Campane su YouTube: Ardenno 1, 2, 3, 4, 5, 6; Biolo 1, 2, 3, 4; Gaggio 1, 2; Pioda; Masino


Vigneti sopra Ardenno

Il versante solatio a monte di Ardenno, sul lato occidentale, presso il fianco d’ingresso della bassa Val Masino, propone una fascia di terrazzamenti e di orti che gli hanno meritato la denominazione complessiva di “Giardini”, così come “Via dei Giardini” è chiamata una strada che lo percorre trasversalmente. Esso si presta a gradevolissime passeggiate, soprattutto a tarda primavera ed in autunno. Viene qui proposta una camminata di medio impegno che, descrivendo un doppio anello, ci porta a toccarne tutti i luoghi più significativi e ci consente di visitare molte delle belle cappellette (cincètt o ciancètt) che costituiscono l’espressione più immediata e spesso suggestiva della fede popolare nei secoli.
Portiamoci con l’automobile dalla piazza di Ardenno, proseguendo nella salita e volgendo a destra, all’imbocco della strada che sale a Gaggio (si stacca dalla via che percorriamo sulla sinistra, in corrispondenza di una casa rossa). Dopo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx, attraversiamo la contrada Cavallari e troviamo, sulla sinistra, lo svincolo per la frazione Pesci (cattiva italianizzazione di “pesc”, voce dialettale per “abete”). Proseguiamo nella salita, incontrando una nuova sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx (l’ultimo passa non lontano dalla Val Venduno, che resta alla nostra destra – est), portandoci ad un parcheggio (posto, appena oltre la Val Velasca, in corrispondenza di una galleria oltre la quale la strada termina), al quale lasciamo l’automobile (m. 420).
Attraversata la galleria, troviamo un ponte sulla val Olgello, oltre il quale la strada asfaltata termina (ma, nel 2009, sono iniziati i lavori di prolungamento che segneranno la fine del sentierino che ora andiamo a descrivere). Proseguiamo su un sentierino sempre ben marcato (denominato strada vicinale del Mottallo), che sale gradualmente sul fianco della montagna, fra selve, baitelli e terrazzamenti. Siamo già in pieno clima di “giardini”: la felice esposizione della zona, infatti, favorisce la coltura di vigneti, orti, piante da frutto. Alle nostre spalle, il panorama verso est raggiunge il gruppo dell’Adamello. Raggiunto un nucleo di baite, dove, segnalata da una freccia rossa, si trova una deviazione a sinistra, la ignoriamo, continuando sul sentiero principale, verso ovest.
Superata una baita, ci raggiunge, da sinistra, un sentierino; poco oltre, siamo al cincètt detto “del müt”, perché un tempo in una delle vicine baite abitava un uomo muto che era sceso qui da Piazzalunga (come leggiamo nella bella pubblicazione “La strada dei cincett” , a cura di Adima ed Albertina Della Maddalena e Renata Mossini, Sondrio, 2000; ad essa si debbono diverse notizie riportate sui cincett nella presente scheda). Vi è raffigurata una Madonna del Rosario con Bambino (purtroppo mutila), con alla destra (per noi) San Lorenzo, patrono di Ardenno, ed alla sinistra Sant’Abbondio, patrono di Piazzalunga (la frazione cui conduce il sentiero che stiamo percorrendo). La cappelletta da oltre un secolo e mezzo resiste alle ingiurie del tempo: fu edificata, infatti, nel 1840 da Pomoli Pietro (la famiglia Pomoli era originaria della vicina Piazzalunga).
Proseguendo, usciamo dal bosco passando a destra di un nucleo di baite (il Mutàl) e giungendo in vista del rudere della Ca’ Bianca (m. 500), chiamata così perché si distingueva dalle altre per essere stata intonacata, appunto, con calce bianca. Un incendio l’ha rovinata ed ora è un rudere pericolante (attenzione a non sostare sotto le sue pareti). La zona era, in passato, intensamente coltivata a vigneto ed a piante da frutta; ora serba in un discreto silenzio le memorie sempre più sbiadite di vite e fatiche che difficilmente la nostra immaginazione può ricostruire nella loro autentica dimensione. Il sentiero addolcisce, poi, la pendenza, conduce ad uno dei diversi ponticelli che scavalcano la condotta forzata che serve la centrale di Ardenno e prosegue verso Piazzalunga.
