Il maggengo a monte di Ardenno

Accendi le casse per ascoltare un concerto di aprile nei boschi sopra Ardenno

Èrbolo è il più importante maggengo sul versante montuoso che sovrasta Ardenno. Il suo nome, in dialetto, è “Erbul”, cioè castagno; è interessante osservare come tale termine derivi dal latino “arbor”, albero, in quanto il castagno era, nella magra economia contadina di un tempo, l’albero per eccellenza, fonte preziosissima di legna, ma, anche e soprattutto, attraverso le castagne e la farina che se ne ricavava, di un essenziale supporto alimentare.
Venivano, infatti, raccolte e depositate nei solai per l'esscazione; quindi raccolte in sacchi che erano percossi con energia, per separarle dalla buccia. Infine, scartata quelle marce (che venivano date ai maiali), venivano cucinate con patate e rape, e consumate con latte o vino. Parte delle castagne, però, era anche utilizzata per ricavarne farina o per preparare le famose "bruciate", le caldarroste che rimpivano le case di allegria.
Oggi una carrozzabile che parte dalla frazione di Gaggio (quando non è interrotta per qualche
smottamento) consente di accedere alle baite del maggengo utilizzando l’automobile, ma vale la pena dedicare tempo e sudore ad una salita a piedi, per gustare, attraverso una bella escursione, scenari e profumi tipici della media montagna del versante retico. L’escursione, di solito, parte da Gaggio, ma un buon camminatore la può effettuare, in meno di tre ore, da Ardenno. Raccontiamola, dunque, da qui.
Salendo dal centro (m. 280 circa) verso la parte alta del paese, seguiamo le belle scorciatoie che attraversano le frazioni di Calgheroli e Cavallari, fino al bel Cincèt (cappelletta) Pomoli, dove percorriamo per un breve tratto, verso destra, la strada che sale a Gaggio. Incontriamo, così, una larga mulattiera che si stacca, sulla sinistra, dalla strada per la frazione Gaggio, portando al tempietto di sant’Antonio, sacrario dedicato ai soldati caduti nelle due guerre mondiali. L’obice posto a ricordo delle sofferenze arrecate dalla guerra e dal prezzo di dolore pagato dai soldati non fa più sentire da tempo la sua voce, ma il suo richiamo al ricordo è molto forte. Sopra il tempietto ci si ricongiunge con la strada, per poi lasciarla nuovamente, sulla destra, e seguire una bella mulattiera. La salita verso Gaggio sembra uno
sprofondare in un tempo la cui voce è troppo dimessa per farsi sentire. Ben presto si raggiunge la località Motta e, nell’ultimo tratto prima della chiesa, un antico lavatoio.
La mulattiera porta proprio al sagrato della settecentesca chiesa di Gaggio, dedicata alla Madonna del Buon Consiglio, a 570 metri. La strada prosegue oltre la frazione, alle spalle del Ristorante Innocenti, portando in breve alla località san Giuseppe, dove si trova la chiesetta dedicata al santo, a 645 metri. Nell’incantevole piana alle spalle della chiesetta si possono spesso gustare, soprattutto d’inverno, suggestivi giochi di luce fra le fronde dei castagni.
Ecco le notizie che di questa chiesetta riporta, nel 1920, don Giacinto Turazza: "In un contratto di fitto livellario del 1549 trovasi indicata, nella località delle Selve al Foppo (situata a sud della Valle della Volta, a sera della Valle di Ardugno ed a mattina della strada che sale a San Rocco) una pezza di terra vicino alla Cappella, il che vorrebbe dire che le prime famiglie discese da Gazio, oltre che il torchio e il forno, avevano costruita anche una chiesuola, forse per recitarvi le preghiere in comune, essendo la località distante dalla prepositurale quasi quattro chilometri e due da San Rocco. La chiesa che troviamo lassù, detta di San Giuseppe, sorse
evidentemente dopo la peste del 1630-31 quando tutta la popolazione abbandonò le abitazioni di S. Rocco e si raggruppò al Foppo. Di essa infatti non fa menzione il Ninguarda, mentre invece parla, anzi ricordandola con atrio sulla fronte, un istrumento del 6 settembre 1663, rogito di Gio. Stella di Sondrio. Bella chiesa e spaziosa, guarda ora (non così in origine) verso occidente; ha un solo altare con icona figurante lo Sposalizio di S. Giuseppe con Maria SS. nella quale le immagini del Sacerdote e dei Santi Sposi sono veramente pregevoli, ma l’autore non vi ha segnato il nome suo. Questa tela è chiusa in un’altra di legno, lavoro barocchino ma buono.
