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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Passo dello Stelvio-Monte Scorluzzo-Filon del Mot-Malga dello Scorluzzo-Laghetto Alto-SS 38-Passo dello Stelvio
4 - 5 h
700
E
Proseguiamo, oltre Bormio, sulla ss 38 dello Stelvio. Ignorata la deviazione a sinistra per Premadio, al successivo bivio prendiamo a destra, salendo lungo la valle del Braulio, fino al passo dello Stelvio, dove parcheggiamo l'automobile. Ci incamminiamo su una pista sterrata che procede verso sud in direzione degli impianti per lo sci estivo. Superiamo lo spiazzo presso il rifugio Compagnoni. Lasciamo quindi sulla sinistra la pista per imboccare il sentiero (segnalato da alcuni segnavia rosso-bianco-verdi, con numerazione 13) che sale deciso verso la cima. Dopo un primo strappo, un pianoroprecede l'ultima parte della salita che, con rapide serpentine, fino alla croce di vetta del monte Scorluzzo (m. 3095). Iniziamo a scendere lungo il filo della cresta sud-occidentale (Filon del Mot), incontrando diverse postazioni difensive. Superato un colle, dopo breve salita siamo al villaggio del Filon del Mot. Ad un gruppo di cartelli cominciamo a scollinare dolcemente verso l’ampia malga o piana dello Scorluzzo. Attraversato un breve corpo franoso, siamo alle dolci collinette erbose della malga, che attraversiamo seguendo i paletti di legno con segnavia bianco-rosso. Giunti quasi a metà dell’ampio catino dell’alpe, dobbiamo scegliere se proseguire la traversata in piano, oppure divallare verso la ben visibile e solitaria casera della malga. Nel primo caso attraverseremo le Rese di Sopra, nel secondo le Rese di Sotto. Nel secondo caso, lasciata alle spalle la casera, ci troviamo all’imbocco di una pista, che scende leggermente. Attraversato il Rin di Scorluzzo, scendiamo ancora. Poco più avanti, a 2480 metri circa, la pista si immette su un’altra pista, che sale dalla III Cantoniera: noi prendiamo a destra e riprendiamo a salire, con pendenza modesta. La pista porta ad una suggestiva caverna, poi al Laghetto Alto, m. 2603), alla cui sinistra passa il sentiero che ora punta in direzione del passo dello Stelvio, e che procede tagliando a mezza costa, intercettato da quello che scende dalle Rese Alte. Il sentiero, superato un torrentello, termina ad un tornante sx della ss 38 poco sotto il passo dello Stelvio. Per tornare all’automobile senza seguire la strada statale possiamo tagliare a destra seguendo una debole traccia di sentiero, fino al parcheggio dello Stelvio

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Monte Scorluzzo

Con i suoi 3095 metri, il monte Scorluzzo domina il passo dello Stelvio (il più alto d’Europa) da sud-ovest. Di facile accesso, rappresenta una cima interessante per il suo fascino panoramico, ma ancor più storico. Il suo nome, infatti, è legato alla Prima Guerra Mondiale. Quanto questa scoppiò, infatti, il 24 maggio del 1915, il confine dello Stelvio, che separava il Regno d’Italia dall’Impero Austro-Ungarico, divenne subito linea del fronte. Con un errore tattico tanto grave quanto inspiegabile, il comando italiano non seppe impedire che il passo venisse occupato dal nemico. La stessa cosa accadde per il monte Scorluzzo, che si trovava bel al di qua della linea di confine, in territorio italiano. Gli Austriaci lo presero, mentre le truppe italiane ripiegarono più in basso, seguendo il lungo ed ondulato crinale del Filon del Mot e costruendovi trincee ed un intero villaggio. Su questo fronte non seguirono fatti d’armi significativi, ma l’aver lasciato lo Stelvio e lo Scorluzzo impedì all’esercito italiano di poter progettare un piano di effettiva minaccia alla Val Trafoi. Al passo salì il capitano Boemo Kàlaal, che pochi giorni dopo riuscì a prendere la cima dello Scorluzzo, anche per la decisione degli Italiani di ripiegare.