Noi, però, lo lasciamo prima: poco oltre la Ca’ Bianca, scendiamo, sulla sinistra, sui terrazzamenti sostenuti da muretti a secco sempre più malridotti e stanchi. Non ci accolgono orti e vigneti ben ordinati, ma una vegetazione disordinata, nella quale non è semplice districarsi. Scendiamo, così, in diagonale, verso destra, sfruttando le scalette in pietra per superare i muretti (attenzione, però, a saggiarne prima la tenuta). Ci portiamo, così, al secondo ponticello in cemento, più in basso, che si trova partendo dalla quota alla quale abbiamo lasciato il sentiero e che ci consente di portarci ad ovest della condotta forzata che scende dai Prati di Lotto. Possiamo giungere fin qui anche per via leggermente diversa: superata la Ca’ Bianca, proseguiamo sul sentiero fino al ponte in cemento; subito dopo averlo oltrepassato, iniziamo a scendere diritti (il versante è un po’ ripido, ma non impraticabile), superando un primo ponticello e raggiungendo, appunto, questo secondo. Ora seguiamo una traccia di sentiero, che prosegue nella discesa e, in breve, ci porta ad un rudere di baita. Qui ignoriamo la freccia rossa che ci indirizza a sinistra, e prendiamo a destra, su traccia di sentiero; superato un torrentello, pieghiamo a sinistra e cominciamo a scendere, diritti, verso lo slargo con fondo in asfalto al quale termina la Via Panoramica dei Giardini, che intravediamo, oltre le fronde dei castagni. L’ultimo tratto della discesa è alquanto ripido: portiamoci delle racchette che ci saranno oltremodo utili.
Eccoci, dunque, al punto più orientale della strada che, partendo poco sotto Biolo, taglia l’intera fascia dei Giardini (strada vicinale di Piantoledo). Ora dobbiamo percorrerla interamente, con andamento in leggera salita e direzione sud-ovest prima, ovest poi. Non abbiamo, peraltro, fretta, perché si tratta di una strada estremamente panoramica, soprattutto verso oriente: la piana della media Valtellina dal Culmine di Dazio al Colle di Triangia si apre in tutta la sua bellezza. Alla nostra destra, invece, alcune villette si crogiolano al tepore del versante. La pendenza si accentua leggermente, e raggiungiamo la località Bedoja, punteggiata da orti e vigneti; segue una sequenza di tornanti dx-sx, prima di attraversare, su un ponte, la condotta forzata che serve la centrale del Masino, alimentata dal bacino della Pioda.
Ci avviamo al punto nel quale la via dei Giardini confluisce nella strada che sale a Biolo; poco prima troviamo, sulla destra, una cappelletta, chiamata “cincètt de la campagna” e dedicata alla Beata Vergine delle Grazie. Alla sua destra passa una larga mulattiera, che si stacca dalla strada asfaltata e sale diritta (si tratta della prosecuzione della mulattiera che sale fin qui da Scheneno: la vediamo scendere sulla sinistra della strada). Imbocchiamo, dunque, la mulattiera, salendo verso nord-ovest: in breve sbuchiamo all’ampio piazzale presso il cimitero di Biolo (m. 590), dove si trova anche un pannello che illustra il circuito escursionistico denominato “Arte, Cultura e Paesaggio fra le Vigne di Ardenno”.
Salendo ancora per pochi metri, intercettiamo la strada che porta a Biolo; sul lato opposto la mulattiera riprende e passa proprio sotto l’imponente muraglione che sorregge la bella chiesa di Santa Maria Assunta di Biolo, portandoci al sagrato ad occidente della sua facciata (m. 608). La chiesa, di origine quattrocentesca e già consacrata nel 1543, divenne parrocchiale nel 1592 (staccandosi dalla parrocchia di S. Lorenzo di Ardenno) e venne ampliata e consacrata di nuovo nel 1614, in occasione della visita pastorale di mons. Filippo Archinti.
