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ANELLO DEL PIZZO MELLASC' - 1 - LAVEGGIOLO-RIFUGIO CASERA VECCHIA DI VARRONE PER LE BOCCHETTE DI COLOMBANA E LAREGGIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Laveggiolo-Val Vedrano-Cima di Fraina-Bocchetta di Colombana-Bocchetta di Lareggio-Rifugio Casera Vecchia di Varrone
7 h
1280
EE
SINTESI. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo a Gerola Alta e all'uscita dal paese lasciamo la strada per Pescegallo per prendere a destra, imboccando la strada che termina a Laveggiolo, dove parcheggiamo (m. 1471). Ci incamminiamo sulla pista che procede verso ovest-sud-ovest, in direzione dell'imbocco dela Val Vedrano. Oltrepassata una bella fontana, raggiungiamo il punto nel quale, a 1541 metri, la pista si biforca: seguiamo il ramo di destra, che si addentra per un tratto nella bassa val Vedrano, in direzione delle baite del Grasso (m. 1680). All’ultimo tornante dx, prima che la pista termini, a valle delle baite del Grasso, imbocchiamo, sulla sinistra, un sentiero che se ne stacca, fino a raggiungere il punto nel quale attraversiamo, da destra a sinistra, il torrente Vedrano. Il sentiero taglia in diagonale da destra a sinistra un pianoro, comincia a salire diritto, sugli ultimi pascoli della parte bassa della valle, poi si allarga, diventa una mulattiera che effettua, con alcuni tornanti, un primo traverso a sinistra, poi un secondo a destra, superando per due volte il ramo meridionale del torrente, prima di affacciarsi all’alta valle. Lasciamo alla nostra sinistra alcuni ruderi, ripassiamo il torrente, da sinistra a destra, ed in pochi minuti siamo alle baite dell’alpe Vedrano (m. 1946). Dobbiamo ora cercare la partenza del marcato sentiero che sale al ripiano sotto la cima di Fraina. Si trova alle spalle delle baite, e per trovarlosaliamo verso nord, cioè in direzione del versante montano di destra (per chi sale in valle). Dopo una breve salita ne vediamo la traccia, che si fa marcata e sale ad aggirare un costone erboso, con poche serpentine. Ci affacciamo così ad un'ampia conca che si trova ad est della cima di Fraina. Ci accoglie in grande ometto. Il sentiero ci abbandona. Procediamo diritti in direzione di un rudere, poi piegando leggermente a sinistra portiamoci al centro della conca. Guardando ad ovest, cioè a monte, vediamo un sentierino che sale lungo il facile versante, con qualche tornante. Seguendolo, raggiungiamo il versante appena a sud della cima di Fraina, in corrispondenza di una piazzola di osservazione fortificata, che fa parte del sistema di fortificazioni del sentiero Cadorna. Piegando a destra seguiamo la traccia che sale a nord ed in breve raggiunge la grande croce della cima di Fraina (m. 2288). Ridiscendiamo, ora, dalla cima verso sud, ripassando dalla postazione fortificata e proseguendo nella discesa sulla traccia del sentiero Cadorna, fino a raggiungere facilmente, sul facile versante erboso, i 2206 metri della bocchetta di Colombana. Scendiamo poi sul sentiero Cadorna verso sinistra e traversiamo per un buon tratto verso sud-ovest. Al primo tornante dx ignoriamo un ramo che si stacca alla nostra sinistra, e proseguiamo con un lungo traverso verso nord, che ci porta ad una radura. Qui pieghiamo ancora a sinistra e superiamo una coppia di tornanti sx-dx, cui segue un lungo traverso, che ci porta ad un'ampia fascia di prati a monte del baitello della Cassera (m. 1743). Alle soglie dei prati e ad una quota di circa 1800 metri, dobbiamo stare attenti alla nostra sinistra alla partenza di un sentiero poco marcato che sale in direzione della bocchetta di Lareggio, lo stretto intaglio che riconosciamo facilmente, appena ad est (sinistra) del poco marcato pizzo Lareggio (Laréc'). Lasciamo dunque il sentiero Cadorna, salendo verso sud lungo il sentiero, con grande attenzione alla traccia che in diversi punti, fra rododendri e macereti, si fa poco chiara. Stiamo al centro del vallone e ad una quota di circa 1850 metri si troviamo una fonte segnalata (Ciarèl Quadro), proprio al centro del vallone. Alla fonte siamo ad un bivio: mentre un sentiero prende a destra e traversa ad una baita che vediamo poco più in alto, a nord-ovest, noi dobbiamo andare a sinistra (sud), restando sempre piuttosto al centro del vallone e prestando attenzione alla traccia che è poco evidente. Una palina con segnavia, poco più in alto, ci aiuta. Più in alto riappare una traccia più chiara, che si porta sul lato sinistro (per noi) del vallone, avvicinandosi al suo roccioso fianco orientale. L'intaglio appare più vicino, leggermente a destra, ma anche il versante si fa più ridipo e dobbiamo procedere con attenzione. Il sentiero inizia a serpeggiare fra roccette non difficili (ma molto infide se bagnate) e termina alla bocchetta di Lareggio (buchèta de Larèc', m. 2063), che si apre sull'alta Val Varrone. Scendiamo per un facile versante di prati, prendendo quasi subito in diagonale a destra (sud-ovest), raggiungendo dopo una manciata di minuti un sasso con la scritta "Rif. Varrone". Qui, seguendo una coppia di preziosi paletti con segnavia, svoltiamo a sinistra, scendendo verso sud-est in direzione del vallone nel quale corre il torrente che si origina a sud del pizzo della Càssera. Prima di arrivare al torrente, però, a quota 1950 metri circa intercettiamo una traccia di sentiero più marcata che piega a destra e traversa verso ovest alla baita isolata quotata 1917 m. sulla carta IGM (la Casera Vecchia di Laréc'). Qui lasciamo il sentiero che procede diritto verso ovest e pieghiamo a sinistra, scendendo diritti verso sud su un facile dosso. Piegando leggermente a sinistra (sud-sud-est) ci portiamo al guado del torrente che scende dal pizzo della Càssera e siamo subito alla Casera Nuova di Laréc' (m. 1840 sulla carta IGM), ben visibile già dalla bocchetta e posta al centro di una sorta di selletta fra due poggi. Il versante si fa decisamente più ripido, ma non ci sono problemi, perché imbocchiamo il marcato sentiero alla nostra sinistra che traversa con qualche saliscendi verso sud-est, fra radi abeti, calando gradualmente al fondovalle con qualche tornante e portando direttamente alla baita nella quale è stato ricavato il rifugio Casera Vecchia di Varrone (m. 1675), dove termina la prima giornata dell'anello.


