ne raggiungiamo ben presto un secondo, che permette di attraversare la forra della val Pedena. Proprio prima del ponte parte, segnalato, il Sentiero dei Misteri.

La pista carrozzabile ricomincia a salire e, dopo un paio di tornanti, raggiungiamo le baite del Dosso Chierico (m. 1166), la fascia di prati che si stendono sulla parte settentrionale del Dosso della Motta, il lungo e boscoso dosso che divide, le valli Lago e Pedena, ad est, dal solco principale della Valle del Bitto di Albaredo, ad ovest. La denominazione Dosso Chierico deriva da un riferimento ad un chierico (“clericus”), oppure, nella variante Cerico, anch’essa riportata, al significato di “radura”, “luogo aperto”. Dalla chiesetta della Madonna delle Grazie fino a qui abbiamo incontrato tre pannelli che segnalano altrettanti luoghi significativi dell’Ecomuseo della Valle del Bitto di Albaredo, in quanto illustrano aspetti importanti della civiltà contadina che è ormai al suo profondo crepuscolo, vale a dire la segheria, la carbonaia (catasta per la produzione del carbone dalla lenta combustione della legna) ed il casello del latte. L’intera traversata ci permetterà di visitare altri luoghi nei quali la civiltà contadina mostra i suoi segni vivi.
Il Dosso Chierico, con i suoi due nuclei di baite, è davvero ameno e panoramico, ma non possiamo indugiarvi troppo, perché il cammino è ancora lungo. Poco prima che la via Priula si immerga nel bosco, lasciando le ultime baite del dosso, troviamo, sulla destra, una deviazione, segnalata da diversi cartelli, che indicano, nella sua direzione, sul sentiero 135 l’abete di Vesenda (un’ora e 15 minuti), Vesenda Bassa (un’ora e 30 minuti) e Vesenda Alta (2 ore e 10 minuti), sul sentiero 134 la casera di Garzino (un’ora e 10 minuti) e la casera Melzi con alberi monumentali (un’ora e 30 minuti); un terzo cartello segnala che, rimanendo sulla più larga via Priula, in 2 ore e 30 minuti raggiungiamo il passo di San marco (sentiero 110).
Prendiamo, dunque, a destra, lasciando la via Priula. Superata una baita sulla nostra destra, cominciamo una graduale discesa, su una larga mulattiera, che ci porta ad un secondo bivio, a quota 1119. Anche qui alcuni cartelli del Parco delle Orobie Valtellinesi ci illuminano sul da farsi, segnalando che la mulattiera fin qui percorsa è il sentiero 135 (proseguendo sul quale si raggiungono l’abete di Vesenda in 55 minuti, Vesenda bassa in un’ora e 20 minuti e Vesenda alta in un’ora e 50 minuti), mentre la deviazione sulla destra è il sentiero 134 (percorrendo il quale ci si porta in un’ora e 20 minuti alla casera Melzi ed in 2 ore e 10 minuti all’alpe Vesenda alta). Entrambe le vie ci consentono di effettuare la traversata a Bema, ma la prima è sensibilmente più lunga, per cui raccontiamo innanzitutto la seconda.
Scendiamo, quindi, accompagnati da qualche segnavia bianco-rosso, sul sentiero che si stacca dalla mulattiera sulla destra fino al fondo del ramo principale della Valle del Bitto di Albaredo (m. 1081), dove troviamo un ponte in ferro che ha sostituito un fatiscente ponte in legno e che scavalca il ramo di Albaredo del torrente Bitto, portandoci dal territorio del comune di Albaredo a quello del comune di Bema. Sul lato opposto troviamo, sulla destra, una piazzola, al termine della quale il sentiero riprende, tagliando, per un lungo tratto, in direzione nord-nord-ovest, il fianco occidentale della Valle del Bitto di Albaredo. Alla nostra destra lo scroscio del torrente si fa via via più debole, perché mentre questo prosegue nella discesa della valle, noi conserviamo sostanzialmente la nostra quota, procedendo all’ombra di una fresca pecceta.
Un selvaggio vallone, con una cascatella poco a monte del sentiero, si frappone al nostro cammino (si tratta della parte inferiore della valle Reggio), ma un ponticello in legno lo scavalca (m. 1071). Poco oltre, il sentiero  si allarga, torna a farsi comoda mulattiera e si porta nei pressi di una seconda vallecola, ma, invece di scavalcarla, inverte il suo andamento, scartando verso sinistra: ora punta ad ovest-sud-ovest, risalendo, con una serrata serie di tornantini, un largo dosso, sempre nella splendida cornice del bosco di abeti, impreziosito da gustosi mirtilli. L’importanza di questa arteria, che collegata Albaredo agli alpeggi di mezza costa del versante orientale del Dosso di Bema, è testimoniata dalla cura con cui è stata tracciata: troviamo, infatti, anche muretti a secco che la sostengono nei punti a maggior rischio di smottamento. Oggi essa propone solo il mobile gioco chiaroscurale del contrappunto e del fitto dialogo fra le fronde ed i raggi del sole, mentre un tempo era testimone dei moti diversi della vita umana, percorsa da pastori e mandrie nel ritmo alterno della salita e della discesa da quei pascoli che costituivano il tesoro più importante della civiltà contadina.
