Campane su YouTube: Ardenno 1, 2, 3, 4, 5, 6; Biolo 1, 2, 3, 4; Gaggio 1, 2; Pioda; Masino


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Apri qui una videomappa sul versante retico da Ardenno a Berbenno

Ogni paese valtellinese ha il suo alpeggio. L’alpe Granda ("alp grènda") è l’alpe di Ardenno, ed il suo punto di massima elevazione è la cima di Granda, quotata 1708 metri (o, secondo alcune carte, 1705 metri). Fino a qualche decennio fa era sfruttata intensamente, e permetteva di caricare 60 capi di bestiame.
Nell'estimo generale della Valtellina del 1531 la valutazione dell'alpeggio è ancora maggiore: 150 mucche caricate, per un valore di 30 lire (una lira corrispondeva a 20 soldi ed a 240 denari).
I suoi prati disegnano una lunga striscia, lungo la direttrice sud-ovest – nord-est, adagiata sul lungo e splendido crinale che, dalla
cima di Vignone, passando per l’alpe Scermendone, l’alpe Granda, il Sas del Tii ed i prati di Lotto, scende a dividere l’imbocco della Val Masino dalla piana di Ardenno. Sul limite sud-occidentale dell’alpe si trova anche il rifugio Alpe Granda (che ha subito due incendi),
anche se è in progetto il suo spostamento sul limite opposto.
La gestione dell'alpeggio, di decisiva importanza per l'economia dei secoli passati, era affidata ad una serie di figure fra le quali si istituiva una gerarchi netta. Al vertice stava il caricatore, cui le famiglie dei "lacée", cioè dei contadini che possedevano mucche, affidavano i capi di bestiame. Veniva, poi, il casaro, alla cui sapiente arte era affidata la confezione dei prodotti d'alpe, formaggi e burro. Seguivano il capo-pastore ed i pastori, che, coadiuvati anche da abili cani, sorvegliavano il bestiame e ne governavano gli spostamenti, stando attenti che nessuna mucca cadesse nei dirupi (il che rappresentava un vero e proprio dramma). Infine, i più giovani fungevano da cavrèe (pastori di capre) e cascìn (garzoni d'alpe, cui erano affidati i compiti più umili, in genere ragazzini affidati dalle famiglie ai caricatori d'alpe nella stagione estiva). Nella vita d'alpeggio, che iniziava ai primi di giugno e durava 80-83 giorni, due momenti rivestivano un'importanza particolarissima: il ventottesimo ed il cinquantaseiesimo giorno si effettuava la pesa, cioè si pesava il latte prodotto da ciascuna mucca, alla presenza del proprietario, per pattuire, su tale base, il compenso che a questi andava corrisposto.


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DA OUR A GRANDA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Our - Alpe Granda
1 h e 15 min.
380
T
SINTESI. Raggiunta Buglio in Monte, saliamo seguendo l'indicazione per i maggenghi, verso la parte alta di sinistra del paese, su una carozzabile che porta a Our di Fondo. Proseguiamo verso Our di Cima: all'ultimo tornante dx prima di questo maggengo, troviamo una pista che se ne stacca sulla sinistra. Parcheggiata qui l'automobile (m. 1300), ci incamminiamo sulla pista sterrata che, dopo pochi tornanti, porta all'alpe Granda (m. 1680). Raggiunto l'alpeggio, pieghiamo a destra, scendiamo ad una conca con un baitello isolato e, poco più in alto, a destra, vediamo il rifugio Alpe Granda.

Una pista tagliafuoco, che sale dalla strada Our di Fondo-Our di Cima, sopra Buglio, permette oggi di salirvi con mezzi motorizzati o in mountain-bike, anche se vale la pena percorrere almeno 45 minuti di cammino (dal punto nel quale la pista si stacca sulla sinistra, ad un tornante dx, dalla strada per Our di Cima) per raggiungerne il limite orientale. Il vecchio e glorioso sentiero che saliva dai Prati di Erbolo, sopra Ardenno (e che si stacca dalla nuova pista tagliafuoco Erbolo-Granda poco dopo la sua partenza, sulla sinistra) è stato ridotto in condizioni pessime: invaso da una vegetazione debordante, era praticamente impossibile da percorrere (buona parte della splendida pecceta nel quale saliva, oltretutto, è stata letteralmente mandata in fumo dal rovinoso incendio del 2003, che ha conferito a tutto il versante fra Erbolo e Granda un aspetto che definire desolato è dir poco). Per fortuna è stato recentemente ripulito ed ora è di nuovo fruibile.


Croce all'alpe Granda

Giunti al termine della pista, ci troviamo nella parte nord-orientale dell'alpe: prendendo a destra in pochi minuti giungiamo in vista del nuovo rifugio Alpe Granda (m. 1680), che all'inizio resta nascosto dietro un poggio boscoso, mentre prendendo a sinistra ci possiamo portare ad una bella croce panoramica da cui si domina quasi interamente la catena orobica. Possiamo anche procedere alla vicina e poco marcata elevazione della cima di Granda (m. 1705), scendendo poi alla parte sud-occidentale dell'alpe, dove si trovano i resti delprecedente rifugio Alpe Granda, devastato da un incendio.