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Con due giorni a disposizione, previsioni meteorologiche favorevoli e la voglia di scoprire qualcosa di più della Val Gerola e delle sue numerose possibilità escursionistiche si può pensare ad un bell'anello escursionistico che si disegna attorno al pizzo Mellasc', sull'angolo sud-occidentale della Val Gerola. Il giro parte da Laveggiolo e dalla Val Vedrano e passa per la cima di Fraina ("piz de fòpa", m. 2288), sul crinale che separa la val Vedrano, importante laterale occidentale della Val Gerola, dalla valle di Fràina, tributaria della Val Varrone. Dalla cima il giro scende alla bocchetta di Colombana, raggiunta da un ramo del sentiero Cadorna, un pezzo di storia che rimanda alla Grande Guerra. Segue la traversata alla bocchetta di Lareggio e la discesa alla piana dell'alta Val Varrone, dove al rifugio Casera Vecchia di Varrone termina la prima giornata. La seconda prevede il rientro in Val Gerola per la bocchetta di Trona, la discesa al rifugio Trona Soliva e di qui il ritorno a Laveggiolo, dove l'anello si chiude.
Base per l’ascensione è
dunque Laveggiolo (“Lavegiöl”), sopra Gerola Alta, nel cuore della Val Gerola. La si raggiunge sfruttando la strada provinciale n. 7 della Val Gerola, che si imbocca a Morbegno, staccandosi dalla ss. 38 dello Stelvio, sulla destra, alla prima rotonda all’ingresso della cittadina (per chi proviene da Milano), e seguendo le indicazioni. Dopo 7 km di salita incontriamo il primo paese della valle, Sacco, e dopo 9 il secondo, Rasura. Superata la galleria del Pic, oltrepassiamo anche Pedesina (km 11,5) ed una seconda galleria nei pressi della val di Pai, ed alla fine siamo a Gerola (m. 1050), a 14,5 km da Morbegno. Dobbiamo ora, all’uscita da Gerola, imboccare la strada che sale a Castello e Laveggiolo: la troviamo sulla nostra destra, all’uscita dal paese, poco oltre il cimitero.
Salendo, passiamo fra le case della contrada Foppa, prima di incontrare il ponte che scavalca il torrente Vedrano, che si precipita con tutta la sua furia da roccioni impressionanti. Proseguiamo, quindi, fino al bivio per Castello; due stradine che portano alla piccola frazione si staccano dalla strada principale sulla sinistra, in corrispondenza di un tornante destrorso. Ripresa la salita, troviamo, sulla destra, la deviazione che, come segnala un cartello, scende verso la località
case di Sopra (“Ca zzuri”, m. 1298); ignorata la deviazione, proseguiamo sulla strada il cui fondo, da asfaltato, si fa sterrato. Dopo un tornante sinistrorso e appena prima del successivo destrorso, troviamo, appena a valle della strada, il bell’oratorio di S. Rocco, edificato nel 1632 e restaurato nel 1959. Molto bello è il panorama che si apre di fronte alla facciata, soprattutto in direzione della valle della Pietra ("val de la Préda").
Avanti ancora, fino all’ultimo tornante sinistrorso, in corrispondenza del quale si stacca, sulla destra, una pista secondaria che porta alla località di S. Giovanni. Ignorata anche questa la deviazione, eccoci finalmente alla bellissima frazione di Laveggiolo (m. 1471;
il suo nome deriva, probabilmente, da "lavegg", la nota pietra grigia molto utilizzata in Valtellina per ricavarne piatti ed altri utensili), dove possiamo lasciare l’automobile nel parcheggio nei pressi dell’edicola del parco delle Orobie Valtellinesi. A pochi metri, parte la pista sterrata, chiusa al traffico veicolare, che si dirige verso la Val Vedrano ("val vedràa").
Oltrepassata una bella fontana, raggiungiamo il punto nel quale, a 1541 metri, la pista si biforca: il ramo di sinistra scende al torrente Vedrano, lo attraversa e prosegue in direzione sud, salendo sul fianco nord-orientale del monte Piazzo. Noi seguiamo, invece, il ramo di destra, che si addentra per un tratto nella bassa val Vedrano, in direzione delle baite del Grasso ("ul gràs", m. 1680). All’ultimo tornante destrorso prima che la pista termini, a valle delle baite, troviamo, sulla sinistra, un sentiero che si stacca dalla pista: imbocchiamolo, fino a raggiungere il punto nel quale attraversiamo, da destra a sinistra, il torrente Vedrano ("ul vedràa" o "ul bit de castel").
