CARTA DEL PERCORSO - ANELLO DEL PIZZO VARRONE - GALLERIA DI IMMAGINI -
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IL PIZZO VARRONE SENTINELLA DELLA STORIA


Pizzo e dente del Varrone

Il pizzo Varrone, con i suoi 2325 metri , non è fra le più alte e neppure fra le più imponenti cime delle Orobie occidentali, ma è una delle più significative dal punto di vista alpinistico, visto che la sua cima, ed ancor più l'ardito Dente che la affianca, si lascia raggiungere solo con una vera e propria scalata. Il suo profilo slanciato visto dall'alta Val Varrone disegna poi uno degli scenari più suggestivi di questo angolo della catena orobica.
Nei suoi pressi si trova la bocchetta di Trona ("buchéta de Truna") che, dal punto di vista storico, è il più importante fra i numerosi valichi che collegano i due versanti della lunga catena orobica. Tale importanza ha radici antichissime: di qui, infatti, passa quella via del Bitto che è stata, per molti secoli, la via di comunicazione terrestre più diretta e breve fra la Valtellina ed il basso Lario, il che vuol dire, poi, con Milano. Il suo primato cominciò ad essere intaccato solo in epoca medievale, con la costruzione di una strada sulla riva orientale del Lario, poi ampliata nel secolo XIX. Ma al tempo dei Romani questi temevano una calata dei barbari proprio da qui (e fortificarono diversi luoghi strategici della Valsassina), ed è a loro che risale la definizione di questo asse come “via gentium”, cioè via delle genti. Parrebbe strano, visto che si dipana nel cuore delle Orobie occidentali, fra Valsassina (o, più precisamente fra Val Troggia, Val Biandino ed alta Val Varrone) e Val Gerola, eppure è così.


Clicca qui per aprire una panoramica a 360 gradi dalla bocchetta di piazzocco, sul pizzo dei Tre Signori e sul pizzo Varrone

Qualche dato generale aiuta a comprendere l’importanza storica di questa direttrice. La via parte da Introbio, nel cuore della Valsassina, ma facilmente raggiungibile da Lecco (che dista circa 16 chilometri). Si sviluppa per 11,5 km da Introbio alla bocchetta di Trona (al confine fra le province di Bergamo e Sondrio), con un dislivello in salita di circa 1500 metri, e per 20 km dalla bocchetta di Trona a Morbegno, con un dislivello in discesa di circa 1900 metri effettivi (1800 sulla carta). In totale, 31,5 km circa, che, aggiunti ai 16 da Lecco ad Introbio, portano la distanza fra Lecco e Morbegno a 47,5 km.
Per la Via del Bitto, da Introbio, in Valsassina, a Morbegno passarono, nei secoli genti, mercanti ed eserciti. Fin dal primo apparire dei popoli che, salendo da sud, colonizzarono per primi questo questo lembo della catena orobica. Sembra che i primi siamo stati i Liguri, seguiti dai Celti e dagli Etruschi. Vennero, quindi, i Romani, ai tempi dell’imperatore Augusto. E, dopo di loro, venne la religione cristiana, predicata da S. Ermagora. Dopo la caduta dell’impero romano vennero i Goti, e dopo di loro i Longobardi, sconfitti dai Franchi: tutti passarono dalle valli orobiche, ed il valico della bocchetta di Trona era, fra tutti, il più praticato.


Dente del Varrone dall'alta Val Varrone

All’inizio del Quattrocento salirono dalla Val Varrone alla bocchetta di Trona truppe al soldo dei Rusconi di Como, ghibellini, per dar man forte alla loro fazione, prevalente a Morbegno e sulla sponda orobica della bassa Valtellina, contro la fazione guelfa, che prevaleva a Traona e sul versante retico: la loro calata in valle, però, venne bloccata dalla coalizione avversa, salita in Val Gerola. Nel 1431 fu la volta dei Veneziani, che, uniti ad un contingente di Valsassinesi, varcarono la bocchetta per scendere a conquistare la bassa Valtellina, possesso dei Visconti di Milano: furono però disastrosamente sconfitti nella sanguinosa battaglia di Delebio l’anno successivo, nel 1432. Passarono di qui, il secolo successivo, nel 1515, i mercenari svizzeri in rotta dopo la sconfitta subita nella battaglia di Melegnano da parte dei Francesi: scesi in bassa Valtellina, molti di loro riuscirono a riparare nella natia Svizzera.
Nel 1531 venne un esercito nella direzione opposta, cioè dalla bassa Valtellina: si trattava di 6000 uomini delle Tre Leghe, capitanati da Giorgio Vestari, che, per la Val Troggia scesero ad Introbio, tentando di conquistarla. Vanamente. Sempre dalla Valtellina salirono i funesti Lanzichenecchi, nell’anno più nero della storia di questa valle, perché vi portarono un’epidemia di peste che ridusse la sua popolazione complessiva a poco più di un quarto. Pochi anni dopo, nel 1635, furono gli Spagnoli in rotta, sconfitti dai Francesi a Morbegno in uno dei tanti fatti d’armi della fase valtellinese della Guerra dei Trent’Anni, a varcare la bocchetta di Trona per scendere in Val Varrone. Ed ecco subito dopo, l’anno successivo, che il francese Duca di Rohan, vincitore sugli Spagnoli, passò anch’egli di qui per calare poi in Valsassina ed assumerne il controllo. È l’ultimo transito significativo di armati. Poi più nulla. Ora passano solo i ben più miti escursionisti, lasciando impressioni ammirate ma anche, talvolta, qualche rifiuto davvero indesiderato.