Il limite sud-occidentale dell'alpe Granda

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DA ERBOLO A GRANDA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Erbolo - Alpe Granda
1 h e 30 min.
500
E
SINTESI. Da Ardenno saliamo alla frazione Gaggio e di qui su pista carozzabile ai maggenghi di mezza montagna: superata una galleria paramassi, la pista raggiunge la valle del Gaggio (dove ignoriamo una deviazione a destra) e piega a sinistra tornando sul fianco montuoso. Superata san Rocco, termina ai prati di Erbolo (m. 1178). Qui parte una pista chiusa al traffico motorizzato, che effettua un lungo traverso e si congiunge con la più frequentata pista che sale dall'ultimo tornante della pista per Our di Cima: può essere sfruttata per salire a Granda a piedi o in mountain-bike. A chi sale a piedi conviene però sfruttare il vecchio sentiero, che si stacca dalla pista poche decine di metri dalla sua partenza da Erbolo, iniziando a salire su un versante devastato dall'incendio del 1998. Dopo un lungo traverso, il sentiero scarta bruscamente a sinistra (attenzione a non perdere la svolta, anche perché è rimasta una traccia che prosegue diritta, per poi perdersi quasi subito nella boscaglia). Dopo qualche tornante il sentiero riprende a salire verso destra ed entra in una splendida pineta, proseguendo a salire ripido e diritto, fino ad intercettare la pista Our-Granda poco prima del suo termine, ad un casello dell'acqua. Procedendo verso sinistra, in breve siamo sul limite dell'alpe Granda e, procedendo a destra, al rifugio Alpe Granda (m. 1680).

L’escursione che ha come meta l’alpe può seguire quattro diversi itinerari. Uno di questi parte da Erbolo. E' stato infatti di recente recuperato lo storico sentiero di accesso dai maggenghi sopra Ardenno a Granda, nonostante l'azione devastatrice dell'incendio del 1998.
Da Ardenno saliamo alla frazione Gaggio e di qui su pista carozzabile ai maggenghi di mezza montagna: superata una galleria paramassi, la pista raggiunge la valle del Gaggio, doe da essa si stacca sulla destra una pista che sale ai maggenghi di Buglio. Noi restiamo sulla pista principale, che piega a sinistra tornando sul fianco montuoso. Superata san Rocco, termina ai prati di Erbolo (m. 1178). Qui parte una pista sterrata chiusa al traffico motorizzato, che effettua un lungo traverso e si congiunge con la più frequentata pista che sale dall'ultimo tornante della pista per Our di Cima: può essere sfruttata per salire a Granda a piedi o in mountain-bike.


Sentiero in pineta per Granda

A chi sale a piedi conviene però sfruttare il vecchio sentiero, che si stacca dalla pista poche decine di metri dalla sua partenza da Erbolo, iniziando a salire su un versante devastato dall'incendio del 1998. Dopo un lungo traverso, il sentiero scarta bruscamente a sinistra (attenzione a non perdere la svolta, anche perché è rimasta una traccia che prosegue diritta, per poi perdersi quasi subito nella boscaglia). Dopo qualche tornante il sentiero riprende a salire verso destra ed entra in una splendida pineta scampata all'incendio del 1998, proseguendo a salire ripido e diritto, fino ad intercettare la pista Our-Granda poco prima del suo termine, ad un casello dell'acqua. Procedendo verso sinistra, in breve siamo sul limite dell'alpe Granda e, procedendo a destra, ci portiamo in vista del rifugio Alpe Granda (m. 1680), che all'inizio resta nascosto alla vista da un poggio boscoso.


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DA LOTTO A GRANDA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Prati di Lotto - Alpe Granda
3 h
780
E
SINTESI. Da Ardenno saliamo in Val Masino, fino alla deviazione a destra per Biolo, che imbocchiamo, salendo verso il paesino. Dopo l'ultimo tornante sx, ci portiamo in vista della chiesa della B.V. Assunta di Biolo, ma prima di raggiungerla vediamo a destra la deviazione per Piazzalunga e Lotto. La imbocchiamo e saliamo su una stradina a Piazzalunga. Oltrepassato il paese, la strada taglia a sinistra, passa a fianco del bacino della Pioda e porta ad un bivio. Ignorata la strada che scende a sinistra verso la Pioda, proseguiamo salendo verso destra. Dopo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx-sx, raggiungiamo i Prati di Lotto. Dopo aver parcheggiato presso la casa dei custodi del bacino idroelettrico (dove finisce la strada asfaltata, m. 960), torniamo indietro per una ventina di metri ed imbocchiamo una strada sterrata sulla destra, seguendola in discesa fino ad un bivio, al quale prendiamo a destra. Proseguiamo, fra il bacino idroelettrico a destra ed n ampio prato a sinistra, superando una fontana e portandoci alle baite più alte, fino ad un bivio, al quale prendiamo a destra, fino alla sorgente segnalata come "Puz Feràa". Qui vediamo un sentierino che sale verso sinistra nel bosco, intercettando presso un rudere un altro sentiero, e proseguendo nella salita sul versante boscoso fino al Sas del Tìi (attenzione a non perderlo nella faggeta: riparte nella parte alta di destra, per poi volgere di nuovo a sinistra). Un ultimo ripido corridoio ci introduce al Sas del Tìi (m. 1280). Siamo sul crinale fra Val Masino e bassa Valtellina, e proseguiamo seguendolo. La traccia non è sempre ben visibile, ma con attenzione non la si perde. Superiamo una fascia di rocce cercando il percorso più razionale e guadagnamo quota fra i segni del rovinoso incendio del 1998. Ignorata la deviazione a sinistra che scende al Prato Tabiate, giungiamo in vista della pineta, che il sentiero risale tenendosi più o meno al centro, fino ad uscirne sul limite sud-occidentale dell'alpe Granda, in corrispondenza dei resti dell'ex-rifugio (m. 1630). Salendo su traccia di sentiero superiamo una breve fascia boscosa e ci portiamo in vista delle roccette della cima di Granda (m. 1705). la successiva discesa passa accanto a due baite e procede in vista del già ben visibile rifugio Alpe Granda, che raggiungiamo dopo una breve risalita (m. 1680).