Di fronte noi vediamo la soglia che ci separa dall’alta valle, e che il sentiero risale sul suo lato sinistro (per noi); sul lato destro, invece, fa bella mostra di sé la cascata del ramo principale del torrente, denominata "ul sprésul". Il sentiero taglia in diagonale da destra a sinistra il pianoro, comincia a salire diritto, sugli ultimi pascoli della parte bassa della valle, poi si allarga, diventa una mulattiera
(“sentèr de culumbàna”) che effettua, con alcuni tornanti, un primo traverso a sinistra, poi un secondo a destra, superando per due volte il ramo meridionale del torrente, prima di affacciarsi all’alta valle.
Non c’è che qualche sbiadito segnavia rosso-bianco-rosso, ma non ci si può sbagliare. Dopo aver superato una fascia di roccette e bassi arbusti, tocchiamo, infine, i pascoli dell’alta val Vedrano, che ora si apre, verde, silenziosa e solitaria, di fronte ai nostri occhi. Sulla carta IGM questi pascoli e le relative baite sono denominati "alpe Vedrano"; il loro nome corretto è, invece, "culumbàna". Guardando verso destra vediamo uno sperone dietro il quale si nasconde la nostra meta, la cima di Fraina.
Lasciamo, quindi, alla nostra sinistra alcuni ruderi, ripassiamo il torrente, da sinistra a destra, ed in pochi minuti siamo alle baite dell’alpe (m. 1946). Baite ben tenute, che non offrono un’impressione malinconica. Forse nei loro pressi troveremo anche qualche cavallo. In una bella giornata, la valle ci apparirà accesa da un verde brillante. Guardando alle nostre spalle, in direzione nord, distingueremo con facilità il monte Disgrazia; forse ci sarà meno facile distinguere, alla sua destra, i pizzi Argient. Zupò e Palù e, ancora più a destra, il pizzo Scalino e la cima Painale. Se invece guardiamo verso sud, vediamo la cima regina della valle, il poderoso pizzo Mellasc (m. 2465), che ci mostra il suo ampio versante settentrionale.
Dobbiamo ora cercare la partenza del marcato sentiero che sale al ripiano sotto la cima di Fraina. Si trova alle spalle delle baite, e per trovarlo saliamo verso nord, cioè in direzione del versante montano di destra (per chi sale in valle). Dopo una breve salita ne vediamo la traccia, che si fa marcata e sale ad aggirare un costone erboso, con poche serpentine. Ci affacciamo così ad un'ampia conca che si trova ad est della cima di Fraina. Ci accoglie in grande ometto. Il sentiero ci abbandona. Procediamo diritti in direzione di un rudere, poi piegando leggermente a sinistra portiamoci al centro della conca. Guardando ad ovest, cioè a monte, vediamo un sentierino che sale lungo il facile versante, con qualche tornante. Seguendolo, raggiungiamo il versante appena a sud della cima di Fraina, in corrispondenza di una piazzola di osservazione fortificata, che fa parte del sistema di fortificazioni del sentiero Cadorna. Piegando a destra seguiamo la traccia che sale a nord ed in breve raggiunge la grande croce della cima di Fraina ("piz de fòpa", m. 2288).
La croce, come segnala una targa, è stata posta nel 1986 dagli alpigiani di Fraina: questa, in effetti, è un po’ la loro cima. Appena sotto la croce, un’ulteriore postazione di osservazione.
Il panorama dalla cima è molto ampio. A nord, in primo piano, seminascosta dalla cima quotata m. 2325, vediamo il monte Colombana ("ul pizz
öl", m. 2385), anch’esso facilmente raggiungibile da Laveggiolo, e, alle sue spalle, il monte Rotondo ("ul redùnt", m. 2496), immediatamente a nord della bocchetta di Stavello (“buchéta de Stavèl”). A sinistra del monte Rotondo, l’affilata cima del pizzo Alto (m. 2512), sulla testata della val Lesina. Ancora più a sinistra, di nuovo, le Orobie bergamasche occidentali, le cime lariane e, sullo sfondo, le Alpi occidentali. Proseguendo in questa panoramica in senso antiorario, torniamo sulla testata della val Vedrano, con il poderoso pizzo Mellasc ("ul melàsc", m. 2465).


