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Viene, qui di seguito, riportato integralmente un prezioso contributo, mai pubblicato, alla storia di Ardenno e delle sue chiese: si tratta (come ha riconosciuto lo storico Giulio Perotti) di una serie di articoli di don Giacinto Turazza, pubblicati, nel 1922, su “La Valtellina”, e trascritti su fogli dattiloscritti, negli anni Cinquanta del secolo scorso, dal parroco di Ardenno don Ernesco Gusmeroli. Fotocopia del dattiloscritto è conservata nella Biblioteca Civica Ezio Vanoni di Morbegno, con rilegatura e titolo “Le chiese di Ardenno: memorie storiche”.


LE CHIESE DI ARDENNO – MEMORIE STORICHE

LA PIEVE

Prima di entrare nella storia chiesastica di Ardenno, devo dare un chiarimento perché da molti si equivoca sul valore storico giuridico di queste parole MATRICE-PIEVE-VICARIATO.
Martice e Pieve sono due segni verbale che difficilmente possono essere disgiunti perché nella natura delle cose, e quei due appellativi di una determinata Chiesa  possono essere contemporanei, ma anticamente, il nome Pieve è anteriore.
Mi spiego: Pieve (Plebs) indica un vasto territorio, ordinariamente circoscritto dal corso di fiumi, qua e là abitato da gruppi di famiglie le quali, negli antichi tempi, per vicinanza o per ragioni di traffico o di maggior comodo di strade, convenivano all’unica Chiesa ufficiata da un sacerdote residente (Caput plebis) per ricevere i sacramenti, e però quella chiesa troviamo ricordata  anche col nome di Battesimale. Mentre Matrice, come vuole la stessa parola, deve essere madre secondo la sua stessa natura, e per esserlo deve avere dei figli e in fatto è proprio così.
Nelle località più lontane da questo centro o capo di Pieve, accresciuto il numero di abitanti e dei fedeli, per opera popolare fu costruita una Cappella ed ecco la madre spedire di volta in volta a questa sua figlia un sacerdote della sua canonica (e con ciò siamo all’undicesimo secolo) per celebrare e amministrare i Sacramenti della penitenza, e dell’Eucarestia (esclusa la Pasqua) del Battesimo in caso di necessità e seppellire i morti, perché fin dal principio si costumò di sotterrare nell’interno o dietro l’abside della Cappella i morti del luogo.
Ma mano nei secoli sorsero nella frazione della Pieve altre Cappelle legate alla Matrice, sempre in ordine ai Sacramenti, ed anche quando per autorità vescovile quelle cappelle ebbero nome e valore di parrocchie indipendenti (figli emancipati) e veniamo così fino al secolo decimo ottavo, conservarono tratti di riverenza alla Matrice, come l’intervento dei parroci alla benedizione del Fonte nel Sabato santo, il prendervi l’acqua e gli Olii santi per la rispettiva Chiesa ed altre prestazioni di cera o contributi pecuniari nel giorno patronale della chiesa Matrice e Plebana. Cose tutte andate in disuso perché anche nelle cose di Chiesa, facendo tacere il dovere di gratitudine e di gentilezza verso la Madre, è penetrato quello spirito di indipendenza e direi di egoismo che trascinò a quelle tristi conseguenze nelle quali smania e soffre la società civile contemporanea.
Vicariato per contrario non ha nulla a che fare con l’amministrazione dei Sacramenti, che è cosa di diritto parrocchiale secondo i canoni, ma è ufficio del Foro e perciò il Vicario Foraneo è un ufficiale dell’Ordinariato o Curia Vescovile con giurisdizione forense limitata dal codice del diritto Canonico. Non è del tutto esatto parlare di giurisdizione, perché quello dei Vicari Foranei è un ufficio d’ordine per la trasmissione di atti della Curia, di informazione con la delega alla visita delle Parrocchie, di carattere rituale per la facoltà di alcune benedizioni riservate e di oggetti di culto e tutto ciò al solo scopo di semplificare e di rendere più sollecito il disbrigo degli affari nella Curia Vescovile. Perciò l’ufficio di Vicario può essere, come più spesso avviene, demandato al Parroco della Chiesa Caput plebis, ma essendo delegatizio il Vescovo può affidarlo ad altro parroco nella Pieve ed anche se lo crede opportuno ad un sacerdote semplice e non residente entro i confini del Vicariato stesso.
Da ciò che si è detto risulta a) che Pieve-Matrice è un fatto storico immutabile b) che Vicariato è un fatto storico perché esiste, ma è mutevole nella ubicazione dell’ufficio e nella persona dell’uffiziale dipendendo ciò dalla libera volontà del Vescovo.

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IL SAN LORENZO CHIESA PLEBANA-MATRICE di Ardenno ha una storia di tanti secoli, e, come ho chiarito precedentemente le cose, ognuno deve essere persuaso che nel terziere inferiore di Valtellina, lo storico non può registrare che due sole Pievi, cioè il San Stefano di Olonio e il S. Lorenzo di Ardenno.
La plebana di Ardenno è antichissima, e se ricordiamo che il territorio di questo paese era, nell’ottavo secolo fisco regio ed ancora che un re Franco donava al vescovo di Como la metà della Valtellina, non riesce difficile dedurre che la chiesa di San Lorenzo possa essere anteriore anche all’ottavo secolo.
Del resto abbiamo una prova, benché indiretta, della sua antichità con un documento preciso, cioè con la dote assicurata ai Celestini, chiamati a godere la Chiesa e canonica di S. Abbondio in Como, da Alberico Vescovo, il quale nell’atto di fondazione del monastero, all’anno 1010, fra gli altri redditi, assegna cento dieci forme di cacio che le Pievi di Ardenno e di Berbenno usavano già solvere alla Mensa Cattedrale di Como (de Ardeno et Berbeno concedimus centum et decem caseos  nostri Fisci…). Così scrive il Tatti nella Decade seconda, a pagina 129 e seguenti.
Dunque al principio del millesimo Ardenno era già da tempo Pieve, la quale estendeva la sua giurisdizione su vasto territorio, annoverando a sé soggetti fin dall’inizio i paesi di Buglio, Forcola, Talamona, Morbegno fino al Bitto e, sulla destra dell’Adda, la Valle Masino, fino al termine, e poi Dazio, Campovico con Desco, Cevo, Caspano, Roncaglia, Civo.
Questa la circoscrizione naturale, che lungo i secoli ebbe profonde variazioni; nel secolo dodicesimo, le chiese di Talamona e di Morbegno, divenute Rettorie dei Celestini, furono esenti, mentre Bema; Albaredo, Sacco di sotto rimasero dipendenti di Ardenno.

LA PREPOSITURA DI ARDENNO fu abitualmente sede del Vicariato, nei limiti della Pieve stessa, ma anche in questo ufficio forense quante mutazioni!!!
Intorno al 1450, quando la borgata di Olonio fu ridotta ad un cumulo di rovine ed il Vicariato di quella antica Pieve stava per essere trasferito a Sorico (ciò avvenne per la Bolla del Vescovo Antonio Pusterla, datata al 9 novembre del 1456) Cosio con autodecisione si costituì in parrocchia indipendente e si fece centro delle Chiese di Delebio, Andalo e Rogolo e contrade connesse; per contrario, non volendo sudditanza a Sorico, Traona, con Dubino Mello e Mantello si posero spontaneamente sotto la giurisdizione di Ardenno.
Questa nuova ampiezza durò per oltre tre secoli, benché il titolo e l’ufficio di Vicario Foraneo nel 1629 sia stato trasferito dal Vescovo Lazzaro Carafino al Prevosto di Talamona, per la Pieve di Ardenno e per l’antica di Olonio. Infatti nelle visite pastorali del 1643, 1670 ecc. si trova, ascritta alla squadra di Ardenno, la chiesa di Traona, con le altre nominate, ed arriviamo così al 1780 quando il Vescovo Giovanni Battista Muggiasca, con decreto del 12 giugno, erigeva, a solo titolo di onore, la Prepositura di S. Alessandro di Traona in Arcipretale plebana ed unendo ad essa, plebanato di semplice onore, le parrocchie di Monastero, Dubino, Mantello, ecc. ed anche Civo, Roncaglia, S. Martino del Masino e S. Pietro di Cataeggio. Così la pieve di Ardenno, benché nulla avesse perduto in diritto, tuttavia fu menomata nella sua importanza di fatto, ed ebbe anche in quel tempo stesso un grande dolore: Buglio, che già sulla fine del quattrocento, essendo membro della parrocchia di Ardenno, illegalmente si era resa indipendente dalla madre col titolo di esenzione perché allora ufficiata da un Padre Domenicano, in seguito a lunghe contese fra le fabbricerie di Ardenno e di Buglio ed i prevosti dei due luoghi, si staccò dalla Matrice per assoggettarsi al Vicario di Traona.
La distanza dei luoghi fece notare al Prevosto di Buglio l’errore commesso dagli antecessori, errore che fu riparato con decreto del Vescovo Carlo Rovelli (21 gennaio 1819) in forza del quale la Parrocchia di Buglio ritornò nell’antico Vicariato.
L’antica Pieve di Ardenno andò dunque man mano decadendo ed anche la giurisdizione vicariale venne a restringersi alle attuali Parrocchie di Buglio, Alfaedo, Sirta, Biolo, Cataeggio e S. Martino in Valle del Masino.

