Un interessante anello nel cuore delle Orobie centrali meno conosciute

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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bivio per Ambria-Passo Forcellino-Val Venina-Bivio per Ambria
7 h
1330
E


Fra le numerose traversate possibili nella compagine delle valli orobiche, quella fra valle di Ambria e val Venina ha numerosi elementi che militano a suo favore: punto di partenza e di arrivo coincidono, il che evita la necessità di disporre di due automobili; la lunghezza non è eccessiva (6-7 ore) ed il percorso non presenta passaggi difficili; i luoghi toccati offrono numerosi spunti di interesse panoramico e storico; una parte importante del percorso coincide con un segmento significativo dell’Alta Via delle Orobie, sezione Sentiero Bruno Credaro. Eppure si tratta di una traversata assai poco frequentata, e le valli toccate non sono certo fra le più conosciute sul versante orobico valtellinese. Vediamo allora di effettuarla insieme.
Le due valli interessate costituiscono il ramo occidentale di quell’ampia diramazione di valli nelle Orobie centrali che ha come rami orientali la val Vedello e la val Caronno (ben più conosciuta per la presenza del rifugio Mambretti) e che confluisce in un’unica vallata nel tratto terminale (denominata Val Venina), il cui sbocco è immediatamente ad ovest di Piateda. Portiamoci, dunque, a Piateda, staccandoci dalla ss. 38 dello Stelvio ad uno dei diversi svincoli che troviamo fra la fine della tangenziale ad est di Sondrio e Chiuro.
Da Piateda imbocchiamo la comoda strada che sale verso Piateda alta e prestiamo attenzione ai cartelli: quando incontriamo quello della frazione Previsdomini, seguito da un tornante destrorso con una strada che si stacca per Pusterla, proseguiamo per un buon tratto fino al primo tornante sinistrorso. Qui si stacca una strada più stretta (segnalazioni per Vedello, rifugio Mambretti, Val Venina), che si addentra per 5,5 km circa sul fianco orientale della Val Venina, con un tracciato diretto (attenzione: la carreggiata è piuttosto stretta), fino alla centrale Edison. Qui inizia una pista che alterna fondo in cemento e fondo sterrato e che, dopo un paio di chilometri, propone un bivio: i cartelli segnalano che prendendo a sinistra si raggiunge, dopo 1 km, Agneda, mentre prendendo a destra si sale, dopo 2,2, km, ad Ambria. Putroppo la strada per Ambria è chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati (anche se si può acquistare l'autorizzazione presso il municipio di Piateda - Tel. 0342 370.221; Fax 0342 370.598; e-mail: acpiateda@provincia.so.it; orari di apertura: Martedì e giovedì:  ore 08:00 - 13:00 e dalle 14:00 alle 18:00; Lunedì, mercoledì e venerdì: ore 08:00 - 14:00 -; nei giorni festivi è possibile ritirare un permesso giornaliero presso il Bar che sta di fronte al Municipio), per cui ci tocca lasciare l’automobile nei pressi del bivio (a quota 1100 m. circa) e sobbarcarci mezzora di cammino per giungere al paesino, posto a 1325 metri proprio nel punto in cui valle di Ambra e val Venina confluiscono.
Ecco come lo descrive la Guida alla Valtellina della sezione valtellinese del CAI (1884, II edizione): "Da Vedello, volgendo a destra, si sale in tre quarti d'ora, lungo un'angusta valle, ad Ambria (1360 m.), povero villaggio sepolto fra rupi, dove è una quiete che manca di fascino. Gli abitanti durante l'estate attendono ai pascoli e alla raccolta del fieno, nel lungo inverno fabbricano scale, sedie e culle, gerle e campaggi, e così traggono di che vivere. Il parroco è per essi sacerdote, maestro, medico e consigliere, ed è anche per gli alpinisti che visitano questi luoghi una vera provvidenza, perché presso di lui, che tiene osteria, possono sempre trovare modesto alloggio e di che mangiare."

