CARTA DEL PERCORSO - GALLERIA DI IMMAGINI - ESCURSIONI IN VAL DEI RATTI


Media Val dei Ratti e Sasso Zucco (a destra)

Sasso Zucco è il simpatico nome di un curioso pronunciato corno roccioso che si impone alla vista di chi salga verso Frasnedo e prosegua percorrendo la sezione mediana della Val dei Ratti. Lo si distingue bene, sul lato destro della valle, sul confine basso della costiera che divide l'ampio e luminoso bacino dell'alpe Primalpia (dove si trova l'omonimo bivacco), ad est, dal più piccolo e misteroso bacino di Piempo, ad ovest.
Un interessante anello, per buoni camminatori, ci gira attorno, visitando entrambi gli alpeggi e toccando altri maggenghi di una delle più nascoste ed intatte valli della Valchiavenna, la Val dei Ratti, appunto.
La prima parte dell'anello è costituita dalla lunga salita dal parcheggio sulla carozzabile sopra Verceia a Frasnedo ed al rifugio Primalpia. La secona sfrutta un tratto del Sentiero Bonatti, scavalca la costiera alla Forcelletta bassa (m. 2000), o, con variante più lunga, alla Forcelletta alta (m. 2200) ed inizia la discesa lungo il bacino di Piempo, passando per le baite di Sostene scendendo al fondovalle, dove un sentiero prosegue diretto per Moledana e la diga di Moledana. Un'ulteriore breve discesa ci riporta al parcheggio dove abbiamo lasciato l'automobile. Ma vediamo più da vicino questa affascinante quanto inedita camminata.


