CARTE DEL PERCORSO - GALLERIA DI IMMAGINI


Apri qui una panoramica sul monte Disgrazia, la Val Torreggio e la Valmalenco dal versante alto meridionale della Val Torreggio

RIFUGIO PONTI-RIFUGI GERLI-PORRO O VENTINA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Ponti-Rif. Bosio-Rif. Gerli-Porro o Ventina
10 h
1100
EE
SINTESI. Dal rifugio Ponti imbocchiamo la traccia segnalata che procede verso est-nord-est (a destra per chi guarda al monte Disrazia), traversando una fascia di lastroni, per poi piegare a destra e risalire il ripido fianco della morena centrale della Valle di Preda Rossa. Giunti sul filo della morena, troviamo l'indicazione su un masso del Sentiero Roma e scendiamo per ripida traccia sul fianco opposto, guadando poi un ramo del torrente. Saliti su un cordone morenico, seguendo i segnavia che ci fanno avvicinare al fianco orientale della valle. La traccia ci porta presso un grande masso, sul quale è scritta, in caratteri molto grandi, l'indicazione del rifugio Desio. Dobbiamo oltrepassare un pianoro occupato spesso, anche a stagione avanzata, da un nevaio, prima di giungere ai piedi della costiera, che attacchiamo in corrispondenza di un nevaio. Questo va risalito in direzione del vertice di sinistra, oppure in parte fiancheggiato a destra, salendo per gande, ed alla fine tagliato verso sinistra. Nell'ultima parte la pendenza è significativa, per cui sono consigliabili i ramponi. Tocchiamo poi un terreno misto costituito da sassi mobili e terriccio, che rende piuttosto faticosa l'ulteriore salita al passo di Corna Rossa, che avviene fra canalini e lastroni, con tratti assistiti da corde fisse. Alla fine siamo al passo, dove si trova il dismesso e pericolante rifugio Desio (m. 2836). Scendiamo, poi in Val Torreggio, seguendo le indicazioni ed i segnavia del Sentiero Roma, dapprima per sfasciumi, lungo la valle Airale (attenzione a non prendere a sinistra per il lago della Cassandra), poi su terreno meno faticoso, nell'alta val Torreggio, dove, in una bella piana disseminata di larici, raggiungiamo alla fine la meta della prima giornata, il rifugio Bosio (m. 2086), dopo aver varcato il torrente Torreggio su un bel ponte, collocato recentemente dai cacciatori. Dopo la sosta al rifugio Bosio ci riportiamo al ponte sul Torreggio e proseguiamo per la vicina alpe Airale (m. 2097). Qui non seguiamo la pista che traversa scendendo all'alpe Lago, ma il sentiero che se ne stacca sulla sinistra (triangoli gialli) e comincia a salire gradualmente sul fianco montuoso, in direzione est-nord-est, entra nel bosco per poi assumere un andamento pianeggiante ed uscirne ai 2077 metri dell'alpe Mastabia. Proseguiamo sul fianco occidentale della Valmalenco, alternando tratti nel bosco ad altri in cui si attraversano corpi franosi e pascoli. Superate alcune cave di talco abbandonate, scendiamo di oltre duecento metri, raggiungendo il filo di un largo dosso, che ci introduce all'alpe Giumellino (m. 1756). Dall'alpe Giumellino proseguiamo verso nord, tagliamo un dosso, pieghiamo leggermente a sinistra (nord-nord-ovest), attraversiamo un vallone e su pietraie e magri pascoli ci affacciamo al versante meridionale del Vallone di Sassersa, portandoci verso il suo centro, dove intercettiamo il sentiero che sale dall'alpe Pradaccio. Lo seguiamo verso ovest, salendo fino al limite del vallone, dove si apre l'ampia conca che ospita il laghetto di Sassersa inferiore (m. 2368). Muovendoci fra grandi blocchi passiamo alla sua destra e volgiamo a destra (nord-ovest), riprendendo a salire nella parte alta della Val Sassersa, per raggiungere passo Ventina, portandoci verso il suo lato sinistro. Nella parte terminale notiamo due evidenti canaloni che salgono al crinale: il passo è appunto posto su quello di sinistra, ed è riconoscibile per un sottile ago di roccia sul suo lato destro. I segnavia ci guidano sulla traccia che serpeggia fra roccette e sfasciumi, e siamo ai 2765 metri del passo Ventina. Il primo tratto della discesa in Val Ventina è piuttosto ripido, su una traccia con fondo in terriccio e rapidi slalom ci permette di perdere rapidamente quota. Dopo il primo tratto di discesa ci troviamo di fronte un nevaietto, che i segnavia ci suggeriscono di oltrepassare seguendo il suo lato sinistro. Raggiunto il limite inferiore del nevaio, un grande segnavia ci indica dove possiamo ritrovare la traccia del sentiero, che prosegue con pendenza meno severa, scendendo presso il filo di una grande morena. Il tracciato prosegue sulla destra di questo filo, poco distante dal crinale. La discesa concude al grande pianoro della Val Ventina, ingentilito dai radi larici, dove procediamo fra rivoli d'acqua, grandi massi e magri pascoli. Superato su un ponticello un ramo del torrente Ventina, giungiamo in vista del rifugio Ventina (m. 1965, alla nostra destra) e, poco più avanti, del rifugio Gerli-Porro (m. 1960).