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Più a sinistra ancora, intravediamo uno spaccato della testata della Val Gerola, con i pizzi di Mezzaluna (“li mezzalüni”, vale a dire il pizzo di Mezzaluna, m. 2333, la Cima di Mezzo ed il caratteristico ed inconfondibile uncino del torrione di Mezzaluna, m. 2247), il monte Valletto (“ul valèt” o “ul pizzàl”, m. 2371) e le cime o pizzi di Ponteranica (“piz de li férèri” o “piz ponterànica”, orientale, m. 2378, meridionale, m. 2372, occidentale, m. 2372). Verso est, la suggestiva fuga di quinte delle Orobie centrali, che propongono un dedalo di cime nel quale non è facile districarsi. A nord-est, infine, ecco di nuovo la punta Painale, il pizzo Scalino, i pizzi Palù, Zupò ed Argient, i pizzi Bernina e Scerscen ed il monte Disgrazia.


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Ridiscendiamo, ora, dalla cima verso sud, ripassando dalla postazione fortificata e proseguendo nella discesa sulla traccia del sentiero Cadorna, fino a raggiungere facilmente, sul facile versante erboso, i 2206 metri della bocchetta di Colombana (teniamo presente che la carta IGM la colloca, erroneamente, più a nord, quotandola 2227 metri). Anche da qui il panorama è eccellente, soprattutto verso sud, su Val Fraina e Valsassina.
Pochi metri sotto rispetto al cartello della bocchetta, sul versante della Val Fraina, ecco la sede larga e regolare del sentiero Cadorna, che dall’alpe Fraina sale alla bocchetta (si tratta del ramo di sud-est; un secondo ramo, di nord-est, raggiunge invece la bocchetta di Stavello, che si affaccia sulla val di Pai, laterale occidentale della Va Gerola posta immediatamente a nord della val Vedrano). Questi manufatti rappresentano una parte importante del sistema di fortificazioni voluto dal generale Cadorna lungo tutto il crinale orobico durante la prima guerra mondiale, quando si temeva che la Svizzera, nonostante la dichiarata neutralità, potesse concede il passaggio sul suo territorio delle truppe austro-ungariche, consentendo loro di calare in media Valtellina dalla valle di Poschiavo e dilagare poi in pianura padana. Il sentiero in realtà è una mulattiera abbastanza larga da permettere il transito di pezzi di artiglieria.
Nella discesa dalla cima, del resto, abbiamo incontrato alcuni manufatti, resti di fortificazioni e punti di osservazione rivolti a nord, perché da là, secondo quando si temeva, sarebbe potuta giungere la minaccia. Furono timori che non si concretizzarono mai, ed ora solo questi pochi ma importanti resti rimangono a testimoniare un passato che sembra tanto estraneo allo spirito di pace e solitudine che regna in questi luoghi.


Discesa dalla cima di Fraina alla bocchetta di Colombana

Inizia ora una lunga discesa che sfrutta proprio il sentiero Cadorna. Si tratta di perdere circa 400 metri per poi risalire alla gemella bocchetta di Lareggio e scendere al rifugio Casera Vecchia di Varrone, punto di appoggio per il pernottamento.
Il sentiero, sempre ben visibile anche se assediato dalla vegetazione, scende verso sinistra e traversa per un buon tratto verso sud-ovest. Al primo tornante dx ignoriamo un ramo che si stacca alla nostra sinistra, e proseguiamo con un lungo traverso verso nord, che ci porta ad una radura. Qui pieghiamo ancora a sinistra e scendiamo con andamento regolare, tipico dei sentieri di orogine militare, tracciati per portare ad alte quote pesanti pezzi d'artiglieria. Ad una coppia di tornanti sx-dx segue un lungo traverso, che taglia il ripido versante settentrionale del pizzo della Cassera (m. 2321) e ci porta ad un'ampia fascia di prati a monte del baitello della Cassera (m. 1743). Alle soglie dei prati e ad una quota di circa 1800 metri, dobbiamo stare attenti alla nostra sinistra alla partenza di un sentiero poco marcato che sale in direzione della bocchetta di Lareggio, lo stretto intaglio che riconosciamo facilmente, appena ad est (sinistra) del poco marcato pizzo Lareggio (Laréc'). La bocchetta mette in comunicazione la Val Fraina e l'alta Val Varrone.