Valle del Braulio

Ecco come le note di guerra del Battaglione Tirano raccontano, laconicamente, quel che accadde agli inizi del giugno 1915. “4 giugno, venerdì. Dalle 9.00 si verso le 19.00 l’artiglieria nemica, una batteria, da una posizione probabilmente allo Weissenknott, spara ad intervalli verso la nostra pattuglia dello Scorluzzo che si ritira. Verso le 14.00 lo Scorluzzo viene occupato da una pattuglia austriaca di 10/12 uomini. Il nostro comando dà ordine alla 48sima di rioccupare lo Scorluzzo, poi l’ordine viene ritirato. Un plotone della 46sima Compagnia prende posizione al vallone sotto lo Scorluzzo e vi rimane fino alle 22.00, poi riceve l’ordine di rientrare. Alle ore 17.00 lo Scorluzzo viene occupato da 60 soldati austriaci…. 5 giugno, sabato. Il forte Dossaccio ha iniziato i tiri contro il monte Scorluzzo alle ore 13.00, che continuano fino alle 19.00. Il nemico ai primi colpi abbandona lo Scorluzzo e poi lo rioccupa appena finiscono i tiri.”
Oggi il monte ed il Filon del Mot conservano ancora i segni di questa storia. Per questo rappresentano mete di valore non solo escursionistico, ma, appunto, anche storico. Diverse sono le possibilità escursionistiche. Quella proposta è fra le più semplici, ma ve ne sono altre di maggiore sviluppo, cui faremo cenno. Intanto, vediamo come salire al passo dello Stelvio, punto di partenza dell’escursione, attraverso una delle più famose e belle valli della Magnifica Terra. La Valle del Braulio deve la sua amplissima fama a quel passo dello Stelvio di cui già nella Guida alla Valtellina, edita nel 1884 a cura del CAI e di Fabio Besta, afferma: “Non v'ha, osserva Felice Liebeskind, in tutta la cerchia dell'Alpi alcun passaggio che possa rivaleggiare, e per magnificenza, e per pittoresche bellezze, con quello dello Stelvio. Per esso anche chi non vuole incontrare difficoltà o sostenere fatica, può, senza lasciare la carrozza, visitare da vicino il mondo dei ghiacciai e scoprirne i segreti. Fu merito di un ingegnere italiano, il cav. Carlo Donegani, l'aver ideata e condotta a termine in meno di cinque anni, dal 1820 al 1825, questa che parve allora ed è ancora arditissima opera dell'ingegneria stradale.”


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Valle e passo sembrano essere appannaggio di appassionati delle due ruote, mosse dall’energia delle gambe umane o da quella ben più potente di rombanti pistoni. Salendo lungo la strada, dunque, non mancheremo di incontrare sudatissimi ciclisti e fieri centauri. Questa valle non manca, però, di motivi d’interesse escursionistico. La più elegante, panoramica e remunerativa escursione è, senza dubbio, quella che, partendo dal confine italo-svizzero al gioco di Santa Maria (o passo d’Umbrail) porta a toccare la cima del piz Umbrail, e che può essere prolungata con un’indimenticabile traversata alla punta di Rims, con ritorno al punto di partenza per la Valle della Forcola di Rims e la forcella della Forcola. Un’escursione che, nella sua prima parte, è alla portata di tutti, mentre nella seconda richiede attenzione ed un po’ di pratica escursionistica.


