Apri qui una panoramica dal rifugio Bertacchi

Un'interessante idea per un trekking di due giorni fra i monti di Madesimo è quella dell'anello del pizzo Spadolazzo, la vetta che rappresenta una delle icone del paese. Un trekking fisicamente ma non tecnicamente impegnativo ( ramponi possono però essere utili per passaggi su nevaio al passo di Suretta), che consente un incontro con gli scenari più belli dell'alta Valle Spluga orientale, compresi una serie di laghi e laghetti fra Italia e Svizzera (lago Nero dello Spadolazzo, lago Ghiacciaio, laghetti di Val Niemet, lago di Emet), uno più bello dell'altro (e non è solo un modo di dire). Base del trekking è Madesimo, e precisamente il parcheggio della sua frazione più settentrionale, Macolini, punto di partenza anche della classicissima escursione al rifugio Bertacchi.


Il gruppo del Suretta visto dal bivacco omonimo

ANELLO DEL PIZZO SPADOLAZZO - PRIMO GIORNO : DA MADESIMO AL BIVACCO SURETTA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Madesimo-Macolini-Val Scalcoggia-Lago Nero dello Spadolazzo-Bivacco Suretta
8 h
1350
E
SINTESI. Saliamo lungo la ss 36 dello Spluga ed aalla seconda rotonda di Chiavenna prendiamo a sinistra (passo dello Spluga), iniziando la lunga salita in Valle Spluga. Superato San Giacomo Filippo attraversiamo Campodolcino ed all'uscita dal paese andiamo a destra, salendo lungo l'ardita strada che porta a Pianazzo. All'uscita da Pianazzo stiamo ancora a destra ed attraversiamo la galleria che ci porta a Madesimo. Entrati in paese, restiamo a sinistra del centro e, sempre impegnando la strada principale (ignoriamo deviazioni a sinistra per gli Andossi ed a destra per la Motta), dopo qualche svolta ci portiamo al suo limite settentrionale. La strada porta verso nord alla frazione di Macolini (maculìn, m. 1656) e termina poco oltre le ultime case. Qui parcheggiamo e ci incamminiamo sulla pista sterrata che si inoltra in Val Scalcoggia. Ignorata la deviazione a destra per il rifugio Bertacchi, seguaimo il segnalato "Sentiero delle Corone". Proseguiamo diritti sul lato destro (per noi) della valle; la pista si restringe a sentiero, che sormonta il dosso a lato di una gola ed approda ad un pianoro superiore (grande ometto). Il sentiero si perde. Traversiamo la piana in diagonale verso sinistra, ritrovando il sentiero ai piedi del versante che sale agli Andossi. Saliamo con diverse serpentine al limite settentrionale degli Andossi. Troviamo una nuova coppia di cartelli: il primo segnala che nella direzione dalla quale siamo saliti si scende a Medesimo, il secondo segnala che prendendo a destra si prosegue per il rifugio Bertacchi (C6). Andiamo a destra ed imbocchiamo questo sentiero, procedendo verso nord-est e restando bassi rispetto ad una pista sterrata che sale ad una cava sopra di noi. Dopo un breve tratto superiamo un vallone e ci portiamo ad un dosso. Qui prestiamo attenzione ad un cartello che, sul lato sinistro del sentiero, segnala la partenza di un sentierino che sale al Lago Nero dello Spadolazzo (dato ad un’ora ed un quarto; sentiero C13, non segnalato sulla carta Kompass). Lasciamo qui il largo sentiero per il rifugio Bertacchi ed iniziamo a salire a sinistra, seguendo un sentiero debole ed intermittente. Tuttavia non incontreremo problemi, se la visibilità è buona ed abbiamo l’accortezza di tener d’occhio i segnavia bianco-rossi. Procediamo salendo sul lato sinistro di una valletta ed approdando ad una modesta pianetta, che prelude alla più ampia è gentile piana di terreno torboso. Attraversiamo la piana verso il vertice di sinistra, per riprendere la salita in direzione di una selletta erbosa, che ci introduce ad una sorta di ampio risalto di roccette e corridoio erbosi. Proseguiamo senza perdere quota, ed alternando tratti in falsopiano a salite di canalini e corridoi erbosi. Oltrepassata la già citata pista sterrata, ci infiliamo in un canalino ed in un corridoio, per giungere infine alla porta che ci apre la soglia dell’ampia conca del lago Nero (m. 2310). Seguendo i segnavia, costeggiamo la riva occidentale (sinistra) del lago, passando a destra del poggio quotato 2360 metri, raggiungendo lo sbarramento che lo delimita a nord-ovest. Qui pieghiamo a sinistra e troviamo il largo sentiero (C13, segnavia bianco-rossi) che inizia decisamente a scendere verso il fondovalle, verso ovest. Dopo il primo tratto di discesa, il sentiero passa appena a destra di due casupole e dopo una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx, ci portiamo a ridosso di un torrentello proseguendo la discesa diretta verso ovest, con diversi tornantini, e restando alla sua destra. A quota 2160 metri la pendeza si addolcisce ed il sentiero volge bruscamente a sinistra. Qui lo lasciamo prendendo in direzione opposta, a destra, verso nord. Procedendo a vista fra i magri pascoli ed il pietrame, senza perdere quota ci portiamo ad un secondo torrente e lo guadiamo. Sul lato opposto prestiamo attenzione ai segnavia bianco-rossi che segnalano il sentiero nel quale ci dobbiamo immettere, siglato C14, che dall'alpe Suretta sale fin qui e procede per il bivacco Suretta. Ricominciamo ora a salire, verso nord, sul ripido versante, fino all'imbocco di un impressionante canalone, di cui il sentiero taglia il fianco sinistro (alcuni ratti esposti sono serviti da corde fisse). Superata una fascia di blocchi, approdiamo infine alla sella di quota 2520 (grande ometto). Senza attraversare il torrente che corre a pochi passi alla nostra destra, ed ignorando segnavia e segnalazione per il passo di Suretta, proseguiamo alla sua sinistra (direzione est-nord-est), ignorando le indicazioni alla nostra destra per il passo di Suretta, allontanandoci gradualmente dal torrente e rimontando un ampio cordone morenico. Raggiunto il filo del cordone, cominciamo a risalirlo in direzione nord, su sentiero ben marcato e non troppo faticoso. Giunti alla sommità della morena, ci portiamo ad un nevaio che costituisce il lembo occidentale della vedretta del Suretta e lo attraversiamo quasi in piano. La traversata ci porta proprio ai piedi della collina del bivacco: ne attacchiamo il versante e raggiungiamo un ripiano, oltre il quale il sentiero propone l’ultimo strappo che ci porta alla sua sommità, dove, accanto ad un grande ometto, troviamo il bivacco Suretta (m. 2748).