A questa Chiesa Lorenzo Borinelli, con suo testamento 27 gennaio 1692, legava una parte dei suoi beni per la fondazione di un beneficio locale, ma insufficienti allo scopo; furono incorporati al canonicato di S. Rocco, come si dirà a suo luogo. La casetta attigua, anzi connessa alla chiesa e che doveva servire al sacerdote dimorante in luogo, fu costruita nel 1750, come risulta da una nota del prevosto di allora Gio. Battista Pradè; costruzione che disorientò la chiesa sopprimendo l’atrio.
"
A questo punto (e fin qui possiamo essere giunti anche con l’automobile), dobbiamo decidere se seguire la carrozzabile, oppure un sentiero che abbrevia un po’ i tempi di salita. Nel secondo caso
imbocchiamo la mulattiera che lascia, sulla sinistra, la strada, appena sotto il nucleo di case di San Giuseppe. Ad un bivio, prendiamo a destra. Dopo una bella traversata, intercetteremo la carrozzabile in corrispondenza della chiesetta di San Rocco.
Se invece seguiamo sempre la strada, passiamo propria sopra l’impressionante fosso del torrente Gaggio, ci addentriamo nel cuore della valle fino a raggiungere il torrente e, con una brusca svolta a sinistra, ricominciamo a salire. Dopo alcuni tornanti, a 841 metri, eccoci alla località di San Rocco, con l’omonima chiesetta.
Per saperne di più su quest'antica chiesetta, cediamo di nuovo la parola a don Turazza: "Questa chiesetta alpestre, distante sei chilometri dalla Matrice, si trova in mezzo alle prime piante di abete, è appoggiata ad una rupe Augliate che la difende dai venti del nord e misura metri 16-6 circa. Certamente è una costruzione quattrocentesca: è orientata, ha il coro rettangolare con volta a crociera cordonata e due altari. Il maggiore nell’abside porta una buona pala, di ignoto ma ottimo autore, rappresentante il Crocifisso con Maria, la Maddalena e S. Giovanni; la tela è chiusa da due cantine mobili delle quali quella a sinistra di
chi guarda reca nell’interno l’immagine di San Lorenzo ben conservata, quella a destra il San Rocco guasto dall’umidità.
La chiesetta era, nel suo primo tempo, tutta dipinto o quantomeno il coro e la volta, ma le pitture scomparvero sotto la calce nei successivi restauri; difatti fu restaurata nel 1623 per opera dei canevari, oggi si direbbe dei fabbriceri, Lorenzo Mossini e Lorenzo Folini, quando cioè fu costruita, sul lato sud, la cappella a S. Defendente. In questa cappella come icona è un buon quadro rappresentante, a colpo d’occhio, S. Gregorio Magno, ma un pittore per vendere la tela con vantaggio o per non lasciar dubbioso il riguardante, in una targhetta sul quadro stesso ha scritto col pennello – S. Defendente – e ciò sia. Quella tela porta anche il nome dei donatori : Lorenzo Mossini e Giovanni fece fare per loro devozione -; è però senza data.
La chiesa aveva anche la sua campana ora deposta perché fusa, la quale porta la scritta di fuori “1690 Sancte Roche ora pro nobis – restaurata – da Giovanni e Lorenzo Folini”.
Lasciamo di correggere gli errori di questa dicitura, ben contenti che si conservi una data assicurante della preziosità dell’antico metallo e della rifusione avvenuta quando gli abitanti di Gaggio avevano già abbandonate le vetuste case lassù, come ho già dimostrato in “La Valtellina – N. 60 del 29 luglio p.p. e come dovrò ricordare fra poco. Di un altro restauro a questa chiesa ci avverte una scritta sulla fronte dell’anno 1757. il San Rocco di Gaggio ha anche delle piccole opere d’arte, cioè un paliotto di cuoio ornato di fregi in oro, l’astuccio del vasetto degli oli santi, la busta d’un calice e la rilegatura, in tutto cuoio, di un messale: oggetti sempre cari benché comuni nel seicento. Fuori della chiesa e vicino alla
facciata sta coricato in terra un grosso blocco di pietra con un levigato concavo, che potrebbe ricordare un’antica macina romana, ma, posto là, ha servito certamente come si è trovato in altri luoghi per vaso nell’acqua benedetta del cinquecento."
