Corni Bruciati e Monte Disgrazia visti da Arale

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Cornello Alto-Arale
30 min.
140
E
La Madonnina-Ca' Gavazzi-La Pioda-Poncini-Pendulo-Cornello Alto-Arale
3 h e 30 min.
940
E
SINTESI. Stacchiamoci dalla ss 38 dello Stelvio al primo svincolo sulla sinistra all’ingresso di San Pietro di Berbenno. La strada torna indietro per un tratto e porta ad una rotonda, alla quale imbocchiamo la terza uscita, impegnando il cavalcavia che passa sopra la strada statale. Superato il cavalcavia la strada piega a destra e si dirige verso Fusine. La lasciamo però alla prima deviazione a destra, per Colorina. Superato un ponte, ci portiamo alla rotonda ai piedi del paese, con la grande scritta “Colorina”. Qui impegniamo la seconda uscita, saliamo passando a destra della chiesa di San Bernardo e piegando a destra. Dobbiamo ora acquistare, se vogliamo sfruttare la pista forestale, il pass di transito ad un bar. Ci rimettiamo in moto lasciano la strada, poco oltre la chiesa, alla prima deviazione a sinistra. Dopo una breve salita, ad un bivio prendiamo ancora a sinistra e ci portiamo ai prati che circondano la chiesetta della Madonnina (m. 413). La strada inizia ora una lunga salita sul versante orobico a monte di Colorina, con diversi tornanti. A ciascun tornante dx notiamo una pista che se ne stacca proseguendo a sinistra, che ignoriamo. Terminato il tratto asfaltato, la pista continua a salire con fondo sterrato, circondata dagli alti e splendidi abeti del Bosco Nono, La seguiamo fino ad uno slargo, dove troviamo anche un pannello del Parco delle Orobie Valtellinesi, con la targa “Cornello Alto m. 1250 s.l.m.” Qui parcheggiamo e ci mettiamo in cammino sulla pista che prosegue nella salita con andamento regolare. Dopo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dc, al successivo tornante dx troviamo un largo sentiero che se ne stacca sulla destra e sale verso l’alpeggio di Presio, ai piedi del pizzo omonimo, la montagna di Colorina. Ignoriamo la deviazione e proseguiamo sulla pista, sempre circondati da abeti alti e diritti, prestando attenzione al versante boscoso al suo margine. Noteremo così facilmente, sul tronco di un abete, il cartello con la scritta “Arale”, che segnala la partenza di un sentiero discretamente marcato che sale con diversi tornanti nella pecceta. La pendenza è decisa, ma la salita è facilitata in alcuni tratti da una scalinatura con liste di legno. Dopo una ventina di minuti il bosco si apre e ci affacciamo ad un corridoio di prati, percorso il quale ci troviamo faccia a faccia con la coppia di baite di Arale (m. 1382).


Apri qui una panoramica sul versante retico mediovaltellinese dalla località Cornello Alto

A monte di Colorina, sul versante orobico della media Valtellina, fra Valmadre, ad est, e Val Fabiolo, ad ovest, si disegna un ripido versante boscoso, che accoglie alcune fra le più belle peccete dell’intera catena orobica. Suggestivo e splendido, in particolare, è il Bosco Nono, che si stende sul versante che scende a nord del pizzo di Presio, nella fascia di media montagna, fra i 1200 ed il 1900 metri. Bosco di particolare pregio e fascino, costituito da alti abeti e da una configurazione che richiama la taiga, con un sottobosco popolato da erica, rododendro, fragoline di bosco e lamponi. Il suo nome deriva forse alla sua posizione: il sole, visto dal versante retico, vi sosta infatti intorno alle tre pomeridiane, l’ora nona dei latini, appunto. Ma è anche possibile che l’aggettivo “nono” derivi da antiche divisioni agrarie, perché nei secoli passati maggiori e soprattutto più sfruttati erano i pascoli del versante orobico.


