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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Macolini (Madesimo)-Val Scalcoggia-Andossi-Giardino Alpino di Madesimo-Macolini
4 h
440
E
SINTESI. Da Madesimo ci portiamo alla frazione di Macolini, dove parcheggiamo, incamminandoci sulla pista sterrata che si inoltra in Val Scalcoggia. Ignorata la deviazione a destra per il rifugio Bertacchi, seguaimo il segnalato "Sentiero delle Corone". Proseguiamo diritti sul lato destro (per noi) della valle; la pista si restringe a sentiero, che sormonta il dosso a lato di una gola ed approda ad un pianoro superiore (grande ometto). Il sentiero si perde. Traversiamo la piana in diagonale verso sinistra, ritrovando il sentiero ai piedi del versante che sale agli Andossi. Saliamo con diverse serpentine al limite settentrionale degli Andossi. Ci dirigiamo ad una bandiera verde e ci immettiamo in una pista sterrata, scendendo verso sinistra, fino ad un bivio, al quale prendiamo la pista più stretta, di sinistra, proseguendo nella discesa degli Andossi. Passiamo quindi alti sul laghetto degli Andossi (m. 2069), alla nostra destra, al quale possiamo portarci facilmente su pista che troviamo più avanti. Passiamo a destra di una curiosa casa ed a sinistra di una conca che ospitava un tempo un laghetto. Poi, in basso, gli Andossi si allargano. Alla nostra sinistra compare un lungo muro che delimita l’alpeggio ad est, alla nostra destra vediamo una conca dove si trova un ricovero per le bestie che vengono munte. La strada piega a destra e lo oltrepassa. Poi, dopo una svolta a sinistra, ci affacciamo alla parte mediana degli Andossi: allo splendido fondo costituito da fini sassetti bianchi si sostituisce l’asfalto. Prima della stradina asfaltata troviamo a sinistra il cartello del sentiero C34. Tagliamo i pascoli a sinistra della stradina: non c’è sentiero, seguiamo i segnavia, che ci portano ad una porta nella staccionata in legno che ne segna il limite orientale. Troviamo subito un gran numero di pannelli che segnalano altrettante specie botaniche: siamo nel cuore del Giardino Alpino di Medesimo. Riprendiamo il cammino verso il fondovalle, seguendo con attenzione i segnavia bianco-rossi su paletti di legno (torniamo dunque indietro dal casello e scendiamo nella pecceta). Il sentiero corre poco distantedalla soglia di un vallone che si apre, come una ferita, sul fianco orientale degli Andossi. Raggiunto il fondovalle, piega a destra e segue per un tratto il corso del torrente Scalcoggia, poi lo scavalca su un ponte, salendo ad intercettare, in località Casone, la strada che da Medesimo sale a Macolini. Procedendo verso sinistra, in breve siamo alla nostra automobile.

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Per gli amanti della montagna aperta, dolce e solare gli Andossi di Madesimo rappresentano una meta di sicura soddisfazione, soprattutto se li possiamo visitare in periodi che non coincidano con quelli di masismo affollamento turistico della vicina Madesimo. Si tratta di una lunga dorsale di pascoli che separa il solco principale della Valle di Spluga dalla Val Scalcoggia (la conca di Medesimo). Giovanni De Simoni nel suo bel volumetto “Toponimia dell’alta valle Spluga” (CCIAA, Sondrio, 1966), spiega in questi termini l’origine del nome: “Vasta, tondeggiante dorsale che separa la valle dell'aqua granda dalla vallata principale del Liro, un tempo boscosa (come in genere molti degli attuali alpeggi) ed ora tenuta a prati nella parte più prossima a Madesimo, dove sorgono numerosi gruppi di cascine, e a pascolo più al nord. Altri ha pensato di vedere nel nome un composto di Alpe e Dossi, ma non ho esempi in questa zona di una siffatta contrazione del termine alpe, frequente per contro nella zona aostano-savoiarda. Neppure condivido «ai dossi». Ma poi che le regolari onde (per esempio dell'erba ottenute dalla falciatura) sono dette in forma accresc. ispregiativa «andann», riterrei piuttosto andòss=grosse ande, nome suggerito dalla regolare successione delle ondulazioni del terreno, quasi enormi «andàne».”