Sul lato opposto del sagrato, la mulattiera riprende a salire, fra le case della frazione: si arrampica, con elegante scalinatura, nel cuore del paese, portandoci anche ad un fresco sottopasso, che ci introduce alla Via dul Piàzz, dove troviamo un altro cincèt, denominato cincètt (o ciancètt) dul Piàzz”, nel quale è raffigurata una Madonna con Bambino dai tratti particolarmente fini e raffinati. La cappelletta fu fatta erigere, come si legge sulla sua facciata, nel 1885 da Giuseppe Lanzini, pare come ringraziamento per uno pericolo scampato. Si racconta, infatti, che questi, tornato a Biolo da Roma, dove lavorava in un negozio di granaglie, sentì, una notte, sinistri rumori appena fuori della sua camera da letto. Si alzò di scatto ed accese la lampada a petrolio, appena in tempo per scorgere la figura di un uomo che si stava introducendo nella camera con un coltello in mano, per rapinarlo dei guadagni che immaginava avesse portato da Roma. Il Lanzini fu, però, più lesto: afferrò un grosso bastone che teneva a lato del letto e sferrò al ladro un violento fendente sul braccio, disarmandolo. Questi cacciò un urlo di dolore e, prima che partisse il secondo colpo, batté in ritirata. Il Lanzini era uomo pio, e volle ringraziare la Madonna, che sicuramente l’aveva assistito da cielo facendogli avvertire il pericolo, con la cappelletta che ancora oggi possiamo vedere.
Alla sua destra la mulattiera riprende a salire, superando le case più alte di Biolo ed intercettando, poco sopra la cappelletta, la strada asfaltata che da Biolo sale alla Pioda. Sul lato opposto riprende subito a salire, verso sinistra, per poi piegare, poco sopra, a destra; qui troviamo il cincètt (o ciancètt) de la Piöda, che mostra, dietro una grata, il dipinto di una Madonna con Bambino. Una scritta segnala che essa fu edificata nel 1812 per una grazia ricevuta; un dipinto a lato di quello centrale sembra suggerire che si tratti della guarigione da malattia grave di una madre con due figli: questa viene, infatti, raffigurata con i figli e con un sacerdote che sembra intervenire per prestare l’estrema unzione. Dal cielo una donna ed un bambino tendono le braccia: forse per loro intercessione la grazia divina ha operato la guarigione. Non sappiamo, ovviamente, di quale malattia si trattasse: agli inizi dell’ottocento la peste era scomparsa dai nostri paesi, dopo averli martoriati per mezzo millennio, mentre non si era ancora affacciato il colera, che colpì duramente il paese di Ardenno nelle due epidemie del 1836 e del 1855.
Ripresa la salita, vediamo davanti a noi l’imponente edificio della chiesa di San Gottardo (m. 694), eretta a santuario dal Vescovo di Como, mons. Macchi, nel 1946. Oltrepassato l’ossario (custodito da un medaglione con dipinto di S. Michele che con la spada trafigge il maligno), ci ritroviamo al sagrato di fronte all’ingresso, volto ad est. La chiesa è di origine cinquecentesca, ma venne ampliata successivamente ed inaugurata nella veste attuale nel 1707 (per una visita virtuale al santuario, possiamo visitare il bel sito www.pioda.eu).