Ambria è oggi abitata solo nei mesi della buona stagione, ma in passato ebbe grande importanza: nonostante la sua posizione di nucleo montano raggiungibile solo con lunga marcia dal piano o da altri nuclei di media montagna, godette, fin dal medio-evo, di grande vitalità, soprattutto grazie ai commerci con la bergamasca per le valli di Ambria (passo Cigola) e Venina (passo Venina), costituiti in gran parte dai minerali estratti in queste valli. Non stupisce, quindi, che Ambria sia menzionata, insieme ai comuni della Valtellina, nell'Estimo generale del 1531: da esso risultano case e dimore per un valore complessivo di 19 lire, orti che hanno un valore complessivo di 1 lira, 25 pertiche di campi del valore di 11 lire, 88 pertiche di prati e pascoli per 35 lire; boschi e proprietà comuni per 25 lire, una segheria del valore di 1 lira; il valore complessivo dei beni è valutato 96 lire (per avere un termine di paragone, il valore complessivo dei beni di Piateda è valutato 8253 lire, quello dei beni di Boffetto è di 2950 lire). Non stupisce neppure che, nel 1589 Feliciano Ninguarda, vi trovasse 20 famglia (100-120 abitanti, con dato congetturale) e che vi fosse la vice-cura (viceparrocchia) legata alla chiesetta di San Gregorio. Ecco quel che scrive:
"
A due miglia abbondanti da Piateda vi è la Valle detta di Ambria in cui trovansi due chiese, una nella contrada di Ambria, dedicata a San Gregorio, che è vicecurata soggetta all'arcipretura di Tresivio da cui dista otto miglia, l'altra fuori dall'abitato, dedicata a San Bartolomeo Apostolo: in questa vallata vi sono oltre venti famiglie cattoliche". L'antichità del borgo (testimoniato nel 1254; il Quadrio afferma che era già abitato nel secolo XI), nato molto probabilmente dalla colonizzazione di pastori provenienti, nel medio-evo, dal versante bergamasco, è, infine, testimoniata da ulteriori elementi. L'etimo, innanzitutto, peraltro incerto: forse è da un nome etrusco, "Amre" o dalla base prelatina "ad-umbrivo", nel significato di "in ombra"; forse è dalla radice germanica "ambr", per "acqua". Nel tardo medio-evo, infine, venne costituita la singolarissima (per il luoogo) entità feudale del ducato di Ambria, che ricadeva nei domini dei Visconti di Milano (signori, dopo il 1335, della Valtellina), e vi fu eretto un castello; ducato e castello non sopravvissero alla dominazione delle Tre Leghe Grigie, iniziata nel 1512. Ma non fu l'inizio di una decadenza verticale. Ancora nel 1938 risiedevano permanentemente ad Ambria 224 abitanti.
Dopo una breve visita alla chiesetta di san Gregorio, edificata nel 1615 su quel che restata di una chiesetta preesistente, dobbiamo decidere in che senso effettuare la traversata. Propongo il senso orario, che ha il vantaggio di permetterci di gustare la discesa in val Venina quando il sole comincia a calare, il che conferisce a questa valle un fascino particolare. Attraversato il paese, dunque, portiamoci sulla sinistra, valichiamo un ponticello ed incamminiamoci su una mulattiera segnalata da segnavia bianco-rosso-bianchi, in uno scenario reso piuttosto selvaggio dalla vegetazione e dai massi disordinati, a causa di numerose slavine nella stagione primaverile. Dopo il primo tratto, in leggera salita, incontriamo un piccolo sbarramento, in corrispondenza del quale ci riportiamo a destra (per noi) del torrentello.