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Ma andiamo con ordine. Innanzitutto al confine italo-svizzero del giogo di Santa Maria, presso il quale è posta la IV cantoniera dello Stelvio, dobbiamo salire in automobile, seguendo, ovviamente, la ss 38 dello Stelvio. Per farlo, usciti da Bormio dobbiamo proseguire in direzione di Livigno. Superata la deviazione a sinistra per Premadio, la strada statale giunge ad un tornante destrorso, al quale si stacca, sulla sinistra, la strada segnalata per il passo del Foscagno e Livigno. Noi, ovviamente, la ignoriamo e cominciamo ad inanellare la lunga serie di 36 tornanti che portano al passo dello Stelvio, superando un dislivello ragguardevole (dai 1225 m. di Bormio ai 2757 del passo). A ciascuno di essi corrisponde un cartello che ne indica la numerazione (partendo dal passo a scendere). Troviamo, sulla sinistra, l’indicazione di due deviazioni, rispettivamente per i Bagni Nuovi e per i Bagni Vecchi di Bormio. Prima di entrare nella Valle del Braulio, la strada, che corre fra le selvagge pareti del limite occidentale della Reit a destra (Crap dell’Aquila) e del fianco orientale del Monte delle Scale a sinistra, supera una breve galleria scavata nella viva roccia ed incontra, al km 5,5 da Bormio, la deviazione, a sinistra, per la località di Boscopiano, in Valle di Fraele. Segue la galleria denominata di Piattamartina, oltre la quale si notano, a destra della strada, i ruderi della I Cantoniera (m. 1717). Sul lato opposto della valle, alla nostra sinistra, l’impressionante salto delle Corne di Pedenolo non manca di suscitare brivido e leggero senso di vertigine.
Leggiamo nella citata Guida CAI: “Qui la valle diventa aspra e selvaggia; ma è maestosa e imponente. Enormi masse di calcare scendono a precipizio dall'una e dall'altra parte. La parete che s'alza lungo la sponda destra del Braulio ascende perpendicolarmente per oltre 800 metri, termina in una cresta, frastagliata nel più bizzarro modo, e lungh'essa precipitansi dall'alto in belle cascate diversi ruscelli. Consta di nuda roccia divisa in istrati, non interrotta che in un luogo solo da un piccolo pianerottolo coperto di pascoli e di pini. Dopo la Prima Cantoniera la strada s'innalza in due andirivieni e quindi attraversa le Gallerie del Diroccamento; alcune sono, almeno in parte, scavate nella roccia, altre, costruite in legno o in muratura, coprono i tratti della via più esposti alle valanghe e alle frane. La gola si fa sempre più orrida. Anche a destra sopra la via sono immense masse di roccie sovrasporgenti, non interrotte che da scoscesi franamenti. Queste roccie e queste frane formano la costa di Glandadura.
Si tratta di un tormentato versante che scende dal limite occidentale della Reit, versante che pose (e pone tuttora) i maggiori problemi di progettazione e manutenzione della strada, soggetto, com’è, a frane e slavine. Superata la confluenza, da destra, della valle dei Vitelli, siamo al versante di Spondalunga, che viene vinto con una serie di tornanti al termine della quale si trova la II Cantoniera o Casino dei Ròtteri (m. 2176). Siamo  13,7 km da Bormio. La singolare denominazione della Cantoniera deriva dal cavallo di testa delle carovane, che era chiamato, dopo abbondanti nevicate, a “rompere” la neve fresca tracciando di nuovo il solco della strada. Appena sotto la Cantoniera, a sinistra della strada, ad un tornante dx, lo sguardo incontra lo spettacolo potente della cascata del Braulio, le cui acque cadono spumeggiando e ruggendo con una violenza che colpisce.


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Ecco, di nuovo, la Guida CAI: “Lasciate le Gallerie del Diroccamento, la via giunge là dove sbocca la Valle dei Vitelli, per la quale si prospettano i ghiacciai che scendono dal Monte Cristallo. Quivi presso è la Casa Bruciata. Era la Seconda Cantoniera, e fu incendiata dalle truppe garibaldine nel 1859. Poco dopo la via sale per interminabili risvolti l'erto pendio di Spondalunga, sparso qua e là di magri pascoli e più magri boschetti, ma ricco di fiori e piante rare. Il viaggiatore a piedi può per iscorciatoje raggiungere più presto la sommità del pendio, e in questa salita avrà, campo di osservare delle belle cascate del Braulio. In cima alla salita sta il Casino dei Rotteri di Spondalunga (2290 m.)”