Ex-fortino della linea difensiva Cadorna sopra la bocchetta di Trona

Una nota linguistica: il toponimo "Trona" è, in questi luoghi, tanto diffuso da essere riferito, oltre alla bocchetta, ad un pizzo, ad un lago ed ad un'alpe; esso deriva da "truna", che significa "ricovero", "luogo riparato", ma anche "cunicolo", e si riferisce, qui, ai cunicoli delle miniere di ferro sfruttate in passato.
Attorno a questa fascinosa vetta ed alla bocchetta così densa di storia è possibile stringere un elegante anello escursionistico che, a seconda dei punti di partenza, può configurarsi di medio o di elevato impegno fisico. Raccontiamo la versione più lunga, che ha come punto di partenza la Val Gerola; dai rifugi FALC e Santa Rita è possibile percorrerlo in un tempo pressoché dimezzato. L'anello potrebbe anche essere chiamato anello dei tre rifugi, perché tocca appunto i tre rifugi sopra menzionati.

L'ANELLO DEL PIZZO VARRONE

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Laveggiolo-Rifugio di Trona Soliva-Bocchetta di Trona-Bocchetta della Cazza-Lago di Sasso-Sent. Cardinal Ferrari-Bocchetta di Piazzocco-Rifugio FALC-Lago d'Inferno-Rifugio di Trona Soliva-Laveggiolo
9-10 h
1050
E
SINTESI. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo a Gerola Alta e all'uscita dal paese lasciamo la strada per Pescegallo per prendere a destra, imboccando la strada che termina a Laveggiolo, dove parcheggiamo (m. 1471). Ci incamminiamo sulla pista che procede verso ovest-sud-ovest, in direzione dell'imbocco della Val Vedrano, lasciandola però non appena vediamo sulla sinistra un sentiero che se ne stacca traversando più basso fino al torrente Vedrano, che supera su un ponticello, per poi salire sul versante opposto e tagliare più volte la pista. Alla fine restiamo sulla pista e giungiamo così alla casera quotata 1865 e proseguiamo sul tracciato che si inoltra nella valle della Pietra, in direzione del rifugio Trona Soliva. La traversata, con qualche saliscendi, ci porta al grande edificio del rifugio di Trona Soliva (m. 1907). Proseguiamo sul sentiero segnalato, verso sud-ovest. Ad un bivio segnalato ignoriamo il sentiero che traversa alla diga di Trona e stiamo a destra, sul sentiero che aggira un dosso e risale il vallone che adduce alla bocchetta di Trona (m. 2092). Qui prendiamo a sinistra (indicazioni per i rifugi FALC e Santa Rita) e cominciamo a traversare sulla parte alta della Val Varrone, fino a trovare l'indicazione per il rifugio FALC. la ignoriamo a continuiamo la traversata alta sul sentiero segnalato, fino a raggiungere la bocchetta della Cazza: poco oltre vediamo il rifugio Santa Rita (m. 2000), Poco prima di raggiungere il rifugio, troviamo una deviazione a sinistra, segnalata da cartelli, che ci fa imboccare un sentiero che taglia il fianco montuoso e scende gradualmente al Baitello del Lago (m. 1844). Seguendo le segnalazioni saliamo poi verso il ripiano terminale della val Biandino, dominato, in alto, dal Pizzo dei Tre Signori. Passiamo poi a valle del fianco montuoso che, alla nostra sinistra, mostra un imponente movimento franoso, di cui ora conosciamo l’origine. Alla fine siamo al lago di Sasso (m. 1922). Seguendo i segnavia passiamo alla sua destra, stando leggermente alti, fra roccioni lisci e strisce di pascolo. Lo lasciamo alle spalle tagliando in diagonale da destra a sinistra la piana con pietraie a sud-est del lago. Raggiunto l'opposto versante (alla nostra sinistra) dell'alta Val Biandino imbocchiamo il sentiero che sale in diagonale, verso destra (est-sud-est), il ripido versante di macereti. A metà salita il sentiero comincia a piegare leggermente a sinistra e poco sotto i 2100 metri intercetta il ben segnalato Sentiero del Cardinale. Lo seguiamo verso sinistra (nord), attraversando alcuni valloncelli e tagliando un dosso, fino al ripiano con i segnalati roccioni che costituiscono la Grotta del Cardinale. Ignorata la deviazione a destra (cioè in direzione dell'ampio canalone a monte) per la bocchetta alta di Foppagrande, proseguiamo diritti, cioè verso nord e raggiungiamo il rudere del baitello suggestivamente detto "del Mago" o di Piazzocco (m. 2140). Superiamo poi un avvallamento e pieghiamo decisamente a destra (da nord-ovest ad est), salendo fino alla sella della bocchetta di Piazzocco (m. 2225), dalla quale ci riaffacciamo alla valle dell'Inferno. Scendiamo verso sinistra (nord) alla vicina bocchetta del Varrone, ripassando per il rifugio FALC. Risaliti alla bocchetta di Varrone, dobbiamo prestare attenzione ai segnavia: senza piegare a destra, verso il camminamento dello sbarramento, proseguiamo diritti, verso nord, tagliando un versante esposto e scendendo lungo un sentiero marcato, fino ad un bivio, al quale ignoriamo le indicazioni per il lago di Trona e Pescegallo e proseguiamo diritti con qualche saliscendi seguendo le indicazioni per il rifugio di Trona Soliva. Il sentiero ci porta al limite inferiore dell'alpe di Trona Soliva, ad un trivio al quale prendiamo a sinistra, salendo, in breve, al rifugio di Trona Soliva. Il ritorno a Laveggiolo avviene per la medesima pista seguita salendo. Si chiude così un anello che comporta un dislivello aprossimativo in salita di 1050 metri e richiede circa 10 ore di cammino (può essere quindi diviso in 2 giorni appoggiandosi al rifugio FALC o al rifugio Santa Rita).