Raggiungiamo poi, dopo un’ulteriore modesta salita che ci fa superare la baita Zappello (m. 1480), la soglia superiore di un vasto pianoro, nel quale è possibile trovare un piccolo specchio d’acqua. Si tratta un pianoro che, nel periodo del disgelo o dopo abbonfanti precipitazioni, si riempie d’acqua, diventando un lago, denominato lago di Zappello, a 1502 metri (valle di Zappello è anche il secondo nome, per così dire, della valle di Ambria). Nei periodi di secca, ecco invece un ampio pianoro che richiede un po’ di tempo per essere attraversato. Camminare su una superficie così regolare e piatta, al cospetto della massiccia testata della valle, in compagnia di se stessi (difficilmente troveremo altri escursionisti), suscita senza dubbio una sensazione molto singolare.
Vediamola, questa testata: sulla sinistra (est), appena a destra della ben visibile depressione del passo del Forcellino, notiamo l’affilata punta del pizzo del Salto (m. 2665); alla sua destra, la poderosa parete occidentale del pizzo dell’Omo (m. 2771), monolitica ed imponente; ancora defilata (anzi, non si vede
ancora, ma avrà modo di rifarsi), l’arrotondata e simmetrica cima del pizzo del Diavolo di Tenda (m. 2916), una delle più alte vette orobiche; poi, un singolare ed ampio salto roccioso, una parete liscia che sembra messa lì per sfidare gli scalatori; infine, sul lato destro, i contrafforti del monte Aga (m. 2720). Ma guardiamo anche alle nostre spalle, perché nel brevissimo spiraglio sul versante retico, ecco affacciarsi, curiosamente, proprio le cime regine della Valmalenco e dell’intero versante, i pizzi Scerscen e Bernina (più avanti, appariranno anche il pizzo Scerscen e la Cresta Guzza.
Al termine della piana, troviamo una pista che, in breve, ci porta alle baite Dossello (m. 1593), dove, d’estate, troveremo i pastori che caricano l’alpe. Guardando in alto, a destra, sul limite superiore di un gradino roccioso, notiamo una croce, presso la quale dovremo passare; il sentiero diretto, però, è poco visibile, ed i segnavia sembrano abbandonarci poco oltre le baite, per cui ci conviene proseguire lungo la medesima direttrice, che si avvicina alla testata della valle, sul lato destro (per noi), raggiungendo il limite della fascia di bassa vegetazione che ne ricopre la parte bassa del gradino che dovremo superare. Non faticheremo a trovare, sul limite del pascolo, il sentiero che, con diversi tornanti, supera questa fascia, e ci porta ai pascoli di quota 1700-1800. Qui ritroviamo i segnavia, questa volta rosso-bianco-rossi, perché si tratta dei segnavia della Gran Via delle Orobie.
Infatti, dopo una breve salita, intercettiamo il tratto della Gran Via che, sceso dal passo del Forcellino
(m. 2245), sale al passo di Brandà (m. 2430), il punto più alto della nostra traversata. D’ora in poi, ci basterà seguire i numerosi segnavia, che ci portano, innanzitutto, con una breve traversata verso destra, alle baite Cigola (o Scigula, m. 1870), una delle quali è stata attrezzata come ricovero di emergenza, con brande e stufa. L’iniziativa di attrezzare baite come ricoveri di emergenza, lungo l’Alta Via, è sicuramente lodevole: uno dei motivi per i quali tale sentiero alto è poco battuto, infatti, è la carenza di punti d’appoggio. Ma torniamo a noi: eccola, un po’ più avanti, la croce che avevamo visto dal basso, ed eccolo, tondeggiante e quasi gigioneggiante il pizzo del Diavolo di Tenda, a sinistra della liscia parete di cui abbiamo detto. La Guida alla Valtellina (cit.) scrive: "Lo Stoppani, nella Guida alle Prealpi Bergamasche, chiama a giusta ragione questo pizzo il Cervino delle Prealpi Orobie: nessuna delle altre loro vette s'eleva più ardita di questa... Il pizzo del Diavolo si chiama anche dai contadini di Val d'Ambria Pizzo di Tenda".