Oltre la II Cantoniera e la stretta denominata “Bocca del Braulio”, ecco che la valle opera una sorta di repentina metamorfosi, dismette l’abito orrido per indossare quello bucolico ed ameno. Siamo all’ampia piana dell’alpe Braulio (m. 2320), dove troviamo la III Cantoniera:  “Non molto dopo la strada, varcato il torrente che scende a destra della piccola Valle Scorluzzo, entra per la Bocca del Braulio in un vasto altipiano tutto pascoli: anche le pendici dei monti, meno scoscese, sono coperte di verde. È questa l'Alpe Braulio. In mezzo ad essa trovasi la Terza Cantoniera al Piano del Braulio (2400 m.); e lì vicino una chiesetta dedicata a S. Ranieri con una bella tela del sommo Hayez e la casa del Cappellano erette quando si costrusse la gran strada.”
La tela di cui parla la guida non è più lì, ma è conservata al Museo Civico di Bormio: nella chiesetta, aperta, ne possiamo vedere la riproduzione fotografica. S. Ranieri fu viceré del Lombardo-Veneto al tempo della costruzione della strada, nel primo quarto dell’ottocento; a questa chiesetta è legata una storia riportata in calce a questa relazione. Vicino alla chiesetta un monumento riporta i nomi dei caduti sul fronte dello Stelvio durante la grande guerra. Nota per gli escursionisti: parte di qui un tracciato, ben visibile e segnalato, che sale alla bocchetta della Forcola di Rims, punto nodale dal quale passa anche l’escursione che andremo a raccontare. Proseguiamo, dunque, sulla statale, che risale tranquilla un ampio e verdissimo dosso. Alla nostra sinistra è ben visibile la muraglia rossastra di un lungo crinale di rocce dolomitiche, sul quale non sembra spiccare alcuna cima. È un susseguirsi di guglie e pinnacoli, apparentemente inaccessibile. Invece, sull’opposto versante, in territorio elvetico, corre la traccia che ci consentirà di traversare, senza troppi patemi d’animo, dal piz Umbrail, sul limite destro, alla punta di Rims, che di qui non si vede.


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Raggiunta la sommità del dosso, siamo alla IV Cantoniera (m. 2502), a 18,8 km da Bormio. L’edificio è oggi Caserma della Guardia di Finanza, perché a poco più di trecento metri corre il confine italo-svizzero al giogo di Santa Maria, dal quale si scende, in territorio elvetico, lungo la Val Maraunza, che confluisce nella valle di Monastero. Infatti, al tornante dx della statale, si stacca, sulla sinistra, la strada che porta al confine ed alla Dogana Svizzera. Ignorata questa deviazione, dalla IV cantoniera si prosegue, risalendo il versante occidentale della cima Garibaldi, raggiungendo, dopo pochi tornanti, i 2757 metri del passo dello Stelvio, a 22 km da Bormio.
Cediamo, un’ultima volta, la parola alla citata Guida CAI: ”Presso la sommità del Giogo dello Stelvio (2814 m., Stilfser Joch), si trova un ultimo Casino dei Rotteri. E là finisce la parte italiana della monumentare via che abbiamo descritta, via fra le più grandiose che siensi costrutte attraverso i monti, e per l’arditezza delle opere d’arte che incontransi ad ogni tratto, e per l’altezza a cui giunge, superiore a qualunque altra strada carrozzabile d’Europa… Una colonna a destra designa la frontiera tra il regno d’Italia e l’impero d’Austria, tra la Valtellina e il Tirolo. Non lungi dal giogo un’altra colonna segna poi i confini fra i tre Stati, Italia, Svizzera ed Austria; cosicché appoggiandosi ad essa si può porre un piede sopra suolo italiano, un altro su terra svizzera, e puntare il proprio bastone su territorio austriaco.”
Oggi il passo è presidiato da qualcosa di più di una semplice colonna. Ampie strutture ricettive assistono gli impianti di risalita per lo sci estivo più grandi d’Europa.
