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Ardenno si ritaglia uno spazio, per quanto modesto, nella storia della letteratura italiana del Novecento grazie ad una poesia di salvatore Quasimodo (Nobel per la letteratura nel 1959), qui di seguito riportata.
La dolce collina
Lontani uccelli aperti nella sera
tremano sul fiume. E la pioggia insiste
e il sibilo dei pioppi illuminati
dal vento. Come ogni cosa remota
ritorni nella mente. Il verde lieve
della tua veste è qui fra le piante
arse dai fulmini dove s’innalza
la dolce collina d’Ardenno e s’ode
il nibbio sui ventagli di saggina.
Forse in quel volo a spirali serrate
s’affidava il mio deluso ritorno,
l’asprezza, la vinta pietà cristiana,
e questa pena nuda di dolore.
Hai un fiore di corallo sui capelli.
Ma il tuo viso è un’ombra che non muta;
(cosi fa morte). Dalle scure case
del tuo borgo ascolto l’Adda e la pioggia,
o forse un fremere di passi umani,
fra le tenere canne delle rive.
Salvatore Quasimodo - nuove poesie

Che ebbe a che fare il poeta siciliano con questa sperduta landa retica? Quasimodo fu assunto come geometra al Genio Civile e trasferito nel 1934 a Milano; di qui, un po’ per punizione, venne assegnato per qualche tempo all’ufficio di Sondrio. La poesia fa riferimento ad un ricordo femminile legato ad Ardenno. Impossibile
sapere chi, difficile capire quale sia esattamente il luogo nel quale il ricordo prende corpo. Un luogo sicuramente vicino al fiume Adda, in vista del Culmine di Dazio (questa è con tutta probabilità la “dolce collina”, così qualificata per il suo aspetto arrotondato). Il resto è legato alla suggestione poetica, che si anima dell’indeterminato e trae vita dall’indefinito.
Il Culmine
di Dazio, meglio conosciuto come Còlmen, è, effettivamente, uno
degli elementi più caratteristici del paesaggio che da sempre
chi abita ad Ardenno è abituato a vedere. Il suo panettone boscoso,
da sempre, chiude la visuale verso la bassa Valtellina, regalando, forse,
l’impressione che la piana di Ardenno sia protetta, almeno verso
ovest, da un abbraccio materno, anche se, d’inverno, è
proprio la sua mole che le sottrae qualche ultimo raggio di sole al
tramonto.
Di essa scrive il Guler von Weineck, già governatore per le Tre
Leghe Grigie della Valtellina nel 1587-88, nell'opera "Raetia",
pubblicata nel 1616: “All’estremo di questa pianura (di
Dazio), verso mezzodì, sorge un piccolo monte, detto Colma di
Dazio: è dirupato, sterile e roccioso, ma sulla cima ha una piccola
pianura; ivi
si notano le rovine di un antico castello e parimenti cisterne,
cunicoli sotterranei e miniere di ferro abbandonate.”
Purtroppo non rimangono tracce né del castello, né dei
misteriosi cunicoli. Resta invece il segno ben visibile, da sud, della
miniera d'oro sfruttata fino alla fine del Settecento (miniéra
d'òor); di oro si parla ancora in un documento ottocentesco,
nel quale si menzionano tracce del prezioso metallo rinvenute nei pressi
di Porcido, sempre sul versante sud della Culmen. Una montagna decisamente
intrigante e misteriosa. Curiosa è la natura geologica del monte:
le rocce della sua sommità sono costituite da un plutone granitico,
il cosiddetto “granito di Dazio”, generato dall’intrusione
di magma in una preesistente struttura di rocce metamorfiche. Ciò
avvenne in tempi antichissimi, prima ancora che la catena alpina si
fosse formata. Il
monte, dunque, è un vero e proprio vegliardo, al cui cospetto
le più alte ed eleganti cime del gruppo del Masino sono ancora
giovani pivellini.