Vediamo ora come salire a Granda dai prati di Lotto, ai quali si può salire in automobile. Prima della località Ponte del Baffo si incontra, sulla statale di Val Masino, la deviazione a destra per Biolo (termine che deriva da “betulleus”, quindi da betulla) e Lotto. Seguendola, si raggiunge, dopo pochi tornanti, Biolo. Dopo l’ultimo tornante si giunge in vista della chiesa, ma, invece di proseguire nella sua direzione, si imbocca una deviazione che sale, a destra, verso la frazione di Piazzalunga. La strada è molto panoramica e porta in breve alla frazione, che, posta a 676 metri, rappresenta una sorta di belvedere sulla media Valtellina.
Lasciata alle spalle la sua chiesetta di S. Abbondio, la strada riprende a salire, con alcuni tornanti, verso la
località Prati di Lotto, dove si può lasciare l’automobile, per seguire una stradina che, fiancheggiando il lato meridionale di un bacino Enel, conduce alle baite collocate sul limite di nord ovest dei prati, a 978 metri.
Il bacino rimane alle spalle, quando si raggiungono e superano le ultime baite, imboccando poi un sentierino che si dirige a nord-est (destra), portando al Poz Feràa, una sorgente segnalata da un cartello. Dalla sorgente si imbocca, sulla sinistra, un nuovo sentiero, segnalato da un cartello, che si dirige ad ovest, fino ad intercettare il sentiero che dalle ultime baite di Lotto sale direttamente verso il monte (si potrebbe sfruttare anche quest’ultimo, ma è più sporco e, in alcuni tratti, meno visibile).
Comincia, così, una salita più decisa, verso nord est, sul largo dosso che conduce al Sas del Tìi. Nel primo tratto la salita avviene in un rado bosco, che crea un’atmosfera quasi fiabesca. Poi si incontra una fastidiosa fascia di ginestre, nella quale il sentiero si inoltra sul lato destro (attenzione a non perderlo, perché la salita
a vista nella macchia di ginestre sarebbe oltremodo difficoltosa; ginestre ed ontani sono specie nemiche, da sempre, degli escursionisti). Superata la fastidiosa fascia di ginestre, il sentiero, con qualche ripido e secco tornante, guadagna un ultimo corridoio, spesso riempito da foglie secche, che adduce alla pianeta terminale del dosso: si tratta del Sas del Tii, a quota 1283, dove il bel panorama di cui si gode sulla media Valtellina è, almeno in parte, rovinato dagli evidenti segni della devastazione provocata dal rovinoso incendio del 1998. Sul lato opposto (alla nostra sinistra), incorniciata dagli scheletri di alcuni alberi, è ben visibile la valle di Spluga, laterale della bassa Val Masino, che culmina con i passi gemelli di Primalpia e Talamucca.
Il sentiero prosegue sul desolato crinale che separa la Valtellina dalla Val Masino. Dopo un primo tratto quasi pianeggiante (dove si incontra, prestando attenzione, la segnalazione, su un albero, della deviazione a sinistra per il prato Tabiate), si giunge ad una fascia caratterizzata da alcune formazioni rocciose, che debbono essere sormontate, anche con qualche passaggio che, pur non essendo pericoloso, richiede un certo impegno e molta attenzione. Sul versante orientale il panorama della Val Masino raggiunge ora la cima del Cavalcorto (il famoso e caratteristico cannone del Cavalcorto), il pizzo Cengalo ed i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr). Prima di entrare nella pineta, è già visibile, il percorso supera il punto più stretto e suggestivo del crinale, esposto su entrambi i versanti: qui solo pochi decimetri di crinale separano la Val Masino dalla media Valtellina.
Superato il punto più stretto, il crinale si allarga ed il sentiero lascia lo scenario un po’ spettrale, caratterizzato da scheletri d’alberi, bassa vegetazioni e massi, per entrare in una riposante pineta, dalla quale esce, alla fine, nei pressi del vecchio rifugio dell’alpe Granda, a 1630 metri.
Salendo oltre l'ex-rifugio, si raggiunge, in breve, la cima di Granda (1705 o 1708 metri), per poi scollinare tranquillamente al già ben visibile rifugio Alpe Granda (m. 1680). Dai prati di Lotto alla cima dobbiamo calcolare circa 750 metri di dislivello e tre di cammino. Dalla cima si gode di una bella visuale sul gruppo del Masino: si individuano bene, da sinistra, il pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc'), la cima del Cavalcorto (che nasconde il pizzo Badile), il pizzo Cengalo, i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr) e la cima di Zocca. Verso nord est si vedono, invece, la costiera Remoluzza-Arcanzo ed il monte Disgrazia. In direzione ovest sono sempre ben visibili la cime del Desenigo, in valle di Spluga, e l’aspra costiera che separa la Val Masino dalla valle Merdarola. A nord-est della cima si stende l’alpe Granda, che termina ai piedi del boscoso versante sud-occidentale del pizzo Mercantelli (sciöma dè Mercantéi, m. 2070), a destra del quale si intravede, in lontananza, il pizzo Bello. Verso sud-est lo sguardo si perde nella teoria delle cime orobiche e, sullo sfondo, nel gruppo dell’Adamello.