La prima giornata del Trekking della Valle Spluga orientale prevede la traversata da Madesimo al bivacco Suretta, passando per la Val Scalcoggia ed il lago Nero dello Spadolazzo. Una traversata panoramicamente splendida, ma fisicamente impegnativa.


Macolini

Saliamo lungo la ss 36 dello Spluga ed aalla seconda rotonda di Chiavenna prendiamo a sinistra (passo dello Spluga), iniziando la lunga salita in Valle Spluga. Superato San Giacomo Filippo attraversiamo Campodolcino ed all'uscita dal paese andiamo a destra, salendo lungo l'ardita strada che porta a Pianazzo. All'uscita da Pianazzo stiamo ancora a destra ed attraversiamo la galleria che ci porta a Madesimo. Entrati in paese, restiamo a sinistra del centro e, sempre impegnando la strada principale (ignoriamo deviazioni a sinistra per gli Andossi ed a destra per la Motta), dopo qualche svolta ci portiamo al suo limite settentrionale.
La strada si porta alla frazione di Macolini (maculìn, m. 1656) e termina poco oltre le ultime case. Qui troviamo ampia possibilità di parcheggio. Ci mettiamo, dunque, in cammino. Superato un torrentello su un ponte in legno, attraversiamo un’area-relax ed entriamo in un recinto d’alpeggio (apriamo e richiudiamo una porta costituita da corda elastica). Si tratta dell’alpe Macolini (alp maculìn), che prende il nome, come la frazione, dalla famiglia che ne è la storica proprietaria. Davanti a noi, in fondo all’ampia conca delimitata a sinistra dal dolce profilo degli Andossi ed a destra dal versante occidentale del pizzo di Sterla e del monte Mater, si staglia, netta e perentoria, la scura parete meridionale del pizzo Spadolazzo. Si tratta della val Scalcoggia. Al toponimo locale di scalchiögia si affianca, però, la denominazione più antica di aqua granda.


La Val Scalcoggia ed il pizzo Spadolazzo

Un cartello della Comunità Montana Valchiavenna segnala che siamo su un sentiero interregionale italo-svizzero, siglato C6, che porta in un’ora e mezza al rifugio Bertacchi ed al lago di Emet ed in un’ora e 50 minuti al passo di Niemet (o, come riportato dalle carte, Emet). Procediamo su una pista sterrata, in leggera salita, fino ad un grande masso con segnavia bianco-rosso ed un cartello che segnala un bivio: a destra si stacca dalla pista il sentiero per il rifugio Bertacchi ed il lago di Emet (C6), mentre procedendo diritti si percorre il cosiddetto “Sentiero delle Corone”, che, seppure con più largo giro, conduce anch’esso al rifugio Bertacchi.
Procediamo, dunque, diritti, rimanendo sulla pista e superando alcuni torrentelli. Guadagniamo quota molto gradualmente, rimanendo nei pressi del fondovalle. Diritta davanti a noi, l’arcigna mole dello Spadolazzo, cui non sembrano prestare molta attenzione le placide mucche che probabilmente incroceremo nel nostro cammino. La strada si assottiglia gradualmente, si fa sentiero, peraltro sempre marcato e corredato da segnavia bianco-rossi. La pendenza si fa più severa ed il fondovalle si allontana: sormontiamo, così, uno sperone roccioso che si affaccia ad una modesta gola, la quale separa la parte inferiore della valle dalla conca superiore.


La Val Scalcoggia

Attraverso un corridoio ci affacciamo, dunque, a questo ampio pianoro, salutati da un grande ometto. Alle nostre spalle l’orizzonte si è ridotto a breve finestra, dominata dall’acuto profilo del pizzo Quadro. Traversiamo, ora, la piana in diagonale verso sinistra, superando un corso d’acqua. Il sentiero si è perso, ma non appena ci troviamo a ridosso del versante che sale all’estremità settentrionale degli Andossi, lo ritroviamo. Con una serie di tornantini, prima verso destra, poi piegando verso sinistra, si dipana sul versante di macereti e pascoli, fino a raggiungere la sommità dell’ampio dosso.

Ci accoglie la superba sequenza delle cime del versante occidentale della Valle di Spluga, fra le quali spiccano, da sinistra, il pizzo Quadro (m. 3013), il pizzo dei Piani (o pizzi Piani, m. 3148 e 3158), il pizzo Ferrè (el farée, m. 3103), caratterizzata dal ghiacciaio che ne copre quasi interamente il versante settentrionale (vedrecc’ del farée), l’intera testata della Val Loga (vallöga) e della Val Schisarolo (sciüsaröö), con la poco pronunciata cima di Val Loga (m. 3004), ed infine la massiccia mole del pizzo Tambò (el tambò, m. 3274).