L’azione erosiva dei ghiacciai che nel quaternario scesero dalla Val
Masino e dall’alta Valtellina fino alla bassa
valle non riuscì,
quindi, ad aver ragione di questo monte dal cuore di granito, che rimase,
al centro della valle, come segno di tempi remotissimi. Tale azione,
però, lo modellò, conferendogli la caratteristica forma
arrotondata per la quale è facilmente riconoscibile dai più
diversi angoli di visuale della media e bassa Valtellina. Aggiunge pregio
alla zona la costituzione di un'area naturalistica protetta. La sua
singolarità è legata anche alla profonda differenza dei
versanti: quello rivolto a sud è arido, aspro e ripido, mentre
quello che guarda a nord ed alla piana di Dazio ha caratteristiche molto
simili ai versanti obobici, essendo decisamente più umido ed
umbratile. La Culmen ospita fiori d'alta montagna, e vi scorazzano molte
specie di animali, anche d'alta quota, come camosci, cervi, lepri, coturnici.
Non mancano presenze meno rassicuranti, serpi e vipere.
Non si trova nel territorio del comune di Ardenno, ma proprio da qui
può partire un’interessante escursione ad
anello che permette di visitarne la cima, in uno scenario che le
ha meritato l’elezione ad oasi naturalistica protetta.
Punto
di partenza ed arrivo è la frazione di Pilasco, raggiungibile
direttamente dalla ss 38 staccandosene all’altezza dell’albergo-ristorante
Isola, oppure da Màsino, attraversando, su una passerella, l’omonimo
torrente. Il termine è un aggettivo in "asco" dalla radice "pila", che significa "vaso per l'olio", come suppone l'Olivieri, o, più probabilmente, "macina", "mulino" (cfr. la voce lombarda "pilà", "macinare"). Risalendo la strada che porta alla frazione fino al suo termine,
se ci siamo staccati dalla ss 38, oppure appena oltre il ponte sul Màsino,
ci ritroviamo all’imbocco di una stradina sale alla chiesetta
di san Giuseppe, a 304 metri.
A destra della chiesetta parte una larga mulattiera: si tratta della "strada del pìil", cioè "strada del pelo", perché sui rovi ai suoi lati spesso si trovava il pelo invernale delle volpi, assai numerose. Partiva dal limite orientale di desco (dove si trova il piccolo cimitero; oggi è chiusa al transito per alcuni movimenti franosi che l'hanno interessata), tagliava la parte bassa del selvaggio fianco orientale del Culmine di Dazio e della Val Fìria ed era anche chiamata la strada dei morti, perché raggiungeva Pilasco e di qui saliva alla piana di Dazio, portandosi, infine, a Caspano, dove venivano spolti i defunti di Desco, che apparteneva, appunto, alla parrocchia di Caspano.
Nel primo tratto si tratta di una pista con fondo in cemento, che, dopo qualche
tornante con ripida pendenza, si addentra nel bosco, diventa vera e propria mulattiera ed inizia una lunga
traversata che
taglia il fianco settentrionale che dalla Colmen scende alla parte terminale
della Val Masino. Giunti ad un bivio, dobbiamo scendere leggermente
verso destra. Dal sentiero si vede bene, guardando verso nord, il paese
di Biolo (termine che deriva da “betulleus”, quindi da betulla), all’imbocco della Val Masino. Il sentiero prosegue con
tracciato diritto, poi si immette in una pista sterrata; seguendola, oltrepassiamo una cappelletta, dove possiamo osservare una Madonna con banbino in precarie condizioni. Alla fine passiamo a sinistra della chiesetta sconsacrata di Sant'Antonio e di un grande traliccio, e ci ritroviamo sul limite orientale della grande piana di Dazio, frutto dell'azione erosiva della colata di ghiacciaio della Val Masino, che non è riuscita ad aver ragione della resistenza del granito del Culmine. La pista diventa stradina in asfalto, che si immette nella strada Dazio-Regolido.
Percorriamo la strada in direzione di Dazio
(m. 568), passando accanto ad una seconda cappelletta. Raggiunta la strada provinciale n. 10 dei Cech orientale, proseguiamo verso ovest, in direzione della chiesa parrocchiale
di San provino, fino al cimitero, che si trova a sinistra della strada.
La salita al Culmine di Dazio da Dazio inizia, infatti, nei pressi del cimitero, dove parte, in direzione sud, una pista sterrata di origine militare che porta fino alla cima. Sul Culmine, per la sua posizione e la sua panoramicità, era un posto di osservazione strategicamente importantissimo: di qui l’esigenza di edificare una casermetta ed una torretta di osservazione sulla cima, servite da una comoda carrozzabile, che ora è rimasta a disposizione di escursionisti e bikers che vogliano portarsi sul punto più alto del gigante di granito.