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COLLEGIATA?? Alcuni hanno affermato che la prepositura di S. Lorenzo avesse Collegio di Canonici, ma senza prove o tutt’al più con l’unico mezzo di atti di nomina di un canonico; mentre tutti i documenti che ho potuto consultare proverebbero l’opposto. Infatti nel 1450 era unico prete nella vasta parrocchia il prevosto Tomaso de Caspano, il quale, chiamato a sé il giovane nipote Antonio de Caspano, lo nomina suo cappellano e, non essendovi beneficio canonicale, gli assegna con stipulazione del 7 gennaio 1460, i proventi di stola e di oblazioni al Credo nel servizio delle frazioni. Un legato enfiteutico di B. e 10 di vino diede titolo canonicale all’investito che fu primo e solo unico; Giovanni Maria Parravicini di Caspano con istrumento 11 luglio 1497 rogato da Francesco Parravicini. Ho detto unico investito perché quel Giovanni Maria Parravicini pochi anni dopo fu Prevosto e incorporò, almeno sembra, quel legato alla sua non pingue prebenda costituita quasi esclusivamente nella decima. Il Vescovo Ninguarda nella sua visita pastorale del 1589 dichiara a questo riguardo: “a memoria di uomini non fu mai veduto in Ardenno un Canonico”.
Tuttavia ci sembra un dovere indagare come si sia venuta formandosi l’affermazione o quanto meno il dubbio sull’esistenza reale di Collegiata in Ardenno. Possiamo ammettere ed è naturale che intorno al mille e fino al quattrocento la Matrice provvedesse di preti le Figliali, ma di preti che venivano eletti e andavano a risiedere nelle località di Buglio, Caspano, Civo, Tartano, Albaredo con Bema e non già a Morbegno e Talamona, Chiese esenti alle quali assegnavano il prete Curato gli abati Cassinensi di Milano e i Celestini di Como. Ma con ciò non abbiamo neppure la possibilità di una Collegiata ed in conferma abbiamo posteriormente il citato documento del 1460 con cui si prova la presenza del Cappellano in sussidio al Prevosto. Ma sembrerebbe infirmare la mia deduzione lo studio delle note scritte successivamente dai Prevosti, le quali cominciano soltanto nel 1669 per mano del Prevosto Simone Ciampini che dichiara subito di aver trovato “il stato della Chiesa di San Lorenzo tanto intricato e confuso che dovette studiare e lavorare 5 anni per vedere un po’ chiaro”. Il Ciampini è un vero benemerito della Parrocchia con la fondazione di due benefici (1681 e 1686) mentre dalla popolazione di Gaggio veniva formandosi il beneficio di San Rocco, fondazioni delle quali dirò a suo luogo e tutte erette nella prepositurale e però il Ciampini cercò di obbligare alla residenza nel centro i beneficiali, ma senza frutto perché vi si opposero sempre in primo luogo i suoi parenti Corvini della Pioda. Dopo di lui furono Prevosti Domenico Mossini e Gio. Francesco Corvini che nulla lasciarono scritto su questa questione, ma giunto alla prevostura Antonio Parravicini di Bedoglio e quando le altre famiglie Parravicini avevano dei preti che si davano il titolo di Abati e godevano i benefici della Parrocchia, scrive su un Ricettario che chiamò “Stato della Chiesa Collegiata Plebana di S. Lorenzo”. In essa fa dettagliata descrizione dei lavori eseguiti nella Chiesa e poi aggiunge che si è adoperato virilmente per ridare alla Prepositurale il suo lustro antico, affermando di aver trovati e riposti in Archivio documenti del 1300 e 400 che provavano l’attività della Prepositura Collegiata.
Tentò il successore, suo nipote,  dello stesso nome e casato, di ricostruire il Capitolo coi beneficiali di Gaggio Piazzalunga e Pioda, ma non riuscì nell’intento ed allora costituì una Commissione di procuratori presso il Vescovo di Como incarnandola nella persona dei signori Abate Maria Paravicini Giovanni, vice Arciprete, Abate Giovanni Paravicini, Francesco Paravicini, Console della Comunità, Capitano Benedetto Homodei ed Antonio Maria Paravicini.
Questi procuratori trattarono la cosa e riuscirono ad ottenere dal Vescovo Fra Agostino Maria Neuroni un Decreto, in data 26 gennaio 1748, con cui ordina al Prevosto di riassumere il Rocchetto, Cappa e Ferula come i documenti dimostrano essere stato insignito in antico.
Questi documenti dei quali si parla sono smarriti, poiché, come lasciò scritto nel giorno 8 ottobre 1789 il Prevosto Filippo Ranzetti, succeduto al Prevosto Vittorio Paini di Montagna, nelle vacanze dei Prevosti Paravicini e Paini “l’Archivio della Prepositura ha sofferto il saccheggio”. Così finisce la storia della Collegiata ed ora entriamo in Chiesa.

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L’EDIFICIO SACRO

Per accedere alla Chiesa conviene, dalla Piazza e strada centrale, discendere parecchi scalini perché essa rimase svallata in causa di materiale trasportato dalla Valle della Torre o meglio della Calchera. Sulla facciata ad ovest il portale di pietra, sormontato dalla Pietà, lavoro urnale del secolo decimo sesto, porta nell’architrave la data del 1584, ma non è questo l’atto di nascita della Chiesa perché il San Lorenzo è di molto più antico. Infatti ancora sulla soglia ci si accorge che ha l’asse fuori di centro per una forte inclinazione del presbiterio e coro verso sinistra e ciò ricorda l’uso delle chiese primitive che volevano raffigurare la inclinazione del capo di Gesù Cristo morto sulla Croce ed ancora ci avverte che le ricostruzioni e i restauri lungo i secoli furono sempre eseguiti sui fondamenti degli antichi. Entrati in Chiesa non vogliate badare alle condizioni di essa, le quali reclamano almeno restauri e decorazioni, ma piuttosto fermate la vostra attenzione sugli oggetti venerandi per antichità ed arte che sono in essa racchiusi.
Alla sinistra, chiuso in apposita nicchia formata nel 1614, troviamo il fonte battesimale, che porta scolpito sulla fascia lo stemma dei Paravicini, le iniziali I. P. e la data 1515 ed è dono del Prevosto Giovanni Paravicini. Sopra l’altare maggiore ammiriamo la pregevolissima Ancona, opera di scultori di Traona, della scuola e su disegno (si dice) di Gaudenzio Ferrari, il quale è vero in quel tempo lavorava in Morbegno, ma non si trova alcuna nota di prova per questa ancona di Ardenno. Comprende essa in alto le statue del diacono S. Lorenzo con al fianco (ai lati) san Sebastiano e S. Rocco e al centro è Maria seduta col bambino sul ginocchio sinistro e sovr’essa il Padre Eterno; nei due riquadri di ciascun lato sono effigiate in altorilievo le gesta e il martirio del Titolare. Anche questa insigne opera deve essere stata commessa dai nobili feudatari del luogo; vi si trova infatti Prevosto don Gio. Maria Paravicini.
Ai lati del presbiterio due tele di Gio. Pietro Romegialli (1748 circa) rappresentanti la conversione di San Paolo , quadro pregevole ad imitazione del Roubens, la consacrazione pontificia di S. Pietro sulla riva del lago, quadro questo di ben scarso valore.
Nell’attiguo Oratorio dei Confratelli del Santissimo, una pregevolissima e splendida tela effigiante San Pasquale Baylon, opera del pittore napoletano Sebastiano Conca (circa 1740) ed inviata ad Ardenno da alcuni confratelli allora dimoranti per commercio a Napoli.
Nella Cappella denominata di Santa Caterina  l’altare ha per icona una bella tela di Cipriano Vallorsa (che dipinse in Valtellina  fra il 1540 ed il 1585) rappresentante Maria SS. incoronata dalla Santissima Trinità, circondata da S. Pietro, San Giovanni Battista, Francesco d’Assisi e Santa Caterina; in piano inginocchiati un uomo e una donna con costume spagnolesco e si suppone siano i donatori e anzi l’uomo qui ritratto sia il nobile dottor Vincenzo fu Gasparino che attraverso molti documenti fra il 1545 e il 1577 si trova come capo della numerosa famiglia Paravicini.
Nelle cappelle del Rosario si trova la statua grandiosa della Madonna (secolo XVII) e intorno alla statua della Madonna, altre statue di stucco (secolo XVIII) che sono pregevoli ma che ora, in forza dell’umidità del muro al nord, sono ridotte in compassionevole stato.

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AMPLIAMENTI E RESTAURI DELLA PARROCCHIALE

Come sopra scritto, la Chiesa di San Lorenzo non ebbe vere e proprie trasformazioni attraverso i secoli; fu sempre rialzata e restaurata sui fondamenti primitivi conservando la medesima ampiezza. Mancano documenti per poter dire com’era in antico, mentre la torre campanaria soltanto conserva per due terzi dell’altezza i caratteri distintivi dell’epoca romanica; ma la Chiesa forse fu abbattuta dalla frana che la colpì nel lato nord e fu ricostruita nei primi del cinquecento; aveva allora il coro rettangolare, l’altare si sporgeva al muro di fondo e sovr’esso si innalzava la lodata ancona.
Sulla fine dello stesso secolo la Chiesa fu allungata sulla fronte, come vuole forse avvisarci la data del 1584 che leggesi sul portale, ma siccome le note di spesa cominciano solo nel 1669, da allora solo sappiamo i progressivi lavori di restauro. Il Prevosto Ciampini dà principio con l’organo, costruito nel 1689 da Carlo Prata da Gera per lire locali 3696 pagato con denari in cassa, con la vendita di un prato al Marinello, col concorso della Compagnia dei Bianchi con una tassa sui fuochi di Ardenno, Masino, Valmala, Pioda, Scheneno, Piazzalunga, Gaggio e Cavallari, e completato il pagamento con una offerta personale del Prevosto e col dono di lire 1187 fatto dal nobile Gio. Maria Paravicini. Lo stesso Ciampini nel 1690 il 21 maggio aveva fatto contratto per le due Cappelle laterali presso il coro col capomastro degli Scalpellini Antonio Matteo, con altari di marmo nero e con colonne ritorte; ma il Ciampini nel maggio dell’anno seguente passò arciprete a Morbegno e a lui succedete don Domenico Messini, il quale scrive: “Non piacendomi il disegno di colonne ritorte ed essendo morto il Mastro l’opera su nuovo disegno fu eseguita dal figlio e compiuta nel 1696”. La spesa per l’altare di San Carlo fu sostenuta dagli uomini allora dimoranti a Roma e lo dice anche la targhetta in alto: “Ex – elemosinis – Romae – collectis – 1696”; per l’altro altare di S. Antonio di Padova concorsero in più anni le elemosine raccolte in paese.
Lavori maggiori furono eseguiti un po’ più tardi, come risulta dalle note del Prev. Antonio Parravicini, il quale, dopo di aver fatto restaurare gli intonachi ed imbiancare  la Chiesa nel 1707 dal tirolese mastro Giorgio Simer e di aver fatto trasportare l’organo nel 1723 sulla tribuna che esiste ancora sopra la porta laterale pensò di dar nuova forma al coro e al presbiterio. Come ho già detto il coro era rettangolare e l’altare era appoggiato al muro, ora il detto Prevosto negli anni fra il 1728 e il 1735 fa scomporre l’Ancona dal mastro Giuseppe Gusmeroli di Tartano; fa rimuovere, staccandolo dal muro, l’Altare maggiore, per opera di mastri di Valcamonica, e così comincia il lavoro del Coro con breve prolungamento e leggera curva absidale. Con questo trovano posto le sedie corali, che, in numero di nove, furono costruite dal detto Gusmeroli Giuseppe, il quale nel contempo ha costruito il nuovo pulpito messo in opera nel maggio 1729 fissandolo al muro di fronte alla porta minore.
Soltanto nel 1735 il 23 marzo fu costituito il vecchio tabernacolo con un altro di marmo lavorato da Giovanni Conca di Varenna, ed in quella occasione venne sovraposto un gradino che stona gravemente col disegno e l'arte dell'altare e del Tabernacolo.
Morto il prevosto nel 1746 gli succede il nipote dello stesso nome e della stessa casa Paravicini–Bedoglio, il quale continua i lavori; fa costruire il grande leggio del coro e lo provvede dei Corali grandi; la stanza retro sagrestia per il ripostiglio degli urgenti di chiesa; fa eseguire dal mastro Domenico Braga di Mantello i cornicioni in gesso, che cingono tutta la chiesa. Nel 1748 furono dipinti nella parte decorativa da Antonio Caraccioli di Vercana (Domaso) la volta e l'ancona del presbitero e nello stesso anno vengono poste in opera le balauatre al presbiterio e agli altari laterali di San Carlo e S. Antonio. E qui si deve ricordare che tanto il maggiore, quanto gli altri due altari erano prima chiusi da alti cancelli di ferro battuto, preziosi lavori secenteschi oggi tento ricercati dagli amatori di antichità, i quali sostituiti delle balaustrate di marmo furono rimossi e venduti.
Il maggiore in due battenti fu comprato dall'Abate Giovanni Paravicini fu Simone ed ora chiude la vigna di fronte al palazzo Visconti; i due minori con altra ferramenta ed antine passarono nelle mani del fabbro Dioniso Bottanella di Traona.
Così sono riassunte le opere eseguite nel secolo decimo ottavo e risulta che la spesa complessiva fu di lire 11799 e che furono incassate lire 11603; ai conguaglio dello somme pensò il Prevosto , che partendo il 21 settembre 1749 per Berbenno dove era nominato Arciprote, donó la differenza ed altra somma dovutagli dalla fabbriceria nel complesso di lire 685. Le rimanenti provennero dalle mani sempre generose dei popolani sotto forma di minute e continue elemosine e col titolo di prestito alla Matrice dalle chiesette sparse nella parrocchia.