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La seconda delle cinque giornate intorno al Disgrazia prevede la lunga e faticosa traversata dal rifugio Ponti in Valle di Preda Rossa ai rifugi Gerli-Porro o Ventina in Val Ventina (alta Valmalenco). La traversata unisce la prima parte dell'ultima tappa del Sentiero Roma e l'intera seconda tappa dell'Alta Via della Valmalenco. Può tuttavia essere spezzata in due giornate, rispettivamente dal rifugio POnti al rifugio Bosio e dal rifugio Bosio ai rifugi Gerli-Porro o Ventina.
Dal rifugio Ponti, seguendo le abbondanti segnalazioni del Sentiero Roma, dobbiamo salire al passo di Corna Rossa. Questo itinerario, nella sua prima parte, coincide con quello seguito dagli alpinisti che scalano il Disgrazia. Si attraversa il primo torrente che scende dal ghiacciaio di Preda Rossa ("sgiascé"), per poi salire sul filo della grande morena centrale che termina ai piedi del medesimo ghiacciaio. Seguendo le bandierine rosso-bianco-rosse, si scende, quindi, sul lato opposto, seguendo un sentierino e, ignorate le indicazioni per il Monte Disgrazia ("desgràzia"), si raggiunge un masso sul quale è segnalato il percorso per i rifugi Desio e Bosio.
Volgendo lo sguardo alle spalle, si può godere di un buon colpo d’occhio sulla poderosa costiera Remoluzza-Arcanzo, fra Valle di Preda Rossa e Val di Mello ("val da mèl"), sulla quale sono individuabili, da nord (cioè da destra) la Bocchetta Roma ("pas da ciöda"), il pizzo della Remoluzza (sciöma da remolöza, m. 2814), il pizzo di Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto, m. 2853), il pizzo Vicima (sciöma da veciöma, m. 2687), la cima degli Alli (sciöma dei äl, o Ali, m. 2725) e la cima di Arcanzo (m. 2715). La discesa termina sul greto del secondo torrente che scende dal ghiacciaio e che deve essere attraversato. Il sentiero è a tratti ben visibile, ma talora ci si deve affidare alle segnalazioni.
Fra massi rosseggianti sempre più numerosi e con immagini sempre diverse del Monte Disgrazia ("desgràzia", m. 3678, alla cui sinistra si individua bene la sella di Pioda, a sua volta a destra del monte Pioda - "sciöma da piöda"-), il percorso prosegue, passando a monte della seconda morena della valle, quella orientale, e giungendo ad un grande masso, su cui un’indicazione indirizza ad un nevaio che è presente anche a stagione avanzata e che deve essere risalito. E' già visibile, in alto, la piccola depressione del passo (m. 2836), posto a sud della cima di Corna Rossa (m. 3180); il Monte Disgrazia, intanto, si defila sempre più dietro la dorsale della punta di Corna Rossa.
Il nevaio va tagliato verso sinistra, o aggirato a monte, con cautela, perché, nella parte alta, è abbastanza ripido, per cui val la pena di calzare i ramponi. Raggiunta la fascia di rocce sul suo limite superiore, si inizia la salita su un fondo costituito da terriccio, sassi mobili e massi talora scivolosi. Per questo va affrontata con cautela: in un paio di punti corde fisse la rendono più sicura. Sono pochi i punti esposti, ma conviene ugualmente salire senza fretta. Poco oltre il secondo punto attrezzato con corde fisse, si raggiunge finalmente il passo di Corna Rossa, annunciato dalla punta del parafulmine posto nei suoi pressi (e tutt’altro che superfluo: la zona, per la presenza di rocce con alto contenuto ferroso, è particolarmente bersagliata dai fulmini; lo si tenga presente e si eviti, di conseguenza, di affrontare la salita al passo in condizioni di tempo incerto).
La prima immagine che lo sguardo incontra, oltre il passo, è quella del versante destro della Val Torreggio. Volgendo lo sguardo a sinistra si vede il versante sinistro della Val Airale, prosecuzione della Val Torreggio. Più a sinistra ancora, ecco il rifugio Desio (m. 2830), chiuso perché pericolante, a seguito delle eccezionali nevicate dell’inverno 2000-2001: esso rimane oltre il crinale, per cui non è visibile per chi sale. Il CAI di Desio medita però di ripristinarne la funzionalità, il che sarebbe davvero lodevole, considerato il suo valore storico. Fu, infatti, insieme al rifugio Marinelli, il primo costruito in Valmalenco, per facilitare l'ascensione al monte Disgrazia, ed assolveva alla sua funzione con una capienza di 18 posti letto.


