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Valburga

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bema-Taida-Valburga-Nasoncio-Gerola
8 h
1350
EE
SINTESI. Entrati a Morbegno dall'ingresso est, ci portiamo verso piazza S. Antonio ed appena prima della piazza svoltiamo a sinistra (indicazioni per Albaredo ed il passo di San Marco), imboccando la provinciale che sale sul versante orobico. Dopo un tornante sx al tempietto degli Alpini la lasciamo prendendo a destra (indicazioni per Bema). Percorriamo una strada che giunge al torrente Bitto e lo scavalca su un ponte. Dopo un tratto in galleria saliamo con ampi tornanti a Bema, dove parcheggiamo presso la chiesa di S. Sebastiano, incamminandoci in direzione del limite di sud-ovest del paese (verso destra, per chi volge la faccia al sagrato della chiesa), fino alla cappella di San Rocco (m. 819). Qui il cartello del sentiero 131 e ci incamminiamo sulla mulattiera segnalata (attenzione al percorso: i segnavia sono discontinui), che taglia il lungo fianco occidentale del dosso di Bema. Dopo un vallone scendiamo alle stalle Fumasi (m. 888). Superata una fascia di prati ed un secondo vallone, siamo ai fienili Vardacolo (m. 964), dove troviamo la scritta “Via XX settembre Bema per Gerola”. Oltrepassato poi la selvaggia valle degli Sprissori, con tratti scavati nella roccia, passiamo per due baite isolate ed ignoriamo due deviazioni, alla nostra sinistra (a salire) ed alla nostra destra (a scendere). Il sentiero si fa meno chiaro, qualche segnavia ci aiuta: dopo una sequenza di 7 coppie di tornantini, ci affacciamo ai prati di Taida (m. 956), dove il sentiero attraversa, su un ponticello, la conduttura forzata che precipita verso il fondovalle del Bitto. Passiamo alti sopra le baite e riprendiamo a salire nel bosco, uscendone ai prati della Brusada (m. 1166). Oltrepassata una fontana in cemento per la raccolta dell’acqua, superiamo un nuovo valloncello ed un baitello; ad un successivo bivio, non andiamo diritti, ma pieghiamo a sinistra e, dopo aver risalito, con diversi tornantini, un dosso boscoso, ci affacciamo alle baite della Valburga (m. 1198), nella sua parte media. Passiamo a destra di un baitone, poi saliamo in diagonale a sinistra fino al limite alto dei prati (cartello di divieto di caccia), rientrando nel bosco. Superato un vallone, a due successivi bivi prendiamo a destra e, nella cornice di una faggeta, ci portiamo al solco principale della Valburga (m. 1250), superando il torrentello su un ponticello in legno. Il sentiero sale ora, ripido, a monte di un bosco di abeti alti e diritti. Superiamo un vallone secondario e dopo saliscendi siamo ad un impressionante vallone, che la mulattiera supera con tratti scavati nella roccia. Scendiamo per breve tratto, risaliamo al filo di un dosso, attraversiamo un nuovo vallone e siamo ad un bivio segnalato da tre cartelli. Qui ignoriamo la deviazione a sinistra (sentiero che sale all'alpe Dosso Cavallo) e proseguiamo diritti, superando su un ponte il torrente Bomino e confluendo nella pista sterrata Nasoncio-Val Bomino. Prendiamo ora a destra, scendendo lungo la pista fino a Nasoncio e proseguendo di qui su carozzabile fino a Gerola Alta.


Apri qui una fotomappa dell'alta Val Gerola orientale

La traversata da Bema a Gerola rappresenta un’escursione poco nota, ma davvero suggestiva, interessante, che non comporta un particolare impegno fisico, anche se richiede un po’ di esperienza escursionistica e di attenzione Il percorso si snoda in gran parte sul versante occidentale del lungo dosso di Bema, assai diverso da quello orientale. Mentre quest’ultimo, infatti, ospita ampi e luminosi alpeggi, che si aprono fra verdissime peccate, il primo è immerso in un’atmosfera chiaroscurale da fiaba, dove ogni ombra si anima di una vita inquietante ed i raggi di sole trapassano mormorii arcani di rami e fronde. Una larga mulattiera attraversa a mezza costa l’intero versante, scavalcando valloni che hanno ancora il potere di destare paura e toccando prati che attendono ancora, malinconici, l’impossibile ritorno delle mani operose dell’uomo.