Così li descrive la “Guida alla Valtellina” edita dal CAI di Sondrio nel 1884 (a cura di Fabio Besta): “Per dolce declivio a ponente dello stabilimento si sale all’ameno altipiano dell’alpe Andossi (1650 m.) verdeggiante di prati e pascoli. È un cumulo caotico e morenico ammassato nell’epoca glaciale, della quale il geologo trova qui, come in tutta la Valtellina, le tracce, oltrechè nelle morene, anche nelle rupi tondeggianti levigate e striate.” Diverso, infine, è lo sguardo di Giovanni Bertacchi, sguardo di poeta che coglie l’elegia del ritorno degli armenti dall’alpeggio ai ricoveri invernali:Scendendo la via
dietro un placido gregge Calano al piano dai ridenti Andossi,
dalle conche pasciute in Val di Lei.
dietro un lento squillar di bronzi mossi.
Cantilena più mesta io non potrei
trovar nel mondo, sul cui metro ondeggi
la tacita armonia de' sogni miei.
Oh, misurar la vita in su le leggi
dell'erbe e degli armenti; andar le belle
notti, seguendo un tintinnio di greggi;
salutare ogni dì forme novelle
d'ingenua vita; uscir della memoria
di ciò che fui, richiedere alle stelle
l'antico Iddio; l'avara arte e la gloria
travagliata depor lento, dal cuore;
dimenticar degli uomini la storia,
fino a trovarmi semplice pastore!


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La pratica dell’alpeggio è qui ancora viva, ed arricchisce il fascino di uno scenario scandito dal dolce alternarsi di morbidi dossi.
Gli itinerari dedicati ad una visita agli Andossi sono diversi. Quello che viene proposto, dunque, non è esaustivo, e rappresenta una scelta di medio impegno escursionistico.
Oltrepassata Campodolcino, lasciamo alla nostra sinistra la strada per Isola e proseguiamo diritti, risalendo i faticosi e celebri tornanti della strada che sembra letteralmente incollata ad un versante scosceso e selvaggio e non manca di suscitare una forte impressione a chi la percorra per la prima volta (qualche punto di stretta pone, fra l’altro, anche problemi di manovra in caso di incrocio; in caso di forte traffico può essere consigliabile portarsi ad Isola e qui imboccare la strada che risale a quella per il passo dello Spluga). Terminata la sequenza serrata di tornanti, attraversiamo il paesino di Pianazzo, famoso per la sua cascata con salto di 200 metri (ma dalla strada non la vediamo), giungendo subito ad un trivio: da sinistra arriva la strada che sale da Isola, al centro prosegue la strada statale per il passo dello Spluga, sulla destra, con breve tratto in galleria, si stacca la strada che porta a Madesimo. Entriamo, dunque, in galleria e ne usciamo in prossimità della celebre località turistica e climatica, che fu particolarmente cara al poeta Giosuè Carducci. Entrati in paese, restiamo a sinistra del centro e, sempre impegnando la strada principale (ignoriamo deviazioni a sinistra per gli Andossi ed a destra per la Motta), dopo qualche svolta ci portiamo al suo limite settentrionale.
La strada si porta alla frazione di Macolini (maculìn, m. 1656) e termina poco oltre le ultime case. Qui troviamo ampia possibilità di parcheggio. Ci mettiamo, dunque, in cammino. Superato un torrentello su un ponte in legno, attraversiamo un’area-relax ed entriamo in un recinto d’alpeggio (apriamo e richiudiamo una porta costituita da corda elastica). Si tratta dell’alpe Macolini (alp maculìn), che prende il nome, come la frazione, dalla famiglia che ne è la storica proprietaria. Davanti a noi, in fondo all’ampia conca delimitata a sinistra dal dolce profilo degli Andossi ed a destra dal versante occidentale del pizzo di Sterla e del monte Mater, si staglia, netta e perentoria, la scura parete meridionale del pizzo Spadolazzo. Si tratta della val Scalcoggia. Al toponimo locale di scalchiögia si affianca, però, la denominazione più antica di aqua granda. Un cartello della Comunità Montana Valchiavenna segnala che siamo su un sentiero interregionale italo-svizzero, siglato C6, che porta in un’ora e mezza al rifugio Bertacchi ed al lago di Emet ed in un’ora e 50 minuti al passo di Niemet (o, come riportato dalle carte, Emet). Procediamo su una pista sterrata, in leggera salita, fino ad un grande masso con segnavia bianco-rosso ed un cartello che segnala un bivio: a destra si stacca dalla pista il sentiero per il rifugio Bertacchi ed il lago di Emet (C6), mentre procedendo diritti si percorre il cosiddetto “Sentiero delle Corone”, che, seppure con più largo giro, conduce anch’esso al rifugio Bertacchi.
