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PRIMA GIORNATA: DA FRACISCIO AL RIFUGIO ANGELOGA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Soste (Fraciscio)-Rifugio Chiavenna-Lago Nero-Passo Angeloga-Lago Ballone
2 h
600
E
SINTESI. Alla chiesa di S. Giovanni Battista di Campodolcino lasciamo la ss 36 dello Spluga prendendo a destra e salendo a Fraciscio. Proseguiamo portandoci oltre la parte alta del paese, fino al parcheggio di Soste (m. 1442). Incamminiamoci su una pista che lascia il posto ad un sentiero e ad un bivio andiamo a sinistra, risalendo verso nord-est il versante settentrionale della Val Rabbiosa. Dopo monti tornanti pieghiamo a destra (in direzione sud-est), per superare le ultime gole che ci separano dall’alpe. Oltrepassato un torrentello (attenzione ai massi bagnati), ci infiliamo nella gola dalla quale scende uno dei torrentelli che confluiscono nel torrente Rabbiosa. Nell’ultimo tratto passiamo proprio a lato del torrente, prima che questo precipiti in una cascata, e, dopo l’ultimo tratto, ci affacciamo ai pascoli dell’alpe Angeloga. Passando a sinistra del lago omonimo ci portiamo al rifugio Chiavenna (m. 2044), presso le baite dell'alpe.

Chi non avesse a disposizione otto giorni tondi tondi per percorrere integralmente il Trekking della Valle Spluga può progettare di farlo un po' "a pezzi". Con tre giorni a disposizione un'ottima idea è quella di percorrerne le ultime talle facendo base a Fraciscio, il paesino noto per aver dato i natali a San Luigi Guanella.
Per salire a Fraciscio bisogna staccarsi dalla ss. 36 dello Spluga all’altezza di Campodolcino (m. 1062): la deviazione si trova, sulla destra, immediatamente dopo la chiesa parrocchiale. Percorsi tre chilometri, con numerosi tornanti, su una strada larga ed agevole, ed ignorata la deviazione, a destra, per Gualdera, raggiungiamo così il paese (m. 1341), la cui fama è legata al fatto di aver dato i natali al beato Luigi Guanella. Le case di Fraciscio sono disposte sul lato settentrionale della valle Rabbiosa, il cui nome rimanda al corso tormentato e selvaggio dell’omonimo torrente.
Salendo lungo la strada che attraversa il paese, raggiungiamo la contrada più alta di Soste (m. 1442) e, poco sopra, una piazzola dove è possibile parcheggiare l’automobile, presso un bar-ristoro. Qui parte una pista, carrozzabile, nel primo tratto, fino ad una seconda piazzola, che rimane sul lato settentrionale della valle (cioè sul lato sinistro, per chi sale). Poi la pista diventa sentiero, che comincia ad inerpicarsi sul fianco montuoso. Incontriamo, così, sul nostro cammino un curioso ed imponente monolito, alla cui ombra è collocato un crocifisso, in una cornice resa meno severa dalla presenza di qualche rado larice.
Poco oltre, a quota 1624, ecco un bivio: mentre una traccia più debole prosegue inoltrandosi nella valle, il sentiero principale piega a sinistra (dalla direzione est alla direzione nord-est) ed inizia una faticosa risalita, con numerosi tornanti, sul versante montuoso che, fra due valloni, ci separa dalla bella conca dell’alpe Angeloga (termine che deriva da “angolo”, con riferimento alla forma o alla piega che la valle assume). Nulla, per ora, fa presagire che oltre gli aspri contrafforti della valle si celi un alpeggio ameno: per ora dobbiamo faticosamente guadagnare metro dopo metro, inizialmente all’ombra di un rado bosco, poi in un terreno scoperto, gettando qualche occhiata al pizzo Stella, che si intravede alla nostra destra (sud-est). Si tratta della cima più famosa della Valchiavenna, conquistata nel 1865 da John Ball, scalatore inglese che fu fra i primi ad esplorare queste montagne.
Per attenuare la fatica, pensiamo ad una curiosa leggenda ispirata a questa cima e riportata dall'alunno Buzzetti Lino in un ciclostilato prodotto dalla scuola media Bertacchi di Chiavenna, nel 1959. Sfondo storico della leggenda, la disastrosa alluvione del torrente Rabbiosa nel 1927. Pare che il parroco avesse relegato sulla cima del pizzo Stella, nella festività dell'Assunta, tre anime di persone che erano morte nella condizione di scomunicati. Queste anime, però, si trasformarono in un masso, in un grosso tronco ed in un fascio di fieno: questa fu l'origine della rovinosa alluvione che portò le acque del torrente Rabbiosa a devastare la Val S. Giacomo. Solo quando masso, tronco e fieno furono rimossi, le acque del torrente tornarono, miracolosamente, dentro l'antico alveo.
La salita si sviluppa per circa trecento metri, finché, dopo una serie più serrata di tornantini, pieghiamo a destra (in direzione sud-est), per superare le ultime gole che ci separano dall’alpe. Oltrepassato un torrentello, ci infiliamo, infatti, nella gola dalla quale scende uno dei torrentelli che confluiscono nel torrente principale, e che corre alla nostra destra. Su uno spuntone di roccia, che cade a precipizio sulla forra del torrente, un crocifisso, come accade spesso nei luoghi montani più aspri, sorveglia i nostri passi.
Nell’ultimo tratto passiamo proprio a lato del torrente, prima che questo precipiti in una cascata, e, dopo l’ultimo tratto, eccoci consegnati ad uno scenario più ampio e gentile, quello dei verdeggianti pascoli dell’alpe Angeloga, riposta dolcemente in un’ampia conca. Nel cuore dell’alpe, poi, è riposto l’omonimo laghetto (m. 2036), che guarda alle baite disposte a ridosso del limite settentrionale dei pascoli. Accanto alle baite, a 2044 metri, il rifugio Chiavenna, presso il cui muricciolo di cinta sostano spesso, in estate, alcuni cavalli. Da Soste al rifugio sono necessarie sono necessarie un’ora e mezza o due di cammino, per superare i circa 600 metri di dislivello. Durante la necessaria sosta, possiamo osservare, a destra del pizzo Stella, la lunga e sassosa cresta del Calcagnolo: non è difficile indovinare che la via che sale alla vetta del pizzo (ascensione non difficile) attraversa la vasta ganda ai piedi del suo versante occidentale, per guadagnare una boccettina sul crinale di di ovest-sud-ovest, e seguirlo fino alla cima. Lontano, infine, oltre l’apertura della valle Rabbiosa, possiamo intravedere alcune importanti cime del versante occidentale della Valle di Spluga, i pizzi Forato, Sevino e Quadro.


Val Rabbiosa e Testa di Garibaldi

Il rifugio Chiavenna (m. 2044; cfr. www.rifugiochiavenna.it; info rifugio.chiavenna@libero.it; tel.: 339 6246881 - Mario Barelli), di proprietà del CAI di Chiavenna, è uno dei rifugi storici della Valle Spluga. Fu inaugurato il 6 luglio 1924, alla presenza del poeta Giovanni Bertacchi, appassionato cantore di questi scenari alpini. Non fu però il primo rifugio all'alpe Angeloga: prima del 1928, infatti, esisteva un un Rifugio privato gestito da Battista Trussoni, prima, Paolin Trussoni, poi, punto di appoggio per la salita al pizzo Stella, una delle più ambite e celebrate negli anni pioneristici dell'alpinismo in questo angolo occidentale delle Alpi Retiche. La sua struttura è ancora visibile accanto a quella del rifugio. Durante la seconda guerra mondiale il rifugio Chiavenna fu danneggiato dagli scontri fra forze partigiane e nazi-fasciste, che culminarono nella battaglia di Angeloga, il 26 aprile 1945, quando già Milano era stata liberata. Per questo dal 1949 il CAI di Chiavenna mise in atto lavori di ristrutturazione che ne ripristinarono l'agibilità. Fu interessato da ampi lavori di rustrutturazione fra il 1995 ed il 2004 e dispone attualmente (2017) di 68 posti letto, 70 posti pranzo e 50 posti tavola esterni. E' dotato di un annesso locale invernale con 5 posti.