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Volgendoci ancora alle spalle ammiriamo la morena centrale di Preda Rossa, parte della costiera Remoluzza-Arcanzo e, sul fondo, alcune fra le più famose cime della Val di Mello ("val da mèl"), che, durante le precedenti giornate, abbiamo imparato a conoscere bene: i pizzi del Ferro ("sciöme do fèr"), la cima di Zocca ed i pizzi Torrone, fra i quali spicca, per la forma a punta di lancia, il pizzo Torrone orientale. Visto da qui, il rifugio Ponti non è che un piccolo punto perso fra le gande.
Dal passo di Corna Rossa, attraverso la Val Airale, si deve, ora, scendere in Val Torreggio, il cui fondo è dominato dai Corni Bruciati. Per farlo si seguono gli abbondanti segnavia rosso-bianco-rossi, che dettano il percorso più razionale fra un mare di massi rossi di tutte le dimensioni. Si presti attenzione a non seguire la deviazione a sinistra, anch’essa segnalata, per i laghetti di Cassandra.
Nel primo tratto di discesa procediamo verso sud, fino ad un cengione che ci fa scendere dal circo superiore della valle e ci fa accedere, a quota 2570 metri circa, ad una scorbutica fascia di grandi massi, fra i quali i segnavia dettano il percorso meno faticoso. Pieghiamo decisamente a sinistra ed a quota 2500 metri circa siamo alle morene di un antico ghiacciaio e ad una strozzatura della valle, oltra la quale si comincia ad intravvedere qualcosa come una traccia di sentiero. Procediamo ora verso nord-est e sud-est, scendendo ad intercettare il sentiero che, alla nostra sinistra, sale al vallone dei laghetti di Sassersa. Procediamo ancora verso sud-est, prima di piegare a sinistra e procedere in direzione est, fino alla piana del rifugio. Superato il torrente Torreggio, alla nostra destra, su un ponte in legno, eccoci finalmente al rifugio Bosio-Galli.


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Dopo una sosta al rifugio Bosio, ci riportiamo al ponte sul torrente Torreggio posato dai cacciatori nel 2000. Ci ritroviamo così sul lato sinistro della valle, dove partono tre sentieri: uno si dirige ad ovest, verso la val Airale ed il passo di Corna Rossa, che permette di scendere in Valle di Preda Rossa (Val Masino).

Un secondo (recentemente sostituito da una pista sterrata) prende la direzione opposta e conduce, dopo una lunga traversata sul fianco sinistro della valle, all'alpe Lago di Chiesa (làch o lèch de sgésa, pianoro e maggengo nella zona dove ancora nel settecento si trovava un lago), dalla quale una comoda carrozzabile scende a Chiesa in Valmalenco. L'alta via della Valmalenco e quindi anche l'anello intorno al Monte Disgrazia segue però un terzo tracciato che, in corrispondenza dell'alpe Airale (m. 2097), comincia a salire gradualmente sul fianco montuoso, in direzione est-nord-est, entra nel bosco per poi assumere un andamento pianeggiante ed uscirne ai 2077 metri dell'alpe Mastabia, posta su uno splendido balcone panoramico. All'alpe sale anche un sentiero che proviene dall'alpe Lago.


