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ANELLO BEMA-TAIDA-AGUC-PIZZO BERRO-BEMA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bema-Taida-Brusada-Dosso Cavallo-Aguc-Pizzo Berro-Fracino-Bema
8 h
1300
EE
SINTESI. Entrati a Morbegno dall'ingresso est, ci portiamo verso piazza S. Antonio ed appena prima della piazza svoltiamo a sinistra (indicazioni per Albaredo ed il passo di San Marco), imboccando la provinciale che sale sul versante orobico. Dopo un tornante sx al tempietto degli Alpini la lasciamo prendendo a destra (indicazioni per Bema). Percorriamo una strada che giunge al torrente Bitto e lo scavalca su un ponte. Dopo un tratto in galleria saliamo con ampi tornanti a Bema, dove parcheggiamo presso la chiesa di S. Sebastiano, incamminandoci in direzione del limite di sud-ovest del paese (verso destra, per chi volge la faccia al sagrato della chiesa), fino alla cappella di San Rocco (m. 819). Qui il cartello del sentiero 131 e ci incamminiamo sulla mulattiera segnalata (attenzione al percorso: i segnavia sono discontinui), che taglia il lungo fianco occidentale del dosso di Bema. Dopo un vallone scendiamo alle stalle Fumasi (m. 888). Superata una fascia di prati ed un secondo vallone, siamo ai fienili Vardacolo (m. 964), dove troviamo la scritta “Via XX settembre Bema per Gerola”. Oltrepassato poi la selvaggia valle degli Sprissori, con tratti scavati nella roccia, passiamo per due baite isolate ed ignoriamo due deviazioni, alla nostra sinistra (a salire) ed alla nostra destra (a scendere). Il sentiero si fa meno chiaro, qualche segnavia ci aiuta: dopo una sequenza di 7 coppie di tornantini, ci affacciamo ai prati di Taida (m. 956), dove il sentiero attraversa, su un ponticello, la conduttura forzata che precipita verso il fondovalle del Bitto. Passiamo alti sopra le baite e riprendiamo a salire nel bosco, uscendone ai prati della Brusada (m. 1166). Oltrepassata una fontana in cemento per la raccolta dell’acqua, superiamo un nuovo valloncello ed un baitello; ad un successivo bivio, non andiamo diritti, ma pieghiamo a sinistra e, dopo aver risalito, con diversi tornantini, un dosso boscoso, ci affacciamo alle baite della Valburga (m. 1198), nella sua parte media. Passiamo a destra di un baitone, poi saliamo in diagonale a sinistra fino al limite alto dei prati (cartello di divieto di caccia), rientrando nel bosco. Superato un vallone, a due successivi bivi prendiamo a destra e, nella cornice di una faggeta, ci portiamo al solco principale della Valburga (m. 1250), superando il torrentello su un ponticello in legno. Il sentiero sale ora, ripido, a monte di un bosco di abeti alti e diritti. Superiamo un vallone secondario e dopo saliscendi siamo ad un impressionante vallone, che la mulattiera supera con tratti scavati nella roccia. Scendiamo per breve tratto, risaliamo al filo di un dosso, attraversiamo un nuovo vallone e siamo ad un bivio segnalato da tre cartelli. Qui lasciamo la mulattiera (che prosegue per la Val Bomino o Nasoncio) e prendiamo a sinistra, salendo in una splendida pecceta. Oltrepassando la baita solitaria di quota 1352 ed uscendo dal bosco all'alpe di Dosso Cavallo inferiore (m. 1606). Saliamo sul lato sinistro (ignorando un sentiero che poco sopra la baita di sinistra va a sinistra) fino alla parte alta dei prati, dove ritroviamo il sentiero marcato che va a sinistra, volge a destra e dopo breve tratto nel bosco porta all'alpe Dosso Cavallo superiore (m. 1865). Ci portiamo a monte delle baite ed imbocchiamo un sentiero che taglia a sinistra, entra nel bosco e porta alla bocchetta di Aguc (m. 1890). In breve scendiamo alla baita di Aguc (m. 1876), dove si trovano tre cartelli. Seguiamo la direzione per il pizzo Berro (nord, a sinistra per chi scende alla baita). Procediamo su un sentiero pianeggiante, ignoriamo la deviazione a destra per l'alpe Garzino e siamo alla baita