Luigi Brasca, nella monografia “ Le montagne di Val San Giacomo” (CAI di Torino, 1907) così descrive la salita al passo di Angeloga agli inizi del secolo XX: “Il passo di Angeloga (m. 2397) è valicato da una comoda mulattiera che collega Campodolcino con la Valle di Lei; si sale da Campodolcino a Fraciscio, pittoresco villaggio, che tra poco sarà unito al capoluogo da una carrozzabile, indi a Soste e pel fondo della Valle Rabbiosa, fino ad uno strano masso isolato a sinistra, che un bell’umore chiamò Testa di Garibaldi, dopo il quale la mulattiera si arrampica a zig zag (sono quasi cento risvolti!) per la costa del monte per 400 metri di dislivello, noiosa e faticosa salita; indi, procedendo quasi in piano, si è in breve alle alpi di Angeloga m. 2046, in riva al lago omonimo (m. 2029): ore 2 da Campodolcino.

Da qui la mulattiera gita verso sud-est con lunga curva, indi ritorna verso nord, costeggiando un nevaio perenne, infila una specie di gola su per la parete (il Camino d’Angeloga) e giunge all’altezza di m. 2425, indi in breve discesa si è al passo, segnato da una croce. Ad ovest v’è il cupo e grande Lago Nero, col più piccolo Lago Caldera ed altri laghetti minori; ad est trovasi il Lago Ballone. È questa del Passo d’Angeloga una curiosa località alpestre. Per pascoli e prati si scende infine a Mulacetto e a Sant’Anna verso Inner Ferrera.”


Il lago di Angeloga

Per illustrare meglio le caratteristiche di questi luoghi, riportiamo infine le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello Rosario ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
Nell'alto bacino del Torrente Rabbiosa, che si riversa nel Liro a Campodolcino, molto sopra l'abitato di Fraciscio, c'è un'area alpestre ricca di laghi, siti a quote diverse, ma sostanzialmente su due piani: quello dell'Alpe Angeloga (attorno ai 2000 m) e quello del Passo dell'Angeloga (attorno ai 2350 m). Il Lago di Angeloga è una
pozza rotonda di acqua verde che riflette i pascoli circostanti, un tempo assai importanti e floridi, un elemento ideale di una segantiniana «abbeverata».


Rifugio Chiavenna

Gli altri laghi stanno in tutt'altro ambiente, cioè su un alto scalino roccioso in un piccolo altipiano sopra il quale un ghiacciaietto sospeso, in epoche arcaiche, ha scavato le fosse in cui stanno i laghetti, ha accumulato le morene e i massi, ha modellato i dossoni di friabile roccia scistosa. Il Lago «Nero», certo dal colore prevalente delle acque, soggette però a quella quota e in un ambiente siffatto a mutevoli giochi di luce; il Lago Caldera forse così denominato dalla forma vagamente rotondeggiante e dall'essere affossato entro pendii più incombenti. Ma ve ne sono altri minori e, poco in là dal passo, già in Val di Lei, ancora altri molto piccoli e uno maggiore (Lago Ballone), in una continuazione del pianoro glaciale che costituisce oggi anche un punto di osservazione eccezionale sul sottostante lunghissimo lago artificiale che occupa il fondo della Val di Lei.
Si tratta, nel complesso, di un ambiente straordinario, anche per la presenza incombente del Groppera e la vista sul Pizzo Stella, per il colpo d'occhio su tutto l'anfiteatro sottostante, per la varietà dei microambienti fisici e biologici.
Certo il luogo non è di comodissimo accesso, sia che si salga da Fraciscio lungo la bella mulattiera che percorre la vallata, sia che si parta da Motta di Campodolcino, a una quota sensibilmente superiore, per poi affrontare lo scenografico sentiero che sale (e scende) lungo le pendici meridionali della Colmenetta e del Groppera, sotto gli spuntoni della suggestiva costa di Fortezza sempre con una vista meravigliosa sulle vallate sottostanti. Poi, una volta raggiunta l'Alpe Angeloga per l'una o per l'altra delle due vie, ancora non è finito il cammino, perché per raggiungere i laghi superiori si deve risalire una ripida costa-canale erbosa e percorrere una breve gola scavata nelle rocce dello spalto roccioso, subito a valle del Lago Nero. L'impressione, alla fine del viaggio, è di essere penetrati in uno spazio magico, inaccessibile, regno della luce e del vento.”


Cima da Lagh in Val di Lei

SECONDA GIORNATA: DAL RIFUGIO CHIAVENNA AL BIVACCO CHIARA E WALTER

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in salita/discesa
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Chiavenna-passo dell'Angeloga-Alpe Mottala-Val di Ca'-Bivacco Chiara e Walter
7 h
1050/430
E
Dal rifugio Chiavenna, seguendo le indicazioni del sentiero C3, procediamo in direzione nord-est, sfruttando diversi tornanti su ripido versante, che ci portano proprio a ridosso delle formazioni rocciose terminali. Poco prima di raggiungerle il sentiero ci propone anche un passaggio un po’ esposto, che va affrontato con concentrazione. Poi, ecco il corridoio che si apre fra le rocce, e nel quale si infila un piccolo corso d’acqua: alcuni gradini ed alcune corde fisse ci permettono di superare quest’ultimo ostacolo, prima di uscire ad un nuovo ampio scenario, dominato dal lago Nero (m. 2352). Percorriamo il lato settentrionale (di sinistra, per noi) del lago, seguendo il sentiero per il passo di Angeloga. Procedendo verso est-sud-est passiamo accanto al laghetto delle Streghe e ci portiamo al corridoio del passo dell'Angeloga (m. 2391, piccola croce in legno). Ci affacciamo all'ampia Val di Lei. Seguendo i segnavia del sentiero C5 che, nel primo tratto, coincide con il C3. Non scendiamo in direzione del lago Ballone, ma restiamo alla sua sinistra, procedendo verso nord. Raggiunto il torrentello che più in basso confluisce nel lago, pieghiamo a sinistra infilandoci in un corridoio erboso, poi a destra ed a sinistra, superando un secondo torrentello. Siamo sempre alti rispetto alla conca del lago e superiamo un terzo torrentello, piegando a destra e di nuovo a sinistra, attraversando un ripiano in direzione di uno zoccolo di roccette. Qui, a quota 2310, i sentieri C3 e C5 si separano: noi andiamo a destra. La successiva discesa procede su un largo dosso, in direzione sud-est, fino a quota 2220, dove il sentiero piega a sinistra ed assume l’andamento nord-est, inanellando una lunga serie di tornantini. A quota 2120 volgiamo ancora a destra (sud-est), giungendo in vista delle baite dell’alpe Mottala. Il sentiero si avvicina al solco della valle del torrente che scende dal lago Ballone e, piegando a sinistra (andamento est), scende con una serie di tornantini diritto all’alpe, che si trova sul limite meridionale del lungo lago di Lei (oltre 8 km). Percorriamo ora verso destra la pista sterrata che costeggia l’intera sponda occidentale del lungo lago di Lei, fino al ponte che scavalca il ramo del Reno di Lei che scende dal Vallone dello Stella. Subito dopo il ponte, vediamo che la pista piega a sinistra e porta ad un suggestivo ponticello in pietra sul ramo del Reno di Lei. Non procediamo in quella direzione, ma stiamo sulla destra, imboccando il sentiero (segnavia rosso-bianco-rossi e bolli gialli) che risale la lunga Val di Ca’, passando subito vicino ad una fontana, appena a valle dell’alpe Scalotta (m. 1971). Qui la traccia non si vede, ma la troviamo facilmente poco più in alto, in corrispondenza di un masso con segnavia. Dopo il primo tratto verso est, con alcuni tratti scalinati nella roccia, il sentiero volge gradualmente a destra (sud-est e sud), inoltrandosi nella gola terminale della Val di Ca’. Cominciamo a salire vicino al ripido versante della gola, l'’andamento diventa quasi pianeggiante e procediamo fra pietre e fondo erboso, approssimandoci al torrente di fondovalle. Superato un vallone che scende alla nostra destra (m. 2140), ignoriamo una traccia che ci lascia sulla sinistra e, con qualche saliscendi, raggiungiamo una piana glaciale. riprendiamo a salire molto gradualmente, incontrando un baitello diroccato ed attraversando alcuni torrentelli che scendono dal versante alla nostra sinistra.  La pendenza si fa un po’ più accentuata e l’andamento piega molto leggermente a destra (sud-sud-ovest). Dopo il guado del torrentello a quota 2270 metri il sentiero piega ancora un po’ a destra, assumendo l’andamento sud-ovest. Il sentiero alterna tratti in salita a brevi discesa e propone il guado di altri torrentelli, fino ad un falsopiano a quota 2450 metri circa. Qui prendiamo per breve tratto a destra (ovest), poi di nuovo a sinistra (sud-ovest). Sul suo limite attraversiamo l’ennesimo torrentello e cominciamo ad affrontare un versante di sfaciumi, riprendendo la salita. Superato un valloncello, scavalchiamo un dosso morenico (m. 2480) e procediamo sempre in direzione sud-sud-ovest. Il sentiero qui si vede solo a tratti, e sono i segnavia e gli ometti a suggerire la direttrice più agevole. Superato un valloncello a quota 2550, pieghiamo decisamente a sinistra (direzione sud-est), affondando un versante di massi più consistenti. Poi, a quota 2610 circa, pieghiamo a destra e, procedendo verso sud, risaliamo il largo vallone che scende dal passo di Lei, puntando al grande ometto che lo sorveglia. Procediamo alla destra del torrentello che scende da un laghetto sul passo, mentre il vallone si restringe; ci portiamo quindi alla sua sinistra ed approdiamo alla riva settentrionale del laghetto di Lei, il più grande di un sistema di pozze disseminate fra i roccioni levigati. Procediamo diritti verso sud, seguendo la riva orientale del laghetto fino al suo bordo, poi, superate alcune pozze e con qualche saliscendi, sempre seguendo segnavia ed ometti, ci troviamo di fronte il lato posteriore del bivacco Chiara e Walter (m. 2660).