Il periodo migliore è senza dubbio quello autunnale, ma anche d’estate la camminata riserva una sicura soddisfazione. Attenzione, invece, d’inverno all’insidia del ghiaccio, che può costituire in alcuni tratti un ostacolo insormontabile. Con due automobili a disposizione, l’avventura, dunque, si può concretizzare. Lasciata un’automobile a Valle (la frazione che precede Gerola Alta, alla quale si scende lasciano la strada statale sulla sinistra), ci portiamo con la seconda a Bema, parcheggiando appena sotto la chiesa di S. Sebastiano.
Portiamoci, quindi, proseguendo lungo la Via Panoramica verso il limite di sud-ovest del paese, al punto in cui dalla strada si stacca, sulla sinistra, la mulattiera, segnalata, da un cartello, come sentiero 131. Il cartello dà la località Taida a 50 minuti, Valburga ad un’ora e mezza e l’alpe Dosso Cavallo a 2 ore e 50 minuti. Il percorso è segnalato da segnavia bianco-rossi (poco numerosi, per la verità, ma, almeno nel primo tratto, il rischio di perdere il sentiero è davvero inesistente).
Appena prima dell’inizio della mulattiera troviamo l’oratorio di S. Rocco (m. 819), di origine quattrocentesca: un dipinto sulla sua facciata raffigura il santo protettore degli appestati, la cui devozione è sempre stata assai viva in Valtellina, probabilmente perché i tremendi scempi operati nei secoli dal morbo rimasero sempre ben presenti nella memoria delle genti contadine. Dopo essere passata a valle di un grande casolare solitario, la mulattiera prosegue nella salita verso sud. Alla nostra sinistra, il selvaggio e tormentato versante che scende verso nord-ovest dal pizzo Berro (termine che deriva da “bel-ver”, belvedere, oppure da “berr”, montone); alla nostra destra un ottimo scorcio panoramico sul versante occidentale della Val Gerola, che propone, da sinistra, il turrito pizzo di Trona ("piz di vèspui"), il Piazzo, il pizzo Mellasc, il monte Colombana e la cima di Rosetta ("scima de la rusèta"). Alle nostre spalle, infine, a destra della Costiera dei Cech si distingue un bello scorcio delle cime del Masino, che propone, da sinistra, la cima di Zocca, la cima di Castello, la punta Rasica ed i pizzi Torrone.
Oltrepassato un cartello che segnala il pericolo di frane, ignoriamo un sentierino che si stacca sulla sinistra dalla mulattiera. Superata una piccola porta nella roccia, dove troviamo anche il primo segnavia bianco-rosso, ci immergiamo nella parte ombrosa di un dosso, mentre, sul lato opposto della Valle del Bitto di Gerola, Rasurasorride accarezzata dal sole. In alcuni tratti la mulattiera, sempre larga, è esposta sulla nostra destra, per cui non è davvero il caso di distrarsi. Poi, dopo una breve discesa, una risalita ed una seconda porta nella roccia, ci affacciamo al primo impressionante vallone, nel quale la mulattiera si tuffa senza timore alcuno. Sarà bene, invece, che noi qualche timore lo conserviamo: il vallone, infatti, è soggetto a scariche di massi, per cui dobbiamo stare all’erta.
Raggiunti luoghi più tranquilli, ci attende una breve discesa, che ci porta a due baite, rispettivamente a monte ed a valle della mulattiera: si tratta delle Stalle di Fumasi (m. 888), presso le quali giganteggia un castagno di dimensioni davvero ragguardevoli. Superata a monte una fascia di prati con alcune baite diroccate, raggiungiamo un secondo vallone, dominato, a monte, da un impressionante corno roccioso: si tratta del vallone che scende direttamente verso nord-ovest dal pizzo Berro.