Piazzoli (m. 1824). Alla baita pieghiamo decisamente a sinistra e, salendo in diagonale, guadagniamo il crinale del dosso in corrispondenza di un’evidente sella erbosa. Seguiamo ora la debole traccia che segue il lungo dosso di Bema, passando per diverse elevazioni (quotate, rispettivamente, 1882, 1882, 1886, 1837 e 1816 metri), seguite da altrettante depressioni o sellette, prima di giungere ai piedi del pizzo Berro (m. 1847). Dalla croce della vetta troviamo sulla destra (direzione nord-est) il sentiero che scende in una splendida pecceta. Dopo una serie di tornantini, incontriamo la sorgente Aser, poi siamo ai prati del Fracino (m. 1520). Passati a destra di un baitone, rientriamo nel bosco, ignoriamo una deviazione a destra per prato Martino e Pegolota, e raggiungiamo la località Geai. Poco sotto, intercettiamo una pista sterrata e percorrendola verso sinistra, raggiungiamo, in breve, il rifugio Ronchi nella località omonima (m. 1170), dal quale, seguendo la strada o tagliando per la più ripida mulattiera, torniamo tranquillamente alle case alte di Bema.


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Il lungo dosso di Bema, con i suoi versanti orientale ed occidentale, separa le valli del Bitto e ricomprende in sé quasi interamente il territorio del comune di Bema. Un sentierino ne percorre gran parte del filo, fino alla cima che, sul limite meridionale, domina, come torre boscosa, il paese di Bema, il pizzo Berro (termine che deriva da “bel-ver”, belvedere, oppure da “berr”, montone). È possibile effettuare, da Bema, un’interessantissima escursione ad anello, che ci porta sul filo del dosso e, passando per il pizzo Berro, ci riporta a Bema. Le possibilità sono due: percorrere, all’andata, il fianco occidentale oppure quello orientale. Vediamo la prima, che richiede esperienza escursionistica e buon allenamento, ma anche esperienza e buone capacità di orientamento, perché se si perde il sentiero si rischia di finire in zone impervie e pericolose.
Parcheggiata l’automobile nei pressi della chiesa di S. Sebastiano a Bema, portiamoci, proseguendo lungo la Via Panoramica, verso il limite di sud-ovest del paese, al punto in cui dalla strada si stacca, sulla sinistra, la mulattiera, segnalata, da un cartello, come sentiero 131. Il cartello dà la località Taida a 50 minuti, Valburga ad un’ora e mezza e l’alpe Dosso Cavallo a 2 ore e 50 minuti. Il percorso è segnalato da segnavia bianco-rossi (poco numerosi, per la verità, ma, almeno nel primo tratto, il rischio di perdere il sentiero è davvero inesistente).
Appena prima dell’inizio della mulattiera troviamo l’oratorio di S. Rocco (m. 819), di origine quattrocentesca. Dopo essere passata a valle di un grande casolare solitario, la mulattiera prosegue nella salita verso sud. Dopo un primo tratto in salita, superiamo il primo dei diversi valloni che incontreremo nella traversata. Raggiunti luoghi più tranquilli, ci attende una breve discesa, che ci porta a due baite, rispettivamente a monte ed a valle della mulattiera: si tratta delle Stalle di Fumasi (m. 888), presso le quali giganteggia un castagno di dimensioni davvero ragguardevoli. Superata a monte una fascia di prati con alcune baite diroccate, raggiungiamo un secondo vallone, dominato, a monte, da un impressionante corno roccioso: si tratta del vallone che scende direttamente verso nord-ovest dal pizzo Berro. Oltrepassato il vallone, siamo ai Fienili Vardàcolo (m. 964), dove troviamo la scritta “Via XX settembre Bema per Gerola”: non stiamo, dunque, percorrendo un sentiero anonimo, ma una vera e propria via, con tanto di denominazione ufficiale! Poi la mulattiera scende nel cuore di un terzo vallone, con un tratto sorretto da uno splendido muretto a secco: qui troviamo anche una porta ed un cartello che così recita: “Per favore chiudere la porta, rispettare la natura e non farsi rincorrere dalle capre”.