Apri qui una fotomappa della parte alta dell'anello del Sasso Zucco

ANELLO (BREVE E LUNGO) DEL SASSO ZUCCO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Verceia (parcheggio del Piazzo)-San Sciucc-Tracciolino-Casten-Frasnedo-Corveggia-Tabiate.Primalpia bassa-Bivacco Primalpia-Forcelletta bassa (o alta)-Piempo-Sostene-Moledana-Parcheggio
7 h (o 8 h e 30 min.)
1220 (o 1420)
EE
SINTESI. Percorriamo la ss 36 in direzione di Chiavenna e, usciti dalla prima galleria, la lasciamo prendendo a destra al secondo svincolo di Verceia e portandoci alle case del paese. Acquistato il pass di transito giornaliero, traversiamo verso sinistra portandoci alla parta alta del paese, dove parte la carozzabile che sale passando per Vico e terminando al Piazzo (m. 850), dove parcheggiamo. Ci incamminiamo sulla mulattiera che in breve porta alla località denominata San Sciucc (m. 860), dove si trovano una struttura del gruppo ANA di Verceia ed una cappelletta. La mulattiera riprende a salire sul lato opposto, fra grandi tronchi di castagno e qualche betulla, intercettando a quota 910 metri, i binari del Tracciolino. Proseguiamo sul lato opposto e dopo breve salita, alcuni cartelli ci segnalano la presenza, poco a monte della mulattiera, del piccolo nucleo di Casten. Ci affacciamo poi alla soglia della media valle, incontrando la cappelletta della Val d’Inferno, a 1171 m. La mulattiera ci porta ad un bivio, segnalato da un cartello, che indica il ramo di sinistra come direzione per Frasnedo (la sigla S.I., che abbiamo già incontrato al Traccolino, sta per Sentiero Italia), mentre quello di destra porta a Moledana e Corveggia. Procediamo diritti e dopo un tratto scalinato e qualche tornantino, incontriamo una fontanella. Poi la selva si dirada progressivamente e superiamo un tratto nel quale la mulattiera incide alcune formazioni rocciose affioranti, volgendo in direzione nord-nord-est. Qualche ultimo sforzo ci porta al limite dell’ampia fascia di prati che ospita Frasnedo. Superata una croce in ferro, ragigungiamo le prime baite e traversando a destra giungiamo al sagrato della chiesetta della Madonna delle Nevi (m. 1287), dedicata anche a S. Anna. Lasciamo Frasnedo, in direzione dell’alta valle. Passiamo a destra del rifugio Frasnedo e scendiamo lungo un tratturo, che lascia il posto ad un sentiero che, rimanendo sulla destra orografica della valle (sinistra, per chi sale), sale ai prati di Corveggia (m. 1221). Ad un successivo bivio prendiamo a sinistra (indicazioni per il rifugio Volta). Dopo aver superato una cappelletta, usciamo ai prati di Tabiate (m. 1253), dove, su una baita, troviamo una targhetta azzurra con il logo “Life”. Addentrandoci ancor più nella media valle, intorno ai 1400 metri incontriamo un nuovo bivio, al quale prendiamo a destra, imboccando un sentiero che scende ad un ponte sul torrente della valle. Sul lato opposto della valle troviamo una fascia di prati con alcune baite. Raggiunti i prati, dobbiamo salire verso il limite superiore, più o meno sulla verticale rispetto al ponte, dove parte, segnalato dal cartello giallo del Sentiero Life posto su un masso, il sentiero segnalato che, dopo un primo traverso verso destra, piega a sinistra, superando alcuni torrentelli, nella cornice di un bel bosco di larici, e raggiunge l'alpe di Primalpia bassa, a m. 1678, caratterizzata da un grande larice solitario al centro del prato. Approssimativamente sopra la verticale del larice, leggermente a sinistra, il sentiero riparte, e, dopo un breve tratto a destra, riprende la direttrice verso sinistra (est), sempre nella cornice del bosco di larici. Attraversate alcune radure, incontriamo i primi ruderi delle baite dell’alpe di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza) alta. Incontriamo, quindi, un cartello che indica la deviazione per l’alpe Nave e l’alpe Piempo, deviazione che ignoriamo. Superato un ultimo torrentello, raggiungiamo il bivacco Primalpia, a 1980 metri. Inizia da qui la seconda parte dell'anello, che per un tratto segue il sentiero Walter Bonatti (segnalazione), procedendo in senso contrario, cioè, in leggera salita, verso sud-ovest, e puntando alla costiera Primalpia-Piempo, chiusa sul lato di destra dal Sasso Zucco. Lasciata alla nostra sinistra la traccia che sale più diretta al vallone che adduce ai passi di Visogno e Colino, ci approssimiamo allo scuro versante della costiera e seguiamo la traccia che, con qualche serpentina fra macereti e roccette, si porta, sul suo crinale, alla selletta erbosa chiamata localmente "Forcelletta" (m. 2000), per poi scendere sul versante opposto su un ripido crinale erboso, che impone attenzione e buone condizioni di terreno. La breve discesa ci porta a toccare il bacino di Piempo, poco a monte rispetto all'ampio pianoro ed alla Casera Nuova (m. 1870). Lasciamo ora alla nostra sinistra il sentiero Bonatti e scendiamo verso destra, fra pascoli e pietrame, fino alla piana dell'alpe. Procediamo gradualmente verso il centro del vallone ed a quota 1725 metri circa passiamo sul suo lato sinistro, procedendo verso nord-ovest fino al bordo del pianoro, dove si trovano, in bellissima posizione panoramica, le rammodernate baite di Sòstene (m. 1655). Seguiamo ora il cartello (affiancato da un cartello in legno con il disegno del bivacco Primalpia) che segnala il sentiero che procede verso destra (est), riportandoci dal lato sinistro a quello destro della valle di Piempo. Attraversato il torrentello, il sentiero piega a sinistra (nord) e taglia l'ultimo lembo di prati, dove si trova una baita, per poi iniziare in un bel lariceto una discesa, sempre verso nord, in direzione del fondovalle. Procediamo su un largo tratturo che dapprima si porta a ridosso degli scuri roccioni del versante occidentale del Sasso Zucco. Poi se ne allontana verso sinistra e con diverse svolte termina ai prati che si aprono proprio alla base occidentale del Sasso Zucco, dove si trova una grande baita. L'ultima parte della discesa sfrutta un sentierino che alla nostra sinistra procede diretto in parallelo al torrente della Val dei Ratti, verso sud-ovest, riattraversando il torrentello del Piempo ed un secondo valloncello in un ambiente segnato dalle frequenti slavine. In corrispondenza di un terzo valloncello intercettiamo, in breve, il più marcato sentiero che scende da Corveggia, e lo seguiamo procedendo diritti, nell'ombrosa boscaglia, restando un po' alti rispetto al torrente di Val dei Ratti. Ignorata subito la deviazione a sinistra (segnalata da un cartello su un albero) per l'alpe Nave, procediamo diritti, svoltando poi a destra e di nuovo a sinistra. La discesa ci porta faccia a faccia con l'irruente torrente della valle, che superiamo grazie ad un ponticello, portandoci sul suo versante settentrionale. Il sentiero procede verso sinistra, e ci porta ad un bivio, al quale ignoriamo il sentiero di destra che sale a Frasnedo. Dopo un breve tratto ci portiamo ad un secondo ponticello, che ci riporta sul versante meridionale della valle. Il sentiero resta a ridosso del torrente e dopo breve tratto esce alle baite dei prati di Moledana. Qui ignoriamo il sentiero segnalato che si stacca a sinistra per salire all'alpe Nave e procediamo diritti, fino ad un trivio, al quale ignoriamo la deviazione a sinistra per Nave e Lavazzo, ma lasciamo anche la traccia che procede diritta verso Verceia, scendendo invece a destra. Dopo una breve discesa siamo al limite orientale dell'impressionante muraglia della diga di Moledana. Ne attraversiamo il camminamento e sul lato opposto proseguiamo seguendo i binari del celebre Tracciolino, la lunga striscia ferroviaria costruita per congiungere i bacini di Moledana, in Val dei Ratti, e Saline, in Val Codera. Camminiamo per un buon tratto in piano, prima di intercettare il sentiero principale che sale a Frasnedo. Qui lasciamo il Tracciolino e scendiamo verso sinistra, ripercorrendo il primo tratto della salita, tornando in pochi minuti al parcheggio dove abbiamo lasciato l'automobile, dopo circa sette ore di cammino (il dislivelo approssimativo in salita è di 1220 metri).
VARIANTE. L'anello del Sasso Zucco può essere percorso con una variante più alta, che allunga il tempo di un'ora e mezza buona (200 metri di dislivello in più), ma consente di evitare l'ostica discesa dalla Forcelletta bassa, sfruttando il passaggio della Forcelletta alta (m. 2200). Se optiamo per questa seconda soluzione, seguiamo il sentiero Bonatti che lascia il bivacco Primalpia solo per breve tratto, salendo poi a vista, verso sinistra, in diagonale, verso il ben visibile intaglio che si apre sul limite superiore della costiera Primalpia-Piempo, sul lato opposto rispetto al Sasso Zucco. Una rampa un po' faticosa su sfasciumi e macereti ci porta così alla Forcelletta alta (m. 2200). Pieghiamo poi a destra e con ampio arco ci affacciamo al limite alto del bacino di Piempo. Iniziamo quindi scendere a vista, intercettando di nuovo il Sentiero Bonatti, che procede in direzione contraria, avvicinandoci gradualmente, verso destra, al versante della costiera, fino ad intercettare il percorso sopra descritto poco a monte della Casera Nuova (m. 1870).


