CARTE DEL PERCORSO 1, 2


Il pizzo dell'Oro meridionale

L'ANELLO DELL'ORO - PRIMA GIORNATA: DAI BAGNI DI MASINO AL RIFUGIO BRASCA IN VAL CODERA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
San Martino-Rifugio Omio-Passo dell'Oro-Valle dell'Averta-Rifugio Brasca
6-7 h
1350
EE
SINTESI. Lasciata la ss 38 dello Stelvio, all'altezza di Ardenno, sulla sinistra, saliamo in Val Masino seguendo la provinciale che passa per Cataeggio, Filorera e San Martino. Qui prendiamo a sinistra e proseguiamo fino ai Bagni di Masino, dole la strada termina e dove possiamo parcheggiare pagando il ticket per due giorni. Dai Bagni di Masino (m. 1170) ci incamminiamo sulla battutissima mulattiera per il rifugio Omio, saliamo nella splendida faggeta e sbuchiamo al Pian del Fango (m. 1590), straordinario belvedere sui pizzi Badile e Cengalo. Riprendiamo la salita in una fresca pecceta, uscendo di nuovo all’aperto, passando a destra della "casèra de l'òr" e tagliando una fascia di grandi blocchi là dove un tempo c'era l'alpe dell'Oro. Pieghiamo poi a sinistra, attraversiamo un torrentello e proseguiamo salendo verso ovest su ripide balze di pascoli e lastroni (attenzione ai segnavia) che ci portano al rifugio Omio (m. 2100). Procediamo in direzione nord, sul Sentiero Risari (indicazioni per il rifugio Gianetti). Dopo una lunga traversata, incontriamo, su un grande masso, la segnalazione (“Brasca”) per la deviazione che sale facilmente al passo dell’Oro. Lasciamo dunque il Sentiero Risari e prendiamo a sinistra (ovest). Un sentierino ben marcato risale facili balze erbose e ci porta senza sorprese alla sella erbosa passo dell'Oro (m. 2526). Scendiamo ora sul versante opposto, sul lato destro di un ripido canalone che porta al circo dell'alta Valle d’Averta (attenzione alla neve che si trova talora anche a stagione avanzata). Raggiunto un terreno più tranquillo, seguiamo i segnavia, proseguendo la discesa, su pietrame, in diagonale verso destra (nord-ovest), fino ad intercettare, a quota 2150 m., il Sentiero Roma, che sale dalla valle in direzione del passo del Barbacan nord-ovest. Lo percorriamo a rovescio, calando rapidamente alle baite dell’alpe Averta (m. 1957). Qui pieghiamo a sinistra (direzione sud, ovest e ancora sud), superando due corsi d'acqua. Entriamo poi nel bosco e, seguendo con attenzione i segnavia (direzione ovest e ovest-nord-ovest), scendiamo su buon sentiero fino all'alpe Coeder e di lì, in pochi minuti, al rifugio Brasca (m. 1304).