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LE CAPPELLE NEL SAN LORENZO

In questa chiesa plebana si trovano due cappelle, della Santissima Trinità e quella del Rosario; ad entrambe è già stato accennato parlando dello opero d'arte che le adornano, ora è necessario parlarne ancora in riguardo alla loro origine e dotazione.
La Cappella della SS. Trinità, detta più tardi di Santa Caterina fu eretta nella seconda metà del cinquecento per cure dei conti Paravicini di Ardenno e da essi anche dotata, come risulta da una liquidazione di conti di amministrazione registrata dal Prevosto Ciampini in data 8 luglio 1672, accettata e firmata dal Cap. Giampietro Paravicini di Ardenno e dalla signora Sidonia Vedova di Benedetto, e come testimonio da Gio. Maria Paravicino allora prevosto di Tirano.
Questa cappella fu restaurata nel 1748 essendovi stato aggiunto per dotazione un legato Omodei; la spesa fu fatta integralmente dal Cap. Benedetto Omodei di Tirano, dimorante in Ardenno nel Palazzo della Caneva del Vescovo, perché si rifiutò di concorrere, benché compatrono, il Cap. Vincenzo Paravicini. Non si sono trovate notizie che definiscano la importanza della dotazione Paravicini né del legato Omodei.
Intorno alla Cappella della Madonna del Rosario non si è trovata notizia della fondazione e nemmeno della erezione della Confraternita, soltanto risulta che all’altare di essa furono assegnati alcuni benefici semplici e dei legati messe. Ora si dice solo di due:
Il 23 giugno 1631 il Prevosto Ciampini in unione col console Capitano Vincenzo Paravicini, compatroni cui spettava alternativameute la nomina del Coadiutore, hanno chiesto ed ottenuto dal Vescovo Carlo Ciceri la erezione del beneficio canonicale col titolo di SS. Simone e Vincenzo, in rogito del Cancelliere vescovile Francesco Maria Rusca. Il primo investito fu don Lorenzo dott. Cappelletto di Scheneno e cosi la Prepositurale fu stabilmente provvista di coadiutore; ma venute le leggi di soppressione i beni di quel canonicato furono venduti nel 1608 ed allora il Comune venditore sentì il dovere di assegnare L.300 annue al Canonico, le quali furono impostate nel bilancio comunale e mantenute fino al  1901, anno in cui la come piacente Giunta Amm. di Sondrio radiò dal preventivo quella somma che non fu più riammessa per quanto il Prevosto di allora e la Curia Vescovile abbiano reclamato (vedi atti archivio comunale) e così Ardenno rimase privata del sussidio religioso tanto necessario alla popolazione.
Lo spesso Prevosto Ciampini “con le economie fatte sulla prebenda parrocchiale” fondò un altro beneficio all’altare del Rosario sotto l’invocazione di S. Francesco con decreto dello stesso Vescovo Ciceri il 30 maggio 1686 con rogito dello stesso Rusca; beneficio che lo stesso Prevosto impinguò il 6 febbraio 1694 con rogito di Mattia Fontana notaio di Morbegno.
Questo beneficio si riferisce alla chiesa di S. Gottardo della Pioda e però più diffusamente a suo tempo, ma intanto piace accennare subito allo scopo di questa fondazione  che si potrebbe dire più che altro una borsa di studio per un chierico del paese, benché preveda anche la collazione di esso ad un prete per l’adempimento di oneri inerenti.
Dunque il prevosto Ciampini vuole che al godimento del beneficio canonicale siano chiamati di preferenza i discendenti delle famiglie Ciampini e Corvino ed, in mancanza di questi, quelli del comune di Ardenno "escludendone per sempre" li Nobili per sangue, quali dichiaro incapaci di questo beneficio da me istituito per avanzare li poverelli che essendo di buon ingegno e di ottimi costumi restano indietro per difetto di chi li sollevi.... E per questa prima volta nomino al detto beneficio il Rev. Chierico Giacomo Corvino mio nipote, alunno nel Collegio elvetico di Milano.”
Nella stessa chiesa di San Lorenzo e all'Altare Maggiore furono eretti i benefici degli altarii sparsi nelle frazioni della parrocchia, e così abbiamo il canonicato di S. Rocco di Gaggio del_primo giugno 1674 in rogito di Bernardo Forchiana; il canonicato di SS.Bernardo e Sebastiano di Scheneno del 12 febbraio 1710; il beneficio di S. Gottardo alla Pioda il 7 giugno 1712 in rogito di Giuseppe Clerici, ed infine la Cappellania di Sant'Abbondio in Piazzalunga il 29 dicembre 1774 in rogito di Carlo Luigi Mazzoni. Tutti questi benefici sono stati eretti nella Plebana allo scopo di vincolare i preti investiti al servizio della stessa e alla cura di anime, ma come già si è detto, senza effetto pratico.
NOTICINA: In riguardo alla fondazione della Confraternita, esiste la Bolla di erezione spettante alla Cappella con pergamena in data 7 aprile del 1614, quand’era Prevosto l’attivo don Luigi Della Torre di Villapinta del P. Generale dei Domenicani in B. Maria sopra la Minerva di Roma.

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LEGATI E DONI

Con questi due indicativi si potrebbe scrivere alcune fitte pagine che servirebbero di gloria agli antenati e di lusinghiera emulazione per i viventi, ma costretto a pubblicare notizie storiche di Ardenno si deve riassumere e tirare via.
I Legati furono molti titolari della Prepositura di S. Lorenzo, ma i più appare tengono allo chiese figliali dove troveranno il loro naturale ricordo: qui si ricordano appena a quelli propri della Matrice.
I) Con suo testamento olografo Gio. Simone Paravicini detto Volpatto lasciò la terza parto della sua sostanza alla Chiesa di San Lorenzo con l’obbligo di due messe al mese all'altare di San Carlo - rogito 15 settembre 1631 di Gio. Battista Della Torre. Le terre legate erano nei Comuni di Buglio di Faedo e di Forcola o nella valle dei Gusmè di Ardenno.
II) Legato di 12 Messe all'anno costituito con capitale di scudi romani Cento da Domenico Bolla per testamento del I novembre 1696 regate da ser Paolo sottoarchivista di S. Spirito di Roma.
III) Con testamento 13 marzo 1648 il Prevosto Luigi Della Torre lasciava legato di dodici Messe annue vincolate con l’ipoteca su terreni a Villapinta, che furono poi comprati dai Paravicini di Ardenno.
IV) Legato 22 luglio 1717 di Messe dodici del fu Antonio Mauro fu Carlo Paravicini di Bedoglio in rogito di Battista Vicedomini di Traona.
In morte con istrumento rogato dal Can. Notaio Lorenzo Cappelletto il 20 gennaio 1707, legava Messe dodici all’anno, assicurandole su due pezze di terra alle Tapale vicino al Caslaccio, il ser Pietro Castello d.o Toino di Scheneno. Se queste ed altre disposizioni testamentarie dimostrano la Fede nell’immortalità ed il desiderio della gloria imperitura, i doni in oggetti per il culto, dei quali si fa ora breve enumerazione, sono antiche e preziose testimonianze di quanto sentimento di pietà come verso madre amatissima, fossero animate le passate generazioni verso la chiesa del paese nativo. Sono offerti dagli abitanti del luogo o dagli emigranti che discesi a Napoli, a Livorno, a Roma per loro rimunerate mercature, sentivano viva la nostalgia della loro chiesa lontana.
Sono brevi note dei Prevosti Ciampini e Antonio Paravicini, dalle quali si deducono le varie oblazioni:

  1. La signora Sidonia Vedova di Francesco Paravicini il 25 marzo 1671 ha donato all’altare della Vergine del Rosario un PALIO di damasco bianco con trina di oro e ricamato con l’arma della famiglia dalla figlia Angelica.
  2. Nello stesso anno al 24 dicembre il dottor Prospero Paravicini, in adempimento di un voto fatto nella sua grave malattia fatta due anni prima, ha donato un PLUVIALE di tela d’argento con fiori di velluto e con scudi ricamati. Da una quietanza poi del 1701 rilasciata dal Can. Brentano risulta che il detto dottor Prospero in ricordo della ottenuta guarigione costituiva un legato di Messe dodici al Santuario della Madonna  del Soccorso di Lenno.
  3. Nell’anno 1675 al 15 maggio, sull’altare della Madonna del Rosario furono depositate due CORONE D’ARGENTO per la Madonna e il Bambino, ed avverte il Ciampini che tutti hanno ritenuto che l’occulto offerente sia stato il dottor Prospero.
  4. In questo anno il Ciampini fu a Roma ed il 15 aprile raccolse i doni degli Ardennesi colà residenti e risulta che Lorenzo Mossini Pietro Fascendi, Bonomo Cucco e Lorenzo Ganassa hanno donato una PIANETA rossa ben guarnita del corso di lire 216 di Valtellina. – Gio. Pietro Corvino un CALICE di argento – Simone Simonella e Domenico Tognanda un VELO da calice rosso ricamato – Antonio Pedruzzi un MESSALE.
  5. Ora si trascrive una nota completa del Ciampini: “Li homini di Roma hanno mandato alla chiesa di S. Lorenzo, un PARAMENTO con fondo bianco a fiorami rossi, cioè a) un PALIO per l’altare maggiore fatto dalla Compagnia del Santissimo – b) una PIANETA rossa con stola e manipolo e velo per il calice – c) DUE TONICELLE con stola e manipoli il tutto fornito d’oro, di carità raccolta a Roma.
  6. Un’altra nota dello stesso Prevosto Ciampini: “Il 12 luglio 1690 ho ricevuto una cassetta da Roma con li paramenti infrascritti: a) da Antonio Capelletto  un PALIO di raso bianco ricamato con cartello in mezzo all’effigie di San Lorenzo – b) da Gio. Battista Bonomo (1689) una PIANETA di raso bianco ed il relativo velo per il calice, con Gesù d’oro in mezzo, colle due relative TONICELLE l’una donata da Antonio e fratelli Corda, l’altra da particolari di Ardenno.” Tutti questi beni rappresentavano una volta (allora) un valore complessivo di lire 1740. Il Ciampini stesso figura poi come il maggiore offerente per
  7. quattro candelieri di argento fatti a Roma e che costarono 3500 lire imperiali. Ora abbiamo una lacuna di mezzo secolo, perché in questo scorrere di tempo, come altrove è scritto già, tutti i mezzi finanziari erano devoluti ai grandi restauri della chiesa, ma nel 1722 Giovanni Silvestri fu Lorenzo del Masino, a favore della Cappella del Rosario fece libera vendita di una pezza zerbiva e vignata a Pilasco, comune di Dazio. Il piccolo reddito fu devoluto alla ordinaria amministrazione dell’altare, ma quando
  8. il Prevosto Antonio Paravicini aveva raggranellato, con piccole offerte di un ventennio, la somma di lire 2500, vendette quella terra a Battista Libera ed ingrossò di altre 300 lire quella somma per comprare quattro CANDELIERI, la CROCE, le TAVOLETTE, il tutto d’argento per ornare l’altare del Rosario. Di un tristissimo fatto, di un’irreparabile  perdita ci dà notizia il Prevosto Gio. Battista Pradè, scrivendo che nei giorni 17 o 18 aprile del 1750, mentre egli era ammalato, fu rubato dal Tabernacolo l’OSTENSORIO PREZIOSO (forse un monumento d’arte antica) e fu sostituito con l’attuale a raggiera che costò 552 lire.