Apri qui una panoramica dagli Andossi

Ci ritroviamo così sul limite settentrionale della splendida dorsale degli Andossi, uno dei luoghi più belli dell'alta Valle Spluga, che merita un approfondimento. Si tratta di una lunga dorsale di pascoli che separa il solco principale della Valle di Spluga dalla Val Scalcoggia (la conca di Medesimo). Giovanni De Simoni nel suo bel volumetto “Toponimia dell’alta valle Spluga” (CCIAA, Sondrio, 1966), spiega in questi termini l’origine del nome: “Vasta, tondeggiante dorsale che separa la valle dell'aqua granda dalla vallata principale del Liro, un tempo boscosa (come in genere molti degli attuali alpeggi) ed ora tenuta a prati nella parte più prossima a Madesimo, dove sorgono numerosi gruppi di cascine, e a pascolo più al nord. Altri ha pensato di vedere nel nome un composto di Alpe e Dossi, ma non ho esempi in questa zona di una siffatta contrazione del termine alpe, frequente per contro nella zona aostano-savoiarda. Neppure condivido «ai dossi». Ma poi che le regolari onde (per esempio dell'erba ottenute dalla falciatura) sono dette in forma accresc. ispregiativa «andann», riterrei piuttosto andòss=grosse ande, nome suggerito dalla regolare successione delle ondulazioni del terreno, quasi enormi «andàne».”
Così li descrive la “Guida alla Valtellina” edita dal CAI di Sondrio nel 1884 (a cura di Fabio Besta): “Per dolce declivio a ponente dello stabilimento si sale all’ameno altipiano dell’alpe Andossi (1650 m.) verdeggiante di prati e pascoli. È un cumulo caotico e morenico ammassato nell’epoca glaciale, della quale il geologo trova qui, come in tutta la Valtellina, le tracce, oltrechè nelle morene, anche nelle rupi tondeggianti levigate e striate.” Diverso, infine, è lo sguardo di Giovanni Bertacchi, sguardo di poeta che coglie l’elegia del ritorno degli armenti dall’alpeggio ai ricoveri invernali:Scendendo la via
dietro un placido gregge Calano al piano dai ridenti Andossi,
dalle conche pasciute in Val di Lei.
dietro un lento squillar di bronzi mossi.
Cantilena più mesta io non potrei
trovar nel mondo, sul cui metro ondeggi
la tacita armonia de' sogni miei.
Oh, misurar la vita in su le leggi
dell'erbe e degli armenti; andar le belle
notti, seguendo un tintinnio di greggi;
salutare ogni dì forme novelle
d'ingenua vita; uscir della memoria
di ciò che fui, richiedere alle stelle
l'antico Iddio; l'avara arte e la gloria
travagliata depor lento, dal cuore;
dimenticar degli uomini la storia,
fino a trovarmi semplice pastore!


Apri qui una panoramica dagli Andossi

La pratica dell’alpeggio è qui ancora viva, ed arricchisce il fascino di uno scenario scandito dal dolce alternarsi di morbidi dossi.
Riprendiamo ora il racconto del trekking.
Giunti sulla soglia settentrionale degli Andossi, troviamo una nuova coppia di cartelli: il primo segnala che nella direzione dalla quale siamo saliti si scende a Medesimo, il secondo segnala che prendendo a destra si prosegue per il rifugio Bertacchi (C6).
Andiamo a destra ed imbocchiamo questo sentiero, procedendo verso nord-est e restando bassi rispetto ad una pista sterrata che sale ad una cava sopra di noi. Dopo un breve tratto superiamo un vallone e ci portiamo ad un dosso. Qui prestiamo attenzione ad un cartello che, sul lato sinistro del sentiero, segnala la partenza di un sentierino che sale al Lago Nero dello Spadolazzo (dato ad un’ora ed un quarto; sentiero C13).
Lasciamo qui il largo sentiero per il rifugio Bertacchi ed iniziamo a salire a sinistra, seguendo un sentiero debole ed intermittente. Tuttavia non incontreremo problemi, se la visibilità è buona ed abbiamo l’accortezza di tener d’occhio i segnavia bianco-rossi. Procediamo salendo sul lato sinistro di una valletta ed approdando ad una modesta pianetta, che prelude alla più ampia è gentile piana di terreno torboso. Guardano in alto, alla nostra destra, distinguiamo la croce che sormonta la cima settentrionale del pizzo Spadolazzo (m. 2722). Attraversiamo la piana verso il vertice di sinistra, per riprendere la salita in direzione di una selletta erbosa, che ci introduce ad una sorta di ampio risalto di roccette e corridoio erbosi. Proseguiamo senza perdere quota, ed alternando tratti in falsopiano a salite di canalini e corridoi erbosi. Oltrepassata la già citata pista sterrata, ci infiliamo in un canalino ed in un corridoio, per giungere infine alla porta che ci apre la soglia dell’ampia conca del lago Nero. Ci attende la noiosa traversata, in discesa, della fascia di massi, fino alle sospirate rive del lago, che, se la fortuna ci assiste, ci accoglierà con il suo mesto silenzio.

I laghi sono come persone. Ciascuno con il suo carattere, i suoi umori, i suoi colori e le sue sfumature di grigio. Vi sono laghi e persone solari, umorali, cupi, scontrosi, gelidi, severi. Uno, su tutti, meriterebbe di essere denominato il lago mesto, malinconico  per eccellenza, stando, almeno, a quanto ci suggerisce la sensibilità del poeta. Del poeta, dico, cioè di Giovanni Bertacchi, il cantore chiavennasco la cui ispirazione molto deve agli scenari della Valchiavenna. Si tratta del lago Nero dello Spadolazzo, cui egli dedicò la seguente lirica, tratta dal Canzoniere della Alpi:


Il lago Nero dello Spadolazzo

IL LAGO NERO

Forse un'anima triste ed errabonda,
alla vita e all'amor fatta straniera,
cercossi un di questa perduta sponda
e romita aspettò l'ultima sera.

Or qualcosa di lei vive in quest'onda
immota, in questa fredda aura leggiera,
nella tinta di sol che, moribonda,
abbandona la livida scogliera.

Fior non rallegra qui la sconsolata
landa e la tomba onde scendea la Morta,
la dolce Morta dal pensier creata.

Qui non è vita: ma nell'alte, antiche
malinconie della natura assorta,
all'amor dell'idea veglia la psiche.


Il lago Nero dello Spadolazzo

Versi che incuriosiscono ed inducono a pensare ad uno scenario plumbeo e disperato. Ed in effetti l’ampia conca che ospita questo lago, immediatamente ad ovest del selvaggio fianco occidentale del pizzo Spadolazzo, lo nasconde, quasi, alla vita di luci e colori dell’alta Valle di S. Giacomo (o di Spluga) e lo circonda di un piccolo deserto di massi, conferendo a questo luogo una parvenza cimiteriale che giustifica il volo della poetica fantasia: qui venne, un giorno, un’anima che, volte le spalle all’amore ed alla vita, si lasciò vincere dal segreto fascino della fredda morte.
Anche la Guida alla Valtellina del CAI di Sondrio (Sondrio, 1884, a cura di Fabio Besta), si pone sulla medesima lunghezza d'onda: "Si fanno tre ore e mezza di viaggio per giungere in presenza di un bacino d'acque tranquille, silenti, opache, con rive brulle e sassose, che ricordano un'epoca, diremmo, di scosse convulse, e in cui la sdegnosa bellezza dell'orrido fa, non sapremmo dire se contrasto od accordo, colla imponente cupola del cielo lombardo e colla frangiata e bianca cornice delle cime alpine."
Seguendo i segnavia, costeggiamo la riva occidentale (sinistra) del lago, passando a destra del poggio quotato 2360 metri, raggiungendo lo sbarramento che lo delimita a nord-ovest. Qui pieghiamo a sinistra e troviamo il largo sentiero (C13, segnavia bianco-rossi) che inizia decisamente a scendere verso il fondovalle, verso ovest. Davanti a noi si apre lo splendido scenario del lago di Montespluga, incorniciato dai pizzi Ferrè e Tambò e dalla Val Loga.