Ci attende, ora, il punto forse più orrido della traversata, vale a dire il superamento della selvaggia valle degli Sprissori, il cui versante settentrionale è costituito da un’imponente muraglia rocciosa. La mulattiera, però, non si arresta, ma, sorretta da eleganti muretti a secco, si dipana sul versante roccioso con un paio di tornantini, che ci portano in fondo al vallone. Sopra di noi, una cascatella che scende da un salto roccioso. Oltrepassato il vallone, dopo una leggera discesa troviamo una nuova fascia di prati ed a due baite. Più avanti, dopo due brevi tornantini, ignoriamo un sentiero secondario che ci lascia sulla sinistra, salendo lungo un dosso boscoso; poco oltre, troviamo una seconda deviazione, questa volta a destra, ed ignoriamo anche questa.
Inizia ora un tratto impegnativo, nel senso che dobbiamo prestare attenzione per non perdere la traccia (i segnavia bianco-rossi diventano, qui, essenziali). Il sentiero comincia a guadagnare rapidamente quota con una serie di sette tornanti a destra (attenzione a non riprendere l’andamento in piano prima dell’ultimo tornante, anche se una sorta di falsa traccia di sentiero ci può indurre a farlo: se restiamo ad una quota troppo bassa, rischiamo di trovarci sull’orlo di un grande corpo franoso).  Alla fine, eccoci ai prati di Taida (m. 956), dove il sentiero attraversa, su un ponticello, la conduttura forzata che precipita verso il fondovalle del Bitto. Seguendo il sentiero, rimaniamo alti rispetto alle baite che sono poste nella parte medio-bassa dei prati; più avanti, superato un valloncello, intercettiamo il sentiero che sale dal limite di questo gruppo di baite, alla nostra destra. La mulattiera sale decisa per un buon tratto, al termine del quale troviamo alla nostra sinistra un cartello con l’indicazione “Bema” (ad indicare la direzione dalla quale proveniamo), ed alla nostra destra un segnavia rosso-bianco-rosso su un masso. La salita prosegue in un rado bosco, e la mulattiera è qui larga e ben visibile.
Tornati all’aperto, tagliamo la parte medio-bassa dei prati della Brusada (m. 1166). Oltrepassata una fontana in cemento per la raccolta dell’acqua, superiamo un nuovo valloncello ed un baitello; ad un successivo bivio, non andiamo diritti, ma pieghiamo a sinistra e, dopo aver risalito, con diversi tornantini, un dosso boscoso, ci affacciamo all’ennesima fascia dei prati, in località Valburga (m. 1198), nella sua parte media. Davanti a noi il lungo dosso del monte Motta, riconoscibile per la croce che lo sormonta. Alla sua sinistra, il solco della Val Bomino ed il dosso che ospita l’alpe Dosso Cavallo e che culmina nella cima omonima. Attraversando i prati, raggiungiamo una grande baita, alla nostra sinistra, mentre alla nostra destra troviamo un curioso baitello.
Siamo nella fascia medio-bassa dei prati, e la modesta traccia di sentiero prosegue fino al limite del bosco. Non dobbiamo, però, seguirla, ma piegare a sinistra e salire in direzione del gruppo di baite più in alto (m. 1240), dove si trova un cartello di divieto di caccia. Qui ritroviamo il sentiero, che entra nel bosco ed attraversa un nuovo vallone, con una cascatella. Oltre il vallone, troviamo, dopo un’assenza che ci ha probabilmente inquietato, un segnavia bianco-rosso. Ad un bivio, prendiamo, poi, a destra, scendendo leggermente (segnavia blu e bianco-rosso). Siamo nel cuore di un bosco di faggi e betulle, sospeso in un’atmosfera fiabesca. Ad un secondo bivio prendiamo di nuovo a destra, proseguendo con andamento pianeggiante: due segnavia blu ed uno bianco-rosso ci confortano sulla correttezza della nostra scelta. Superato un valloncello secondario, proseguiamo tagliando uno sperone roccioso: il sentiero è comunque tranquillo ed elegantemente sostenuto da muretti a secco. Ci approssimiamo, infine, al solco principale della Valburga (m. 1250), e ne superiamo il torrentello con l’ausilio di un ponticello in legno (ma se è piovuto molto di recente, difficilmente riusciremo a conservare asciutti i piedi): sul lato opposto, la mulattiera riprende a salire, sostenuta da un muretto a secco.


