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Ogni
paese valtellinese ha il suo alpeggio. L’alpe Granda ("alp grènda") è
l’alpe di Ardenno, ed il suo punto di massima elevazione è
la cima di Granda, quotata 1708 metri (o, secondo alcune carte, 1705
metri). Fino a qualche decennio fa era sfruttata intensamente, e permetteva di caricare 60 capi di bestiame.
Nell'estimo generale della Valtellina del 1531 la valutazione dell'alpeggio è ancora maggiore: 150 mucche caricate, per un valore di 30 lire (una lira corrispondeva a 20 soldi ed a 240 denari).
I suoi prati disegnano una lunga striscia, lungo la direttrice sud-ovest
– nord-est, adagiata sul lungo e splendido crinale che, dalla
cima di Vignone, passando per l’alpe Scermendone, l’alpe
Granda, il Sas del Tii ed i prati di Lotto, scende a dividere l’imbocco
della Val Masino dalla piana di Ardenno. Sul limite sud-occidentale
dell’alpe si trova anche il rifugio Alpe Granda (che ha subito
due incendi), anche se è in progetto il suo spostamento sul limite
opposto.
La gestione dell'alpeggio, di decisiva importanza per l'economia dei secoli passati, era affidata ad una serie di
figure fra le quali si istituiva una gerarchi netta. Al vertice stava il caricatore, cui le famiglie dei "lacée", cioè dei contadini che possedevano mucche, affidavano i capi di bestiame. Veniva, poi, il casaro, alla cui sapiente arte era affidata la confezione dei prodotti d'alpe, formaggi e burro. Seguivano il capo-pastore ed i pastori, che, coadiuvati anche da abili cani, sorvegliavano il bestiame e ne governavano gli spostamenti, stando attenti che nessuna mucca cadesse nei dirupi (il che rappresentava un vero e proprio dramma). Infine, i più giovani fungevano da cavrèe (pastori di capre) e cascìn (garzoni d'alpe, cui erano affidati i compiti più umili, in genere ragazzini affidati dalle famiglie ai caricatori d'alpe nella stagione estiva). Nella vita d'alpeggio, che iniziava ai primi di giugno e durava 80-83 giorni, due momenti rivestivano un'importanza particolarissima: il ventottesimo ed il cinquantaseiesimo giorno si effettuava la pesa, cioè si pesava il latte prodotto da ciascuna mucca, alla presenza del proprietario, per pattuire, su tale base, il compenso che a questi andava corrisposto.

Una pista tagliafuoco, che sale dalla strada Our di Fondo-Our di Cima, sopra Buglio, permette oggi di salirvi con mezzi motorizzati, anche se vale la pena percorrere almeno 45 minuti di cammino (dal punto nel quale la pista si stacca sulla sinistra, ad un tornante dx, dalla strada per Our di Cima) per raggiungerne il limite orientale. Il vecchio e glorioso sentiero che saliva dai Prati di Erbolo, sopra Ardenno (e che si stacca dalla nuova pista tagliafuoco Erbolo-Granda poco dopo la sua partenza, sulla sinistra) è invece, purtroppo, oggi
ridotto in condizioni pessime: invaso da una vegetazione debordante, è praticamente impossibile da percorrere (buona parte della splendida pecceta nel quale saliva, oltretutto, è stata letteralmente mandata in fumo dal rovinoso incendio del 2003, che ha conferito a tutto il versante fra Erbolo e Granda un aspetto che definire desolato è dir poco).
L’escursione che ha come meta l’alpe può
seguire, dunque, oggi solo due diversi itinerari. Il primo ha come punto di partenza i
prati di Lotto, ai quali si può salire in automobile. Prima
della località Ponte del Baffo si incontra, sulla statale di
Val Masino, la deviazione a destra per Biolo (termine che deriva da “betulleus”, quindi da betulla) e Lotto. Seguendola, si
raggiunge, dopo pochi tornanti, Biolo. Dopo l’ultimo tornante
si giunge in vista della chiesa, ma, invece di proseguire nella sua
direzione, si imbocca una deviazione che sale, a destra, verso la frazione
di Piazzalunga. La strada è molto panoramica e porta in breve
alla frazione, che, posta a 676 metri, rappresenta una sorta di belvedere
sulla media Valtellina.
