CARTE DEL PERCORSO - ALTRE ESCURSIONI IN VAL GEROLA - PASSI E PENSIERI DI IVAN FASSIN - GALLERIA DI IMMAGINI


Apri qui una panoramica dall'altipiano dei Piazzotti

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Pescegallo-Laghi di Trona ed Inferno-Bocchetta di Piazzocco-Rifugio FALC-Rifugio Santa Rita-Bocchetta Alta-Sentiero dei Solivi-Rifugio Benigni-Bocchetta di Salmurano-Rifugio Salmurano-Pescegallo
12 h (da dividere in 2 giorni)
1230
EE
SINTESI. L'anello è fattibile in una giornata solo se si possiede una preparazione eccellente. In caso contrario (ed è comunque del tutto consigliabile) va diviso in due giornate, appoggiandosi per il pernottamento al rifugio FALC od al rifugio Santa Ritai. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo a Gerola Alta e proseguiamo fino al termine della strada, a Pescegallo (m. 1450). Parcheggiamo qui ed incamminiamoci sul sentiero che si trova ad ovest degli impianti di risalita (indicazioni per l'anello dei laghi). Il sentiero entra subito in una pineta, sale e raggiunge presso una baita isolata la deviazione a sinistra per la Val Tronella. La ignoriamo e proseguiamo uscendo dal bosco. Superato il torrente Tronella cominciamo a salire con ripidi tornanti un ampio dosso che costituisce il fianco orientale del Pizzo del Mezzodì, per poi prendere a destra e raggiungere, con un tratto pianeggiante verso nord-ovest il dosso panoramico con una pozza e la baita di quota 1835 (il Pich). Il sentiero prosegue volgendo a sinistra e salendo gradualmente verso l'imbocco della Val Pianella, in direzione sud-ovest, Scende quindi ad un avvallamento e risale al camminamento dello sbarramento del lago di Trona. Oltre il camminamento, riprendiamo a salire, superando alcune roccette (con un primo tratto protetto sulla destra) e raggiungendo un pianoro a sinistra del quale vediamo la baita solitaria quotata 1888 metri. Qui dobbiamo prestare attenzione, perché troviamo un bivio non molto evidente, al quale si stacca, sulla sinistra del sentiero principale, un sentierino che sale, per via direttissima, al lago dell’Inferno. Non c’è segnalazione. Unico ausilio, l’indicazione su un masso “lago Zancone”; poco più avanti, ad un nuovo bivio, lasciamo la traccia per il lago Zancone che va a sinistra e proseguiamo a destra (indicazione lago Inferno direttissima). Il sentierino non è molto visibile e risale il l’ampio versante di sfasciumi che si stende ai piedi del limite settentrionale della costiera del pizzo di Trona; dopo un traverso a destra, supera un passaggino esposto sulla destra (attenzione!), per poi risalire, con molti tornantini, un versante di sfasciumi; lasciati gli sfasciumi sulla sinistra, continua nella salita (pochi i segnavia), con un curioso passaggio su roccia che si apre ad una cavità nella roccia (corda fissa). Infine passiamo a sinistra di un forno fusore e raggiungiamo gli edifici nei pressi del camminamento della diga del lago dell’Inferno (m. 2085). Anche qui attraversiamo il camminamento e sul lato opposto seguiamo le indicazioni per la bocchetta del Varrone, salendo verso sinistra (ma evitando di mboccare sulla sinistra il sentiero più basso per la valle dell'Inferno). Giunti alla bocchetta del Varrone (m. 2126) vediamo poco sotto, a destra, il rifugio Falc, al quale scendiamo. Proseguiamo nella discesa (indicazioni per il rifugio Santa Rita) fino ad intercettare, poco sotto, il sentiero che dalla bocchetta di Trona traversa l'alta Val Varrone verso il rifugio Santa Rita. Lo seguiamo andando a sinistra e portandoci alla bocchetta della Cazza (m. 2000). Procediamo in direzione del vicino rifugio Santa Rita. Poco prima di raggiungere il rifugio, troviamo una deviazione a sinistra, segnalata da cartelli, che ci fa imboccare un sentiero che taglia il fianco montuoso e scende gradualmente al Baitello del Lago (m. 1844). Seguendo le segnalazioni saliamo poi verso il ripiano terminale della val Biandino, dominato, in alto, dal Pizzo dei Tre Signori. Passiamo poi a valle del fianco montuoso che, alla nostra sinistra, mostra un imponente movimento franoso, di cui ora conosciamo l’origine. Alla fine siamo al lago di Sasso (m. 1922). Proseguiamo ora passando un po' alti a destra del lago, seguendo i bolli