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Posta in una felice posizione sul dosso boscoso che segna il confine fra Val Masino e versante retico medio-valtellinese, Biolo (biöö, termine che deriva da “betulleus”, quindi da betulla) è una delle più belle frazioni di Ardenno. Il nome deriva dal latino "betulleus", per la presenza di numerose betulle, oppure dal latino medievale "buiolum", sorgente, per la presenza di acque di sorgente.
Si trova ad una quota di 608 metri ed è raggiungibile, in automobile, staccandosi dalla ex strada strada statale della
Val Masino sulla destra, a 4 km da Ardenno, poco prima della località di Ponte del Baffo, in corrispondenza della segnalazione per Biolo e Lotto. La strada, dopo altri due chilometri circa, che si snodano fra alcuni tornanti nella bellissima cornice di boschi di castagno, porta all'ingresso del paese, dove ci accoglie la chiesa parrocchiale dedicata a S. Maria Assunta.
L'edificio sacro fu consacrato nel 1543, e divenne chiesa parrocchiale nel 1592. Il nucleo di Biolo, per la sua felice collocazione sul versante di mezza montagna, fu, almeno fino al 1600, uno dei più vitali nel territorio del comune di Ardenno: Feliciano Ninguarda, vescovo di Como, nella sua visita pastorale del 1589, registrava a Biolo 60 fuochi (300-360 anime), mentre nel nucleo centrale di Ardenno ve n'erano solo 40.
Ma cediamo a lui la parola: "Sul declivio del monte vi è Scheneno con 40 famiglie ed un'altra chiesa dedicata a S. Pietro Apostolo, distante due miglia dalla matrice. Sullo stesso monte trovasi Biolo con 60 famiglie, con la chiesa dedicata all'Assunzione della B. Vergine Maria, distante dalla matrice due miglia e mezzo. Sempre sul monte c'è Pioda con 25 famiglie, dove, distante tre miglia dalla matrice, trovasi la chiesa dedicata a S. Gottardo". Il Ninguarda parla anche dell'aspirazione di Biolo ad una figura di pastore che potesse permanentemente occuparsi della popolazione locale: "Durante la visita pastorale gli uomini di Biolo chiesero umilmente al vescovo di dar loro un cappellano e si offrirono di mantenerlo a loro spese. Per questo motivo, vagliate le ragioni da loro addotte, fu loro concesso, senza pregiudizio dei diritti del prevosto di Ardenno loro pastore." La richiesta fu accolta, e la chiesa di Santa Maria delle Grazie venne eretta in parrocchia autonoma, staccandosi da Ardenno, nel 1592. Poco dopo la chiesa, di origine quattrocentesca e già consacrata nel 1543, venne ampliata e consacrata di nuovo nel 1614, in occasione della visita pastorale di mons. Filippo Archinti. La parrocchia nel 1798 comprendeva 422 anime, per un totale di 80 fuochi circa. Pressoché inalterata risultava la popolazione circa un secolo dopo, cioè durante la visita pastorale del vescovo di Como Andrea Ferrari, il quale vi trovò 494 parrocchiani.
La richiesta di separazione dalla parrocchia di Ardenno ha una motivazione storica: Biolo ha sempre intrattenuto, nei secoli, rapporti più stretti con quelli della parte orientale della Costiera dei Cech che con Ardenno. Da Biolo, soprattutto dopo il difficile periodo seguito alla tremenda peste portata in Valtellina dalla Guerra dei Trent'anni nel 1630-31, partirono numerosi emigranti verso Roma, dove impiantarono attività commerciali spesso coronate da successo. Ed a Biolo molti dei loro discendenti tornano, nel periodo estivo, conferendo al paese una vita che si rinnova nella vivace coloritura linguitica di una parlata unica, che mescola espressioni dialettali ad espressioni romanesche.
Una storia merita di essere raccontata, per esemplificare lo spirito di iniziativa di questi emigranti, la storia della famiglia dei Ciampini. Costoro, emigrati a Roma da Biolo, si diedero al commercio di farine e generi alimentari. Il successo arrise loro, tanto che acquistarono una bella tenuta agricola nell'Agro Pontino, denominata "Vigna delli Ciampini". Qualche secolo dopo proprio sul terreno di questi fondi venne costruito quell'aeroporto che conserva, nel nome, il ricordo di questi intraprendenti emigranti l'aeroporto di Ciampino.
Da registri e documenti secenteschi possiamo anche conoscere qualche nome degli emigranti di Biolo e della Pioda che, nella prospettiva di un futuro migliore per la propria famiglia, si adattarono ad una vita di sacrifici lontano dal dolce profilo dei luoghi amati. Eccone alcuni.
Domenico Ciampini di Albiolo (sc. Biolo) Valle Tellina, nato nel 1603.
Andrea di Domenico di Biolo de Voltolina, careter garzon, ricoverato con casacca limonata, calzette turchine di saia, camiciona rossa, camisa e cappellaccio.
Michaele de Peoli di Biolo di Voltolina, mandato dal rev. Mons. D’Agostino.

Domenico Pelanda del q. Pietro di Biolo. Martino del Camero di Biolo Diocesi di Como, facchino della Dogana.
Martino Giannini del Tognolo di Biolo della Valtellina.

Domenico Ciampino del q. Tomaso, Antonio Mancini del q. Domenico e Giovanni Tognolo dal Biolo.