La Val dei Ratti

Portiamoci, con l’automobile, alla parte alta di Verceia, sul lato sinistro, cercando le indicazioni per la Valle dei Ratti. Acquistiamo il pass di accesso al bar cenrale di Verceia e percorriamo una stradina che passa per la frazione di Vico e procede fino a quota 850 m. circa, dove termina alla località Piazzo (m. 850).
Imbocchiamo, dunque, la segnalata (segnavia bianco-rossi e rosso-bianco-rossi) mulattiera per la Valle dei Ratti e per Frasnedo. Il primo tratto, scalinato, risale il fianco di una sorta di promontorio, e ci porta alla soglia di un versante boscoso, dominato dai castagni, sul quale la mulattiera, sempre assai larga, comincia a guadagnare quota, con direzione est, passando nei pressi di una prima cappelletta (m. 664, con un dipinto in avanzato stato di degrado) e raggiungendo, dopo una quarantina di minuti o poco più di cammino, l’ampia radura della località denominata San Sciucc (m. 860). Non sapremmo dire a quale figura di santo si riferisca questa denominazione; tenendo presente, però, che “sciucc” significa “grande tronco d’albero”, essa si attaglia assai bene al luogo, caratterizzato dalla presenza di castagni secolari. Uno di questi, infatti, è stato inserito fra gli alberi monumentali della Provincia di Sondrio (Censimento del 1999): dal suo tronco, il cui diametro ragguardevole misura 524 cm, si elevano, però, ormai solo pochi esili rami, che  non superano l’altezza di 10 metri. Eppure questa memoria vivente dei secoli passati non soffre della presenza di più giovani e baldanzosi esemplari, e mostra una rara dignità anche nell’evidente declino e senescenza. La radura ospita una struttura utilizzata dagli Alpini di Verceia per le loro feste estive.
Una seconda cappelletta ci riserva una sorpresa più unica che rara: il dipinto al suo interno mostra una Madonna, biondissima, con Bambino, altrettanto biondo, con in mano un rosario e circonfusa dalle nubi del cielo. Fin qui niente di originale. L’originalità sta nel piede della vergine, che sbuca dalla nube, rivestito di un vistoso ed improbabilissimo scarpone da montanaro, non sapremmo quanto utile in quel della Terra Santa o dell’alto dei Cieli, ma sicuramente intonato con lo spirito di questi luoghi. Difficile, però, che la versione originale del dipinto contemplasse questo dettaglio: una scritta ci informa che la cappella fu fatta edificare per sua devozione da Giova Batista Berino nel 1734. Sul lato della cappelletta possiamo leggere la preghiera dell’alpino: “Su le nude rocce, sui perenni ghiacciai, su ogni balza delle Alpi ove la Provvidenza ci ha posto a baluardo fedele delle nostre contrade, noi, purificati dal dovere pericolosamente compiuto, eleviamo l’animo a Te, o Signore, che proteggi le nostre mamme, le nostre spose, i nostri figli e fratelli lontani, e ci aiuti ad esser degni de le glorie dei nostri avi. Dio onnipotente, che governi tutti gli elementi, salva noi, armati come siamo di fede e di amore. Salvaci dal gelo implacabile, dai vortici della tormenta, dall’impeto della valanga, fa che il nostro piede posi sicuro su le creste vertiginose, su le diritte pareti, oltre i crepacci insidiosi, rendi forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra patria, la nostra bandiera, la nostra millenaria civiltà cristiana. E tu Madre di Dio, candida più della neve, tu che hai conosciuto e accolto ogni sofferenza e ogni sacrificio di tutti gli alpini caduti, tu che conosci e raccogli ogni anelito e ogni speranza di tutti gli alpini vivi ed in armi, tu benedici e sorridi ai nostri battaglioni e ai nostri gruppi. Così sia.” Nei pressi della cappelletta udiamo anche il rallegrante scroscio di un rivolo d’acqua, che una graditissima fontanella ci offre. Una rinfrescata non nuoce prima di riprendere il cammino.
La mulattiera sale ancora, fra grandi tronchi di castagno e qualche snella betulla, intercettando, dopo pochi minuti, a quota 910 metri, i binari del Tracciolino, la straordinaria decauville che congiunge il bacino di carico della Val Codera, che serve la centrale di Campo di Novate, con la diga di Moledana, in Valle dei Ratti. Uno straordinario tracciato, che corre, con andamento assolutamente pianeggiante, per circa dodici chilometri, tagliando valloni fra i più orridi e verticali si possano immaginare. Venne tracciata negli anni trenta del secolo scorso, per portare dalla Valle dei Ratti il materiale necessario a costruire la diga in Val Codera. Prendendo a sinistra, troviamo, dopo breve tratto, la casa dei guardiani, poi inizia la lunga traversata verso la Val Codera; prendendo a destra ci portiamo, invece, alla diga di Moledana, impressionante muraglia eretta all’imbocco dell’orrida forra nella quale precipita la bassa Valle dei Ratti. Noi, però, salutiamo il Tracciolino e proseguiamo sulla mulattiera per Frasnedo, che continua a salire con andamento est. Dopo breve salita, alcuni cartelli ci segnalano la presenza, poco a monte della mulattiera, del piccolo nucleo di Casten (così è chiamato sulle carte, ma un cartello lo chiama Casctan ed è citato anche come Castàn, con evidente derivazione da “castagno”). Di nuovo un riferimento al castagno, l’albero che regna incontrastato su questo segmento della valle. Saremmo inclini a pensare che da sempre esso abbia abitato le valli alpine, integrato perfettamente com’è nella magra economia di sussistenza delle sue popolazioni, data la versatilità degli usi alimentari della castagna; così, però, non è: fu introdotto, dai boschi appenninici dell’Italia centrale, in epoca romana e cominciò a soppiantare l’incontrastato dominio del faggio in età medievale. Qui a Casten si respira, però, un’aria quasi cosmopolita: un simpatico cartello indica la direzione per Chiavenna e St. Motitz ed un altro definisce il gruppo di baite frazione d’Europa. Un terzo cartello, infine, posto dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, commemora la traversata della 55sima brigata Fratelli Rosselli, che, nel novembre del 1944, incalzata da un rastrellamento delle forze nazi-fasciste, passò di qui scendendo dall’alta Valle dei Ratti per effettuare la traversata in Val Codera sul Tracciolino ed espatriare in territorio elvetico per la bocchetta della Teggiola.  Poco più avanti, a sinistra della mulattiera, un grande masso cavo raccoglie l’acqua di una sorgente, ed una scritta indica che si tratta di un “böi” (trogolo) di origine forse cinquecentesca.