Valle del Bitto di Gerola

Lo scenario muta repentinamente: il sentiero sale ora, ripido, a monte di un bosco di abeti alti e diritti. Dopo un tornante a sinistra ed uno a destra, un tratto pianeggiante ci porta ad un vallone secondario, che attraversiamo a quota 1300 metri. Più avanti cominciamo a scendere e, superata una piccola porta nella roccia, troviamo un tornante destrorso ed uno successivo sinistrorso. Il sentiero riprende, poi, a salire, quasi incollato alla parete di roccia alla nostra sinistra, e ci porta ad un nuovo vallone, ben più impressionante rispetto al centro della Valburga: si presenta, infatti, davanti ai nostri occhi una scura ed impressionante parete di roccia, sul lato opposto, e la prima impressione è che sia invalicabile. Mai sottovalutare, però, la tenacia delle mulattiere e di chi le tracciò, spesso scavando nella viva roccia: neppure la muraglia scura ed umida ci ferma.
Superata una franetta, scendiamo per un tratto e riprendiamo a salire, raggiungendo il filo di un dosso dove dalla mulattiera si stacca, sulla destra, un sentiero che scende, a zig-zag, seguendo proprio il dosso. Noi proseguiamo sulla mulattiera, attraversando, a quota 1280, un nuovo valloncello secondario, per poi raggiungere un bivio, a quota 1290 metri, segnalato da tre cartelli e da un’indicazione su un sasso (“Casera”). Da essi possiamo evincere che proseguendo sulla mulattiera nella direzione dalla quale proveniamo si raggiungono, dopo un’ora e 30 minuti, le baite Taida, dopo due ore e 20 minuti S. Rocco e quindi Bema; imboccando, invece, il sentiero che si stacca sulla sinistra si sale, in quaranta minuti, all’alpe Dosso Cavallo e, dopo un’ora e mezza, alla baita Agucc.
Lasciamo, dunque, la mulattiera (che più avanti si immette in una pista la quale, a sua volta, raggiunge la pista principale che da Nasoncio sale in Val Bomino), e cominciamo a salire lungo il sentiero di sinistra (segnalato da segnavia bianco-rossi e rosso-bianco-rossi), in una cornice davvero stupendo: il sentiero, infatti, è circondato da una pineta fantastica, tanto fitta, in alcuni punti, da offrire l’impressione di un bosco magico, suscitando il desiderio di inoltrarsi per vedere quale mai riposto arcano celi in sé. Dopo un primo tratto di salita, in direzione nord, sbuchiamo in una piccola radura, dove si trova una baita solitaria, quotata m. 1352. Rientriamo subito nel bosco, per proseguire la salita su una bella mulattiera, in direzione sud-est, fino ad intercettare, a quota 1435, un sentiero che proviene da destra.
Manca poco all’alpe: dopo un ultimo tratto con fondo davvero bello, sbuchiamo ai suoi prati inferiori. L’alpe è ancora caricata, d’estate, e questo attenua il forte senso di solitudine suscitato da questi luoghi. All’alpe Dosso Cavallo troviamo due baite, quotate 1606 metri. Dobbiamo, ora, portarci all’alpe alta, separata, da quella bassa, da una fascia occupata da una macchia e da roccette. Per farlo, non dobbiamo, però, commettere l’errore di imboccare il sentierino che parte, poco sopra la baita di sinistra, e si inoltre nel bosco, sul limite sinistro dei prati. Un segnavia isolato, infatti, può indurre questo errore. Il sentiero finisce per perdersi nel cuore nella fitta macchia della Valburga Il sentiero da imboccare è più in alto: teniamoci, dunque, sulla parte sinistra dei prati e saliamo per un pezzo. Lo troveremo, così, facilmente, segnalato anche da un sasso sul quale è tracciato un doppio segnavia rosso-bianco-rosso. Tale sentiero taglia a sinistra, per poi volgere a destra e raggiungere, dopo pochi tornanti, il limite inferiore dell’alpe alta.