Sentiero per Arale nel Bosco Nono

Una piccola radura nel cuore del Bosco Nono accoglie il maggengo (due baite, in tutto) di Arale, solitario e panoramicissimo. Il toponimo si ritrova in altri luoghi della provincia di Sondrio e designa uno spiazzo, una pianetta. “Aràl”, nel dialetto bergamasco, significa infatti “spianate per cataste di legna da ardere”. Nel dialetto canavesano, invece, significa “spazio centrale del casale”. La radice comune è “era” o “eira”, da cui deriva “aia”. In particolare, poco ad est e poco ad ovest del Bosco Nono, rispettivamente all’ingresso della Val Cervia, sopra Cedrasco, ed in fondo alla Val Lunga, in Val di Tartano, troviamo la località Arale, un nucleo posto a spartiacque fra la media e l’alta montagna. Il maggengo di Arale del Bosco Nono (m. 1382) è assai meno noto, ma si raccomanda per una tranquilla camminata che ci porta ad uno splendido terrazzo panoramico sul versante retico mediovaltellinese. Tranquilla camminata perché possiamo portarci con l’automobile in quota, sfruttando la pista che sale da Colorina (soggetta però a pedaggio mediante acquisto di pass di transito giornaliero in un bar in centro al paese). In alternativa, ma in questo caso la camminata diventa impegnativa, si può partire dalla parte alta di Colorina, sfruttando il percorso segnalato del Sentiero del Legno.


Colorina

Vediamo entrambe le possibilità. In entrambi i casi dobbiamo staccarci dalla ss 38 dello Stelvio al primo svincolo sulla sinistra all’ingresso di San Pietro di Berbenno. La strada torna indietro per un tratto e porta ad una rotonda, alla quale imbocchiamo la terza uscita, impegnando il cavalcavia che passa sopra la strada statale. Superato il cavalcavia la strada piega a destra e si dirige verso Fusine. La lasciamo però alla prima deviazione a destra, per Colorina. Superato un ponte, ci portiamo alla rotonda ai piedi del paese, con la grande scritta “Colorina”. Qui impegniamo la seconda uscita, saliamo passando a destra della chiesa di San Bernardo e piegando a destra. Dobbiamo ora acquistare, se vogliamo sfruttare la pista forestale, il pass di transito ad un bar. Ci rimettiamo in moto lasciano la strada, poco oltre la chiesa, alla prima deviazione a sinistra. Dopo una breve salita, ad un bivio prendiamo ancora a sinistra e ci portiamo ai prati che circondano la chiesetta della Madonnina (m. 413).


La Madonnina

La strada inizia ora una lunga salita sul versante orobico a monte di Colorina, con diversi tornanti. A ciascun tornante dx notiamo una pista che se ne stacca proseguendo a sinistra, che ignoriamo. Terminato il tratto asfaltato, la pista continua a salire con fondo sterrato, circondata dagli alti e splendidi abeti del Bosco Nono, La seguiamo fino ad uno slargo, dove troviamo anche un pannello del Parco delle Orobie Valtellinesi, con la targa “Cornello Alto m. 1250 s.l.m.”
Qui parcheggiamo e ci mettiamo in cammino sulla pista che prosegue nella salita con andamento regolare. Dopo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dc, al successivo tornante dx troviamo un largo sentiero che se ne stacca sulla destra e sale verso l’alpeggio di Presio, ai piedi del pizzo omonimo, la montagna di Colorina. Ignoriamo la deviazione e proseguiamo sulla pista, sempre circondati da abeti alti e diritti, prestando attenzione al versante boscoso al suo margine. Noteremo così facilmente, sul tronco di un abete, il cartello con la scritta “Arale”, che segnala la partenza di un sentiero discretamente marcato che sale con diversi tornanti nella pecceta. La pendenza è decisa, ma la salita è facilitata in alcuni tratti da una scalinatura con liste di legno. Dopo una ventina di minuti il bosco si apre e ci affacciamo ad un corridoio di prati, percorso il quale ci troviamo faccia a faccia con la coppia di baite di Arale (m. 1382, una delle quali è segnalata come rifugio ma per sapere qualcosa di più sulle sue condizioni di fruibilità conviene telefonare al Comune di Colorina).


Le baite di Arale

Sulla facciata della più grande spicca il dipinto di una Madonna con Bambino, dipinta da Felice Codega nel 1985 per le famiglie Codega e Piatti. Molto bello il panorama, che descriviamo da sinistra (ovest), dove si propone innanzitutto la Valle di Spluga (laterale della Val Masino), con il monte Spluga, seguita dalla costiera Cavislone-Lobbia, sempre in Val Masino. Vediamo poi uno scorcio della testata della Val Porcellizzo, dove occhieggiano i pizzi Badile e Cengalo. Le altre principali cime del gruppo del Masino sono poi nascoste dalla costiera Remoluzza-Arcanzo, a destra della quale, alle spalle dell’erbosa cima di Vignone e del pizzo Bello, occhieggiano i Corni Bruciati ed il monte Disgrazia. Più a destra ancora distinguiamo la piramide erbosa del monte Canale ed il più modesto monte Rolla, sopra Sondrio, ed uno spaccato delle cime di Valmalenco, con il pizzo Scalino, seguito dalla punta Painale e dalla vetta di Ron. Ecco poi il pizzo Combolo che sorveglia la soglia della Val Fontana. Molto più lontano, ad est, il gruppo dell’Adamello. In primo piano, infine, ad est, il versante orientale della Valmadre, con il Pizzolungo. Il ritorno all’automobile avviene ovviamente per la medesima via di salita.