Nello stesso anno il Cap. Paravicini Sabino donò alla Chiesa due MESSALI ed un PIVIALE e con ciò finiscono le note forse perché cominciavano a farsi strada le idee razionalistiche venute dalla Francia che sminuendo la fede condussero poi a quelle depredazioni che con forma di legalità impoverirono le Chiese e che tolsero anche ai buoni il coraggio di istituire legati, di offrire dono di qualche valore. Ma guardando indietro alle opere religiose del seicento e del principio del settecento anche Ardenno può sentirsi orgoglioso dei suoi antenati che hanno lasciato così luminosa traccia dei loro sentimenti di religione e di generosità.
È da tutti da applaudirsi a quelli antichi e molti di quei tessuti preziosi del seicento [che] sussistono ancora e servono, ma, si deve pur dirlo, ridotto in uno stato… non buono per mancanti cure e ripari; però si sente il bisogno di far preghiera al prevosto, sì signori, al popolo perché affrettino la riparazione di quei cari oggetti di culto, che poi siano custoditi con religioso affetto se non altro per onorare la memoria dei maggiori che li hanno regalati.

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ORATORI ATTIGUI

Ora si parla di due oratori che formavano corpo morale con la chiesa, e fra loro furono così congiunti avendo avuti comuni interessi e discordie, trasformazioni e danni.
A sud della Prepositurale e di fronte alla porta laterale sorgeva in antico un piccolo oratorio col titolare di San Giovanni; era probabilmente la veneranda Cappella battesimale della vasta Pieve e quando nel 1515 il Prevosto Gio. Maria Paravicini donò alla chiesa un nuovo fonte battesimale, la Cappella, non servendo più al primitivo scopo, divenne sede, un po’ più tardi, della Confraternita del Santissimo, già eretta all’altare di San Lorenzo.
Esiste ancora in parte il portale in serizzo, in testimonio di questo fatto, a nord della Chiesa e serve di accesso all’orto attiguo alla casetta che dovrebbe essere abitata, come lo fu per il passato, dal coadiutore locale.
Si dirà in seguito perché si trovi là quel portale, intanto è opportuno conoscere che sull’architrave sono scolpite, nella grafica dell’inoltrato cinquecento, le parole probatorie: Hoc est Soc. SS. Sacr. cioè questo Oratorio  è della Società del Santissimo Sacramento. Sul principio del seicento il Prevosto Luigi Della Torre eresse all’altare del Rosario la Confraternita del Suffragio, la quale anche a danno della Confraternita del Santissimo e del Rosario, incontrò grande favore e divenuta numerosa, si stanziò nella Cappella di San Giovanni.
La coesistenza delle due Compagnie nella stessa Cappella camminò tranquilla per breve tempo ed in seguito avvennero delle contese a sopire le quali lo stesso prevosto credette fare cosa buona vendendo la Cappella nel 1643 alla Compagnia del Suffragio.
Di questo fatto sentirono le amare conseguenze i prevosti successori Ciampini e Mossini e un altro fatto venne a rendere impossibile la convivenza delle due Confraternite. Nelle vacanze succedutesi, cioè nel 1705 per le morte del Mossini, nel 1706 per la morte di Francesco Corvini, la Compagnia del Suffragio profittò per ampliare, innalzare la detta Cappella alla quale più tardi annesse l'Ossario con porta d'ingresso dall'interno della Cappella. I Priori della Compagnia fecero anche male trafugando i documenti i ricettari dell'archivio che per ordine del Vescovo Bonesana era stato suggellato dal Prete Mazzoni Prevosto di Talamona, trafugamento allo scopo di sottrarsi ad ogni sudditanza ecclesiastica.
Le contese: ci fecero ancor più vive .fra le due Confraternite così che quella del Santissimo deliberò di provvedere a se stessa e ci pensò egregiamente costruendo nel 1734 il proprio oratorio di S.Pasquale che restaurò nel 1885. Nel 1725 .trovo indicato un restauro della Cappella del Suffragio eseguito con 40 Filippi erogati dall'Abate Giovan Maria Paravicini fu Romerio; ed in questo anno stesso affluirono anche molti legati per ottantatre Messe annue in seguito a testamento o a obbligazioni di Tomaso Pedruzzi di Susanna di Giovanni e Tomaso Pighetti, di Sebastiano Copino di Biolo, di don Antonio Camerini e di Tomaso Betti della Pioda. Queste stesse opere buone furono nuovo eccitamento e contrasto ai quali presero parte anche i nobili, ad eccezione del Paravicini Sabino, per modo che al prevosto fu sempre impedito di dirigere e controllare l’opera della Compagnia ad onta delle sentenze e monitori dell’Autorità ecclesiastica di Como e Roma.
Un fatto nuovo ed importante avvenne per opera dell’Abate conte Giov. Maria Paravicini che nel suo testamento , 8 marzo 1776, rogato da Francesco Buralli di Buglio, lasciava un legato di lire 20000 (ventimila) per l’erezione di una cappellania perpetua sotto l’invocazione di S. Francesco di Sales nell’Oratorio del Suffragio. Il beneficio canonicale fu canonicamente eretto il 2 maggio 1795 per richiesta dell’erede nob. Donna Colomba Peregalli ved. del no. Antonio venosta Visconti di Tirano, assicurando il capitale con immobili in Ardenno. Il primo investito del beneficio fu don Simone Visconti Venosta e così pareva che la Compagnia fosse giunta al colmo delle sue aspirazioni e ponendo il servizio religioso quotidiano nell’Oratorio in confronto della Prepositurale; ma tutto andò ben presto in fumo.
Vennero le leggi della Cisalpina e quelle dette napoleoniche che soppressero la Compagnia, incamerarono i beni e l’ORATORIO profanato divenne ed è ancora una bettola. Ed i legati e gli oneri di Messe??? Tutto perduto perché quando i signori Venosta con atti del 25 maggio e del 12 novembre 1896 con poco più di lire CINQUEMILA rivendicarono dal Demanio i beni dei due benefici di lor patronato, dimenticarono gli oneri religiosi delle Messe.

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ORATORI NELLA ZONA MEDIANA

Sono scarsi i documenti che riguardano questi Oratori, dei quali due scomparsi ed il terzo fu ricostruito sull’antico.

CAPPELLA DEGLI OLIVI

Poco lontana a nord ovest della Matrice, sull’antico sentiero che staccavasi dalla strada del Guasto verso il Masino, e precisamente nel punto dove ora quel sentiero fa angolo col viale che conduce alla stazione, sorgeva la Cappella certamente antica perché nel 1589 il Vescovo Ninguarda la trovò cadente e dieci anni dopo il Vescovo Archinti ordinava che fosse demolita o restaurata. Venne eseguita la restaurazione ed ebbe anche un legato di 12 Messe all’anno costituito per testamento, rogato il 4 aprile 1612 da Giov. Battista Della Torre, di Beltramo Calgherolo con fitto livellario su fondi in Piantoledo tenuti dai consorti Simonetti di Biolo e mutò il titolo in quello di S. Maria Maddalena.
In seguito a decisione arbitrale (istrumento 18 marzo 1726 in rogito Felice Paravicini) questa Cappella consegnò la terza parte del capitale di L. 6518 che il conte Simone Paravicini doveva consegnare per legato costituito dalla zia Sabina Senzi di Como con suo testamento 25 giugno 1706. Delle altre due parti una venne assegnata alla Chiesa di San Lorenzo, l’altra a Giacomo e Maria del fu Francesco Paravicini, orfani, pupilli e affatto privi di mezzi di fortuna: così si esprime quel lodo.
La cappella ebbe anche elemosine dai fedeli devoti così che potè far prestiti alla Matrice, come risulta dai conti della Compagnia del Rosario; ma in forza delle leggi di soppressione tutto andò al diavolo, e il legato del Calgherolo e i capitali, la chiesa stessa fu volta ad uso profano, ora è casa di abitazione, ma sul muro interno, a destra entrando per la porta, sotto il caduto spesso intonaco vidi ancora i resti di antico dipinto quattrocentesco, la parte inferiore forse dell’immagine di Maria.

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SAN LEONARDO

Di questa chiesa parlano le tante volte citate e preziose note del Vescovo Ninguarda, il quale dice che entro i confini parrocchiali di Ardenno si trovano due chiese alpestri, l’una in onore di S. Leonardo, l’altra di S. Lucio vescovo. Notizia un po’ più precisa ne dà il Prevosto don Luigi Della Torre in una sua supplica del 2 gennaio 1611 per ottenere licenza dal Vescovo di muovere intero l’altare consacrato e di ridurlo conforme al decreto della Visita e corrobora la sua domanda con questi cenni: “Trovandosi sopra collina una chiesa dedicata a S. Leonardo di grande devozione del popolo perché è consacrata e perché anticamente [vi sono stati] sepolti molti morti, come anni avanti se ne sono ritrovati. Non si può in essa celebrare per aver l’altare consacrato piccolissimo et sotto la detta chiesa due stanze non abitate e quella sotto l’altare è stata da poco comperata per la detta chiesa. A l’altra appena si potrà”.
Con queste indicazioni sono salito due volte in collina e in monte e pazientemente cercai qualche indizio, qualche avanzo almeno per accertare la località, ma inutilmente, come senza frutto interrogai in proposito il vecchio Scarinzi ed altri anziani del paese.
Tuttavia tenuto conto di tutti i particolari riferiti, e più ancora dall’aver trovato delle immagini sacre antiche frescate nel locale sovrastante al torchio detto di S. Lucio, vorrei persuadermi che quella fosse la consacrata chiesa di S. Leonardo eremita anche perché esistono ancora i dentelli della volta che sosteneva detta chiesa sopra le due stanze indicate dal Della Torre.

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S. LUCIO

Di una Chiesa dedicata a S. Lucio si è trovato cenno in un contratto del 12 gennaio 1504 rogato da Gio. Battista Paravicini e scritto “nel cortivo di S. Lucio che è vicino al torchio di S. Lucio”.
Quella antica chiesa non esiste più e sullo stesso luogo sorse la attuale che deve essere stata costruita in principio del settecento; non ha nulla di notevole, ma conserva un’iscrizione lapidaria tolta alla primitiva che avverte che il titolare non è come scrisse un vivente, S. Lucio Papa, ma S. Lucio primo Vescovo di Coira, figlio di Giusto Collo e Martire. Il padre Giusto era Re dei Britanni e pagano. Ammirato dalla integrità di vita dei Cristiani, studiata la Sacra Scrittura volle essere cristiano anch’egli ricevendo il battesimo al tempo di Marco Aurelio e del Papa S. Eleuterio. Rinunciato al trono e alle ricchezze peregrinò con animo di apostolo, venne nella Rezia, si fermò a Coira, dove edificò con l’esempio e la parola; fu Vescovo di quella regione per molto tempo, ma sorpreso e lapidato dai pagani morì martire di Cristo (dal properio della Diocesi di Coira).