Qui ci accoglie un calecc solitario; le baite dell’alpe sono più in alto, quasi sul limite superiore dei prati, a 1865 metri. Su una di queste baite si trova l’indicazione GV, con una freccia bidirezionale: essa si riferisce al fatto che questo percorso costituisce una variante bassa della Gran Via delle Orobie rispetto al percorso canonico che passa per i passi del Forcellino e di Verrobbio e raggiunge il passo di San Marco. L’alpe è dominata, sul punto culminante del dosso, dal pizzo Dosso Cavallo (m. 2068). Ora dobbiamo trovare il sentiero che porta alla bocchetta di Agucc, sul dosso che separa le valli del Bitto. Un primo sentiero si stacca, poco sotto le baite, dal limite sinistro dei prati; potremmo utilizzare anche questo, ma nell’ultimo tratto finisce per perdersi, poco sotto la bocchetta. Meglio imboccare il sentiero che si stacca dall’alpe, sempre sulla sinistra, appena sopra le baite.
Alla fine, eccoci alla bocchetta, poco sotto la quale, sul versante della valle del Bitto, si trova la solitaria baita di Aguc (o Agucc, m. 1876 IGM, o 1857, stando a quanto riportato sulla baita stessa), posta in una bella conca erbosa. Sulla baita troviamo una curiosa indicazione, che dà Bema ad 11 chilometri. Si riferisce al sentiero che percorre interamente il crinale del lungo dosso di Bema, raggiunge il pizzo Berro e scende, infine, a Bema. Gustiamo interamente la pace e la solitudine di questo luogo, prima di rimetterci in cammino proprio su questo sentiero, per far ritorno a Bema. Nel caso avessimo dei dubbi sulla direzione da prendere (quella nord, alla sinistra per chi scende dalla bocchetta di Aguc), possiamo consultare i tre cartelli che si trovano presso la baita, e che danno nella direzione dalla quale proveniamo l’alpe Dosso Cavallo a 35 minuti, il ponte di Bomino ad un’ora e 15 minuti e Nasoncio a 2 ore e 15 minuti, nella direzione di destra (sud) l’alpe Vesenda alta a 45 minuti ed infine nella direzione che ci interessa (nord) il pizzo Berro a 40 minuti.
Incamminiamoci sul sentiero che, con andamento sostanzialmente pianeggiante, ci porta alla solitaria baita Piazzoli (m. 1824). Prima della baita ignoriamo una deviazione sulla destra, segnalata su un sasso, che scende all’alpe Garzino. Raggiunta la baita, preceduta da una vasca in cemento per la raccolta dell’acqua, pieghiamo decisamente a sinistra e, salendo in diagonale, guadagniamo il crinale del dosso in corrispondenza di un’evidente sella erbosa. Molto bello il panorama che già da qui si apre: alla nostra sinistra sfilano le cime della testata e della costiera occidentale della Val Gerola, mentre a destra lo sguardo raggiunge le cime del gruppo del Masino, dal pizzo Badile al monte Disgrazia, ed alcuni dei colossi della testata della Valmalenco. Più a destra ancora, infine, uno spaccato del versante orientale della Valle del Bitto di Albaredo, con in primo piano il passo di Pedena.
Inizia ora l’entusiasmante cavalcata che ci fa rimanere sulla sella del dosso fino alla sua ultima impennata, il pizzo Berro. La traccia di sentiero, segnalata da alcuni segnavia bianco-rossi, è in buona parte tranquilla; in alcuni punti, però, il versante leggermente esposto richiede un po' di attenzione. Si tratta, dunque, di una cavalcata vera e propria, perché l’andamento della cresta e del sentierino che la segue sembra seguire il ritmo di un cavallo al galoppo, proponendo diversi saliscendi, con tratti all’aperto che si alternano a brevi macchie di larici. Tocchiamo, nella cavalcata, diverse elevazioni (quotate, rispettivamente, 1882, 1882, 1886, 1837 e 1816 metri), seguite da altrettante depressioni o sellette, prima di giungere ai piedi del pizzo Berro (m. 1847), al quale saliamo percorrendo la traccia, seminascosta fra la vegetazione, che propone un ultimo ripido strappo.
