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Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Ronco-Rifugio Bernasca |
3 h e 30 min. |
1100 |
E |
Nel
2002 è stato inaugurato in Val Madre un nuovo rifugio, a 2093
metri, denominato rifugio della Bernasca, in quanto si trova presso
la sella del Pizzolo, nella parte alta dell’alpe Bernasca, che,
a sua volta, si apre nella parte alta della valle omonima, laterale
occidentale della Val Madre. La posizione davvero bella, la vicina presenza
di un vero e proprio gioiellino, il laghetto di Bernasca, il colpo d’occhio
superbo sulla parte orientale del gruppo del Masino, sulla testata della
Valmalenco, sul gruppo Scalino-Painale e sulle Orobie centrali, fanno
del rifugio una meta di interesse primario, che non può mancare
nel carnet degli amanti dell’escursione. Questi ultimi, oltretutto,
possono stare assolutamente tranquilli: il rifugio è posto ad
almeno tre ore di cammino dal più vicino luogo raggiungibile
in automobile: la quiete è dunque assicurata.
Due sono le vie principali per accedere al rifugio, la prima, più
bella, prevede la traversata completa della Val Vicima (laterale della
Val di Tartano) e dell’omonimo passo, con discesa finale al rifugio;
la seconda parte invece da Sovalzo, località posta sulla media
montagna sopra Colorina, ed una traversata non priva d’interesse
sull’aspro fianco occidentale della bassa Val Madre. I due itinerari
sono, ovviamente, combinabili ad anello, purchè si disponga di
due automobili, da lasciare l’una poco sopra Campo Tartano, l’altra
a Colorina.
La
val Vicìma è la prima laterale orientale importante della
Val di Tartano. Per raggiungerla, dobbiamo salire in Val di Tartano,
staccandoci dalla ss. 38, dopo il viadotto sul torrente Tartano e prima
di quello sul fiume Adda nel tratto fra Talamona ed Ardenno (se proveniamo
da Milano). Ci immettiamo, così, sulla strada provinciale Pedemontana
Orobica, che lasciamo, però, ben presto, deviando a destra, per
imboccare la strada, segnalata, per la Val di Tartano. La strada, costruita
negli anni Cinquanta del ‘900, si snoda sull’aspro fianco
occidentale del Crap del Mezzodì (m. 1031), inanellando 12 tornanti
prima di raggiungere Campo Tartano (m. 1049). Procedendo per circa mezzo
chilometro oltre Campo, in direzione di Tartano, troviamo una piazzola
a lato della strada, sulla destra, con un tavolo per la sosta. Pochi
metri oltre parte, sulla sinistra, il sentiero per la Val Vicima. Dal
primo tratto del sentiero si domina la bassa Val di Tartano, con Campo
Tartano, mentre sul versante opposto della valle si vedono le case di
Postareccio.
Si può intercettare la mulattiera, nei pressi di una cappelletta,
anche salendo per un ripido e breve sentierino che parte dalle case
della frazione Ronco, dove si trova anche un parcheggio dove si può
lasciare l’automobile. Se scegliamo questa soluzione,
imbocchiamo,
sulla sinistra, la segnalata via Cosaggio, fino al cartello di divieto
di accesso. Lasciata lì l’automobile, saliamo verso il
gruppo di case della frazione, passando a sinistra di una cappella.
Dopo una prima salita, non ci dirigiamo verso le case, ma proseguiamo
sulla sinistra, lungo un sentirono che si inerpica, ripido, sui prati
che sovrastano le case. Ad un bivio, prendiamo a destra e, in breve,
intercettiamo la mulattiera poco sotto la citata cappelletta.
La salita successiva avviene su una bella mulattiera, che regala alcuni
suggestivi colpi d’occhio su Campo Tartano, prima di condurre
al crinale di un dosso (m. 1400 circa), dove una piccola radura permette
una piacevole sosta, rallegrata dal dolce profilo delle betulle. Dal
dosso lo sguardo raggiunge, sul fondo della Val Lunga, il passo di Tartano,
sormontato da una grande croce. Il sentiero si inoltra, quindi, sul
fianco settentrionale della valle e raggiunge una cappelletta che sembra
posta a guardia del pauroso dirupo che si apre, alla nostra destra,
sul fondovalle. Il sentiero, infatti, è largo, comodo ed in questo
tratto quasi pianeggiante, ma esposto su questo dirupo: da qui scorgiamo
anche l’audace ponte di Vicima, che, sulla strada che porta a
Tartano, supera la selvaggia forra della bassa Val Vicima. Sul lato
opposto, cioè a monte, possiamo osservare, invece, la più
rassicurante presenza di un bel bosco di abeti e faggi. Riprendiamo
la salita:
ben presto
si raggiungono le baite di Vicima (m 1505), a monte dei ripidi prati
che la sapienza contadina ha saputo sfruttare da tempi immemorabili.
Continuiamo, fino ad un secondo gruppo di baite (m. 1619), che raggiungiamo
dopo aver superato un piccolo corso d’acqua ed aver attraversato
una fascia di bassa vegetazione, dove ignoriamo una deviazione che si
stacca dal sentiero sulla nostra destra, scende al torrente della valle
e si porta sul suo lato opposto, per raggiungere l’alpeggio del
Barghèt. Usciamo, quindi, definitivamente allo scoperto e nella
salita successiva incontriamo una fascia di bassa vegetazione, costituita
soprattutto dagli ontani verdi. Ci stiamo affacciando all’alta
valle, e troviamo, sulla nostra sinistra, a quota 1763, un primo gruppo
di baite, prima di scendere sulla destra ad attraversare il torrente
e, superata un’ultima balza, giungere in vista dell’ampio
pianoro terminale dell’alpe di Vicima, dove, a 1933, troviamo
la piccola baita utilizzata dai caricatori dell’alpe. Sulla testata
della valle si impone, in direzione sud-est (leggermente sulla sinistra)
il roccioso versante settentrionale del pizzo Gerlo (m. 2470). Il passo
di Vicima è più a nord-est, immediatamente a sinistra
di un piccolo torrione roccioso posto a sua volta a sinistra del pizzo.