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ORATORI PRIVATI

Nel borgo di Ardenno si trovano tre ORATORI costruiti e mantenuti da privati; dei quali due pubblici avendo porta sulla strada e campana, il terzo semipubblico. Il più antico è quello della Immacolata eretto dai fratelli Vincenzo e Pomerio Paravicini nell’anno 1694, non consta che avesse dotazione alcuna.
È un bel tempietto e in origine deve aver avuto sull’altare una pregevole tela, ora sostituita da una di nessun valore; coi beni dei Paravicini Sabini passò in eredità dei signori Guicciardi di Sondrio e da alcuni anni, per acquisto, in possesso insieme alla casa signorile alla famiglia Della Torre.
L’altro Oratorio è dedicato ai Francesco di Paola e Vincenzo Ferreri; fu fatto costruire attiguo alla sua casa di abitazione da Giovan Battista Migazzi fu Giovan Pietro da Morbegno, nell’anno 1748 e fu benedetto dal prevosto Rizzetti, per delegazione, il 26 aprile dello stesso anno. Sull’altare sta un’eccellente tela rappresentante i Santi titolari; ebbe dotazione per l’adempimento di dodici Messe ogni anno in perpetuo. Ora è in comproprietà dell’Ente Figlie di S. Maria della Provvidenza e di Pietro Ruffini di Ardenno; vi si celebrano 4 Messe all’anno (attualmente invece è la casa in comproprietà di Toccalli da Sirta, la Chiesa di Ardenno e la signorina Silvia; mentre la chiesina è ancora della famiglia Ruffini e da alcuni anni vi celebra quotidianamente il sac. Don Giovanni Guglielmana da Gordona, ritiratosi dalla Parrocchia di Desco).
Nel pio ricovero, fondato dal compianto don Luigi Guanella e diretto dalle suore di S. Maria della Provvidenza per orfane e deficienti e vecchie, nella sala di ricevimento e festini degli antichi proprietari De Simoni, succeduti ai Paravicini Bedoglini, si trova l’Oratorio semipubblico dedicato al sacro Cuore di Gesù. Ha cappellano proprio per conto dell’amministrazione del detto Pio Ricovero e per servizio interno.

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ORATORI NELLA ZONA ORIENTALE

In questa zona che cominciando dai monti Ganda, di Cesmendon e ai confini di Pietra Rossa in quel di Buglio, discende fino a Murano, il vescovo Ninguarda, nel 1589, trovò soltanto in Gaggio la chiesa di S. Rocco e nel declivio quella di S. Antonio. Adesso conta QUATTRO CHIESE e di esse narrasi le poche notizie che si è potuto raccogliere, seguendo l’ordine di anzianità e non di ubicazione.

S. ROCCO

Questa chiesetta alpestre, distante sei chilometri dalla Matrice, si trova in mezzo alle prime piante di abete, è appoggiata ad una rupe Augliate che la difende dai venti del nord e misura metri 16-6 circa. Certamente è una costruzione quattrocentesca: è orientata, ha il coro rettangolare con volta a crociera cordonata e due altari. Il maggiore nell’abside porta una buona pala, di ignoto ma ottimo autore, rappresentante il Crocifisso con Maria, la Maddalena e S. Giovanni; la tela è chiusa da due cantine mobili delle quali quella a sinistra di chi guarda reca nell’interno l’immagine di San Lorenzo ben conservata, quella a destra il San Rocco guasto dall’umidità.
La chiesetta era, nel suo primo tempo, tutta dipinto o quantomeno il coro e la volta, ma le pitture scomparvero sotto la calce nei successivi restauri; difatti fu restaurata nel 1623 per opera dei canevari, oggi si direbbe dei fabbriceri, Lorenzo Mossini e Lorenzo Folini, quando cioè fu costruita, sul lato sud, la cappella a S. Defendente. In questa cappella come icona è un buon quadro rappresentante, a colpo d’occhio, S. Gregorio Magno, ma un pittore per vendere la tela con vantaggio o per non lasciar dubbioso il riguardante, in una targhetta sul quadro stesso ha scritto col pennello – S. Defendente – e ciò sia. Quella tela porta anche il nome dei donatori : Lorenzo Mossini e Giovanni fece fare per loro devozione -; è però senza data.
La chiesa aveva anche la sua campana ora deposta perché fusa, la quale porta la scritta di fuori “1690 Sancte Roche ora pro nobis – restaurata – da Giovanni e Lorenzo Folini”.
Lasciamo di correggere gli errori di questa dicitura, ben contenti che si conservi una data assicurante della preziosità dell’antico metallo e della rifusione avvenuta quando gli abitanti di Gaggio avevano già abbandonate le vetuste case lassù, come ho già dimostrato in “La Valtellina – N. 60 del 29 luglio p.p. e come dovrò ricordare fra poco. Di un altro restauro a questa chiesa ci avverte una scritta sulla fronte dell’anno 1757. il San Rocco di Gaggio ha anche delle piccole opere d’arte, cioè un paliotto di cuoio ornato di fregi in oro, l’astuccio del vasetto degli oli santi, la busta d’un calice e la rilegatura, in tutto cuoio, di un messale: oggetti sempre cari benché comuni nel seicento. Fuori della chiesa e vicino alla facciata sta coricato in terra un grosso blocco di pietra con un levigato concavo, che potrebbe ricordare un’antica macina romana, ma, posto là, ha servito certamente come si è trovato in altri luoghi per vaso nell’acqua benedetta del cinquecento.
 

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SANT’ANTONIO ABATE

Chiesa isolata sulla via cavallara che sale a Motta e in Arsizio, nella località dei Cavallari su quella pendice che era denominata Raceno ed era fondo della Mensa Vescovile di Como. La primitiva Cappella di S. Antonio in quel luogo fu costruita dal popolo della contrada Cavallari o dai Feudatari?? Non si hanno mezzi di prova, né di induzione, soltanto risulta che esisteva già nel 1454 quando ai 29 di giugno le fu assegnata una pezza campiva col reddito di Quintali 1 di segale o castagne: ed il Ninguarda (1589) la nomina attribuendola alla contrada dei Cavaleri. Di questa antica cappella rimaneva forse il ricordo in una casupola vicinissima alla chiesa attuale.
L’anno passato quest’immagine è scomparsa sotto uno strato di intonaco quando fu rifatta e rialzata la casetta, né so da chi sia stata autorizzata quella soppressione. Ma giacché siamo sul parlare di conservazione, formolo l’augurio che siano salvati e rispettati altri dipinti quattrocenteschi, l’uno frescato sopra alla porta di una casa alla Motta e precisamente dove la strada ascendente si biforca, gli altri a Piazzalunga, dei quali dirò a suo tempo.
Ma ritorniamo adesso alla chiesetta di San Antonio e la troviamo presso l’antica sopra un poggiarello; è orientata, vasta e vuota, viene ufficiata qualche volta all’anno; fu costruita nel secolo decimosettimo dal nob. Paravicini.
Di essa va ricordato un fatto degnodi note e che trovo in un avviso di concorso divulgato a stampa in tutta la Diocesi in data 8 agosto 1722 dal Can. Girolamo Durini, Vicario generale del Vescovo Oliati; e da questo avviso trascrivo ciò che interessa e si riassume il restante. “I signori chierici, Giovanni, Prospero, Antonio e Giovanni fratelli, figli del signor Conta questore Francesco Simone Paravicini del luogo di Ardenno, Diocesi di Como, come donatori della fu signora Donna Lucrezia Travers d’Ortenstein loro madre; e come proprietari e col consenso di detto loro padre, pensando di erigere e fondare un Beneficio perpetuo ecclesiastico – Titulo abatiae – nella chiesa di S. Antonio Abate della Prepositura di Ardenno, all’altare e sotto l’invocazione del medesimo santo, mediante l’assegnazione dei sottonotati beni, ragioni e effetti loro spettanti.”
Nella descrizione sono elencati fondi e case e rendite dei paesi della Baronessa di Ortenstein, in Sondrio (compreso il palazzo nella via omonima) Albosaggia, Caiolo, Berbenno, Morbegno, Talamona, Roncaglia, Traona, ecc. Nel solo comune di Ardenno si sono assegnati al detto beneficio 33 appezzamenti di terre livellate di famiglie del luogo: insomma un assegno ricchissimo. Domanderà qualcuno: come e dove andò a finire questo pingue beneficio abaziale?… La risposta è semplicissima: gli ordinamenti della Cisalpina, le leggi napoleoniche, gli uni e le altre creati dai nefasti principi dell’ ’89, che quelle istituzioni stabilirono. Da ciò i beni abaziali rivendicati ritornarono ai fondatori (dell’Abazia per il corso di quei ottant’anni furono sempre investiti chierici della famiglia Paravicini) e la chiesa privata di ogni rendita, per opera del prevosto, incontratosi con la buona volontà dell’abate Giuseppe Paravicini, fu salvata dalla profanazione e dalla distruzione, ma spogliata di tutto e ciò non per violenza delle leggi.

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SAN GIUSEPPE

In un contratto di fitto livellario del 1549 trovasi indicata, nella località delle Selve al Foppo (situata a sud della Valle della Volta, a sera della Valle di Ardugno ed a mattina della strada che sale a San Rocco) una pezza di terra vicino alla Cappella, il che vorrebbe dire che le prime famiglie discese da Gazio, oltre che il torchio e il forno, avevano costruita anche una chiesuola, forse per recitarvi le preghiere in comune, essendo la località distante dalla prepositurale quasi quattro chilometri e due da San Rocco. La chiesa che troviamo lassù, detta di San Giuseppe, sorse evidentemente dopo la peste del 1630-31 quando tutta la popolazione abbandonò le abitazioni di S. Rocco e si raggruppò al Foppo. Di essa infatti non fa menzione il Ninguarda, mentre invece parla, anzi ricordandola con atrio sulla fronte, un istrumento del 6 settembre 1663, rogito di Gio. Stella di Sondrio. Bella chiesa e spaziosa, guarda ora (non così in origine) verso occidente; ha un solo altare con icona figurante lo Sposalizio di S. Giuseppe con Maria SS. nella quale le immagini del Sacerdote e dei Santi Sposi sono veramente pregevoli, ma l’autore non vi ha segnato il nome suo. Questa tela è chiusa in un’altra di legno, lavoro barocchino ma buono.
A questa Chiesa Lorenzo Borinelli, con suo testamento 27 gennaio 1692, legava una parte dei suoi beni per la fondazione di un beneficio locale, ma insufficienti allo scopo; furono incorporati al canonicato di S. Rocco, come si dirà a suo luogo. La casetta attigua, anzi connessa alla chiesa e che doveva servire al sacerdote dimorante in luogo, fu costruita nel 1750, come risulta da una nota del prevosto di allora Gio. Battista Pradè; costruzione che disorientò la chiesa sopprimendo l’atrio.