Salendo ancora, intercettiamo per la seconda volta la strada Biolo-Pioda, ma ormai siamo alle case di questo caratteristico nucleo, posto sul largo crinale a cavallo fra versante retico sopra Ardenno ed imbocco della Val Masino. Per cultura ed atmosfera, però, qui, come a Biolo, possiamo considerarci nella Costiera dei Cech, anzi, possiamo dire che questo ne rappresenta l’estremo confine orientale, o una sorta di enclave in terra “straniera”. La parlata romanesca che anima il periodo estivo, qui come a Biolo, testimonia della secolare tradizione di emigrazione della città di Roma, elemento caratteristico della storia dei Cech. Oggi vivono alla Pioda 12 persone, quanto basta per conservarvi una vita che però in passato si esprimeva con ben maggiore respiro: il Ninguarda, nella sua visita pastorale del 1859, vi trovò, infatti, 25 fuochi, cioè famiglie (diciamo 100-125 persone), mentre a Biolo ve n’erano 60. La cosa non stupisce: la felice collocazione, esposta ai refrigeranti venti della Val Masino e relativamente riparata dai burrascosi venti delle soldatesche, ne faceva un nucleo non insignificante. Aggiungiamo che da qui passava la mulattiera che, scendendo al Ponte del Baffo (la Via per il Baffo ancora segnalata sulla parete di una casa), costituiva la via d’accesso alla Val Masino da Ardenno. Salendo lungo la strada, ci troviamo in una piazzetta con fontana, di fronte al cincètt (o ciancètt) de la Piöda, dedicato alla Beata Vergine del Carmine. Sulla sinistra, un edificio che conserva, nella sua struttura, le fattezze delle case-torre fortificate di epoca medievale. Superata la già citata indicazione della Via per il Baffo, ci portiamo ad un piazzale dove si trova un secondo pannello illustrativo del già citato percorso.
Salendo ancora, verso destra, ci immettiamo nella strada asfaltata che da Piazzalunga sale ai Prati di Lotto. È, questo, il punto più alto della camminata (m. 735 circa). Ora prendiamo a destra, seguendo la strada vicinale della Pioda, in leggera discesa, e passando a destra del già citato bacino della Pioda (m. 729), che alimenta la centrale del Masino. L’impianto venne realizzato dalla Società Idroelettrica Italiana fra il 1907 ed il 1909, utilizzando le acque del torrente Masino captate in località Ruschedo di Cataeggio e convogliate appunto nel bacino di carico della Pioda, dal quale venivano immesse nella condotta forzata che precipitata alla centrale posta all’imbocco della Val Masino. La strada è, qui, molto panoramica, soprattutto verso sud-ovest: vediamo, da sinistra, il Culmine di Dazio (la Colmen), il versante occidentale della Val Gerola, che la separa dalla Val Lésina, con il pizzo Mellasc, il monte Rotondo, il monte Colombana, la cima di Rosetta ed il pizzo dei Galli, l’inconfondibile corno del Legnone, sull’angolo sud-occidentale della Val Lésina, ed il fianco orientale della Costiera dei Cech, che sale fino al corno del Colino. In mezzo, l’amena piana di Dazio. Uno scorcio davvero suggestivo ed inconsueto. Scendendo ancora, troviamo una ripida discesa e, sulla destra, un punto di sosta-osservatorio con un pannello che ci permette di distinguere le cime del versante orobico che, a sud, sta di fronte ai nostri occhi.


Panorama dalla Pioda

Abbiamo decisamente varcato i confini dell’ultimo lembo della terra dei Cech e siamo alle porte di Piazzalunga (m. 676), la frazione che sembra sorridere all’ampia piana di Ardenno e della Selvetta. Ci accoglie, mostrandoci la facciata rivolta ad ovest, la bella chiesetta dedicata a S. Abbondio, segno dell’antichissimo legame fra la Valtellina e Como, centro della Diocesi. Proseguiamo, oltre il tornante dx in corrispondenza del sagrato della chiesetta, superando il successivo tornante sx, fino al secondo ornante dx: qui, invece di continuare sulla strada asfaltata che scende ora diritta fino ad immettersi nella strada di Biolo, presso il limite orientale del paese, prendiamo come punto di riferimento il bel lavatoio coperto che vediamo alla nostra sinistra, appena sotto la strada.