Salendo ancora, ci affacciamo alla soglia della media valle, che comincia a regalarci qualche scorcio dal quale possiamo già apprezzarne, per quanto parzialmente, l’ampiezza. La soglia è presidiata da una terza cappelletta, a 1171 m., quella della Val d’Inferno (così si chiama il vallone laterale che precipita da nord nel solco principale della valle). Vi è raffigurata una Madonna con Bambino. Mentre Gesù, con volto singolarmente “adulto”, le cui fattezze richiamano quelle dei montanari di queste valli, addita con l’indice il cielo e volge lo sguardo, serio e compreso, lateralmente, la Madonna, con espressione dolcemente malinconica, guarda direttamente il viandante. Niente scarponi, questa volta. Le valli alpine sovrabbondano di questi segni della devozione popolare, che assumevano diverse funzioni: erano luoghi di sosta nella faticosa salita degli alpigiani al monte, sempre con un carico di molti chilogrammi, ed erano, insieme, invito alla preghiera ed a pensieri edificanti; spesso presidiavano luoghi pericolosi, soprattutto per l’esposizione, e quindi fungevano anche da segno della divina protezione; talvolta servivano anche da riparo in caso di intemperie. Su un lato di questa cappelletta dobbiamo alla penna ed alla vena poetica di un tal Andreino (classe 1947) una simpatica poesiola che ne celebra il restauro: “Vegia capela de la Val d’Infern. Al me par er che andevi in Talamüchä, pasevi via quaivolt sempar de fughà e te vidivi ilò, in ör a sctreda, a fe la guardia a tüta la valeda. Te ne paset denenz de tüti ‘l nöt: tudesch, cuntrabandier e partigiani, ma te te mai tremeet, chära capela, driza ilò, impee a fe da sentinela. Pasevan i nos vec cul zainu in scpala, chilò i se fermevan a quintala; un fiuu, un pater, e dopu via debot, andevan a pusee cuntent ai crot. Adess i pasan via sempar de presa, se ferman piö ninch a cambiat i fiuu! La nef, al suu, vürün maledücheet töc i tö sant t’an quasi cancelet. “Quanta fadighä i nos vecc a fala sö” i disaran un dè i nos fiö, cun i falò d’ascteet, al frec d’invern, vegia capela de la Val d’Infern! An te farè növa, bela cumè prüma, senza scpecee chè i vegnin sö da Roma e quei che i pasarè cun gran riscpet i pensaran: “Parò ‘l 47”  Peccato doverla tradurre, magari pedestremente: “Vecchia cappella della Val d’Inferno. Mi pare ieri quando andavo in Talamucca, passavo via qualche volta di fretta e ti vedevo qui, sul ciglio della strada, a far la guardia a tutta la vallata. Te ne sono passati davanti di tutti i generi: tedeschi, contrabbandieri, partigiani, ma tu non hai mai tremato, cara cappella, dritta, qui, in piedi a fare la sentinella. Passavano i nostri vecchi con lo zaino in spalla e si fermavano qui per chiacchierare; un fiore, un pater e dopo via ancora, andavano anche più contenti ai crotti. Adesso passano via sempre di fretta, non si fermano più neppure a cambiarti i fiori! La neve, il sole e qualche maleducato hanno quasi cancellato tutti i tuoi santi. “Quanta fatica i nostri vecchi a costruirla”, diranno un giorno i nostri figli, con i falò d’estate, il freddo d’inverno, vecchia cappella della Val d’Inferno! Ti faremo nuova, bella come prima, senza aspettare che vengano su da Roma e quelli che passeranno con gran rispetto penseranno: “però, il ‘47”. I riferimenti storici nella poesia testimoniano di come questa valle non fu in passato avulsa dalle vicende più generali di Valchiavenna e Valtellina. Già abbiamo visto come di qui passò, nel novembre 1944. la 55sima brigata partigiana Fratelli Rosselli, che aveva iniziato un lungo ripiego dalla Valsassina, per la Val Gerola, alla Costiera dei Cech, dalla quale era appunto scesa fin qui per passare in Val Codera sfruttando il Trecciolino e di qui guadagnare la Svizzera varcando la bocchetta della Teggiola. Di qui passarono, nel secolo scorso, anche molti contrabbandieri, che scendevano dalla Val Codera. Meno chiaro è il riferimento ai tedeschi. Potremmo pensare a truppe naziste, perché nel novembre del 1944 truppe nazifasciste salirono in valle per cercare di intercettare la citata ritirata della 55sima Rosselli. Ma forse c'è un'allusione anche al celebre colonnello tedesco Pappenheim che, al serbvizio degli Spagnoli, combattè con successo, nel settembbre del 1625, contro gli avversari, Francesi e Grigioni, nel contesto delle guerre per la Valtellina successive alla rivolta dei cattolici del 1620. Per suo ordine 700 soldati, guidati dal Perucci, compirono un’ardita traversata dalla Val Codera per il vallone di Revelaso e la forcella di Frasnedo, scendendo poi dalla Valle dei Ratti per sorprendere alle spalle le truppe franco-grigione di stanza a Verceia. La manovra riuscì in pieno e fu il preludio della ritirata di Francesi e Grigioni, che, presi alle spalle, lasciarono Verceia, che tenevano da qualche mese, e sgomberarono la bassa Valtellina fino a Traona. La manovra voluta dal Pappenheim, che poi regalò un quadro celebrativo della sua vittoria alla chiesa di S. Fedele di Verceia, è così descritta nella “Storia della Valtellina” del Romegialli 1836): “All’impresa adunque di Campo e Verceja pose egli [Pappenheim] ordine, e dati settecento al cavaliere Perucci, questi, con alcuni di Valle Codera, prese le aclività di quel monte, e superandone l’altezza, non che la costa di quelli che dividono dall’altra Valle detta dei Ratti, d’onde uscivasi sopra Verceja, dopo due giorni e tre notti di periglioso arrampicarsi e marciare, prendevano alle spalle e ai fianchi gli alleati, senza che le scolte od alcun avamposto se ne accorgesse…” Con uno sforzo di immaginazione possiamo figurarci i fanti agli ordini del Perucci scivolare silenziosi giù per il sentiero, fino ad affacciarsi agli ultimi pendii sopra Verceia.