Oltrepassato il vallone, siamo ai Fienili Vardàcolo (m. 964), dove troviamo la scritta “Via XX settembre Bema per Gerola”: non stiamo, dunque, percorrendo un sentiero anonimo, ma una vera e propria via, con tanto di denominazione ufficiale! Poi la mulattiera scende nel cuore di un nuovo vallone, con un tratto sorretto da uno splendido muretto a secco: qui troviamo anche una porta ed un cartello che così recita: “Per favore chiudere la porta, rispettare la natura e non farsi rincorrere dalle capre”. Ora, sui due primi inviti siamo senza dubbio d’accordo, ma quanto al terzo, è difficile immaginare escursionisti che si mettano a fare le boccacce alle capre per poi fuggire divertiti. Sono piuttosto questi enigmatici animali a puntare, talvolta, con insistenza qualche malcapitato madido di sudore, che lascia dietro di sé una scia salina per loro irresistibile.
Ci attende, ora, il punto forse più orrido della traversata, vale a dire il superamento della selvaggia valle degli Sprissori, il cui versante settentrionale è costituito da un’imponente muraglia rocciosa. La mulattiera, però, non si arresta, ma si dipana sul versante roccioso con un paio di tornantini, che ci portano in fondo al vallone. Sopra di noi, una cascatella che scende da un salto roccioso e che giustifica, forse, la denominazione della valle, la quale rimanda allo sgorgare dell’acqua dalla roccia. Oltre il vallone, volgiamoci ad ammirare i grandi muretti a secco che sostengono il tratto della mulattiera che abbiamo appena percorso, un piccolo capolavoro di ingegneria alpina. Consoliamoci con il pensiero che questa mulattiera non subirà il destino di molte altre, semicancellate da piste carozzabili: per di qua non passerà alcuna strada. O no?
Il dubbio si fa strada, inquietante, mentre affrontiamo una leggera discesa, che ci porta ad una nuova fascia di prati ed a due baite. Incontriamo, più avanti, dopo due brevi tornantini, un sentiero secondario che ci lascia sulla sinistra, salendo lungo un dosso boscoso; ignorata la deviazione, ne troviamo una seconda, questa volta a destra, ed ignoriamo anche questa. Inizia ora un tratto impegnativo, nel senso che dobbiamo prestare attenzione per non perdere la traccia (i segnavia bianco-rossi diventano, qui, essenziali). Il sentiero comincia a guadagnare rapidamente quota con una serie di sette tornanti a destra (attenzione a non riprendere il l’andamento in piano prima dell’ultimo tornante, anche se una sorta di falsa traccia di sentiero ci può indurre a farlo: se restiamo ad una quota troppo bassa, rischiamo di trovarci sull’orlo di un grande corpo franoso). 
Ci affacciamo, infine, ai prati di Taida (m. 956): se torniamo per la medesima via dell’andata, cerchiamo di memorizzare il punto di ripartenza del sentiero dai prati. Il sentiero attraversa, quindi, su un ponticello la conduttura forzata che precipita verso il fondovalle del Bitto. Seguendo il sentiero, rimaniamo alti rispetto alle baite che sono poste nella parte medio-bassa dei prati; più avanti, superato un valloncello, intercettiamo il sentiero che sale dal limite di questo gruppo di baite, alla nostra destra. La mulattiera sale decisa per un buon tratto, al termine del quale troviamo alla nostra sinistra un cartello con l’indicazione “Bema” (ad indicare la direzione dalla quale proveniamo), ed alla nostra destra un segnavia rosso-bianco-rosso su un masso. La salita prosegue in un rado bosco, e la mulattiera è qui larga e ben visibile.