Terminata, a quota 1190, la serrata serie di tornantini, inizia una traversata verso destra (direzione nord-ovest); a quota 1250 la mulattiera piega di nuovo a sinistra (direzione sud-ovest), e ripropone una serie di tornanti, che ci portano sul limite inferiore dei prati della casera Melzi (o alpe Garzino), in corrispondeza di un calecc con segnavia bianco-rosso (se torniamo per la medesima via di salita, memorizziamo bene questo punto). Risaliti i prati, raggiungiamo, in breve, la casera Melzi, a quota 1467. La casera è raggiunta da una pista carozzabile che proviene dalla località Ronchi, a monte di Bema, e che ci consentirà di chiudere in tutta tranquillità l’anello. Alcuni cartelli, sul ciglio della pista appena prima della casera, segnalano, infatti, che la pista conduce a Prato Martino in 45 minuti ed alla località Ronchi in un’ora ed un quarto.
Prima di iniziare quest’ultimo tratto della traversata, però non possiamo mancare di visitare il vicino larice monumentale (32 metri di altezza per una circonferenza di 3 metri e 20 centimetri) e di sostare per gustarci l’ottimo panorama che si apre da questa solare alpe e che propone, a nord, in primo piano la Costiera dei Cech e, alla sua destra, alcune cime del gruppo del Masino, dal pizzo Badile alla cima di Rasica, passando per il pizzo Cengalo, i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr) e la cima di Castello. Più a destra, si mostra, in tutto il suo splendore, il fianco orientale della Valle del Bitto di Albaredo, con la sua armonica tessitura di fitti boschi e solari alpeggi, coronati dalle cime del monte Lago (m. 2353), del monte Pedena (m. 2399), del monte Azzarini (m. 2431) e dal pizzo delle Segade (m. 2173), che precede il passo di San Marco (m. 1992).
Possiamo, ora, incamminarci alla volta di Bema: la pista sterrata, oltrepassata una valle, raggiunge i prati dell’alpe Garzino, dove si trovano il ben visibile Baitone, di quota 1488, e la casera di Garzino, che sta sul limite inferiore dell’alpe (m. 1353). Prosegue, poi, in graduale discesa, toccando la località Pratolungo (m. 1349), dove si trova, sulla destra, una deviazione che consente di scendere alle baite di Prato Martino (m. 1289), Pegolota (m. 1173) e Moia, dove è segnalata una sorgente di acqua ferruginosa.
Alla fine raggiungiamo la località Ronchi, dove, a quota 1170, si trova il rifugio omonimo (per informazioni sui periodi di apertura, telefonare al numero 0342 618000). Poco oltre il rifugio, ci affacciamo alla parte alta dei prati a monte di Bema. Scendiamo, infine, a Bema seguendo la strada asfaltata o la più breve mulattiera che taglia i prati e passa per la grande croce collocata a ricordo del Convegno Eucaristico Diocesano del 1997.
Raggiungiamo Bema (m. 790) dopo circa 4 ore e mezza-5 di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 500 metri).
Prima di lasciarlo, approfondiamo un po' la conoscenza di questo straordinario paese, arroccato sul crinale meridionale del lungo dosso che divide le due grandi Valli del Bitto. La sua storia è sempre stata legata anche alla difficile accessibilità, stretto com'è fra le due profonde ed orride forre delle valli del Bitto di Gerola, ad ovest, ed Albaredo, ad est. Il paese sta arroccato nella parte bassa di una lunga fascia di prati che si stende
alle falde del boscoso pizzo Berro (termine che deriva da “bel-ver”, belvedere, oppure da “berr”, montone; m. 1847), sulla parte terminale della lunga costiera-dosso (dosso di Bema) che, staccandosi dal monte Verrobbio (m. 2139), sul crinale orobico, si frappone, scendendo verso nord, fra le due grandi valli del Bitto, di Gerola, ad ovest, e di Albaredo (albarée), ad est.