AGGIORNAMENTO: la relazione sotto riportata ha un valore "storico" e va aggiornata: da diversi anni, infatti, la pista che si stacca dalla sterrata della Val Vedrano prosegue fino al rifugio Trona Soliva, ed ha quindi sostituito il sentiero preesistente.

Vediamo, ora, come salire alla bocchetta di Trona da Laveggiolo, passando per il rifugio Trona Soliva. Alla prima rotonda in ingresso a Morbegno (per chi procede verso Sondrio) prendiamo a destra, ed alla successiva di nuovo a destra. Olrepassato il ponte sul Bitto, imbocchiamo la strada provinciale 7 della Val Gerola, salendo fino a Gerola Alta. In uscita dal paese, subito dopo la chiesa di S. Bartolomeo ed il piccolo cimitero, lasciamo la strada principale e prendiamo a destra, su strada asfaltata che sale alle frazioni alte ad ovest del paese. Dopo pochi tornanti passiamo a destra della località Castello (“castèl”, nucleo già citato in un documento del 1323); ignorata la deviazione a destra per la località Case di Sopra (“li cà zzuri”, già citata nel 1333 e distrutta da una valanga nel 1836), incontriamo, quindi, nel successivo tratto la chiesetta secentesca di San Rocco (“san ròch”, m. 1395), su un poggio panoramico che guarda all’alta Val Gerola. I successivi tornanti destrorso e sinistrorso ci portano, infine, a Laveggiòlo (“lavegiöl”, m. 1470), dove troviamo un parcheggio al quale lasciare l’automobile.
L’antico nucleo è citato già in un documento del 1321, dove risulta costituito  da tre nuclei famigliari, tutti Ruffoni, che discendono da un unico capostipite, tal ser Ugone. È collocato su una fascia di prati assai panoramica (il colpo d’occhio sul gruppo del Masino e sulla testata della Val Gerola è davvero suggestivo), nella parte mediana del lungo dosso che scende verso est dalla cima del monte Colombana (“ul pizzöl”, m. 2385). Il suo nome deriva, probabilmente, da "lavegg", la nota pietra grigia molto utilizzata in Valtellina per ricavarne piatti ed altri utensili.
Dalla spianata del parcheggio, dove si trova anche un’edicola del Parco delle Orobie Valtellinesi, parte una pista sterrata che si dirige verso l’imbocco della Val Vedràno (“val vedràa”), il cui torrente, omonimo, confluisce nel Bitto poco a nord di Gerola.
Si tratta di una pista chiusa al traffico; un gruppo di cartelli vicino a quello di divieto di accesso ci segnala, fra l’altro, che imboccando la pista percorriamo un tratto della Gran Via delle Orobie (G.V.O.) e insieme del Sentiero della Memoria (a ricordo del ripiegamento della 55sima brigata partigiana Fratelli Rosselli, che effettuò, nel novembre del 1944, la traversata Valsassina-Val Gerola-Costiera dei Cech-Valle dei Ratti-Val Codera-Svizzera), che ci porta, in un’ora e mezza, al rifugio di Trona Soliva; da qui, poi, con un’ulteriore ora di cammino, possiamo portarci al rifugio Falc. Incamminiamoci, dunque, sulla pista, fino a trovare, dopo un breve tratto, sulla sinistra, un cartello della G.V.O. che segnala la partenza di un sentiero (segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi) che se ne stacca per portarsi, con tracciato più diretto, al guardo del torrente Vedrano. Lo imbocchiamo e, dopo una breve e poco marcata discesa, procediamo quasi in piano, superando alcune baite; ad un bivio, presso una fontanella ed un casello del latte, ignoriamo la traccia meno marcata che sale verso destra (indicazione “Vedrano” su un masso), procedendo diritti. Superati in rapida successione due modesti corsi d’acqua, usciamo dal bosco e superiamo un torrentello, per poi scendere leggermente fino al ponticello di travi in legno che ci permette di superare il torrente Vedrano (m. 1541).
Sul lato opposto della valle troviamo subito, a destra, un’amena radura, con un tavolo in legno e due panche per chi volesse sostare; un’indicazione su un masso (“Castello”) segnala che giunge fin qui anche un sentiero che parte più in basso, dalla località Castello. Il sentiero, che qui diventa larga mulattiera, prende a salire sul fianco boscoso della valle, ingentilito da luminosi larici e, dopo un traverso a sinistra, propone una sequenza di tornanti dx, sx, e dx, prima di intercettare, a quota 1595, la medesima pista sterrata che abbiamo lasciato poco dopo Laveggiolo. Dopo un tornante a destra ed il successivo a sinistra, percorriamo un lungo traverso, superando un primo traliccio, un torrentello ed un secondo traliccio (si tratta della linea ad alta tensione che scavalca il crinale orobico in corrispondenza della bocchetta di Trona), presso una radura. Passiamo, poi, accanto alla baita isolata quotata 1725 metri. Una sosta ed uno sguardo alle nostre spalle ci permette di ammirare l’ottimo colpo d’occhio sulle cime del gruppo del Masino, dal pizzo Cengalo al monte Disgrazia.