rosso-arancio e bianco-rossi, per poi scendere all'ampia conca posta a sud. Piegando a sinistra risaliamo i ripidi pascoli che scendono ad ovest dalla propaggini del pizzo, intercettando un sentiero che proviene da sinistra (dalla bocchetta di Piazzocco) ed è chiamato Sentiero del Cardinale. Descrivendo un arco verso destra i segnavia ci indirizzano ad un facile canalone e alla bocchetta di Castel Reino(m. 2138) per la quale guadagniamo il Pian delle Parole, o Castel Reino, dove intercettiamo il sentiero 101 (Sentiero delle Orobie Occidentali) che proviene, dalla nostra destra, dal rifugio Grassi (m. 1987). Proseguendo verso est (sinistra) saliamo, sempre su sentiero ben segnalato, seguendo una dorsale che si restringe (ci teniamo sul lato sinistro, a nord) ad un dosso, dal quale con breve discesa ci portiamo alla bocchetta Alta (m. 2235), dove siamo ad un bivio al quale proseguiamo diritti, piegando leggermente verso destra (direzione sud-est), tagliando con andamento quasi pianeggiante il lungo e ripido versante erboso che si stende ai piedi delle rocciose propaggini meridionali del pizzo (è il cosiddetto Sentiero dei Solivi, che fa parte del Sentiero delle Orobie Occidentali, con numerazione 101 (prestiamo molta attenzione perché in molti punti è esposto). Procediamo in saliscendi superando così diversi avvallamenti e passando a sinistra della cima bifida del pizzo San Giovanni (m. 2048). La lunga traversata termina, con breve discesa, ad una pianetta dove si trova una colonnina di telesoccorso installata dal C.A.I. Segue una discesa verso sud-est, che passa accanto ai resti di un antico scavo in miniera, poi, giunti di fronte all'erbosa Cima Fontane (m. 2095), pieghiamo decisamente a sinistra (direzione nord), lasciamo il crinale e scendiamo all'ampio vallone della Valle d'Inferno (versante di Val Brembana), dove, ad una quota approssimativa di 2040 metri, intercettiamo il sentiero con numerazione 106, che sale da Ornica. Lo lasciamo alla nostra sinistra e proseguiamo sul sentiero 101 fino ad una cupola erbosa denominata "Ol Poiàt" e sormontata da una croce in legno. Attraversiamo poi una sorgente ed iniziamo un lungo giro quasi in piano, su sentiero che taglia il versante a mezza costa, con un tratto scavato nella viva roccia (attenzione!), fino a raggiungere l'attacco di un canale, per il quale saliamo (direzione nord) fino a trovare alla nostra destra un canale secondario che imbocchiamo (direzione est-nord-est) fino a raggiungere una crestina erbosa (cresta del Giarolo). Saliamo lungo il suo filo, in direzione nord-nord-ovest, fino ad un canalone che il sentiero risale con diversi tornantini. Al termine della salita siamo alla larga cima del monte Giarolo (m. 2314), il punto più alto del trekking (ometto). Cominciamo una una ripida discesa che ci porta alla bocca di Trona (m. 2224), che si affaccia all'omonima valle (detta anche Val Pianella). Non scediamo però in Val Pianella, ma proseguiamo fra pascoli e roccette fino alla bocchetta dei Piazzotti, che ci introduce ad un solitariovallone. Il sentiero scende leggermente stando sul suo lato sinistro, fino a giungere in vista dell'ampio versante che si stende ai piedi dell'altipiano dei Piazzotti. Giunti ad un bivio, prendiamo a sinistra e, con poche ma faticose serpentine ci affacciamo all'altipiano ed in breve siamo al rifugio Benigni (m. 2222). Ridiscesi al bivio sopra menzionato prendiamo a sinistra, proseguendo nella discesa ed affacciandoci al ripido canalone dei Piazzotti ("canalìgn di piazzòc'"). Seguendo i segnavia scendiamo fra grandi blocchi, utilizzando in diversi passaggi anche le mani, con un po' d'attenzione, soprattutto se le rocce sono bagnate. Raggiunto il fondo del canalone, poseguiamo sul tranquillo sentiero che taglia la parte alta dell'alta valle di Salmurano (versante bergamasco) e porta in breve al passo di Salmurano, (m. 2017) che si affaccia sull'omonima valle sul versante valtellinese. Dal passo un marcato sentiero scende nell'alta Valle di Salmurano valtellinese, rimanendo sul lato sinistro, per poi traversare a destra e puntare al ben visibile rifugio Salmuramo (m. 1848). Dal rifugio parte una pista sterrata che ci consente di tornare comodamente a Pescegallo.