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DA VALBIORE A GRANDA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Valbiore - Alpe Granda
1 h e 30 min.
480
E
SINTESI. Da Ardenno saliamo in Val Masino, e portiamoci a Cataeggio. Alla successiva frazione di Filorera, dopo la stretta a sinistra della chiesetta di San Gaetano, lasciamo la strada per San Martino prendendo a destra. Appena prima del ponte troviamo il distributore di ticket per l'accesso alla Valle di Preda Rossa con autoveicoli. Con il ticket saliamo sulla strada che porta a Valbiore
e qui parcheggiamo. Proseguiamo a piedi sul ponte del torrente di Preda Rossa e sulla carozzabile che dopo un tratto verso destra piega a sinistra, fino a trovare il cartello che indica la partenza del sentiero per il rifugio Alpe Granda. Lasciamo la carozzabile e saliamo verso destra, imboccando il sentiero che effettua un lungo traverso nel bosco verso sud e poi sud-ovest, uscendo infine alla parte bassa dei prati della località Taiada. Procediamo salendo diritti alle spalle delle baite, che sono poste sulla parte bassa dei prati: una traccia di sentiero rientra in pineta e sale verso est, con alcuni tornanti, fino ad approdare all'alpe Granda, sul limite nord-orientale, non lontano dal rifugio Alpe Granda, che raggiungiamo tagliando i prati e passando accanto ad una vasca in cemento e ad un baitello.

Il quarto itinerario di accesso all'alpe Granda parte dall località Valbiore, in Valle di Preda Rossa, la località celebre per l'enorma frana staccatasi due volte dal versante della montagna. La raggiungiamo seguendo la strada che da Filorera sale a Preda Rossa (previo acquisto di un ticket; tariffa 2015: 5 Euro).
Da Ardenno, dunque, saliamo in Val Masino, e portiamoci a Cataeggio. Alla successiva frazione di Filorera, dopo la stretta a sinistra della chiesetta di San Gaetano, lasciamo la strada per San Martino prendendo a destra. Appena prima del ponte troviamo il distributore di ticket per l'accesso alla Valle di Preda Rossa con autoveicoli. Con il ticket saliamo sulla strada che porta a Valbiore e qui parcheggiamo appena prima del ponte.
Proseguiamo a piedi sul ponte del torrente di Preda Rossa e sulla carozzabile che dopo un tratto verso destra piega a sinistra, fino a trovare il cartello che indica la partenza del sentiero per il rifugio Alpe Granda. Lasciamo la carozzabile e saliamo verso destra, imboccando il sentiero che effettua un lungo traverso nel bosco verso sud e poi sud-ovest, uscendo infine alla parte bassa dei prati della località Taiada, dai quali si gode di un ottimo colpo d'occhio sulla Val Masino. Procediamo salendo diritti alle spalle delle baite, che sono poste sulla parte bassa dei prati: una traccia di sentiero rientra in pineta e sale verso est, con alcuni tornanti, fino ad approdare all'alpe Granda, sul limite nord-orientale, non lontano dal rifugio Alpe Granda, che raggiungiamo tagliando i prati e passando accanto ad una vasca in cemento e ad un baitello.


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SENTIERI DALL'ALPE GRANDA (ANELLO LOTTO-GRANDA)