La croce della cima erbosa del pizzo è il premio dei nostri sforzi. Il panorama dal pizzo è veramente ampio: ad ovest lo sguardo raggiunge le Alpi Lepontine, mentre a nord ovest domina la costiera dei Cech. A nord, si può ammirare, a destra della cima del Desenigo (m. 2845), la massima elevazione della Costiera dei Cech, buona parte della testata della Val Masino: si scorgono, da sinistra, i pizzi Badile (m. 3308) e Cengalo (m. 3367), sono ben visibili i pizzi del Ferro (occidentale, o cima della Bondasca, m. 3289, centrale m. 3232, orientale m. 3199), le cime di Zocca (m. 3175) e di Castello (la massima elevazione del gruppo del Masino, con i suoi 3386 metri), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occidentale m. 3349, centrale m. 3290, orientale m. 3333) ed il monte Sissone (m. 3331). Chiude la testata l’imponente monte Disgrazia (m. 3678). Mancano all’appello le cime più alte della Valmalenco, ma è ben visibile il pizzo Scalino (m. 3323).


Alpe Melzi

Ad est si impongono, sul versante orientale della Valle del Bitto di Albaredo (val del bit de albarée), tre cime: il monte Lago (m. 2353), il monte Pedena (m. 2399) ed Azzarini (m. 2431). Fra questi ultimi due monti si trova l’ampia e facilmente riconoscibile sella del passo di Pedena (m. 2234), che unisce la val Budria (dal termine bergamasco “büder”, che significa “vaso fatto di scorza di abete) alla valle del Bitto di Albaredo: si tratta dell’unica porta fra quest’ultima valle e la Val Tartano. L’elegante triade di cime nasconde, però, il più ampio panorama delle Orobie centro-orientali.
Proseguiamo, quindi, nel giro di orizzonte in senso orario, puntando con lo sguardo a sud-est: riconosceremo facilmente, anche per la presenza dei tralicci che lo valicano, il più famoso passo di san Marco (m. 1992), che congiunge la Valle del Bitto di Albaredo alla Val Brembana, sul versante orobico bergamasco. A sud si domina il lungo crinale che dal pizzo Berro sale fino al pizzo di Val Carnera (m. 2216) ed al monte Verrobbio (m. 2139).
Alla sua destra si può ammirare la testata della Val Gerola, sulla quale è riconoscibile, da sinistra, il monte Ponteranica (m. 2378), alla cui destra si trova il caratteristico spuntone roccioso denominato monte Valletto (m. 2371); seguono il caratteristico uncino del torrione della Mezzaluna (m. 2373), il pizzo di Tronella (m. 2311) ed il più massiccio pizzo di Trona (m. 2510), alla cui destra si vede la bocchetta omonima (m. 2092), importante porta fra alta Val Gerola ed alta Val Varrone; alle spalle della bocchetta si scorge il pizzo Varrone (m. 2325), con il caratteristico Dente. Rimane, invece, seminascosto proprio dietro il pizzo di Trona il più famoso pizzo dei Tre Signori (m. 2554).
Verso ovest, infine, si vedono le cime del versante occidentale della Val Gerola, vale a dire, da sinistra, il pizzo Mellasc (m. 2465), il monte Colombana (m. 2385) ed il monte Rotondo (m. 2496), fra i quali si apre la bocchetta di Stavello (“buchéta de Stavèl”, m. 2210), il monte Rosetta (m. 2360), il monte Combana (m. 2327), la cima della Rosetta (m. 2142),il pizzo Olano (m. 2267) ed il pizzo dei Galli (m. 2217).
Una curiosità: sulla cima del pizzo si trovano anche alcuni mirini guardando all’interno dei quali si puntano obiettivi importanti come il monte Disgrazia, il pizzo Badile e l’alpe Granda. Presso la croce si trova anche un piccolo altare collocato nel 2002, l’anno internazionale della montagna. Non manca, infine, una cassetta che contiene un quaderno sul quale segnare il proprio passaggio.