La seconda giornata della tre giorni intorno al pizzo Stella coincide con la settima tappa del Trekking della Valle Spluga e propone la salita dal rifugio Chiavenna al passo di Angeloga, una discesa sul fondovalle della Val di Lei e la lunga e tranquilla traversata della Val di Ca', su propaggine meridionale, fino al passo di Lei, dove si trova il bivacco Chiara e Walter.
In prossimità del rifugio Chiavenna partono tre sentieri, quello sfruttato per l’ascensione al pizzo Stella, quello che, in direzione opposta, effettua una bella e facile traversata di mezza costa alla Motta di Madesimo (C10) e quello che sale diritto al ripiano del lago Nero (C3). Quest’ultimo si inerpica sull’erboso e ripido versante che scende all’alpe dall’ultimo gradino roccioso, che la separa dalla piana del passo di Angeloga.
Riprendiamo, quindi, il cammino in direzione nord-est, sfruttando diversi tornanti che ci portano proprio a ridosso delle formazioni rocciose terminali. Poco prima di raggiungerle il sentiero ci propone anche un passaggio un po’ esposto, che va affrontato con concentrazione. Poi, ecco il corridoio che si apre fra le rocce, e nel quale si infila un piccolo corso d’acqua: alcuni gradini ed alcune corde fisse ci permettono di superare quest’ultimo ostacolo, prima di uscire ad un nuovo ampio e bellissimo scenario, dominato dal lago Nero (m. 2352).
A dispetto del nome, questo lago non ha nulla di tetro, anzi, in una bella giornata, regala riflessi di un blu intenso. Alla sua destra, è sempre il pizzo Stella a farla da padrone, anche se ora il suo primato è insidiato dal pizzo Peloso (m. 2780), dal profilo, oltre che dal nome, assai meno elegante. Percorriamo, dunque, il lato settentrionale (di sinistra, per noi) del lago, seguendo il sentiero per il passo di Angeloga.
Raggiunto il suo limite orientale, lasciamo per un po' il sentiero, piegando a destra e passando a valle di un piccolo specchio d'acqua: dopo una breve salita su un dosso erboso, giungiamo a scovare un secondo e più piccolo lago, il lago Caldera (m. 2369), che dal sentiero non si vede. Questa breve digressione ci costa pochi minuti di cammino supplementare, ma ci regala uno scorcio panoramico di grande suggestione, che coniuga le scure acque del lago allo svelto profilo del pizzo Stella, che occhieggia alle sue spalle.
Tornati al sentiero, lo percorriamo verso il passo, incontrando ancora un piccolo specchio d’acqua, sinistramente denominato “Lago delle Streghe”. Se ne fa menzione nell’incantevole volumetto di don Abramo Levi, “Spartiacque”, (L’Officina del Libro, Sondrio, 2004): “…il … Lago delle Streghe, …  a dispetto del nome, si presenta come un laghetto ameno, inoffensivo, di un ovale quasi perfetto. Ma non si sa mai. Non si sa mai donde possa venire lo stregamento, e in quale veste esso si presenti: folletto, turbine, incantesimo, allucinazione, sbigottimento, incubo, oppure scontro anomalo fra il fuori e il dentro, tra il mare immenso del mondo e la piccolissima vela che lo solca ancorata unicamente al principio di individuazione.”
Ma nessuno stregamento ci potrà impedire di varcare la soglia del passo di Angeloga, a 2391 metri di quota, una piccola porta fra le rocce arrotondate: probabilmente non ce ne accorgeremmo, se non vi fosse una piccola croce di legno che lo segnala. Eppure proprio qui passa lo spartiacque che separa il bacino del Po da quello del Reno. La Val di Lei, alla quale accediamo valicando il passo, appartiene infatti, idrograficamente, al territorio svizzero, anche se politicamente è ancora territorio italiano. La particolarità della valle è accresciuta dalla presenza di un enorme bacino artificiale, dalla capacità di oltre 200 milioni di metri cubi, il cui sbarramento rientra nel territorio della Svizzera, cui è riservato, quindi, lo sfruttamento idroelettrico.
La valle non appare improvvisamente, oltre il passo, ma si mostra gradualmente. Appare, innanzitutto, la sua costiera orientale, che impressiona per il senso di solitudine suscitato dalla mancanza di segni di insediamento umano, e cominciano a L'alpe Pian del Nido. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.itmostrarsi, alla nostra destra, anche le eleganti cime che costituiscono la testata est della val di Cà, prolungamento meridionale della Val di Lei: si tratta della cima di Lagh, o cima di Lago (m. 3083), la punta Rosso (m. 3053) ed il pizzo Bles (m. 3045), ai cui piedi si stendono alcune piccole vedrette. Comincia ad intravedersi, ancora più a destra, anche il ghiacciaio ai piedi del versante settentrionale del pizzo Stella, chiamato ghiacciaio Ponciagna.
Il nome della valle significa "Valle del Lago"; ma richiama anche una misteriosa presenza femminile, suggerita anche da antiche leggende.
Appena valicato il passo, ecco, qualche decina di metri sotto di noi, un altro bel lago, il lago Ballone (termine che deriva da “pallone”; m. 2321). Forse troveremo anche qualche capo di bestiame, perché i pascoli della Val di Lei sono particolarmente pregiati.