La mulattiera torna all’aperto, e taglia la parte medio-bassa dei prati della Brusada (m. 1166). Oltrepassata una fontana in cemento per la raccolta dell’acqua, superiamo un nuovo valloncello ed un baitello; ad un successivo bivio, non andiamo diritti, ma pieghiamo a sinistra e, dopo aver risalito, con diversi tornantini, un dosso boscoso, ci affacciamo all’ennesima fascia dei prati, in località Valburga (m. 1198), nella sua parte media. Davanti a noi il lungo dosso del monte Motta, riconoscibile per la croce che lo sormonta. Alla sua sinistra, il solco della Val Bomino ed il dosso che ospita l’alpe Dosso Cavallo e che culmina nella cima omonima. Attraversando i prati, raggiungiamo una grande baita, alla nostra sinistra, mentre alla nostra destra troviamo un curioso baitello.
Siamo nella fascia medio-bassa dei prati, e la modesta traccia di sentiero prosegue fino al limite del bosco. Non dobbiamo, però, seguirla, ma piegare a sinistra e salire in direzione del gruppo di baite più in alto (m. 1240), dove si trova un cartello di divieto di caccia. Qui ritroviamo il sentiero, che entra nel bosco ed attraversa un nuovo vallone, con una cascatella. Oltre il vallone, troviamo, dopo un’assenza che ci ha probabilmente inquietato, un segnavia bianco-rosso. Ad un bivio, prendiamo, poi, a destra, scendendo leggermente (segnavia blu e bianco-rosso). Siamo nel cuore di un bosco di faggi e betulle, sospeso in un’atmosfera fiabesca. Ci stiamo avvicinando al cuore della più importante fra le valli che incidono il versante occidentale del dosso di Bema, la Valburga. Ad un secondo bivio prendiamo di nuovo a destra, proseguendo con andamento pianeggiante: due segnavia blu ed uno bianco-rosso ci confortano sulla correttezza della nostra scelta. Superato un valloncello secondario, proseguiamo tagliando uno sperone roccioso: il sentiero è comunque tranquillo ed elegantemente sostenuto da muretti a secco.
Ci approssimiamo, infine, al solco principale della Valburga (m. 1250), e ne superiamo il torrentello con l’ausilio di un ponticello in legno (ma se è piovuto molto di recente, difficilmente riusciremo a conservare asciutti i piedi): sul lato opposto, la mulattiera riprende a salire, sostenuta da un muretto a secco.
Sostando qualche istante fra le ombre arcane di questa valle, lasciamo correre il pensiero e l’immaginazione. Forse il nome della valle ci farà venire in mente l’omonima santa (Santa Valburga, o Valpurga), il cui ricordo viene celebrato il primo maggio. Ci farà venire in mente anche la notte di Santa Valburga, fra il 30 aprile ed il primo maggio, notte nella quale, secondo antichissime leggende pagane e germaniche, le forze del male si scatenato. Nel Medio-Evo cristiano la credenza popolare immaginò che fossero streghe e diavoli ad abbandonarsi in orribili ridde nei boschi proprio durante questa notte, legata ad una santa che faceva parte del gruppo di monache e monaci che aiutarono S. Bonifacio (680-755) ad evangelizzare  la Germania.
È, dunque, a causa delle ombre che gravano perennemente su questi luoghi e sembrano la dimora eletta di orribili streghe che alla valle è stato dato questo nome? L’ipotesi è suggestiva, ma non coglie nel vero. Il toponimo, infatti, riconduce sì al mondo germanico, ma non alle streghe: Valburga viene da Valle e Burg, borgo, e significa, dunque, la valle (o il torrente) del borgo, del villaggio, anche se non è affatto chiaro a quale villaggio ci si riferisse in antico. Il torrente, infatti, confluisce, poco più in basso rispetto al punto nel quale lo attraversiamo, nel torrente Bomino, e non ci sono villaggi che si affacciano al suo solco.
Di nuovo in cammino, in uno scenario che muta: il sentiero sale, ripido, a monte di un bosco di abeti alti e diritti. Dopo un tornante a sinistra ed uno a destra, un tratto pianeggiante ci porta ad un vallone secondario, che attraversiamo a quota 1300 metri. Più avanti cominciamo a scendere e, superata una piccola porta nella roccia, troviamo un tornante destrorso ed uno successivo sinistrorso. Il sentiero riprende, poi, a salire, quasi incollato alla parete di roccia alla nostra sinistra, e ci porta ad un nuovo vallone, ben più impressionante rispetto al centro della Valburga: si presenta, infatti, davanti ai nostri occhi una scura ed impressionante parete di roccia, sul lato opposto, e la prima impressione è che sia invalicabile. Mai sottovalutare, però, la tenacia delle mulattiere e di chi le tracciò, spesso scavando nella viva roccia: neppure la muraglia scura ed umida ci ferma.