Si tratta, ora, di scendere: il sentiero parte nei pressi della croce, sulla destra (direzione nord-est), e scende in una splendida pecceta. Dopo una serie di tornantini, incontriamo la sorgente Aser, fontana alla quale possiamo attingere acqua fresca se ne abbiamo bisogno. La successiva discesa sul sentiero principale (ignoriamo una deviazione) ci porta al limite alto dei prati della località Fracino (m. 1520), dove troviamo tre cartelli, che danno, nella direzione dalla quale proveniamo, il pizzo Berro a 50 minuti, nella direzione di destra la Costa a 15 minuti e (indicazione che ci interessa) nella direzione di discesa i Ronchi a 45 minuti.
Scendiamo, dunque, lungo i prati, lasciano alla nostra sinistra un’elegante baita. Rientrati nel bosco, ignoriamo una deviazione a destra per prato Martino e Pegolota, e raggiungiamo la località Geai, dove si trova un grande casello dell’acqua, una simpatica fontana ed un tavolino utile per un’eventuale sosta. L’ultimo tratto della discesa ci porta ad intercettare la pista sterrata che taglia il fianco orientale del dosso di Bema.
Percorrendola verso sinistra, raggiungiamo, in breve, il rifugio Ronchi nella località omonima (m. 1170), dal quale, seguendo la strada o tagliando per la più ripida mulattiera, caliamo tranquillamente alle case alte di Bema, passando per la grande croce posta a ricordo del Convegno Eucaristico Diocesano del 1997. Si chiude così questo splendido anello, dopo circa 8 ore di cammino (il dislivello in altezza è di circa 1300 metri).

ANELLO BEMA-ALPE MELZI-PIZZO BERRO-BEMA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bema-rifugio Ronchi-alpe Melzi-sentiero per Aguc-dosso di Bema.pizzo Berro-rifugio Ronchi
7 h
1300
EE
SINTESI. Entrati a Morbegno dall'ingresso est, ci portiamo verso piazza S. Antonio ed appena prima della piazza svoltiamo a sinistra (indicazioni per Albaredo ed il passo di San Marco), imboccando la provinciale che sale sul versante orobico. Dopo un tornante sx al tempietto degli Alpini la lasciamo prendendo a destra (indicazioni per Bema). Percorriamo una strada che giunge al torrente Bitto e lo scavalca su un ponte. Dopo un tratto in galleria saliamo con ampi tornanti a Bema, proseguendo verso il limite alto di nord-ovest del paese (indicazione per il rifugio Ronchi (m. 1170), dove possiamo parcheggiare, proseguendo a piedi sulla pista che tocca Prato Martino (m. 1289), Pratolungo (m. 1349), l’alpe Garzino (m. 1353) e l'alpe Melzi (m. 1467), dove troviamo tre cartelli. Seguiamo l'indicazione per la baita di Aguc, risalendo verso sud-ovest una fascia di prati senza traccia di sentiero, fino ad un baitello diroccato, quotato 1607 metri, dove troviamo scritto, con vernice bianca, “Aguc”. Continuiamo a salire lungo i prati, tendendo leggermente a sinistra (direzione sud-ovest), su traccia appena accennata, superando un altro calecc ed una vasca in legno per la raccolta dell’acqua, sulla quale troviamo di nuovo la scritta “Aguc”. Giunti al milite alto di sinistra dei prati, imbocchiamo un sentiero che prosegue verso sinistra (direzione sud-sud-ovest), fino al limite inferiore di una nuova fascia di prati, dove sembra perdersi. In realtà, continuando a salire in diagonale, in breve intercettiamo un sentiero ben visibile che corre nella parte alta dei prati, in corrispondenza di un sasso sul quale troviamo ancora la scritta “Aguc”. Non ci portiamo però alla baita di Aguc, ma prendiamo a destra raggiungendo la baita Piazzoli (m. 1824); qui pieghiamo decisamente a sinistra e, salendo in diagonale, guadagniamo il crinale del dosso in corrispondenza di un’evidente sella erbosa. Seguiamo ora la debole traccia che segue il lungo dosso di Bema, passando per diverse elevazioni (quotate, rispettivamente, 1882, 1882, 1886, 1837 e 1816 metri), seguite da altrettante depressioni o sellette, prima di giungere ai piedi del pizzo Berro (m. 1847). Dalla croce della vetta troviamo sulla destra (direzione nord-est) il sentiero che scende in una splendida pecceta. Dopo una serie di tornantini, incontriamo la sorgente Aser, poi siamo ai prati del Fracino (m. 1520). Passati a destra di un baitone, rientriamo nel bosco, ignoriamo una deviazione a destra per prato Martino e Pegolota, e raggiungiamo la località Geai. Poco sotto, intercettiamo una pista sterrata e percorrendola verso sinistra, torniamo, in breve, al rifugio Ronchi nella località omonima (m. 1170).