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Proseguiamo sul fianco occidentale della Valmalenco, alternando tratti nel bosco ad altri in cui si attraversano corpi franosi e pascoli. Superate alcune cave di talco abbandonate, scendiamo di oltre duecento metri, raggiungendo il filo di un largo dosso, che ci introduce all'alpe Giumellino (giümelìn o giümelìgn; in realtà si tratta di un maggengo, che nel 1816 contava 5 baite; m. 1756).


L'alpe Giumellino

Dall'alpe possiamo optare per la versione lunga, che passa per gli alpeggi di Pirlo e Pradaccio, oppure per la via più breve che sale in direzione nord, taglia il versante orientale del pizzo Pradaccio, si affaccia al Vallone di Sassersa e si ricongiunge con il primo percorso circa a metà del vallone stesso. Vediamo come si sviluppa la prima opzione.
La discesa prosegue nel bosco, piegando però verso destra (est ed est-nord-est) ed oltrepassando alcune cave di pietra ollare.


Alpe Pirlo

Raggiungiamo così i 1619 metri dell'alpe Pirlo (pérlu o pìrlu), dove si trova un microlaghetto-sorgente, in un ambiente bucolico. Dopo un tratto in leggera salita, che conduce all'alpe Prato (m. 1629), ricominciamo a salire nel bosco, con una diagonale che ci porta ad intercettare il sentiero che proviene da Primolo ("prémul", sopra Chiesa Valmalenco - "sgésa") e sale, da destra, all'alpe Pradaccio (m. 1720). L'alpe Pradaccio è un luogo ideale per una sosta, quanto mai opportuna, visto che ci attende la faticosa salita del grande vallone di Sassersa, che si presenta imponente di fronte al nostro sguardo. Abbiamo percorso un lungo tratto, ma, probabilmente con un po' di disappunto, dobbiamo constatare di non aver guadagnato quota, ed anzi di avere perso più di 350 metri rispetto al punto di partenza.
I prati dell’alpe Pradaccio si stendono su un ampio pianoro, circondato da un selvaggio versante montuoso, occupato, sulla sinistra, da una massa sterminata di sfasciumi, sormontati dalle rocce frastagliate della cresta di Primolo. Ciò che maggiormente colpisce, però, è il canalone che scende all’alpe più a sinistra, anch’esso in gran parte occupato da sfasciumi. Si tratta del vallone di Sassersa, che sfrutteremo per salire ai laghetti.
Il terreno sembra, da qui, piuttosto difficoltoso, ma in realtà un buon sentiero renderà la salita meno ostica (anche se la pendenza non darà respiro). All’ingresso dell’alpe ci accoglie un cartello dell’Alta Via della Valmalenco che dà i laghetti di Sassersa (laghèt de sasèrsa, o de sasàrsa) a due ore (e ci vogliono tutte), il passo Ventina (pas de la venténa) a 3 ore e l’alpe Ventina (alp de la venténa; nel 1544: alpis de leventina) a 4 ore e 30 minuti. Poco più avanti, un secondo cartella segnala la deviazione a destra (che ignoriamo) per l’alpe Braccia, dalla quale si può ridiscendere a Primolo (si tratta del sentiero che abbiamo incontrato ed ignorato percorrendo la pista sterrata oltre il parcheggio di Primolo). Un secondo cartello, che segnala il sentiero numerato 301 (il nostro), dà il laghetti ad un’ora e 50 minuti, il passo Ventina a 2 ore e 50 minuti e Chiareggio a 5 ore e 10 minuti. Proseguiamo sul sentiero che corre alle spalle delle tre baite dell’alpe, attraversando poi una macchia di pini mughi, in direzione del vallone (nord).

Superata una radura ed una nuova macchia, eccoci al punto in cui inizia la salita vera e propria. Un invito eloquente, scritto a grandi caratteri su un masso (“Forza!”) ci fa capire ci stiamo infilando nella parte più faticosa dell’escursione. Il sentiero, con fondo sempre buono, sale, zigzagando, fra i pini mughi, che ci fanno simpatica compagnia, portandosi a ridosso del fianco roccioso di destra (per noi) del vallone, dove alcune formazioni rocciose con placche nerastre sembrano osservarci meno amichevolmente. I segnavia sono assai abbondanti, e di diverso tipo: triangoli gialli, bandierine bianco-rosse e rosso-bianco-rosse. A quota 1960 metri, troviamo, proprio in mezzo al sentiero, una sorta di sasso della memoria, sul quale diverse persone hanno inciso qualcosa che vorrebbe essere una traccia del loro passaggio.