Panorama orientale da Arale

Decisamente più lunga la salita ad Arale partendo dalla Madonnina (m. 414), dove ad un ampio slargo è possibile parcheggiare l’automobile. No perdiamo l’occasione per soffermarci presso questo tempietto caro agli abitanti di Colorina ed al locale Gruppo degli Alpini. Venne costruito fra il 1729 ed il 1736 ed è dedicato alla Madonna di Caravaggio, chiamata così perché apparve nell’omonima località del cremonese nel 1432. Dobbiamo ora prendere come riferimento il pannello e la segnalazione del Sentiero del Legno, sentiero tematico che unisce ad anello diverse località di mezzacosta sopra Colorina. Inizia in località Poira e termina alla Madonnina.


Ruderi in località Pendulo

Noi lo percorriamo a rovescio e, seguendo pannelli e segnavia, saliamo verso destra a Casa Gavazzi, proseguendo nella salita che tocca la contrada La Pioda ed i nuclei di Poncini e Pendulo, dove troviamo alcuni ruderi che mostrano interessantissime architravi e soglie in pietra. Confluiamo quindi nella pista sterrata, sulla quale proseguiamo salendo fino allo largo di Cornello Alto. Se per qualunque motivo dovessimo perdere il Sentiero del Legno, non c'è problema: proseguendo verso monte finiremo prima o poi per intercettare la pista per Cornello Alto. L’ultima parte dell’escursione segue quanto illustrato sopra (pochi tornanti ancora sulla pista, attacco del sentiero al cartello “Arale” sul tronco di un abete e salita per il sentiero ad Arale).


Pista forestale sopra Cornello Alto

Prima di ridiscendere alla vicina o lontana automobile (a seconda dell’opzione), rivolgiamo la mente alle parole di San Bernardo di Chiaravalle, il mistico mediaevale patrono di Colorina, parole di cui in questo scenario non potremo che apprezzare il significato: “Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà”. Pensiamo anche ad una leggenda ambientata proprio qui.
Un caciatore di Colorina si alzò, un giorno, di buon mattino, uscì dalla sua, senza quasi far rumore, e si incamminò verso il monte. Era alla Madonnina, appena sopra il paese, quando le prime luci dell’alba sembravano invitare tutte le cose a ricomporsi dopo l’abbraccio complice delle tenebre.