Tra val Gerola, alta Valsassina ed alta Val Brembana si disegna un elegante trekking ad anello che richiede buona preparazione fisica e buone condizioni di visibilità, e tocca ben 4 rifugi (FALC, Santa Rita, Benigni e Salmurano). L'anello è fattibile in una giornata solo se si possiede una preparazione eccellente. In caso contrario (ed è comunque del tutto consigliabile) va diviso in due giornate, appoggiandosi al rifugio FALC o al rifugio Santa Rita.
All'interesse naturalistico e panoramico si unisce quello storico, perché tocchiamo gli antichi possessi di tre diverse signorie, che nei secoli XVI, XVII e XVIII qui incrociavano i loro confini: le Tre Leghe Grigie signore della Valtellina, Milano e quindi la Spagna signora della Valsassina e Venezia signora della Bergamasca, Punto di partenza ed arrivo il villaggio Pescegallo, in alta Val Gerola.


Villaggio Pescegallo

Entriamo in Val Gerola staccandoci dalla SS 38 dello Stelvio alla prima deviazione a destra in corrispondenza della rotonda d'ingresso ingresso (per chi viene da Lecco) a Morbegno. Dopo 15 chilometri, siamo a Gerola Alta (m. 1053), e dobbiamo scegliere fra due possibili itinerari, che si congiungono al rifugio F.A.L.C., e che partono da Pescegallo o da Laveggiolo.
Il primo, piuttosto articolato, ha come punto di partenza il Villaggio Pescegallo (m. 1454), dove termina, oltrepassata Gerola, la strada provinciale n. 7 della Val Gerola. Parcheggiata qui l'automobile, dirigiamoci verso l'edificio da cui parte la seggiovia per il rifugio Salmurano. Alle sue spalle inizia un sentiero, segnalato da due cartelli e da segnavia rosso-bianco-rossi (percorso 8), che punta in direzione nord-ovest, entrando ben presto in un bel bosco. I cartelli indicano i due percorsi 144 (sentiero dell’Homo Salvadego, con il rifugio Benigni dato a 2 ore e 15 minuti ed il rifugio Trona Soliva a 2 ore e 30 minuti) e 148 (con il lago di Trona dato ad un’ora e 40 minuti ed il lago Rotondo a 3 ore): la direttrice che ci interessa è quella lago di Trona-lago Inferno-Bocchetta di Piazzocco. Entrati in una bel bosco di abeti rossi, dopo un tratto di severa pendenza raggiungiamo la pianetta di quota 1550, dove troviamo un pannello che ci parla delle diverse conifere che possiamo trovare nei boschi della valle.
Poco dopo, a quota 1590, usciamo dal bosco presso una baita isolata sul Dossetto: qui alcuni cartelli segnalano la deviazione, a sinistra, per la Val Tronella ed il rifugio Benigni (dato ad un’ora e 50 minuti) e la prosecuzione del sentiero principale, con il lago di Trona dato ad un’ora e 10 minuti. Proseguendo diritti, passiamo, quindi, a monte di un roccione liscio e, dopo alcuni strappetti, raggiungiamo una splendida radura (m. 1620): guardando in alto, davanti a noi, vediamo sulla destra il tondeggiante torrione di Tronella (m. 2311, il “pìich”) e, alla sua sinistra, i pizzi di Mezzaluna (“li mezzalüni”, vale a dire il pizzo di Mezzaluna, m. 2333, la Cima di Mezzo ed il caratteristico ed inconfondibile uncino del torrione di Mezzaluna, m. 2247). Superiamo, poi, tre torrentelli (altrettanti rami del “bit de trunèla”, il torrente che scende dalla Val Tronella) e saliamo, con qualche tornantino, ad un ampio versante occupato da un pascolo (m. 1660). Entriamo in un ampio recinto per il bestiame (delimitato da un basso muretto perimetrale) uscendone verso sinistra. Alla nostra sinistra la Val Tronella si mostra ora in tutta la sua bellezza: sul suo lato sinistro vediamo anche la costiera che la delimita ad est, costituita dalla cosiddetta Rocca di Pescegallo (o Denti della Vecchia, “ul filùn de la ròca” o “denc’ de la végia”, cinque torrioni il più alto dei quali è quotato m. 2125 e che vengono visti come un unico torrione da Gerola, chiamato anche “piz de la matìna” perché il sole vi sosta, appunto, la mattina).
Inizia ora una salita faticosa: inanellando un tornante dopo l’altro, guadagniamo quota sul ripido versante a monte dei pascoli. Dopo una prima serie di tornantini, effettuiamo un traverso a sinistra; segue una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx-dx, all’ultimo dei quali  (m. 1810) si stacca, sulla sinistra, il sentiero che si addentra in Val Tronella (si tratta della Gran Via delle Orobie, che giunge fin qui da destra e prosegue per il lago di Pescegallo, dato ad un’ora e 10 minuti, il passo di Verrobbio, dato ad un’ora e 50 minuti, ed il passo di San Marco, dato a 2 ore e 50 minuti). Se invece proseguiamo sul sentiero principale i cartelli danno il lago di Trona a 30 minuti, il lago Zancone a 50 minuti, il lago Rotondo ad un’ora e 50 minuti ed il rifugio Trona Soliva ad un’ora. Di questi luoghi noi toccheremo solo il primo. Proseguiamo, dunque, verso destra, con un ultimo strappo, poco prima della fine del quale notiamo un sentierino che si stacca dal nostro sulla sinistra; non ci sono cartelli, solo la scritta, su un masso, “1/2 luna”, perché esso porta proprio ai piedi del celeberrimo e suggestivo uncino di roccia del torrione della Mezzaluna. Ignorata la deviazione, per un bel tratto proseguiamo diritti, con diversi saliscendi, allietati dallo spettacolo delle cime del gruppo del Masino, che si mostrano, dal pizzo Badile al monte Disgrazia, proprio davanti a noi. Cominciano a moltiplicarsi anche le indicazioni della segnaletica “orizzontale”: su diversi massi troviamo le indicazioni “Pizzo 3 S” e “Rifugio Falc”.