Piazzalunga

Scesi al lavatoio, imbocchiamo il sentiero, alla nostra destra, che comincia a scendere tagliando la fascia di prati appena sotto la strada per Biolo, in direzione sud-ovest. È, questo, uno dei tratti più belli della camminata: salutiamo un bel noce poco a monte del sentiero (un tempo questi alberi erano maggiormente curati e diffusi, perché da essi si traeva olio prezioso per le lampade) ed anche il muraglione della strada asfaltata, che ben presto scompare (mentre resta il bel muretto a secco che difende, sul lato destro, il sentiero). Siamo, in pochi minuti, interamente immersi in uno scenario che reca poche tracce della presente epoca e dei suoi manufatti: solo, sulla sinistra, qualche orto, qualche recinzione, frutto di un lavoro che non può abbandonare questi fazzoletti di terra in posizione così felice rispetto ad un sole che sembra blandirli posandovi sopra il suo benevolo sguardo. Un piccolo appezzamento, in particolare, accuratamente recintato, mostra, sul limite inferiore, un modesto promontorio che, visto da qui, sembra insignificante: vedremo, invece, passando a valle, che si tratta di un luogo dal significato magico.


Panorama da Piazzalunga

Intanto il sentiero, fattosi un po’ più sicuro da timido ed incerto che era, oltrepassa una breve macchia di castagni ed esce di nuovo all’aperto, concludendo la sua discesa presso il cincètt (o ciancètt) de san giüsèp, cioè di San Giuseppe, dove confluisce nel sentiero che da Biolo attraversa alla Ca’ Bianca ed al Mutàl. Un cincètt non è solo una piccola costruzione sacra, ma è un luogo, di riposo, meditazione e conforto, e, di più, è memoria, in genere di interventi della grazia divina per i quali si sente l’acuto bisogno di riconoscenza. Questo cincètt fu edificato nel 1880 dalla famiglia Prandini e restaurato nel 1992 dal pittore Rino Cecchetto su commissione di Felice Prandini. Vi sono raffigurati una Madonna con bambino e San Giuseppe. Un tempo giungeva fin qui una solenne processione nella festa di San Giuseppe (19 marzo), nella quale si chiedeva alla divina provvidenza una primavera clemente e propizia ai raccolti (le gelate primaverili, insieme ai lunghi e freddi inverni senza neve ed agli autunni eccezionalmente piovosi, erano le calamità più temute dai contadini nella cui scarna economia di sussistenza un raccolto andato a male poteva significare precipitare da un tenore di vita modesto alla fame). Sulla sua facciata leggiamo: “Chi dal sentiero passerà S. Giuseppe li proteggerà”, un simpatico anacoluto che ci ricorda come la funzione dei cincètt non fosse solo quella di invitare alla sosta ed alla preghiera, ma anche quella di rassicurare e proteggere contadini e viandanti.
Se, ora, prendiamo a destra torniamo in breve all’inizio della Strada dei Giardini; ci conviene, però, prendere a sinistra (est-nord-est), incamminandoci lungo il sentiero che da Biolo porta alla Ca’ Bianca (si tratta del ramo occidentale della strada vicinale del Mottallo di cui abbiamo già percorso la metà orientale). Anche questo tratto è denso di fascino, colori e profumi: attraversiamo, infatti, una fascia di vigneti e baitelli (chiamati “invòlt”) in parte, purtroppo, abbandonati. Nel primo tratto, che procede quasi in piano, prestiamo attenzione al versante alla nostra sinistra: dopo alcune vigne vedremo ben presto, oltre il muretto a secco, una fascia molto larga di rovi (“ruidée”), che offre uno spettacolo impressionante e caotico. Appena sopra la fascia, qualche decina di metri più in alto rispetto al sentiero, appare una formazione davvero singolare: un enorme masso erratico che, d’inverno, dal piano si distingue bene (lo individuiamo, guardando dalla zona occidentale del paese, del cimitero e del Masino, più in basso ed a sinistra di Piazzalunga). Si tratta del masso di cui abbiamo visto la sommità, colonizzata da erba ed arbusti, scendendo da Piazzalunga. Visto da qui, mostra un aspetto completamente diverso: si tratta di una parete regolare di roccia, severa e verticale. Ha davvero qualcosa di arcano, e i rovi che ci impediscono di avvicinarlo aumentano il mistero. Forse è il “càmer” di Ardenno (in molti paesi si chiama così il più grande masso erratico presente su un territorio), sicuramente non ha rivali fra i massi erratici del ripido versante retico che sovrasta il paese. Osserviamolo, dunque, con occhio curioso ma rispettoso: non sappiamo quale recondito significato rivesta la sua presenza a mezza costa, in questa fascia cui il sole volentieri sorride. Poi cominciamo a scendere, entrando in una selva. Non più vigneti, a monte ed a valle, ma un versante ripido e selvaggio, di cui solo il bosco mitiga un po’ l’aspetto orrido.