La Valle dell'Oro dal Pian del Fango

Di anelli d'oro ce ne sono molti, ma l'anello dell'Oro è unico. Un trekking unico, intorno ai Pizzi dell'Oro, alla ricerca di misteriosi bagliori fra Valle dell'Oro (Val Masino) e Valle d'Arnasca (Val Codera). Bagliori di oro e di tesoro. Alla ricerca del più prezioso dei tesori, il Santo Graal addirittura, forse la coppa che raccolse nell’ultima Cena il Sangue di Cristo. Lo cercano da quasi due millenni, nella convinzione che assicuri allo scopritore poteri che l’uomo neppure può immaginare. Ne hanno rincorso, invano, il sogno cavalieri medievali, avventurieri, esoteristi di ogni epoca. Nel 1996 colpo di scena: lo scrittore Giovanni Galli, nel romanzo storico “L’isola. L’enigmatica storia del Santo Graal sul Lario” (Ed. Actac, Como, 1996) racconta che è nascosto in Val Codera, precisamente in valle d’Arnasca. Ma nascosto tanto bene che solo un eletto potrebbe trovarlo. Allora prendiamoci due giorni per un’intrigante caccia al tesoro. Il primo giorno lo dedichiamo all’oro, il secondo al Santo Graal. I segni del nobile metallo non mancano nella toponomastica in provincia di Sondrio: monte ed alpe dell’Oro in Valmalenco, val d’Oro in val dei Giüst (per i profani Valle Spluga), valle, pizzi e passo dell’Oro in Val Masino. Scegliamo quest’ultima opzione, per la vicinanza al Santo Graal, e non curiamoci della pedanteria degli studiosi che dicono che no, non c’entra l’oro, perché l’etimologia sarebbe da “ör”, che significa “orlo”, “terrazzo”.  
Questa e molteplici altre suggestioni possono dunque indurci a descrivere, in due giorni, un impegnativo ma memorabile anello intorno ai Pizzi dell'Oro. Nella prima giornata dai Bagni di Masino saliamo al rifugio Omio e per il passo dellOro scendiamo al rifugio Brasca. Nella seconda torniamo in Valle dell'Oro per il passo Ligoncio, ridiscendiamo al rifugio Omio ed ai Bangi di Masino.


Pizzi Badile e Cengalo dal Pian del Fango

Lasciata la ss 38 dello Stelvio, all'altezza di Ardenno, sulla sinistra, saliamo in Val Masino seguendo la provinciale che passa per Cataeggio, Filorera e San Martino. Qui prendiamo a sinistra e proseguiamo fino ai Bagni di Masino, dole la strada termina e dove possiamo parcheggiare pagando il ticket per due giorni.
Dai Bagni di Masino ci incamminiamo sulla battutissima mulattiera per il rifugio Omio, saliamo nella splendida faggeta e sbuchiamo al Pian del Fango (córt dai fènch, m. 1590), straordinario belvedere sui pizzi Badile e Cengalo. Dopo le foto di rito, riprendiamo la salita in una fresca pecceta, uscendo di nuovo all’aperto passando a destra di una deviazione che scende ad una costruzione ricavata sotto un enorme macigno (caduto nel 1963 dal versante alla nostra destra), la "casèra de l'òr", vera e propria icona della durezza delle condizioni dei pastori di un tempo. Di certo l’oro loro non l’hanno mai trovato. Ma l’avranno cercato con la sufficiente convinzione? Questa domanda ci accompagna sulle ripide balze di pascoli e lastroni che calpestiamo per guadagnare il simpatico rifugio Omio (capàna dè l'òr o capàna òmio, m. 2100). In alto leggermente a sinistra, la larga depressione del passo Ligoncio, per il quale torneremo domani.  


Alpe dell'Oro

Un passo anch’esso legato al mistero: Bruno Galli Valerio, valente naturalista ed alpinista con ottimo fiuto e colpo d’occhio, vi salì da qui nell’agosto di oltre cent’anni fa (1903),  non lo trovò ed annotò: “E' una depressione di una cinquantina di metri di lunghezza, situata fra la Sfinge e una cima quotata 2714 m. Siamo ai piedi della Sfinge e cerchiamo invano il passaggio: le pareti cadono a picco su Val d'Arnasca. Scendo da solo lungo le roccie a picco per cercare un passaggio. Guardo da tutte le parti: dappertutto le stesse pareti verticali per parecchie centinaia di metri. Risalgo e consultiamo la carta. Il passo deve essere là, ma è impossibile trovarlo” (B. G. Valerio, Punte e passi, ed. CAI sez. Valtellinese, 1998, pg. 157, traduzione di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci). Impossibile trovarlo? Com’è possibile? Lo scopriremo, appunto, domani.
Per ora puntiamo al passo dell’Oro, incamminandoci in direzione nord, sul Sentiero Risari (indicazioni per il rifugio Gianetti). Prendiamocela comoda. Qui l’oro può essere dovunque. Ma è molto più difficile da scorgere dei funghi. Dopo una lunga traversata, sotto lo sguardo scintillante dei pizzi dell’Oro settentrionale, centrale e meridionale e della punta Milano, incontriamo, su un grande masso, la segnalazione (“Brasca”) per la deviazione che sale facilmente al passo dell’Oro (pas dè l'òr), gentile sella erbosa posta a quota 2526. Lasciamo dunque il Sentiero Risari e prendiamo a sinistra (ovest). Un sentierino ben marcato risale facili balze erbose e ci porta senza sorprese al passo, che ci regala uno splendido colpo d’occhio sulla media Val Codera.