Rimettiamoci in cammino: i tornanti proseguono, e nella salita sul fianco meridionale del monte Granda, segnato da un recente rovinoso incendio, superiamo diverse baite.
È però anche possibile accorciare l’itinerario imboccando il vecchio sentiero (in diversi punti un po’ sporco o non ben visibile), che, attraversando diverse selve, taglia in più punti la strada. Alcune soste permettono interessanti osservazioni panoramiche: verso est si vede bene il maggengo di Our, sopra Buglio in Monte, con le baite di Our di Cima e Our di Fondo. Verso sud, invece, si scorgono la cima della Zocca (nella verticale sopra l’abitato della Sirta) e, più a destra, l’elegante pizzo della Scala, in val di Tartano. Ancora più ad ovest, si riconoscono, al culmine dei monti che sovrastano Talamona, le cime gemelle dei monti Pisello e Culino.
Eccoci, infine, alle prime baite dei prati di Erbolo, i cui prati raggiungono, nella parte più alta, i 1174 metri. Se siamo partiti da Gaggio, abbiamo superato 600 metri di dislivello, in un tempo di poco inferiore alle due ore. È ovvio che la salita ad Erbolo può essere anche un bel percorso per gli amanti
della mountain-bike. Erbolo, poi, può essere punto di partenza per altre interessanti escursioni. Le direttrici sono due.
Quella verso sud-ovest (sinistra), conduce ai Prati di Lotto. Per trovare la partenza del sentiero dobbiamo risalire il breve ma ripido prato che si trova appena prima che la strada termini, in corrispondenza del solco di un valloncello. Il sentiero passa a monte delle baite più alte, prima di addentrarsi nel bosco, o meglio, di quello che resta di un bellissimo bosco. La traversata che, facendoci perdere gradualmente quota, conduce alla pista forestale incompiuta che sale da Lotto è, infatti, una specie di via crucis per chi, conoscendo questi scenari prima del rovinoso incendio della primavera del 1998, si ritrova a dover percorrere una sorta di landa desolata ed inselvatichita dal proliferare della bassa vegetazione.
La seconda direttrice, verso nord-est (destra), è costituita da una pista appena meno desolante: anche qui le piaghe lasciate dall’incendio sono ben visibili, anche se non hanno determinato la totale scomparsa delle piante ad alto fusto. Essa permette di salire, in circa un’ora e mezza, all’alpe Granda, oppure di raggiungere, in un tempo leggermente superiore, il maggengo di Our di cima.
Fino a qualche tempo fa si doveva imboccare un marcato sentiero che partiva dall’estremità di nord-est dei prati, descrivendo una lunga diagonale lungo il fianco ferito della montagna. Superati alcuni valloncelli, si doveva prestare attenzione, a quota 1280 circa, a non perdere la deviazione a sinistra che lasciava la traccia principale (la quale, peraltro, dopo essere passata poco sopra le baite Campione - m. 1394 -, si perdeva nei boschi nei quali passa il confine fra i comuni di Ardenno e Buglio in Monte). Oggi, al posto del sentiero si trova una larga pista sterrata, che descrive una lunga diagonale, giunge a toccare la strada che da Buglio sale al maggendo di Our di Cima (nel tratto compreso fra questo ed il sottostante maggendo di Our di Fondo) e, dopo alcuni tornanti, raggiunge il limite dell'alpe Granda.
Il vecchio sentiero per Granda, invece, dopo un tornante destrorso iniziava una lunga diagonale verso destra, che lo portava ad intercettare il più marcato sentiero che congiungeva il maggengo di Our di Cima all’alpe Granda, in corrispondenza di un casello dell’acqua.
Percorso per un breve tratto verso nord-ovest (sinistra) il sentiero, si usciva dal bosco, raggiungendo l’alpe Granda presso baita solitaria, nello stesso punto raggiunto ora dalla nuova pista. Alle spalle della baita una traccia di sentiero permette di salire, verso sinistra, alla cima di Granda, a 1708 metri. Se, invece, ci si dirige verso destra, in direzione del limite del bosco nel quale si inoltra il sentiero per l'alpe Scermendone, si trova il nuovo rifugio Alpe Granda, posto sul limite nord-orientale dell'alpe.