Superata una franetta, scendiamo per un tratto e riprendiamo a salire, raggiungendo il filo di un dosso dove dalla mulattiera si stacca, sulla destra, un sentiero che scende, a zig-zag, seguendo proprio il dosso. Noi proseguiamo sulla mulattiera, attraversando, a quota 1280, un nuovo valloncello secondario, per poi raggiungere un bivio: su un sasso troviamo l’indicazione “Casera”, perché il sentiero che ci lascia sulla sinistra sale alla casera di quota 1352, posta in una radura sul medesimo dosso che ospita, più in alto, l’alpe Dosso Cavallo (m. 1606).
Avanzando ancora, giungiamo alla fine del sentiero, sostituito da una pista che giunge fin qui partendo dalle case della frazione Nasoncio di Gerola e staccandosi dalla pista principale per la Val Bomino. Si tratta di una pista forestale che è in corso di realizzazione nella foresta regionale della Val Gerola, a cura dell’ERSAF. Nel primo tratto, troviamo un nuovo sentiero che la lascia sulla sinistra, e sale anch’esso all’alpe Dosso Cavallo. Non ci resta, ora, che seguire fino a Nasoncio. Nel primo tratto passiamo a valle di una splendida pecceta: non possiamo non fermarci ad ammirare il suo fondo interamente coperto da aghi di abete, e la fitta trama degli alberi che sembra nascondere creature arcane e fiabesche. Poi, dopo un tratto in salita, essa ci porta al ponte in legno sul torrente Bomino (m. 1290), oltre il quale, superata una brevissima salita, intercettiamo la pista principale Nasconcio-Val Bomino, dove troviamo un cartello che dà, nella direzione dalla quale proveniamo, l’alpe Dosso Cavallo ad un’ora e 5 minuti e la baita Aguc a 2 ore; un secondo cartello indica che la pista principale della Val Bomino (che però nel tratto più alto diventa sentiero) porta al passo di Verrobbio (“buchéta de Bumìgn”, denominata, sul versante bergamasco, “pàs de Véròbi”) in 2 ore e mezza; un terzo cartello, infine, dà Nasoncio ad un’ora.
È in questa direzione che ci dobbiamo muovere; teniamo, però, presente che d’inverno troveremo sulla pista colate di ghiaccio anche insidiose. Scendiamo, dunque, verso destra, ed in una quarantina di minuti di discesa un po’ monotona (ma la bellezza dei boschi a monte della pista è tutta da ammirare) raggiungiamo Nasoncio, frazione di Gerola, dove giunge la strada asfaltata che parte da Valle, la frazione che precede Gerola Alta. Percorriamo dunque la strada fino a Valle: qui troviamo la seconda automobile, che ci permette di tornare a Bema e recuperare la prima.
L’intera traversata richiede circa 4 ore e mezza di cammino. Il dislivello complessivo è difficilmente calcolabile, dal momento che i saliscendi, soprattutto da Valburga al ponte di Bomino, si susseguono quasi sistematicamente: mettiamo in conto di dover superare approssimativamente un dislivello di 700 metri.
Una variante, per chiudere il racconto di questa bella traversata: invece che concludersi a Gerola, essa può riportarci a Bema chiudendo un lungo e splendido anello, che passa per l’alpe Dosso Cavallo e per la baita Aguc, posta sul versante opposto del dosso di Bema: dalla baita si raggiunge la casera Melzi e, sfruttando una comoda pista, si rientra a Bema dal lato orientale del dosso. Questo anello richiede circa 8 ore di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 1350 metri).

CARTE DEL PERCORSO SULLA BASE DI © GOOGLE MAP (FAIR USE)

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