Passiamo, così, leggermente a valle della baita quotata 1857 e raggiungiamo uno splendido terrazzo sul filo del dosso che scende, verso nord, dalla costiera Mezzaluna-Tronella. Alle nostre spalle il picco roccioso denominato pizzo del Mezzodì (m. 2116); davanti a noi una pozza e la baita quotata 1835 metri. Sul fondo, lo splendido scenario del gruppo del Masino. Un luogo davvero stupendo. Il cartello della G.V.O. nella quale ci siamo immessi, dà ora il lago di Trona a 20 minuti ed i rifugi Falc e casera di Trona ad un’ora. Ora il sentiero cambia nettamente direzione: prendiamo a sinistra e percorriamo quindi, dopo una breve salitella, un lungo tratto sostanzialmente pianeggiante verso sud-ovest, avvicinandoci alla soglia della Valle di Trona, circondati da splendidi larici. Guardando a destra, vediamo bene il fianco occidentale dell’alta Valle della Pietra, con la bocchetta di Trona (la riconosciamo per il traliccio nei suoi pressi) e, alla sua destra, l’ampio terrazzo dell’alpe di Trona soliva, dominato dalla forma regolare del pizzo Mallasc (“melàsc”, m. 2465); alla sua sinistra, invece, in primo piano si mostra una delle più belle cime del comprensorio, il cono arrotondato del pizzo di Trona (“piz di vèspui”, cioè il pizzo del vespro, sul quale, guardando da Gerola, il sole indugia la sera, m. 2510). Usciti all’aperto, troviamo i cartelli (m. 1890) che segnalano la deviazione a sinistra (sentiero 148) per il lago Zancone ("làch sancùn", dato a 20 minuti) ed il lago Rotondo ("làch redont", dato ad un’ora e 20 minuti). Noi, invece, restiamo sulla G.V.O. (un cartello dà Laveggiolo a 2 ore e 10 minuti, l’alpe Combana a 4 ore e 20 minuti e l’alpe Culino a 5 ore e 10 minuti, ma nessuna di queste mete ci interessa).
Inizia ora una ripida discesa; passiamo, poi, fra due grandi massi erratici rossastri, superiamo una pianetta e scendiamo al camminamento dello sbarramento artificiale di Trona, bacino utilizzato dall'ENEL (1805 m). Oltre il camminamento, riprendiamo a salire, superando alcune roccette (con un primo tratto protetto sulla destra) e raggiungendo un pianoro a sinistra del quale vediamo la baita solitaria quotata 1888 metri.
Qui dobbiamo prestare attenzione, perché troviamo un bivio non molto evidente, al quale si stacca, sulla sinistra del sentiero principale, un sentierino che sale, per via direttissima, al lago dell’Inferno. Non c’è segnalazione e, se si vuole optare per questa via, più breve, anche se più faticosa, bisogna aguzzare la vista. Unico ausilio, l’indicazione su un masso “lago Zancone”; poco più avanti, ad un nuovo bivio, lasciamo la traccia per il lago Zancone che va a sinistra e proseguiamo a destra (indicazione lago Inferno direttissima). Il sentierino non è molto visibile e risale il l’ampio versante di sfasciumi che si stende ai piedi del limite settentrionale della costiera del pizzo di Trona; dopo un traverso a destra, supera un passaggino esposto sulla destra (attenzione!), per poi risalire, con molti tornantini, un versante di sfasciumi; lasciati gli sfasciumi sulla sinistra, continua nella salita (pochi i segnavia), con un curioso passaggio su roccia che si apre ad una “truna” (cavità: da qui il toponimo “Trona” frequente in questa zona, con riferimento alle miniere di ferro): qui una corda fissa ci aiuta a non finirci dentro; infine passiamo a sinistra di un forno fusore e raggiungiamo gli edifici nei pressi del camminamento della diga del lago dell’Inferno, sul suo lato sinistro (m. 2085); attraversiamo il camminamento e troviamo, sul lato opposto, un sentierino che sale ad intercettare il sentiero che arriva fin qui per un più ampio giro, e che ora descriviamo.
Torniamo, dunque, al bivio presso la baita di quota 1888 e proseguiamo, questa volta, sul sentiero principale (che, per la verità, per un bel pezzo sarà poco marcato), cioè seguendo l’indicazione su un masso “Pizzo 3 s – lago Inferno. Saliamo per un tratto su sfasciumi, passiamo a sinistra di un grande masso e proseguiamo con un tratto pianeggiante. Dopo uno strappetto che ci porta a tagliare uno speroncino roccioso, attraversiamo un torrentello che scende da una bella gola di rocce arrotondare e siamo alla baita quotata 1914 metri. La oltrepassiamo, procedendo diritti e passando sul limite destro di un pianoro acquitrinoso. Quando il prato comincia a salire, dobbiamo stare attenti ad un secondo bivio (la traccia qui è debolissima): la traccia di destra prosegue per il rifugio di Trona, mentre noi dobbiamo prendere a sinistra (indicazione su un masso “pizzo 3 s e rifugio Falc). Un po’ più in alto la traccia si fa più marcata e, salendo ancora, intercetta un sentiero ben marcato che proviene, da destra, dall’alpe di Trona.