Per illustrare meglio le caratteristiche di questi luoghi, riportiamo le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello Rosario ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
Nell'alto bacino del Torrente Rabbiosa, che si riversa nel Liro a Campodolcino, molto sopra l'abitato di Fraciscio, c'è un'area alpestre ricca di Laghetto al passo di Angeloga. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.itlaghi, siti a quote diverse, ma sostanzialmente su due piani: quello dell'Alpe Angeloga (attorno ai 2000 m) e quello del Passo dell'Angeloga (attorno ai 2350 m). Il Lago di Angeloga è una
pozza rotonda di acqua verde che riflette i pascoli circostanti, un tempo assai importanti e floridi, un elemento ideale di una segantiniana «abbeverata».
Gli altri laghi stanno in tutt'altro ambiente, cioè su un alto scalino roccioso in un piccolo altipiano sopra il quale un ghiacciaietto sospeso, in epoche arcaiche, ha scavato le fosse in cui stanno i laghetti, ha accumulato le morene e i massi, ha modellato i dossoni di friabile roccia scistosa. Il Lago «Nero», certo dal colore prevalente delle acque, soggette però a quella quota e in un ambiente siffatto a mutevoli giochi di luce; il Lago Caldera forse così denominato dalla forma vagamente rotondeggiante e dall'essere affossato entro pendii più incombenti. Ma ve ne sono altri minori e, poco in là dal passo, Sentiero per Mottala e cima di Lago. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.itgià in Val di Lei, ancora altri molto piccoli e uno maggiore (Lago Ballone), in una continuazione del pianoro glaciale che costituisce oggi anche un punto di osservazione eccezionale sul sottostante lunghissimo lago artificiale che occupa il fondo della Val di Lei.
Si tratta, nel complesso, di un ambiente straordinario, anche per la presenza incombente del Groppera e la vista sul Pizzo Stella, per il colpo d'occhio su tutto l'anfiteatro sottostante, per la varietà dei microambienti fisici e biologici.
Certo il luogo non è di comodissimo accesso, sia che si salga da Fraciscio lungo la bella mulattiera che percorre la vallata, sia che si parta da Motta di Campodolcino, a una quota sensibilmente superiore, per poi affrontare lo scenografico sentiero che sale (e scende) lungo le pendici meridionali della Colmenetta e del Groppera, sotto gli spuntoni della suggestiva costa di Fortezza sempre con una vista meravigliosa sulle vallate sottostanti. Poi, una volta raggiunta l'Alpe Angeloga per l'una o per l'altra delle due vie, ancora non è finito il cammino, perché per raggiungere i laghi superiori si deve risalire una ripida costa-canale erbosa e percorrere una breve gola scavata nelle rocce dello spalto roccioso, subito a valle del Lago Nero. L'impressione, alla fine del viaggio, è di essere penetrati in uno spazio magico, inaccessibile, regno della luce e del vento.”

E' tempo di rimetterci in cammino dal lago Ballone. Scendendo sul sentiero che passa a sinistra del lago, dopo un paio di svolte, troviamo, a quota 2310, un bivio: pendendo a destra (sentiero C5) si scende facilmente all’alpe Mottala, sul fondo della valle, non lontano dal bivacco Pian del Nido (dismesso); prendendo a sinistra, invece, si effettua una lunga traversata che rimane sulla parte alta del versante occidentale della valle, superando le laterali valle Caurga e valle Rebella, varcando poi il crinale per scendere in val Sterla (dalla quale la discesa prosegue fino alla val Scalcoggia, appena sopra Madesimo). Dobbiamo seguire il sentiero di destra (C5).
La successiva discesa procede su un largo dosso, in direzione sud-est, fino a quota 2220, dove il sentiero piega a sinistra ed assume l’andamento nord-est, inanellando una lunga serie di tornantini. Il fondovalle è ormai vicino; a quota 2120 si volge ancora a destra (sud-est), giungendo in vista delle baite dell’alpe Mottala (la mutàla, m. 1949; mutàla è voce dialettale bregagliotta che significa grande scodella in legno con una capienza di 2 litri). Il sentiero si avvicina al solco della valle del torrente che scende dal lago Ballone e, piegando a sinistra (andamento est), scende diritto all’alpe con una serie di tornantini. L’alpe si trova sul limite meridionale del lungo lago di Lei (oltre 8 km). Un cartello dà, nella direzione che abbiamo percorso, il passo di Angeloga a 45 minuti ed il rifugio Chiavenna ad un’ora e mezza.
Percorriamo ora verso destra la pista sterrata che costeggia l’intera sponda occidentale del lungo lago di Lei, fino al ponte che scavalca il ramo del Reno di Lei che scende dal Vallone dello Stella, quindi direttamente dal ghiacciaio della Ponciagna che abbiamo potuto individuare nella precedente discesa dal passo di Angeloga. I torrenti che confluiscono nel lago di Lei hanno la denominazione di Reno di lei, perché le loro acque confluiscono nel bacino del Reno: fa un po’ impressione pensare che le acque rabbiose che scendono dal vallone finiranno il loro lunghissimo viaggio nel lontanissimo mare del Nord.
Subito dopo il ponte, vediamo che la pietra piega a sinistra e porta ad un suggestivo ponticello in pietra sul ramo del Reno di Lei che scende dalla Val di Ca’. Sul lato opposto le baite del Pian del Nido (m. 1951), ed un bivacco dismesso. Non procediamo in quella direzione, ma stiamo sulla destra, imboccando il sentiero (segnavia rosso-bianco-rossi e bolli gialli) che risale la lunga Val di Ca’, passando subito vicino ad una fontana, appena a valle dell’alpe Scalotta (m. 1971). Qui la traccia non si vede, ma la troviamo facilmente poco più in alto, in corrispondenza di un masso con segnavia. Dopo il primo tratto verso est, con alcuni tratti scalinati nella roccia, il sentiero volge gradualmente a destra (sud-est e sud), inoltrandosi nella gola terminale della Val di Ca’.
Cominciamo a salire vicino al ripido versante della gola, e cominciamo a respirare un profondissimo senso di solitudine, risalendo la lunga valle glaciale (ci vogliono almeno tre ore per percorrerla) scavata nei millenni dall’insistente azione delle acque di fusione. Riappare, in fondo alla valle, il pizzo Stella ed il ghiacciaio della Ponciagna. L’andamento diventa quasi pianeggiante e procediamo fra pietre e fondo erboso, approssimandoci al torrente di fondovalle. Superato un vallone che scende alla nostra destra (m. 2140), ignoriamo una traccia che ci lascia sulla sinistra e, con qualche saliscendi, raggiungiamo un punto della valle nel quale il torrente sembra pigramente indugiare in una piana glaciale.

Dopo un tratto in piano, riprendiamo a salire molto gradualmente, incontrando un baitello diroccato ed attraversando alcuni torrentelli che scendono dal versante alla nostra sinistra.  La pendenza si fa un po’ più accentuata e l’andamento piega molto leggermente a destra (sud-sud-ovest). Dopo il guado del torrentello a quota 2270 metri il sentiero piega ancora un po’ a destra, assumendo l’andamento sud-ovest. Lo scenario accentua il senso di solitudine: alla nostra sinistra vediamo il piccolo ghiacciaio che si annida sul fianco occidentale poco sotto la Cima di Lago, mentre a destra è il versante orientale del pizzo Stella a mostrare tutta la sua imponenza. In mezzo, diritto davanti a noi, vediamo l’intaglio del Passo di Lei, che ospita il bivacco Chiara e Walter, meta di questa settima tappa: lo riconosciamo dal grande ometto che lo sorveglia sul lato sinistro.


Laghetto sotto il passo di Lei

Bivacco Chiara e Walter

Bivacco Chiara e Walter

Il sentiero alterna tratti in salita a brevi discesa e propone il guado di altri torrentelli, fino ad un falsopiano a quota 2450 metri circa. Qui prendiamo per breve tratto a destra (ovest), poi di nuovo a sinistra (sud-ovest). Sul suo limite attraversiamo l’ennesimo torrentello e cominciamo ad affrontare un versante di sfaciumi, riprendendo la salita. Superato un valloncello, scavalchiamo un dosso morenico (m. 2480) e procediamo sempre in direzione sud-sud-ovest. Il sentiero qui si vede solo a tratti, e sono i segnavia e gli ometti a suggerire la direttrice più agevole. Superato un valloncello a quota 2550, pieghiamo decisamente a sinistra (direzione sud-est), affondando un versante di massi più consistenti. Poi, a quota 2610 circa, pieghiamo a destra e, procedendo verso sud, risaliamo il largo vallone che scende dal passo, puntando al grande ometto che lo sorveglia.


