Il primo paese che troviamo sul versante orobico ad occidente di Sondrio è Caiolo. Le sue origini sono assai antiche, come testimoniano ritrovamenti di un coltello rituale di epoca gallica e di monete romane. Alla primitiva denominazione di Soltoggio si sostituisce quella di Caliolo intorno all’anno Mille. Successivamente il suo territorio venne infeudato ad un ramo dei De Capitanei di Berbenno, cui appartenne anche il castello duecentesco, di cui rimane, ora, solo la parete meridionale della torre, sopra un piccolo colle boscoso a monte del paese.
Nel 1446 il borgo divenne libero comune, staccandosi dalla dipendenza da Andevenno, e poco dopo, nel 1468, anche la sua chiesa duecentesca di San Vittore venne eretta a parrocchia, staccandosi da Sondrio. Singolare è la posizione di questa chiesa, rialzata, su uno sperone roccioso che si affaccia sulla forra terminale della valle del Livrio, sul suo fianco orientale: una leggenda vuole che l’intento originario degli abitanti fosse quello di erigerla, per maggiore comodità, a livello delle case al piano, ma quanto veniva edificato di giorno si ritrovava prodigiosamente disfatto di notte, ed il materiale utilizzato veniva ritrovato laddove ora sorge la chiesa. Si comprese che questo segno miracoloso indicava la volontà divina circa il luogo da destinare all’edificio sacro. Esso venne, poi, riedificato ed ampliato nel 1627.
La storia si affaccia alla piana di Caiolo nel 1486, quando le milizie dei Grigioni, che avevano invaso la Valtellina, vennero sconfitte da quelle di Ludovico il Moro, duca di Milano, che comunque poté liberarsi dagli invasori solo dopo aver sborsato la bella cifra di 12.000 ducati. La battaglia della piana di Caiolo lasciò sul terreno molti cadaveri, che vi vennero seppelliti. Di qui, con tutta probabilità, quel fenomeno dei fuochi fatui cui sono legate diverse leggende, che parlano di misteriose fiammelle dal comportamento singolare: sembravano, infatti, seguire, a tenebre fatte, i viandanti, ma sfuggivano ad ogni tentativo di afferrarle. I Grigioni non tardarono a tornare: nel 1512 presero possesso della Valtellina e, nel secolo successivo, smantellarono il castello di Caiolo, insieme alle rimanenti fortezze della valle. L’inizio del Seicento fu anche segnato da un flagello ancora maggiore, la peste, che infierì duramente sulla popolazione. Nel prosieguo del secolo ci si misero anche le carestie e le scorrerie di branchi di lupi, che scendevano fino alla piana per razziare il bestiame, a rendere ancor più dura la vita della popolazione, e solo nel secolo successivo la situazione cominciò gradualmente a migliorare.
Queste note di sintesi danno l’idea della densità di storia che si può respirare in questi luoghi, che offrono, però, anche interessanti possibilità escursionistiche e di mountain-bike. Raggiungiamo, dunque, il paese, che si trova sul limite orientale della strada provinciale Pedemontana Orobica che parte dalla piana del Tàrtano e raggiunge il Porto di Albosaggia (il termine viene spesso ricondotto all’etico “alpes agia”, cioè “alpe sacra”; probabilmente, però, deriva da una gens romana, l’Albutia).
Stacchiamoci dalla tangenziale di Sondrio all’altezza dello svincolo per via Vanoni (il primo o l’ultimo a seconda che si proceda in direzione di Tirano o di Morbegno) e, invece di imboccare la via di Sondrio, dirigiamoci al ponte sull’Adda che conduce alla località Porto di Albosaggia. Superato il ponte, invece di salire verso il centro di Albosaggia, prendiamo a destra, attraversiamo la località Torchione ed usciamo da Albosaggia. Una rettilineo in salita ci porta a ridosso del fianco montuoso ed allo svincolo, sulla sinistra, per la chiesa parrocchiale ed il cimitero di Caiolo. Ignoriamolo e, proseguendo, speriamo su un ponte il torrente Livrio, che esce dall’omonima valle, raggiungendo il cuore del paese, dove possiamo lasciare l’automobile, a 335 metri.