Lago di Montespluga dal sentiero per il bivacco Suretta

Dopo il primo tratto di discesa, il sentiero passa appena a destra di due casupole costruire dalla Società Edison (il lago Nero non è scampato alla sistematica utilizzazione idroelettrica delle acque di Valchiavenna e Valtellina). Sulla seconda si trova anche una targa che commemora un operaio morto nei lavori finalizzati a tale sfruttamento, Ghelfi Mario G. B. (1959). Dopo una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx, il sentiero si porta a ridosso di un torrentello e prosegue la discesa diretta verso ovest, con diversi tornantini, restando alla sua destra.
A quota 2160 metri la pendeza si addolcisce ed il sentiero volge bruscamente a sinistra. Qui lo lasciamo prendendo in direzione opposta, a destra, verso nord. Procedendo a vista fra i magri pascoli ed il pietrame, senza perdere quota ci portiamo ad un secondo torrente e lo guadiamo. Sul lato opposto prestiamo attenzione ai segnavia bianco-rossi che segnalano il sentiero nel quale ci dobbiamo immettere, siglato C14, che dall'alpe Suretta sale fin qui e procede per il bivacco Suretta. Ricominciamo ora a salire, verso nord, seguendolo.
Attaccato il versante, il sentiero lo risale per un tratto, sempre zigzagando; poi si dirige a sinistra, portandosi ad una seconda ampia e ripida china, sulla quale continua a guadagnare quota. Si alternando rapide serpentine a traversi verso sinistra. In alcuni punti piccoli smottamenti impongono un po’ di attenzione. Passiamo, così, sotto alcune rocce levigate, spostandoci a sinistra rispetto al ripido salto roccioso della cascata. Poi il sentiero volge a destra, e si avvicina proprio a questo salto.
Inizia, così, il tratto più impegnativo della salita. Il sentiero è particolarmente ripido e con fatica superiamo un breve smottamento ed alcune roccette affioranti che ci impongono di aiutarci con le mai. Poi siamo ad un tratto esposto: alla nostra destra si apre un impressionante e verticale canalone roccioso (consiglio: evitiamo di guardare in basso) e le corde fisse non sono affatto superflue per passare in sicurezza. Oltrepassato il tratto esposto, un ultimo strappo ci porta alle soglie dell’ampia sella dalla quale precipita, alla nostra destra, la cascata del Suretta. Dobbiamo superare una prima fascia di massi, prima di guadagnare la sella (m. 2520), sulla quale è posto un grande ometto. La meritata sosta ci permette di godere del panorama che da qui si apre: davanti a noi, verso ovest, la sella del passo di Suretta (m. 2580), alla cui destra vediamo, in primo piano, la punta Levis (m. 2690). Proseguendo in questo giro di orizzonte in senso orario, vediamo, sul lato opposto del torrente Suretta, un piccolo laghetto in parte gelato anche a stagione inoltrata. Alle sue spalle, sul fondo, il caratteristico corno del monte Legnone, sul limite occidentale della lontana catena orobica. Seguono alcune cime della val Garzelli, laterale della Val Bodengo (punta Anna Maria, pizzo Ledù). Ecco, poi, le cime del versante occidentale della Valle Spluga, fra le quali spiccano la punta del pizzo Quadro (m. 3013), quelle più marcate dei vicini pizzi Piani (m. 3158) e pizzo Ferrè (m. 3103) e la poderosa mole del pizzo Tambò (m. 3114), sull’angolo nord-occidentale della Valle Spluga.
I segnavia dettano l’ulteriore percorso: senza attraversare il torrente che corre a pochi passi da noi, ed ignorando segnavia e segnalazione per il passo di Suretta, proseguiamo alla sua sinistra, allontanandoci gradualmente dal torrente e rimontando un ampio cordone morenico. Raggiunto il filo del cordone, cominciamo a risalirlo, su sentiero ben marcato e non troppo faticoso. Per un buon tratto non abbiamo idea di cosa dello scenario che si nasconde a nord, diritto davanti a noi; poi, raggiunta la sommità dell’ampio cordone, si apre uno splendido quadro di alta montagna, un mare disseminato da materiale morenico e parzialmente coperto dalla vedretta del Suretta. Sovrasta il tutto l’ampio circo delle cime e dei versanti del gruppo del Suretta, tormentati e ricchi di sfumature di colore, dal color ruggine al bianco, dal grigio pallido a quello cupo. Vediamo, in cima ad una marcata collina morenica, leggermente a sinistra, lo scatolone rosso del bivacco. Seguendo i segnavia ci portiamo ad un nevaio che costituisce il lembo occidentale della vedretta del Suretta e lo attraversiamo quasi in piano, ma pur sempre con la dovuta attenzione. La traversata ci porta proprio ai piedi della collina del bivacco: ne attacchiamo il versante e raggiungiamo un ripiano, oltre il quale il sentiero propone l’ultimo strappo che ci porta alla sua sommità, dove, accanto ad un grande ometto, troviamo il bivacco Suretta (m. 2748). Lo abbiamo raggiunto in circa due ore e mezza di cammino, superando un dislivello approssimativo in salita di 840 metri.
Alle sue spalle, a nord, le cime del gruppo del Suretta (da sinistra, le Cime Cadenti, la Punta Nera, la Punta Rossa, la più facile da riconoscere per il suo profilo svelto e regolare, e la Punta Adami). Procedendo in senso orario, l’ampio crinale scende al pizzo Ursareigls (o Orsareigls, o Ursaregls, m. 2845), alla cui destra si apre l’ampia sella del passo Suretta, bella finestra dietro la quale si pavoneggia il pizzo di Emet (o Timùn, m. 3208). Guardando a sud vediamo, quasi sovrapposte, le cime del monte Mater (m. 3023), del pizzo Stella (m. 3163), di cui occhieggia appena la punta, e del monte Groppiera (m. 2948), che sovrasta Medesimo. Sul fondo, da sud ad ovest, ecco lo scenario che abbiamo già descritto dalla sella della cascata: monte Legnone, cime della val Garzelli, pizzi Quadro, Piani, Ferrè e Tambò. A destra del pizzo Tambò si apre anche una breve finestra sulle alpi svizzere.