Frasnedo

Non abbiamo, invece, bisogno di immaginazione alcuna per figurarci Frasnedo, che vediamo, in alto, sulla sinistra. C’è ancora un po’ da camminare: la mulattiera ci porta ad un bivio, segnalato da un cartello, che indica il ramo di sinistra come direzione per Frasnedo (la sigla S.I., che abbiamo già incontrato al Traccolino, sta per Sentiero Italia, di cui ora percorriamo un tratto della tappa Codera-Frasnedo), mentre quello di destra porta a Moledana e Corveggia. Dopo un tratto scalinato e qualche tornantino, incontriamo una nuova fresca fontanella, sempre gradita se camminiamo nella calura estiva. Poi la selva si dirada progressivamente e superiamo un tratto nel quale la mulattiera incide alcune formazioni rocciose affioranti, volgendo in direzione nord-nord-est. Qualche ultimo sforzo ci porta al limite dell’ampia fascia di prati che ospita Frasnedo, il paese dei molti frassini (questo è il significato etimologico del nome).


Frasnedo

Ci accoglie una piccola croce in ferro dedicata alla memoria di Oregioni Teresa (Oregioni e Penone sono i più diffusi cognomi nella valle ed a Verceia) ed una quarta cappelletta, circondata da alcuni grandi aceri, dove è dipinta, non ce ne stupiamo, una Madonna con Bambino (ma questo dipinto è di fattura assai più recente rispetto ai precedenti). Ci viene incontro, poi, la prima baita, sulla quale si legge ancora la scritta “Frasnedo comune di Verceia”. Le baite, ben curate e ristrutturate, regalano qualche dettaglio che ne testimonia l’antichità, come uno stipite in legno datato 1721. Attraversiamo il primo e più consistente nucleo di baite, notando anche una piccola targa in legno che invoca sulla valle la protezione di Santa Barbara. Se abbiamo un po’ di spirito di osservazione, noteremo anche che alcune di queste baite sfruttano la presenza di una vicina piccola roggia, che serve a fornire acqua fresca per conservare alimenti e bevande nella parte più calda della stagione. Paese simpatico davvero, Frasnedo, che si anima di vita nella stagione estiva, nonostante i villeggianti debbano salire fin quassù da Verceia con un’ora e mezza buona di cammino, in quanto la strada carrozzabile non accede alla valle, ma si ferma ad una quota approssimativa di 600 metri. È questo, come già detto, il motivo principale che ha conservato alla valle un volto antico, pressoché intatto: per giungere fin qui occorrono circa un’ora e tre quarti di cammino.


Frasnedo

D’estate non patiremo certamente la malinconia: la vivace e cordiale presenza della gente di Verceia riempirà di suoni, umori e colori la vita del paese. Ecco quel che scrive, al proposito, Giuseppe Miotti in “A piedi in Valtellina” (Istituto geografico De Agostani, 1991):
Il villaggio sorge a 1287 metri, poco sotto il selvaggio crestone che separa la Val dei Ratti dal Vallone di Revelaso. Come Codera anche Frasnedo fino a pochi anni or sono era abitato tutto l’anno; oggi i suoi paesani vengono quassù solo d’estate, alcuni per passarvi le ferie, altri per falciare il fieno e portarvi le mucche. È gente rustica quella di Frasnedo, gente che mi par vada fiera del fatto che la valle sia rimasta immune dal progresso e dal clamore. Una strada che da Verceia conducesse al paese sarebbe molto comoda, ma quelli con cui ho parlato sembrano poco propensi… Finora i rifornimenti giungono al paese tramite la teleferica, che è gestita da un consorzio formato dagli stessi abitanti di Frasnedo e della quale tutti sono giustamente fieri. Nel mese di agosto il piccolo villaggio è animato da numerose feste e vale certo la pena di passare una giornata in loco per dividere con gli abitanti la gioia e le sensazioni antiche che questi “riti” evocano. Forse la festa più importante è quella della seconda domenica del mese: quella della Madonna delle Nevi. Dalla piccola e graziosa chiesa, dedicata appunto alla Vergine, parte la processione che esce dal paese addentrandosi per un breve tratto nella valle e facendo ritorno dalla parte opposta di quella donde si è mossa. Mentre la processione si allontana e per tutta la sua durata, le campane vengono suonate a martello da due esperti percussionisti locali. Tutto il villaggio è parato a festa e, soprattutto la sera, l’allegria si scatena con mangiate, bevute e fuochi d’artificio.”