Partendo da qui possiamo effettuare due interessanti anelli di mountain-bike. Il primo, più agevole e più breve, rimane entro il territorio del comune e ci porta a visitare alcune frazioni alte ed il rudere della torre del castello. Di fronte alla casa municipale, sulla sinistra (per chi procede verso ovest), parte la strada che conduce, salendo verso sud-ovest, a san Bernardo. Seguiamola, ignorando alcune deviazioni secondarie, e, dopo 3 chilometri, raggiungiamo, a 518 metri, la chiesetta, di origine medievale, ristrutturata nei secoli XVII e XVIII. Imbocchiamo, ora, una stradina carrozzabile con fondo in asfalto, che parte nei pressi della chiesetta e comincia a salire sul fianco montuoso: in località Pranzera, a 710 metri, troveremo un cartello della Comunità Montana Valtellina di Sondrio che dà a 20 minuti di cammino la località Scarpatetti, a 50 la località Mistà e ad un’ora e 30 la località Sulini.
Proseguiamo e, superato il torrente Merdarolo, fino a Scarpatetti. Poco prima delle baite di questa località troviamo un bivio: una carrozzabile prosegue, salendo e staccandosi dalla pista principale sulla destra, mentre questa raggiunge i prati di Scarpatetti, molto panoramici: da qui il colpo d’occhio sul versante retico è ottimo, e si distinguono bene, da sinistra, i Corni Bruciati, la valle di Caldenno, il monte Canale, il corno di Mara e la vetta di Rhon.
Da qui inizia la discesa che chiude l’anello: infatti, raggiunte le baite, troviamo, sulla sinistra, l’inizio di una pista sterrata che scende verso il paese. Il fondo è molto sconnesso e disseminato di sassi scaricati dai fianchi non protetti, per cui la velocità deve essere moderata. Dopo qualche tornante, nel cuore di un fresco bosco, incontriamo il rudere della chiesa di S. Alterio, a 640 metri. Fermiamoci un attimo per visitarla: l’effetto sarà singolare, perché avremo l’impressione di essere immersi in un’atmosfera malinconica ed arcana.
La successiva discesa ci porta ai piedi del piccolo colle sul quale sorge, ferita, ma ancora superba ed imperiosa, la torre del già citato castello di Caiolo, o meglio, quel che resta di essa dopo la distruzione secentesca ad opera dei Grigioni. Si tratta del rudere della parete meridionale, che guarda verso il fianco del monte: scendendo, la troviamo alla nostra destra, perché il piccolo colle su cui sorge, a 511 metri, si stacca a nord dal versante montuoso, e si trova immediatamente ad ovest della val Canale, piccola valle che corre quasi parallela, ad ovest, della valle del Livrio. Il silenzio surreale che fascia questi luoghi evoca le voci di un passato glorioso, che non conosce tramonto.
L’ultima parte della discesa ci porta alla contrada Pedrini, dove ritroviamo la strada sterrata, che confluisce nella strada principale, a valle della contrada san Barnardo. Prendendo a destra, torniamo, infine, al centro del paese, chiudendo, in un’ora circa, l’anello, lungo circa 8 chilometri (il dislivello in salita è di circa 380 metri). Lo stesso anello, percorso a piedi, richiede circa due ore di cammino.
Se, al bivio prima di Scarpatetti, prendiamo a destra, proseguendo nella salita, possiamo affrontare un anello più lungo ed impegnativo, ma di grande fascino ed interesse per gli appassionati della mountain-bike. Si tratta di un circuito che risale il fianco orobico, tagliandolo verso sud-ovest, fino ad aggirare il filo della costa del fianco orientale della Val Cervia, entrando in questa valle poco a monte del maggengo dei Campelli di Cedrasco, dal quale si scende agevolmente a Cedrasco, per poi tornare conclusivamente a Caiolo. Raccontiamo questo anello partendo da Scarpatetti, ma va detto che, percorso in senso contrario, risulta più agevole, perché la parte in salita è interamente in asfalto, mentre, salendo da Caiolo, è in gran parte in terra battuta, con fondo irregolare.