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Dopo il successivo tornante a destra, troviamo, sulla sinistra, il cartello che segnala la ripartenza della mulattiera che abbiamo lasciamo un bel tratto sotto. Saliamo per un tratto verso sinistra, poi affrontiamo una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx ed usciamo dalla macchia di larici, attraversando una piccola radura fino ad una roccia affiorante, per poi volgere di nuovo a destra. Dopo un ultimo tornante a sinistra, raggiungiamo una radura con un tavolo in legno e due panche: siamo alla “furscèla” (m. 1888), cioè alla forcella, piccola bocchetta sul crinale che dal Piazzo (“piz di piàz”, m. 2269) scende verso est.
Ci affacciamo, così, sulla soglia settentrionale dell’ampio bacino dell’alpe di Trona e si apre davanti a noi l’intera testata della Val Gerola, che mostra, da est (sinistra), il monte Verrobbio (m. 2139), il pizzo della Nebbia (“piz de la piana”, m. 2243), i pizzi di Ponteranica (“piz de li férèri” o “piz ponterànica”, orientale, m. 2378, meridionale, m. 2372, occidentale, m. 2372), l’agile spuntone del monte Valletto (“ul valèt” o “ul pizzàl”, m. 2371), la compatta compagine della Rocca di Pescegallo (o Denti della Vecchia, “ul filùn de la ròca” o “denc’ de la végia”, cinque torrioni il più alto dei quali è quotato m. 2125 e che vengono visti come un unico torrione da Gerola, chiamato anche “piz de la matìna” perché il sole vi sosta, appunto, la mattina), i pizzi di Mezzaluna (“li mezzalüni”, vale a dire il pizzo di Mezzaluna, m. 2333, la Cima di Mezzo ed il caratteristico ed inconfondibile uncino del torrione di Mezzaluna, m. 2247), il pizzo di Tronella (“pìich”, m. 2311), il regolare ed imponente cono del pizzo di Trona (“piz di vèspui”, m. 2510) ed infine il più famoso ma non evidente, per il suo profilo tondeggiante e poco pronunciato, pizzo dei Tre Signori (“piz di tri ségnùr”, m. 2554, chiamato così perché punto d’incontro dei confini delle signorie delle Tre Leghe in Valtellina, degli Spagnoli nel milanese e dei Veneziani nella bergamasca).
Dopo qualche saliscendi, raggiungiamo un grande traliccio, a monte del quale si trova un frangi-valanghe in cemento, su cui è scritto “Rifugio di Trona 10 min.” Pochi metri più avanti, infatti, dopo una semicurva ci appare la struttura del rifugio: ci vien da pensare che 10 minuti è stima ottimistica, e ci vorrà almeno un quarto d’ora. Dopo aver superato il punto nel quale ci intercetta, salendo da sinistra, il sentiero che sale diretto dal fianco orientale della Val della Pietra (segnalazione su un masso), ci attende un’antipatica discesa (infatti ogni discesa diventa salita al ritorno!), che ci porta ad attraversare un torrentello, prima di riprendere a salire. Attraversato il torrentello, alziamo lo sguardo verso il crinale nel quale culminano gli alpeggi: vedremo, alla sommità di una sorta di enorme scivolo erboso, il profilo sfuggente del pizzo Mellasc. Poi un ultimo tratto con qualche saliscendi ci porta al grande edificio del rifugio di Trona Soliva (“casèri végi”, la Casera vecchia di Trona sulla carta IGM, m. 1907),
che offre i servizi di pranzo, di mezza pensione o pensione completa, con piatti tipici valtellinesi fatti in casa (pizzoccheri fatti a mano, gnocchi di patate al grano saraceno prodotti nel rifugio stesso, polente e carni, dolci fatti in casa) o classici della cucina italiana (lasagne, paste fresche all'uovo fatte in casa, ...). A 15 minuti dal rifugio c'è anche una palestra attrezzata di arrampicata su roccia. Diverse arrampicate con diversi gradi di difficoltà si trovano da mezz'ora di cammino in poi.