La pista parte proprio alla sinistra del cimitero: un cartello segnala il Crotto di Dazio a 500 metri. Raggiunto un bivio (segnalazione a destra per Pra di Scett e Aquate), restiamo sulla pista principale, di sinistra, che passa a destra dei prati del Crotto di Dazio. La pista (di cui, oltre il Crotto, non c’è tratta sulla carta IGM) prosegue piegando leggermente a sinistra: si immerge in un bel bosco di pini silvestri e di castagni e procede con pendenza abbastanza marcata, ma regolare; il fondo è sempre
buono, il che agevola chi sale in mountain-bike. Dopo un lungo traverso a sinistra (direzione est), troviamo il primo tornante destrorso, ed iniziamo un traverso in direzione sud-ovest; ogni tanto troviamo, su alcune tronchi, segnavia rosso-bianco-rossi. Al successivo traverso a sinistra il bosco si apre un po’ e vediamo, alla nostra destra, il boscoso crinale terminale del Culmine. Il traverso ci porta ad una pianetta, che ci introduce ad una sorta di terrazzo inclinato che precede l’impennata del versante prima della cima.
Piegando a destra, la pista procede per un tratto diritta verso il crinale, poi propone una serrata serie di tornanti dx-sx-dx-sx-dx, nella quale alcuni tratti hanno il fondo in cemento. Al successivo traverso verso destra la pendenza, per la prima volta, si addolcisce e per un tratto procediamo in falsopiano, fino al tornante sx, al quale ci raggiunge un sentiero che sale da sinistra. La pendenza torna a farsi marcata e passiamo a monte di alcune conche nel bosco, che si aprono alla nostra sinistra. Giunti al tornante dx, vediamo un sentiero che si stacca sulla sinistra dalla pista, e lo ignoriamo.
Dopo il successivo tornante sx, il bosco comincia ad aprirsi gradualmente e vediamo alcuni punti nei quali la pista è stata tracciata aprendo una breccia fra le rocce affioranti dal cuore della montagna ed altri in cui il fondo corre rialzato rispetto al fondo del bosco. L’andamento sud-est ci porta nei pressi dello spigolo orientale del Culmine, ed in alcuni tratti la vegetazione si apre, regalando un ottimo colpo d’occhio sulla Media Valtellina (chiuso dal gruppo dell’Adamello) e sullo sbocco della Val Tartano. Poi pieghiamo gradualmente a destra, descrivendo un arco di cerchio verso sud-ovest, fra rocce levigate, piante di rovere e ginestre, dietro le quali si apre, a nord, un ottimo colpo d’occhio sulla Val Masino.
Alla fine siamo alla pianetta sommitale (m. 913), dove troviamo un tavolo con panche in legno ed una bandiera italiana. Siamo giunti alla cima dopo circa un’ora di cammino (il dislivello approssimativo è di 345 metri). Poco oltre, sulla sinistra, scendiamo ad una pianetta che costituisce un bel balcone panoramico verso nord: sulla sinistra vediamo la sezione orientale della Costiera dei Cech, solcata dalla Val Toate ed incoronata dalla cima di Malvedello (m.
2640) e del Desenigo (m. 2845), con i paesi di Dazio, Cadelpicco, Cadelsasso, Chempo, Naguarido, Caspano e Roncaglia. Al centro la bassa Val Masino, nella quale confluisce da sinistra la valle di Spluga, sul cui fondo vediamo una sezione delle cime del gruppo del Masino, con i pizzi del Ferro (chiamati nel dialetto di Val Masino “sciöme do fèr”, pizzo del Ferro occidentale o cima della Bondasca, m. 3267, pizzo del Ferro centrale, m. 3287, il torrione del Ferro, m. 3070 ed il pizzo del Ferro orientale, m. 3200), la poderosa cima di Zocca (m. 3175), la cima di Castello (la più alta del gruppo del Masino, con i suoi 3392 metri) e la punta Rasica (rèsga, m. 3305). Più a destra, dietro il crinale che dai Prati di Lotto sale all’alpe Granda, la costiera Arcanzo-Alli-Remoluzza, che separa la Val di Mello dalla Valle di Preda Rossa (che però da qui non si vedono); seguono il monte Disgrazia (m. 3678) ed i Corni Bruciati (punta settentrionale, m. 3097, e punta centrale, m. 3114), che emergono dalla lunga striscia verde dell’alpe Scermendone. Con l’esile profilo del pizzo Bello (m. 2743) torniamo sul crinale della media Valtellina.