Rifugio FALC

Lo seguiamo verso sinistra, puntando alla diga dell’Inferno, di cui possiamo vedere lo sbarramento. Il sentiero effettua un lungo traverso sul ripido fianco occidentale della Val della Pietra, avvicinandosi alla Valle dell’Inferno. Per buona parte il percorso si snoda sulla viva roccia, perché camminiamo sul dorso arrotondato di grandi roccioni, tenendoci sempre in prossimità del versante montuoso: gli abbondanti segnavia ci aiutano a non perderlo. Ad un certo punto raggiungiamo una sorta di corridoio, con un grande roccione alla nostra sinistra, sul quale si trova una targa ormai illeggibile. Qui ecco un nuovo bivio: un sentiero prende a destra, invertendo la direzione, e torna all’alpe di Trona; il sentiero che ci interessa, invece, pur piegando anch’esso a destra, procede in direzione opposta. Tagliamo, poi, un ripido versante erboso, superando un paio di punti esposti, insidiosi con fondo bagnato: attenzione! Ci ritroviamo, così, alti sopra il camminamento della diga dell’Inferno, che vediamo alla nostra sinistra, e ci raggiunge, da sinistra, il sentierino, già citato, che sale proprio dal camminamento.
Procediamo diritti, piegando poi leggermente a destra, e ci ritroviamo alla bocchetta del Varrone (m. 2126), la larga sella che si apre appena  ad ovest e leggermente a monte del lago dell’Inferno, fra il pizzo Varrone (“varùn”, m. 2325), a sud, e la cima quotata 2191, a nord. È, questa, una delle tre porte che si aprono fra alta Val Varrone ed alta Val Gerola: la principale si trova più a nord, ed è la bocchetta di Trona; della terza, cioè della bocchetta di Piazzocco, diremo fra poco. Queste tre porte hanno un’importanza storica enorme, avendo costituito per secoli il più agevole accesso alla bassa Valtellina, prima che venisse aperta la strada che segue la riva orientale del Lario.
Poco sotto la bocchetta, sul versante dell’alta Val Varrone, cioè alla nostra destra, vediamo il rifugio F.A.L.C. (m. 2120, detto, dialettalmente, "cà dul bóla"). Qui può terminare la prima giornata dell'anello.
Una serie di cartelli illustra i diversi itinerari che si dipartono dalla bocchetta. Procedendo in piano a sinistra possiamo tagliare il fianco occidentale della valle dell’Inferno, per poi salire alla bocchetta dell’Inferno in un’ora, per poi piegare ad est e portarci al rifugio Benigni in 3 ore. Il sentiero opposto, che scende verso destra e passa per il rifugio Falc, porta, invece, in 20 minuti alla bocchetta di Trona e, per via alta, in 5 ore a Premana; per altra via possiamo scendere, in un’ora, al rifugio Casera Vecchia di Varrone oppure traversare, sempre in un’ora, al rifugio Santa Rita, sulla Via del Bitto. Salendo, invece, verso destra (sud-ovest) ci portiamo in 20 minuti alla bocchetta di Piazzocco, dalla quale possiamo salire al pizzo dei Tre Signori con un’ulteriore ora di cammino, oppure proseguire per il Pian delle Parole (dato ad un’ora e 40 minuti da qui) o al rifugio Grassi (dato a 2 ore).


Il rifugio Falc

Scendiamo ora verso il rifugio FALC. Pochi passi colmano una distanza abissale: da Coira a Madrid. Così, almeno, un tempo. Sì, perché l'accesso alla Val Varrone segna anche il passaggio dalla signoria delle Tre Leghe Grigie a quella della corona spagnola, cui appartenevano Milano e quindi anche la Valsassina. Raggiungiamo il rifugio in pochi minuti, Si tratta di una struttura edificata dall'omonima Società Alpinistica milanese ed inaugurata il 18 settembre 1949. F.A.L.C. è un acronimo dell'espressione beneaugurante latina Ferant Alpes Laetitiam Cordibus, cioè Arrechino le Alpi gioia ai cuori.
Proseguiamo nella discesa verso nord-nord-ovest, seguendo i segnavia e le indicazioni per il rifugio Santa Rita. Ci affacciamo così all'alta Val Varrone ed alla conca che ospita fra l'altro il rifugio Casera Vecchia di Varrone (m. 1672). In pochi minuti intercettiamo un sentiero che congiunge la bocchetta di Trona, alla nostra destra, alla bocchetta della Cazza, alla nostra sinistra, tagliano il versante alto della testata della Val Varrone. Procediamo verso sinistra, cioè verso sud-ovest, con qualche saliscendi, mantenendo una quota approssimativa compresa fra 2020 e 2040 metri, mentre alla nostra sinistra il pizzo Varrone e la bastionata rocciosa di Piazzocco.
La traversata termina alla bocchetta della Cazza (termine dialettale che sta per "mestolo"): poco oltre, su facile crinale, ci portiamo al rifugio S. Rita (m. 2000), che sembra davvero sospeso, in una surreale solitudine, fra cielo e terra. Vale la pena di ricordare che il tratto dalla bocchetta di Trona al rifugio ha un rilevante interesse storico, poiché appartiene all'antichissima Via del Bitto che collegava la Valtellina al lecchese.
Qui possiamo pernottare a conclusione della prima giornata dell'anello.
Per proseguire dobbiamo poi tornare indietro di qualche decina di metri: poco prima del rifugio troviamo, infatti, una deviazione, segnalata da cartelli, che ci fa imboccare un sentiero che taglia il versante di pascoli in direzione sud-est e scende gradualmente al Baitello del Lago (m. 1844). Seguendo i segnavia procediamo sul sentierino che sale verso il ripiano terminale della val Biandino, dominato, in alto, dal Pizzo dei Tre Signori. Passiamo poi a valle del fianco montuoso che, alla nostra sinistra, mostra un imponente movimento franoso. Alla fine appare, bellissima, la meta, che dal sentiero abbiamo solo intravisto per un breve tratto, e che ora invece si mostra in tutta la sua bellezza: il lago di Sasso (m. 1922).
Lo spettacolo che si offre al nostro sguardo ripaga ampiamente le circa quattro ore di cammino necessarie per giungere fin qui, superando poco più di 700 metri di dislivello in salita. Una nota di tristezza vela però questa pura gioia per gli occhi: il destino del laghetto, anche se in tempi che superano di gran lunga quelli in cui si misura l’esistenza dell’uomo, è segnato, in quanto i depositi alluvionali che vi si raccolgono finiranno per interrarlo.