Al bivio prima di Scarpatetti prendiamo a destra, salendo alla località Ca’ dell’Angel, a 775 metri (per raggiungere i prati e le baite bisogna percorrere una pista che si stacca, sulla sinistra, da quella principale). Poco sopra, troviamo le località Ca’ Gandini, ad 800 metri, e Mozzalli, ad 850 metri. Salendo ancora, raggiungiamo i prati di Masoni, a 910 metri, ed infine il maggengo di Ca’ Olt, a 1085 metri. Le baite del maggengo, poste sul limite inferiore dei prati, si raggiungono dopo un breve tratto percorso su una pista che si stacca, sulla sinistra, dalla principale, ad un tornante destrorso. Il meggengo è estremamente panoramico: da qui si domina Sondrio, ed ottimo è il colpo d’occhio sul versante retico.
I prati, a sud, sono dominati dal pizzo Pidocchio (m. 2329), in cui culmina il versante orobico sopra Caiolo. Il pizzo è meta di una bella escursione, che passa per i prati della costa, ma la sua fama, presso gli abitanti di Caiolo, è legata piuttosto al vasto fronte franoso che interessa il ripito versante settentrionale poco al di sotto della cima, fronte che scarica a valle parecchio materiale in occasione di eventi alluvionali.
Torniamo alla pista principale e proseguiamo seguendo le indicazioni per la costa. Qualche squarcio nella vegetazione a lato della pista ci permette di ammirare, sul versante retico, a sinistra, i Corni Bruciati ed il monte Disgrazia, che comincia a mostrarsi. La successiva tappa è rappresentata dal maggengo della Foppa, a 1200 metri, posto alla sommità dei prati che partono da Ca’ Olt. Seguendo l’indicazione per le località Fontane, data a 30 minuti, e Campelli, data a 60 minuti, proseguiamo sulla pista, che taglia un bellissimo bosco di abeti. Lo scenario è davvero suggestivo, incontaminato, e si fa sempre più selvaggio, perché il fianco montuoso, a monte ed a valle della pista, diventa ripido ed impressionante, soprattutto in corrispondenza dell’alta valle del torrente Merdarolo, che dobbiamo attraversare prima di approdare ai prati del maggengo di Fontane (m. 1386).
Qui troviamo un quadrivio, segnalato da cartelli. Un sentiero sale verso il bosco e porta alla Costa (data ad un’ora e venti minuti) ed al pizzo Pidocchio (dato a tre ore); uno scende, invece, verso Bratta (20 minuti), Pranzera (40 minuti) e Caiolo (un’ora e 20 minuti). La pista, infine, prosegue verso Campei (o Campelli), dati a 30 minuti di cammino.
C’è da salire ancora un po’, prima di raggiungere il filo del dosso che delimita il fianco orientale della Val Cervia, nella quale ora ci accingiamo ad entrare. In corrispondenza di questo filo troviamo, a valle della pista, una piccola conca, incantevole, invitante: un luogo ideale per una suggestiva sosta. Dopo un ultimo breve tratto in salita, che ci porta ad una quota massima di circa 1400 metri, ci attende una breve discesa, prima che la pista confluisca nella strada asfaltata che da Cedrasco sale verso Arale (termine connesso con il bergamasco “aral”, cioè “spianata con cataste di legna da ardere”, oppure con il canavesano “eral”, cioè “spianata nel casale”).
Ci troviamo poco a monte del maggengo di Campelli: per raggiungerlo, dobbiamo scendere ad un tornante destrorso e proseguire fino alla deviazione a destra che ci porta ai suoi ampi prati, sorvegliati, nella parte alta, dal tempietto della Madonna, a 1265 metri. Chi fosse a piedi può giungere in breve al tempietto tagliando la pineta che si trova a lato, sulla destra, della strada. Come punto di riferimento per chi salisse da Cedrasco, si tenga presente che la deviazione per il maggengo Fontane si trova sopra i Campelli, al primo tornante destrorso (per chi sale), in corrispondenza di un masso e di un casello per l’acqua. Una volta imboccata la pista, non si può sbagliare: seguendola, si scende fino al bivio presso Scarpatetti, dove si può scegliere se proseguire verso sinistra, fino a san Barnardo, o verso destra, passando per la torre del castello.
La discesa dai Campelli a Cedrasco è priva di difficoltà; da Cedrasco, infine, seguendo la pedemontana verso est, torniamo a Caiolo, chiudendo un anello di grande fascino, che richiede circa tre ore (sei ore a piedi), per superare un dislivello in salita di circa 1065 metri.

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