Clicca qui per aprire una panoramica a 360 gradi dal bivacco Suretta

ANELLO DEL PIZZO SPADOLAZZO - SECONDO GIORNO : DAL BIVACCO SURETTA A MADESIMO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bivacco Suretta-Pizzo Spadolazzo-Rifugio Bertacchi-Macolini
4 h e 30 min.
140/1200 (in discesa)
EE
SINTESI. Dal bivacco Suretta ridiscendiamo ai piedi della collina morenica, fino al lembo della vedretta del Suretta. Lasciamo ora il percorso della salita e prendiamo a sinistra, traversando la vedretta verso est, fino ad un isolotto roccioso. Prendiamo ora a destra e portiamoci alla sua gobba sommitale, per poi scendere verso sud-est lungo il declivio di sfasciumi, fino al torrente Suretta. Lo seguiamo per un tratto, poi lo attraversiamo raggiungendo di nuovo la vedretta a tagliandole nel punto in cui la traversata è più breve e meno esposta al salto ripido che descrive scendendo all’ampia conca che sta alla nostra destra. La traversata, in leggera salita, è breve, ma comunque richiede attenzione ed i ramponi con neve gelata. A questo punto una breve ultima salita ci porta ai 2580 metri del passo di Suretta, che si apre sul fianco occidentale della svizzera Val Niemet. I segnavia ci invitano a piegare a destra, salendo una china di sfasciumi, che ci porta ad affacciarci sul ripiano del lago Ghiacciato, cui scendiamo su sentiero molto ripido ed esposto, servito da corde fisse. Seguendo i segnavia procediamo un po' alti sopra la riva occidentale del lago, fino all'ampia sella del passo di lago Nero. Ignorata la deviazione a destra che scende al lago Nero, procediamo in direzione del largo crinale della cima settentrionale del pizzo Spadolazzo (direzione sud), che raggiungiamo senza difficoltà (m. 2720). Il sentiero resta poco sotto la cima; ridiscesi al sentiero, procediamo seguendolo sulla crestina fino alla cima meridionale del pizzo Spadolazzo (m. 2722, croce di vetta). La traccia che scende dal pizzo (attenzione ai segnavia) segue ancora per un tratto la cresta, poi, piegando a sinistra (dir. est), scende il ripido versante di sfasciumi che occupa il suo versante orientale (attenzione a seguire segnavia ed ometti). Dopo una lunga discesa, che richiede attenzione, il sentiero approda ad un versante più tranquillo e, tagliato un ripiano di sfasciumi, piega leggermente a destra (dir. sud-est) e si infila in una serie di corridoi chiusi da roccette arrotondate. Alla fine ci affacciamo ad un ripido versante erboso, che viene tagliato in diagonale, sempre verso destra (dir. sud). Siamo così ad un corridoio che ci porta al laghetto dello Spadolazzo. Piegando a sinistra, ci portiamo su un comodo sentiero che, tagliata una fascia di rocce arrotondate e di pascoli disseminate di pozze, confluisce nel sentiero principale che dal passo di Emet scende al rifugio Bertacchi. Percorrendolo verso destra, in breve giungiamo in vista della grande conca del lago di Emet. Contornandola sulla destra, raggiungiamo il rifugio Bertacchi (m. 2196).


Lago Ghiacciato e gruppo del Suretta

La seconda giornata dell'anello del Pizzo Spadolazzo coincide in gran parte con la quinta tappa del Trekking della Valle Spluga, e prevede la traversata dal bivacco Suretta al rifugio Bertacchi passando per la cima del pizzo Spadolazzo (oppure, con variante bassa in territorio elvetico, per i laghetti dell'alta Val Niemet ed il passo di Emet) e la conclusiva discesa dal rifugio a Macolini. Gli scenari sono di una bellezza che rapisce.


Discesa in Val Niemet dal passo di Suretta

Dal bivacco Suretta dobbiamo portarci al passo di Suretta, e per farlo dobbiamo attraversare, con la dovuta cautela, la vedretta del Suretta (per buona parte non ripida, ma, al mattino, gelata: i ramponi offrono la necessaria sicurezza).
Ridiscendiamo, dunque, dalla collina morenica del bivacco al bordo della vedretta. Ci si offrono due possibilità. La più lunga è quella di tornare alla terrazza della cascata e proseguire, verso sinistra, seguendo i segnavia per il passo, che ci fanno attraversare il fondo dell’ampia conca ai suoi piedi ed il ripido versante che adduce ad esso. Più breve è la traversata alta della vedretta: lasciamo a destra la traccia che abbiamo prodotto sulla vedretta salendo e traversiamo verso est, fino ad un isolotto roccioso. Qui lasciamo la vedretta che lo aggira sulla sinistra e portiamoci alla sommità di questa gobba, per poi scendere una ripida ma non difficile china, fino a raggiungere un ramo del torrente Suretta.


Lago Ghiacciato

Lo seguiamo per un tratto, poi lo attraversiamo raggiungendo di nuovo la vedretta a tagliandole nel punto in cui la traversata è più breve e meno esposta al salto ripido che descrive scendendo all’ampia conca che sta alla nostra destra. La traversata, in leggera salita, è breve, ma comunque richiede attenzione ed i ramponi con neve gelata. A questo punto una breve ultima salita ci porta ai 2580 metri del passo di Suretta, che si apre sul fianco occidentale della svizzera Val Niemet (per la precisione,d ella laterale Val Ursareigls o Orsareigls). Troviamo, infatti, al centro della piana del passo un grande ometto ed un cippo di confine collocato nel 1930.
I segnavia ci invitano ora a piegare a destra, salendo una china di sfasciumi. Al termine della salita, si ai nostri occhi uno scenario difficile da dimenticare: in un ripiano poco più in basso, ad est, ecco lo stupendo lago Ghiacciato (m. 2508), cui fa da cornice il lontano pizzo di Emet (o Timùn, m. 3208).