Procediamo, dunque, diritti, rimanendo sulla pista e superando alcuni torrentelli. Guadagniamo quota molto gradualmente, rimanendo nei pressi del fondovalle. Diritta davanti a noi, l’arcigna mole dello Spadolazzo, cui non sembrano prestare molta attenzione le placide mucche che probabilmente incroceremo nel nostro cammino. La strada si assottiglia gradualmente, si fa sentiero, peraltro sempre marcato e corredato da segnavia bianco-rossi. La pendenza si fa più severa ed il fondovalle si allontana: sormontiamo, così, uno sperone roccioso che si affaccia ad una modesta gola, la quale separa la parte inferiore della valle dalla conca superiore. Attraverso un corridoio ci affacciamo, dunque, a questo ampio pianoro, salutati da un grande ometto. Alle nostre spalle l’orizzonte si è ridotto a breve finestra, dominata dall’acuto profilo del pizzo Quadro. Traversiamo, ora, la piana in diagonale verso sinistra, superando un corso d’acqua. Il sentiero si è perso, ma non appena ci troviamo a ridosso del versante che sale all’estremità settentrionale degli Andossi, lo ritroviamo. Con una serie di tornantini, prima verso destra, poi piegando verso sinistra, si dipana sul versante di macereti e pascoli, fino a raggiungere la sommità dell’ampio dosso.
Ci accoglie la superba sequenza delle cime del versante occidentale della Valle di Spluga, fra le quali spiccano, da sinistra, il pizzo Quadro (m. 3013), il pizzo dei Piani (o pizzi Piani, m. 3148 e 3158), il pizzo Ferrè (el farée, m. 3103), caratterizzata dal ghiacciaio che ne copre quasi interamente il versante settentrionale (vedrecc’ del farée), l’intera testata della Val Loga (vallöga) e della Val Schisarolo (sciüsaröö), con la poco pronunciata cima di Val Loga (m. 3004), ed infine la massiccia mole del pizzo Tambò (el tambò, m. 3274).


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Qui troviamo una nuova coppia di cartelli: il primo segnala che nella direzione dalla quale siamo saliti si scende a Medesimo, il secondo segnala che prendendo a destra si prosegue per il rifugio Bertacchi (C6). Noi non seguiamo queste indicazioni, ma prendiamo a sinistra, in direzione di una bandiera verde, procedendo su una pista sterrata, che sale fin qui dalla ss. 36 dello Spluga. La seguiamo per un tratto, in discesa, fino a trovare, sulla sinistra, una stradina più stretta. Alla sua partenza, tre cartelli: uno indica che procedendo sulla strada principale si scende a Stuetta, un secondo segnala che la stradina porta a Medesimo. Imbocchiamo, dunque, quest’ultima stradina e cominciamo la lunga discesa che ci riporterà a Macolini. È la parte più bella dell’escursione: ci sentiamo a pochi passi dal cielo, circondati da splendidi scenari. Alle nostra spalle domina la coppia di cime del lontano pizzo Suretta e del vicino ed onnipresente Spadolazzo. Alla nostra sinistra l’elegante e poderoso pizzo Emet, seguito dal meno pronunciato monte Mater. Dopo un breve tratto, vediamo, un po’ più in basso, alla nostra sinistra, il laghetto degli Andossi (m. 2069). Non scendiamo per via diretta, in modo da non rovinare i pascoli: procediamo superandolo, fino a trovare un largo sentiero che si stacca dalla stradina sulla destra, torna indietro e ci porta nei pressi della sua riva meridionale, dove un grande masso ci permette si sedere a contemplarne la quieta grazia. Una grazia delicata, aggredita dalle piante che silenziosamente lo stanno uccidendo. Il destino è segnato, l’interramento sarà la sua fine, ma non ora, non ancora. Fanno da corona al laghetto il gruppo del Suretta ed il pizzo Spadolazzo.