Lasciata alle spalle la sua chiesetta di S. Abbondio, la strada riprende
a salire, con alcuni tornanti, verso la
località Prati di Lotto,
dove si può lasciare l’automobile, per seguire una stradina
che, fiancheggiando il lato meridionale di un bacino Enel, conduce alle
baite collocate sul limite di nord ovest dei prati, a 978 metri.
Il
bacino rimane alle spalle, quando si raggiungono e superano le ultime
baite, imboccando poi un sentierino che si dirige a nord-est (destra),
portando al Poz Feràa, una sorgente segnalata da un cartello.
Dalla sorgente si imbocca, sulla sinistra, un nuovo sentiero, segnalato
da un cartello, che si dirige ad ovest, fino ad intercettare il sentiero
che dalle ultime baite di Lotto sale direttamente verso il monte (si
potrebbe sfruttare anche quest’ultimo, ma è più
sporco e, in alcuni tratti, meno visibile).
Comincia, così, una salita più decisa, verso nord est,
sul largo dosso che conduce al Sas del Tìi. Nel primo tratto la salita
avviene in un rado bosco, che crea un’atmosfera quasi fiabesca.
Poi si incontra una fastidiosa fascia di ginestre, nella quale il sentiero
si inoltra sul lato destro (attenzione a non perderlo, perché
la salita
a vista nella macchia di ginestre sarebbe oltremodo difficoltosa;
ginestre ed ontani sono specie nemiche, da sempre, degli escursionisti). Superata
la fastidiosa fascia di ginestre, il sentiero, con qualche ripido e
secco tornante, guadagna un ultimo corridoio, spesso riempito da foglie
secche, che adduce alla pianeta terminale del dosso: si tratta del Sas
del Tii, a quota 1283, dove il bel panorama di cui si gode sulla media
Valtellina è, almeno in parte, rovinato dagli evidenti segni
della devastazione provocata dal rovinoso incendio del 1998. Sul lato
opposto (alla nostra sinistra), incorniciata dagli scheletri di alcuni
alberi, è ben visibile la valle di Spluga, laterale della bassa
Val Masino, che culmina con i passi gemelli di Primalpia e Talamucca.
Il sentiero prosegue sul desolato crinale che separa la Valtellina dalla
Val Masino. Dopo un primo tratto quasi pianeggiante (dove si incontra,
prestando attenzione, la segnalazione, su un albero, della deviazione
a sinistra per il prato Tabiate), si giunge ad una fascia caratterizzata
da alcune formazioni rocciose, che debbono essere sormontate, anche
con qualche passaggio che, pur non essendo pericoloso, richiede un certo
impegno e molta attenzione.
Sul
versante orientale il panorama della Val Masino raggiunge ora la cima
del Cavalcorto (il famoso e caratteristico cannone del Cavalcorto),
il pizzo Cengalo ed i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr). Prima di entrare nella pineta,
è già visibile, il percorso supera il punto più
stretto e suggestivo del crinale, esposto su entrambi i versanti: qui
solo pochi decimetri di crinale separano la Val Masino dalla media Valtellina.
Superato il punto più stretto, il crinale si allarga ed il sentiero
lascia lo scenario un po’ spettrale, caratterizzato da scheletri
d’alberi, bassa vegetazioni e massi, per entrare in una riposante
pineta, dalla quale esce, alla fine, nei pressi del vecchio rifugio
dell’alpe Granda, a 1630 metri.
Salendo oltre l'ex-rifugio, si raggiunge, in breve, la cima di Granda
(1705 o 1708 metri). Dai prati di Lotto alla cima dobbiamo calcolare
circa 750 metri di dislivello e due ore e mezza-tre di cammino. Dalla
cima si gode di una bella visuale sul gruppo del Masino: si individuano
bene, da sinistra, il pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc'), la cima del Cavalcorto (che
nasconde il pizzo Badile), il pizzo Cengalo, i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr) e la
cima di Zocca.
Verso
nord est si vedono, invece, la costiera Remoluzza-Arcanzo ed il monte
Disgrazia. In direzione ovest sono sempre ben visibili la cime del Desenigo,
in valle di Spluga, e l’aspra costiera che separa la Val Masino
dalla valle Merdarola. A nord-est della cima si stende l’alpe
Granda, che termina ai piedi del boscoso versante sud-occidentale del
pizzo Mercantelli (sciöma dè Mercantéi, m. 2070), a destra del quale si intravede, in lontananza,
il pizzo Bello. Verso sud-est lo sguardo si perde nella teoria delle
cime orobiche e, sullo sfondo, nel gruppo dell’Adamello.