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MADONNA DEL BUON CONSIGLIO

Tenuto conto del movimento demografico a discendere e dell’aumento della popolazione, sulla fine del settecento (testamento Borinelli 27 gennaio 1692) era in pensiero di costruire una nuova chiesa in Arsizio, dove, come altrove si è narrato, erano venute a stabilirsi molte famiglie. Arsizio che dista dalla Matrice quasi tre chilometri, da otto fuochi (1589) salì a 20 (1700) con progressivo aumento, volle dar consistenza all’annunciato pensiero e lo tradusse in atto per le generose disposizioni di Giovanni Sciolini col suo testamento fatto in Roma nel 1784. Il testatore legava 400 scudi romani con la condizione che fossero erogati nella costruzione della chiesa di Arsizio sotto l’invocazione di Maria SS. del Buon Consiglio e quattro anni dopo i Scigolini e i Boiani residenti in Roma mandarono un quadro dell’altare che la rappresenta. La costruzione del nuovo Oratorio fu cominciata nel 1786, ma al principio del 1789 non era ancora condotta a termine quando il Cav. Giuseppe Rossigni ammalò gravemente ed il giorno primo di marzo dettò il suo testamento al notaio Gian Battista Bigazzi residente in Ardenno, con cui lasciò ai suoi successori canonici, perché risiedessero in luogo, la sua casa poco lontana dalla nuova chiesa. Il Mossini guarì e potè assistere alla benedizione del sacro edificio il 27 settembre 1789, celebrandovi la prima Messa il Protonotario Apostolico Giovanni Paravicini arciprete di Traona come ne testimonia la lapide murata nell’andito che dalla porta laterale immette nella detta chiesa. Per un secolo nulla di nuovo in questa chiesa e quando venne quassù canonico don Giovanni Cereghini di Croce (1898-1911) compì varie opere degne di nota, cioè provvide la sua chiesa dei banchi, di un paramento in terzo di drappo bianco, lastricò di nuovo pavimento il presbitero, e da ultimo nel 1909 fece costruire il campanile decorandolo con un concerto di tre armoniose campane. Il successore don Michele della Morte da Campodolcino nel 1914 collocò il battistero e l’ultimo investito (1918-1922) potè compiere varie opere di decorazione della Chiesa della Madonna. Diede nuovo altare maggiore, opera di don Natale Fontana, canonico di Talamona; ottenne dalla benemerita famiglia Brambilla di Como vari Conopei alcuni dei quali ricamati, due tappeti per i gradini dell’altare e da ultimo il pregevole dono di una grande statua del Sacro Cuore. Nel 1920 le contrade di Arsizio e di S. Giuseppe furono rattristate dalle malattie Spagnole e Tifoide che rubarono all’affetto dei parenti 22 persone, dolore che porse occasione ad un’opera buona. L’altare per collocarvi la Statua del Sacro Cuore fu fatto a spese dei familiari delle giovinette morte di spagnola l’anno prima, pietoso e gentile modo di onorare i defunti, degno di imitazione.

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IL CANONICATO DI SAN ROCCO IN GAGGIO

La popolazione della frazione di Gaggio, composta di massari e di piccoli proprietari, ha dato esempio di mirabile fede e pietà religiosa, poiché, imponendosi amorose economie, riuscì a costruire, in differenti località, a seconda del bisogno, le quattro CHIESE delle quali sopra si è parlato. Ma quei bravi lavoratori, lentamente, sì, ma con perseveranza accumularono risparmi per costituire un beneficio e così meritarsi un proprio Cappellano per la cura spirituale delle loro famiglie radunate nei descritti cascinali, tanto distanti dalla parrocchia matrice. La più antica carta che si riferisca ad un provvedimento perpetuo per l’anziana chiesa di San Rocco è un istrumento del 22 giugno 1571, rogato da Gio. Antonio Paravicini, con cui i Scigolini, in solidum coi Greppi si impegnarono a dare quintali 17 di mistura e 2 di frumento, libbre quattro di burro ed un quarto di capretto, sopra una pezza di terra di Ardugno, al prato dei Pellegati. A questo primo altri redditi vennero assicurati; nel 1602 Domenico Folini, negoziante, figlio di Antonio, vende a ser Giovanni Borinalli che accetta come sindico di San Rocco un prato nei Schiori, assumendo il livello di un quartaro di segale. Con un istrumento (30 dicembre 1620 in rogito di Francesco fu Battista Della Torre) i fratelli Domenico e Giacomo Folini assegnano la terza parte di un fitto che pagano Antonio e Giovanni Borinalli con l’onere di tre Messe nella chiesa di San Rocco. Così comincia l’ufficiatura per assegno perpetuo in quella chiesa, la quale aveva già dei redditi fissi e generose elemosine come risulta da un atto del 1638 23 aprile, in rogito di Cosma Paravicini di Dazio. Anche altri istrumenti fra il 1623 e il 1667 ci ricordano obbligazioni a favore della chiesa di San Rocco, assunte dai Boiani, dai Greppi, dai Tramberoli, Scigolini, Innocenti, Bolosce; ma nel 1660 ci si presenta un fatto di maggiore importanza per la preparazione dei fondi occorrenti a costituire il beneficio canonicale di San Rocco. In seguito alla carestia del 1629 e della susseguente peste, per liberarsi dei debiti contratti, il Comune di Ardenno , con istrumento 11 luglio 1630 rogato da Battista fu Lorenzo Della Torre, vende con grazia il monte di Granda per 700 scudi al Cap. Gio. Maria Paravicini. Quel monte era tenuto in conduzione per metà da persone di Gaggio e per l’altra metà da persone di Scheneno e di Biolo, queste ultime nel 1656 comprarono la loro metà dal Capitano, dimentico del preesistente vincolo di ricupero stabilito dal Comune. Poco dopo gli uomini di Gaggio, avendo ricevuto una somma dai residenti in Roma e radunato in luogo il necessario, le famiglie Folini, Mossini, Borinalli, Innocenti e Boiani comprano la loro metà del monte per conto e nell’interesse della Chiesa di San Rocco, versando il prezzo convenuto di Imperiali Lire 1500, nelle mani del Prevosto Gio. Maria Paravicini, il 4 febbraio 1660.
Così quella Chiesa continuò ad avere un fondo capitale le cui rendite venivano onestamente amministrate dai liberi canevari eletti dal popolo libero, almeno nelle cose di chiesa; ma a questo punto comparisce sulla scena un dittatore nella persona del dott. Prospero Paravicini, uno di quegli uomini che, avendo titoli, ricchezza e forza, non si accorgono nemmeno di essere dei tiranni. Il quale già dittatore delle terre, console della Università di Ardenno, volle anche essere sagrestano disaggio, ed il 16 settembre 1661 si fece consegnare da ser Antonio Folini, sindico della Chiesa di San Rocco, titoli ed atti di amministrazione. Né contento di questo atto personale del Folini, per dare apparenza legale al fatto arbitrario, fece convocare gli uomini di Gaggio nell’atrio della Chiesa di San Giuseppe per ottenere, con sindacato del 6 settembre 1668 in rogito di Gio. Tommaso Stella, di essere eletto, come fu messo, procuratore, esattore per la Chiesa di San Rocco e senza limiti di tempo. Tuttavia questo stato di tutela, di vera schiavitù, non fece perdere alla popolazione di Gaggio la dirittura che voleva assicurare in luogo un servizio religioso per quanto modesto, ed al proposito si è trovato un voluminoso fascicolo di carte, dalle quali, per correttezza di storico, sono tratte le notizie che sono consacrate da atti originali e da rogiti notarili. Gli uomini di Gaggio, forti del loro buon diritto, presentano (1664) al Nunzio della Svizzera Cardinal Federigo Borromeo, allora in visita pastorale a Morbegno, un memoriale motivato per ottenere la facoltà di erogare parte delle rendite di S. Rocco impegnandosi poi essi, con atto notarile, di dare annualmente in denaro 45 scudi valtellinesi ed in generi quintali 6 di biada e brente 12 di vino, al fine di arrivare alla manutenzione di un Cappellano per ora mercenario con speme di ridurlo col tempo a titolare.
Il Card. Borromeo da Morbegno, in data 19 agosto 1664, rimette il detto memoriale al Prevosto di Tirano (Giov. Maria Paravicini nativo e già prevosto di Ardenno) con delegazione, “si vera sunt exposita”, di dare in nostro nome il consenso all’erezione della chiesta Cappellania.
La causa tuttavia rimase arenata ben otto anni per la fiera opposizione del nuovo Prevosto di Ardenno, Simone Ciampini, il quale spedì, in data 19 marzo 1669, al Nunzio a Lucerna un contromemoriale ricco di inesattezze. Allora anche il Prevosto di Tirano e gli uomini di Gaggio nel 1671 ritornarono con istanza al Nunzio che era allora l’Arcivescovo titolare di Seleucia, il quale interpellò la Santa Sede. Il Cardinal Altieri, da Roma il 17 giugno dello stesso anno, risponde deciso che per le disposizioni date da Alessandro VII (14 ottobre 1662) nell’incarico di Visitatore Apostolico al Card. Borromeo, viene ordinato che “niuna cosa stabilita in detta visita si alteri, senza espressa notizia di Sua Santità”. Il Prevosto di Tirano, avuta nell’ottobre del 1672 la responsiva da Roma, nello stesso giorno scrive a piedi dell’originaria delegazione: “avute informazioni concediamo che sia data esecuzione ala chiesta erezione della Cappellania”. Rimossa così ogni difficoltà fu nominato per primo cappellano di Gaggio don Hermes Paravicini che ascese a celebrare le Messe domenicali nelle Chiese di S. Giuseppe e di S. Antonio ed alcune altre a S. Rocco fino al 1675. questa forma di provvedimento durò poco, perché il 21 maggio 1674, 14 famiglie ovvero capifamiglia di Gaggio, ed insieme il dottor Prospero Paravicini quale procuratore degli eredi di Giov. Innocenti, si radunarono nella sala superiore della casa del Prevosto per definire la istituzione del Canonicato col titolo di San Rocco e decretare i diritti e gli oneri dell’erigendo Canonico. Con questo sindacato i presenti eleggono per loro Messi e Procuratori il dottor Paravicini e Domenico Carlo Bianchi col mandato di chiedere al Vescovo di Como l’erezione canonica del detto beneficio, e di pregarlo di conferire il titolo canonicale al chierico Domenico Mossini di Giovanni che allora era in Roma nel Collegio di Propaganda Fide.
Il delegato Bianchi presentatosi a Traona, dove il vescovo Ambrogio Toriani era in visita ottenne l’intento, perché il Vescovo visti i documenti ed udito il Procuratore con atto 1 giugno 1674 del cancelliere Vescia Bernardo Torchiana, “eresse, costituì e fondò il beneficio perpetuo canonicale col titolo di San Rocco nella Chiesa Prepositurale di Ardenno.”  Intanto quel beneficio venne via via aumentando la proprietà specialmente col legato di Lorenzo Borinalli fu Antonio domiciliato nella contrada di Era, che, col suo testamento del 27 gennaio 1592, lasciava due terzi dei suoi beni mobili ed immobili alla chiesa di San Giuseppe per la erezione di un nuovo beneficio.
Questa disposizione testamentaria fu contrastata dai parenti e poi ridotta con una transazione del 1697 e così non bastando più alla fondazione di un nuovo chiericato, la sostanza fu incorporata al già esistente canonicato di San Rocco con istrumento 22 aprile 1699 rogato dal cancelliere vescovile Giuseppe Porro Coradini fu Francesco di Como.
Dopo ciò per quasi un secolo nulla di nuovo o di notevole avvenne in ordine al canonicato di San Rocco, ma per apprezzare giustamente i fatti che seguono conviene tornare un poco indietro. Nell’adunanza del 21 maggio 1674 fu convenuto che nella elezione del canonico fosse data la precedenza e preferenza ad un chierico prete di Gaggio od in mancanza ad uno di Ardenno e fu accettato anche il patto che il diritto di nomina fosse esercitato a turno, cioè la prima volta dal Dottor Prospero Conte Paravicini e dei suoi discendenti in linea retta, la seconda volta dal Prevosto di Ardenno, e la terza dagli uomini di Gaggio. Ma il conte Prospero impose anche la clausola concedente ai Paravicini, quando loro spettasse la elezione, la libertà assoluta di scelta senza tener conto del diritto altrui di precedenza, e così ebbe assicurato per più di un secolo il godimento di quel beneficio ai preti delle varie famiglie dei Paravicini. Ciò passava la misura, ma la gente di Gaggio pazientava finché non furono danneggiati gli interessi religiosi della frazione; allora protestarono presentando al Vescovo di Como un memoriale redatto nel 1745 in termini modesti ma recisi, esponendo soprattutto due forti motivi delle loro giuste lagnanze. In primo luogo si dolgono che l’autorità del Conte Paravicini e del Prevosto abbia potuto tanto, nel 1674, sui loro poveri massari, da indurli ad accordare l’odiosa alternativa nella nomina del Canonico, mentre né dal Prevosto era stato né fu poi contribuita sostanza alcuna per la costituzione del beneficio.
In secondo luogo dichiararono che riesce loro troppo amaro che le nomine fin qui fatte dagli altri abbiano avuto per mira più l’interesse dei nominati, che lo zelo di provvedere buoni soggetti. Perciò domandano che in nome loro sia fatto ricorso alla Santa Sede perché sia riformata secondo i canoni la primitiva erezione del beneficio apportandovi sostanziali modifiche, cui accennano; cioè: che sia riconosciuto l’esclusivo diritto di nomina dei Capifamiglia di Gaggio; che sia rispettata la preferenza; che l’eletto Canonico risieda in Gaggio benché, se richiesto, debba far servizio talvolta in parrocchia.
Non è stata trovata la risposta a questo memoriale, ma sembra certo che la domanda abbia avuto pieno effetto, perché morto il poco benvisto Canonico don Giuseppe Maria Paravicini, gli uomini di Gaggio eleggono il chierico Giuseppe Mossini che ordinato prete nel collegio di Propaganda Fide, viene nel 1780 a prendere possesso del canonicato ed abita nella sua casa paterna in Arsizio. Il Mossini ebbe la consolazione di veder costruita, come si è già detto, la Chiesa della Madonna del Consiglio, ed egli col suo testamento, lasciava la sua casa, poco discosta dalla nuova Chiesa, ai suoi successori canonici. Ancora per elezione popolare a don Mossini succedette nel beneficio di San Rocco don Giuseppe Folini di Gaggio, il quale abitò la casa legata del benemerito suo predecessore;  casa che fu fino ad ora tenuta dai succedentisi canonici. Nel discorrere sui documenti che formano la storia di questo canonicato ci siamo persuasi che trattavasi di un buon provvedimento per l’investito ed era vero, ma ora non lo è più come nella sua costituzione.
Infatti, il ricco assegno del Borinalli fu dimezzato, anche l’alpestre prato di GRANDA che poteva essere caricato fino ad 80 mucche e 5 cavalli e che dava al Beneficio di San Rocco il reddito annuo di lire 120 valtellinesi fu ripreso dal Comune. In seguito alla promulgazione (1 aprile 1806) del Codice Civile Italiano, il Comune promosse causa, che si protrasse fino al 1824, ai compadroni di Gaggio, Scheneno e Biolo per la ricupera del detto Monte, specialmente per la parte boschiva, che si dilungava sino in Val Masino, come aveva diritto in forza dei capitoli 164 e 226 secondo il Civile dello Statuto di Valtellina.
Così al beneficio di San Rocco venne assegnata quella ristretta parte di prato alpino verso Pietra Rossa sui confini di Buglio, che ancora rimane in usufrutto del Canonico. Studiate così le vicende di questo canonicato si presenta alla mente una necessaria osservazione. Gli uomini dei passati tempi si tenevano stretti con soave, non discusso simbolo di amore sociale ed anche i lontani non dimenticano il luogo nativo dimostrando la loro colleganza affettuosa col regalare la Chiesa locale, coll’inviare somme anche ragguardevoli per assicurare il servizio religioso alle loro donne, ai figliuoli, ai compaesani, nell’intento di poter al loro ritorno rallegrarsi in quel sorriso di pace che trae origine dai comuni ideali e dall’amore. QUALE DIFFERENZA CON I NOSTRI TEMPI!!! Perfino nei piccoli paesini , discordie, disunioni; gli emigrati non sentono più attaccamento alla loro chiesa, restringendo il loro spirito alla materialità delle cose, trascinando perfino i figli sulla via di quella indifferenza  che è la micidiale ferita per cui langue la società odierna.