Apri qui una fotomappa della traversata dalla bocchetta di Colombana alla bocchetta di Lareggio

Per avere un ulteriore riferimento teniamo presente che qui il sentiero Cadorna piega leggermente a destra e un bel tratto più in basso scarta bruscamente a destra. Lasciamo, dunque, il sentiero Cadorna salendo verso sud lungo il sentiero, con grande attenzione alla traccia che in diversi punti, fra rododendri e macereti, si fa poco chiara. All'inizio della salita vediamo alla nostra destra alcune baite nei prati, ma non dobbiamo procedere in quella direzione, bensì salire per via diretta restando più o meno al centro del ripido vallone. Ad una quota di circa 1850 metri si trova una fonte segnalata (Ciarèl Quadro), proprio al centro del vallone.
Alla fonte siamo ad un bivio: mentre un sentiero prende a destra e traversa ad una baita che vediamo poco più in alto, a nord-ovest, noi dobbiamo andare a sinistra (sud), restando sempre piuttosto al centro del vallone e prestando attenzione alla traccia che è poco evidente. Una palina con segnavia, poco più in alto, ci aiuta. L'attenzione viene ripagata perché più in alto riappare una traccia più chiara, che si porta sul lato sinistro (per noi) del vallone, avvicinandosi al suo roccioso fianco orientale. L'intaglio appare più vicino, leggermente a destra, ma anche il versante si fa più ridipo e dobbiamo procedere con attenzione. Il sentiero inizia a serpeggiare fra roccette non difficili (ma molto infide se bagnate) e termina alla bocchetta.


Pizzo Varrone visto dal rifugio Casera Vecchia di Varrone

La bocchetta di Lareggio (buchèta de Larèc', m. 2063) si apre sull'alta Val Varrone, di cui non vediamo però ancora il pianoro di fondovalle, nascosto dai poggi erbosi che si articolano più in basso. Da qui inizia la discesa (300 metri di dislivello) che ci porterà al rifugio Casera Vecchia di Varrone. Una discesa non difficile, ma da affrontare con attenzione perché nella prima parte il sentiero è poco evidente ed i segnavia ben mimetizzati nell'erba.
Scendiamo per un facile versante di prati, prendendo quasi subito in diagonale a destra (sud-ovest), raggiungendo dopo una manciata di minuti un sasso con la scritta "Rif. Varrone". Qui, seguendo una coppia di preziosi paletti con segnavia, svoltiamo a sinistra, scendendo verso sud-est in direzione del vallone nel quale corre il torrente che si origina a sud del pizzo della Càssera. Prima di arrivare al torrente, però, a quota 1950 metri circa intercettiamo una traccia di sentiero più marcata che piega a destra e traversa verso ovest alla baita isolata quotata 1917 m. sulla carta IGM (la Casera Vecchia di Laréc').


Rifugio Casera Vecchia di Varrone

Qui lasciamo il sentiero che procede diritto verso ovest e pieghiamo a sinistra, scendendo diritti verso sud su un facile dosso. Piegando leggermente a sinistra (sud-sud-est) ci portiamo al guado del torrente che scende dal pizzo della Càssera e siamo subito alla Casera Nuova di Laréc' (m. 1840 sulla carta IGM), ben visibile già dalla bocchetta e posta al centro di una sorta di selletta fra due poggi. Oltrepassata la selletta vediamo finalmente la piana del fondovalle, incorniciata, a sinistra, dalle belle cime del pizzo Varrone, suo nume tutelare, e del pizzo dei Tre Signori, il re di questo comprensorio prealpino.
Il versante si fa decisamente più ripido, ma non ci sono problemi, perché imbocchiamo il marcato sentiero alla nostra sinistra che traversa con qualche saliscendi verso sud-est, fra radi abeti (la valle per la sua vocazione di lavorazione dei minerali ferrosi nei forni ha subito un deciso disboscamento nei secoli), calando gradualmente al fondovalle con qualche tornante e portando direttamente alla baita nella quale è stato ricavato il rifugio Casera Vecchia di Varrone (m. 1675), dove termina la prima giornata dell'anello.
Il rifugio è gestito da Antonella Gianola (Tel.: 0341 1881142), e dispone di 24 posti letto, 30 posti pranzo e 24 posti tavola esterni. Per maggiori informazioni clicca qui o visita il sito www.rifugiovarrone.com