Alla fine, superato un canalino in cemento, ci congiungiamo alla mulattiera per Piazzalunga, nel punto in cui questa volge a destra (per chi sale) ed in corrispondenza di un nuovo cincètt, detto de la Mort o de Fund. Il riferimento alla morte rimanda al dipinto che raffigura la classica scena della pietà: il Cristo morto, deposto dalla croce, è nelle braccia di Maria, dipinta qui con uno sguardo di rara intensità dolente. Alla sua destra San Rocco, protettore degli appestati, uno dei santi più venerati nei paesi di Valtellina, soprattutto dopo le due terribili epidemie del 1629-31 e 1935-36. Se proseguiamo nella discesa giungiamo in breve alla Ca’ Bianca e ripercorriamo a ritroso il primo tratto della camminata; meglio, però, affrontare una dose di fatica aggiuntiva per rendere più completa l’escursione.
E allora prendiamo a sinistra, salendo verso Piazzalunga. La mulattiera propone quasi subito un tornante sx e ci porta a scavalcare di nuovo il canalino in cemento, prima di uscire dalla selva di castagni e di condurci al cincètt della crocifissione. Anche qui, una storia ed una memoria. Nel 1892 il cincètt venne edificato da Martino Gianoli e Giuseppe Gianoli Genero per ringraziare il Cielo del miracoloso intervento in soccorso della figlia e moglie. Costei scendeva alle vigne da Piazzalunga portando sulle spalle una brenta con cinquanta litri di acqua da spruzzare per scongiurare attacchi di parassiti (quegli attacchi che meno di quarant’anni, a metà degli anni cinquanta dell’ottocento, prima avevano annientato i vitigni dell’intera Valtellina). Un attimo di distrazione, forse, un piede messo male, e, senza quasi accorgersene, si ritrovò per terra. Aspettava una bambina, la gravidanza era avanzata, ma, per grazia divina, non solo non lo perse, ma non rovesciò neppure una goccia dell’acqua per la vigna. Martino Gianoli, allora, scese ad Ardenno, per chiedere al parroco una qualche immagine sacra da porre nella cappelletta (non aveva mezzi sufficienti, infatti, per acquistarla). Questi, che stava restaurando la chiesa, gli regalò un crocifisso in legno, che il Gianoli si portò via in un sacco, riponendolo, senza dir nulla ad alcuno, fra il fieno del solaio, in attesa di portare a termine la cappelletta. Vi salì, qualche giorno dopo, la moglie Domenica, e notò il sacco: non dovette faticare molto in lei la curiosità ad averla vinta, e vi guardò, dunque, dentro. Pensava di trovarvi qualche attrezzo, salsiccia, pagnotta, ma quando vide il volto barbuto, scavato e sofferente del Cristo cacciò quasi un urlo per lo spavento. Quando la storia si seppe in giro, tutti ne risero, ma, terminata l’edificazione del cincètt, ammirarono la devozione della famiglia. La figlia nata dalla madre caduta crebbe e conobbe la storia ad esso legata; volle, dunque, anche lei esprimere la sua gratitudine, e vi aggiunse un quadretto che raffigurava una Madonna con Bambino.