Compagnia dei facchini di vino dei Bioli: Tomasso Tomassetti, Lorenzo Di Stefano, Lorenzo Papino, Antonio del Scigolo, Martino del Camero, Marc'Antonio Giovannini, Domencio Giovannini, Tomasso Giovannini, Antonio del Camero, Remedio del Camero, Lorenzo Covaia, Domenico Covaia, Giovanni Camerino, Giovanni Camera, Martino Giannini, Giovanni Camera (altro), Antonio Camera, Bartolo Barola, Antonio Cicala, Lorenzo Papa, Tomasso Citti e Lorenzo di Stefano.
Giacomo del Coppa di Pietro de Libero dalla Pioda, facchino, morto nel 1617. (Citati da "I Valtellinesi nella Roma del Seicento", di Tony Curti, edito da Provincia di Sondrio e Banca Popolare di Sondrio nel 2000).

Un interessantissimo documento notarile del 18 giugno 1797, conservato nell'archivio di Luigi Clerici e pubblicato sul bollettino n. 14 (1960) della Società storica valtellinese, riporta la deliberazione di adesione del comune di Ardenno alla Repubblica Cisalpina (conseguenza della prima campagna napoleonica in Italia), deliberazione, ed è di grande interesse, perché vi si possono leggere i nomi dei rappresentanti delle diverse squadre che la presero. Fra gli altri, figurano i seguenti:
SQUADRA DI SCHENENO: Giovanni Pedruscino Sindico, Lorenzo Bonomi, Domenico Tognanda, Gian Antonio Pedruscino, Gian Battista Pedruscino, Sebastiano Savetta, Lorenzo Savetta, Bernardo Simonelli, Agostino Bertinelli, Giovanni Bertinelli, Giacomo Capeletti, Giuseppe Capeletti, Andrea Gandelino, AntonioCastelli, Lorenzo Gandelino, Andrea Ganassa, Gian Antonio Ganassa, Antonio Ganassa.
SQUADRA DELLA PIODA: Giacomo Susanna Sindico, Antonio Pedruzio, Pietro Pedruzio, Gian Pietro Corvini, Tomaso Susanna, Lorenzo Susanna, Francesco Corvini, Lorenzo Pedruzio fu Giovanni, Giovanni Pedruzio, Giuseppe Pedruzio, Bartolomeo Pedruzio, Gian Antonio Pedruzio, Domenico Silvestri, Giuseppe Marolo, Battista Marolo, Giacomo Corda, Giovanni Corda, Pietro Beti, Antonio Corda, Pietro d'Agostini, Antonio Martini, Lorenzo Pedruzio, Andrea Raja, Battista Raja, Carlo Coppa.
PER LE SQUADRE DI CAMERO, E CIAMPINI DI BIOLO: il cittadino Domenico Camerini, autorizzato dai Capi Famiglia di dette squadre.
Nonostante questo importante flusso migratorio, nel 600 e nel 700, agli inizi dell'800 il nucleo di Biolo comprendeva ben 452 abitanti (nel computo non rientrano gli abitanti delle vicine Pioda e Scheneno).
Nella piazza davanti alla chiesa due targhe ricordano i caduti nelle due guerre mondiali del novecento. Nella prima guerra mondiale morirono, fra gli abitanti di Biolo, i soldati Figoni Tomaso (a Camplat, Francia), Menesatti Giuseppe (all'ospedale di Lecce) e Pradè Domenico (disperso), oltre al caporale Radaelli Cesare (morto in prigionia a Vitkovitz). Morirono, invece, fra gli abitanti di Pioda i soldati Camero Giacomo (a Monti Ortigara), Corda Giovanni (in Ardenno), Figoni Pietro (a Liegi, Belgio) e Pedruzzi Anselmo (disperso a Pioverna Alta). La seconda targa è dedicata da Biolo ai suoi caduti nella guerra 1940-45, e reca incisi i nomi di De Agostini Primo (morto nel 1945), Camero Guido (morto in Germania nel 1944), Menesatti Giuseppe (morto in Croazia nel 1941), Simonetti Giacomo (morto in Grecia nel 1941), Coppa Guerrino (disperso in Russia) e Camero Edoardo (disperso in Russia). Una terza targa è posta a ricordo di don Attilio Aldo Tempra (1915-2003), "prete paolino dal 1941 con il nome di Emanuele e parroco".
Ecco come Ercole Bassi, ne "La Valtellina, Guida illustrata", del 1928, presenta Biolo: "Sopra Ardenno vi è la frazione di Biólo (cooperativa di cons. agric.), la cui chiesetta possiede una tela coll'Assunzione, di Ant. Canclini da Bormio, della fine del 500, coi primi caratteri del barocco, che non è dei migliori di questo artista; e dipinti di P. Ligari. Sotto Biolo si scorgono gli avanzi di un castello".