Pizzo Varrone dalla Val Varrone

ANELLO DEL PIZZO MELLASC' - 2 - RIFUGIO CASERA VECCHIA DI VARRONE-LAVEGGIOLO PER LA BOCCHETTA DI TRONA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Casera Vecchia di Varrone-Bocchetta di Trona-Rifugio Trona Soliva-Laveggiolo
4 h
460
E
SINTESI. Dal rifugio Casera Vecchia di Varrone (m. 1675) imbocchiamo la pista che procede verso est-sud-est, in direzione della facilmente riconoscibile sella della bocchetta di Trona, presidiata da un grande traliccio. La pista sale gradualmente sul crinale brullo, lasciando poi il posto ad un marcato sentiero che raggiunge la bocchetta di Trona (m. 2092). Scendiamo ora su un sentierino segnalato, che percorre un largo corridoio passando vicino ad una baita isolata, verso nord-nord-est, poi piega gradualmente a sinistra, fra lembi di pascolo e roccette arrotondate, affacciandosi sull'ampio ripiano dell'alpe di Trona. Stiamo attenti a non seguire un sentiero che prosegue diritto e cominciamo a descrivere un ampio arco verso sinistra, uscendo dal corridoio e tagliando un ripido versante. Iniziamo poi a descrivere un ampio arco verso destra: siamo ormai in vista del rifugio di Trona Soliva (m. 1907), presso un tralicco, ed il sentiero lo raggiunge con un ultimo tratto verso nord-nord-ovest. I problemi di orientamento sono finiti, perché ora si tratta di seguire per intero la pista sterrata che giunge fin qui proprio da Laveggiolo. La pista, con qualche saliscendi, taglia verso nord-nord-est l'ampio e luminoso versante di pascoli ai piedi del pizzo Mellasc', che ci sorride alla nostra sinistra, e del Piazzo. Al termine della traversata si affaccia alla Val Vedrano e comincia a scendere più decisamente con diversi tornanti. Qui è possibile abbreviare i tempi della discesa seguendo un sentiero che scende per via più diretta tagliandola in più punti. Se scegliamo questa seconda opzione ci ritroviamo ad una radura presso il torrente Vedrano, con un tavolo e due panche in legno. Qui, ignorato il sentiero che scende a destra verso Castello, andiamo a sinistra, attraversiamo su un ponticello il torrente e proseguiamo diritti su un bel sentiero che dopo un buon tratto confluisce nella pista sterrata, poco a monte di Laveggiolo. Se preferiamo inveve stare sulla pista sterrata, la discesa ci porta a superare il torrente Vedrano, proseguendo verso destra per un lungo tratto, fino a Laveggiolo, dove l'anello termina.


Apri qui una fotomappa del percorso dalla bocchetta di Lareggio a Laveggiolo

Il secondo giorno dell'anello del pizzo Mellasc' è più semplice: alla elementare salita dal rifugio Casera Vecchia di Varrone alla bocchetta di Trona segue il rientro in Val Gerola, la breve discesa al rifugio Trona Soliva e la semplice e un po' monotona discesa a Laveggiolo per una pista sterrata.

Protagonista di questa giornata è sicuramente la bocchetta di Trona che, per i molteplici motivi di interesse storico, merita un approfondimento preliminare.
Non è azzardato affermare, infatti, che la bocchetta di Trona ("buchéta de Truna") è, dal punto di vista storico, il più importante fra i numerosi valichi che collegano i due versanti della lunga catena orobica. Tale importanza ha radici antichissime: di qui, infatti, passa quella via del Bitto che è stata, per molti secoli, la via di comunicazione terrestre più diretta e breve fra la Valtellina ed il basso Lario, il che vuol dire, poi, con Milano. Il suo primato cominciò ad essere intaccato solo in epoca medievale, con la costruzione di una strada sulla riva orientale del Lario, poi ampliata nel secolo XIX. Ma al tempo dei Romani questi temevano una calata dei barbari proprio da qui (e fortificarono diversi luoghi strategici della Valsassina), ed è a loro che risale la definizione di questo asse come “via gentium”, cioè via delle genti. Parrebbe strano, visto che si dipana nel cuore delle Orobie occidentali, fra Valsassina (o, più precisamente fra Val Troggia, Val Biandino ed alta Val Varrone) e Val Gerola, eppure è così.
Qualche dato generale aiuta a comprendere l’importanza storica di questa direttrice. La via parte da Introbio, nel cuore della Valsassina, ma facilmente raggiungibile da Lecco (che dista circa 16 chilometri). Si sviluppa per 11,5 km da Introbio alla bocchetta di Trona (al confine fra le province di Bergamo e Sondrio), con un dislivello in salita di circa 1500 metri, e per 20 km dalla bocchetta di Trona a Morbegno, con un dislivello in discesa di circa 1900 metri effettivi (1800 sulla carta). In totale, 31,5 km circa, che, aggiunti ai 16 da Lecco ad Introbio, portano la distanza fra Lecco e Morbegno a 47,5 km.
Per la Via del Bitto, da Introbio, in Valsassina, a Morbegno passarono, nei secoli genti, mercanti ed eserciti. Fin dal primo apparire dei popoli che, salendo da sud, colonizzarono per primi questo questo lembo della catena orobica. Sembra che i primi siamo stati i Liguri, seguiti dai Celti e dagli Etruschi. Vennero, quindi, i Romani, ai tempi dell’imperatore Augusto. E, dopo di loro, venne la religione cristiana, predicata da S. Ermagora. Dopo la caduta dell’impero romano vennero i Goti, e dopo di loro i Longobardi, sconfitti dai Franchi: tutti passarono dalle valli orobiche, ed il valico della bocchetta di Trona era, fra tutti, il più praticato.