Proseguiamo salendo diritti: superata una fascia di alberi di noce, siamo alle case del lato orientale di Piazzalunga. Di nuovo a Piazzalunga, dunque; ora, però, ne visitiamo la parte orientale. Prendendo, dunque, a destra saliamo ad intercettare l’ultimo tratto della mulattiera San Lucio-Piazzalunga. Saliamo, ora, per breve tratto verso sinistra, fino al trattuto che da Piazzalunga si porta ad una fascia panoramica di prati. Percorrendolo, per breve tratto, verso sinistra ci portiamo ad un rustico che rappresenta quel che resta della cosiddetta “gésa vègia”, di origine assai antica: vi sono stati scoperti, infatti, affreschi quattrocenteschi, che possiamo ancora vedere, e che rappresentano un Cristo Crocifisso, alla cui destra si distinguono San Lorenzo e San’Abbondio (di nuovo, il legame con la chiesa plebana e parrocchiale e quello con la Diocesi di Como).
Torniamo, ora, sui nostri passi, e scendiamo lungo la storica mulattiera di San Lucio, con bel fondo in risc, ma diritta e ripida, un tempo percorsa tutti i giorni da molte persone. Entrati quasi subito in un bel castagneto, ben presto troveremo l’ennesimo cincètt, sulla sinistra, in posizione leggermente rialzata rispetto alla mulattiera. Veniva chiamato cincètt de la pòsa, perché qui si sostava, per il riposo, salendo da San Lucio a Piazzalunga, prima dell’ultimo strappo. Sostava qui anche il mesto corteo che trasportava i defunti di Piazzalunga al cimitero di Ardenno: la cappelletta, infatti, è dedicata alla Madonna del Carmine, la Madre pietosa che intercede presso il Figlio per le anime dei defunti. A lei, dunque, veniva raccomandata la sorte dei cari morti. La mulattiera prosegue nella discesa senza complimenti, attraversando le valli Fontana ed Olgelli. In quest’ultimo tratto è sostenuta da un imponente muraglione, che le permette di scavalcare la forra del torrentello.
Subito dopo, usciti dal bosco, troviamo, sulla destra, il cincètt de san Lüs, o della Crocifissione. Purtroppo gran parte dei dipinti interni è stata rovinata; solo sul lato che guarda verso valle si conserva ancora un bel dipinto di Cristo Crocifisso. Anche questo cincètt ci regala una storia, una come tante, in verità, raccontata, con chiaro intento edificante, dalle nonne o dalle madri alle figlie. Il miglior modo per non peccare è evitare le occasioni di tentazione. Ora, il ballo è sicuramente fra queste, perché, per quanto onesto sia, non è mai interamente onesto. Ora, sentite quel che accadde una volta ad una donna, soprannominata “Pevèta”. Scendeva, costei, una sera, da Biolo, per recarsi ad una festa danzante a Gaggio. L’accompagnavano due aitanti giovanotti, decisi probabilmente a farle una corte serrata per tutta la… serata. Passando accanto al cincètt, ebbe come un’illuminazione, un presentimento, un buon consiglio (del resto, la Madonna di Gaggio è proprio quella del Buon Consiglio). Disse, dunque, ai due di attenderla: doveva assentarsi un attimo. Costoro, ovviamente, dissero che non c’era problema, facesse pure con comodo. La donna, allora, tornò indietro per un tratto e salì sul versante boscoso a monte della mulattiera, nascondendosi nell’incavo di un grande castagno e restandovi immobile, in silenzio. Il tempo passava ed i due cominciavano a pensare che si sa come le donne si facciano attendere quasi per principio, ma questa sembrava esagerare. Attesero ancora un po’, poi le diedero una voce. Non ricevendo risposta, immaginarono quel che era accaduto: la Pevèta ci aveva ripensato. Alla fine ciascuno se ne andò per la sua strada: i due giovani su quella della disonesta tentazione, la donna su quella più faticosa ma virtuosa del ravvedimento.
Ed anche noi ce ne andiamo per la nostra: un ultimo tratto di ripida discesa ci porta alle baite più alte di San Lucio, cui giunge la strada asfaltata; l’ultima discesa ci riporta all’automobile, dopo circa tre ore di cammino (il dislivello approssimativo in altezza è di 480 metri).

 

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