Proseguendo
verso nord-est, si incontrano alcune due baite; nell’ultimo tratto
dell’alpe, prima dell’ultima baita, si trovano cartelli
indicatori che segnalano un trivio: verso nord-est si imbocca il sentiero
che porta all’alpe Scermendone, verso est quello che porta alla
Merla e infine, verso sud-ovest, quello che scende alle baite Taiada.
Proseguendo, poi, in direzione dei boschi nei quali si addentra il sentiero
per Scermendone, raggiungiamo una vasca per la raccolta dell'acqua e,
poco oltre, troviamo, seminascosto dietro una macchia, il
nuovo e bellissimo
rifugio. Esso si trova sul percorso del Sentiero Italia, che sale all'alpe
Granda dalla località Valbiore (valbiórch), in Valle di Sasso Bisolo, e dalle
baite Taiada, proseguendo, poi, nella salita all'alpe Scermendone, dove
si trova l'omonimo bivacco.
C’è
una quarta possibilità, non segnalata: portandosi verso il lato
opposto del crinale dell’alpe, in direzione di una baita isolata,
dove si trovava, un po’ più in basso, sul limite del bosco,
alla sua sinistra, il largo sentiero che effettuava la traversata fino
al maggengo di Our di Cima, sopra Buglio. Nel primo tratto del sentiero,
in corrispondenza di un casello dell’acqua, si trovava la deviazione
a destra che scende ad intercettare il sentiero che sale da Erbolo.
Ora si trova, invece, una larga pista sterrata, che scende, con qualche
tornante, fino ai prati di Erbolo, toccando la pista gemella che da
Buglio sale al maggengo di Our di Cima in un punto approssimativamente
a metà fra questo ed il maggendo di Our di Fondo. Questo itinerario
può essere sfruttato per chiudere un
bell’anello: scesi
ad Erbolo, infatti, si può percorrere il sentiero che parte dalla
baite più alte e scende gradualmente fino ad una pista forestale
incompiuta, percorrendo la quale si torna ai prati di Lotto.
Ma anche scendendo alle baite Taiada si potrebbe, in teoria, chiudere
un anello, anche se più modesto. Il sentiero si trova sul limite
del bosco, sul versante della Val Masino, non lontano dalla ben visibile
vasca di raccolta dell’acqua posta sul limite di nord-est dell’alpe. Lo
si trova, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi, prestando attenzione
e seguendo i fili metallici posti per evitare lo sconfinamento del bestiame
(se non lo si trova, si eviti di scendere a vista ne, bosco). Il tracciato,
segnalato da qualche raro segnavia rosso-bianco-rosso, scende deciso
ai ripidi prati sul cui limite inferiore sono poste le baite (m. 1494).
Dalle baite partono due sentieri: il primo, a destra, scende alla strada
che, dalla località Valbiore (valbiórch), sale all’alpe di Sasso Bisòlo;
il
secondo, a sinistra, effettua una lunga traversata fino al prato
Tabiate, dal quale si può proseguire fino a riguadagnare il crinale
poco sopra il Sas del Tìi. Il problema è che questo sentiero,
poco oltre le baite, finisce per perdersi per un buon tratto, per cui
solo se si è esperti dei boschi si riesce a ritrovarne, più
avanti, la traccia: se non lo si è, è del tutto sconsigliabile
avventurarsi in traversate a vista.
Torniamo al trivio dell’alpe Granda: restano da individuare due
sentieri. Il più facile è la pista che sale verso Scermendone,
addentrandosi in un bellissimo bosco di conifere, in direzione nord-est.
Il secondo, che conduce all’alpe Merla (posta sulla verticale
sopra Our di Cima), richiede un po’ più di pazienza per
essere trovato: parte poco oltre una marcata conca, in prossimità
del limite del bosco, più in basso rispetto al primo.
Queste,
quindi, sono le quattro possibilità che si offrono a chi, dall’alpe,
volesse proseguire la sua escursione. Se
però si optasse per
la soluzione più semplice, quella cioè di tornare sui
proprio passi, non si dimentichi di prestare attenzione, al Sas del
Tìi, per ritrovare il corridoio che si restringe nel sentiero per i
prati di Lotto: è facile, infatti, se non si osserva bene, sbagliare
direzione, il che espone a problematiche discese a vista su versanti
non agevoli.