Dopo la sosta risotratrice, ci rimettiamo in cammino. Appena oltre il rifugio, si trova un bivio: il sentiero di sinistra (prosecuzione della G.V.O. e del Sentiero della Memoria) scende alla Casera nuova di trona (“li caséri”), dalla quale si può salire diritti alla diga di Trona e poi prendere a sinistra (Tronella e Pescegallo), si può salire a destra (rifugio Falc e pizzo dei Tre Signori) e si può, infine, scendere a sinistra in Valle della Pietra, fino a Gerola; il sentiero di destra, invece, non segnalato da cartelli, sale alla bocchetta di Trona.o sud ovest dalla casera, vediamo, invece, la cima del Piazzo, bel terrazzo panoramico sulla Val Gerola.
Per salire alla bocchetta di Trona dal rifugio proseguiamo diritti, seguendo il sentiero che assume, nel primo tratto, la direzione sud-ovest, per poi volgere a sinistra, dopo aver attraversato un torrentello, ed aggirare un crinale che si stacca dalla quota 2302 e scende verso nord-est. Oltrepassato il crinale, ci troviamo ai piedi di un ampio e facile canalone e lo risaliamo, passando alti, sulla destra, rispetto alla baita isolata di quota 2019 ("baita de varùn"), e guadagnando i 2092 metri della bocchetta di Trona, riconoscibile anche per il grande traliccio che sembra vegliarla. Soffermiamoci, ora, ad ammirare il versante retico, dove si impone buona parte della lunga testata del gruppo Masino-Disgrazia, sulla quale distinguono, da sinistra, il pizzo Cengalo, i pizzi Gemelli, i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr), la cima di Zocca, le cime di Castello e Rasica, i pizzi Torrone, il monte Sissone ed il monte Disgrazia, che si impone per la mole imponente.
Sul lato della bergamasca si apre, invece, un orizzonte assai vasto, che propone, in primo piano, l’ampia conca dell’alta Val Varrone, dove, a quota 1672, è posto il rifugio Casera Vecchia di Varrone. Si tratta di una struttura sempre aperta nella stagione estiva e nei finesettimana durante il resto dell’anno, che rappresenta un ottimo punto di appoggio per l’esplorazione delle Orobie occidentali. La discesa al rifugio può avvenire facilmente sfruttando un largo sentiero, anch’esso di notevole importanza dal punto di vista storico: si tratta dell’antica Strada del Ferro, poi denominata Strada di Maria Teresa.
A monte della bocchetta, qualche decina di metri più in alto, vediamo il rudere dell’ex-fortino militare fatto costruire nel 1917 nel contesto delle fortificazioni della linea Cadorna: si temeva, infatti, che, in caso di sfondamento del fronte dello Stelvio-Adamello, o di invasione della Svizzera, gli Austriaci avrebbero potuto dilagare, attraverso la Valtellina, nella pianura Padana, minacciando Milano. La linea orobica doveva, quindi, assicurare il versante delle Orobie bergamasche da possibili direttrici secondarie di attacco alla pianura padana, oltre che fungere da punto di partenza per eventuali controffensive. Il fortino divenne, dopo la guerra, una cappella. Sorse qui anche, nel 1924, Casa Pio XI, rifugio-colonia estiva della Federazioni Oratori Milanesi, che fu poi incendiata dai nazifascisti il 21 marzo 1944, per togliere ai partigiani un punto di appoggio. Per visitare l’ex-colonia Pio XI dobbiamo salire di qualche decina di metri dalla bocchetta, perché è collocato a quota 2122.
Le possibilità di proseguire l’escursione dalla bocchetta, però, non si esauriscono qui: potremmo puntare ad una visita al rifugio F.A.L.C. o al Santa Rita. Nel secondo caso, seguendo le indicazioni per il rifugio S. Rita, scendiamo per un tratto verso sinistra, per poi effettuare una lunga traversata (quota 2020-2040) dell'alta Val Varrone, ignorando la deviazione per il rifugio F.A.L.C. e quella successiva per la bocchetta di Piazzocco ("buchétìgn dul bùgher"). La traversata permette di ammirare il pizzo Varrone (m. 2325), il cui profilo severo è caratterizzato dall'inconfondibile Dente del Varrone, che, visto da qui, sembra, erroneamente, essere la cima principale. Terminata la traversata, ci ritroviamo, dopo una breve discesa, alla bocchetta della Cazza (termine dialettale che sta per "mestolo"), presso la quale sorge il rifugio S. Rita. Il dislivello complessivo da Laveggiolo è di 670 metri circa, mentre il tempo approssimativo è di tre ore.