Nei pressi del tavolino della cima ci sono anche due cartelli, entrambi rivolti alla direzione nella quale procede
il sentiero che si sostituisce alla pista (ovest), che danno Dazio a 45 minuti, Porcido a 40 minuti e Paniga ad un’ora e 10 minuti.
Il
pianoro della cima, dove troviamo anche un tavolino, sembra immerso,
soprattutto in autunno ed in inverno, in un’atmosfera magica.
Non possiamo, infine, non allungare l'escursione percorrendo, su sentiero segnalato da segnavia bianco-rossi, il crinale, verso ovest, con qualche saliscendi, fino ad incontrare, annunciato da un cartello, una splendida pozza-laghetto, cirondata dal bosco, il lègùunc', letteralmente "lago unto", per il colore oleoso delle sue acque stagnanti. Una piccola perla, inattesa, splendida. Se saremo fortunati, potremo scorgere anche il volo dell'acquila, che nidifica fra le aspre e solitarie rocce dell'alto versante meridionale.
Giunto il momento del ritorno, possiamo optare per la medesima via di
salita, oppure per un largo giro che passa per Campovico, Paniga e Desco.
In questo caso dobbiamo, però, preventivare altre due-tre ore
di cammino. Torniamo comunque, nell’un caso e nell’altro,
al cimitero di Dazio, tornando sulla strada principale.
Mentre se vogliamo
ripercorrere la via della salita dobbiamo volgere a destra, per completare
l’anello dobbiamo dirigerci a sinistra, seguendo per un lungo
tratto la strada che, percorsa la parte occidentale della piana, comincia
a scendere verso Morbegno.
Abbiamo
ignorato la deviazione, sulla sinistra, per l’agriturismo di Categno
ed oltrepassato il torrente Toate; ora, però, dobbiamo prestare
attenzione alla deviazione, sempre sulla sinistra, per Cermeledo, un
bel gruppo di case immerso nella frescura dei castagni. Dal lato occidentale
del nucleo di case parte una bella mulattiera, che scende con numerosi
tornanti e che, più in basso, muta il suo fondo in asfalto, terminando
proprio sul sagrato della chiesa di Campovico (m. 257).
Dalla chiesa, passando per il cimitero, scendiamo al centro del paese
e, armandoci di grande pazienza, cominciamo la parte più noiosa
dell’escursione: seguendo la strada, dobbiamo infatti raggiungere
Panìga e proseguire fino al bel paesino di Desco (m. 290), raccolto
su una rocca naturale che precipita su un’ansa dell’Adda.
Sembra un paese insignificante, ma la sua posizione naturale, un tempo
strategica, giustifica la sua importanza storica.
Dal
paese parte la già citata strada del pìil (attualmente, però, chiusa al transito; speriamo nella riapertura) che, seguendo il fianco sud-orientale della
Colmen, raggiunge la piazzola del Chiosco del Ponte, nei pressi del
viadotto del Tàrtano. Non manca molto alla conclusione delle
nostre fatiche: seguendo per un tratto la ss 38 in direzione di Ardenno,
ci ritroviamo allo svincolo per Pilasco, dove l’anello si chiude.
Giova ricordare che questo anello può anche essere un ottimo
percorso di mountain-bike: in questo caso, però,
conviene percorrerlo a rovescio.
Segnalo, in conclusione, un’interessantissima variante per chi
lo percorre a piedi, destinata però ad escursionisti con un po’
di esperienza. Torniamo alla piana di Dazio: percorrendo la strada principale
verso sud-ovest, prima ancora della deviazione per il crotto di Categno,
troviamo una pista sterrata, seguendo la quale ci ritroviamo ad un sentiero
che porta al bellissimo e nascosto nucleo di Porcido, dove si trova
anche un’incantevole chiesetta. Attraversato
il paese, cerchiamo con attenzione i segnavia rossi-bianco-rossi che
indicano un sentiero poco evidente: il sentiero, superato un terrazzamento,
piega a sinistra e si cala arditamente fra le rocce di un vallone, perdendo
rapidamente quota e conducendo, dopo una nuova svolta a sinistra, a
Desco. Chi volesse sfruttare questa interessante variante dovrebbe,
prudentemente, prima percorrerla in salita.
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