È, questo, anche un punto di svolta, perché il sentiero piega leggermente a sinistra e cominciamo ad incontrare le prime fasce di massi (fra le quali, comunque, la traccia di districa sempre elegantemente). Lasciamo, quindi, i roccioni del fianco destro del vallone e ci portiamo verso il suo centro. In questa sezione intercettiamo un sentiero che ci raggiunge da sinistra: si tratta di una variante più diretta e breve della seconda tappa dell’Alta Via, che giunge qui dall’alpe Giumellini (o Giumellino). Ne possiamo seguire visivamente il percorso: scende, sulla nostra sinistra, nel vallone da un promontorio boscoso ed effettua una diagonale fra i massi, fino al punto nel quale siamo.
Raggiungiamo, dunque, il centro del vallone, dove sentiamo il torrentello scorrere sotto i grandi massi (lo vedremo solo più in alto), e, lasciandolo alla nostra sinistra, riprendiamo a salire, zig-zagando fra qualche raro lembo di pascolo, terriccio e sassi. Dopo esserci avvicinati ad una nuova macchia di pini mughi, sulla nostra destra, pieghiamo ancora a sinistra e, a quota 2060, raggiungiamo il centro del vallone, scavalcando il corso d’acqua (che qui si vede) e portandoci sul lato opposto (sinistro), dove la salita riprende. La soglia terminale del vallone sembra ormai lì, a portata di mano, ma, quando, dopo aver versato copiose gocce di sudore, la raggiungiamo, a quota 2180, ci accorgiamo che non è così: c’è da attraversare, ancora, un largo corridoio, che si va gradualmente restringendo fino ad una porta finale. Unica consolazione: la pendenza si fa meno severa.
Raggiungiamo quasi subito una modesta pianetta, a quota 2200, luogo ideale per una sosta: alla nostra destra gorgoglia il torrente Secchione (ciciùu; in un documento del sec. XVI: prope flumine sigioni), al quale possiamo rinfrescarci, se la calura infierisce. Nella sosta, guardiamo alle nostre spalle, in direzione est: distingueremo, dietro il versante che separa la media Valmalenco dalla Val di Togno, da sinistra, il pizzo Scalino, la punta Painale, la vetta di Ron ed il monte Calighè.
Il sentiero piega, ora, decisamente a sinistra, in corrispondenza di un grande ometto e di un ricovero ricavato sotto un enorme masso. A proposito di ricovero: teniamo presente che questi luoghi ne offrono ben pochi, e sono anche battuti da fulmini, per cui è assai imprudente avventurarsi in escursioni quando le previsioni meteorologiche non assicurano tempo stabile. Il sentiero guadagna quota sul fianco sinistro del vallone, portandosi, a quota 2270 metri, a ridosso delle formazioni rocciose che lo delimitano (dove troviamo anche la scritta “Al passo poi… c.na Porro), prima di puntare alla sua soglia terminale. Qui appare, all’improvviso, il severo, corrugato e slanciato profilo del pizzo Rachele (m. 2998), sdegnato ed imbronciato, parrebbe, forse per quei due soli metri che lo tengono al di sotto della soglia dei Tremila, o per quel nome femminile, attribuitogli dai primi scalatori che pensarono a qualche gentildonna loro cara, nome che mal si adatta al suo corrucciato aspetto. Alla sua sinistra, la cima quotata 2923.
Varchiamo la soglia. Il più basso dei laghetti di Sassersa (m. 2368) non si vede ancora, ma è questione di poco: la traccia piega leggermente a sinistra, evitando i massi più ostici, e ci porta, in breve, proprio alla sua riva orientale. Non fermiamoci qui: seguiamo i segnavia che passano a destra del laghetto e guadagniamo un po’ di quota, per poterlo osservare nella sua interezza. Se la giornata è buona, ci regalerà uno splendido sorriso di un blu intenso, con un singolare effetto di contrasto rispetto all’atmosfera complessiva della Val Sassersa (val de sasèrsa), che ha nel suo stesso nome il carattere inquietante di un luogo misterioso, legato forse a qualche espiazione tremenda.
Sassersa, da sasso arso: qui è un trionfo delle tonalità rossastre, color ocra, mattone, ruggine. Come se un antichissimo incendio fosse divampato, bruciando e sbriciolando in una miriade di massi i versanti rocciosi. Ma le cose non sono così semplici. Il fuoco non è solo divampato, ma ha dovuto anche combattere una sua battaglia, contro un nemico segreto. Non ovunque ha vinto. Il versante che chiude l’orizzonte alla nostra sinistra (sud), infatti, si sottrae al dominio cromatico delle rocce ad ovest e a nord. Uno sguardo alla carta, e ci accorgiamo che questo versante ospita, a sinistra del pizzo Giumellino (m. 3094), il monte dell’Amianto (crestùn de giümelìn, m.2959): ecco spiegato il mistero della lotta che il fuoco stesso ha dovuto ingaggiare, contro un nemico invincibile.
Vale la pena, ora, di effettuare un fuori-programma che richiede non più di trenta minuti, ampiamente ripagati dagli scenari spettacolari che ci propone. Lasciamo, quindi, il percorso dell’Alta Via, che punta al passo ventina (m. 2675), già ben visibile, dal laghetto, guardando verso nord-ovest (si tratta di una marcata, per quanto breve, depressione, riconoscibile per il gendarme di roccia che la presidia alla sua destra). Lo lasciamo per andare a scovare gli altri due laghetti di Sassersa. Si tratta, infatti, di un sistema di tre laghetti di origine glaciale, con disposizione a rosario (il più basso riceve le acque del più alto).
Prima di visitare il laghetto medio e quello superiore, vediamo di capire come si sono formati. Tutto iniziò nell’era quaternaria, cioè nell’ultima era geologica, iniziata forse 1.800.000 di anni fa. Iniziò con una grande glaciazione, che coinvolse tutta la catena alpina. Il ghiaccio ricopriva ogni cosa, fino ad una quota superiore ai 2.500 metri, ed i ghiacciai si estendevano fino alla Brianza. Immaginiamo lo scenario spettrale: una coltre bianca ed immobile, dalla quale emergevano, come grandi isolotti di roccia, le cime medio-alte della valle, formando una sorta di arcipelago frastagliato, un dedalo di percorsi fra ghiaccio e roccia. L’azione di questo enorme ghiacciaio, lenta, inesorabile, scandita da ritmi difficilmente immaginabili, nell’arco di migliaia di anni, cominciò a modellare le rocce sottostanti, scavando e levigando. Fu un’azione che si esercitò in quattro grandi momenti: tante furono, infatti, le successive glaciazioni (la quarta ebbe inizio 40.000 anni fa), prima dell’ultimo e definitivo ritiro dei ghiacci. Ritiro che lasciò, in alcune conche scavate dai ghiacciai, buona parte dei laghetti alpini di quota medio-alta.


