PRESENTAZIONE

La Val Gerola, per l’ampiezza, gli insediamenti umani, gli alpeggi di pregio, la ricchezza di convalli e di elementi di interesse storico e naturalistico, è la regina delle valli orobiche. È divisa nel territorio di ben quattro comuni, con altrettanti insediamenti permanenti principali, Sacco, Rasura, Pedesina e Gerola Alta, ciascuno con le proprie peculiarità culturali ed economiche, come lascia intendere una vecchia filastrocca che li mette in fila: “Sach paìs da stach, Resüra prat da segà, Pedesina munt da cargà, Giaröla bosch da taià”. Vale a dire: Sacco godeva della sua ottima posizione, Rasura dell’abbondanza dei suoi prati da sfalcio, Pedesina dei suoi alpeggi e Gerola dei suoi boschi. Da qui l’idea di tracciare un’alta via che tocchi i luoghi più significativi della valle, percorrendola ad anello da Morbegno a Morbegno (o, in una versione più breve che salta la prima tappa, da Rasura a rasura). Niente di ufficiale, niente di istituzionalizzato, solo una proposta, un’idea per passare sei (o cinque) giorni nel regno del Bitto, il re dei formaggi grassi d’alpe ed il prodotto più significativo di una cultura che qui conserva la sua identità e le sue radici vitali. Condizioni: buon allenamento, condizioni meteorologiche buone, buon senso dell’orientamento per un percorso che una sola volta (discesa alla bocchetta Paradiso al lago Rodondo) propone un passaggio che richiede cautela e buona esperienza escursionistica.


Bema

ALTA VIA DELLA VAL GEROLA- 6- DA BEMA A MORBEGNO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bema-Rasura-Morbegno
3 h
220
E

SINTESI. Dalla chiesa parrocchiale di San Bartolomeo a Bema (m. 798) imbocchiamo poi la via che procede verso ovest, e ci porta ad un trivio: a destra si scende lungo l'antica via di accesso a Bema, a sinistra si procede verso il limite meridionale del paese, sempre a sinistra ma più in basso si imbocca la nuova carrozzabile che consente un più sicuro accesso a Bema. Imbocchiamo quest'ultima strada e la seguiamo scendendo per una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx. All'ultimo tornante dx prestiamo attenzione: sul lato destro della strada vedremo la partenza di un sentierino che scende verso il torrente Bitto. Lo imbocchiamo ed in pochissimo tempo siamo al Punt de la Sort (m. 475). Valicato il ponte, riprendiamo il sentiero che ora sale deciso, con diverse svolte, in una folta selva di castagni, il versante occidentale della Valle del Bitto di Gerola, fino ad uscire all'aperto proprio sotto l'imponente campanile della chiesa di San Giacomo di Rasura (m. 672). La pista passa proprio sotto la bella chiesa parrocchiale di San Giacomo. Prendiamo a destra ed oltrepassata Rasura, in breve siamo al vecchio Mulino del Dosso, ora ristrutturato come museo etnografico e posto in prossimità della cascata della Füla, che possiamo osservare dal ponticello sul torrente della valle denominata “Il Fiume”. Un tratto ancora, e la stradella cede il posto ad una stradina asfaltata che sale ad intercettare la strada provinciale della Val Gerola in corrispondenza delle case basse di Sacco, frazione di Cosio Valtellino. Per proseguire la discesa verso Morbegno dobbiamo salire al sagrato della splendida chiesa di San Lorenzo (m. 700). Alle sue spalle troviamo il cimitero e la partenza di una stradella che scende ad intercettare la strada provinciale della Val Gerola, ormai in vista della bassa Valtellina. Appena al di là della carrozzabile la stradella riparte e dopo pochi tornanti ci porta alla piana di prati con le baite e le case della località Campione (m. 580), dove si trova la cappelletta dedicata all'eroina Bona Lombarda, che qui nacque. Proseguiamo diritti passando a sinistra dei prati e torniamo nel bosco, una bella selva di castagni, imboccando una mulattiera che passa per una fontana. Ad un bivio, stiamo a destra (la mulattiera sulla sinistra scende a Cosio Valtellino) e proseguiamo nella decisa discesa. La mulattiera torna a farsi stradella e passa per la selva maloberti e per i ruderi di San Carlo (m. 385), circondati da castagni, prima di confluire nella strada provinciale della Val Gerola in corrispondenza della sua partenza, cioè alle case di Morbegno, dove la traversata dei paesi orobici termina. Non sarà difficile, utilizzando i mezzi pubblici o due automobili, tornare da Morbegno a Sirta.