La bocchetta di Trona

All’inizio del Quattrocento salirono dalla Val Varrone alla bocchetta di Trona truppe al soldo dei Rusconi di Como, ghibellini, per dar man forte alla loro fazione, prevalente a Morbegno e sulla sponda orobica della bassa Valtellina, contro la fazione guelfa, che prevaleva a Traona e sul versante retico: la loro calata in valle, però, venne bloccata dalla coalizione avversa, salita in Val Gerola. Nel 1431 fu la volta dei Veneziani, che, uniti ad un contingente di Valsassinesi, varcarono la bocchetta per scendere a conquistare la bassa Valtellina, possesso dei Visconti di Milano: furono però disastrosamente sconfitti nella sanguinosa battaglia di Delebio l’anno successivo, nel 1432. Passarono di qui, il secolo successivo, nel 1515, i mercenari svizzeri in rotta dopo la sconfitta subita nella battaglia di Melegnano da parte dei Francesi: scesi in bassa Valtellina, molti di loro riuscirono a riparare nella natia Svizzera.
Nel 1531 venne un esercito nella direzione opposta, cioè dalla bassa Valtellina: si trattava di 6000 uomini delle Tre Leghe, capitanati da Giorgio Vestari, che, per la Val Troggia scesero ad Introbio, tentando di conquistarla. Vanamente. Sempre dalla Valtellina salirono i funesti Lanzichenecchi, nell’anno più nero della storia di questa valle, perché vi portarono un’epidemia di peste che ridusse la sua popolazione complessiva a poco più di un quarto. Pochi anni dopo, nel 1635, furono gli Spagnoli in rotta, sconfitti dai Francesi a Morbegno in uno dei tanti fatti d’armi della fase valtellinese della Guerra dei Trent’Anni, a varcare la bocchetta di Trona per scendere in Val Varrone. Ed ecco subito dopo, l’anno successivo, che il francese Duca di Rohan, vincitore sugli Spagnoli, passò anch’egli di qui per calare poi in Valsassina ed assumerne il controllo.


Rudere della casa Pio XI alla bocchetta di Trona

È l’ultimo transito significativo di armati, prima del secolo XX, quando, durante la seconda guerra mondiale, nell’ottobre del 1944, le forze nazifasciste organizzano un rastrellamento in grande stile che interessa la Valsassina. Gli elementi della brigata partigiana 55sima Rosselli, per sfuggire all’accerchiamento, decisero di ripiegare in Svizzera, lasciando solo alcune unità sul territorio della valle orobica, nell’intento di non perdere il contatto con la popolazione locale. Il grosso della brigata salì, quindi, in Val Troggia e, valicata la bocchetta di Trona, scese in Val Gerola, di cui attraversò l’intero fianco occidentale, passando per gli alpeggi di alta quota, al fine di evitare il presidio di SS italiane che stazionava a Pedesina. Dalla Corte scese, quindi, sul fondovalle, varcando, in punti diversi, con il favore delle tenebre, il fiume Adda, il 3 novembre. Gran parte degli elementi, risalito il versante orientale della Costiera dei Cech, si ritrovarono alla piana di Poira, sopra Civo, già sede, per alcuni mesi, del comando della 40sima Matteotti. Di qui traversarono alla Val dei Ratti ed alla Val Codera, riuscendo (non senza vittime) a passare in territorio elvetico per la bocchetta della Teggiola.
Poi più nulla. Ora passano solo i ben più miti escursionisti, lasciando impressioni ammirate ma anche, talvolta, qualche rifiuto davvero indesiderato.


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Alla bocchetta di Trona giungeva anche una seconda importante strada storica, denominata "la Strada del Ferro" o "di Maria Teresa". A differenza della Via del Bitto, questa via saliva non dalla Valsassina, ma dalla Val Varrone, più ad ovest. Partiva infatti dalla frazione Giabi di Premana e risaliva tutta la Val Varrone. Venne tracciata molti secoli fa per trasportare a valle il minerale di ferro estratto nel bacino dell'alta Val Varrone. Guardando dalla bocchetta verso la Val Varrone, poco in basso, a sinistra, si vede ancora un baitello presso le ex miniere di ferro.
Il riferimento all'imperatrice Maria Teresa d'Austria si giustifica per il fatto che fu lei a promuoverne, nel Settecento, la risistemazione. Un'ulteriore intervento venne effettuato nel XX per inglobarla nel sistema di comunicazioni della liena Cadorna, che aveva nella bocchetta di Trona un nodo fondamentale. Il generale Cadorna sospettava infatti che la neutralità Svizzera proclamara dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e l'entrata in guerra del Regno d'Italia contro l'impero Austro-Ungarico non avrebbe retto e che quindi l'esercito Austro-Ungarico avrebbe potuto invadere la Valtellina dalla Valle di Poschiavo e dalla Val Bregaglia. Bisognava quindi fortificare tutto il crinale orobico per impedire che questo potesse scendere attraverso le valli della Bergamasca, minacciando Milano e la pianura Padana.