Laghetto di Sassersa

Possiamo, ora, incamminarci verso gli altri due laghetti. Il cammino sarà breve e facile. Seguiamo, per un brevissimo tratto, l’Alta Via, fino al masso che segnala il bivio: proseguendo diritti si va al passo di Ventina (pas de la venténa), piegando a sinistra si va ai laghetti di Sassersa. Prendiamo, dunque, a sinistra (direzione sud), restando sempre poco alti rispetto al primo laghetto e seguendo qualche raro bollo rosso (se non li vediamo, possiamo anche procedere a vista, senza particolari problemi). Ora siamo soli: gli escursionisti che percorrono l’Alta Via, non rari, nel cuore della stagione, non ci seguono. In pochi minuti, descrivendo un breve arco, raggiungiamo le formazioni rocciose che separano la conca del lago più basso da quella del lago di mezzo (m. 2391). Questo appare, d’improvviso, e ci lascia senza fiato.

Val Sassersa

Il luogo è quasi surreale. La sponda opposta, in particolare (quella di sud-ovest), è occupata da una formazione di rocce levigate, solcata da una serie di incisioni bizzarre, che danno l’impressione di una scritta nei caratteri di un alfabeto sconosciuto. Le acque del lago replicano quella scritta, con un effetto di grande suggestione. Camminiamo ancora un po’, percorrendo parte della riva sinistra del lago, e portandoci qualche metro più in alto, per vederlo nella sua forma complessiva. Se il sole lascerà cadere i suoi raggi su questo luogo, accadrà qualcosa di veramente singolare. Le acque sembrano scomparire, lasciando il posto ad uno specchio nel quale si immergono, in un bagno di luce, i massi del versante montuoso che ci sta di fronte (che scende, verso est, dal pizzo Rachele). L’alto ed il basso si richiamano, dall’alto la roccia sembra scendere ad immergersi e dal basso una roccia rinnovata dalla luce sembra risalire al respiro della solitudine. Sublime.