L'allusione della Guida fa forse riferimento ad una fortificazione edificata dai Capitanei non distante dal Castelliere di Scheneno, del quale parla lo storico Giustino Renato Orsini, che vi ipotizza insediamenti risalenti all'ultimo neolitico o alla prima metà dell'età del ferro. Il luogo che giustifica l'ipotesi è il Caslàsc (Caslaccio), riportato su antiche carte pagensi, nei pressi dell'attuale Scheneno, sotto Biolo, quindi ad una quota approssimativa di 520 metri, sullo sperone posto proprio all'imbocco della Val Masino. Il toponimo, secondo lui, come quello di Caslido (località sul versante meridionale della Colma di Dazio), rimanda al concetto di "castelliere", ben distinto da "castello" (che si riflette, invece, nelle voci dialettali "castèel" e "catég"). Un castelliere è, in un certo senso, l'antenato del castello: si tratta di un piccolo villaggio fortificato, costituito da una torre centrale e da una cerchia di mura, di cui sono rimaste tracce, che rimandano ad epoche preistoriche, nell'Istria e nella Venezia Giulia. In epoca romana queste strutture furono utilizzate come fortilizi, spesso trasformati, infine, in epoca medievale, nei più conosciuti castelli. Se l'Orsini ha ragione, dunque, la zona di Scheneno era abitata già sin dalla fine dell'età della pietra. Ma si tratta solo di un'ipotesi toponomastica.
Per quanto riguarda la storia più antica di Biolo, invece, siamo abbastanza sicuri che il suo territorio si sottraeva, in età medievale, alla dipendenza feudale dal Vescovo di Como, cui invece era assoggettatata Ardenno. "Alcuni riferimenti documentari fanno supporre l'esistenza, nelle vicinanze del paese, di miniere di ferro e dei relativi forni fusor (nel secolo XVI vi sono località nominate "Al Prato del Focho" e "Prato della Fusina"), altri richiamano la memoria di un fortilizio messo a guardia della valle del Masino, probabilmente dai Capitanei, a sud-ovest dell'abitato. Fra le famiglie originarie vi sono cognomi ora estinti e altri mutati: dal XV secolo troviamo i Dell'Era, i Carra detti poi Dell'Oro, Tognoli, Sigirolo, Ciampini, Cameri e Camerini, Del Torchio e Oliva ai quali nel tempo altri si aggiunsero." (da "Ardenno - Strade e contrade", a cura della Cooperativa L'Involt)
Altre interessanti notizie su Biolo e la sua chiesa sono contenute nelle note storiche di don Giacinto Turazza (1920): "Questa località è tuttora frazione del Comune di Ardenno e fino al secolo XVI era anche membro della Prepositura di Ardenno. Quando il Vescovo Ninguarda nel 1589 fu in visita, gli uomini di Biolo presentarono domanda di separazione avendo già in pronto capitali e fondi agricoli allo scopo. Il Vescovo accogliendo l’istanza dei Biolesi dichiarò Curata la loro Chiesa, ma la canonica erezione in Parrocchia avvenne soltanto con atto del 9 giugno 1592; né la chiesa veduta dal Ninguarda è l’attuale, perché quell’antica fu ampliata e la parte conservata fu rifatta nel 1613 e consacrata il 14 agosto 1614 dal Vescovo Archinti Filippo, come vien ricordato dalla iscrizione posta sopra la porta maggiore. Questa chiesa conservò il titolo di S. Maria Assunta, che godeva la precedente Cappella e reca sulla facciata, lateralmente alla porta, due preziosi freschi, dei quali l’uno rappresenta Maria Fanciulla fra Gioachino e S. Anna, l’altra il Natale, protetti entrambi da vetri e da rete metallica. La chiesa è ad una nave il cui altare maggiore possiede una buona tela raffigurante l’Assunzione di Maria ed è opera di Antonio Canclini di Bormio; ha due altari laterali, l’uno dedicato alla Madonna del Rosario, l’altro al Crocifisso. A decoro di questa Chiesa, bene illuminata e pulita, sono conservati ottimi paramenti e buone argenterie regalate in passato dai compaesani emigrati in Roma e ancora tenuti con religiosa cura dai successivi Curati e dal gentil senso della popolazione buona. Questa Parrocchia ha due oratori, uno dedicato a San Rocco, l’altro sul piazzale della Chiesa, a San Antonio da Padova, snello ed elegante che meriterebbe di essere riparato avendo gli intonachi cadenti in causa dell’umidità del luogo."
La tradizione orale conserva anche memoria di un costume tradizionale di Biolo. Il costume festivo da donna era costituito da una vestina di strüsa, di color vino, con un corpetto senza maniche, chiuso sul davanti ed attaccatto alla sottana, sul quale si indossavano una camicia di tela bianca ed un corsetto con i manèch, detto bianchèta, ma di colore verde o marrone. Davanti alla vèsta si legala el scusèe, verde scuro o nero, di cotone lucido, con ricami di pizzo. I capelli erano raccolti in trecce, senza nastri; sul capo si indossava un grande fazzoletto, il panèt, nero, con fiori e frange lunghe. Un grande fazzoletto veniva indossato anche sulle spalle, anch'esso ricamato con fiori. Si calzavano calze di lana nera con uno scalfìn bianco che veniva cambiato quando si consumava. Ai piedi si calzavano zoccoli di legno, con una curègia nera; più tardi vennero in uso i cosiddetti "zòcoi de Cum". Completavano l'eleganza femminile gli orecchini, a barchetta o rotondo con l'anellino bucato in fondo. Il costume festivo maschile, invece, era costituito da calzoni fino al ginocchio, chiamati culzùn di mezzelèe, e da una giacchetta di panno nero, stretta alla vita (la marsìna), a quadretti o a tinta unita, sotto la quale si indossava una camicia di tela. Sulle calze bianche erano calzati gli zoccoli, mentre rare erano le scarpe. Comune, invece, il cappello. D'inverno ci si riparava dal freddo con una mantelìna di panno nero (cfr. la pubblicazione "Costumi tradizionali dei comuni del mandamento di Morbegno", di Antonio Cesare Corti e Gabriella Ricetti Abramini, edita a cura della Comunità Montana Valtellina di Morbegno).