Fortino sopra la bocchetta di Trona

Questo spiega la presenza su un dosso a monte della bocchetta di un fortino militare (ancora in piedi) fatto costruire nel 1917. E' l'unico ad essere rimasto in piedi nell'intero complesso di fortificazioni della linea Cadorna che correva sul crinale orobico. Dentro la struttura è stata collocata anche una lapide che ricorda Giovanni Galbiati, perito nella scalata al pizzo di Trona il 17 agosto del 1927. Proprio sulla bocchetta, invece, si trova il rudere della struttura edificata nel 1924, Casa Pio XI, rifugio-colonia estiva della Federazioni Oratori Milanesi, che fu poi incendiata dai nazifascisti il 21 marzo 1944, per togliere ai partigiani un punto di appoggio.
Una nota linguistica, per concludere: il toponimo "Trona" è, in questi luoghi, tanto diffuso da essere riferito, oltre alla bocchetta, ad un pizzo, ad un lago ed ad un'alpe; esso deriva da "truna", che significa "ricovero", "luogo riparato", ma anche "cunicolo", e si riferisce, qui, ai cunicoli delle miniere di ferro sfruttate in passato.


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Torniamo al racconto dell'escursione. Dal rifugio Casera Vecchia di Varrone (m. 1675) imbocchiamo la pista che procede verso est-sud-est, in direzione della facilmente riconoscibile sella della bocchetta di Trona, presidiata da un grande traliccio. La pista sale gradualmente sul crinale brullo, lasciando poi il posto ad un marcato sentiero che raggiunge la bocchetta di Trona (m. 2092). Ci riaffacciamo alla Val Gerola salutati, a nord, da una splendida parata delle cime del gruppo del Masino, fra le quali signoreggia il monte Disgrazia.


Il rifugio di Trona Soliva

Scendiamo ora su un sentierino segnalato, che percorre un largo corridoio passando vicino ad una baita isolata, verso nord-nord-est, poi piega gradualmente a sinistra, fra lembi di pascolo e roccette arrotondate, affacciandosi sull'ampio ripiano dell'alpe di Trona. Stiamo attenti a non seguire un sentiero che prosegue diritto e cominciamo a descrivere un ampio arco verso sinistra, uscendo dal corridoio e tagliando un ripido versante. Iniziamo poi a descrivere un ampio arco verso destra: siamo ormai in vista del rifugio di Trona Soliva (m. 1907), presso un traliccio, ed il sentiero lo raggiunge con un ultimo tratto verso nord-nord-ovest.


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Il rifugio (“casèri végi”, la Casera vecchia di Trona sulla carta IGM, m. 1907) offre i servizi di pranzo, di mezza pensione o pensione completa, con piatti tipici valtellinesi fatti in casa (pizzoccheri fatti a mano, gnocchi di patate al grano saraceno prodotti nel rifugio stesso, polente e carni, dolci fatti in casa) o classici della cucina italiana (lasagne, paste fresche all'uovo fatte in casa, ...). A 15 minuti dal rifugio c'è anche una palestra attrezzata di arrampicata su roccia. Diverse arrampicate con diversi gradi di difficoltà si trovano da mezz'ora di cammino in poi.


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I problemi di orientamento sono finiti, perché ora si tratta di seguire per intero la pista sterrata che giunge fin qui proprio da Laveggiolo. La pista, con qualche saliscendi, taglia verso nord-nord-est l'ampio e luminoso versante di pascoli ai piedi del pizzo Mellasc', che ci sorride alla nostra sinistra, e del Piazzo. Al termine della traversata si affaccia alla Val Vedrano e comincia a scendere più decisamente con diversi tornanti.
Qui è possibile abbreviare i tempi della discesa seguendo un sentiero che scende per via più diretta tagliandola in più punti. Se scegliamo questa seconda opzione ci ritroviamo ad una radura presso il torrente Vedrano, con un tavolo e due panche in legno. Qui, ignorato il sentiero che scende a destra verso Castello, andiamo a sinistra, attraversiamo su un ponticello il torrente e proseguiamo diritti su un bel sentiero che dopo un buon tratto confluisce nella pista sterrata, poco a monte di Laveggiolo. Se preferiamo inveve stare sulla pista sterrata, la discesa ci porta a superare il torrente Vedrano, proseguendo verso destra per un lungo tratto, fino a Laveggiolo, dove l'anello termina.


Laveggiolo dalla pista agro-silvo-pastorale per il rifugio Trona Soliva

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