Il rifugio Omio

Guardando al fondovalle ed ai candidi detriti alluvionali accumulati dal torrente Codera comprendiamo l’etimo da “cotaria” e quindi da “cota”, cioè “pietra” (una leggenda narra che Dio, dopo aver fatto il mondo, si ritrovò con un mucchio di pietre avanzate: le sparse un po' alla rinfusa, creando così questa valle).
Scendiamo ora sul versante opposto, sul lato destro di un ripido canalone che porta al circo dell'alta Valle d’Averta (attenzione alla neve che si trova talora anche a stagione avanzata). Raggiunto un terreno più tranquillo, seguiamo i segnavia, proseguendo la discesa, su pietrame, in diagonale verso destra (nord-ovest), fino ad intercettare, a quota 2150 m., il Sentiero Roma, che sale dalla valle in direzione del passo del Barbacan nord-ovest. Lo percorriamo a rovescio, calando rapidamente alle baite dell’alpe Averta (m. 1957). Qui pieghiamo a sinistra (direzione sud, ovest e ancora sud), superando due corsi d'acqua. Entriamo poi nel bosco e, seguendo con attenzione i segnavia (direzione ovest e ovest-nord-ovest), scendiamo su buon sentiero fino all'alpe Coeder e di lì, in pochi minuti, al rifugio Brasca, sul limite dell’ampia radura detta Zocca Pulé (m. 1304).


Deviazione a sinistra per il passo dell'Oro

Il rifugio, del CAI di Milano, è intitolato al prof. e Tenente Luigi Brasca, compilatore di una guida della Valle di S. Giacomo. Venne costruito vicino all’alpe Coeder nel 1934 e bruciato il primo dicembre del 1944, quando salirono fin qui soldati tedeschi e repubblichini per inseguire i partigiani della 55sima brigata Fratelli Rosselli che, dopo una lunga traversata dalla Val Sassina per la Val Gerola e la Valle dei Ratti, ripiegavano per espatriare in Svizzera attraverso la bocchetta della Teggiola. Uno di loro, Enrico Pomina, fu raggiunto ed ucciso proprio nei pressi dell’attuale rifugio (una targa dell'ANPI di Novate Mezzola lo ricorda). L’edificio venne, infine, ricostruito fra il 1946 ed il 1948.


Il passo dell'Oro

È tempo di bilanci, perché la prima giornata del trekking termina qui. Il bilancio dell’escursione è di 6-7 ore circa (il dislivello approssimativo in salita è di 1350 metri). Il bilancio economico è invece variabile ed in funzione dell’acume della nostra vista. Se ci ritroviamo senza pepite in tasca, consoliamoci con lo scenario di rara suggestione. Guardando dalla piana verso sinistra, si apre la valle d’Arnasca, con le sue cascate gemelle e l’imponente muraglia di granito che la chiude. Vi distinguiamo, da sinistra, il pizzo dell'Oro meridionale o Puncia del Laresett (m. 2695), l’ampia e piana depressione del passo Ligoncio (m. 2557), la punta della Sfinge o Lis d'Arnasca, m. 2802), che da qui però si mostra come compatta parete che impressiona per la superficie liscia, il pizzo Ligoncio (m. 3032), la punta Bonazzola (m. 2940) e le cime di Caiazzo (m. 2920). Domani saremo là.