La Val Gerola vista da Bema

Posizione felice, la sua, ma anche assai scomoda. Felice per le apertura panoramiche su entrambi i lati delle valli del Bitto e sul versante settentrionale, dominato dalla Costiera dei Cech; felice per la posizione climaticamente favorevole, a 790 metri, sull’ampio e soleggiato terrazzo che gode di un clima più mite rispetto ad analoghi insediamenti orobici e che, più in basso, si fa più ripido e boscoso, precipitando, infine, nel cuore ombroso delle forre del Bitto, proprio laddove i due rami del torrente si incontrano. Il toponimo Bema si riferisce proprio alla collocazione in luogo elevato e visibile, sia che derivi da un latino Bemius, Bymius o Bimis, come Biumo, in provincia di Varese (così ipotizza l’Olivieri), sia che tragga origine dalla sincope dell’antico termine ligure “berigiema”, che significa monte (così ipotizza l’Orsini).
Una posizione, però, anche scomoda: lo sanno bene coloro che vi abitano, i quali, per tornare a casa dal fondovalle, magari dopo una giornata di lavoro, debbono transitare per una delle più tormentate strade di Valtellina, che si stacca dalla strada provinciale per il Passo di S. Marco all’altezza del tempietto degli Alpini sopra Morbegno (1,5 km dalla piazza S. Antonio di Morbegno), si snoda per un buon tratto, stretta ed impressionante, tagliando l’instabile versante orientale della bassa Valle del Bitto, raggiunge il ponte posto a 437 metri, appena a monte della confluenza dei due rami del Bitto, si porta, dopo un breve tratto in galleria, sul versante occidentale del dosso di Bema, che risale, infine, con tracciato più largo e tranquillo, fino alle prime case del paese (9 km da Morbegno).

Bema. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.it
Bema

Aassai interessante è la sua storia. E' facile congettura che il terrazzo di Bema, data la sua felice situazione climatica (non è casuale la denominazione di Dosso del Sole che identifica una delle sue contrade), sia stato abitato fin da tempi remoti. Le più antiche tracce ritrovate risalgono comunque all’età carolingia (secoli IX e X). Sono stati trovati anche documenti che testimoniano di possessi dei monasteri di Saint Denis di Parigi e di Sant'Abbondio di Como nel territorio di Bema. Nel 1210 Bema era comune,  con Podestà proprio, del terziere inferiore della Valtellina, ed apparteneva alla squadra di Morbegno (mentre dipendeva invece, dal punto di vista religioso, alla pieve di Ardenno; dopo una successiva dipendenza da Morbegno, la chiesa di Bema divenne del tutto autonoma solo nel 1453).
Fra i segni dell’importanza medievale del comune di Bema il più importante è sicuramente la croce in bronzo dorato, di stile romanico, risalente ai secoli XII-XIII, ritrovata nella chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo nel 1957 ed attualmente conservata presso il Museo Civico di Sondrio. Nel 1335 il comune di Bema venne menzionato negli Statuti di Como, come “comune loci de Bema”, e nel 1363 partecipò, con un proprio rappresentante, alle adunanze delle comunità della giurisdizione di Morbegno.