Bivacco Chiara e Walter

Bivacco Chiara e Walter

Discesa al lago di Acquafraggia

Procediamo alla destra del torrentello che scende da un laghetto sul passo, mentre il vallone si restringe; ci portiamo quindi alla sua sinistra ed approdiamo alla riva settentrionale del laghetto di Lei, il più grande di un sistema di pozze disseminate fra i roccioni levigati. Stupisce l'elegante scalinatura del sentiero, che non ci aspetteremmo in un luogo così remoto dall'umano consorzio. Stupisce assai meno se consideriamo che oggi questi luoghi hanno solo un interesse escursionistico, ma in passato il passo viveva di una vita legata al frequente transito degli armenti che dalla bassa Val Bregaglia salivano fin qui e si portavano ai ricchi pascoli della Val di Lei (di proprietà del comune di Piuro ed assai più ampi prima della costruzione dell'enorme invaso che ne occupa dalla metà del secolo scorso il fondo).
Procediamo diritti verso sud, seguendo la riva orientale del laghetto fino al suo bordo, poi, superate alcune pozze e con qualche saliscendi, sempre seguendo segnavia ed ometti, ci troviamo di fronte il lato posteriore del bivacco Chiara e Walter (m. 2660), ben visibile nel suo colore giallo brillante.  Sul versante opposto si apre un mondo diverso. Non è più la Valle Spluga, ma la bassa Val Bregaglia.

Il bivacco è stato posto qui nel 1982 dalla sezione di Chiavenna del CAI, ed è dedicato alla memoria di Chiara Giuriani e Walter Borzi. Dotato di 9 posti-letto, coperte, gas e cassetta medicinali, è un ottimo punto di appoggio per le traversate in questo settore, dal momento che l'accesso al passo dal versante italiano richiede sempre diverse ore di marcia. Serve ottimamente anche per l'ascensione al pizzo Stella dal crinale sud-orientale.
In questo luogo, perso nella solitudine delle solitudini, attendiamo l’ultimo tramonto del trekking, che non mancherà di sorprenderci ancora, perché ogni volta che la luce si spegne si rinnova uno stupore profondo.


La Val di Lei ed il pizzo Stella (a destra)

TERZA GIORNATA: BIVACCO CHIARA E WALTER-FRACISCIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in salita/discesa
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Biv. Chiara e Walter-Passo d'Avero-Alpe d'Avero-Motto di Bondeno-Gualdera-Fraciscio
7h
450/1780
E
SINTESI. Dal bivacco Chiara e Walter (m. 2660), seguendo la mulattiera scalinata e poi il sentiero segnalato verso sud-sud-est e sud est, scendiamo lungo un vallone in direzione dell'ampia e splendida conca dell'Acquafraggia, che ospita il ben visibile e grande lago omonimo. Restando sul lato sinistro (per noi) del vallone, superiamo il versante di sfasciumi e proseguiamo tranquillamente su un ampio declicio di pascoli, fino a giungere in vista del laghetto di Piangesca e dell'omonimo alpeggio (m. 2097). Qui lasciamo alla nostra sinistra l'itinerario per il lago e l'alpe dell'Acquafraggia, e prendiamo a destra, in direzione ovest, seguendo i segnavia bianco-rossi. Procediamo piegando leggermente a sinistra, in direzione sud-ovest e, risalito un valloncello, lo attraversiamo verso sud; sul lato opposto, pieghiamo a sinistra (sud-est), tornando per breve tratto in direzione del lago di Acquafraggia. Raggiunto il filo di un dosso, pieghiamo a destra, procedendo a sud-ovest ad attraversando un secondo vallone. Sul lato opposto, dopo un breve tratto pieghiamo a ncora a destra, raggiungendo il filo del crinale che scende dal promontorio quotato 2384 metri. Piegando a destra (ovest), tagliamo in diagonale il ripido versante erboso dell'alta Valle dell'Acqua Calda, esposto a sud, perdendo leggermente quota. Dopo leggera risalita, doppiamo un costone che ci fa accedere all'alta valle di Carmezzano e passiamo poco a monte delle baite di Carmezzano (m. 2121). Raggiunto il centro della valle, procedendo sempre con attenzione (i versanti sono ripidi ed insidiosi), affrontiamo, sul versante opposto, la breve salita che ci porta al passo d'Avero (m. 2332). Dall'ampia sella del passo cominciamo la facile discesa in Val d’Avero, tenendo più o meno il centro di un ampio canalone (direzione nord-ovest), finché, giunti in vista di un masso centrale, quotato 1890 metri, pieghiamo a sinistra e passiamo alla sua sinistra, procedendo su un terreno di massi e macereti. I segnavia dettano il percorso più comodo, che comunque mantiene la direzione ovest. Superata una fascia di larici, siamo in vista della parte alta delle baite Avero (m. 1678), che raggiungiamo scendendo l'ultima fascia di prati. Dal limite alto delle baite procediamo, ora, a ridosso del recinto in legno, scendendo verso destra. Ci portiamo al limite alto di sinistra (nord-est) delle baite di Avero e troviamo la partenza di un sentiero che supera due rami del torrente e procede con saliscendi in una macchia di larici e su un brullo versante, fino al pianoro del Motto di Bondeno (m. 1786). Seguiamo ora la carozzabile che scende passando a monte di Bondeno di Fuori (m. 1660). Poco più avanti, vediamo, sempre in basso, le baite e la chiesetta di Bondeno di Mezzo (m. 1636) ed infine il nucleo maggiore, Bondeno di Dentro (m. 1635). Poco oltre vediamo sulla sinistra della carozzabile un sentierino che scende per via più diretta. Seguendolo, raggiungiamo la parte alta dei prati di Palù (m. 1434), dove termina anche la pista, innestandosi sulla strada asfaltata che sale da Campodolcino e Gualdera. Seguendo la strada, scendiamo al nucleo di Gualdera (m. 1403). Vediamo a sinistra della strada un laghetto. Guardiamo a destra e vedremo la partenza di una pista. La imbocchiamo lasciano la strada asfaltata. La pista scende gradualmente verso nord-est, affacciandosi alla media Val Rabbiosa. Rivediamo davanti a noi Fraciscio e passiamo a destra dei prati e delle baite di Mottala, fino a raggiungere il torrente Rabbiosa presso un tornante sx della strada asfaltata Campodolcino-Fraciscio. Superato il ponte, saliamo diritti verso le case più basse di Fraciscio, per poi confluire nella strada asfaltata, seguendo la quale fino al suo termine risaliamo al parcheggio di Soste dove abbiamo lasciato l'automobile.

L'ultima tappa dell'anello del pizzo Stella coincide con la prima parte dell'ottava ed ultima tappa del Trekking della Valle Spluga, che dal bivacco Chiara e Walter scende fin nei pressi del lago di Acquafraggia, traversa al passo di Avero e scende all'alpe Avero. Qui i due itinerari si separano: prendiamo a destra e traversiamo al Motto di Bondeno, per poi sfendere agli alpeggi di Bondeno, a Gualdera ed infine a Fraciscio, dove l'anello si chiude.


Avero

Dal bivacco Chiara e Walter (m. 2660), seguendo la mulattiera scalinata e poi il sentiero segnalato verso sud-sud-est e sud est, scendiamo lungo un vallone in direzione dell'ampia e splendida conca dell'Acquafraggia, che ospita il ben visibile e grande lago omonimo. Restando sul lato sinistro (per noi) del vallone, superiamo dunque il versante di sfasciumi e proseguiamo tranquillamente su un ampio declicio di pascoli, fino a giungere in vista del laghetto di Piangesca e dell'omonimo alpeggio (m. 2097). Qui lasciamo alla nostra sinistra l'itinerario per il lago e l'alpe dell'Acquafraggia, e prendiamo a destra, in direzione ovest, seguendo i segnavia bianco-rossi. Procediamo piegando leggermente a sinistra, in direzione sud-ovest e, risalito un valloncello, lo attraversiamo verso sud; sul lato opposto, pieghiamo a sinistra (sud-est), tornando per breve tratto in direzione del lago di Acquafraggia.