Dalla chiesa parrocchiale di San Bartolomeo a Bema (m. 798) imbocchiamo la via che procede verso ovest, e ci porta ad un trivio: a destra si scende lungo l'antica via di accesso a Bema, a sinistra si procede verso il limite meridionale del paese, sempre a sinistra ma più in basso si imbocca la nuova carrozzabile che consente un più sicuro accesso a Bema.


Il Pic ed il Pizzo di Trona dalla carrozzabile che scende da Bema

Imbocchiamo quest'ultima strada e la seguiamo scendendo per una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx. All'ultimo tornante dx prestiamo attenzione: sul lato destro della strada vedremo la partenza di un sentierino che scende verso il torrente Bitto. Lo imbocchiamo ed in pochissimo tempo siamo al misterioso Punt de la Sort (m. 475).
Il luogo è scenario di un'antica leggenda, che ha come protagonista di don Carlo Passerini, nativo di Arzo, parroco di Sacco dal 1826 al 1873, ricordato, nella lapide cimiteriale, come “pio pastore e caritatevole”. Nel cuore di una calda estate questi venne invitato dalla vicina parrocchiadi Bema per celebrare la festa di san Rocco.


Scendendo nel cuore della bassa Val Gerola

Accolse di buon grado l’invito, e scese da Sacco al Dosso, e da qui al ponte sul Bitto, per poi risalire, sicuro, il dosso di Bema, fino al paese. Vi giunse di buon mattino, per dar modo ai fedeli che intendessero onorare degnamente il santo di confessarsi. Concelebrò, poi, nella solenne Santa Messa, seguita dalla processione rituale e da un festoso banchetto. Si trattenne anche per i Vespri, prima di rimettersi sulla via del ritorno alla propria parrocchia, intorno alle quattro del pomeriggio. Era stata una giornata luminosa e serena, senza una nube in cielo.
Ma, d ’improvviso, il tempo cambiò: prima ancora che don Carlo giungesse in vista del ponte, il cielo si rabbuiò, coperto da densi nuvoloni che non promettevano nulla di buono. In un batter d’occhio si scatenò una violenta tempesta, con lampi che squarciavano come lame la semioscurità nel cuore della valle e tuoni che sembravano scuoterne i baluardi rocciosi. C’era di che aver paura, ma la paura si mutò in sgomento quando il sacerdote, giunto in fondo alla forra, vide che il ponte non c’era più. Pensò che fosse stato travolto dalle acque del Bitto che si era ingrossato come mai prima s’era visto.
Restò fermo qualche attimo, smarrito, il tempo sufficiente perché apparisse davanti ai suoi occhi increduli, improvviso come il fulmine che l’aveva preceduto, un personaggio a dir poco singolare, vestito con grande eleganza, che gli parlò con estrema calma ed affabilità. “Se vuoi, posso farti passare in tutta sicurezza sull’altro lato della valle, disse, a patto che mi riveli il nome della fedele più giovane che stamane hai confessato”. Bastò un cenno della sua mano perché fra le due sponde si stendesse un nuovo ponte.
Non ci volle molto al sacerdote per comprendere che, dietro quell’apparenza così distinta e rassicurante, si nascondeva il Maligno: una richiesta del genere non poteva che celare l’intento di condurre a dannazione un’anima innocente. Gli venne, allora, rapida come le saette che non avevano cessato di solcare l’aria, un’idea: “Lo farò, rispose, ma solo dopo che tu avrai nascosto alla mia vista il fiume in piena, perché altrimenti non avrò mai il coraggio di attraversare”. Il distinto signore non batté ciglio, e, con un nuovo cenno, fece alzare una densa foschia, che nascose ben presto al sacerdote la vista del furore delle acque.
La nebbia, sempre più fitta, avvolse interamente il luogo: non si vedeva, quasi, ad un palmo dal naso. Era il momento che don Carlo attendeva: conosceva a memoria quei luoghi, ed approfittò della visibilità quasi azzerata per correre oltre il ponte, tracciare un marcato segno della croce sul primo tratto del sentiero per
Rasura e cominciare a risalirlo, correndo con tutto il fiato di cui disponeva sul ripido versante della Val Gerola. La nebbia, però, non tardò a diradarsi, ed l’enigmatico signore si accorse di essere stato gabbato. Abbandonò, allora, le finte sembianze e si mostrò per quel che era, il diavolo, mettendosi, a sua volta, a correre per prendersi la sua vendetta su quell’impudente sacerdote. La sua corsa, però, fu subito frenata dal segno della croce, quel segno di fronte al quale non poteva far altro che arretrare, impotente. La sua rabbia, allora, si convertì in una maledizione, che don Carlò, qualche decina di metri più in altro, ebbe modo di udire: “Mi hai ingannato, ma dopo la tua morte questa montagna franerà”.
Fu per buona sorte o per prontezza d’ingegno che il sacerdotè poté scampare al demonio? Forse neppure lui avrebbe potuto dirlo. Quel che è certo è che, anche a distanza di parecchio tempo da quell’incontro tremendo, don Carlo amava chiudere il suo racconto con una battuta di spirito che ne stemperava la tensione: “poor Bemìn, se möri mi!”, cioè “poveri abitanti di Bema, se muoio io”. Si dovette attendere, però, oltre un secolo dopo la sua morte perché un movimento franoso interessasse, nel 1880, questo versante.