Frasnedo

Proseguendo sulla mulattiera, ci portiamo, in breve, al sagrato della chiesetta della Madonna delle Nevi (m. 1287), dedicata anche a S. Anna, sulla cui facciata, fra i santi Rocco ed Antonio, si legge una dedicazione in latino, dalla quale ricaviamo che il popolo di Frasnedo la fece erigere nel 1686 a perpetua memoria dell’apparizione di fiori fra le nevi (il campanile, però, venne eretto più tardi, nel 1844). Ci regala la sua preziosa ombra un grande olmo montano, fiero di essere stato inserito fra gli alberi monumentali della Provincia di Sondrio (censimento del 1999) per il suo portamento, la sua eleganza ed anche la sua rarità botanica (a questa quota): la circonferenza del suo tronco misura 270 cm ed è alto 10 metri. Ma se glielo chiedete, sicuramente vi fornirà dati approssimati per eccesso. La vanità non è solo animale. La chiesetta è posta in posizione rialzata, rispetto al corpo centrale del paese. La sua collocazione ci permette di vivere la sensazione di una curiosa sospensione: guardando oltre la soglia della bassa valle scorgiamo uno spicchio del lago di Mezzola, mentre volgendo lo sguardo alla testata della valle vediamo il monte Spluga o cima del Calvo (m. 2967), dove si incontrano Valle di Ratti, Valle dell’Oro e Valle di Spluga. Noi siamo in una sorta di dimensione intermedia fra le placide sponde lacustri ed i contrafforti graniti delle cime del gruppo del Masino, di cui scorgiamo, da qui, il monte Spluga o cima del Calvo. Una dimensione intrisa di suggestione ma anche di mistero. In questo, come in tanti altri luoghi remoti della montagna alpina, sono fiorite le leggende, perlopiù a fondo oscuro.


Frasnedo

La più famosa ha come cornice una delle fredde e brevi giornate invernali a Frasnedo, quando il paesino era ancora abitato per l’intero arco dell’anno: una sera un umile contadino di Verceia, rimasto a Frasnedo per custodire il gregge di capre, udì bussare alla sua porta, e, colmo di stupore, come ebbe aperto si ritrovò di fronte questo elegante signore. Gli venne spontaneo chiedere cosa facesse lì ad un’ora così tarda, e se non si fosse perso. La risposta fu enigmatica: da cinquecento anni dimoro in questa valle, disse l’uomo misterioso, che poi si sedette su una panca, vicino al focolare, togliendosi le scarpe per scaldarsi i piedi. Fu allora che il contadino ebbe modo di comprendere di chi si trattasse: al posto dei piedi, infatti, comparvero due zampe caprine. Gli si raggelò il sangue nelle vene, perché non ci voleva molto a capire che si trattava del diavolo in persona. Fu, però, in quell’occasione almeno, un buon diavolo, perché non fece alcun male al contadino, ma si limitò a riscaldarsi, a ringraziare e ad andarsene. Il contadino, nondimeno, non perse tempo, e, congedato l’ospite inquietante, scese precipitosamente alla casa di Verceia. Lo spavento fu tanto che cadde anche in una lunga malattia. Non sappiamo se si riebbe; noi, sperimentato il balsamo di questo luogo magico, dalle fatiche per salire fin qui ci sentiamo interamente ristorati.


Frasnedo

Lasciamo, dunque, Frasnedo, in direzione dell’alta valle, passando accanto al rifugio Frasnedo e percorrendo in leggera discesa un trattuto, che lascia il posto ad un sentiero. Procediamo rimanendo sulla destra orografica della valle (sinistra, per chi sale), scende ai prati di Corveggia (m. 1221), dai quali si gode di un buon colpo d’occhio sull’alto Lario, ed ai quali giunge anche un sentiero più basso, che passa per Moledana (dalla voce milanese "moeula", mola).


Il rifugio Frasnedo e l'alta Val dei Ratti

Addentrandoci ancor più nella valle, raggiungiamo, in breve, un bivio (anzi, trivio, considerando la direzione dalla quale veniamo: questo giustifica le tre frecce bianco-rosse in evidenza su un masso) con alcuni cartelli della Comunità Montana Val Chiavenna, che indicano sulla destra il sentiero A1, per l’alpeggio Nave (dato a 45 minuti), l’alpeggio Lavazzo (dato ad un’ora e 30 minuti) ed il passo del Culmine (dato a 2 ore e 15 minuti). I cartelli segnalano anche che il medesimo sentiero porta, in 2 ore e 25 minuti, al monte Bassetta (sul crinale fra Valle dei Ratti e Costiera dei Cech), dal quale si scende al maggengo di Foppaccia (dato a 3 ore e 25 minuti), per poi tornare, alla fine, a S. Fedele di Verceia (tempo complessivo: 4 ore e 30 minuti). Un ottimo circuito escursionistico, per chi parta da Verceia e sia ottimo camminatore.


Apri qui una videomappa del versante orientale dell'alta Val dei Ratti

Ma a noi, per ora, interessa l’altro sentiero, quello di sinistra, che porta, in 3 ore, al rifugio Volta. Un cartello con la scritta cancellata, sempre a questo bivio, sta ad indicare che la direzione per la capanna Volta è, per ora, anche quella per il bivacco Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza).
Di nuovo in cammino, dunque, prendendo a sinistra. Dopo aver superato una cappelletta, eccoci ai prati di Tabiate (m. 1253), dove, su una baita, troviamo una targhetta azzurra con il logo “Life”. Addentrandoci ancor più nella media valle, intorno ai 1400 metri incontriamo un nuovo bivio, al quale bisogna prestare un po’ di attenzione. Dal sentiero si stacca, sulla destra, un secondo sentiero che scende ad un ponte sul torrente della valle. Su un masso una freccia indica il bivio; in direzione del sentiero principale è aggiunta la scritta, difficilmente leggibile, “Volta”: l’indicazione va intesa nel senso che proseguendo diritti su questo sentiero, cioè rimanendo ancora per un lungo tratto sul lato sinistro (per noi) della valle, saliamo verso il rifugio Volta del CAI di Como, posto, a 2212 metri, sul limite dell’alpe Talamucca, nella parte centrale dell’alta valle.