Se torniamo alla discesa dalla cima di Granda, teniamo presente che proseguendo verso nord-est, si incontrano alcune due baite; nell’ultimo tratto dell’alpe, prima dell’ultima baita, si trovano cartelli indicatori che segnalano un trivio: verso nord-est si imbocca il sentiero che porta all’alpe Scermendone, verso est quello che porta alla Merla e infine, verso sud-ovest, quello che scende alle baite Taiada. Proseguendo, poi, in direzione dei boschi nei quali si addentra il sentiero per Scermendone, raggiungiamo una vasca per la raccolta dell'acqua e, poco oltre, troviamo, seminascosto dietro una macchia, il rifugio Alpe Granda. Esso si trova sul percorso del Sentiero Italia, che sale all'alpe Granda dalla località Valbiore (valbiórch), in Valle di Sasso Bisolo, e dalle baite Taiada, proseguendo, poi, nella salita all'alpe Scermendone, dove si trova l'omonimo bivacco.
C’è una quarta possibilità, non segnalata: portandosi verso il lato opposto del crinale dell’alpe, in direzione di una baita isolata, dove si trovava, un po’ più in basso, sul limite del bosco, alla sua sinistra, il largo sentiero che effettuava la traversata fino al maggengo di Our di Cima, sopra Buglio. Nel primo tratto del sentiero, in corrispondenza di un casello dell’acqua, si trovava la deviazione a destra che scende ad intercettare il sentiero che sale da Erbolo. Ora si trova, invece, una larga pista sterrata, che scende, con qualche tornante, fino ai prati di Erbolo, toccando la pista gemella che da Buglio sale al maggengo di Our di Cima in un punto approssimativamente a metà fra questo ed il maggendo di Our di Fondo. Questo itinerario può essere sfruttato per chiudere un bell’anello: scesi ad Erbolo, infatti, si può percorrere il sentiero segnalato che parte dalla baite più alte e scende gradualmente fino ad una pista forestale incompiuta, percorrendo la quale si torna ai prati di Lotto.
Ma anche scendendo alle baite Taiada si potrebbe, in teoria, chiudere un anello, anche se più modesto. Il sentiero si trova sul limite del bosco, sul versante della Val Masino, non lontano dalla ben visibile vasca di raccolta dell’acqua posta sul limite di nord-est dell’alpe. Lo si trova, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi, prestando attenzione e seguendo i fili metallici posti per evitare lo sconfinamento del bestiame (se non lo si trova, si eviti di scendere a vista ne, bosco: il versante è insidioso). Il tracciato, segnalato da qualche raro segnavia rosso-bianco-rosso, scende deciso ai ripidi prati sul cui limite inferiore sono poste le baite Taiada (m. 1494). Dalle baite partono due sentieri: il primo, a destra, scende alla strada che, dalla località Valbiore (valbiórch), sale all’alpe di Sasso Bisòlo; il
secondo, a sinistra, effettua una lunga traversata fino al prato Tabiate, dal quale si può proseguire fino a riguadagnare il crinale poco sopra il Sas del Tìi. Il problema è che questo sentiero, poco oltre le baite, finisce per perdersi per un buon tratto, per cui solo se si è esperti dei boschi si riesce a ritrovarne, più avanti, la traccia: se non lo si è, è del tutto sconsigliabile avventurarsi in traversate a vista.
Torniamo al trivio dell’alpe Granda: restano da individuare due sentieri. Il più facile è la pista che sale verso Scermendone, addentrandosi in un bellissimo bosco di conifere, in direzione nord-est. Da Scermendone l'escursione può poi proseguire e culminare nella salita alla cima di Vignone o al pizzo Bello, ma anche scendere a Scermendone basso, traversare a Preda Rossa e di qui sailre al rifugio Ponti.
Il secondo, che conduce all’alpe Merla (posta sulla verticale sopra Our di Cima), richiede un po’ più di pazienza per essere trovato: parte poco oltre una marcata conca, in prossimità del limite del bosco, più in basso rispetto al primo.
Queste, quindi, sono le quattro possibilità che si offrono a chi, dall’alpe, volesse proseguire la sua escursione. Se però si optasse per la soluzione più semplice, quella cioè di tornare sui proprio passi, non si dimentichi di prestare attenzione, al Sas del Tìi, per ritrovare il corridoio che si restringe nel sentiero per i prati di Lotto: è facile, infatti, se non si osserva bene, sbagliare direzione, il che espone a problematiche discese a vista su versanti non agevoli.
Ricordiamo che all'alpe si può anche salire da Erbolo, anche in mountain-bike, sfruttando la nuova pista, o, ancor più brevemente, dalla strada per Our di Cima, raggiungibile anche in automobile partendo da Buglio in Monte.


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TRAVERSATA DEGLI ALPEGGI RETICI

Ecco, infine, il racconto di una traversata che richiede esperienza escursionistica, dall'alpe Granda all'alpe Vignone, toccando tutti gli alpeggi posti all'approssimativa quota di 1700 metri nel territorio del comune di Buglio (Merla, Verdel ed Oligna). In realtà il tratto fino all'alpe Oligna non presenta problema alcuno, ed è un'ottima passeggiata, visto che comporta un dislivello minimo in altezza, alla portata di tutte le gambe. L'ultimo tratto, invece, da Oligna a Vignone, richiede sicura esperienza escursionistica, perché il sentiero, non lontano dlal'alpe Vignone, si perde, e bisogna procedere a vista nel bosco.