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CHIESE NELLA ZONA OCCIDENTALE

Partendo da S. Lucio, per una mulattiera larga e ben selciata ma così erta che si ribellerebbero anche i muli, tanto fu tracciata senza criterio tecnico, dopo una bella mezz’ora di cammino si arriva a

PIAZZALUNGA.

In realtà anche la zona di S. Lucio fa parte della frazione di Piazzalunga. Prima ancora di toccare il caseggiato, troviamo un avanzo di un’antica Cappella, detta anche adesso la Giesa vecchia, della quale è conservato, finché durerà all’ingiuria del tempo e delle intemperie, soltanto quella parte che si potrebbe chiamare presbiterio. Il muro dorsale, cui altra volta era appoggiato l’altare e i due muri laterali sono chiusi da cancelletto di legno, il quale per evidente economia non è assicurato né da catenaccio, né da chiave. Gli accennati muri sono tutti frescati con buona arte quattrocentesca, come indicano l’insieme dei dipinti e una riga di scrittura di cui sono ancora visibili gli apici del gotico e che forse dicevano il loro tempo ed il nome dell’artista. Nel centro è figurata la Crocifissione con quattro angeli  in lato, a destra della Croce sta S. Lorenzo M. a sinistra S. Abbondio V. ed in basso sotto questo trittico altre figure. Sul muro laterale a destra del riguardante sono ancora visibili S. Giovanni Battista e S. Giuseppe e seduta in cattedra Maria SS. che regge sul ginocchio destro il bambino in piedi. Sul muro di sinistra è rappresentata l’Ultima Cena, ma dell’episodio evangelico restano solo la figura di Gesù seduto e la testa di S. Giovanni Evangelista. Non sarebbe almeno doveroso trasportare o almeno ritrarre quelle immagini prima che cadano i pericolanti muri e vada perduta la memoria cara dell’antica primiera Cappella? Facciamo pochi passi verso ovest e in mezzo ad un buon gruppo di case (nel Cinquecento contava già 60 fuochi) troviamo la chiesa che conserva il titolo di S. Abbondio conservato dall’antica Chiesa. Quando sia stata costruita non si sa; è ampia, ad una navata sola, ha il presbiterio rettangolare e la volta a botte, mentre il corpo della chiesa ha due volte a crociera cui è interposto un arco a tutto sesto acuto.
La balaustra barocca di marmo nero con fregi a riporto e l’altare maggiore è arricchito da una grandiosa tela rappresentate la Crocifissione opera di grande pregio artistico; ed anche i due altari laterali hanno valore per la rispettiva Icona. Questa chiesa di Piazzalunga è coadiutorale alla Prevostura di Ardenno ed abitualmente ha il cappellano che risiede in luogo e gode di una certa rendita assegnatagli dagli Uomini di Piazzalunga; ma come fosse assicurata questa rendita non risulta poiché non vi sono documenti. Tuttavia per la storia non si può non ricordare un istrumento rogato a Roma dal notaio Giov. Battista Palombo i 14 gennaio 1770, dal quale risulta che gli uomini di Piazzalunga dimoranti in Roma si oppongono alla vendita di alcuni beni che dichiarano essere propri della Chiesa e destinati alla officiatura della Chiesa di Piazzalunga. Inoltre, questi uomini, cioè Antonio Fopalli, Antonio Fioroni, Tomaso Fioroni, Pietro Tinelli, Pietro Foppalli, Pietro Gianoli, Mescia Lorenzo, Pietro Fioroni, Lorenzo Salini, Pasquale Fioroni e Romegioli Lorenzo, ai quali si aggiunse alla stessa protesta il sig. Mescia Antonio allora infermo nell’arciospedale di S. Spirito, dichiararono che se fossero ceduti ai privati quei beni non avrebbero più mandato la solita cassetta né denaro alcuno per la medesima chiesa.
Questa è una novella prova dell’amore dei Valtellinesi emigrati alle loro particolari chiese; ma di quei beni sopraccennati e di altri provvedimenti del caso non resta ora memoria o quanto meno non è conosciuta. Ora in dieci minuti di salita a nord arriviamo

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ALLA PIODA

dove, fra poche case sparse (nel Cinquecento erano 25 fuochi) troviamo una bella CHIESA a San Gottardo che fu costruita nel 1717 in sostituzione di una antica e più piccola. Di quest’antica non si è trovata memoria né documenti, ma ad essa si riferisce il Canonicato del Titolo di S. Francesco istituto dal Prevosto Ciampini Simone nel 30 maggio del 1686, formandone un beneficio con terre con capitali e fitti livellari e stabilendo gli oneri del beneficiato che doveva dimorare in Pioda e celebrare in S. Gottardo ad eccezione di alcune feste nelle quali doveva prestar servizio nella Prepositurale di Ardenno. Da questo istrumento sembra anche che gli uomini della Pioda si fossero impegnati ad ampliare il beneficio con capitali e fondi propri e col concorso di compaesani residenti in Roma, e così il prete beneficiale doveva esercitare la cura d’anime non solo nella contrada di Pioda, ma a Piazzalunga e a Scheneno. Consta poi che un capitale era stato mutuato dagli Uomini di Pioda ai consorti Donini e Cugini di Desco, i quali pagavano ogni anno L. 140 alla chiesa di S. Gottardo, ma quel reddito nel 1751 passò al Prevosto pro-tempore in riconoscenza dei privilegi concessi a quella Chiesa che ebbe perciò il titolo di Vice-Curata. Infatti nel 18 ottobre 1751 il Prevosto don Giov. Battista Pradè, nativo di Biolo, accorda al vicecurato di S. Gottardo la facoltà di conservare il SS. Sacramento, di tenere gli Olii Santi per gli infermi, di erigere il Battistero e di seppellire i morti della contrada nella detta Chiesa. In essa troviamo l’altare costruito nel 1791 e alcuni buoni paramenti offerti dai Corvini e dagli uomini di Roma ed un legato di 12 Messe da ser Antonio Pedruzzi il 3 gennaio 1672.