Lago Ghiacciato

È proprio il caso di scomodare il termine inglese “serendipity”, che designa la sorpresa di chi trova qualcosa di prezioso ed inatteso, mentre sta cercando altro. Davvero, si resta fermi, a guardare, nel silenzio. Procedendo nella traversata, ecco che, per una sorta di contrappasso, ad una sorpresa piacevole ne segue una decisamente spiacevole: i segnavia ci portano sul ciglio di un salto quasi verticale, che il sentiero, quasi intagliato fra roccette e qualche lista erbosa, incredibilmente discende, con qualche tornante. L’intero tratto è servito da corde fisse, ma qui davvero conviene riporre le racchette e por mano, se li abbiamo, a cordino e moschettone per scendere in sicurezza.
Toccato il piede del salto, procediamo traversando poco alti rispetto alla riva occidentale del lago, tagliando una noiosa fascia di massi. Raggiungiamo, così,  l’ampia sella del passo di Lago Nero. Il passo ha questo nome perché, in teoria, da esso si può scendere, sul versante italiano (alla nostra destra) al lago Nero dello Spadolazzo, nascosto in un bel terrazzo sul versante meridionale della Val Suretta. In teoria: in pratica si tratta di affrontare un versante erboso molto ripido ed infido. Noi, invece, procediamo diritti, puntando alla cima che si eleva proprio davanti a noi, un cono dal vertice arrotondato. Si tratta della cima settentrionale del pizzo Spadolazzo. Il sentiero ne risale il fianco settentrionale. All’inizio si vede appena, e sono i segnavia a dettare il percorso. Poi diventa più marcato, e si snoda in un mare di sassi mobili, agevolando la salita, anche se nella sua parte terminale diventa piuttosto ripido. Il sentiero passa pochi metri sotto la cima (m. 2720), che rimane alla nostra sinistra, con il suo grande ometto che la sovrasta. Vale la pena di spendere qualche minuto in più per salire a visitarla, anche se il panorama che propone lo ritroveremo una volta giunti alla più frequentata e nota cima meridionale del pizzo Spadolazzo.
Ridiscesi al sentiero, effettuiamo una breve traversata, che ci porta ad una crestina esposta (attenzione!), la quale, con breve saliscendi, conduce alla grande croce posta sulla cima meridionale del pizzo Spadolazzo (m. 2722).

Il pizzo Spadolazzo (detto localmente mut spadulàz, da spàtula, spalla), pur non essendo fra le più alte cime della Valle Spluga, è una delle più conosciute, per diversi motivi. Innanzitutto è il monte di Madesimo: il suo massiccio profilo chiude, infatti, l’ampia piana del paese, verso nord, a destra dei verdi ed ondulati Andossi. In secondo luogo, per la sua posizione, rappresenta un ottimo belvedere sulla cerchia di tutte le più alte e famose cime della zona. Infine rappresenta la più classica meta escursionistica di chi si fermi al rifugio Bertacchi con l’intento di effettuare una camminata di un certo impegno, tornando in giornata al rifugio stesso o a Madesimo.


Clicca qui se vuoi aprire una panoramica a 360 gradi dalla cima settentrionale del pizzo Spadolazzo

Bellissimo il panorama. L’intera corona delle cime della Valle Spluga si squaderna di fronte al nostro sguardo. Partiamo da sud-ovest, descrivendo un arco in senso orario. Aprono la carrellata i pizzi Sevino (m. 3025) e Quadro (m. 3013), sulla testata della Valle del Drogo. Seguono il pizzo della Sancia (m. 2861) e la cima di Barna (m. 2862). Ed ancora, ad ovest, i pizzi Piani (m. 3148 e 3158) ed il pizzo Ferrè (el farée, m. 3103), la cima di Val Loga (m. 3004) ed pizzo Tambò (el tambò, m. 3274). A nord, in primo piano, il gruppo del Suretta (el surèta, m. 3027), ed alla sua destra i giàcitati pizzi Ursaregls (m. 2835) e Veneroccal (m. 2763). Sul fondo della Val Niemet si apre una bella finestra sulle alpi svizzere. Poi, sul fianco orientale della medesima valle, l’arrotondato piz Palü (m. 3172) ed il già menzionato pizzo di Emet, o Timùn (m. 3208). A sud, sul fondo, uno scorcio delle cime della Val Bodengo. Molto bello è anche in colpo d’occhio, in basso, sulla conca di Madesimo e, ad ovest, sul bacino artificiale di Montespluga.
La grande croce di vetta è stata posta nel 1963, per commemorare il centenario dalla fondazione del CAI. Una targa reca scritto: “Gli alpinisti di Madesimo insieme a quelli dell’intera Valchiavenna celebrandosi il secolo del Club Alpini Italiano hanno eretto questa croce sulla vetta dello Spadolazzo simbolo di fede delle genti affratellate negli ideali dello spirito. 18 agosto 1963”.
La discesa dal pizzo segue ancora per un tratto la cresta, poi, piegando a sinistra, scende il ripido versante di sfasciumi che occupa il suo versante orientale (attenzione a seguire segnavia ed ometti). Dopo una lunga discesa, che richiede attenzione, il sentiero approda ad un versante più tranquillo e, tagliato un ripiano di sfasciumi, piega leggermente a destra e si infila in una serie di corridoi chiusi da roccette arrotondate. Alla fine ci affacciamo ad un ripido versante erboso, che viene tagliato in diagonale, sempre verso destra. Alla fine della discesa ci troviamo poco distanti dalla riva settentrionale  del laghetto di Spadolazzo. Piegando a sinistra, ci portiamo su un comodo sentiero che, tagliata una fascia di rocce arrotondate e di pascoli disseminate di pozze, confluisce nel sentiero principale che dal passo di Emet scende al rifugio Bertacchi. Percorrendolo verso destra, in breve giungiamo in vista della grande conca del lago di Emet. Contornandola sulla destra, alla fine ci troviamo al rifugio Bertacchi (m. 2196). È doveroso sottolineare che questa opzione richiede esperienza escursionistica, oltre che terreno favorevole (niente neve e ghiaccio, ma anche le rocce bagnate sono insidiose).