Proseguiamo ora passando un po' alti a destra del lago, seguendo i bolli rosso-arancio e bianco-rossi, per poi scendere all'ampia conca posta a sud. Davanti a noi il pizzo si staglia nelle sue forme armoniche ed eleganti. Piegando a sinistra risaliamo in diagonale verso destra i ripidi pascoli che scendono ad ovest dalla propaggini del pizzo, piegando poi leggermente a sinistra ed intercettando un sentiero che proviene da sinistra (dalla bocchetta di Piazzocco) ed è chiamato Sentiero del Cardinale, perché venne percorso nell'agosto del 1913 dal Cardinal Ferrari che saliva a benedire la croce sulla vetta del pizzo. Il beato Andrea Carlo Ferrari, popolarmente conosciuto come Cardinal Ferrari, fu vescovo di Como dal 1891 al 1894 e poi arcivescovo di Milano. Amava molto la montagna e durante le sue visite pastorali non esitava a percorrere sentieri impervi e pericolosi. A chi provava a dissuaderlo ricordava che fin da piccolo aveva imparato a muoversi con sicurezza su terreni difficili, perché aveva fatto il pastorello di capre, e si sa che quando una capra si “incrapela”, cioè resta intrappolata fra le rocce, bisogna vincere ogni paura per andare a recuperarla.
Seguiamo ra il Sentiero del Cardinale verso destra, in leggera salita. Descrivendo un arco verso destra i segnavia ci indirizzano ad un facile canalone e, presso il roccione detto "Sfingetta", alla bocchetta di Castel Reino (m. 2138) per la quale guadagniamo il Pian delle Parole,
o Castel Reino, il solare crinale erboso sul quale intercettiamo il sentiero 101 (Sentiero delle Orobie Occidentali) che proviene, dalla nostra destra, dal rifugio Grassi (m. 1987). E siamo anche ad un secondo confine: ci affacciamo sulla Valtorta e quindi sulle Orobie bergamasche, quindi da Madrid a Venezia: la Serenissima per secoli fu infatti signora delle valli bergamasche. Un cippo di confine con la scritta "Stato di Milano" conferma questo passaggio da signoria a signoria.


Lago di Sasso e pizzo dei Tre Signori

Il colpo d'occhio, alla nostra sinistra, sulla conca del lago di Sasso è davvero bello. Proseguendo verso est (sinistra) saliamo, sempre su sentiero ben segnalato, seguendo una dorsale che si restringe (ci teniamo sul lato sinistro, a nord) ad un dosso, dal quale con breve discesa ci portiamo alla bocchetta Alta (m. 2235), dove siamo ad un bivio: di qui parte infatti la direttissima per il pizzo dei Tre Signori chiamata anche via del Caminetto (numerazione 45), perché propone un passaggio attrezzato attraverso uno stretto camino roccioso, poco sotto la cima.


Dal lago di Sasso al sentiero dei Solivi

Noi invece proseguiamo diritti, piegando leggermente verso destra (direzione sud-est), tagliando con andamento quasi pianeggiante il lungo e ripido versante erboso che si stende ai piedi delle rocciose propaggini meridionali del pizzo (è il cosiddetto Sentiero dei Solivi, che fa parte del Sentiero delle Orobie Occidentali, con numerazione 101; si tratta, per la precisione, della sezione 101-4 e va affrontato con molta cautela perché in molti punti è esposto). Procediamo in saliscendi superando così diversi avvallamenti e passando a sinistra della cima bifica del pizzo San Giovanni (m. 2048).


Il pizzo dei Tre Signori dal sentiero che sale al Pian delle Parole

La lunga traversata termina, con breve discesa, ad una pianetta dove si trova una colonnina di telesoccorso installata opportunamente dal C.A.I., per offire un prezioso servizio a quanti si trovassero in difficoltà in un punto piuttosto lontano da strutture di appoggio. Segue una discesa verso sud-est, che passa accanto ai resti di un antico scavo in miniera, poi, giunti di fronte all'erbosa Cima Fontane (m. 2095), pieghiamo decisamente a sinistra (direzione nord), lasciamo il crinale e scendiamo all'ampio vallone della Valle d'Inferno (versante di Val Brembana), dove, ad una quota approssimativa di 2040 metri, intercettiamo il sentiero con numerazione 106, che sale da Ornica e prosegue verso la bocchetta dell'Inferno.


Il lago di Sasso

Cippo di confine, pizzo dei Tre Signori e
bocchetta Alta

La Sfinge

In alto, a sinistra, si intravvede il misterioso profilo della formazione rocciosa denominata "La Sfinge". Lasciamo il sentiero 106 alla nostra sinistra e proseguiamo diritti, salendo fino ad una cupola erbosa denominata "Ol Poiàt" e sormontata da una croce in legno ("poiàt" era la catasta di legna con forma ad ogiva usata per la lenta combustione interna che produceva il carbone).


Il sentiero dei Solivi (101-4)

Attraversiamo poi una sorgente ed iniziamo un lungo giro quasi in piano, su sentiero che taglia il versante a mezza costa, con un tratto scavato nella viva roccia (attenzione!), fino a raggiungere l'attacco di un canale, per il quale saliamo (direzione nord) fino a trovare alla nostra destra un canale secondario che imbocchiamo (direzione est-nord-est) fino a raggiungere una crestina erbosa (cresta del Giarolo). Saliamo lungo il suo filo, in direzione nord-nord-ovest, fino ad un canalone che il sentiero risale con diversi tornantini.


La croce del Poiat e, sullo sfondo, la valle e la bocchetta dell'Inferno

Versante dei Solivi

Verso la cima del monte Giarolo

Al termine della salita siamo alla larga cima del monte Giarolo (m. 2314), il punto più alto del trekking: qui ci accoglie un rassicurante ometto. Cominciamo una una ripida discesa che ci porta alla bocca di Trona (m. 2224), che si affaccia all'omonima valle (detta anche Val Pianella) in territorio valtellinese, con ottimo colpo d'occhio sul pizzo di Trona, alla nostra sinistra.