Lasciata l’automobile all’ampio parcheggio appena sotto il passo, iniziamo la salita prendendo a destra (sud), in direzione della cima del monte Scorluzzo, che già fin d’ora distinguiamo facilmente. Procediamo su una pista sterrata, che ci porta allo spiazzo antistante al Rifugio Compagnoni. Alla nostra destra, più in basso, la piana a sud del passo è ingentilita dai due graziosi laghetti dello Stelvio, mentre immediatamente a sinistra del giogo di Santa Maria si disegna, come un monumentale arabesco, la frastagliata cresta Umbrail-Rims. Proseguiamo ancora per un tratto fino alla pista, fino ad alcuni cartelli del Parco Nazionale dello Stelvio e al primo dei pannelli che accompagnano, con puntuali didascalie in tre lingue (italiano, tedesco e romancio) la traversata nella storia. Vi leggiamo: “La linea di avamposto italiano sul Monte Scorluzzo disponeva di un’eccellente visuale in direzione del lato tirolese dello Stelvio. Questo fatto venne sfruttato dagli artiglieri che all’inizio della guerra dirigevano indisturbati il fuoco dei cannoni italiani da questa postazione verso il passo dello Stelvio, debolmente difeso, e verso la strada al di là del Passo. Il comando tirolese di difesa del territorio aveva previsto in un primo momento di intraprendere il combattimento nel fondovalle della vallata di Trafoi e si era ritirato consapevolmente da una linea offensiva presso il Lago d’Oro, nell’intento di non provocare l’alleato di un tempo. Contro quest’intenzione il comandante responsabile dell’occupazione del Giogo si decise ad un’azione che influenzò l’intero corso della guerra sullo Stelvio. Senza avere l’incarico da alcun superiore, il capitano di gendarmeria Andreas Steiner occupò con un distaccamento formato ad hoc la cima del Monte Scorluzzo e la cima antecedente, direttamente sopra il Passo dello Stelvio. Questo avvenne nella notte del 4 giugno 1915. Le truppe italiane che occupavano la cima dovettero spostarsi ad ovest, cosicché la linea di avamposto ora trovava un nuovo ancoraggio sulle Rese di Scorluzzo. Nel giro di pochi mesi la montagna venne potenziata e fatta diventare una base importante. Postazioni di cannoni scavate nelle caverne e alloggiamenti provvedevano alla protezione necessaria contro le azioni dell’artiglieria italiana. Conseguentemente l’altura dello Scorluzzo era bersaglio di innumerevoli attacchi italiani. Fino al termine della guerra gli Alpini tentarono inutilmente di tornare in possesso del Monte. L’occupazione dello Scorluzzo persistette fino al novembre del 1918 sull’asse della difesa dello Stelvio – chiamato sbrigativamente “montagna di ghiaccio e sangue” nel gergo militare.”
Alla nostra sinistra vediamo l’ampia depressione del passo delle Pratigliole, che consente di scendere nella lunare valle dei Vitelli, incorniciata dalla bruna dorsale della Reit. Lasciamo, ora, sulla sinistra la pista (che prosegue in direzione degli impianti di risalita), per imboccare il sentiero (segnalato da alcuni segnavia rosso-bianco-verdi, con numerazione 13) che sale deciso verso la cima. Dopo un primo strappo, un pianoro consente di tirare un po’ il fiato, prima di riprendere la severa salita. Il sentierino procede spedito, con rapide serpentine, fino alla croce di vetta del monte Scorluzzo, che accogliamo come una vera liberazione. Qui si conclude una salita con dislivello modesto (340 metri), resa però impegnativa per la quota elevata (siamo a 3095 metri). Grandioso il panorama: il gruppo del Bernina e le cime dell’Engadina a sud-ovest, le cime del Livignasco e della Valdidentro ad ovest, un ottimo colpo d’occhio sul passo dello Stelvio a nord, la spettacolare rassegna, in primo piano, dei colossi del gruppo dell’Ortles, del Monte Cristallo e della "scogliera" delle punte di Trafoi e Thurwieser, con le loro severe pareti nord ed i scintillanti ghiacciai, ad est. A sud, infine, il desolato versante settentrionale della dorsale della Reit non riesce a nascondere interamente il monte Sobretta e la cima Piazzi.