Apri qui una fotomappa della traversata dal rifugio Santa Rita al lago di Sasso

Per proseguire nell'anello dobbiamo però tornare per breve tratto sui nostri passi. Poco prima di raggiungere il rifugio, giungendo dalla Val Varrone, si trova una deviazione a sinistra, segnalata da un cartello, che permette di imboccare un sentiero il quale compie una traversata sul fianco erboso della costiera Val Varrone - Val Biandino, perdendo con gradualità quota e portando al baitello del Lago (m. 1844). Poco oltre si comincia a salire dolcemente, si passa sul lato opposto (da sinistra a destra) del torrente Troggia e si raggiunge in breve il pianoro terminale della valle, occupato dal bellissimo lago di Sasso (m. 1922), che deve il suo nome alla sua forma, oppure ai grandi massi che vi sono caduti dentro dal versante destro. Il panorama è dominato dal pizzo dei Tre Signori (m. 2554) che da qui mostra il profilo forse migliore.


Dal lago di Sasso alla bocchetta di Piazzocco

Procediamo ora passando a destra del lago, un po' alti, su roccioni levigati, seguendo i bolli rosso-arancio e bianco-rossi. Accediamo così all'ampia conca a sud del lago. Un ampio arco ci permette di superare una scorbutiva pietraia e di addentrarci nel vallone, prima di volgere a sinistra (direzione est) ed attaccare il ripido versante di pascoli ai piedi della Foppagrande. La salita ci porta ad intercettare il cosiddetto Sentiero del Cardinale, che ci raggiunge da sinistra (dalla bocchetta di Piazzocco) e prosegue per la cima del pizzo dei Tre Signori.


Cima del pizzo Varrone dal Varrone delle Vacche

Seguendo i segnavia passiamo alla sua destra, stando leggermente alti, fra roccioni lisci e strisce di pascolo. Lo lasciamo alle spalle tagliando in diagonale da destra a sinistra la piana con pietraie a sud-est del lago. Raggiunto l'opposto versante (alla nostra sinistra) dell'alta Val Biandino imbocchiamo il sentiero che sale in diagonale, verso destra (est-sud-est), il ripido versante di macereti. A metà salita il sentiero comincia a piegare leggermente a sinistra e poco sotto i 2100 metri intercetta il ben segnalato Sentiero del Cardinale. Lo seguiamo verso sinistra (nord), attraversando alcuni valloncelli e tagliando un dosso, fino al ripiano con i segnalati roccioni che costituiscono la Grotta del Cardinale.


Apri qui una fotomappa del sentiero del Cardinale

Questo luogo di grande suggestione merita qalche nota di approfondimento. Il beato Andrea Carlo Ferrari, popolarmente conosciuto come Cardinal Ferrari, fu vescovo di Como dal 1891 al 1894 e poi arcivescovo di Milano. Amava molto la montagna e durante le sue visite pastorali non esitava a percorrere sentieri impervi e pericolosi. A chi provava a dissuaderlo ricordava che fin da piccolo aveva imparato a muoversi con sicurezza su terreni difficili, perché aveva fatto il pastorello di capre, e si sa che quando una capra si “incrapela”, cioè resta intrappolata fra le rocce, bisogna vincere ogni paura per andare a recuperarla. La mattina del 20 agosto 1913 faceva ritorno dal Pizzo dei Tre Signori (dove venne collocata una croce sostituita poi nel 1935 dalla grande croce che ancora oggi lo presidia) quando fu sorpreso, sul sentiero che corre a valle della bocchetta di Foppagrande ed a monte della conca del Lago di Sasso, da un violento temporale. Riparò in una spelonca naturale originata da due enormi massi erratici. Fu quella, da allora, la grotta del Cardinal Ferrari ed il sentiero venne chiamato sentiero del Cardinal Ferrari. Esso traversa l’alto versante orientale dell’estremo lembo di Val Biandino, la conca del lago di Sasso, dalla bocchetta di Piazzocco, a nord, al Pian delle Parole, a sud, appena sotto l’imponente bastionata di Piazzocco.


Apri qui una panoramica dalla bocchetta di Piazzocco

Torniamo al racconto dell'anello. Alla grotta del Cardinale ignoriamo la deviazione a destra (cioè in direzione dell'ampio canalone a monte) per la bocchetta alta di Foppagrande, e proseguiamo diritti, cioè verso nord e raggiungiamo il rudere del baitello suggestivamente detto "del Mago" o di Piazzocco (m. 2140). Superiamo poi un avvallamento e pieghiamo decisamente a destra (da nord-ovest ad est), salendo fino alla sella della bocchetta di Piazzocco (m. 2225).


Croce alla memoria di Arturo Tagliabue alla cima del Varrone delle Vacche

Prima di iniziare la discesa alla bocchetta di Varrone saliamo però la facile china erbosa a nord della bocchetta, fino a raggiungere la cima dove troviamo una piccola croce (m. 2290) alla memoria di Arturo Tagliabue (data della morte: 1848). Si tratta della cima denominata "Varrone delle Vacche", probabilmente perché fin qui riuscivano a salire anche questi miti animali (il che, ovviamente, non gioverà molto alla nostra autostima di intrepidi escursionisti).
Da qui vediamo bene la cima del pizzo Varrone e la croce che la sovrasta e possiamo valutare bene l'impegno alpinistico richiesto per raggiungerla. La cornice a nord è splendida: l'intero gruppo del Masino che culmina nella cima regina del monte Disgrazia, i giganti del gruppo del Bernina e le cime più alte della Val Grosina si mostrano lontani ma sempre imponenti.
Siamo al punto più alto dell'anello e ridiscendiamo alla bocchetta, dove seguiamo le indicazioni del cartello escursionistico e scendiamo verso nord, raggiungendo in un quarto d'ora la bocchetta di Varrone. Poco sotto la bocchetta, sul lato sinistro, vediamo il rifugio FALC, che possiamo raggiungere in pochi minuti per una breve sosta.
Il rifugio è posto a 2120 metri; il suo nucleo originario è la baita conosciuta dialettalmente come "cà dul bóla". Venne edificato dall'omonima Società Alpinistica milanese ed inaugurato il 18 settembre 1949. F.A.L.C. è un acronimo dell'espressione beneaugurante latina Ferant Alpes Laetitiam Cordibus, cioè Arrechino le Alpi gioia ai cuori.