L'importanza di Biolo è anche legata alla buona conservazione delle sue dimore tradizionali, rappresentative del modulo costruttivo prevalente nella media Valtellina. Scrive, a tal proposito, Dario Benetti, nell’articolo “Abitare la montagna.Tipologie abitative ed esempi di industria rurale” (in AA.VV., Sondrio e il suo territorio”, Silvana Editoriale, Milano, 1995): "
La media Valtellina è molto ricca di esempi tipologici di architettura tradizionale, di particolare rilevanza ambientale. In linea generale, a parte qualche raro esempio in alcune valli laterali, si riscontra l'assenza del modello abitativo — tipico dell'alta Valtellina e della Valchiavenna — costituito dal sistema cucina-stüa. Soprattutto sul versante retico (maggiormente esposto al sole) la casa tende a svilupparsi in altezza con edifici unifamiliari o plurifamiliari multipiano (caratteristico lo sviluppo, in certe zone, dei ballatoi lignei). Nei centri di fondovalle e in quasi tutti i centri del versante retico è diffusa la tipologia della casa a corte in vari esempi, dal colondello di Delebio (ampia corte con influssi padani) alle piccole corti legate ad un'unica dimora di Biolo sopra Ardenno. La tipologia edilizia e la morfologia dell'insediamento sembrano essere influenzate, nella media Valtellina, da uno schema in cui prevale comunque l'insediamento compatto, a nucleo, rispetto alla dimora unitaria isolata e l'uso prevalente della pietra, spesso utilizzata quasi a secco."

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Appena sopra Biolo si trova il caratteristico nucleo della Pioda (piöda). "L'origine del nome appare ovvia, probabilmente vi era in passato una cava di rocce scistose per la copertura dei tetti. Le prime famiglie che la abitarono arrivarono da località all'interno del comune di Caspano e Locarno (da Caspano un Romeri del Pedruzio dalla cui famiglia derivarono i Pedruzzi), più vicini nei secoli (agli inizi dell'ottocento) erano i Corda, Piroli, i Corvini, De Agostino, Pradé, Commero, Figoni, Pedroli, e Marioli. La gente della Pioda aveva gli alpeggi sui monti a nord di Ardenno fino alla zona di Scermendone, Sanbrusio e Verdeggia in territorio di Buglio. Sappiamo che anticamente gli allevatori in questa zona avevano l'obbligo di distribuire latte, burro, formaggio e "mascarpa" (ricotta) ai poveri che salivano alla chiesetta di San Qurico, qui conosciuto anche come San Cères, nel giorno della sua festa. .... L'emigrazione verso Roma è sicuramente uno dei capitoli più caratteristici che segnarono la storia della Pioda e dei Paesi della costiera dei Cèch." (da "Ardenno - Strade e contrade", a cura della Cooperativa L'Involt).
Ed ecco, di nuovo, don Turazza: "Alla Pioda, fra poche case sparse (nel Cinquecento erano 25 fuochi) troviamo una bella CHIESA a San Gottardo che fu costruita nel 1717 in sostituzione di una antica e più piccola. Di quest’antica non si è trovata memoria né documenti, ma ad essa si riferisce il Canonicato del Titolo di S. Francesco istituto dal Prevosto Ciampini Simone nel 30 maggio del 1686, formandone un beneficio con terre con capitali e fitti livellari e stabilendo gli oneri del beneficiato che doveva dimorare in Pioda e celebrare in S. Gottardo ad eccezione di alcune feste nelle quali doveva prestar servizio nella Prepositurale di Ardenno. Da questo istrumento sembra anche che gli uomini della Pioda si fossero impegnati ad ampliare il beneficio con capitali e fondi propri e col concorso di compaesani residenti in Roma, e così il prete beneficiale doveva esercitare la cura d’anime non solo nella contrada di Pioda, ma a Piazzalunga e a Scheneno. Consta poi che un capitale era stato mutuato dagli Uomini di Pioda ai consorti Donini e Cugini di Desco, i quali pagavano ogni anno L. 140 alla chiesa di S. Gottardo, ma quel reddito nel 1751 passò al Prevosto pro-tempore in riconoscenza dei privilegi concessi a quella Chiesa che ebbe perciò il titolo di Vice-Curata. Infatti nel 18 ottobre 1751 il Prevosto don Giov. Battista Pradè, nativo di Biolo, accorda al vicecurato di S. Gottardo la facoltà di conservare il SS. Sacramento, di tenere gli Olii Santi per gli infermi, di erigere il Battistero e di seppellire i morti della contrada nella detta Chiesa. In essa troviamo l’altare costruito nel 1791 e alcuni buoni paramenti offerti dai Corvini e dagli uomini di Roma ed un legato di 12 Messe da ser Antonio Pedruzzi il 3 gennaio 1672."

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DA MASINO A BIOLO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Masino - Scheneno - Biolo - San Gottardo alla Pioda
1 h e 30 min.