Torniamo sui nostri passi, passando accanto ad una stele che commemora la prematura morte di Celsa Paggi. Riprendiamo la discesa. Davanti a noi, la fuga di quinte delle cime della Valchiavenna, chiusa, sul fondo, dal Legnone, estrema propaggine occidentale della catena orobica. Passiamo a destra di una curiosa casetta isolata, poi a sinistra di un cadavere di laghetto, una piana regolare racchiusa in una conca. Senza acqua. Qualche ampia curva ancora, e passiamo a destra di un masso che ricorda Emilio. Poi, in basso, gli Andossi si allargano. Alla nostra sinistra compare un lungo muro che delimita l’alpeggio ad est, alla nostra destra vediamo una conca dove si trova un ricovero per le bestie che vengono munte. La strada piega a destra e lo oltrepassa. Poi, dopo una svolta a sinistra, ci affacciamo alla parte mediana degli Andossi: allo splendido fondo costituito da fini sassetti bianchi si sostituisce l’asfalto. Vediamo più in basso, dopo la lunga traversata del deserto verde, le prime abitazioni: si tratta dei nuclei di Croce (dove si trova il rifugio Mai Tardi, m. 1850), Crestone (non distante si trova il rifugio Camanin) e San Rocco, con la sua caratteristica chiesetta.
Potremmo concludere la camminata tornando a medesimo per questa via, ma possiamo accorciarla staccandoci prima dalla stradina asfaltata. Infatti, troviamo subito alla nostra sinistra un cartello che indica un bivio: proseguendo diritti (itinerari C8 e C9) si scende a San Rocco, mentre prendendo a sinistra si scende al fondovalle di Medesimo (C34). Optiamo per questa seconda soluzione e tagliamo i pascoli a sinistra della stradina. Non c’è sentiero, seguiamo i segnavia, che ci portano ad una porta nella staccionata in legno che ne segna il limite orientale. Troviamo subito un gran numero di pannelli che segnalano altrettante specie botaniche: siamo nel cuore del Giardino Alpino di Medesimo, la cui storia è illustrata da alcune tavole in un casello in legno che vediamo un po’ più in basso, alla nostra sinistra. Il giardino, la cui realizzazione iniziò nel 1920, fu dedicato al prof. Pirotta. Il nucleo originario del Giardino venne però cancellato, così come magnesiaco-ferruginose per le quali Medesimo fu in passato famosa, a causa del processo di urbanizzazione seguito al boom del turismo alpino di massa. Il nuovo nucleo sorge più in alto, a ridosso del versante orientale della parte mediana degli Andossi, che guarda a Medesimo. Vale la pena di ricordare lo spirito animatore di questa isituzione, citando le parole del prof. Brizi riportate su un pannello. “I competenti e gli appassionati che già visitarono il nostro giardino … hanno consentito con noi sulla necessità di dare vita più intensa al Giardino Alpino, per rendere più vantaggiosi gli altissimi scopi di esso, anzitutto pel grande contributo che possono dare allo studio della flora alpina e della biologia in genere, poi per la possibilità di acclimatarvi piante capaci di servire al miglioramento, tanto necessario, dei magri pascoli alpini, e specialmente per rimboschire le nude pareti della valle, e rinsaldare le desolate e denudate pendici montane. Gli stranieri con numerosi Giardini Alpini, che fioriscono o come istituzioni di stato o come opere di appassionati mecenati, ci hanno insegnato che il conoscere le piante e i fiori, l’indagare le loro condizioni di vita, il vedere raccolte a migliaia le più belle gemme alpine in un unico giardino, è una fonte di infinito godimento, concesso a tutti quelli che sanno comprendere le sublimi armonie della natura, e che eleva lo spirito e affina il gusto estetico. Gli svizzeri specialmente, ci hanno insegnato, con le istituzioni dei giardini alpini, quanto ciò giovi anche a far imparare il rispetto alle piante non solo ai montanari, ma anche ai turisti, che devastano e distruggono le bellezze della montagna e che potrebbero invece apprendere dai giardini alpini come si coltivano le piante alpine più ricercate, traendone anche fonte di lucro ed evitando la distruzione della flora spontanea.”
Riprendiamo il cammino verso il fondovalle, seguendo con attenzione i segnavia bianco-rossi su paletti di legno (torniamo dunque indietro dal casello e scendiamo nella pecceta). Il sentiero corre poco distante dalla soglia di un vallone che si apre, come una ferita, sul fianco orientale degli Andossi. Raggiunto il fondovalle, piega a destra e segue per un tratto il corso del torrente Scalcoggia, poi lo scavalca su un ponte, salendo ad intercettare, in località Casone, la strada che da Medesimo sale a Macolini. Procedendo verso sinistra, in breve siamo alla nostra automobile, chiudendo un anello che richiede circa 4 ore di cammino (il dislivello in altezza approssimativo è di 440 metri).

 


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