Ricordiamo che all'alpe si può anche salire
da Erbolo, anche in mountain-bike, sfruttando la nuova
pista, o, ancor più brevemente, dalla strada per Our di Cima,
raggiungibile anche in automobile partendo da Buglio in Monte.
Ecco, infine, il racconto di una traversata che richiede esperienza escursionistica, dall'alpe Granda all'alpe Vignone, toccando tutti gli alpeggi posti all'approssimativa quota di 1700 metri nel territorio del comune di Buglio (Merla, Verdel ed Oligna). In realtà il tratto fino all'alpe Oligna non presenta problema alcuno, ed è un'ottima passeggiata, visto che comporta un dislivello minimo in altezza, alla portata di tutte le gambe. L'ultimo tratto, invece, da Oligna a Vignone, richiede sicura esperienza escursionistica, perché il sentiero, non lontano dlal'alpe Vignone, si perde, e bisogna procedere a vista nel bosco.
Punto di partenza, dunque, l’alpe Granda. La raggiungiamo salendo
da Buglio ad Our di fondo e proseguendo fino all’ultimo tornante
destrorso prima di Our di Cima (quota approssimativa: 1300 metri). Qui
la carrozzabile tocca la
pista sterrata che da Erbolo, sopra Ardenno,
sale all’alpe Granda. Possiamo imboccare questa pista con l’automobile
(c’è una sbarra, ma è sempre aperta), oppure, tenuto
anche conto che il fondo è dissestato, lasciarla allo slargo
del
tornante ed incamminarci (la salita all’alpe richiede poco meno
di un’ora di cammino). Salendo, passiamo dal comune di Buglio
a quello di Ardenno (nel quale rientra l'alpe Granda). Al termine, raggiungiamo
il settore nord-orientale dell’alpe, nei pressi di una baita solitaria.
Emozionante il panorama che si apre, improvviso: a destra della cima
del Desenigo (m. 2845) e della selvaggia costiera Cavislone-Lobbia,
lo scorcio della Val Porcellizzo, della valle del Ferro, della val Qualido e della Valle di Zocca, con il pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc') (m. 3075), la cima
di Cavalcorto (m. 2763), il pizzo Cengalo (m. 3370), i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr)
occidentale (m. 3267), centrale (m. 3289) ed orientale (m. 3199) e la
cima di Zocca (m. 3174). Più a destra ancora, la costiera Arcanzo-Remoluzza
ed il monte Disgrazia (m. 3678). Prendiamo, ora, a destra, in direzione
del rifugio Granda (m. 1688), che ancora non vediamo, perché
è nascosto da una macchia. Da rifugio parte la nostra traversata.
Non dobbiamo imboccare il sentiero (recentemente allargato a tratturo)
che sale, ripido, verso il bosco, alla volta
di Scermendone, ma un sentiero
che procede quasi in piano, in direzione est-sud-est. Si tratta di un
sentiero ben marcato, con fondo buono, che si immerge nel bosco, attraversa
il vallone che scende verso sud-ovest dal pizzo Mercantelli (sciöma dè Mercantéi), ci riporta
nel territorio del comune di Buglio e, dopo un ultimo tratto nel quale
la vegetazione progressivamente si dirada, approda alla parte bassa
del prato dell’alpe Merla, riconoscibile per la baita ristrutturata,
sulla sommità di un cocuzzolo erboso (m. 1729).
L’alpe Merla è un crocevia, nel quale si intersecano due
direttrici, quella ovest-est, che stiamo percorrendo nella traversata,
e quella sud-nord: esiste, infatti,
un sentiero segnalato che si stacca, sulla destra, dalla pista sterrata
Our-Granda e sale, diretto, all’alpe, proseguendo, poi, con andamento
sempre piuttosto ripido, fino ad intercettare, in corrispondenza di
una croce di legno su un dosso, il tratturo che dall’alpe Granda
sale a Scermendone. Ignoriamo questo sentiero (segnalato da un cartello
che dà l’alpe Scermendone ad un’ora e 30 min.), e
proseguiamo verso nord-est (imboccando il sentiero segnalato da un secondo
cartello, che indica il Verdel), rientrando nel bosco, alla volta del
terzo alpeggio, quello del Verdel. È, questo, il tratto più
ripostante della traversata: il fondo del sentiero (che, singolarmente,
non è segnalato sulla carta IGM) è ottimo, tanto che,
per la maggior parte della traversata, potremmo percorrerlo a piedi
nudi. L’andamento, poi, è molto regolare, con pochi saliscendi.