Val Sassersa

Ma un laghetto manca all’appello, quello superiore (m. 2400). Se ne sta, nascosto, dietro il bastione di rocce arrotondate sulle quali è scolpita l’enigmatica scritta. Forse perché è il meno accattivante. Ma andiamo a vederlo. Bastano pochi minuti di cammino: percorriamo la riva sinistra del lago di mezzo, poi cominciamo a salire, sempre verso sinistra. Ci affacciamo alla conca superiore, che ospita il laghetto, di forma circolare. Se il sole lo bacia, ci regala un sorriso di un azzurro intenso. Altrimenti se ne rimane corrucciato, stretto contro il fianco della montagna.

Val Sassersa

Torniamo, ora, sui nostri passi, e rientriamo sul percorso dell'Alta Via. Prima di proseguire nel cammino, però, ascoltiamo questa leggenda legata ai laghetti di Sassersa: ce la racconta Ermanno Sagliani, nell'opera "Tutto Valmalenco (Edizioni Press, Milano):
"Due giovani fratelli, Giacomo e Giuseppe, pastori negli alpeggi soprastanti Primolo, si erano invaghiti di Alina, graziosa e capricciosa figlia di un notabile malenco. Spesso la fanciulla crudele si scherniva di loro e li sottoponeva ad umilianti prove d'amore, non decidendosi mai né per l'uno né per l'altro. Un giorno finalmente disse che avrebbe sposato il più coraggioso, colui cioè che fosse riuscito a raggiungere l'alta vetta d'una cuspide di roccia e ghiaccio dell'alta Val Sassersa, forse il Pizzo Cassandra.
I due giovani competitori partirono per la montagna con cuore intrepido e pieno di speranza; ma non fecero più ritorno. Le ore, i giorni trascorsero nell'attesa e Alina, presa da rimorso, decise di andar loro incontro. Risalì il faticoso vallone di Sassersa e, giunta stremata all'alto circo della valle dov'è ora il primo laghetto, chiamò invano i due giovani. Pentita del suo crudele capriccio pianse amare lacrime. Proseguì il cammino, poco più in alto, e qui, dopo aver invocato nuovamente e vanamente, s'abbandonò ancora ad un pianto disperato. Salì ancora, oltre una balza, e ormai senza lacrime, singhiozzò e cadde sfinita dal dolore.
Da quel giorno, nei luoghi del pianto di Alina, rimasero tre laghetti: i laghetti di Sassersa. ll primo, nero come il lutto; il secondo, verde come gli occhi di Alina e il più grande per via delle abbondanti lacrime; il terzo, piccolo e azzurro come il cielo che accolse il pentimento della fanciulla. Davanti il Pizzo Cassandra, dove perirono Giacomo e Giuseppe, sorse una cima a due punte, detta dai contadini malenchi i Gemellini, oggi Pizzo Giumellino. Le montagne, circostanti presero un color rossigno come il sangue dei due fratelli caduti."

Passo di Ventina

Di nuovo in cammino, dunque. Si tratta di superare gli ultimi trecento metri, disegnando un arco che ci porta sul lato sinistro (per noi) della valle. Nella parte terminale notiamo due evidenti canaloni che salgono al crinale: il passo è appunto posto su quello di sinistra, ed è riconoscibile per un sottile ago di roccia sul suo lato destro.
Il lato opposto della valle esalta l'impressione di inquietudine suscitata da questo luogo unico nel pur vasto repertorio di colori e suggestioni offerto da questa maratona fra le montagne di Valmalenco. Sembra un luogo surreale, soprattutto se lo poniamo a confronto con i ben più familiari profili delle cime del gruppo Scalino-Painale, ben visibili sullo sfondo.
Ma anche da questo luogo di metafisica segregazione emergiamo, dopo aver pagato un abbondante tributo di sudore.