Apri qui una panoramica sul rifugio FALC

Ottimo auspicio, che non manchiamo di recepire, tornando alla bocchetta di Varrone e riprendendo a scendere verso sinistra, seguendo, alti, la riva occidentale del lago d'Inferno. Ora dobbiamo prestare attenzione ai segnavia: senza piegare a destra, verso il camminamento dello sbarramento, proseguiamo diritti, verso nord, tagliando un versante esposto e scendendo lungo un sentiero marcato, fino ad un bivio, al quale ignoriamo le indicazioni per il lago di Trona e Pescegallo e proseguiamo diritti con qualche saliscendi seguendo le indicazioni per il rifugio di Trona Soliva. Il sentiero ci porta al limite inferiore dell'alpe di Trona Soliva, ad un trivio al quale prendiamo a sinistra, salendo, in breve, al rifugio di Trona Soliva. Il ritorno a Laveggiolo avviene per la medesima via di salita. Si chiude così un anello che comporta un dislivello aprossimativo in salita di 1050 metri e richiede circa 10 ore di cammino (può essere quindi diviso in 2 giorni appoggiandosi al rifugio FALC o al rifugio Santa Rita).


Il pizzo Varrone dall'alta Val Varrone

Per concludere segnaliamo che se facciamo base ad uno dei tre rifugi possiamo effettuare l'anello secondo questi schemi: dal rifugio di Trona alla bocchetta di Trona, alla bocchetta della Cazza, alla bocchetta di Piazzocco, alla bocchetta di Varrone e ritorno; dal rifugio FALC discesa verso ovest ad intercettare il sentiero che percorso verso sinistra porta alla bocchetta della Cazza, quindi salita alla bocchetta di Piazzocco, discesa a quella di Varrone con ritorno al rifugio; dal rifugio Santa Rita salita al lago di Sasso ed alla bocchetta di Piazzocco, discesa alla bocchetta di Varrone ed al rifugio FALC, discesa verso ovest ad intercettare il sentiero che percorso verso sinistra porta alla bocchetta della Cazza e riporta al rifugio Santa Rita.

PASSI E PENSIERI DI IVAN FASSIN

Il 28 giugno del 2015 è scomparso Ivan Fassin, grande uomo di cultura che ha vissuto la passione per la montagna e quella per il pensiero e le scienze umane come dimensioni profondamente legate. Nel suo volumetto “Il conglomerato del diavolo – Fantasticherie alpine” (Sondrio, L'officina del Libro, 1991) così racconta una sua escursione in questi luoghi (salita da Pescegallo, per il passo di Salmurano, all'altipiano dei Piazzotti ed alla cime dei Piazzotti occidentale, discesa alla boccehtta di Val Pianella e traversata alla bocchetta d'Inferno per il sentiero 101, discesa alla bocchetta di Varrone e traversata alla bocchetta di Trona, discesa al lago di Trona ed all'imbocco della Val Pianella o Val di Trona):


Rifugio Benigni

Sbuchiamo sul dosso delle Foppe di Pescegallo… Traversata in fondo la valle risaliremo per per il più diretto sentiero… sotto il costone della cima orientale di Piazzotti, all'aereo passo di Salmurano. Intanto già da un po' andavamo guardando i primi contrafforti del regno del conglomerato, vale a dire la costiera turrita dei Denti della Vecchia, illuminata dai primi raggi del sole, rosa.violacea come piccole dolomiti locali. Al passo, come accade, si presenta una situazione geografica del tutto diversa da quella immaginata: una fossa profonda, rotondeggiante, ancora in ombra, costituisce la testata della Val Salmurano… Ora il sentiero si sviluppa per un tratto pianeggiante o in leggera discesa, tagliando in costa i ripidi pendii erbosi sotto gli erti colonnati di conglomerato rossiccio che fanno da sostegno, su questo lato, alla Cima Piazzotti (est). La via poi si inerpica entro un singolare canale sassoso, in cui prosperano certi fiori gialli.. A quanto pare l'incertezza dei crinali e dei deflussi va fatta risalire almeno all'era glaciale, quando il ghiacciaietto sospeso sull'altopiano Piazzotti, intanto che scavava la piccola fossa in cui oggi si annida il lago, riversava le sue lingue sia verso la Val Tronella che su questo lato.