Alla fine, dopo aver oltrepassato alcuni valloncelli che confluiscono,
più in basso, nella Val Primaverta, raggiungiamo un singolare
“crotto”, ricavato alla base di un grande masso: pochi passi
ancora, e riemergiamo alla luce dell’alpe Verdel (m. 1716), dove
si trovano diverse baite, divise in due gruppi.
Anche quest’alpe è un crocevia di sentieri lungo le direttrici
ovest-est e sud-nord. Infatti dal maggengo di Our di Cima parte un sentiero
che risale il dosso a monte dei prati, fino al punto in cui questo si
restringe (si trova, qui, un passaggino che richiede attenzione, per
superare un gruppo di roccette), per poi raggiungere il bel bosco di
conifere che ricopre il caratteristico cocuzzolo che precede l’alpe,
fino a portare alle baite più basse di questa. Il sentiero prosegue,
poi, verso nord, piegando poi in direzione nord-est ed intercettando,
dopo una lunga traversata, il sentiero che sale da Oligna verso Scermendone.
Anche in questo caso, ignoriamo la direttrice sud-nord e proseguiamo
verso nord-est, seguendo le indicazioni per l’alpe Oligna. La
partenza del sentiero non è molto evidente: nel primo tratto,
ancora all’aperto, passiamo nei pressi di una vasca per l’acqua.
Anche il primo tratto
nel bosco non è molto evidente, poi la
traccia si fa più chiara. Il sentiero è meno riposante
di quello Merla-Verdel, ma non presenta difficoltà: dopo aver
raggiungo la quota 1770, attraversa la selvaggia parte alta della Valle
della Làresa, per poi perdere leggermente quota, fino ai 1750
metri delle baite alte dell’alpe Oligna (o Olegna), più
ampia delle due precedenti.
Terza alpe, terzo crocevia. Questa volta il sentiero che sale da sud
proviene dal maggengo di Sessa, e prosegue, con debole traccia, in direzione
nord-nord-est (non è segnalato né sulla carta IGM, né
su quella Kompass), seguendo il filo del dosso a monte dell’alpe,
fino ad uscire dal bosco di larici ad una quota di circa 1900 metri.
Un’ulteriore breve salita sul ripido versante di prati ci porta
ad intercettare il sentiero che, seguito verso sinistra, porta alla
chiesetta di S. Quirico (m. 2131), sul limite nord-orientale dell’alpe
Scermendone. La traversata con difficoltà appena escursionistica
termina qui: il sentiero che prosegue verso nord-est, infatti, ha una
traccia evidente solo nella prima parte della traversata, poi tende
a perdersi. Ma di ciò diremo più avanti. Intanto preoccupiamoci
del ritorno da Oligna all’alpe Granda.
Se
non vogliamo tornare sui nostri passi, ci si offrono tre possibilità.
Consiglio quella più bella e panoramica: la salita all’alpe
Scermendone, che comporta circa un’ora di cammino. Avendo, finora,
camminato senza affrontare
significativi dislivelli in salita, non dovremmo
accusare un’eccessiva fatica. Il sentiero per Scermendone entra
nel bosco sul lato alto di sinistra dell’alpe (direzione nord).
Dopo aver attraversato un valloncello, intercetta, poi, dopo alcuni
serrati tornantini, a quota 1900 il più largo sentiero che sale
dall’alpe Verdel. Proseguiamo, quindi, per un tratto verso ovest,
poi, piegando a destra (direzione nord-nord-ovest), affrontiamo gli
ultimi rapidi tornantini che ci portano, risalito un ripido versante
di prati, all’edificio che serviva per il ricovero del bestiame
all’alpe Scermendone (m. 2070). Intercettiamo, così, il
più largo sentiero che sale dall’alpe Granda. Alla nostra
destra è già ben visibile la chiesetta di S. Quirico.