Eccolo, il panorama che l'espiazione ci ha meritato, lo scenario che si apre davanti a noi raggiunti i 2675 metri del passo Ventina (sulla sinistra nel crinale terminale della val Sassersa, riconoscibile per il caratteristico ago roccioso che lo presidia). Da passo a passo: lo sguardo, con un volo, raggiunge subito il passo del Muretto (pas de mürét, l'antico monte dell'Oro), che, al termine dell'omonima valle, porta in Svizzera. E poi, alla sua sinistra, l'elegante piramide del monte del Forno. E ancora, più a sinistra, il pronunciato profilo della cima di Vazzeda. Il primo tratto della discesa in val Ventina è piuttosto ripido, ma ci viene risparmiato il tormento del faticoso passaggio di masso in masso, in quanto una traccia con fondo in terriccio e rapidi slalom ci permette di perdere rapidamente quota.
Dopo il primo tratto di discesa ci troviamo di fronte un nevaietto, che i segnavia ci suggeriscono di oltrepassare seguendo ilsuo lato sinistro: qui, per un tratto, dobbiamo rassegnarci ad un nuovo percorso fra i massi. Raggiunto il limite inferiore del nevaio, un grande segnavia ci indica dove possiamo ritrovare la traccia del sentiero, che prosegue con pendenza meno severa, scendendo presso il filo di una grande morena. Il tracciato prosegue sulla destra di questo filo, poco distante dal crinale. Il passo è ormai abbondantemente alle nostre spalle, e noi possiamo osservare il pizzo Rachele (m. 2998), che ne sorveglia il lato alla nostra destra, e le propaggini del crinale meridionale della massiccia cima del Duca (m. 2968), sul lato opposto. La morena ci testimonia che qui un tempo c'era quello stesso ghiacciaio che, raggiunto il suo fronte massimo intorno alla metà dell'Ottocento, si è poi progressivamente ritirato nel secolo e mezzo successivo. Ci potrebbe forse capitare di ascoltare, scendendo, qualche frequentatore abituale di questi luoghi commentare cono toni stupiti e magari un po' desolati questo ritiro.

Vedretta della Ventina

Per osservare il ghiacciaio dobbiamo guardare alla nostra sinistra. Ciò che però attira innanzitutto il nostro sguardo è il versante orientale del monte Disgrazia (m. 3678), alla cui destra si distinguono la punta Kennedy (m. 3283) ed il pizzo Ventina (m. 3254). Fra le due cime si insinua il canalone della Vergine, occupato da un piccolo ma poderoso ghiacciaio. Il ghiacciaio è ormai ritratto nel grande vallone che scende dal pizzo Cassandra (piz Casàndra o Casèndra, m. 3226).

Monte Disgrazia

La valle è percorsa dai diversi rami del torrente Ventina, che scende proprio dal ghiacciaio. Sulle sue rive, nei periodi di maggiore afflusso vacanziero, soggiornano torme di turisti attratti dal fascino dell'alta quota raggiunta senza eccessivi sforzi (al pianoro si può infatti salire da Chiareggio in un'ora di cammino o poco più).


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La meta ormai è vicina: abbiamo percorso buona parte del pianoro della valle, ingentilito dai radi larici, e rimane sempre suggestivo, di fronte al nostro sguardo, lo scorcio della val Muretto. La traccia di sentiero, in questo tratto, si dipana fra grandi massi, che ci costringono a prestare attenzione fino all'ultimo passo. Il tratto più insidioso di un'escursione, infatti, è spesso quello terminale, quando la stanchezza ed una naturale deconcentrazione possono determinare incidenti dagli esiti talora anche seri. Se noi proseguiamo oltre i rifugi Gerli-Porro e Ventina, possiamo gustare quei panorami per i quali Chiareggio e l'alta Valmalenco (val del màler) sono giustamente famose. Ecco una parte della testata della val Sissone (val de sisùm), meta della terza giornata dell'alta via: si distinguono, da sinistra, la punta Baroni, o Cima di Chiareggio settentrionale, il monte Sissone (chiamato localmente piz sisùm e, dai contrabbandieri, “el catapìz”), la seminascosta cima di Rosso e la cima di Vazzeda, che le ruba la scena.
Il pernottamento può avvenire in uno dei due rifugi che costituiscono la meta di questa seconda tappa. Il primo rifugio sul nostro cammino è il Ventina (m. 1965). Fra questo rifugio ed il Gerli-Porro si notano, sulla destra, numerosi segnavia che dettano il percorso che, salendo ripido sul fianco montuoso, conducono al pianoro roccioso che ospita il lago Pirola (m. 2283). Ecco, infine, il rifugio (anzi, i rifugi) Gerli-Porro (m. 1960). Qui, dopo circa otto ore di cammino, termina la seconda tappa, che costituisce un poderoso balzo in avanti che, dai bucolici scenari della val Torreggio, ci ha portati nel cuore dell'alta Valmalenco (val del màler), dove ormai si respira quell'inconfondibile aria di alta quota che costituirà l'elemento caratterizzante di molte delle tappe successive.


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CARTE DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line.

PERCORSO COMPLESSIVO DELL'ANELLO DEL MONTE DISGRAZIA sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright.
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Mappe del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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