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SINTESI. Se ci stacchiamo, sulla destra, dalla strada che congiunge Ardenno a Màsino (via Duca D’Aosta) nei pressi di una ben visibile cappelletta, possiamo guadagnare, percorsa la breve via Ca’ del Pozz, il piede del versante retico e lasciare l’automobile in via Calchera alta (280 metri circa). Percorsa la via verso ovest (sinistra), imbocchiamo un ripido tratturo, con fondo in cemento, che risale il fianco del monte. Il tratturo passa per la chiesetta di San Giovanni in Valmala (m. 508) ed a lato del rudere di chiesa e del nucleo di Scheneno, prima di raggiungere il Cimitero di Biolo. Pochi passi e siamo sulla strada asfaltata per Biolo. Sul lato opposto u breve tratto su una bella mulattiera ci porta alla chiesa della B. V. Assunta. Salendo fra le viuzze del paese e sfruttando sentierini che tagliano la carozzabile Biolo-Pioda, possiamo portarci al santuario di San Gottardo alla Pioda (m. 694).

Una passeggiata fino a Biòlo? Ottima idea, in tutte le stagioni: nelle belle giornate invernali la salita alle quote della media montagna attenua il rigore del freddo, in quelle estive la frescura dei boschi mitiga la calura.
Tre sono le possibili soluzioni per raggiungere questo paese, che se ne sta adagiato su un ampio dosso, proprio sul crinale che separa la piana di Ardenno dall’imbocco della Val Màsino.
Vediamo la prima, che parte dalla frazione Masino (di cui scrive il Ninguarda: "Discendendo il piano verso l'acqua di Clivio e Traona si trova Masino con circa 20 famiglie, distante dalla matrice un miglio, dove è un'altra chiesa dedicata ai SS. Apostoli Pietro e Paolo").
Se ci stacchiamo, sulla destra, dalla strada che congiunge Ardenno a Màsino (via Duca D’Aosta) nei pressi di una ben visibile cappelletta, possiamo guadagnare, percorsa la breve via Ca’ del Pozz, il piede del versante retico e lasciare l’automobile in via Calchera alta (280 metri circa). Percorsa la via verso ovest (sinistra), imbocchiamo un ripido tratturo, con fondo in cemento, che risale il fianco del monte. Molti, qui, sono i segni di un passato non troppo lontano, quando queste zone, per la felice situazione climatica, erano ancora abitate per tutto l’anno: oltrepassiamo vigne ancora molto ben tenute, e, nelle pause per riprendere fiato (la pendenza, nel primo tratto, è severa), possiamo godere di un’ottima visuale su Ardenno e la media Valtellina, fino al Colle di Triangia.
Aggirato il dosso, raggiungiamo la chiesetta di S. Giovanni in Val Mala (m. 430), nella quale si celebra, ogni anno, una Santa Messa il 24 di giugno (s. Giovanni Battista). La chiesetta è attestata per la prima volta in un documento del 1631. Il toponimo “Val Mala” è abbastanza diffuso in Valtellina (c’è, per esempio, una Val Mala anche in Val Gerola, fra Rasura
e Pedesina), e rimanda all’aspetto aspro e pauroso che queste valli laterali assumono quando precipitano verso il fondovalle.
Ecco le notizie che il Turazza riporta sulla chiesetta: "Scendendo alla Valmala sulla nostra destra incontriamo una Cappella dedicata a San Giovanni Battista, bellina, restaurata da poco e che sull’altare ha una graziosa tela rappresentante il Battesimo di N. S. Gesù Cristo. Di questa cappella si è trovata notizia nel principio del secolo decimo settimo e deve essere il tempo della sua costruzione perché sulla fine del cinquecento non esisteva. Ad essa con testamento del 2 settembre 1631 (anno della peste manzoniana) rogito del Notaio Giov. Battista Della Torre, Antonio Tartaia di Valmala lasciava il carico di due MESSE al mese sopra i beni: una casa a nord della chiesetta, un fitto livellario pagato dai consorti Cucchi e una terra campiva alla Piana in Valmala.
Nelle cronache del Prevosto don Antonio Paravicini  si trova che a questa Cappella, il 12 giugno 1748, il signor Andrea Raia doveva lire 149".
Ma proseguiamo: poco oltre, ecco un’altra chiesa, più grande, ma ormai ridotta a rudere invaso dall'impitosa vegetazione, in corrispondenza della frazione di Scheneno (m. 510). Si tratta della chiesa dedicata ai SS. Bernardo, Sebastiano e Rocco, di origine secentesca.
Fermiamoci un attimo per spendere alcune parole sul nucleo di Scheneno, che, così come appare oggi, non dà l'idea della sua vitalità passata. Si tratta di uno dei nuclei che sono sempre menzionati fra le frazioni costitutive del territorio del comune di Ardenno (nelle varianti toponomastiche di Sceneno e Schenone), e che, all'inizio dell'800, contava la non trascurabile cifra di 90 abitanti. Dal 1709 un lascito consentì di mantenervi un curato, che officiava nella chiesa, provvedeva alla cura delle anime ed assisteva gli infermi. "Delle genti che abitarono a Scheneno abbiamo alcuni nomi: D'Agostini, Gandellini, Simonelli, Foini, Cappelletti, Pedrucci e Rossati; sappiamo che, in comune con gli abitanti di Pioda e Biolo, possedevano metà del monte di Granda e avevano alpeggi anche a Preda Rossa." (da "Ardenno - Strade e contrade", a cura della Cooperativa L'Involt).