Discesa dal passo dell'Oro


Valle dell'Averta vista dal passo dell'Oro


Passo dell'Oro (a destra) e del Barbacan (a sinistra)


Alpe Averta

Alpe Averta e passo Barbacan (a sinistra) e dell'Oro (a destra)

Alpe Averta

Sentiero per il rifugio Brasca

Sentiero per il rifugio Brasca

Sentiero per il rifugio Brasca

Sentiero per il rifugio Brasca

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo (CNS), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line.

L'ANELLO DELL'ORO - SECONDA GIORNATA: DAL RIFUGIO BRASCA IN VAL CODERA AI BAGNI DI MASINO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Brasca-Passo Ligoncio-Rifugio Omio-Bagni di Masino
6-7 h
1280
EE
SINTESI. Attraversiamo i prati a sud del rifugio Brasca (m. 1304) e passiamo a destra di alcune baite ristrutturate, fino a raggiungere il limite del bosco. Qui troviamo la partenza del sentiero per il bivacco Valli, in Valle d'Arnasca, segnalato da segnavia bianco-rossi. Si tratta di un sentiero stretto, ma sempre visibile, che supera un bel bosco di larici e prosegue su terreno aperto, che mostra gli effetti delle frequenti slavine. Guadato, da sinistra a destra, un ramo del torrente d’Arnasca passiamo a sinistra delle cascate gemelle, con un bel colpo d’occhio sul salto. Rasentiamo uno scuro roccione, alla nostra destra, su tratto un po’ esposto (le catene corrimano non guastano), poi volgiamo a destra e ci portiamo ad una nuova macchia di larici e ad un cancelletto in legno, oltre il quale dobbiamo stare attenti a non imboccare un sentiero che si stacca sulla destra. Saliamo dunque verso sud-est uscendo ben presto all’aperto sulla soglia di un nuovo versante segnato dalla furia delle slavine. Il sentiero continua, imperterrito, a salire diritto, con brevi serpentine, senza dar tregua. Lasciando in alto alla nostra sinistra il baitello dell’alpe Spassato (m. 1803), pieghiamo a destra ed effettuiamo una traversata nella quale guadiamo tre rami del torrente d’Arnasca, passando anche accanto ad alcuni rudimentali ricoveri (alpe Arnasca) ricavati sfruttando la cavità di massi erratici (qui la traccia è molto debole, per cui dobbiamo prestare attenzione ai segnavia). Davanti a noi, le baite dell’alpe Arnasca, alla nostra sinistra un versante che scende diritto dal Sas Carlasc’. Qui il sentiero non si vede. Dobbiamo stare attenti e risalire la parte inferiore del versante, per poi piegare a destra e raggiungere un ripido canalino esposto (attenzione) intagliato in uno sperocnino roccioso. Pochi passi, e siamo al declivio di pascoli che scende dal bivacco Valli (m. 1900). Guardando dal bivacco verso il circo terminale della valle, sul lato sinistro riconosciamo l’ormai nota cima arrotondata del pizzo dell’Oro meridionale. Ai suoi piedi si può vedere uno sperone che scende dal pizzo verso sinistra, cioè verso nord-ovest. Seguendo i segnavia, ci incamminiamo verso est-nord-est, tagliando fra massi e torrentelli, fino ad aggirare verso sinistra la fronte dello sperone. Siamo così di fronte un ampio canalone, e da qui possiamo vedere, sul suo lato destro, un ripido canalino quasi sempre occupato da neve, che termina ad uno stretto intaglio sullo sperone stesso. Raggiunto il suo piede, cominciamo a salirne le roccette sul lato destro (corde fisse aiutano parecchio, l’attenzione ancora di più), fino ad una portina nella roccia, che ci fa passare sul versante opposto dello sperone. Il colpo d’occhio non rassicura: di qui parte una lunga cengia che taglia il versante sud-occidentale del pizzo dell’Oro. È interamente servita da corde fisse (si tratta, infatti, del sentiero attrezzato Dario di Paolo,), ma richiede grande cautela, per la costante esposizione e soprattutto per la possibile presenza, anche a stagione avanzata, di neve residua. Raggiunto il passo Ligoncio (m. 2575), uno stretto intaglio nella roccia, i segnavia ci guidano nella facile discesa in valle dell’Oro, in direzione est. Superato un impressionante scivolo di granito, passiamo accanto ad una singolarissima testuggine di rocce ed erba e ci affacciamo ad un vallone scandito da muretti a secco. Il sentiero serpeggia fino al suo limite inferiore, poi prende a sinistra e cala diretto al rifugio Omio. Con la successiva discesa ai Bagni di Masino si chiude il trekking dell’Oro.