Bocchetta di Val Pianella

Non scediamo però in Val Pianella, ma proseguiamo fra pascoli e roccette fino alla bocchetta dei Piazzotti, che ci introduce ad un solitario ed un po' triste vallone. Il sentiero scende leggermente stando sul suo lato sinistro, fino a giungere in vista dell'ampio versante che si stende ai piedi dell'altipiano dei Piazzotti. Vediamo già in cima al salto roccioso il mite profilo del terzo rifugio del nostro giro, il rifugio Benigni (m. 2222).


In vista del rifugio Benigni

Giunti ad un bivio, prendiamo a sinistra e, con poche ma faticose serpentine ci affacciamo all'altipiano. Ci accoglie il bel lago dei Piazzotti, nel quale si specchia il panoramicissimo rifugio, dal quale il colpo d'occhio a nord sul gruppo del Masino e sulla testata della Valmalenco è splendido.


Il rifugio Benigni

Di proprietà del CAI dell'Alta Val Brembana, il rifugio Benigni venne edificato fra il 1982 ed il 1984, grazie al contributo della famiglia Benigni che voleva onorare la memoria di Cesare Benigni, morto nel 1981 salendo il pizzo del Diavolo di Tenda, nelle Orobie centrali. Dispone anche di un piccolo locale invernale con otto posti letto. Dal rifugio si può salire in meno di mezzora alla cima dei Piazzotti Occidentale, di cui scorgiamo facilmente la croce sommitale.


Foto-mappa della discesa dal monte Giarolo al passo di Salmurano

Proseguiamo l'anello dei quattro rifugio tornando sui nostri passi, cioè scendendo al bivio sopra menzionato che avevamo raggiunto scendendo dalla bocchetta dei Piazzotti: ora prendiamo a sinistra, proseguendo nella discesa ed affacciandoci al ripido canalone dei Piazzotti ("canalìgn di piazzòc'"). Seguendo i segnavia scendiamo fra grandi blocchi, utilizzando in diversi passaggi anche le mani, con un po' d'attenzione, soprattutto se le rocce sono bagnate. Raggiunto il fondo del canalone, poseguiamo sul tranquillo sentiero che taglia la parte alta dell'alta valle di Salmurano (versante bergamasco) e porta in breve al passo di Salmurano, (m. 2017) che si affaccia sull'omonima valle sul versante valtellinese (nella parte alta della Val Gerola) ed è presidiato da una statuetta della Madonna con Bambino, alle cui spalle è di nuovo il gruppo del Masino a fare bella mostra di sè.


Passo di Salmurano

Dal passo un marcato sentiero scende nell'alta Valle di Salmurano valtellinese, rimanendo sul lato sinistro, per poi traversare a destra e puntare al ben visibile rifugio Salmuramo (m. 1848). Dal rifugio parte una pista sterrata che ci consente di tornare comodamente a Pescegallo, chiudendo così lo splendido anello di grande impegno fisico (circa 9 le ore di cammino, per un dislivello approssimativo in altezza di 1230 metri) ma anche di grande soddisfazione.


Il rifugio Salmurano

CARTE DEL PERCORSO

Conca di Salmurano

GALLERIA DI IMMAGINI

PASSI E PENSIERI DI IVAN FASSIN

Il 28 giugno del 2015 è scomparso Ivan Fassin, grande uomo di cultura che ha vissuto la passione per la montagna e quella per il pensiero e le scienze umane come dimensioni profondamente legate. Nel suo volumetto “Il conglomerato del diavolo – Fantasticherie alpine” (Sondrio, L'officina del Libro, 1991) così racconta una sua escursione in questi luoghi (salita da Pescegallo, per il passo di Salmurano, all'altipiano dei Piazzotti ed alla cime dei Piazzotti occidentale, discesa alla boccehtta di Val Pianella e traversata alla bocchetta d'Inferno per il sentiero 101, discesa alla bocchetta di Varrone e traversata alla bocchetta di Trona, discesa al lago di Trona ed all'imbocco della Val Pianella o Val di Trona):


Rifugio Benigni

Sbuchiamo sul dosso delle Foppe di Pescegallo… Traversata in fondo la valle risaliremo per per il più diretto sentiero… sotto il costone della cima orientale di Piazzotti, all'aereo passo di Salmurano. Intanto già da un po' andavamo guardando i primi contrafforti del regno del conglomerato, vale a dire la costiera turrita dei Denti della Vecchia, illuminata dai primi raggi del sole, rosa.violacea come piccole dolomiti locali. Al passo, come accade, si presenta una situazione geografica del tutto diversa da quella immaginata: una fossa profonda, rotondeggiante, ancora in ombra, costituisce la testata della Val Salmurano… Ora il sentiero si sviluppa per un tratto pianeggiante o in leggera discesa, tagliando in costa i ripidi pendii erbosi sotto gli erti colonnati di conglomerato rossiccio che fanno da sostegno, su questo lato, alla Cima Piazzotti (est). La via poi si inerpica entro un singolare canale sassoso, in cui prosperano certi fiori gialli.. A quanto pare l'incertezza dei crinali e dei deflussi va fatta risalire almeno all'era glaciale, quando il ghiacciaietto sospeso sull'altopiano Piazzotti, intanto che scavava la piccola fossa in cui oggi si annida il lago, riversava le sue lingue sia verso la Val Tronella che su questo lato.