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Troviamo, vicino alla croce, il secondo pannello illustrativo: “La fine della Grande Guerra sul fronte italo-austriaco costituisce un capitolo inglorioso, almeno per l'Impero Austro-Ungarico. Nel corso della XXII decisiva battaglia sull'Isonzo (settembre 1917) l'esercito austriaco era avanzato fino al Piave e la si trovò di fronte ad uno schieramento di italiani che era stato potenziato nel frattempo dalle forze alleate. Dallo Stelvio fino al Lago di Garda la linea del fronte era di poco mutata. Un attacco alla Valtellina, che aveva nel frattempo alleggerito il fronte del Piave (azione "valanga'"), era stato arrestato già nei primi giorni dagli Italiani. Mentre le forze di parte austriaca si indebolivano di giorno in giorno, l'esercito Italiano era rafforzato dall’ingente   apporto di materiale bellico e approvvigionamenti provenienti dalla Francia e dall’Inghilterra. Anche l’Impero Germanico non si trovava in buone condizioni e questo rendeva impossibile eventuali rinforzi tedeschi alle linee austriache. Questo sbilanciamento di forze portò obbligatoriamente al crollo del fronte austriaco delPiave e al conseguente armistizio… E’ comprensibile la rabbia e la delusione dei soldati austriaci sull'Ortles, che, nonostante avessero difeso con successo le zone ad essi preposte, vennero considerati i vinti della Grande Guerra… Vincitori o vinti? A perdere sono stati gli uomini: i caduti e i feriti e le loro famiglie, da entrambe le parti del fronte. E' impensabile e privo di senso voler personificare i vincitori: impensabile e insensato come la guerra sulle montagne del 1914-1918. Insensato – come lo è ogni guerra.”
Ora dobbiamo iniziare la discesa, alla scoperta delle fortificazioni italiane, seguendo la cresta che dalla cima scende gradualnente verso sud-ovest. Nel primo tratto, disseminato da spuntoni, si vedono ancora opere di trinceramento austriache. Qualche passaggio non semplicissimo è assistito da corde fisse e richiede attenzione (sconsigliabile con ghiaccio). Approdiamo, così, ad un tratto quasi pianeggiante e troviamo il terzo pannello illustrativo che, sfruttando un ottimo punto panoramico sul monte Cristallo, ne racconta le vicende belliche di cui fu teatro nella Grande Guerra:
Nella tarda estate del 1917 gli Alpini occuparono la cima del Monte Cristallo grazie ad un'azione sorprendente. Una mitragliatrice portata sul posto prese di mira anche la linea di avamposto austriaca che, dall'occupazione dello Scorluzzo nel giugno del 1915, andava dalla base sulla cima, passando per il Passo delle Platigliole, fino alla Punta Nagler. In particolare la base sulla cima del Monte Scorluzzo, le cui fortificazioni difensive non erano preparate ad un attacco di questo genere, necessitava di un'azione audace. Similmente all'azione di attacco intrapresa sulla Croda di Trafoi, il Comando austriaco si decise, anche nel caso del Monte Cristallo, a scavare un tunnel nel ghiaccio e a scacciare gli Italiani dalla cima. Proprio l'accesso alla vera e propria galleria di attacco, che si inerpicava sulla parete nord quasi nella linea di caduta della cima, doveva essere posta in maniera tale che gli Italiani non potessero accorgersi di quanto gli Austriaci stavano osando. Con un avanzamento di circa 10 metri al giorno, il tunnel era stato portato nel giro di 5 mesi fin sotto alla baste italiana sulla cima. Non poteva essere utilizzato materiale esplosivo; il materiale residuo veniva portato attraverso lunghe vie nelle caveme e veniva inabissato nei crepacci del ghiacciaio, affinché le truppe che occupavano la cima non potessero accorgersi del piano austriaco a causa di qualche sciocchezza. Il 18 marzo del 1917 gli Austriaci si preparavano a sferrare un attacco di sicuro successo. Gli Italiani si difesero strenuamente: la perdita della cresta del Cristallo avrebbe infatti causato delle conseguenze di notevole portata per le posizioni di artiglieria sul vicino Passo Ables. Pertanto gli Alpini si concentrarono sul fianco occidentale, dove riuscirono a trattenersi. A pochi metri di distanza gli uni dagli altri, ora i soldati di entrambe le nazioni resistevano su questa cima innevata. Secondo quanto si racconta, essi non si disturbarono reciprocamente. Il fuoco dei fucili veniva aperto solo previo ammonimento — e solo se questo ordine veniva espressamente impartito dai comandanti a valle.”