Alpe Piangesca

Alpe Piangesca

Laghetto della Piangesca

Lago dell'Acquafraggia

Lago dell'Acquafraggia

Alpe Piangesca

Raggiunto il filo di un dosso, pieghiamo a destra, procedendo a sud-ovest ad attraversando un secondo vallone. Sul lato opposto, dopo un breve tratto pieghiamo a ncora a destra, raggiungendo il filo del crinale che scende dal promontorio quotato 2384 metri. Piegando a destra (ovest), tagliamo in diagonale il ripido versante erboso dell'alta Valle dell'Acqua Calda, esposto a sud, perdendo leggermente quota. Dopo leggera risalita, doppiamo un costone che ci fa accedere all'alta valle di Carmezzano e passiamo poco a monte delle baite di Carmezzano (m. 2121).

Raggiunto il centro della valle, procedendo sempre con attenzione (i versanti sono ripidi ed insidiosi), affrontiamo, sul versante opposto, la breve salita che ci porta al passo d'Avero (m. 2332). Dall'ampia sella del passo cominciamo la facile discesa in Val d’Avero, tenendo più o meno il centro di un ampio canalone (direzione nord-ovest), finché, giunti in vista di un masso centrale, quotato 1890 metri, pieghiamo a sinistra e passiamo alla sua sinistra, procedendo su un terreno di massi e macereti. I segnavia dettano il percorso più comodo, che comunque mantiene la direzione ovest. Superata una fascia di larici, siamo in vista della parte alta delle baite Avero (m. 1678), che raggiungiamo scendendo l'ultima fascia di prati.


Sella di quota 2384

Sella di quota 2384 e pizzo Somma Valle

Traversata della Val Carmezzano

Traversata della Val Carmezzano

Traversata della Val Carmezzano

Traversata della Val Carmezzano

Discesa dal passo d'Avero

Discesa dal passo d'Avero

Discesa dal passo d'Avero

Dall limite alto delle baite procediamo, ora, a ridosso del recinto in legno, scendendo verso destra fino al limite settentrionale dell'alpe, dove troviamo il punto di arrivo del sentiero utilizzato normalmente per accedere all'alpe, partendo dal Palù di Gualdera o, se siamo autorizzati, dal parcheggio del Motto di Bondeno.


Avero

Troviamo anche alcuni cartelli escursionistici: il più alto segnala il percorso prima menzionato, che scende a Dalò in 3 ore, a Pianazzola in 3 ore e 45 minuti o a San Giacomo sempre in 3 ore e 45 minuti; segue il cartello del percorso B27, che sale al passo di Avero in 2 ore, traversa a Carmezzano in 2 ore e 20 minuti e scende al lago dell'Acquagraggia in 3 ore; il terzo cartello si riferisce al sentiero che abbiamo percorso, e dà Cimaganda ad un'ora e 20 minuti; il quarto, infine, segnala che percorrendo il sentiero a pochi metri si traversa in 40 minuti al Motto di Bondeno ed in un'ora e 10 minuti a Gualdera.


Bondeno di Mezzo

Ed è proprio questo il sentiero che possiamo sfruttare, se non vogliamo tornare per la medesima via di salita. Questa alternativa richiede un'ora abbondante di cammino in più (3 ore contro 2 scarse), ma offre due vantaggi: ci evita la penosa (per le nostre ginocchia) discesa sul versante di Cimaganda e, cosa di maggior pregio, ci porta a conoscere gli splendidi alpeggi di Bondeno, Palù e Gualdera, vere perle della Val di Giüst. Imbocchiamolo, dunque. La traversata propone diversi saliscendi, ma ha un andamento complessivo a salire, in quanto porta al Motto di Bondeno, che è posto a 1786 metri, quindi più in alto di Avero. Si tratta di un poggio quasi sospeso sull'abisso, come possiamo vedere bene da Avero. Superati due rami del torrente Avero su comodi blocchi e su un bel ponte in pietra (ricordiamoci di richiudere il cancelletto), iniziamo la traversata, nel cui primo tratto restiamo entro il rassicurante abbraccio di un bosco di larici, incontrando anche una fresca fontanella. Il bosco poi gradualmente prende congedo, consegnandoci ad un versante brullo e scosceso. Diverso, qui, sono i passaggi esposti, ma il sentiero è molto largo e corredato da corrimano sul lato esposto o su quello verso monte. Non mancano però i passaggi suggestivi, fra cui il Crot de la Meràas, grande masso-ricovero che, come recita un cartello, costituisce “luogo di sosta e di riflessione per uomini e capre”. Siccome però, per il noto sillogismo dell'escursionista, non siamo capre ma neppure siamo sicuri del nostro essere uomini (come? Non conoscete il sillogismo? Eccolo: il cane è il migliore amico dell'uomo; il cane abbaia furioso contro l'escursionista; l'escursionista, dunque, ...), tiriamo diritti.


Palù

Superati alcuni valloni, raggiungiamo infine la spianata dei prati del Motto di Bondeno (m. 1786), dove un ampio parcheggio segnala che qui giunge una carozzabile che parte da Gualdera. E si aprono scenari più dolci, domestici, tranquillizzanti. Si tratta ora di seguire, per un buon tratto, la carozzabile con fondo in cemento che, come detto, è chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati. Dopo aver incontrato, sulla sinistra, la pista che confluisce sulla carozzabile dalla cava di Pianello, vediamo, in basso, sempre a sinistra, un cocuzzolo di prati con un nucleo di baite: è l'alpe di Bondeno di Fuori (m. 1660). Poco più avanti, vediamo, sempre in basso, le baite e la chiesetta di Bondeno di Mezzo (m. 1636) ed infine il nucleo maggiore, Bondeno di Dentro (m. 1635). Guardando davanti a noi, riconosciamo, lontane, a nord-ovest, alcune delle più importanti cime della Val di Giüst, dai gemelli Pizzi Piani, proseguendo in senso orario, ai pizzi Ferrè e Tambò, per finire con il gruppo del Suretta, che si comincia ad intravvedere. Superata la pista che si stacca dalla carrozzabile per raggiungere le vicine baite di Bondeno di Dentro, troviamo, poco più avanti, la segnalazione di un sentiero che se ne stacca per scendere più diretto verso Palù e Gualdera. Lo imbocchiamo. In diversi punti riaggancia la pista per sganciarsene subito. Alla fine, usciamo dallo splendido bosco di larici nella parte alta dei prati di Palù (m. 1434), dove termina anche la pista, innestandosi sulla strada asfaltata che sale da Campodolcino e Gualdera. Il luogo è splendido e d'estate molto frequentato da villeggianti. Seguendo la strada, scendiamo al nucleo di Gualdera (m. 1403), che superiamo, raggiungendo una zona di terreno torboso con due belle pozze.


Laghetto di Gualdera

Le pozze sono a sinistra della strada. Guardiamo a destra e vedremo la partenza di una pista. La imbocchiamo lasciano la strada asfaltata. La pista scende gradualmente verso nord-est, affacciandosi alla media Val Rabbiosa. Rivediamo davanti a noi Fraciscio e passiamo a destra dei prati e delle baite di Mottala, fino a raggiungere il torrente Rabbiosa presso un tornante sx della strada asfaltata Campodolcino-Fraciscio. Superato il ponte, saliamo diritti verso le case più basse di Fraciscio, per poi confluire nella strada asfaltata, seguendo la quale fino al suo termine risaliamo al parcheggio di Soste dove abbiamo lasciato l'automobile.