Il rifugio Bertacchi è, dal 2011, di proprietà al CAI Valle Spluga (gestore: Daniele Gianera; tel.: 3347769683; sito web: www.rifugi.lombardia.it/sondrio/madesimo/rifugio-bertacchi.html; E-mail: rifugiobertacchi@caivallespluga.it; apertura: 15 giugno a 30 settembre - eventuali aperture parziali in periodi diversi sono da concordare con il gestore-), dedicato al grande poeta chiavennasco Giovanni Bertacchi. Lo raggiungiamo dopo circa un’ora e mezza di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 530 metri).
La dedica al poeta è legata anche ad una lirica nella quale egli celebrava il rifugio, prima chiamato Capanna d’Emet. La si trova nella raccolta "Il perenne domani" (1929). Eccola:
"CERCANDO L'ALTO - LA CAPANNA DELL'EMET
Entra e riposa. C'è la mensa, il fuoco, il lettuccio, la lampada... Potrai
produr la sera, com'è tuo costume, sotto la luce placida, che veglia
come un'anima al lembo de' ghiacciai. Di sugli Andossi chiederà il pastore:
- Per chi stasera splenderà quel lume?
Mentre tu dorma, non inoperosa starà la notte. Il cirro che di prima sera vedesti, col suo fiocco lieve,

screziare il sereno all'orizzonte,
crescerà, crescerà da cima a cima coprendo il cielo. E tu domani, all'alba, sospinto l'uscio, incontrerai la neve.
Tutto candido intorno a te! Dai lenti ridossi ai balzi agli ultimi ciglioni, tutto un incanto sul creato alpino! Dimenticati i pascoli, i sentieri; una terra tornata al proprio inverno per rinnovare a te le sue stagioni, e rioffrirti intatto il tuo cammino."
Il panorama dal rifugio propone, a sud-ovest e ad ovest, la sequenza di cime che abbiamo già citato nel racconto della salita. A nord è sempre il massiccio versante meridionale del pizzo Spadolazzo a dominare l’orizzonte. Alla sua destra si vede l’ampia depressione che ospita il passo di Emet (o Niemet). Più a destra ancora, il pizzo di Emet (o Timun, m. 3208).
Lo sguardo è, però, attratto più che da quel che si vede alzando gli occhi, da ciò che si osserva abbassandoli. Il rifugio, infatti, è stato edificato sul bordo della grande conca glaciale che ospita il lago di Emet, che vediamo alla sua destra. Per illustrarne le caratteristiche, riportiamo le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello Rosario ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
"ll Lago d'Emet è un lago alpino di discrete dimensioni, certamente il più grande della zona, se si escludono quelli artificializzati. È situato in prossimità del Passo d'Emet, al limite estremo di un tratto sospeso della valle Scalcoggia, sotto il quale il torrente compie un salto, concascate e rapide. Si tratta di un lago di sbarramento morenico, come attestano le collinette verso valle: ovviamente le morene hanno occluso il bacino, che era stato precedentemente escavato dal ghiacciaio. La roccia, in gran parte nelle pendici sottostanti micascisto friabile, dal lago verso il passo e le erte montagne circostanti (Piz Timun, Pizzo della Palù, oltre 3000 m) si cambia in gneiss occhiadino, aspro quanto il granito anche se si sbreccia a lastroni e cenge anziché spaccarsi in blocchi multiformi e poi sbriciolarsi, o arrotondarsi.Si tratta di una meta frequente, per la non grande distanza da Madesimo e il bel sentiero che si sviluppa un po' in fondovalle (per un tratto è una strada carreggiabile), poi affronta un'erta salita su uno sperone con vegetazione arbustiva.


Lago di Emet

È però raggiungibile anche da Montespluga, con minor dislivello, per un interessante percorso che attraversa la testata di una sorta di vallone abbandonato e arriva parimenti alla nota Capanna dell’Emet (cantata anche dal Bertacchi cui ora è intestato il rifugio), che sta proprio su cordoni morenici (ora verdi d'erba). Il lago è di colore nerazzurro, più cupo quando riflette la rossastra parete di un avancorpo del Piz Timun. Già ricordato nelle guide antiche per la pescosità (c'è sempre qualche pescatore), oggi forse è raggiunto per la vastità dei panorami, che spaziano sul lontano crinale divisorio con la Val Mesolcina (il Pizzo Quadro, la Cima di Verchenca, la costiera lineare Monte Bardan-Cima di Barna, e poi il Pizzo Ferrè col suo ghiacciaietto sospeso, via via fino al Tambò, grande massa vagamente piramidale)."


Lago di Emet

Il ritorno dal rifugio Bertacchi a Macolini avviene sfruttando il classico sentiero di accesso al rifugio, molto frequentato nella stagione estiva. Seguendo i cartelli lasciamo alle spalle il rifugio e scendiamo lungo un ampio dosso erboso verso sud. A quota 2100 pieghiamo leggermente a destra (sud-ovest) e perdiamo quota con diversi tornantini, restando al centro del dosso. Pieghiamo qindi a sinistra e guadiamo il torrentello emissario del lago di Emet. Sul lato opposto del vallone pieghiamo a destra ed iniziamo una lunga ed un po' monotona discesa verso ovest, inanellando diversi tornanti. Dopo l'ultimo tornante sx, a quota 1800, iniziamo un lungo traverso che ci porta sul fondo della Val Scalcoggia. Il sentiero termina confluendo in una pista sterrata, seguendo la quale raggiungiamo in breve il parcheggio di Macolini (m. 1656), dove abbiamo lasciato l'automobile.


Panorama dal sentiero per il rifugio Bertacchi (clicca qui per ingrandire)

ANELLO DEL PIZZO SPADOLAZZO - SECONDO GIORNO: DAL BIV. SURETTA AL RIF. BERTACCHI (VARIANTE BASSA)

Bivacco Suretta-laghetti di Val Niemet-Rifugio Bertacchi -Macolini
4 h e 30 min.
40/1040 (in discesa)
EE
SINTESI. Scesi dal bivacco Suretta al passo di Suretta (cfr. sopra), ignoriamo i segnavia del Trekking della Valle Spluga e procediamo scendendo un ampio canalone verso est, fino a vedere alla nostra destra il lago Ghiacciato. Pieghiamo a destra e ne seguiamo la sua riva orientale, per poi piegare a sinistra e scendere lungo un corridoio che lasciamo ben presto salendo a destra sul filo di un dosso che si affaccia ad un marcato vallone con nevaio. Scendendo ancora un po' troviamo il punto in cui una traccia lo attraversa e sale sul lato opposto ad una pianetta con un grande ometto. Seguendo le indicazioni per il Bertacchi procediamo diritti, pieghiamo leggermente a sinistra e scendiamo ad un primo laghetto, passiamo alla sua destra e saliamo verso sud ad un secondo laghetto, passando alla sua sinistra. Risaliamo un corridoio erboso, passiamo a destra di una pozza e ci affacciamo ad ala conca di un terzo laghetto. Passiamo alla sua destra, saliamo fra sfasciumi ed alla fine ci immettiamo in un corridoio nel quale intercettiamo i segnavia che dettano la discesa dal pizzo Spadolazzo al rifugio Bertacchi. Alla fine ci affacciamo ad un ripido versante erboso, che viene tagliato in diagonale, sempre verso destra (dir. sud). Siamo così ad un corridoio che ci porta al laghetto dello Spadolazzo. Piegando a sinistra, ci portiamo su un comodo sentiero che, tagliata una fascia di rocce arrotondate e di pascoli disseminate di pozze, confluisce nel sentiero principale che dal passo di Emet scende al rifugio Bertacchi. Percorrendolo verso destra, in breve giungiamo in vista della grande conca del lago di Emet. Contornandola sulla destra raggiungiamo il rifugio Bertacchi (m. 2196).