Ed il Turazza riporta: "[Scendendo da Biolo giungiamo a] Scheneno, le cui case sono sparse e che in antico contava 40 fuochi, quanti ne aveva allora il centro di Ardenno, e sopra un breve ripiano che prospetta la valle, sorge isolata una chiesa ad onore di S. Sebastiano, Bernardo e Rocco, la quale evidentemente fu costruita verso la fine del secolo decimo ottavo. Prima quella località aveva un’altra cappella dedicata a S. Pietro Apostolo, come ricorda il Ninguarda, ma di essa non rimane più traccia alcuna, forse perché su di essa fu edificata l’attuale. Questa costituita in ampio e ben illuminato rettangolo, ha un sol altare arricchito da una splendida tela, di ignoto autore cinquecentista e di ignota provenienza. Questa tela rappresenta in alto fra nuvolette la Vergine Madre reggente il Bambino il quale con gli occhi e con le labbra sorride graziosamente a S. Bernardo che sta in ginocchio e protende le braccia in atto di ammirazione e di preghiera. È completata dalle figure di S. Sebastiano e S. Lorenzo Martiri.
A questa Chiesa era annesso un beneficio col titolo di cappellania laicale, perché amministrata da laici, mentre il beneficiale aveva cura d’anime, come risulta dall’istrumento di fondazione. Sotto la seconda dominazione dei Grigioni e quando la Valtellina si fu un po’ ristorata dalle patite angherie di stranieri, soprattutto di Francesi, gli uomini di Scheneno provvidero come già si disse alla costruzione della nuova Chiesa, e pochi anni dopo vollero ornarla di un beneficio curato. Gli abitanti di Scheneno manifestarono questo loro proposito ai compaesani di Roma i quali, con istrumento fatto a Montecitorio nell’Ufficio del Cardinale Vicario in rogito del notaio Gian Domenico De Rossi, nel giorno 11 ottobre 1709, stabilirono determinati capitali (luoghi di Monte) e rendite assicurate per l’erigendo beneficio e delegarono loro rappresentanti in patria ser Giuseppe d’Agostini, Carlo Gendelini, Gian Giacomo Simonelli, Giovanni Maffioli, Morendo Folini, Andrea Cappelletti e Carlo Pedruscini, raccomandando la trattazione della cosa al rev. don Lorenzo dottor Cappelletti, canonico di Ardenno.
I dotti mandatari, forti delle generose assegnazioni dei compaesani di Roma, si misero all ’opera e noi ci figuriamo che nelle lunghe serate invernali si saranno trattate le cose coi capifamiglia per raggiungere quella somma capitale che raggiungesse li annui CINQUANTA SCUDI milanesi necessari alla costituzione della desiderata Cappellania. L’accordo e il concorso furono completi ed affermati nell’adunanza di sindacato tenuta nella Chiesa di San Bernardo in Scheneno il 4 febbraio 1710 e consacrati con rogito del notaio don Lorenzo dottor Cappelletti; ed in questa adunanza i convenuti elessero, nominarono e confermarono come primo investendo del beneficio la persona già designata dai Romani, cioè il chierico Tomaso Tognanda acciò si possa con questo beneficio ordinarsi, tirarsi avanti e possedere il decreto beneficio con adempiere alli suoi carichi, resiedendo in casa sua a Scheneno, dove già trova comoda habitazione.
I sindaci Giuseppe Cucchi e Giacomo Simonelli, presentatisi al Vicario capitolare di Como canonico don
Giovanni Simone Franzosi, ottennero l’erezione della Cappellania e la investitura del chierico Tognanda con decreto 12 febbraio 1710 in rogito del cancelliere Cap. Giuseppe De Clerici.
Così questa chiesa ebbe subito il proprio sacerdote; Scheneno, per la grande fede con la quale avevano provveduto gli uomini di Roma e quelli della terra, ebbe assicurata la Messa festiva, la Messa in tre giorni feriali ogni settimana, l’assistenza agli infermi, l’insegnamento della dottrina della Chiesa e la scuola per i fanciulli; e tutto ciò con il consenso anzi con il gradimento del Prevosto Antonio Paravicini.  Ma pace non dura quaggiù!!! Nominato Prevosto Gian Battista Pradè, di Biolo, questi trovò modo di litigare un po’ con tutti ed anche Scheneno ebbe a soffrire menomazione dei convenuti e onesti diritti e dopo una controversia, che durò un decennio, il beneficiato di Scheneno, don Lorenzo Bonomo, dovette dimezzare il suo servizio con la Prepositurale di Ardenno per una convenzione del 17 marzo 1767 in rogito del notaio Matteo Acquistapace.
Mutano i tempi e Scheneno ne dà un esempio chiarissimo perché l’alito di fede e di amore per la terra natia, che spirò sul principio fu sulla fine dello stesso secolo soffocato dal soffio mortifero dell’errore e dell’odio; un tratto di penna che fu dichiarato legge perché della troppo famosa Rivoluzione uccise inghiottì la Cappellania laicale che più non rivisse. Alla chiesa di Scheneno adesso soltanto nei giorni del titolare ascende il prevosto per la occasionale ufficiatura."
(queste note risalgono al 1920: oggi la chiesa è un ridere ridotto in tristi condizioni).