Il limite sud-occidentale dell'alpe Granda e l'ex-rifugio Granda

Punto di partenza, dunque, l’alpe Granda. La raggiungiamo salendo da Buglio ad Our di fondo e proseguendo fino all’ultimo tornante destrorso prima di Our di Cima (quota approssimativa: 1300 metri). Qui la carrozzabile tocca la pista sterrata che da Erbolo, sopra Ardenno, sale all’alpe Granda. Possiamo imboccare questa pista con l’automobile (c’è una sbarra, ma è sempre aperta), oppure, tenuto anche conto che il fondo è dissestato, lasciarla allo slargo del tornante ed incamminarci (la salita all’alpe richiede poco meno di un’ora di cammino). Salendo, passiamo dal comune di Buglio a quello di Ardenno (nel quale rientra l'alpe Granda). Al termine, raggiungiamo il settore nord-orientale dell’alpe, nei pressi di una baita solitaria.
Emozionante il panorama che si apre, improvviso: a destra della cima del Desenigo (m. 2845) e della selvaggia costiera Cavislone-Lobbia, lo scorcio della
Val Porcellizzo, della valle del Ferro, della val Qualido e della Valle di Zocca, con il pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc'm. 3075), la cima di Cavalcorto (m. 2763), il pizzo Cengalo (m. 3370), i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr) occidentale (m. 3267), centrale (m. 3289) ed orientale (m. 3199) e la cima di Zocca (m. 3174). Più a destra ancora, la costiera Arcanzo-Remoluzza ed il monte Disgrazia (m. 3678). Prendiamo, ora, a destra, in direzione del rifugio Granda (m. 1688), che ancora non vediamo, perché è nascosto da una macchia. Da rifugio parte la nostra traversata.
Non dobbiamo imboccare il sentiero (recentemente allargato a tratturo) che sale, ripido, verso il bosco, alla volta di Scermendone, ma un sentiero che procede quasi in piano, in direzione est-sud-est. Si tratta di un sentiero ben marcato, con fondo buono, che si immerge nel bosco, attraversa il vallone che scende verso sud-ovest dal pizzo Mercantelli (sciöma dè Mercantéi), ci riporta nel territorio del comune di Buglio e, dopo un ultimo tratto nel quale la vegetazione progressivamente si dirada, approda alla parte bassa del prato dell’alpe Merla, riconoscibile per la baita ristrutturata, sulla sommità di un cocuzzolo erboso (m. 1729).
L’alpe Merla è un crocevia, nel quale si intersecano due direttrici, quella ovest-est, che stiamo percorrendo nella traversata, e quella sud-nord: esiste, infatti, un sentiero segnalato che si stacca, sulla destra, dalla pista sterrata Our-Granda e sale, diretto, all’alpe, proseguendo, poi, con andamento sempre piuttosto ripido, fino ad intercettare, in corrispondenza di una croce di legno su un dosso, il tratturo che dall’alpe Granda sale a Scermendone. Ignoriamo questo sentiero (segnalato da un cartello che dà l’alpe Scermendone ad un’ora e 30 min.), e proseguiamo verso nord-est (imboccando il sentiero segnalato da un secondo cartello, che indica il Verdel), rientrando nel bosco, alla volta del terzo alpeggio, quello del Verdel. È, questo, il tratto più ripostante della traversata: il fondo del sentiero (che, singolarmente, non è segnalato sulla carta IGM) è ottimo, tanto che, per la maggior parte della traversata, potremmo percorrerlo a piedi nudi. L’andamento, poi, è molto regolare, con pochi saliscendi. Alla fine, dopo aver oltrepassato alcuni valloncelli che confluiscono, più in basso, nella Val Primaverta, raggiungiamo un singolare “crotto”, ricavato alla base di un grande masso: pochi passi ancora, e riemergiamo alla luce dell’alpe Verdel (m. 1716), dove si trovano diverse baite, divise in due gruppi.