L’anello può, però, essere percorso, in modo anche più tranquillo e leggermente meno pesante, anche se più monotono, sfruttando il versante orientale del dosso. In questo caso, da Bema saliamo al rifugio Ronchi, sfruttando la bella mulattiera che parte dal lato alto orientale del paese. Dal rifugio proseguiamo sulla pista sterrata che taglia a mezza costa il fianco orientale del dosso di Bema, passando per Prato Martino (m. 1289) e Pratolungo (m. 1349), prima di raggiungere l’alpe Garzino (m. 1353).
La pista prosegue fino alla casera della solare alpe Melzi (m. 1467), posta in una splendida posizione, dalla quale si domina la Valle del Bitto di Albaredo.  Segnaliamo, en passant, che questa pista può costituire un'ottima idea per gli amanti di muntain-bike, anche se la salita da Bema all'alpe Melzi non può essere chiusa con un ritorno ad anello a Bema. Qui troviamo tre cartelli: il primo dà, nella direzione dalla quale proveniamo, Prato Martino a 45 minuti ed i Ronchi ad un’ora e 15 minuti; il secondo indica la direzione per scendere alla Valle di Albaredo ed effettuare la traversata al Dosso Chierico (dato ad un’ora e 20 minuti) e ad Albaredo (dato a 2 ore e 10 minuti); il terzo, che ci interessa, indica la direzione per salire alla baita Aguc (che però non viene indicata; viene menzionata l’alpe di Vesenda alta, data a 50 minuti). Nei pressi del cartello c’è anche un larice monumentale, indicato da un cartello, che ne indica anche la circonferenza (320 cm) e l’altezza (m 23).
Dobbiamo, ora, salire in direzione sud-ovest, seguendo un dosso di prati, senza una vera e propria traccia di sentiero, fino ad un baitello diroccato, quotato 1607 metri, dove troviamo scritto, con vernice bianca, “Aguc”: non si tratta, ovviamente, della baita Aguc, ma per raggiungerla dobbiamo passare di qui. Continuiamo a salire lungo i prati, tendendo leggermente a sinistra (direzione sud-ovest), su traccia appena accennata, superando un altro calecc ed una vasca in legno per la raccolta dell’acqua, sulla quale troviamo di nuovo la scritta “Aguc”.
Raggiunto il limite del bosco, notiamo la partenza di un sentiero che prosegue verso sinistra (direzione sud-sud-ovest): sul tronco di un larice roviamo anche un segnavia bianco-arancio, ed un cartello color arancio con la scritta “Aguc”. Il sentiero è ben marcato e, dopo una breve traversata, ci porta al limite inferiore di una nuova fascia di prati, dove sembra perdersi. In realtà, continuando a salire in diagonale, in breve intercettiamo un sentiero ben visibile che corre nella parte alta dei prati, in corrispondenza di un sasso sul quale troviamo per l’ennesima volta la scritta “Aguc”. Su un altro sasso troviamo, invece, l’indicazione “Berro” ed il numero 120: è, questo, il già menzionato sentiero che proviene dalla baita Aguc (alla nostra sinistra) e procede verso la baita Piazzoli (alla nostra destra).
Dopo una puntata alla baita Aguc (non possiamo non visitare questa sorta di ombelico del dosso di Bema), torniamo indietro, al bivio, ed ora, invece di ridiscendere verso l'alpe Melzi, ci portiamo alla baita Piazzoli e saliamo verso sinistra al crinale del dosso di Bema. Qui procediamo come descritto sopra nella cavalcata sul filo del dosso fino al pizzo Berro, per poi chiudere l’anello con la discesa a Bema. In questo caso l’anello richiede circa 7 ore, ed il dislivello in salita scende a 1180 metri.

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