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BIOLO

Questa località è tuttora frazione del Comune di Ardenno e fino al secolo XVI era anche membro della Prepositura di Ardenno. Quando il Vescovo Ninguarda nel 1589 fu in visita, gli uomini di Biolo presentarono domanda di separazione avendo già in pronto capitali e fondi agricoli allo scopo. Il Vescovo accogliendo l’istanza dei Biolesi dichiarò Curata la loro Chiesa, ma la canonica erezione in Parrocchia avvenne soltanto con atto del 9 giugno 1592; né la chiesa veduta dal Ninguarda è l’attuale, perché quell’antica fu ampliata e la parte conservata fu rifatta nel 1613 e consacrata il 14 agosto 1614 dal Vescovo Archinti Filippo, come vien ricordato dalla iscrizione posta sopra la porta maggiore. Questa chiesa conservò il titolo di S. Maria Assunta, che godeva la precedente Cappella e reca sulla facciata, lateralmente alla porta, due preziosi freschi, dei quali l’uno rappresenta Maria Fanciulla fra Gioachino e S. Anna, l’altra il Natale, protetti entrambi da vetri e da rete metallica. La chiesa è ad una nave il cui altare maggiore possiede una buona tela raffigurante l’Assunzione di Maria ed è opera di Antonio Canclini di Bormio; ha due altari laterali, l’uno dedicato alla Madonna del Rosario, l’altro al Crocifisso. A decoro di questa Chiesa, bene illuminata e pulita, sono conservati ottimi paramenti e buone argenterie regalate in passato dai compaesani emigrati in Roma e ancora tenuti con religiosa cura dai successivi Curati e dal gentil senso della popolazione buona. Questa Parrocchia ha due oratori, uno dedicato a San Rocco, l’altro sul piazzale della Chiesa, a San Antonio da Padova, snello ed elegante che meriterebbe di essere riparato avendo gli intonachi cadenti in causa dell’umidità del luogo.
Rimettiamoci in cammino e seguendo la larga strada selciata (l’attuale carozzabile fu costruita appena nel 1952 per merito del Valtellinese Senatore Ministro delle Finanze Ezio Vanoni) che discende quasi nel dosso della valle del Masino, si incontra la frazione di

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SCHENENO

le cui case sono sparse e che in antico contava 40 fuochi, quanti ne aveva allora il centro di Ardenno, e sopra un breve ripiano che prospetta la valle, sorge isolata una chiesa ad onore di S. Sebastiano, Bernardo e Rocco, la quale evidentemente fu costruita verso la fine del secolo decimo ottavo. Prima quella località aveva un’altra cappella dedicata a S. Pietro Apostolo, come ricorda il Ninguarda, ma di essa non rimane più traccia alcuna, forse perché su di essa fu edificata l’attuale. Questa costituita in ampio e ben illuminato rettangolo, ha un sol altare arricchito da una splendida tela, di ignoto autore cinquecentista e di ignota provenienza. Questa tela rappresenta in alto fra nuvolette la Vergine Madre reggente il Bambino il quale con gli occhi e con le labbra sorride graziosamente a S. Bernardo che sta in ginocchio e protende le braccia in atto di ammirazione e di preghiera. È completata dalle figure di S. Sebastiano e S. Lorenzo Martiri.
A questa Chiesa era annesso un beneficio col titolo di cappellania laicale, perché amministrata da laici, mentre il beneficiale aveva cura d’anime, come risulta dall’istrumento di fondazione. Sotto la seconda dominazione dei Grigioni e quando la Valtellina si fu un po’ ristorata dalle patite angherie di stranieri, soprattutto di Francesi, gli uomini di Scheneno provvidero come già si disse alla costruzione della nuova Chiesa, e pochi anni dopo vollero ornarla di un beneficio curato. Gli abitanti di Scheneno manifestarono questo loro proposito ai compaesani di Roma i quali, con istrumento fatto a Montecitorio nell’Ufficio del Cardinale Vicario in rogito del notaio Gian Domenico De Rossi, nel giorno 11 ottobre 1709, stabilirono determinati capitali (luoghi di Monte) e rendite assicurate per l’erigendo beneficio e delegarono loro rappresentanti in patria ser Giuseppe d’Agostini, Carlo Gendelini, Gian Giacomo Simonelli, Giovanni Maffioli, Morendo Folini, Andrea Cappelletti e Carlo Pedruscini, raccomandando la trattazione della cosa al rev. don Lorenzo dottor Cappelletti, canonico di Ardenno.
I dotti mandatari, forti delle generose assegnazioni dei compaesani di Roma, si misero all’opera e noi ci figuriamo che nelle lunghe serate invernali si saranno trattate le cose coi capifamiglia per raggiungere quella somma capitale che raggiungesse li annui CINQUANTA SCUDI milanesi necessari alla costituzione della desiderata Cappellania. L’accordo e il concorso furono completi ed affermati nell’adunanza di sindacato tenuta nella Chiesa di San Bernardo in Scheneno il 4 febbraio 1710 e consacrati con rogito del notaio don Lorenzo dottor Cappelletti; ed in questa adunanza i convenuti elessero, nominarono e confermarono come primo investendo del beneficio la persona già designata dai Romani, cioè il chierico Tomaso Tognanda acciò si possa con questo beneficio ordinarsi, tirarsi avanti e possedere il decreto beneficio con adempiere alli suoi carichi, resiedendo in casa sua a Scheneno, dove già trova comoda habitazione.
I sindaci Giuseppe Cucchi e Giacomo Simonelli, presentatisi al Vicario capitolare di Como canonico don Giovanni Simone Franzosi, ottennero l’erezione della Cappellania e la investitura del chierico Tognanda con decreto 12 febbraio 1710 in rogito del cancelliere Cap. Giuseppe De Clerici.
Così questa chiesa ebbe subito il proprio sacerdote; Scheneno, per la grande fede con la quale avevano provveduto gli uomini di Roma e quelli della terra, ebbe assicurata la Messa festiva, la Messa in tre giorni feriali ogni settimana, l’assistenza agli infermi, l’insegnamento della dottrina della Chiesa e la scuola per i fanciulli; e tutto ciò con il consenso anzi con il gradimento del Prevosto Antonio Paravicini.  Ma pace non dura quaggiù!!! Nominato Prevosto Gian Battista Pradè, di Biolo, questi trovò modo di litigare un po’ con tutti ed anche Scheneno ebbe a soffrire menomazione dei convenuti e onesti diritti e dopo una controversia, che durò un decennio, il beneficiato di Scheneno, don Lorenzo Bonomo, dovette dimezzare il suo servizio con la Prepositurale di Ardenno per una convenzione del 17 marzo 1767 in rogito del notaio Matteo Acquistapace.
Mutano i tempi e Scheneno ne dà un esempio chiarissimo perché l’alito di fede e di amore per la terra natia, che spirò sul principio fu sulla fine dello stesso secolo soffocato dal soffio mortifero dell’errore e dell’odio; un tratto di penna che fu dichiarato legge perché della troppo famosa Rivoluzione uccise inghiottì la Cappellania laicale che più non rivisse. Alla chiesa di Scheneno adesso soltanto nei giorni del titolare ascende il prevosto per la occasionale ufficiatura. Ora rimettendoci in cammino e per una via larga e ben selciata ma ripidissima si arriva nella

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“VAL MALA”

dove sulla nostra destra incontriamo una Cappella dedicata a San Giovanni Battista, bellina, restaurata da poco e che sull’altare ha una graziosa tela rappresentante il Battesimo di N. S. Gesù Cristo. Di questa cappella si è trovata notizia nel principio del secolo decimo settimo e deve essere il tempo della sua costruzione perché sulla fine del cinquecento non esisteva. Ad essa con testamento del 2 settembre 1631 (anno della peste manzoniana) rogito del Notaio Giov. Battista Della Torre, Antonio Tartaia di Valmala lasciava il carico di due MESSE al mese sopra i beni: una casa a nord della chiesetta, un fitto livellario pagato dai consorti Cucchi e una terra campiva alla Piana in Valmala.
Nelle cronache del Prevosto don Antonio Paravicini  si trova che a questa Cappella, il 12 giugno 1748, il signor Andrea Raia doveva lire 149.
Proseguendo la discesa ripida, sempre sulla solita ricciolata, si arriva alla località in piano, anticamente denominata

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“CA DEL MASINO”.

È la località in piano dove il fiume Masino riceveva una stretta ed era costretto ad addossarsi al monte di Dazio e di Desco; aveva poche case e molini che scomparvero per una straordinaria piena del fiume, fra il 1470 ed il 1475.
Discendendo per la Valmala non si vede quella rovina, ma si trovano, spostandosi un poco verso sera, un buon gruppo di case e fra esse sopra un piazzaletto la Chiesa dei SS. Pietro e Paolo, costruzione del cinquecento e ricordata dal Ninguarda. Nessuna notizia artistica e storica che la riguardi; ma osservandola dal lato che tocca la strada conducente alla Valle, si constata che quella Chiesa è costituita da due corpi di fabbrica, il primo è antico e in sé completo, il secondo è recente e segna il prolungamento del primo con una nuova abside; ma quei due corpi non sono congiunti per formare più vasta chiesa com’era nel progetto. Anzi fra l’un corpo e l’altro vi è lo spazio vuoto forse di due metri, per tutta larghezza dei fabbricati, che impedisce la congiunzione, perché, come fu riferito, il proprietario non vuole cedere quella striscia di terra allo scopo  ese è vero, è un fatto ben raro nella storia dei popoli.
Attualmente, invece, cessato ogni dissidio, le due parti furono congiunte, formando una chiesa più vasta, per quanto ancora troppo piccola per la popolazione del Masino in continuo aumento. A quanto una nuova CHIESA veramente capace???

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PAUPERES CHRISTI

Una parola va spesa anche per un’altra bella opera esistente in tutta la Valtellina, ma assai ben distinta in Ardenno. Tale opera riguarda la provvidenza e previdenze messe in atto dagli antenati a favore dei POVERI. Questo istituto è di origine ecclesiastica, antico, indipendente dall’amministrazione comunale, regolata dallo Statuto locale. Per esso istituto i poveri avevano la capacità giuridica di ricevere eredità, legati senza bisogno di un ufficio politico come ora e per Ardenno si ha una prova fra le tante in una lite risolta in favore dei poveri dal Pretore di Traona il 5 giugno 1535, dalla quale risulta che la signora Nicolina figlia di Petrolono de Caspano e vedova di Pomerio Pesce (donde forse la località ancora esistente denominata “I Pesc”) di Ardenno, con suo testamento del 20 dicembre del 1438, rogito di Giacomo fu Antonio de Caspano, legava ai poveri un fitto livellario di una soma di biada sopra terra campiva di Darsura, allora lavorata da Beltramo e fratelli Tognoli.
Di più legava in perpetuo carico dei suoi eredi Pesci e Paravicini un carico di un condio di vino e dieci libbre di formaggio salato agli stessi poveri; ma passate le terre gravate in altre mani, dopo un secolo troviamo nella ricordata lite citati Paravicini, i Pesci e i figli di Battista Della Torre di Villapinta i quali furono condannati a pagare gli arretrati, ad assicurare per il futuro e alle spese della causa.
Anche Gaggio aveva il proprio statuto per i poveri, del quale trovai soltanto un legato di un Antonio Folini per suo testamento del 21 aprile 1561 in rogito di Antonio Maria Paravicini.
Quanta gloria agli antichi rileggendo le pagine della loro vita religiosa e buona tutta splendente intorno alle Chiese, tutta attiva per amore di prossimo: altrettanta gloria e onore si auspica alla generazione ventura, se messa da banda ogni bile di parte, farà rifiorire la fede autrice di carità e di giustizia.

Don Giacinto Turazza, 1920 (trascrizione don Ernesto Gusmeroli)

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