Bema

Un quadro sintetico di Bema nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Abramo Levi). Vi leggiamo: “Tra un fianco et l'altro sorge di là dal Bitto una collina tutta boscosa, sopra la quale v'è Bema, quale, con un'altra picciola contrata chiamata Taida, farà 50 fameglie con chiesa vice parochiale di S. Bartolameo, sottoposta a Morbegno. È luoco povero di grano, ma abbonda di fieno. Il formagio di tutta questa valle è eccellentissimo, qual garregia il piacentino et il parmigiano. Tutta questa valle è in faccia alla terra di Morbegno, verso mezzodì, et li serve per guarda robba."
Le 50 famiglie di cui parla il Tuana corrispondono approssimativamente a 200-250 abitanti. Oggi, a qualche secolo di distanza (2017), la popolazione si è drasticamente ridotta (117), ma il paese conserva intatta la sua energia ed il tenace radicamento ad una storia ed alle tradizioni che trova espressione anche nella celebre sagra settembrina del fungo porcino.


Croce del Convegno Eucaristico del 1997 sopra Bema

E' giunto il tempo di lasciare anche Bema, per traversare al dirimpettaio paese di Rasura, che sembra ad un tiro di schioppo, e di fatto lo è, in linea d'aria. Ma per raggiungerlo bisogna, si potrebbe ben dire, sprofondare agli inferi e sentire il freddo respiro del Bitto: un'esperienza che possiamo ben affronare, se vogliamo fregiarci del merito di aver davvero percorso un'Alta Via del Bitto. La traversata sfrutta un vecchio sentiero che scende sul fondo oscuro ed ombroso della Valle del Bitto di Gerola. Un'Alta Via del Bitto dovrebbe sempre correre a quote alte, ma scendere a vedere il fondo di questa straordinaria valle rappresenta un complemento suggestivo e sorprendente.
Per farlo dalla chiesa parrocchiale di San Bartolomeo a Bema (m. 798) imbocchiamo la via che procede verso ovest, e ci porta ad un trivio: a destra si scende lungo l'antica via di accesso a Bema, a sinistra si procede verso il limite meridionale del paese, sempre a sinistra ma più in basso si imbocca la nuova carrozzabile che consente un più sicuro accesso a Bema.


Il Pic ed il Pizzo di Trona dalla carrozzabile che scende da Bema

Imbocchiamo quest'ultima strada e la seguiamo scendendo per una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx. All'ultimo tornante dx prestiamo attenzione: sul lato destro della strada vedremo la partenza di un sentierino che scende verso il torrente Bitto. Lo imbocchiamo ed in pochissimo tempo siamo al misterioso Punt de la Sort (m. 475).
Il luogo è scenario di un'antica leggenda, che ha come protagonista di don Carlo Passerini, nativo di Arzo, parroco di Sacco dal 1826 al 1873, ricordato, nella lapide cimiteriale, come “pio pastore e caritatevole”. Nel cuore di una calda estate questi venne invitato dalla vicina parrocchiadi Bema per celebrare la festa di san Rocco.