Media Val dei Ratti (partenza del sentiero per il bivacco Primalpia)

Noi, invece, dobbiamo scendere al ponte alla nostra destra, che ci porta sul lato opposto della valle, dove troviamo una fascia di prati con alcune baite. Un cartello che punta in direzione del ponte ha la scritta cancellata (vi si leggeva l’indicazione per il bivacco Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza). Probabilmente in futuro le indicazioni saranno più chiare. Intanto, raggiunti i prati, dobbiamo salire verso il limite superiore, più o meno sulla verticale rispetto al ponte, dove parte, segnalato dal cartello giallo del Sentiero Life posto su un masso, il sentiero segnalato che, dopo un primo traverso verso destra, piega a sinistra, superando alcuni torrentelli, nella cornice di un bel bosco di larici, e raggiunge l'alpe di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza) bassa, a m. 1678, caratterizzata da un grande larice solitario al centro del prato. Un cartello che reca scritto "Forza veci" ci esorta a chiamare a raccolta le ultime forze; mentre tiriamo il fiato, guardiamo al versante opposto della valle, dove la cima del Cavrè si mostra come un'imponente ed elegante piramide regolare. Approssimativamente sopra la verticale del larice, leggermente a sinistra, il sentiero riparte, e, dopo un breve tratto a destra, riprende la direttrice verso sinistra (est), sempre nella cornice del bosco di larici.
Attraversate alcune radure, incontriamo i primi ruderi delle baite dell’alpe di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza) alta. Incontriamo, quindi, un cartello che indica la deviazione per l’alpe Nave e l’alpe Piempo, deviazione che ignoriamo. Superato un ultimo torrentello, eccoci, infine, al simpatico edificio del bivacco Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza), recentemente edificato, a 1980 metri.
L’interno è accogliente: ci sono 18 brandine, disposte in letti a castello, c’è l’acqua corrente, c’è una stufa a gas ed un focolare, c’è la corrente generata da un pannello fotovoltaico. C’è anche un simpatico cartello, con una scritta che recita così: “Il pattume se si scende a valle portarlo con sé, perché il camion non passa! Grazie!” Qualora fossimo nella necessità di fermarci qui, ripaghiamo la generosa iniziativa di chi ha voluto questo prezioso punto di appoggio con il massimo rispetto per la struttura e magari con un contributo riconoscente.


Bivacco Primalpia

Questo luogo così ampio e luminoso ha visto per secoli alternarsi vicende di uomini ed animali. Non ci poteva però, non mettere il suo zampino anche il diavolo. Eccolo, quindi, protagonista di una delle tante leggende che fino ad un paio di generazioni fa si raccontavano con aria serissima la sera per incutere in tutti, soprattutto nei più piccoli, un sano timore. Una volta, in autunno, un ragazzo, un aiutante dei contadini che caricavano l’alpe di Primalpia (un “bocia”), mentre risaliva l’alpe per cercare alcune capre che si erano perse, fu improvvisamente circondato da una nebbia misteriosa, dalla quale emerse un distinto signore (parente stretto, forse, di quello che abbiamo già visto nella leggenda di Frasnedo). Alla domanda se avesse visto delle capre, egli risposte che da trecento anni viveva nella valle, senza aver mai visto alcuna capra. Anche in questo caso il ragazzo intuì di chi si trattava, e tornò di corsa, spaventato, alle baite dei pastori.


Bivacco Primalpia

Dove si trovano diavoli, si trovano anche anime dannate, e l’alpe Primalpia non fa eccezione. Si racconta, infatti, che qui fu relegata l’anima di un tal Scigulìn, che spesso passava il tempo a fischiare. Questo diede noia ad un pastore, che, un giorno, gli chiese in tono minaccioso di smettere. Quando questi, però, sceso a Verceia, fu di ritorno all’alpe, ebbe una sgradita sorpresa: Scigulin, che non aveva affatto preso bene la sgarbata richiesta, cominciò a fischiare sempre più forte, impedendogli di proseguire. Calarono così le tenebre, ed il pastore non fu più in grado di trovare la strada per la propria baita. Fu cosìcostretto a vagare fino al sorgere dell’alba, quando la luce gli permise di riconoscere il sentiero per l’alpe. Questo ed altro può succedere quando non si rispettano le anime che già hanno la triste sorte di dimorare eternamente nelle solitudini montane.
Queste ed altre leggende si trovano raccolte nel bel volume di AA. VV. intitolato "C'era una volta", edito, a cura del Comune di Prata Camportaccio, nel 1992.


Il Sasso Zucco

Inizia da qui la seconda parte dell'anello, che per un tratto segue il sentiero Walter Bonatti, dedicato ad una delle maggiori figure in assoluto dlel'alpinismo italiano, che trascorse l'ultima parte della sua vita a Dubino. Il sentiero disegna infatti un lunga ed impegnativa traversata da Dubino al rifugio Omio, con tappa intermedia proprio al bivacco Primalpia.
Seguiamo quindi i cartelli ed i segnavia del sentiero procedendo in senso contrario, cioè, in leggera salita, verso sud-ovest, puntando alla costiera Primalpia-Piempo, chiusa sul lato di destra dal Sasso Zucco che, visto da qui, perde un po' della sua fascinosa perentorietà. Lasciata alla nostra sinistra la traccia che sale più diretta al vallone che adduce ai passi di Visogno e Colino, ci approssimiamo allo scuro versante della costiera e seguiamo la traccia che, con qualche serpentina fra macereti e roccette, si porta sul suo crinale, si porta alla selletta erbosa chiamata localmente "Forcelletta" (m. 2000; si tenga però presente che il medesimo nome designa il passaggio più alto posto sul limite superiore, cioè di sud-est, della costiera), per poi scendere sul versante opposto su un ripido crinale erboso, che impone attenzione e buone condizioni di terreno.