Appendice I: la Val di Lei

Luigi Brasca, nella monografia “Le montagne di Val San Giacomo” (CAI di Torino, 1907) così descrive la Val di Lei agli inizi del XX secolo, cioè ben prima della costruzione della grande diga: “Strana valle questa, grande distesa di pascoli lunga forse 15 chilometri, col fondo quasi piano, dove scorre lentamente un ramo del Reno, colle scarse baite aggrappate miseramente a tratti; migliaia e migliaia di pecore, di capre, di bovini riuniti in greggi e mandrie irrequiete pascolano su pei fianchi dei monti, e, la sera, si addossano alle alpi, intorno ai focolari dei pascoli lombardi; e nell’oscurità tintinnano le campane squillanti in mille toni, che capre e pecore e giovenche portano al collo e che scuotono, ruminando. Appena varcato il ponte alla fine della vallata, cessa l’idioma lombardo, e compare il gutturale suono della lingua nordica o quello strano dell’antico romancio.”
Dall’incantevole e ben più recente volumetto di don Abramo Levi, “Spartiacque”, (L’Officina del Libro, Sondrio, 2004), raccogliamo queste preziose annotazioni sulla Val di Lei:
Per la verità il manoscritto parlava molto di Valpiana, ma quella Valpiana ormai non esisteva più. Era diventata. proprio quel che recitava il suo toponimo Valle di Lej ( e in romancio Lej significa lago). L'acqua sommergeva il fondo della valle e risaliva lungo le due pendici a ricoprire il territorio che aveva costituito il pascolo più sostanzioso per le vaccine.


Val di Lei e pizzo Stella (a destra)

Tutto quello che il manoscritto raccontava si riferiva alla valle prima dell'invaso, prima che il fiume Reno fosse stato fermato, imbrigliato dalla diga e costretto a tornare su se stesso. Quelli che avevano assistito al primo invaso avevano potuto osservare questa parodia di trasgressione geologica, per cui l'acqua rioccupava flaccida e sordida i rivi e i valloncelli dai quali era scesa limpida e garrula. Li rioccupava con movimento lentissimo, recessivo e trasgressivo a un tempo. Così dovevano essere le acque del diluvio quando salivano e salivano a sommergere ogni forma di vita, trasgressive verso chi era stato trasgressivo, uomini e animali. Chi si trovava là in valle quando l'acqua era penetrata nelle stalle, nei cascinali, negli stazzi, aveva visto ermellini, puzzole, e topi, soprattutto topi, uscire a frotte dalle loro sedi e cercar riparo sulle travi: avanti e indietro in cerca di un passaggio inesistente, e infine giù con un tonfo nell'acqua putrida, ad imputridirla ancora di più...
Uno degli alpeggi – e per la verità neanche il più grosso e attrezzato – si chiamava 'Palazzo', toponimo che non ha la pur minima corrispondenza con le abitazioni, ma ne ha invece con la storia, se si è bravi ad interrogarla. La Val di Lej infatti era in gran parte proprietà dei nobili Vertemate, i quali avevano a Piuro in val Bregaglia il loro palazzo favoloso e realissimo, come favolosa e realissima era stata la frana che nel 1618 aveva sepolto il lussuoso borgo. C'è dunque un aggancio fra questo toponimo della Val di Lej e la storia di Piuro.
Ma come era iniziata questa storia? Piuro fu ab antiquo un borgo illustre, voglioso di competere con Chiavenna. Si sa di una fiera lite tra i due borghi, quando Piuro avanzò la pretesa al titolo di arcipretura, cioè di chiesa plebana, con proprio Capitolo. Cosa significasse un 'Capitolo' lo si può dedurre dal fatto che il Capitolo, cioè il gruppo dei canonici di Chiavenna, aveva il diritto di 'decima' sui prodotti dell'alpe Angeloga. E questo sin dal '300. Il nuovissimo Capitolo di Piuro ebbe fra le sue fonti di sostentamento alcuni alpeggi della Val di Lej, di fresco riscattati dalla dominazione dei conti di Sargans. Non si deve pensare,  per questo, che i preti e gli arcipreti fossero delle sanguisughe. Alle loro spalle ribollivano le irrequietezze, l'orgoglio, i campanilismi di popolazioni che lottavano, quali per la parità, quali per l'egemonia.
Fu dunque un segno di intraprendenza da parte della gente di Piuro l'aver esplorato la Valle che dal valico scende verso la Svizzera, l'averla disboscata e resa pascoliva. Infine gli svizzeri si accorsero di quanto la valle era mutata, e avanzarono pretese di possesso sotto forma di enfiteusi, appartenendo il territorio al bacino orografico svizzero.
Fu dall'enfiteusi che il Capitolo di Piuro si liberò, con atto notarile che porta la data del 16 luglio 1461. Se si guarda una cartina geografica un po' dettagliata, si può constatare come la proprietà del Capitolo di Piuro in valle di Lej confina, su al valico, con la proprietà del Capitolo di Chiavenna in Angeloga.

Appendice II: la leggenda della Val di Lei

Esiste, in Valchiavenna, una valle dal nome singolare, la valle di Lei, la cui denominazione allude ad una figura femminile (o parrebbe alludere: in realtà il toponimo significa "lago"). Sull’identità di questa figura, però, le spiegazioni divergono.
Una prima storia rimanda ad uno sfondo storico assai lontano nel tempo, cioè all’epoca della dominazione romana della Rezia. Ne è infelice protagonista la moglie di un soldato romano, un centurione di stanza in val Ferrera, attualmente in territorio svizzero. Costei tradì il marito, che non la prese affatto bene e le inflisse una punizione terribile: la rinchiuse in una caverna e la lasciò morire lì.
Passarono circa mille anni, prima che alcuni pastori di Piuro (i pascoli della valle di Lei, assai pregiati, sono, infatti, nel territorio di tale comune) rinvenissero quel che restava della sventurata, sopra l’alpe del Scengio. Come abbiano fatto a ricostruire la vicenda che aveva portato alla tragica fine, non ci è dato sapere: la scoperta, però, suscitò tale impressione e mosse gli animi a tali sentimenti di pietà, che la valle, da allora, assunse il nome che doveva ricordare lei, la donna che trovò nel cuore dei suoi monti la propria tomba.
Da allora quando il vento sibila e pare produrre gemiti lamentosi, i pastori dicono che è l'anima di "lei", un'anima in pena, che piange per il suo tradimento e la sua terribile sorte (cfr. Martino Fattarelli, "Intese e discordie lungo i millenari confini del chiavennasco", in "Clavenna", n. 14, del 1975, e E. Simonetti-Giovanoni, "Almanacco dei Grigioni Italiani", Poschiavo, 1975, pp. 97-98).
Esistono, però, almeno un paio di altre leggende, che ci portano a scenari decisamente più fantastici, anche se non meno tragici (cfr. “C'era un volta, Vecchie storie e leggende di Valtellina e Valchiavenna”, ed. a cura del Comune di Prata Camportaccio, Sondrio, Bonazzi Grafica, dicembre 1994).
La prima ci presenta un tempo in cui la valle godeva di un clima particolarmente favorevole e caldo, ed era quindi particolarmente prospera. Vi dimorava allora una principessa, che possedeva consistenti ricchezze. Purtroppo le situazioni felici, anche nel mondo fantastico delle leggende, non sono mai durature, ed ecco, quindi, entrare in scena un perfido mago, che le intimò di consegnarle tutto l'oro. Inizialmente la principessa resistette alla sua prepotenza, ma quando questi minacciò di congelare la sua bella valle, fu presa dalla paura e cedette.
Aver donato tutto il suo oro, però, non le valse a nulla, perché il mago si fece avanti ancora, con pretese maggiori: questa volta voleva l'intera valle. Questa volta la principessa rispose che non avrebbe mai acconsentito a cedere la sua bella valle. Questo rifiuto segnò il suo destino, perché il mago la uccise. Era tanto malvagio, che neppure volle godersi la valle conquistata con il sopruso, preferendo godersi il gusto di un atto di malvagità gratuita: usò, infatti, le sue arti magiche per stendervi sopra una coltre di ghiaccio. Da allora, in memoria della sua ultima sventurata principessa, la valle assunse l'attuale denominazione.
Una seconda leggenda spiega il nome con una vicenda per certi versi analoga. Questa volta la protagonista è una ragazza di grande bellezza, che abitava sul versante montuoso che scende ad oriente del pizzo Groppera, la vetta che segna il confine sud-occidentale della valle. La sua bellezza non sfuggì ad un malvagio stregone, che passò un giorno nella valle, e che le chiese di sposarlo. La ragazza oppose un netto rifiuto, anche perché, come tutti gli esseri malvagi nell'universo delle leggende, costui era davvero brutto. Brutto e vendicativo: non ci pensò su due volte, e trasformò la ragazza in una grande massa di ghiaccio, in un vero e proprio ghiacciaio. Anche in questo caso alla sventurata venne tributato l'omaggio del ricordo nel nome della valle.
Una terza ed ultima leggenda è riportata nella bella raccolta “C'era un volta, Vecchie storie e leggende di Valtellina e Valchiavenna”, ed. a cura del Comune di Prata Camportaccio, Sondrio, Bonazzi Grafica, dicembre 1994, con contributi di diverse scuole della Provincia di Sondrio (quello riportato è della Scuola Media Bertacchi di Chiavenna):
"Un tempo si diceva che i "malspirit", cioè gli spiriti maligni, erano stati confinati nel posto più tetro della Val di Lej. Qui essi si divertivano a tendere scherzi e tranelli alle persone di passaggio. Il mio bisnonno quasi quasi cascò in uno di questi tranelli. Un giorno infatti giunse alla bocchetta che porta alla Val di Lej quando, improvvisamente, su un burrone, vide una scure conficcata nella roccia. Lui però non la prese, anche se all'inizio gli era venuta la tentazione di farlo per portarla a suo figlio. Si ricordò per fortuna che gli avevano detto che i "malspirit" lasciavano delle scuri in posti pericolosi come quello, per far sì che chiunque tentasse di prenderle, cadesse nel burrone."
Le prime due leggende prendono spunto dalla presenza, nella valle, di ghiacciai, in particolare di quello della Ponciagna, che occupa il vallone dello Stella, il quale, a sua volta, scende dal versante settentrionale del pizzo Stella (m. 3163), ed il ghiacciaio della cima di Lago (m. 3083), che presidia l'angolo di sud-est della valle. Le diverse leggende fiorite sull'origine del suo nome testimoniano della singolarità della valle, che, idrograficamente appartiene al territorio elvetico, essendo tributaria del bacino del Reno, mentre politicamente appartiene all'Italia. Un accordo italo-svizzero, però, ha riservato alla Svizzera il diritto di sfruttamento idroelettrico delle acque della valle. Lo sbarramento dell'enorme invaso (dalla capacità di 197 milioni di metri cubi d'acqua) che occupa il fondovalle, infatti, è in territorio svizzero, ed è stato realizzato fra il 1958 ed il 1961. La valle, orientata a nord, è chiusa, ad oriente, dalla costiera che dallo Schahorn (m. 2836) scende alla cima di Lago (m. 3083) e ad occidente da quella che dal pizzo Motta (m. 2835) scende ai pizzi Groppera (m. 2948) e Stella (m. 3136).