Alpe Merla

Anche quest’alpe è un crocevia di sentieri lungo le direttrici ovest-est e sud-nord. Infatti dal maggengo di Our di Cima parte un sentiero che risale il dosso a monte dei prati, fino al punto in cui questo si restringe (si trova, qui, un passaggino che richiede attenzione, per superare un gruppo di roccette), per poi raggiungere il bel bosco di conifere che ricopre il caratteristico cocuzzolo che precede l’alpe, fino a portare alle baite più basse di questa. Il sentiero prosegue, poi, verso nord, piegando poi in direzione nord-est ed intercettando, dopo una lunga traversata, il sentiero che sale da Oligna verso Scermendone. Anche in questo caso, ignoriamo la direttrice sud-nord e proseguiamo verso nord-est, seguendo le indicazioni per l’alpe Oligna. La partenza del sentiero non è molto evidente: nel primo tratto, ancora all’aperto, passiamo nei pressi di una vasca per l’acqua. Anche il primo tratto nel bosco non è molto evidente, poi la traccia si fa più chiara. Il sentiero è meno riposante di quello Merla-Verdel, ma non presenta difficoltà: dopo aver raggiungo la quota 1770, attraversa la selvaggia parte alta della Valle della Làresa, per poi perdere leggermente quota, fino ai 1750 metri delle baite alte dell’alpe Oligna (o Olegna), più ampia delle due precedenti.
Terza alpe, terzo crocevia. Questa volta il sentiero che sale da sud proviene dal maggengo di Sessa, e prosegue, con debole traccia, in direzione nord-nord-est (non è segnalato né sulla carta IGM, né su quella Kompass), seguendo il filo del dosso a monte dell’alpe, fino ad uscire dal bosco di larici ad una quota di circa 1900 metri. Un’ulteriore breve salita sul ripido versante di prati ci porta ad intercettare il sentiero che, seguito verso sinistra, porta alla chiesetta di S. Quirico (m. 2131), sul limite nord-orientale dell’alpe Scermendone. La traversata con difficoltà appena escursionistica termina qui: il sentiero che prosegue verso nord-est, infatti, ha una traccia evidente solo nella prima parte della traversata, poi tende a perdersi. Ma di ciò diremo più avanti. Intanto preoccupiamoci del ritorno da Oligna all’alpe Granda.
Se non vogliamo tornare sui nostri passi, ci si offrono tre possibilità. Consiglio quella più bella e panoramica: la salita all’alpe Scermendone, che comporta circa un’ora di cammino. Avendo, finora, camminato senza affrontare significativi dislivelli in salita, non dovremmo accusare un’eccessiva fatica. Il sentiero per Scermendone entra nel bosco sul lato alto di sinistra dell’alpe (direzione nord). Dopo aver attraversato un valloncello, intercetta, poi, dopo alcuni serrati tornantini, a quota 1900 il più largo sentiero che sale dall’alpe Verdel. Proseguiamo, quindi, per un tratto verso ovest, poi, piegando a destra (direzione nord-nord-ovest), affrontiamo gli ultimi rapidi tornantini che ci portano, risalito un ripido versante di prati, all’edificio che serviva per il ricovero del bestiame all’alpe Scermendone (m. 2070). Intercettiamo, così, il più largo sentiero che sale dall’alpe Granda. Alla nostra destra è già ben visibile la chiesetta di S. Quirico. Presso il baitone, sulla destra, si trova anche, appena segnalata da una scritta malcerta, la sorgente legata all’acqua miracolosa che ridonò la vista al pastore disobbediente, che volle vedere l’immane incendio che incenerì i bellissimi pascoli ai piedi del Disgrazia, riducendoli ad un deserto di pietre rosse (Preda Rossa): si tratta della ben nota leggenda del monte Disgrazia o dei Corni Bruciati.
Dobbiamo, ora, incamminarci in direzione dell’alpe Granda (verso sinistra): prima, però, non può mancare una visita alla chiesetta, che, con la sua caratteristica campanella, sorveglia, nel silenzio secolare questi ultimi presidi della fatica e della meditazione umana. La discesa all’alpe Granda avviene seguendo il sentiero-tratturo che dal baitone punta verso sud-ovest, percorrendo un buon tratto di alpe, prima di immergersi nel bosco. È una discesa diretta: incontriamo solo una doppia coppia di brevissimi tornantini, prima di uscire dal bosco poco a monte del rifugio alpe Granda. Seguendo la pista sterrata, torniamo, infine all’automobile. Scorciatoia: se vogliamo abbreviare di una quarantina di minuti il cammino, una volta raggiunta la croce di legno sul tratturo, lasciamolo per prendere a sinistra il ripido sentiero che scende, per via direttissima, all’alpe Merla, e qui imbocchiamo di nuovo il sentiero che scende, diretto, fino ad intercettare la pista sterrata Our-Granda (attenzione, però, in questo caso, alle ginocchia!). Se siamo partiti da Our di Cima, calcoliamo di poter tornare all’automobile dopo circa 6 ore di cammino (il dislivello superato è di circa 950 metri).
La seconda via per la quale possiamo riguadagnare l’automobile è, invece, meno panoramica, ma anche meno faticosa. Dall’alpe Oligna torniamo all’alpe Verdel e qui, invece di imboccare il sentiero per la Merla, imbocchiamo quello che, alla sua sinistra, sulla parte bassa del prato, a destra della baita, si immerge nel bosco, iniziando la discesa in direzione sud-est. La traccia è sempre ben visibile (nonostante il sentiero non sia segnalato né sulla carta IGM, né su quella Kompass), e, superati diversi valloncelli, esce dal bosco in prossimità delle baite orientali più alte di Our di Cima (m. 1415). Non ci resta che percorrere un ultimo breve tratto in discesa sulla carrozzabile, e ci ritroviamo all’automobile. In questo caso il giro richiede circa 4 ore e mezza di cammino. Ulteriore possibilità: dall’alpe Oligna scendiamo, imboccando