La valle di Piempo

La breve discesa ci porta a toccare il dolce declivio del bacino di Piempo, poco a monte rispetto all'ampio pianoro ed alla Casera Nuova (m. 1870). Lasciamo ora alla nostra sinistra il sentiero Bonatti, che riprende quota salendo verso la bocchetta di Val Bassa, e scendiamo verso destra, fra pascoli e pietrame, fino alla piana dell'alpe. Procediamo gradualmente verso il centro del vallone ed a quota 1725 metri circa passiamo sul suo lato sinistro, procedendo verso nord-ovest fino al bordo del pianoro, dove si trovano, in bellissima posizione panoramica, le rammodernate baite di Sòstene (m. 1655). Da qui ottimo è il colpo d'occhio su Frasnedo, ad ovest, sull'imponente parete della cima di Cavrè, più a destra, e su un'ampia pozione dell'alta Val dei Ratti, dal pizzo Ligoncio, a sinistra, alla larga sella della bocchetta di Spluga, a destra, passando per la cima del Calvo.
Seguiamo ora il cartello (affiancato da un cartello in legno con il disegno del bivacco Primalpia) che segnala il sentiero che procede verso destra (est), riportandoci dal lato sinistro a quello destro della valle di Piempo. Attraversato il torrentello, il sentiero piega a sinistra (nord) e taglia l'ultimo lembo di prati, dove si trova una baita, per poi iniziare in un bel lariceto una discesa, sempre verso nord, in direzione del fondovalle. Procediamo su un largo tratturo, che ha sosituito l'antica mulattiera per consentire di salire all'alpe con piccoli mezzi motorizzati. Nel primo tratto si porta a ridosso degli scuri roccioni del versante occidentale del Sasso Zucco, in uno scenario selvaggio e vagamente inquietante. Poi se ne allontana verso sinistra e con diverse svolte termina ai prati che si aprono proprio alla base occidentale del Sasso Zucco, dove si trova una grande baita.
L'ultima parte della discesa sfrutta un sentierino che alla nostra sinistra procede diretto in parallelo al torrente della Val dei Ratti, verso sud-ovest, riattraversando il torrentello del Piempo ed un secondo valloncello in un ambiente segnato dalle frequenti slavine. In corrispondenza di un terzo valloncello intercettiamo, in breve, il più marcato sentiero che scende da Corveggia, e lo seguiamo procedendo diritti, nell'ombrosa boscaglia, restando un po' alti rispetto al torrente di Val dei Ratti.


Il tratturo che sale a Sostene

Ignorata subito la deviazione a sinistra (segnalata da un cartello su un albero) per l'alpe Nave, procediamo diritti, svoltando poi a destra e di nuovo a sinistra. La discesa ci porta faccia a faccia con l'irruente torrente della valle, che superiamo grazie ad un ponticello, portandoci sul suo versante settentrionale.
Il sentiero procede verso sinistra, e ci porta ad un bivio, al quale ignoriamo il sentiero di destra che sale a Frasnedo. Dopo un breve tratto ci portiamo ad un secondo ponticello, che ci riporta sul versante meridionale della valle. Il sentiero resta a ridosso del torrente e dopo breve tratto esce alle baite della simpatica località di Moledana.Qui ignoriamo il sentiero segnalato che si stacca a sinistra per salire all'alpe Nave e procediamo diritti, fino ad un trivio, al quale ignoriamo la deviazione a sinistra per Nave e Lavazzo, ma lasciamo anche la traccia che procede diritta verso Verceia, scendendo invece a destra.


Moledana

Dopo una breve discesa siamo al limite orientale dell'impressionante muraglia della diga di Moledana. Ne attraversiamo il camminamento e sul lato opposto proseguiamo seguendo i binari del celebre Tracciolino, la lunga striscia ferroviaria costruita per congiungere i bacini di Moledana, in Val dei Ratti, e Saline, in Val Codera. Camminiamo per un buon tratto in piano, prima di intercettare il sentiero principale che sale a Frasnedo. Qui lasciamo il Tracciolino e scendiamo verso sinistra, ripercorrendo il primo tratto della salita, tornando in pochi minuti al parcheggio dove abbiamo lasciato l'automobile, dopo circa sette ore di cammino (il dislivelo approssimativo in salita è di 1220 metri).


Diga di Moledana

VARIANTE LUNGA. L'anello del Sasso Zucco può essere percorso con una variante più alta, che allunga il tempo di un'ora e mezza buona (200 metri di dislivello in più), ma consente di evitare l'ostica discesa dalla Forcelletta bassa, sfruttando il passaggio della Forcelletta alta (m. 2200). Se optiamo per questa seconda soluzione, seguiamo il sentiero Bonatti che lascia il bivacco Primalpia solo per breve tratto, salendo poi a vista, verso sinistra, in diagonale, verso il ben visibile intaglio che si apre sul limite superiore della costiera Primalpia-Piempo, sul lato opposto rispetto al Sasso Zucco. Una rampa un po' faticosa su sfasciumi e macereti ci porta così alla Forcelletta alta (m. 2200). Pieghiamo poi a destra e con ampio arco ci affacciamo al limite alto del bacino di Piempo. Iniziamo quindi scendere a vista, intercettando di nuovo il Sentiero Bonatti, che procede in direzione contraria, avvicinandoci gradualmente, verso destra, al versante della costiera, fino ad intercettare il percorso sopra descritto poco a monte della Casera Nuova (m. 1870).


Il Sasso Zucco

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ESCURSIONI IN VAL DEI RATTI

Anello del Sasso Zucco

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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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