Il monte Disgrazia visto da Arale

Continuò a salire per l’antica mulattiera che passava per i maggenghi di Gavazzi e Cantone, prima di raggiungere la località di Cornello, che oggi è raggiunta da una carrozzabile che termina poco sopra, ad una quota approssimativa di 1050 metri. Non si fermò a Cantone, ma proseguì, di buona lena, sul sentiero che sale alle baite di Arale (m. 1382), e che ancora oggi si può facilmente trovare, poco prima del termine della carrozzabile, e percorrere: una lunga diagonale verso sinistra, poi una svolta a destra, prima di uscire dal bosco sul limite inferiore dei prati di Arale. Era giorno fatto quando, dopo poco più di due ore di cammino, toccò i prati.
Si ferm ò e guardò, guardò il superbo scenario di cime che da sempre stava lì, a nord, dai pizzi Badile e Cengalo ai Corni Bruciati ed al monte Disgrazia, e, più a destra, lasciò riposare lo sguardo sull’ampio spaccato della media Valtellina chiuso, sull’orizzonte, dal gruppo dell’Adamello. Pensò a quanto corresse veloce, la sua vita, a confronto di quella quiete perenne nella quale sembravano da sempre immersi quegli scenari. Pensò che erano già lì prima che occhio potesse vederli, e che sarebbero rimasti dopo che l’ultimo occhio di vivente si sarebbe chiuso. Pensò, ed anche il pensiero corse veloce. Quando lo lasciò si era già rialzato per riprendere il cammino.
Un sentiero, meno marcato, prende a salire leggermente partendo dal limite alto di destra dei prati, piegando poi a sinistra e diventando gradualmente più ripido. Gli alti abeti, diritti ed orgogliosi nella loro bellezza, sembravano non accorgersi neppure di quanto accadeva nell’ombra nella quale qualche squarcio di luce si faceva strada, a fatica, di tanto in tanto. Il proposito del cacciatore era di raggiungere la baita del Pizzo, più in alto (m. 1845), e lì pernottare per poi vagare senza meta precisa, l’indomani, nei boschi più alti. Ad una delle tante svolte del sentiero, il passò si arrestò prima che potesse focalizzare il perché: si fece immobile, e solo allora l’occhio vide.
Vide la volpe. Una splendida volpe dal pelo rossastro. Mai vista una volpe di aspetto così elegante. Sembrava intenta a frugare nell’incavo di un vecchio tronco marcio. Non si era accorta di lui. Tolse, con movimenti lenti e silenziosi, il fucile dalla tracolla. L’aveva già imbracciato, quando i suoi occhi incrociarono i piccoli occhi della volpe, che aveva tolto il muso dall’incavo. Un attimo. Pensò che sarebbe fuggita via prima che potesse prendere la mira. Esitò, stava per abbassare il fucile. Ma la volpe non si mosse. Lo guardava. Non sembrava impaurita. Aveva uno sguardo indefinibile. Se fosse stata un essere umano, sarebbe parso perfino uno sguardo malinconico.
Mirò e sparò. Non mancò il colpo. La volpe cadde, fulminata, presso il vecchio tronco marcio. Un’ottima preda. Imbalsamata, avrebbe fatto la sua bella figura nella sua cucina. Mosse qualche passo per avvicinarsi all’animale morto, ma prima che potesse toccarlo udì una risata. Una risata argentina, come di bambino che accoglie il padre al ritorno a casa con un dono inatteso. Si volse intorno, più volte, perlustrò il bosco con lo sguardo: non c’era nessuno. “Sono stanco,” pensò, “sento voci che non ci sono, meglio che torni oggi stesso a casa, questa bella volpe mi ripagherà della fatica di queste ore di cammino”. E così fece. Ai rintocchi dell’Angelus di mezzogiorno era di ritorno a casa. Passò così quella giornata, e ne passarono molte altre.

Passarono mesi, addirittura, prima che accadesse un fatto che lo costrinse a ripensare a quella misteriosa risata, che aveva attribuito alla sua stanchezza. Un giorno se ne andava per le vie di Morbegno, dopo aver fatto qualche acquisto al mercato di piazza S. Antonio. “Ehi, voi, cacciatore, ehi, voi”: una voce lo raggiunse dalle spalle. Si volse, guardò in alto, vide una distinta signora, dai bellissimi capelli rossicci, che gli faceva ampi segni da un balcone. “Ehi, voi, sì, voi, venite, salite, per cortesia, ho da dirvi una cosa di grande importanza”. Esitò, perché non conosceva quella donna, ma l’invito si fece più insistente, ed alla fine l’uomo, anche per la curiosità, si indusse a salire: come poteva sapere, quella donna, che era un cacciatore?
La donna lo accolse, gentile, sulla soglia di casa, lo introdusse in un elegante appartamento, lo fece accomodare. “Vi debbo molto, voi non lo potete sapere, ma vi debbo molto”, disse, con un tono di tale serietà che al cacciatore non venne neppure in mente che si trattasse di una burla. “Cosa mi dovete, signora? Neppure vi conosco. Chi siete, voi?” “Chi sono? Chi sono stata, piuttosto, vi dovrei dire. Un tempo la malvagità mi prese, mi votai al male. Fui punita per i miei malefici, trasformata in animale e condannata a vagare senza sosta e senza pace per boschi e selve, finché qualcuno mi avesse liberato da questa pena. Voi, uccidendomi, mi avete liberato.” Il cacciatore ancora non comprendeva. “Io ero quella volpe che vi guardò, un giorno non lontano, sperando che mi liberaste. Quella volpe ero io.” Capì, allora, vide: vide nei capelli della donna il pelo quella volpe. Lasciò, allora, senza una parola la sua casa. Aveva, ora, nuovi pensieri da portare con sé nelle lunghe e solitarie giornata di caccia.

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L'anello del Presio 1, 2

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