Scendendo nel cuore della bassa Val Gerola

Accolse di buon grado l’invito, e scese da Sacco al Dosso, e da qui al ponte sul Bitto, per poi risalire, sicuro, il dosso di Bema, fino al paese. Vi giunse di buon mattino, per dar modo ai fedeli che intendessero onorare degnamente il santo di confessarsi. Concelebrò, poi, nella solenne Santa Messa, seguita dalla processione rituale e da un festoso banchetto. Si trattenne anche per i Vespri, prima di rimettersi sulla via del ritorno alla propria parrocchia, intorno alle quattro del pomeriggio. Era stata una giornata luminosa e serena, senza una nube in cielo.
Ma, d ’improvviso, il tempo cambiò: prima ancora che don Carlo giungesse in vista del ponte, il cielo si rabbuiò, coperto da densi nuvoloni che non promettevano nulla di buono. In un batter d’occhio si scatenò una violenta tempesta, con lampi che squarciavano come lame la semioscurità nel cuore della valle e tuoni che sembravano scuoterne i baluardi rocciosi. C’era di che aver paura, ma la paura si mutò in sgomento quando il sacerdote, giunto in fondo alla forra, vide che il ponte non c’era più. Pensò che fosse stato travolto dalle acque del Bitto che si era ingrossato come mai prima s’era visto.
Restò fermo qualche attimo, smarrito, il tempo sufficiente perché apparisse davanti ai suoi occhi increduli, improvviso come il fulmine che l’aveva preceduto, un personaggio a dir poco singolare, vestito con grande eleganza, che gli parlò con estrema calma ed affabilità. “Se vuoi, posso farti passare in tutta sicurezza sull’altro lato della valle, disse, a patto che mi riveli il nome della fedele più giovane che stamane hai confessato”. Bastò un cenno della sua mano perché fra le due sponde si stendesse un nuovo ponte.
Non ci volle molto al sacerdote per comprendere che, dietro quell’apparenza così distinta e rassicurante, si nascondeva il Maligno: una richiesta del genere non poteva che celare l’intento di condurre a dannazione un’anima innocente. Gli venne, allora, rapida come le saette che non avevano cessato di solcare l’aria, un’idea: “Lo farò, rispose, ma solo dopo che tu avrai nascosto alla mia vista il fiume in piena, perché altrimenti non avrò mai il coraggio di attraversare”. Il distinto signore non batté ciglio, e, con un nuovo cenno, fece alzare una densa foschia, che nascose ben presto al sacerdote la vista del furore delle acque.
La nebbia, sempre più fitta, avvolse interamente il luogo: non si vedeva, quasi, ad un palmo dal naso. Era il momento che don Carlo attendeva: conosceva a memoria quei luoghi, ed approfittò della visibilità quasi azzerata per correre oltre il ponte, tracciare un marcato segno della croce sul primo tratto del sentiero per
Rasura e cominciare a risalirlo, correndo con tutto il fiato di cui disponeva sul ripido versante della Val Gerola. La nebbia, però, non tardò a diradarsi, ed l’enigmatico signore si accorse di essere stato gabbato. Abbandonò, allora, le finte sembianze e si mostrò per quel che era, il diavolo, mettendosi, a sua volta, a correre per prendersi la sua vendetta su quell’impudente sacerdote. La sua corsa, però, fu subito frenata dal segno della croce, quel segno di fronte al quale non poteva far altro che arretrare, impotente. La sua rabbia, allora, si convertì in una maledizione, che don Carlò, qualche decina di metri più in altro, ebbe modo di udire: “Mi hai ingannato, ma dopo la tua morte questa montagna franerà”.
Fu per buona sorte o per prontezza d’ingegno che il sacerdotè poté scampare al demonio? Forse neppure lui avrebbe potuto dirlo. Quel che è certo è che, anche a distanza di parecchio tempo da quell’incontro tremendo, don Carlo amava chiudere il suo racconto con una battuta di spirito che ne stemperava la tensione: “poor Bemìn, se möri mi!”, cioè “poveri abitanti di Bema, se muoio io”. Si dovette attendere, però, oltre un secolo dopo la sua morte perché un movimento franoso interessasse, nel 1880, questo versante.


Rasura

Valicato con qualche timore il ponte, riprendiamo il sentiero che ora sale deciso, con diverse svolte, in una folta selva di castagni, il versante occidentale della Valle del Bitto di Gerola, fino ad uscire all'aperto proprio sotto l'imponente campanile della chiesa di San Giacomo di Rasura (m. 672). In breve siamo al sagrato della chiesa e, sfruttando una viuzza, alla provinciale della Val Gerola. La attraversiamo e proseguiamo seguendola per buon tratto verso destra, fino alla deviazione a destra per i maggenghi. Non ci resta, per chiudere lo splendido anello dell'Alta Via del Bitto, che seguire la carrozzabile per i maggenghi ed il Bar Bianco per circa mezzora, fino a raggiungere il punto (a quota 1100 metri circa) nel quale cinque giorni prima abbiamo lasciato l'automobile.


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