Il rifugio Brasca

La seconda giornata ha come protagonista la Valle d’Arnasca, cioè, stante l’etimo (da “arn”, voce celtica o ligure che sta per “torrente”), la valle delle grandi acque. Viene chiamata anche Val Spassato o Valle Spazza (da “spazzare”, con riferimento alle violente slavine che si abbattono sulla sua parte inferiore).
Partiamo, dunque, trepidanti (il Santo Graal è là), attraversando i prati a sud del rifugio Brasca e passando a destra di alcune baite ristrutturate, fino a raggiungere il limite del bosco. Qui troviamo la partenza del sentiero per il bivacco, segnalato da segnavia bianco-rossi. Si tratta di un sentiero stretto, ma sempre visibile, che supera un bel bosco di larici e prosegue su terreno aperto, che mostra gli effetti delle frequenti slavine. Guadato, da sinistra a destra, un ramo del torrente d’Arnasca passiamo a sinistra delle cascate gemelle, con un bel colpo d’occhio sul salto. Rasentiamo uno scuro roccione, alla nostra destra, su tratto un po’ esposto (le catene corrimano non guastano), poi volgiamo a destra e ci portiamo ad una nuova macchia di larici e ad un cancelletto in legno, oltre il quale dobbiamo stare attenti a non imboccare un sentiero che si stacca sulla destra. Saliamo dunque verso sud-est uscendo ben presto all’aperto sulla soglia di un nuovo versante segnato dalla furia delle slavine. Il sentiero continua, imperterrito, a salire diritto, con brevi serpentine, senza dar tregua. Se ci prende l’affanno, ricordiamoci che fino al 1994 salivano di qui anche le mucche, perché l'alpe era, per la qualità della sua erba, la più pregiata della Val Codera e caricava fino ad 80 capi.


Valle d'Arnasca

Ad un certo punto fa capolino fra i larici, alta sopra il nostro naso, una luminosa cima arrotondata: si tratta del pizzo dell’Oro meridionale, o Puncia del Laresett, appena a sinistra della depressione del passo Ligoncio. Più a destra, l’ampia, immane e liscia parete della Sfinge ed il pizzo Ligoncio. Ai loro piedi, un masso enorme, il Sas Carlasc’, sotto il quale sta, accucciato, il bivacco Valli. Sembra a due passi, ma non è così. Lasciando in alto alla nostra sinistra il baitello dell’alpe Spassato (m. 1803), pieghiamo a destra ed effettuiamo una traversata nella quale guadiamo tre rami del torrente d’Arnasca, passando anche accanto ad alcuni rudimentali ricoveri (alpe Arnasca) ricavati sfruttando la cavità di massi erratici (qui la traccia è molto debole, per cui dobbiamo prestare attenzione ai segnavia). Davanti a noi, le baite dell’alpe Arnasca, alla nostra sinistra un versante che scende diritto dal Sas Carlasc’. Qui il sentiero non si vede. Dobbiamo stare attenti e risalire la parte inferiore del versante, per poi piegare a destra e raggiungere un ripido canalino esposto (attenzione) intagliato in uno sperocnino roccioso. Pochi passi, e siamo al declivio di pascoli che scende dal bivacco Valli (m. 1900).