Eccoci nella “terra di nessuno”, ed ecco un quarto pannello, che annuncia l’avamposto delle truppe italiane: “La postazione Italiana (nota come "l'osservatorio") posta sul Filon del Mot fu in questa zona, per tutta la durata della guerra, il punto di maggior vicinanza tra le linee italiane e quelle austro-ungariche attestate sul Monte Scorluzzo. Situato a ridosso della "terra di nessuno" costituiva il primo baluardo difensivo della linea italiana, fungeva da osservatorio verso le postazioni austriache del monte sovrastante, della Nagler Spitze e delle Platigliole, ed era anche punto di partenza per coraggiose ricognizioni notturne. Questa particolare postazione, assieme a quelle presenti alla Punta Rims-Piz Umbrail, alla IV Cantoniera, alle Rese di Scorluzzo e al Passo Ables, faceva parte di una rete di capisaldi per la difesa della linea italiana e per lo studio delle postazioni austro-ungariche situate in prossimità del Passo dello Stelvio.”
Superato sulla destra il fortino italiano, posto in cima ad un modesto sperone roccioso, proseguiamo in piano. L’occhio cade alla nostra sinistra, sull’impressionante mare di pietre della Valle dei Vitelli, ai piedi del monte Cristallo e della scura Reit. Una nuova breve salita porta ad altri ruderi di fortificazioni. Ora il Filon del Mot propone un dolce profilo di saliscendi. Ed ecco le prime trincee, disposte in parallelo rispetto al filo del lungo dosso, ed un quinto pannello: “…Anche nella zona dello Stelvio si cercò, durante i primi giorni di guerra, di portare l’artiglieria difensiva verso postazioni vicine al fronte, al fine di poter espandere il raggio di azione in direzione della nazione estera vicina. I soli cannoni del Monte Braulio erano in grado, già fin dall’inizio della guerra, di produrre effetti sino alle vicinanze di Trafoi. Nell’alta Valle del Braulio venne eretto presso la IV Cantoniera un forte-base per l’ancoraggio sinistro di una linea di avamposti. Questa linea passava trasversalmente attraverso la valle  arrivava al Monte Scorluzzo e oltre, al Passo dell’Ables, dove una forte batteria di cannoni  costituiva l’ancoraggio destro della linea. La linea principale era collocata presso la III Cantoniera.”
Superati altri ruderi di casermette, scendiamo ad una sorta di colle, che precede l’ultima salita. Un sesto pannello è dedicato agli Alpini: “Gli alpini, simbolo per eccellenza delle truppe di montagna, hanno fondato la loro fama ancor oggi priva di macchia, sull’impegno dei loro soldati lungo il fronte delle Dolomiti e, naturalmente, anche nelle zone di guerra attorno all’Ortles e lungo il fronte dell’Adamello. Le origini delle truppe italiane di montagna risalgono al 1872… All’inizio della Guerra Mondiale l’esercito italiano disponeva in tutto di oltre 8 reggimenti di Alpini e di circa 50 battaglioni… Fino al marzo del 1916 nel “settore Valtellina” il V Regigmento degli Alpini col “Battaglione Alpini Tirano” e il “Battaglione Alpini Valtellina” portò il peso più gravoso della difesa. Un battaglione aveva la consistenza di circa 1.100 uomini e 30 ufficiali. Accanto a questi battaglioni stavano due ulteriori unità di Alpini in forza della compagnia, pronte come riserva. Queste unità vennero raggruppate su misura e impiegate per compiti particolarmente difficili.”