Apri qui una fotomappa della traversata dal passo di Suretta al passo di Emet

Chiudiamo la relazione offrendo una interessante variante, poco segnalata, che evita la salita al pizzo Spadolazzo, e quindi perde molto in panoramicità, ma offre il vantaggio di muoversi su un terreno più tranquillo e di godere di un incontro ravvicinato con i bucolici laghetti di Niemet, in territorio elvetico.
Torniamo, dunque, al passo di Suretta; ora, invece di tagliare a destra, seguendo i segnavia del Trekking della Valle Spluga, procediamo diritti, in territorio elvetico, scendendo il largo canalone che si affaccia sulla Val Niemet (più precisamente, sulla sua laterale Val Ursareigls o Orsareigls). Anche in questo caso si apre, improvvisa e bellissima, la visione del lago Ghiacciato. Ci portiamo, ora, alla sua riva orientale (quella rivolta a valle) e la contorniamo con un po’ di pazienza (il lago è di dimensioni ragguardevoli, ed ha una curiosa forma di C quasi richiusa ad O intorno ad un quasi-isolotto roccioso). Lasciato alle spalle il lago, pieghiamo leggermente a sinistra e scendiamo per un tratto un largo corridoio, che diventa un canalone e confluisce, più in basso, nella Val Ursareigls. Noi, però, lo lasciamo quasi subito per piegare a destra, guadagnare il filo di un dosso e scendere nell’ampio vallone con nevaio che si apre alla nostra destra. Non  scendiamo subito, ma ci abbassiamo al punto in cui è più facile la traversata. Sul lato opposto vediamo una traccia di sentiero che risale in diagonale il versante (troviamo anche un segmento blu su un masso nel punto in cui il sentierino parte).

 
Laghetto in Val Niemet

Raggiunta la sommità del versante, troviamo altri due ometti che ci guidano ad una pianetta, al cui ingresso è collocato un grande ometto, nel quale è innestata un’asta. Su questa leggiamo due indicazioni: proseguendo diritti ci si dirige al “Bertacchi”, mentre piegando a destra si sale allo “Spadolazzo”. Procediamo, dunque, diritti, piegando poi leggermente a sinistra ed iniziando una moderata discesa (ometto a punta di lancia), che ci porta ad un primo laghetto, il punto più basso della traversata. Qui pieghiamo a destra, contorniamo la sua riva occidentale (quella rivolta a monte) ed attraversiamo il torrentello che lo alimenta. Poco più avanti, dopo una modesta salita, ci affacciamo ad un secondo più grande laghetto, di cui contorniamo la sponda orientale, fino a giungere nel punto in cui vi confluisce il torrentello che lo alimenta. Questo scende dalla nostra destra: una breve deviazione dal percorso ci permette di salire a scovare un terzo laghetto (in parte ghiacciato anche a stagione avanzata).


Laghetto in Val Niemet

Torniamo sui nostri passi e, lasciato alle spalle il secondo laghetto, cominciamo a risalire un largo corridoio in gran parte erboso, in direzione di un grande masso a forma di corno. Passiamo, così, a destra di un quarto laghetto, più piccolo dei precedenti (poco più di una pozza), prima di affacciarci all’ampia conca che ospita il quinto lago, il più grande. Passiamo alla sua destra e continuiamo nella graduale salita, piegando leggermente a destra e tagliando una noiosa fascia di sfasciumi. Ora dobbiamo prestare attenzione: al termine del corridoio vedremo i segnavia del percorso che sale al pizzo Spadolazzo. Seguendoli verso sinistra, cominciamo la discesa al rifugio Bertacchi, scendendo su un ripido versante di pascoli e placche, in diagonale, verso destra. Alla fine della discesa ci troviamo in un corridoio all'uscita dal quale passiamo poco distanti dalla riva settentrionale  del laghetto di Spadolazzo. Piegando a sinistra, ci portiamo su un comodo sentiero che, tagliata una fascia di rocce arrotondate e di pascoli disseminate di pozze, confluisce nel sentiero principale che dal passo di Emet scende al rifugio Bertacchi. Percorrendolo verso destra, in breve giungiamo in vista della grande conca del lago di Emet. Contornandola sulla destra, alla fine ci troviamo al rifugio Bertacchi (m. 2196).


Lago di Emet

Il ritorno dal rifugio Bertacchi a Macolini avviene sfruttando il classico sentiero di accesso al rifugio, molto frequentato nella stagione estiva. Seguendo i cartelli lasciamo alle spalle il rifugio e scendiamo lungo un ampio dosso erboso verso sud. A quota 2100 pieghiamo leggermente a destra (sud-ovest) e perdiamo quota con diversi tornantini, restando al centro del dosso. Pieghiamo qindi a sinistra e guadiamo il torrentello emissario del lago di Emet. Sul lato opposto del vallone pieghiamo a destra ed iniziamo una lunga ed un po' monotona discesa verso ovest, inanellando diversi tornanti. Dopo l'ultimo tornante sx, a quota 1800, iniziamo un lungo traverso che ci porta sul fondo della Val Scalcoggia. Il sentiero termina confluendo in una pista sterrata, seguendo la quale raggiungiamo in breve il parcheggio di Macolini (m. 1656), dove abbiamo lasciato l'automobile.


Panorama dal sentiero per il rifugio Bertacchi

CARTE DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

GALLERIA DI IMMAGINI

Copyright 2003-2017: Massimo Dei Cas

Copyright © 2003 - 2017 Massimo Dei Cas Designed by David Kohout