Rasura

Valicato con qualche timore il ponte, riprendiamo il sentiero che ora sale deciso, con diverse svolte, in una folta selva di castagni, il versante occidentale della Valle del Bitto di Gerola, fino ad uscire all'aperto proprio sotto l'imponente campanile della chiesa di San Giacomo di Rasura (m. 672). Prendiamo a destra su una stradella (Via del Bitto) ed iniziamo una graduale discesa.


Apri qui una panoramica su Rasura, il Pich ed il Pizzo di Trona

In breve siamo al vecchio Mulino del Dosso, ora ristrutturato come museo etnografico da Serafino Vaninetti (di qui la denominazione di museo Vanseraf) e posto in prossimità della cascata della Füla, che possiamo osservare dal ponticello sul torrente della valle denominata “Il Fiume”. Un tratto ancora, e la stradella cede il posto ad una stradina asfaltata che sale ad intercettare la strada provinciale della Val Gerola in corrispondenza delle case basse di Sacco, frazione di Cosio Valtellino. Anche qui la storia propone motivi di assoluto interesse.


Apri qui una panoramica sulla Val Gerola da Sacco

Per proseguire la discesa verso Morbegno dobbiamo salire al sagrato della splendida chiesa di San Lorenzo. Alle sue spalle troviamo il cimitero e la partenza di una stradella che scende ad intercettare la strada provinciale della Val Gerola, ormai in vista della bassa Valtellina. Appena al di là della carrozzabile la stradella riparte e dopo pochi tornanti ci porta alla piana di prati con le baite e le case della località Campione (m. 580), che, alla bellezza ed amenità dello scenario naturale, unisce un motivo di interesse storico: qui nacque, infatti, nel 1417, la celebre figura di Bona Lombarda, eroina della storia del quattrocento italiano. Si trattava di una contadina di cui si innamorò il capitano Pietro Brunoro, che militava nell’esercito del Ducato di Milano (allora signoria dei Visconti), guidato dal capitano di ventura Niccolò Piccinino e dal valtellinese Stefano Quadrio, esercito che aveva appena sconfitto quello veneziano nella battaglia di Delebio (1432). I due si sposarono nella chiesa di Sacco e la moglie seguì poi il capitano, di origine parmense, nelle sue peregrinazioni legate alla compagnia di ventura per la quale militava. Fin qui niente di strano: ciò che, però, rese quasi leggendaria la figura della donna fu la pratica delle armi, nella quale, affiancando il marito, si distinse per coraggio e valore, tanto da farne un’eroina molto amata, soprattutto in epoca romantica.


Sacco

Proseguiamo diritti passando a sinistra dei prati e torniamo nel bosco, una bella selva di castagni, imboccando una mulattiera che passa per una fontana. Ad un bivio, stiamo a destra (la mulattiera sulla sinistra scende a Cosio Valtellino) e proseguiamo nella decisa dscesa. La mulattiera torna a farsi stradella e passa per la selva maloberti e per i ruderi di San Carlo (m. 385), circondati da castagni, prima di confluire nella strada provinciale della Val Gerola in corrispondenza della sua partenza, cioè alle case di Morbegno, dove la traversata dei paesi orobici termina.


Morbegno

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