Presso il baitone, sulla destra, si trova anche, appena segnalata da
una scritta malcerta, la sorgente legata all’acqua miracolosa
che ridonò la vista al pastore disobbediente, che volle vedere
l’immane incendio che incenerì i bellissimi pascoli ai
piedi del Disgrazia, riducendoli ad un deserto di pietre rosse (Preda
Rossa): si tratta della ben nota leggenda del monte Disgrazia o dei
Corni Bruciati.
Dobbiamo, ora, incamminarci in direzione dell’alpe Granda (verso
sinistra): prima, però, non può mancare una visita alla
chiesetta, che, con la sua caratteristica campanella, sorveglia, nel
silenzio secolare questi ultimi presidi della fatica e della meditazione
umana. La discesa all’alpe Granda avviene seguendo
il sentiero-tratturo che dal
baitone punta verso sud-ovest, percorrendo
un buon tratto di alpe, prima di immergersi nel bosco. È una
discesa diretta: incontriamo solo una doppia coppia di brevissimi tornantini,
prima di uscire dal bosco poco a monte del rifugio alpe Granda. Seguendo
la pista sterrata, torniamo, infine all’automobile. Scorciatoia:
se vogliamo abbreviare di una quarantina di minuti il cammino, una volta
raggiunta la croce di legno sul tratturo, lasciamolo per prendere a
sinistra il ripido sentiero che scende, per via direttissima, all’alpe
Merla, e qui imbocchiamo di nuovo il sentiero che scende, diretto, fino
ad intercettare la pista sterrata Our-Granda (attenzione, però,
in questo caso, alle ginocchia!). Se siamo partiti da Our di Cima, calcoliamo
di poter tornare all’automobile dopo circa 6 ore di cammino (il
dislivello superato è di circa 950 metri).
La seconda via per la quale possiamo riguadagnare l’automobile
è, invece, meno panoramica, ma anche meno faticosa. Dall’alpe
Oligna torniamo all’alpe Verdel e qui, invece di imboccare il
sentiero per la Merla, imbocchiamo quello che, alla sua sinistra, sulla
parte bassa del prato, a destra della baita, si immerge nel bosco, iniziando
la discesa in direzione sud-est. La traccia è sempre ben visibile
(nonostante il sentiero non sia segnalato né sulla carta IGM,
né su quella Kompass), e, superati diversi valloncelli, esce
dal bosco in prossimità delle baite orientali
più alte
di Our di Cima (m. 1415). Non ci resta che percorrere un ultimo breve
tratto in discesa sulla carrozzabile, e ci ritroviamo all’automobile.
In questo caso il giro richiede circa 4 ore e mezza di cammino. Ulteriore
possibilità: dall’alpe Oligna scendiamo, imboccando il
marcato
sentiero che parte nella parte inferiore dei prati (casello dell’acqua
e cancelletto), al maggengo di Sessa (m. 1450), incontrando, anche,
una curioso volto umano scolpito in un tronco. Da Sessa imbocchiamo,
poi, verso destra la pista sterrata che attraversa la valle della Làresa
e giunge ad intercettare la pista che sale dal Mele al Calec. Scendiamo
per un tratto sulla pista, lasciandola al primo tornante sinistrorso,
per salire alle baite del Mele, ad una quota approssimativa di 1290
metri. Portiamoci sul lato opposto del dosso: troveremo, segnalata da
un cartello, la partenza di un sentiero che entra nel bosco e comincia
una traversata in direzione nord-ovest. Oltrepassato il solco della
Val Primaverta, il sentiero prosegue fino ad intercettare la carrozzabile
che da Our di Fondo sale ad Our di Cima, al primo tornante sinistrorso
dopo le baite di Our di Fondo (m. 1200). Seguendo la carrozzabile in
salita, dopo circa un quarto d’ora raggiungiamo l’automobile.
Ora, però, torniamo all’alpe Oligna, per raccontare l’avventurosa
traversata all’alpe Vignone. Avventurosa per i motivi già
detti: il sentiero tende a perdersi, e, in un dedalo di valloncelli,
vagare fuori sentiero non è il massimo
della vita. Se capitasse,
comunque, di perderlo, è meglio salire, puntando a raggiungere
il limite superiore del bosco, dove passa il Sentiero Italia, da Scermendone
all’alpe Oligna. È un peccato, comunque, che il sentiero
Oligna-Vignone non sia ripulito e segnalato. Speriamo che qualcuno raccolga
l’appello e lo renda disponibile per gli escursionisti: i luoghi
attraversati sono davvero incantevoli. Mi è capitato di percorrerlo
due volte. La prima ho imboccato, nella seconda parte, un falso sentiero
che sedeva, prima di salire a recuperare il sentiero corretto. La
seconda volta ho avuto più volte l’impressione di aver
perso il sentiero. Mi sono annotato luoghi e sensazioni, e qui riporto
queste annotazioni così come le ho perse.