Non ci avviciniamo alla croce, ma proseguiamo, descrivendo alcuni ampi archi, per superare le balze erbose che ci separano dal passo di Brandà. Già, ma dov’è? Alcune evidenti depressioni, là in alto, davanti a noi, si candidano ad ospitare il passo, ma poi scopriremo che esso si trova su un ben più modesto intaglio, sul limite di sinistra della costiera che dal pizzo di Cigola (m. 2632) scende al Montirolo (m. 2126), che sovrasta Ambria. La suspance rimane, però, viva, fino a che guadagniamo un ultimo pianoro sassoso: sul suo limite, dopo aver scorto il segnavia su un grande masso, ci viene spontanea la considerazione: “il prossimo svelerà in quale direzione è il passo”. Infatti, cominciamo a piegare a sinistra, salendo ad una traccia che, con andamento un po’ ripido, porta al piccolo intaglio del
passo del Forcellino, una piccola porta erbosa che ci apre lo scenario dell’alta Val Venina.
Siamo a 2430 metri, ed abbiamo superato, in salita, circa 1330 metri, in tre ore e mezza-quattro ore. Prima di scendere, però, un ultimo sguardo alle cime che lasciamo alle spalle: il pizzo del Diavolo di Tenda, ora, appare veramente torreggiante rispetto alle altre vette. La testata della val Venina appare, invece, più modesta. La valle, nel suo insieme, si mostra, già al primo sguardo, più gentile, e la sua gentilezza si mostra subito: la discesa avviene facilmente, con qualche tornante dettato dai segnavia ed un ultimo tratto un po’ più ripido, sempre su un tranquillo versante erboso, con qualche roccetta.
Eccoci, quindi, in poco tempo al tranquillo pianoro dell’alta valle, proprio nei pressi di un manufatto che attrae la nostra attenzione. Un cartello ci spiega che si tratta di un forno fusore, il forno della Vena di Venina (m. 2229) Nei suoi pressi si trovava, infatti, la miniera di ferro più importante della zona, sfruttata già dal 1300, ed ancora attiva nella seconda metà dell’Ottocento, quando il materiale veniva portato all’altoforno di Premadio per essere fuso.
Nei pressi del forno fusore, infatti, troviamo ancora qualche cumulo di materiale rossastro, residuo dell’attività estrattiva. C’è da ricordare che vi furono periodi in cui il minerale veniva portato, per la lavorazione, nella vicina valle del Livrio, attraverso il passo dello Scoltador, che vediamo proprio davanti a noi, insieme al sentiero che, con diverse diagonali, lo raggiunge. La prima lavorazione del ferro in questo ed in altri forni, infine, richiedeva la combustione di grandi quantità di legna, il che spiega come mai la val Venina abbia un limite boschivo molto più basso rispetto alle altre valli orobiche.
Si legge, al riguardo, nella già citata "Guida alla Valtellina": "Al di là dell'ultima casera, alle falde del monte che si alza ad oriente, si vedono alcune gallerie scavate nella roccia. Sono le gallerie di un'antica miniera (vena) di ferro carbonato. Si coltivava già sotto i Visconti, duchi di Milano e Signori per oltre un secolo (1335-1447) della Valtellina. Il Quadrio si duole perché ai tempi suoi (1755) si lasciava inerta. Più tardi il minerale per il passo della Vena veniva trasportato nella Valle del Livrio, ricca di combustibile: là subiva una prima fusione e dalla ghisa formansi proiettili ad uso di guerra. Per alcun tempo si trasportò fino a Bormio; e ora da parecchi anni la miniera è di nuovo abbandonata, come lo sono tutte le altre della Valtellina".

Scendiamo ancora un po’, fino al ben visibile cartello che indica un bivio: proseguendo diritti attraversiamo l’alta valle e restando sulla Gran Via delle Orobie, saliamo al passo dello Scoltador, mentre piegando leggermente a destra cominciamo a scendere lungo la valle, alla volta del grande bacino di Venina che già si impone al nostro sguardo.