Di nuovo in cammino: in corrispondenza della chiesetta, invece di proseguire sul tratturo in cemento, prendiamo a destra, imboccando una mulattiera che poi piega a sinistra e sale con andamento ripido e diritto, intercettando il primo tratto della Via dei Giardini. Attraversata la strada asfaltata, proseguiamo sul lato opposto, dove la mulattiera, in corrispondenza del cincètt de la campagna, riprende, salendo verso sinistra e portando all'ampio piazzale presso il cimitero di Biolo. Anche qui, saliti, alla strada asfaltata per Biolo, la attraversiamo riprendendo la mulattiera sul lato opposto, per l'ultimo tratto della
salita che, passando sotto il poderoso muraglione della chiesa parrocchiale dedicata alla Beata Vergine Assunta, posta sul limite orientale del paese, con la facciata rivolta ad ovest (m. 608). La mulattiera termina proprio sul sagrato antistante alla chiesa. Proseguiamo, ora, prendendo a sinistra, lungo la via principale del paese, stretta e circondata da case che, in parte, conservano l’antico aspetto e restituiscono quel senso di protezione legato alla loro raccogliersi quasi in un comune abbraccio. 
La strada asfaltata prosegue verso le case della Pioda; dopo un tornante dx ed
uno sx, al successivo dx una mulattiera se ne stacca sulla sinistra e porta direttamente alla chiesa di San Gottardo (m. 694), eretta a santuario dal Vescovo di Como, mons. Macchi, nel 1946. Particolarmente interessante è, da qui, il colpo d’occhio sul versante orobico centro-occidentale. Dal santuario, se abbiamo tempo ed energie, possiamo guadagnare, proseguendo verso destra, la strada asfaltata che da Piazzalunga sale ai Prati di Lotto.

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DA MASINO A BIOLO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Loc. Pesc' ad Ardenno - Sentiero Ca' Bianca - Biolo
1 h
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San Lucio - Mulattiera - Piazzalunga - Bacino della Pioda - Pioda - Biolo
1 h e 30 min.
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SINTESI. Salendo dalla piazza della chiesa ad Ardenno, imbocchiamo la strada per la frazione Gaggio e, superate le contrade Calgheroli e Cavallari, stacchiamoci sulla sinistra dalla strada per Gaggio e percorriamo interamente la via Pesci, che sale alla località Pesc'. Al termine della strada, possiamo parcheggiare e, senza salire alle vicine case di San Lucio (m. 420), superiamo a piedi la galleria e percorriamo un tratto di una pista di mezza costa. Oltrepassato un ponte, la pista termina, sostituita da un sentiero che sale passando a valle del rudere della Ca' Bianca. Superati su un ponte i tubi della conduttura forzata della centrale ENEL, proseguiamo fino ad una cappelletta. Qui lasciamo alla nostra destra il sentiero principale che sale a Piazzlunga e proseguiamo diritti, su un sentiero che taglia una fascia di vigne e termina all'ultimo tornante della carozzabile che sale a Biolo. Seguendola, in breve siamo al sagrato della chiesa della B.V. Assunta a Biolo (m. 608).
VARIANTE ALTA. Dopo aver parcheggiato sotto San Lucio, saliamo alle case alte del nucleo ed imbocchiamo la larga mulattiera che sale ripida e diretta fino al limite orientale di Piazzalunga. Ci portiamo alla piazza del paese e proseguiamo intercettando la carozzabile che sale fin qui da Biolo. Possiamo scendere a Biolo seguendola, oppure salire per un paio di tornanti e portarci ad un bel pianoro a lato del bacino idroelettrico di Pioda. Alla fine di un tratto in leggera discesa, al tornante dx lasciamo sulla destra la strada che sale a Lotto e scendiamo sulla sinistra al nucleo della Pioda, dove troviamo il santuario di San Gottardo. La successiva discesa per sentierini o seguendo la strada porta al centro di Biolo.

Ma torniamo al piano e vediamo la seconda possibilità di salita a Biolo, che parte dalle frazioni alte di Ardenno. Salendo lungo la parte centrale del paese, imbocchiamo la strada per la frazione Gaggio e, superate le contrade Calgheroli e Cavallari, stacchiamoci sulla sinistra dalla strada per Gaggio e percorriamo interamente la via Pesci (l’italianizzazione ha un sapore un po’ ittico e cela il significato originario del dialettale “Pesc”). Da san Lucio, il bel nucleo di case arroccate su un poggio che, anticamente, ospitava un castello (m. 420), partono, rispettivamente verso ovest e verso nord ovest, un sentierino ed una più larga mulattiera.
Il primo sentiero resta più basso. Se vogliamo seguirlo, non ci conviene salire a San Lucio: è meglio parcheggiare alla piazzola di fronte ad una galleria ed incamminarci superandola. Sul lato opposto troviamo un ponte e poco oltre la pista termina (situazione 2015), lasciando appunto il posto al citto sentiero che taglia il fianco della bassa montagna, fra selve e vigne, raggiunge il cincèt (cappelletta, nel dialetto locale) della Madonna del Rosario, eretto nel 1840 da Pomòli Pietro, e, a breve distanza, l’isolato rudere della Casa Bianca (o Casa Bruciata), oltrepassata la quale si trova un ponticello che permette di scavalcare le condutture che dal bacino idroelettrico di Lotto scendono alla sottostante centrale di Ardenno. Oltre il ponticello, il sentiero prosegue, fino ad un secondo cincèt, detto "de la Mort" (perchè vi è dipinta una deposizione di Cristo dalla croce) o "de Fund", dove svolta decisamente a destra, proseguendo per Piazzalunga.