Dalla parte alta dei prati di Oligna si prende a destra (non ci sono
segnalazioni). Il sentiero scende di una ventina di metri, ed intercetta
un secondo sentiero che proviene da destra, anch’esso da Oligna.
Poco oltre, il sentiero ne intercetta un secondo, anch’esso da
destra, a quota 1690 circa, in vista del primo vallone da attraversare.
Prima del vallone c’è un passaggio un po’ esposto.
Il vallone, a quota 1680, ha un ramo principale ed uno secondario. Oltre
il vallone, c’è una leggera salita, un po’ esposta,
prima che il sentiero rientri nel bosco. Attenzione: nel bosco si trova
un bivio, al quale si prosegue prendendo il sentiero che sale, non quello
che scende. Ci si riporta a quota 1720, poi il
sentiero ridiventa pianeggiante
e supera un valloncello nel cuore del bosco. Appena prima del valloncello
c’è una grossa pianta sradicata. Poi il sentiero riprende
a salire. La traccia è poco visibile; si incontra una nuova pianta
sradicata sul sentiero e su un tronco sono segnati due segmenti verticali
blu. Si guadagna quota 1740 e si alternano tratti pianeggianti e tratti
in leggera salita; la traccia a tratti è visibile, a tratti si
perde.
Poi il bosco si apre un po’, ed a quota 1770 si raggiunge una
sorta di cunetta, con due massi a destra ed una fascia di roccette a
monte (sinistra); di qui si vede bene, verso est, Prato Maslino. Poi
si rientra nel bosco, si scende leggermente e si riprende a salire (c’è
anche un masso che fa da scalino sul sentiero), fino
ad un valloncello (m. 1760), che è anche una stupenda radura:
in alto si vede una bella pineta. Poi la traccia sembra perdersi, ma,
alzandosi di qualche metro, la si ritrova ad una nuova radura. Il sentiero
torna a salire ed a quota 1780 sembra di nuovo perdersi. Siamo nella
parte centrale dello stupendo dosso del Termine (dosso del Termen, detto
così perché segna il confine fra i comuni di Buglio e Berbenno). Il bosco è bellissimo, la traccia assai meno: in
diversi
punti sembra perdersi. È bene rimanere su quota 1780, senza scendere.
Si apre, per la prima volta, uno spiraglio sull’alpe Vignone,
la meta. Si sale un po’, fino a quota 1770, fino ad una radura,
e la traccia si fa più visibile. Si apre uno scorcio sulla baita
più bassa dell’alpe Vignone (rispetto alla quale siamo
più bassi). Il sentiero supera un tratto un po’ esposto
e conduce ad un nuovo vallone di quota 1780. Poi sale ancora. Si incontra
una fascia di tronchi sul sentiero; la traccia sembra perdersi, ma a
quota 1800, lieta sorpresa, ecco una radura ed un bel muretto a secco,
segno inequivocabile che il sentiero è quello giusto. Si scende,
quindi, all’aperto, fino a quota 1780 (tratto un po’ esposto),
per poi tornare a salire, rientrando nel bosco. La traccia, ora, è
molto chiara e sale con regolarità; a quota 1820 taglia due valloncelli,
in successione. Uscito all’aperto, il sentiero attraversa, a quota
1880, il torrente che scende dall’alpe Vignone. Alla fine raggiunge
la baita quotata 1925.
La traversata è conclusa: davanti ai nostri occhi si apre, a
monte, lo splendido scenario dell’amplissima alpe. Scesi alla
baita più bassa dell’alpe (m. 1881), imbocchiamo il largo
sentiero che scende a Prato Maslino. Qui dovremmo trovare un’automobile
ad attenderci. Calcoliamo, per la traversata Oligna-Vignone (tenendo
conto che dobbiamo procedere con occhiuta cautela), un’ora e mezza
circa di cammino (scarso è il dislivello: 170 metri circa). Speriamo
che queste note inducano qualcuno a rendere più fruibile un percorso
di alto significato e suggestione.

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Massimo Dei Cas
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