Il bivacco Valli

Eccoci, infine, al simpatico scatolone rosso del bivacco, sovrastato dall’enorme mole del masso erratico e intitolato al presidente del CAI di Como Carlo Valli, che morì, con N. Grandori sulla via Sollender alla Civetta il 31 luglio 1945, a causa del maltempo. Siamo in cammino da poco più di due ore e possiamo concederci una lunga sosta per battere l’alto circo della valle a monte del bivacco: il Santo Graal è sepolto lì. Difficilissimo, però, trovarlo, anche perché non sappiamo come sia fatto. Magari è una modesta ciotola in legno, che potremmo scambiare per un utensile dei pastori. E poi, se fosse sepolto proprio sotto il Sas Carlasc’, vallo a tirare fuori! Siccome c’è sempre qualche miscredente che di queste cose non ne vuol sapere, suggeriamo che se ne stia spiaggiato (confidando nel sole) davanti al bivacco, a meditare sul mistero di questa valle, nota anche per essere valle di malefici e stregoni. Racconta una leggenda che prima del Concilio di Trento (perché dopo, lo sanno tutti, streghe e stregoni fecero i bagagli e non si videro più) gli stregoni prendevano possesso della valle dopo la discesa dei pastori e fino alla successiva estate. Una volta li vide per caso un pastorello, che da solo vegliava su alcune mucche.


Punta della Sfinge e Pizzo Ligoncio

Vide, nascosto in un baitello, cinque o sei uomini giganteschi e brutti come la fame, che appesero un calderone a pali conficcati nel terreno. Acceso un fuoco, vi misero a bollire proprio una delle sue mucche, intera, e se la mangiarono tutta. Le lacrime gli rigavano il volto quando li vide raccogliere le ossa, esito del crudele pasto, e farne un mucchio. Si accorsero però che mancava l’osso di una coscia. Allora uno salì al Negar Fur e tornò con un grosso sambuco, pianta che ha una specie di midollo e quindi richiama un osso cavo. Il sambuco venne aggiunto alle altre ossa, che furono infine coperte dalla pelle della mucca. Poi l’incredibile stregoneria: recitarono una formula diabolica e dalle ossa coperte dalla pelle saltò fuori di nuovo la mucca. Viva, vegeta e con una bella gamba di legno.


Roccette attrezzate sotto la porta che introduce alla cengia

Il canalino e a porta che introduce alla cengia

La cengia attrezzata che porta al passo Ligoncio

Se neanche questo colpisce l’immaginazione, non resta che invitare quest’anima arida ad osservare le pareti del Ligoncio e della Sfinge, lisce come immani lavagne. Raro trovare qualcosa di simile nell’intero arco alpino. Questi i sentimenti del Galli Valerio di fronte allo scenario: “Lo sfondo della valle appare in tutta la sua imponenza: una parete a picco di parecchie centinaia di metri di altezza, su cui si rizzano le punte del Liss e del Ligoncio e sotto la quale biancheggiano le vedrette. Nella pallida luce del mattino, quel paesaggio è pieno di tristezza. C'è un immenso silenzio; son già tutti discesi dai pascoli. Che sono io là in quello spazio immenso, davanti a quelle gigantesche pareti a picco che sembrano sfidarmi? Se avessero occhi, quelle pareti mi vedrebbero come un puntino insignificante, perduto in mezzo alla valle.” (op. cit., pg. 157).
A proposito di Galli Valerio, resta da sciogliere il mistero del passo Ligoncio. Guardando dal bivacco verso il circo terminale della valle, sul lato sinistro riconosciamo l’ormai nota cima arrotondata del pizzo dell’Oro meridionale. Ai suoi piedi si può vedere uno sperone che scende dal pizzo verso sinistra, cioè verso nord-ovest. Seguendo i segnavia, ci incamminiamo verso est-nord-est, tagliando fra massi e torrentelli, fino ad aggirare verso sinistra la fronte dello sperone. Siamo così di fronte un ampio canalone, e da qui possiamo vedere, sul suo lato destro, un ripido canalino quasi sempre occupato da neve, che termina ad uno stretto intaglio sullo sperone stesso. Raggiunto il suo piede, cominciamo a salirne le roccette sul lato destro (corde fisse aiutano parecchio, l’attenzione ancora di più), fino ad una portina nella roccia, che ci fa passare sul versante opposto dello sperone. Il colpo d’occhio non rassicura: di qui parte una lunga cengia che taglia il versante sud-occidentale del pizzo dell’Oro. È interamente servita da corde fisse (si tratta, infatti, del sentiero attrezzato Dario di Paolo,), ma richiede grande cautela, per la costante esposizione e soprattutto per la possibile presenza, anche a stagione avanzata, di neve residua. Meglio, dunque, programmare il trekking ad agosto inoltrato (sarebbe davvero una iattura precipitare sul fondovalle magari con un tesoro in tasca). Procediamo, dunque, con tutta la calma del caso. Alla nostra destra le pareti della Sfinge e del Ligoncio sono, se possibile, ancor più splendide e terribili.