Noi, ovviamente, scendiamo e, nella discesa, passiamo a sinistra del torrente Venina, seguendo i segnavia che ci guidano su un sentiero non sempre evidente. Ma il terreno è tranquillo, e la discesa è molto riposante, per i piedi e per lo spirito. Il primo tratto della discesa, superato un facile saltino, ci porta alla baita dell’Alpe Venina (m. 2017), che può fungere da ricovero temporaneo in caso di necessità. Proseguiamo, scorgendo, nella finestra che si apre sul versante retico, una cima che, di primo acchito, non riconosciamo: poi, guardando bene riconosciamo il monte Disgrazia, che si mostra, da questo lato insolito, come un’affilata piramide. Superiamo, poi, le baite Dossello (m. 1946) e, tocco di esoterismo inatteso, dei Maghi (m. 1900), raggiungendo la casera Vecchia (m. 1839), dove la traccia piega a destra e supera di nuovo, su un ponticello, il torrente, per poi scendere a percorrere il lato orientale (destro, per noi) del grande invaso di Venina (m. 1823).
Lo sbarramento, costituito da poderosi archi multipli, venne terminato nel 1926 (proseguendo la discesa potremo vedere, sul lato opposto della valle, i resti delle case del cantiere) e può contenere 11 milioni di metri cubi d’acqua. Al termine del sentiero, eccoci alla casa dei guardiani, che è anche punto da cui si possono effettuare le chiamate di emergenza al soccorso alpino.

Lo sbarramento idroelettrico ha sostituito il precedente lago naturale. È interessante leggere come lo descrive, sul finire dell’Ottocento, Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista, che molto amò queste montagne: “Una breve sosta sui bordi del lago (1853 m.) mi permette di costatare la presenza di una grande quantità di Cottus gobio, le cui grosse teste escono dall'acqua ai bordi del lago e di trovare in piena nidificazione, sui pendii della montagna, l'Anfhus pratensis. La valle sotto il lago è ancora così ingombra di valanghe che per scendere ad Ambria dobbiamo camminare per un lungo tratto su una specie di grande volta sotto la quale si sente il rumore del fiume. Poi Ambria appare con la sua chiesetta bianca, il suo piccolo cimitero dove l'erba nasconde le umili croci, colle sue povere case annerite dal fumo.” (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998). Ecco, invece, la descrizione offerta dalla già citata Guida alla Valtellina: "In fondo sta un ampio lago di purissime acque (1853 m.), attorno attorno su per la china dei circostanti monti appaiono ricchi pascoli, assai popolati di mandrie nella state."
Inizia l’ultima parte della discesa, sul fianco destro della valle, che ora, repentinamente, muta il suo volto, incassandosi e facendosi rocciosa ed aspra. Stiamo percorrendo il sentiero delle cosiddette Scale di Venina. La denominazione fa riferimento al fatto che in diversi punti il tracciato è scavato nella roccia, ma probabilmente rimanda anche al significato di “scala” che, nel lessico lombardo, si riferisce ai salti rocciosi. Eccone la descrizione nella già citata "Guida alla Valtellina": "Sono queste scale ripidi risvolti della via scavata quasi interamente nella roccia. Superate che esse siano la strada entra in una stretta gola di selvaggia bellezza. Le nere rupi si scoscendono a picco, e giù nel profondo burrone rimoreggia il torrente." (nota: la descrizione si riferisce alla salita in Val Venina). Nel primo tratto della discesa siamo quasi sospesi su una forra cupa, poi la valle torna ad allargarsi un po’, tanto che approdiamo al maggengo di Precarè (m. 1464). Alla fine, ricompare, in una suggestiva prospettiva dall’alto, Ambria, cui scendiamo con un ultimo ripido tratto. Non resta che chiedere ai nostri piedi ululanti una ventina di minuti di ulteriore sopportazione, quel tanto che basta per salutare con gioia la nostra automobile, dopo 6-7 ore di cammino.

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