il marcato sentiero che parte nella parte inferiore dei prati (casello dell’acqua e cancelletto), al maggengo di Sessa (m. 1450), incontrando, anche, una curioso volto umano scolpito in un tronco. Da Sessa imbocchiamo, poi, verso destra la pista sterrata che attraversa la valle della Làresa e giunge ad intercettare la pista che sale dal Mele al Calec. Scendiamo per un tratto sulla pista, lasciandola al primo tornante sinistrorso, per salire alle baite del Mele, ad una quota approssimativa di 1290 metri. Portiamoci sul lato opposto del dosso: troveremo, segnalata da un cartello, la partenza di un sentiero che entra nel bosco e comincia una traversata in direzione nord-ovest. Oltrepassato il solco della Val Primaverta, il sentiero prosegue fino ad intercettare la carrozzabile che da Our di Fondo sale ad Our di Cima, al primo tornante sinistrorso dopo le baite di Our di Fondo (m. 1200). Seguendo la carrozzabile in salita, dopo circa un quarto d’ora raggiungiamo l’automobile.
Ora, però, torniamo all’alpe Oligna, per raccontare l’avventurosa traversata all’alpe Vignone. Avventurosa per i motivi già detti: il sentiero tende a perdersi, e, in un dedalo di valloncelli, vagare fuori sentiero non è il massimo della vita. Se capitasse, comunque, di perderlo, è meglio salire, puntando a raggiungere il limite superiore del bosco, dove passa il Sentiero Italia, da Scermendone all’alpe Oligna. È un peccato, comunque, che il sentiero Oligna-Vignone non sia ripulito e segnalato. Speriamo che qualcuno raccolga l’appello e lo renda disponibile per gli escursionisti: i luoghi attraversati sono davvero incantevoli. Mi è capitato di percorrerlo due volte. La prima ho imboccato, nella seconda parte, un falso sentiero che sedeva, prima di salire a recuperare il sentiero corretto. La seconda volta ho avuto più volte l’impressione di aver perso il sentiero. Mi sono annotato luoghi e sensazioni, e qui riporto queste annotazioni così come le ho perse.
Dalla parte alta dei prati di Oligna si prende a destra (non ci sono segnalazioni). Il sentiero scende di una ventina di metri, ed intercetta un secondo sentiero che proviene da destra, anch’esso da Oligna. Poco oltre, il sentiero ne intercetta un secondo, anch’esso da destra, a quota 1690 circa, in vista del primo vallone da attraversare. Prima del vallone c’è un passaggio un po’ esposto. Il vallone, a quota 1680, ha un ramo principale ed uno secondario. Oltre il vallone, c’è una leggera salita, un po’ esposta, prima che il sentiero rientri nel bosco. Attenzione: nel bosco si trova un bivio, al quale si prosegue prendendo il sentiero che sale, non quello che scende. Ci si riporta a quota 1720, poi il sentiero ridiventa pianeggiante e supera un valloncello nel cuore del bosco. Appena prima del valloncello c’è una grossa pianta sradicata. Poi il sentiero riprende a salire. La traccia è poco visibile; si incontra una nuova pianta sradicata sul sentiero e su un tronco sono segnati due segmenti verticali blu. Si guadagna quota 1740 e si alternano tratti pianeggianti e tratti in leggera salita; la traccia a tratti è visibile, a tratti si perde.
Poi il bosco si apre un po’, ed a quota 1770 si raggiunge una sorta di cunetta, con due massi a destra ed una fascia di roccette a monte (sinistra); di qui si vede bene, verso est, Prato Maslino. Poi si rientra nel bosco, si scende leggermente e si riprende a salire (c’è anche un masso che fa da scalino sul sentiero), fino ad un valloncello (m. 1760), che è anche una stupenda radura: in alto si vede una bella pineta. Poi la traccia sembra perdersi, ma, alzandosi di qualche metro, la si ritrova ad una nuova radura. Il sentiero torna a salire ed a quota 1780 sembra di nuovo perdersi. Siamo nella parte centrale dello stupendo dosso del Termine (dosso del Termen, detto così perché segna il confine fra i comuni di Buglio e
Berbenno). Il bosco è bellissimo, la traccia assai meno: in diversi punti sembra perdersi. È bene rimanere su quota 1780, senza scendere. Si apre, per la prima volta, uno spiraglio sull’alpe Vignone, la meta. Si sale un po’, fino a quota 1770, fino ad una radura, e la traccia si fa più visibile. Si apre uno scorcio sulla baita più bassa dell’alpe Vignone (rispetto alla quale siamo più bassi). Il sentiero supera un tratto un po’ esposto e conduce ad un nuovo vallone di quota 1780. Poi sale ancora. Si incontra una fascia di tronchi sul sentiero; la traccia sembra perdersi, ma a quota 1800, lieta sorpresa, ecco una radura ed un bel muretto a secco, segno inequivocabile che il sentiero è quello giusto. Si scende, quindi, all’aperto, fino a quota 1780 (tratto un po’ esposto), per poi tornare a salire, rientrando nel bosco. La traccia, ora, è molto chiara e sale con regolarità; a quota 1820 taglia due valloncelli, in successione. Uscito all’aperto, il sentiero attraversa, a quota 1880, il torrente che scende dall’alpe Vignone. Alla fine raggiunge la baita quotata 1925.
La traversata è conclusa: davanti ai nostri occhi si apre, a monte, lo splendido scenario dell’amplissima alpe. Scesi alla baita più bassa dell’alpe (m. 1881), imbocchiamo il largo sentiero che scende a Prato Maslino. Qui dovremmo trovare un’automobile ad attenderci. Calcoliamo, per la traversata Oligna-Vignone (tenendo conto che dobbiamo procedere con occhiuta cautela), un’ora e mezza circa di cammino (scarso è il dislivello: 170 metri circa). Speriamo che queste note inducano qualcuno a rendere più fruibile un percorso di alto significato e suggestione.

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