La cengia che porta al passo Ligoncio

Cediamo per l’ultima volta la parola al Galli Valerio. “Attraverso gande raggiungo una vedretta in leggera pendenza che posso rimontare, senza scalinarla, fino ai piedi del canalino. Questo è così erto e riempito di neve tanto dura e in alcuni punti di ghiaccio che affiora, che debbo cominciare a scalinare. Più taglio gradini e più debbo tagliarne. Salgo lentamente, ma sicuro. Butto uno sguardo indietro. Sotto di me, la neve sembra scendere a picco e finire là contro uno sperone di roccia che s'incunea nella vedretta. Sarebbe una bella scivolata alla morte. Ho tagliato circa cinquecento gradini, quando raggiungo la bocchetta alle otto antimeridiane. Alla mia destra, le roccie scendono a picco in valle di Arnasca; alla mia sinistra si elevano le liscie pareti del Liss. Su di queste si distacca una stretta cengia che sale obliquamente verso la cresta fra la Sfinge ed il Liss. Lassù, finisce in una stretta spaccatura: il passo del Ligoncio. Esso si presenta come uno dei passi i più interessanti ch'io conosca. La cengia si percorre facilmente; basta non soffrire di vertigini. In alcuni punti, bisogna inchinarsi per passare sotto le roccie che strapiombano. Alle otto e venti, sono nella fenditura, tra le pareti del Liss e uno sperone roccioso, fenditura impossibile a vedersi stando sotto la Sfinge. Dal passo, si gode una vista splendida che va dalle Alpi Orobie alle cime dell'Oberland.” (op. cit.). Ecco risolto il mistero. Ricordiamo però che è passato più di un secolo: oggi può capitare che di neve nel canalino non se ne trovi molto poca. In ogni caso, meglio appoggiarsi, nella salita del canalino, alle rocce attrezzate sul lato destro.


Punta della Sfinge e pizzo Ligoncio

Siamo ormai agli sgoccioli (in tutti i sensi). Dal passo Ligoncio (m. 2575), uno stretto intaglio nella roccia, i segnavia ci guidano nella facile discesa in valle dell’Oro, in direzione est. Salutata la punta della Sfinge, alla nostra destra, e superato un impressionante scivolo di granito, passiamo accanto ad una singolarissima testuggine di rocce ed erba e ci affacciamo ad un vallone scandito da muretti a secco. Il sentiero serpeggia fino al suo limite inferiore, poi prende a sinistra e cala diretto al rifugio Omio, che raggiungiamo dopo circa 6-7 ore di cammino dal rifugio Brasca (dislivello approssimativo in altezza: m. 1280). Con la successiva discesa ai Bagni di Masino si chiude il trekking dell’Oro. E ci viene da dire, a commento di quest’esperienza, che davvero non è oro tutto quel che luccica. È piuttosto emozione.


Valle dell'Oro e passo Ligoncio

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo (CNS), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line.

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