Laghetto superiore dei Piazzotti

Ci avviamo sul pendio tutto solcato da vallette che, sviluppandosi per qualche centinaio di metri (e cento in altitudine) porta alla cima Piazzotti occidentale. Saliamo ancora verso la croce, preceduti da un silenzioso giovane che punta a quella meta come un pellegrino frettoloso; dall'altra parte della valle, tra nebbie dense e grigiastre, un gregge sta abbarbicato in posizione impossibile sul torrione di Giacomo: belano e invocano forse sale o acqua, che scarseggia. Da queste parti sembrano comunicare più gli animali che gli uomini… Dalla vetta gettiamo uno sguardo nel grigiore opaco della valle di Trona, e una occhiata nostalgica al torrione della Mezzaluna, che appare come un miraggio, ancora illuminato dal sole, in un solco della cresta; poi ci affrettiamo a scendere, nella convinzione che il tempo precipiti.


Il sentiero 101 sotto la cima dei Piazzotti occidentale

Non però per ritornare al rifugetto Benigni esposto a tutti i venti sul piccolo altopiano là in fondo, né divallando su Trona lungo una enorme ganda che riempie un vasto canale, bensì calando cauti sulla bocchetta di val Pianella, tra l'erba scivolosa, su una traccia sommaria, ma distinta… Proseguiamo… su un bel percorso che va verso il rifugio Grassi, correndo in quota sul versante meridionale del gruppo. Ma ovviamente vediamo poco più che il sentiero, intuiamo un “sopra” tetro e incombente, un “sotto” che fugge via: il cammino esige qualche attenzione, correndo alto su pendii erbosi ripidi, e più di rado traversando scogli e crestoni rocciosi… In questa tetraggine avanziamo molto rapidamente, apprezzando però l'intelligenza del tracciato, e la sua “esposizione” (ce ne aveva resi avvertiti la pallidezza di un ragazzo che col padre lo percorreva in senso opposto al nostro, e che avevamo incontrato all'inizio sul dosso di Giarolo), finché approdiamo a un piccolo circo invaso da enormi massi e, dopo lo scavalcamento di un ennesimo crestone, ci infiliamo nel rettilineo vallone d'Inferno (bergamasco). A sinistra la Sfinge è invisibile nella nebbia…


Lago Zancone e Val Pianella (o Val di Trona)

Così, dopo la bocchetta d'Inferno… andiamo di corsa su un sentierino che fa lievi saliscendi su canali e pascoli ripidi che scivolano verso il lago, alla bocchetta di Varrone, più un largo spiazzo che un passo, quasi uno svaso da cui l'antico ghiacciaio prendeva la via della Val Varrone. Anche noi ci affacciamo a guardare la testata di quella valle, il rifugetto FALK che sembra oggi deserto… Dall'altra parte di questa dorsale che fa da testata alla Val Varrone, sopra l'altro passo (Bocchetta di Trona) un piccolo bunker d'alta quota, resto forse di trinceramenti militari, poi chiesetta e poggi ridotto a rudere, porta ancora il nome, un po' incredibile, di Casa Pio XI. Nello squallore dell'interno (umido antro gelido), ancora una lapide ricorda la tragica vicenda di un giovane caduto sul Pizzo di Trona…


Bocchetta di Val Pianella (o di Val di Trona)

Dopo un altro tratto di costa, scendiamo cautamente alla diga e la traversiamo, un po' sorpresi di non trovare perentori divieti né arcigni custodi. Scivoliamo rapidamente giù per le pendici franose sotto i dentini di Trona, lungo una traccia non certo migliorata dalle discariche dei lavori, fino a una baita isolata su un dosso. Da lì, piegando verso la val Trona, aggiriamo verso monte il lago e andiamo a sostare… presso le casupole dell'alpe sotto il lago Zancone… Sul pianoro irregolare alcuni enormi massi erratici collocati in equilibrio precario sembrano minacciare la valle sottostante e il lago, verdeggiante in un raggio di sole. In fondo alla valle, grandi massi ora spaccati si devono essere scontrate scendendo da differenti postazioni, come fossero state fatte rovinare da un popolo di giganti in una contesa intestina…


Torrione di Tronella

Mentre sosto trasognato e un po' incerto, un violento scampanio di rochi “zampugn” e urla scomposte di umani sull'altro versante della valle mi richiamano a una scena d'altri tempi. Una lunga fila di capre, seguire da un pastore vociante, si snoda controluce lungo un sentiero di mezzacosta, un sentiero apposito, una via di penetrazione in questo regno della pietra, diretta a chissà quale meta che non si indovina prossima. Questa immagine fa da contrappeso alla turba di turisti sparpagliati in cima al lago che, appostati da ore di attesa del sole che scarseggia, non la smettono di lanciare urla sguaiate.


Val Pianella (o Val di Trona)

Nello scarto fra i due suoni si insinua una riflessione su quale doveva essere la vita quassù un tempo, nella pur breve stagione del pascolo. Luoghi, temo, non troppo amati, per la loro asprezza, la solitudine, la distanza dal fondovalle. Impossibile attribuire ai coloni una disinteressata contemplazione della selvaggia natura, presi com'erano dalla cruda necessità. Alla base di storie e leggende, che vi saranno state di certo, come sembrano attestare anche i sinistri toponimi, non la gioia del fantasticare, ma solo forse i terrori infantili e la noia dell'adulto nelle ore della sorveglianza al pascolo, e poi il tenace ricordare delle donne e l'ironica verbosità degli anziani.


Val Pianella (o Val di Trona)

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