Vale la pena di ricordare che la nuova pista permette una bellissima, anche se faticosa, salita in mountain-bike da Ardenno (o, per risparmiare circa 300 metri di dislivello, da Gaggio) fino all'Alpe Granda. Se, poi, non vogliamo scendere per la medesima via di salita, possiamo lasciare la pista per Erbolo, staccandoci da esso sulla sinistra, laddove questa tocca la strada Buglio-Our di Cima, e sfruttando quest'ultima per una comoda discesa a Buglio. Il ritorno ad Ardenno avviene facilmente sulla strada asfaltata che scende ad intercettare la provinciale Valeriana Ardenno-San Pietro.
Se, però, abbiamo lasciato l'automobile a Gaggio possiamo portarci al limite alto occidentale di Buglio, imboccando un sentiero, parzialmente ciclabile, che scende al torrente Gaggio in corrispondenza del Mulino Vismara, risalendo sul versante opposto fino ad intercettare la pista Gaggio-Erbolo, poco a monte di Gaggio.
Raccontiamo, infine, un'interessante quanto poco noto itinerario alternativo per salire ad Erbolo da Gaggio. Imboccata la pista per Erbolo, saliamo fino al punto in cui questa passa vicino al torrente Gaggio, nei pressi del nuovo ponte in cemento e della pista che porta a Buglio. In corrispondenza della brusca svolta con la quale la pista per Erbolo piega a sinistra, lasciamola, senza però seguire la pista per Buglio, ma seguendo una pista secondaria che sale parallela all'alveo del torrente, rimanendo alla sua sinistra.
Dopo un primo tratto, dobbiamo prestare attenzione, alla nostra sinistra, per scorgere la partenza di un sentierino che sale, ripido, fino a guadagnare il filo del dosso che si trova alla nostra sinistra (ovest). Non è facile trovarlo, ma l'occhio esperto non si farà trarre in inganno.
Il sentiero, che nel primissimo tratto supera anche un passaggio reso un po' difficoltoso da un piccolo smottamento, corre all'inizio verso sinistra, poi, raggiunto il filo del dosso, piega a destra e sale diritto, seguendolo, fino ad intersecare, a quota 980 circa (quindi dopo aver guadagnato approssimativamente 250 metri di quota), un secondo sentiero che corre con direzione perpendicolare, da nord-est a sud-ovest.
Dobbiamo ora seguire questo secondo sentiero verso sinistra: dopo aver attraversato un valloncello, raggiungeremo, così, il limite nord-orientale dei prati di Rüìna (cioè di Rovina). Il nome del luogo si spiega tenendo presente che è circondato da valloncelli scoscesi ed interessati da movimenti franosi. Una baita solitaria, a quota 960, sembra persa, qui, alla deriva in qualche spiaggia dimenticata dal tempo.
A questi prati possiamo giungere anche per altra via, cioè seguendo la pista Gaggio-Erbolo e lasciandola, a quota 880 metri, quando incontriamo, ad un tornante sinistrorso, un largo sentiero che se ne stacca sulla destra e comincia a salire gradualmente, tagliando il fianco boscoso e ripido del monte.
Il sentiero, che nell'ultima parte si restringe e supera un punto un po' esposto ed uno smottamento, ci porta nel cuore di un vallone, in corrispondenza di una griglia in cemento. Oltrepassata la griglia e percorso un breve tratto sul lato opposto del vallone, raggiungiamo il limite sud-occidentale dei prati. Ovviamente questo percorso può essere sfruttato, in senso contrario, per scendere dai prati alla strada Gaggio-Erbolo e salire lungo essa fino ad Erbolo.
Se amiamo l'avventura, invece, possiamo iniziare una salita a vista, partendo dalla parte superiore dei prati, verso nord-est. Prima del rovinoso incendio del 1998 la salita tagliava uno splendido bosco di faggi e pini. Ora attraversa una boscaglia selvaggia e disordinata, che offre uno spettacolo ben triste e desolante. Oltrepassata, con un po' di fatica, la fascia boscosa, usciamo in un terreno più aperto. Proseguiamo, ora, la salita, rimanendo più o meno al centro del largo dosso. Alla fine intercettiamo la pista Erbolo-Granda, ad una quota approssimativa di 1180 metri, poco sopra il punto di partenza.
Una breve discesa verso sinistra ci conduce alla meta, cioè al limite nord-orientale dei prati di Erbolo.



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