Appendice III: la battaglia dell'Angeloga

La profonda quiete bucolica della piana di Angeloga suggerisce stati d’animo improntati alla serena meditazione, ispira un senso di pace che sembra tanto spesso legato alla natura ed ai suoi spettacoli. Senso di pace che, però, in una lontana mattinata di oltre sessant’anni fa, e precisamente nell’aprile del 1945, venne turbata da un fatto d’armi, passato alla storia come battaglia di Angeloga, che si inscrive fra gli ultimi atti della tragica lotta fra partigiani e repubblichini durante la seconda guerra mondiale.
Per capirne gli antefatti bisogna considerare il contesto di quell’aprile che si sarebbe concluso con la liberazione dell’Italia settentrionale dal regime nazifascista espresso dalla Repubblica di Salò. Alessandro Pavolini, segretario del Partito Fascista Repubblicano, aveva elaborato un piano di resistenza estrema contro l’avanzata degli Alleati. Tale piano prevedeva la costituzione di un Ridotto Alpino Repubblicano proprio in Valtellina e Valchiavenna, dove avrebbero dovuto asserragliarsi le residue forze fasciste e naziste in attesa di una ormai improbabile svolta clamorosa della guerra legata alle misteriose armi in allestimento in Germania. Di fatto tale progetto, che prevedeva opere di fortificazione, non venne attuato, nonostante i preparativi dello stesso Pavolini, che venne a Sondrio il 5 aprile, ma determinò un movimento di truppe che fu all’origine di diversi scontri con i partigiani, fra i quali, appunto, la battaglia citata.
Affluirono, infatti, in Valtellina e Valchiavenna numerose truppe delle Brigate Nere, cui si affiancavano truppe tedesche, e vennero pianificate azioni di rastrellamento finalizzate a ripulire della presenza partigiana la Valchiavenna e la Bassa Valtellina. Il fine non era solo quello resistenza ad oltranza: il controllo di queste zone avrebbe, infatti, anche consentito, attraverso il passo dello Spluga o la Val Bregaglia, una fuga in Svizzera dei maggiori esponenti del regime repubblichino, per sfuggire alla cattura in caso di disfatta. I partigiani controllavano l’intera Valle di S. Giacomo: loro obiettivo era, in particolare, quello di tener liberi dalla presenza nazifascista la Val di Lei ed il Pian dei Cavalli, luoghi idonei per un lancio paracadutato di armi, promesso dagli Alleati, nell’ottica dell’offensiva finale contro la Repubblica di Salò. La Val di Lei assunse, dunque, in quelle settimane una rilevanza strategica, e siccome il più agevole accesso alla valle era (ed è) il passo dell’Angeloga, per impedirne l’occupazione venne stanziato, nel rifugio C.A.I. Chiavenna all’alpe Angeloga, un presidio composto da una ventina di partigiani.
Il temuto rastrellamento partì, con ingenti forze (500 fascisti e 200 tedeschi circa), all’alba del 19 aprile, lungo tre direttrici, Savogno, la Val d’Avero ed il fondovalle. Dal 21 al 23 aprile Campodolcino, Medesimo e Montespluga vennero occupati dalle forze nazifasciste, che si erano così aperte il passaggio per la Svizzera (anche se il passo dello Spluga, ancora innevato, non era transitabile con mezzi meccanici). Era invece fallito il tentativo di passare in Val di Lei dal passo di Lei, a monte del lago dell’Acquafraggia.
Ecco, allora, il tentativo di passare per l’Angeloga, operato da una compagnia speciale della Milizia di Dongo, composta da oltre 100 uomini, che da Medesimo risalì le pendici del pizzo Groppera, sorprendendo, nella nebbiosa mattina del 26 aprile, il presidio partigiano dell’Angeloga. Un intenso fuoco di mitragliatrici, sostenuto anche da una mitragliera e da un mortaio da 81, costrinse i 20 partigiani a ripiegare 
Il racconto di questo tragico ripiegamento può essere affidato alle parole di un partigiano superstite, Guido Carnazza (Mosquito): Nicolin alla mia destra sparava e rideva, S’ciopp alla mia sinistra sparava e imprecava perché non si dava pace per aver lasciato in capanna uno zaino contenente una mezza forma di formaggio, che rappresentava la scorta di viveri segreta e di estrema emergenza. “Vado a prenderlo”, disse rabbiosamente. Gli urlai che era una follia, ma Sciopp schizzò ugualmente in basso verso la capanna. Sparavo, sparavo, ed il tempo non passava mai. Ad una decina di metri, sulla mia sinistra, in basso, ricomparve S’ciopp, che arrancava per il grosso peso sulle spalle. “Non ne posso più” gridò stremato dalla fatica. “Getta quello zaino” gli urlai. Pochi secondi dopo cadeva colpito da una raffica nemica. (Da un articolo di Guido Carnazza citato in “Antifascismo e resistenza in Valchiavenna, 1922-1945”, di Renato Cipriani, pubblicato dall’Officina del Libro di Sondrio nel 1999). Il ripiegamento partigiano, complice la nebbia, riuscì, a prezzo, però, di due morti (i sopra citati S’ciopp e Nicolin) e di numerosi feriti; i partigiani superstiti varcarono il passo dell’Angeloga e si attestarono in Val di Lei. I miliziani, invece, incendiarono il rifugio e le baite dell’alpe Angeloga, tornando alla sera a Medesimo. Milano era già stata liberata il giorno prima. Chiavenna venne liberata il giorno dopo.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line



Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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