Laghetto superiore dei Piazzotti

Ci avviamo sul pendio tutto solcato da vallette che, sviluppandosi per qualche centinaio di metri (e cento in altitudine) porta alla cima Piazzotti occidentale. Saliamo ancora verso la croce, preceduti da un silenzioso giovane che punta a quella meta come un pellegrino frettoloso; dall'altra parte della valle, tra nebbie dense e grigiastre, un gregge sta abbarbicato in posizione impossibile sul torrione di Giacomo: belano e invocano forse sale o acqua, che scarseggia. Da queste parti sembrano comunicare più gli animali che gli uomini… Dalla vetta gettiamo uno sguardo nel grigiore opaco della valle di Trona, e una occhiata nostalgica al torrione della Mezzaluna, che appare come un miraggio, ancora illuminato dal sole, in un solco della cresta; poi ci affrettiamo a scendere, nella convinzione che il tempo precipiti.


Il sentiero 101 sotto la cima dei Piazzotti occidentale

Non però per ritornare al rifugetto Benigni esposto a tutti i venti sul piccolo altopiano là in fondo, né divallando su Trona lungo una enorme ganda che riempie un vasto canale, bensì calando cauti sulla bocchetta di val Pianella, tra l'erba scivolosa, su una traccia sommaria, ma distinta… Proseguiamo… su un bel percorso che va verso il rifugio Grassi, correndo in quota sul versante meridionale del gruppo. Ma ovviamente vediamo poco più che il sentiero, intuiamo un “sopra” tetro e incombente, un “sotto” che fugge via: il cammino esige qualche attenzione, correndo alto su pendii erbosi ripidi, e più di rado traversando scogli e crestoni rocciosi… In questa tetraggine avanziamo molto rapidamente, apprezzando però l'intelligenza del tracciato, e la sua “esposizione” (ce ne aveva resi avvertiti la pallidezza di un ragazzo che col padre lo percorreva in senso opposto al nostro, e che avevamo incontrato all'inizio sul dosso di Giarolo), finché approdiamo a un piccolo circo invaso da enormi massi e, dopo lo scavalcamento di un ennesimo crestone, ci infiliamo nel rettilineo vallone d'Inferno (bergamasco). A sinistra la Sfinge è invisibile nella nebbia…


Lago Zancone e Val Pianella (o Val di Trona)

Così, dopo la bocchetta d'Inferno… andiamo di corsa su un sentierino che fa lievi saliscendi su canali e pascoli ripidi che scivolano verso il lago, alla bocchetta di Varrone, più un largo spiazzo che un passo, quasi uno svaso da cui l'antico ghiacciaio prendeva la via della Val Varrone. Anche noi ci affacciamo a guardare la testata di quella valle, il rifugetto FALK che sembra oggi deserto… Dall'altra parte di questa dorsale che fa da testata alla Val Varrone, sopra l'altro passo (Bocchetta di Trona) un piccolo bunker d'alta quota, resto forse di trinceramenti militari, poi chiesetta e poggi ridotto a rudere, porta ancora il nome, un po' incredibile, di Casa Pio XI. Nello squallore dell'interno (umido antro gelido), ancora una lapide ricorda la tragica vicenda di un giovane caduto sul Pizzo di Trona…


Bocchetta di Val Pianella (o di Val di Trona)

Dopo un altro tratto di costa, scendiamo cautamente alla diga e la traversiamo, un po' sorpresi di non trovare perentori divieti né arcigni custodi. Scivoliamo rapidamente giù per le pendici franose sotto i dentini di Trona, lungo una traccia non certo migliorata dalle discariche dei lavori, fino a una baita isolata su un dosso. Da lì, piegando verso la val Trona, aggiriamo verso monte il lago e andiamo a sostare… presso le casupole dell'alpe sotto il lago Zancone… Sul pianoro irregolare alcuni enormi massi erratici collocati in equilibrio precario sembrano minacciare la valle sottostante e il lago, verdeggiante in un raggio di sole. In fondo alla valle, grandi massi ora spaccati si devono essere scontrate scendendo da differenti postazioni, come fossero state fatte rovinare da un popolo di giganti in una contesa intestina…


Torrione di Tronella

Mentre sosto trasognato e un po' incerto, un violento scampanio di rochi “zampugn” e urla scomposte di umani sull'altro versante della valle mi richiamano a una scena d'altri tempi. Una lunga fila di capre, seguire da un pastore vociante, si snoda controluce lungo un sentiero di mezzacosta, un sentiero apposito, una via di penetrazione in questo regno della pietra, diretta a chissà quale meta che non si indovina prossima. Questa immagine fa da contrappeso alla turba di turisti sparpagliati in cima al lago che, appostati da ore di attesa del sole che scarseggia, non la smettono di lanciare urla sguaiate.


Val Pianella (o Val di Trona)

Nello scarto fra i due suoni si insinua una riflessione su quale doveva essere la vita quassù un tempo, nella pur breve stagione del pascolo. Luoghi, temo, non troppo amati, per la loro asprezza, la solitudine, la distanza dal fondovalle. Impossibile attribuire ai coloni una disinteressata contemplazione della selvaggia natura, presi com'erano dalla cruda necessità. Alla base di storie e leggende, che vi saranno state di certo, come sembrano attestare anche i sinistri toponimi, non la gioia del fantasticare, ma solo forse i terrori infantili e la noia dell'adulto nelle ore della sorveglianza al pascolo, e poi il tenace ricordare delle donne e l'ironica verbosità degli anziani.


Val Pianella (o Val di Trona)

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