Al termine del colle, prima della salitella che porta al villaggio del Filon del Mot, troviamo alcuni cartelli del Parco Nazionale dello Stelvio che segnalano la partenza, sulla destra, del sentiero che scende in mezzora alla malga Scorluzzo ed in un’ora e 10 minuti alla III Cantoniera. Li lasciamo alle spalle e ci portiamo sulla cima dello speroncino dietro il quale stanno arroccati gli alloggiamenti del villaggio del Filone del Mot (m. 2773), di cui parla il settimo ed ultimo pannello illustrativo: “Il villaggio a posto a brevissima distanza dalle fortificazioni italiane di prima linea realizzate sulla cresta del Filon del Mot e che terminano con una particolare postazione circolare a ridosso dello Scorluzzo. Il villaggio, certamente uno del più suggestivi in quanto posto a picco sulla Valle del Braulio e sulla Valle dei Vitelli, caratterizzato da una serie di baracche e fortificazioni maestose e sempre di pregevole fattura, "aggrappate" alla montagna a più livelli e raccordate da scalinate in pietra. Il villaggio era caratterizzato dalla presenza di una teleferica, di cui a ancora visibile il basamento, e da postazioni di tiro per fucilieri e artiglieria poste a protezione del villaggio.”
Non ce ne rendiamo conto, ma il villaggio sta quasi a ridosso di una parete verticale che cade sul fondo della Valle del Braulio. Torniamo, ora, indietro per breve tratto, fino ai cartelli già menzionati, e cominciamo a scollinare dolcemente verso l’ampia malga o piana dello Scorluzzo. Attraversato un breve corpo franoso, siamo alle dolci collinette erbose della malga, che attraversiamo seguendo i paletti di legno con segnavia bianco-rosso. Giunti quasi a metà dell’ampio catino dell’alpe, dobbiamo scegliere se proseguire la traversata in piano, oppure divallare verso la ben visibile e solitaria casera della malga. Nel primo caso attraverseremo le Rese di Sopra, nel secondo le Rese di Sotto. Il secondo itinerario è leggermente più faticoso, perché ci fa perdere maggiormente quota, per poi costringerci ad una breve risalita. Lasciata alle spalle la casera, ci troviamo all’imbocco di una pista, che scende leggermente. Attraversato il Rin di Scorluzzo, scendiamo ancora. Davanti a noi si apre ora, bellissimo, lo scenario della III Cantoniera. Poco più avanti, a 2480 metri circa, la pista si immette su un’altra pista, che sale proprio dalla III Cantoniera: noi prendiamo a destra e riprendiamo a salire, con pendenza modesta (un cartello dà le Rese Basse a 40 minuti e la strada statale 38 dello Stelvio ad un’ora). La pista porta ad una suggestiva caverna, scavata nella roccia come alloggiamento capace di ospitare una settantina di soldati. Oltre la grotta, si apre la conca che ospita un gentile laghetto (il Laghetto Alto, m. 2603), alla cui sinistra passa il sentiero che ora punta in direzione del passo dello Stelvio, alle cui spalle occhieggia l’imponente mole dell’Ortles. Il sentiero procede tagliando a mezza costa, intercettato da quello che scende dalle Rese Alte. Il sentiero, superato un torrentello, termina ad un tornante sx della ss 38, poco sotto il passo dello Stelvio. Per tornare all’automobile senza seguire la strada statale possiamo tagliare a destra seguendo una debole traccia di sentiero. Rieccoci, infine, al parcheggio dello Stelvio, dopo un anello dal ragguardevole sviluppo di circa 11 km (dislivello in altezza approssimativo: 700 m.; tempo: 4-5 ore circa).
Questo anello, ovviamente, si presta a diverse varianti. Innanzitutto si può scegliere di partire dal tornante della ss 38 (uno slargo consente un comodo parcheggio), per evitare di dover affrontare l'ultimo tratto in salita. Poi lo si può percorrere a rovescio, salendo anche dalla III Cantoniera.

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Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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