Invece di seguirlo, imbocchiamo qui un secondo sentiero che se ne stacca sulla sinistra e, compiuta una breve traversata, ci porta a Biolo. Questo itinerario richiede però attenzione, perché ci si può imbattere in micro-smottamenti. Per il medesimo motivo è sconsigliabile sceglierlo dopo un periodo di precipitazioni intense. Inoltre, il primo tratto è invaso da vegetazione disordinata, per cui va percorso con una buona dose di pazienza. Il secondo, invece, ripaga di tutte le fatiche, perché attraversa una solare fascia di vigneti, con ottima visuale sulla piana di Ardenno e sulla media Valtellina fino al colle di Triangia. Poco prima di raggiungere la strada asfaltata che dà accesso a Biolo, troviamo, sulla nostra destra, un terzo cincèt, dedicato a San Giuseppe ed eretto nel 1880 dalla famiglia Prandini. Questi segni della devozione popolare sono piccoli scorci di storia, che parlano di una fede antica e semplice.
Il terzo e più lungo itinerario parte sempre dalle frazioni alte di Ardenno, ma passa per Piazzalunga (che possiamo comodamente raggiungere seguendo, da san Lucio, la bella – e purtroppo parzialmente rovinata, dopo l’alluvione del novembre 2000 – mulattiera, oppure proseguendo sul sentiero sopra citato che da San Lucio, passando per la Ca' Bianca, conduce al bivio del cincèt de la Mort o de Fund, dove dobbiamo proseguire seguendo la svolta a destra ed una successiva a sinistra): dalla frazione, seguendo in discesa la strada per Lotto, ci portiamo, in poco tempo, alle porte di Biolo.
Il primo itinerario, che comporta un dislivello di circa 320 metri, richiede un’oretta di cammino. Il secondo ed il terzo comportano, da san Lucio, un dislivello rispettivamente di 180 metri e 260 metri circa. Il tempo calcolabile è, a sua volta, di una quarantina di minuti e di un’oretta.
Ovviamente le tre possibilità possono essere scelte, in modo interscambiabile, per la salita e per la discesa, realizzando così un piacevole anello. Per chi desiderasse effettuare qualche interessante e rilassante passeggiata nei dintorni del paese può risultare molto interessante la cosiddetta via panoramica dei giardini, che si stacca dalla strada per Biolo prima che questa raggiunga il paese ed effettua una bella traversata scendendo verso est.
Biolo è un’interessante meta (o punto di passaggio) anche per i cultori della mountain-bike. Salendo al paese per il primo itinerario, possiamo, infatti, poi scendere per il terzo (la mulattiera Piazzalunga-san Lucio era, prima dell’alluvione del 2000, interamente percorribile, in discesa, anche se a freni tirati; ora, invece, ci sono diversi punti in cui dobbiamo condurre a mano la bicicletta, procedendo con prudenza).
Da Biolo, seguendo la strada asfaltata, possiamo salire alla località denominata Pioda (che significa lastra di pietra dalla forma piatta, usata per coprire tetti o per cuocervi sopra carni), posta a 694 metri, a circa un chilometro da Biolo. La strada, oltrepassate le case della Pioda, passa accanto al piccolo cimitero e si congiunge con quella che da Piazzalunga sale ai prati di Lotto.
Il nucleo della Pioda, di cui abbiamo già dato alcune notizie storiche, ha sempre conservato una propria forte identità, radicata in una vicenda storica che ne testimonia la vitalità nei secoli. La contrada viene sempre menzionata nei diversi documenti che parlano della suddivisione del territorio comunale di Ardenno (talora nella variante di Plota), e contava, agli inizi dell'Ottocento, la non trascurabile cifra di 80 abitanti. Da qui, fra l'altro, partiva la mulattiera che, scendendo al Ponte del Baffo, costituiva la normale via d'accesso alla Val Masino dal versante orientale, sopra Ardenno (ne troviamo ancora l'indicazione sulla parete di una casa: si tratta della "Via al Baffo"). Sul muro di un'abitazione è stata recuperata la scritta, datata 1680, che testimonia di come venne ad abitare qui, da Montagna in Valtellina, un tal Giovanni Faracino.
Diversi sono gli elementi di interesse che vi possiamo trovare. Innanzitutto la presenza del santuario di San Gottardo, di origine cinquecentesca. Interessante è anche una tipica testimonianza di casa-torre, di origine medievale, ed il cincet (o ciancet, cioè, in dialetto, la cappelletta) dedicato alla Beata Vergine del Carmine e posto presso la bella fontana. Nei pressi di una casa intonacata in rosso, che reca sulla facciata anche una meridiana, si trova, infine, la partenza del sentiero che scende alla località Ponte del Baffo, in Val Masino. Si tratta della via per il Baffo, come segnala una scritta che si trova al suo inizio. Percorrendola, troviamo altri due interessanti cincet, quello dedicato alla Madonna delle Grazie e, più in basso, quello denominato "cincet del Spadùn".
Il sentiero Pioda-Baffo, un tempo assai frequentato, offre la possibilità di un secondo interessante anello. Esso scende sul fondovalle della bassa Val Masino, raggiungendo la strada statale proprio in corrispondenza della vecchia Osteria del Baffo, in località Ponte del Baffo (m. 571). La bicicletta va portata a mano per diversi tratti, ma poi è possibile tornare ad Ardenno seguendo la strada statale della Val Masino (ovviamente, è anche possibile percorrere l’anello a rovescio, così come è possibile, senza mai scendere di sella, raggiungere Biolo utilizzando la strada asfaltata che si stacca dalla statale sulla destra e che viene utilizzata da chi vi si reca in automobile). Qualunque sia la soluzione che alla fine sceglierete, buona camminata (o pedalata)!

 

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