Se, invece, guardiamo alle nostre spalle distingueremo, sulla destra,
la Costiera dei Cech ed uno spaccato della valle di Spluga (prima laterale
della Val Masino), con la cima del Desenigo ed il monte Spluga.
Tenendo
la sinistra (per noi) della valle senza però guadagnare quota,
aggiriamo il recinto che delimita lo spazio riservato agli animali e
percorriamo a vista il pianoro: manca, infatti, una vera e propria traccia
di sentiero. Superata un’ultima baita, a quota 2050, ritroviamo
il sentiero e risaliamo il fianco sinistro dei due brevi gradini roccioso
che ci separano dallo strappo finale. Siamo sempre sul lato sinistro
della valle, spostati verso il centro, quando affrontiamo il sentiero
ben marcato che, con qualche stretta serpentina, conduce infine al passo
di Vicima (m 2234), riconoscibile anche da lontano per il grande ometto
e la croce che lo sormontano.
Questo itinerario potrebbe anche essere chiamato il sentiero degli ometti,
dal momento che ne incontriamo diversi, e di ragguardevoli proporzioni,
lungo il percorso. Alcuni sono posti in corrispondenza di luoghi importanti,
un passo, un dosso, e quindi hanno la funzione di permettere l’orientamento
in condizioni di scarsa visibilità. Questi manufatti, che risalgono
ad epoche antichissime, rimangono come muti testimoni di una civiltà
di cui ben poco sappiamo e la cui suggestione, proprio per questo, accompagna,
come un’ombra enigmatica ed inquietante, i nostri passi nel cammino.
La salita fino al passo richiede circa tre ore, necessarie per superare
un dislivello approssimativo di 1100 metri in salita.
Oltre
il passo di Vicima, troviamo subito, sulla destra, una traccia di sentiero
che comincia a salire, fino ad una bocchettina, un po’ insidiosa
insidiosa, dalla quale si può tornare in Val di Tartano, scendendo,
con percorso da affrontare con grande cautela, all’alpe del Gerlo.
Lasciamolo, però, alla nostra destra e proseguiamo, scendendo
per un breve tratto alla conca sottostante, fino ad affacciarci su un
pianoro più ampio, dove, inatteso, ci appare il bellissimo laghetto
di Bernasca (m 2134), dominato, sulla destra, dalla mole del monte Seleron.
Il sentiero, con qualche tornantino, ci permette di scendere alle sue
rive. Il luogo, nascosto e tranquillo, regala un’impagabile senso
di pace e di armonia. Ci sentiamo, qui, riconciliati con il mondo, o
forse, semplicemente, in un altro mondo, nel quale l’eco di quello
che quotidianamente ci circonda, e talora ci assale, neppure giunge.
Proseguiamo passando a sinistra del laghetto e del corso d’acqua
che ne fuoriesce: in breve ci affacciamo ai prati che ospitano il rifugio,
posto a sinistra della sella del Pizzolo, la modesta elevazione sulla
costiera che separa l’alpe Bernasca da quella di Cigola. Dopo
una breve discesa, raggiungiamo alla fine la meta, a 2093 metri. Siamo
in cammino da tre ore ed un quarto circa, ed abbiamo superato un dislivello
in altezza di circa 1100 metri.
Guardiamoci
intorno, ora. In direzione nord-ovest si impone, in primo piano, l'aspro
fianco sud-orientale del pizzo di Presio (m. 2391). Più a destra,
un breve spaccato della parte orientale del gruppo del Masino, con il
pizzo Torrone orientale, il monte Sissone e, preminente per mole ed
eleganza, il monte Disgrazia. Proseguiamo verso destra: oltre il pizzo
Cassandra, sul fondo, si intravedono le cime della parte occidentale
della testata della Valmalenco, fra le quali si riconoscono facilmente
i pizzi Gemelli. Poi, i maestosi pizzi Roseg, Scerscen e Bernina, la
cresta Guzza, i pizzi Argient e Zupò, ed i pizzi Palù
e Varuna, che chiudono la testata della Valmalenco.
Poi, il gruppo Scalino-Painale-Ron ed il pizzo Combolo. Sullo sfondo,
le montagne della Val Grosina. Bello è anche il panorama orobico.
Spicca l'elegante ed arrotondata cima del pizzo del Diavolo di Tenda.
Più a sinistra, la serrata sequenza delle più alte cime
orobiche, sulla testata della val d'Arigna (termine che deriva da “lariana” e, quindi, da “larix”, cioè larice). Infine, immediatamente a
monte del laghetto di Bernasca, in primo piano possiamo ammirare l'arrotondata
cima del monte Seleron (m. 2519).
Raccontiamo, ora, per chi disponesse di due automobili,
come
tornare al fondovalle valtellinese effettuando un’affascinante
traversata del fianco occidentale della Valmadre. Questo percorso, effettuato
a rovescio, costituisce la seconda via di accesso al rifugio (ma è
piuttosto faticosa, tenuto conto che il divieto di accesso alla carrozzabile
sopra Colorina ci impone di partire da una quota assai bassa). Siamo
sul limite superiore di destra dell’alpe di Bernasca. Dobbiamo,
ora, scendere al suo limite inferiore di sinistra, con una diagonale
che lascia alla nostra destra il Pizzolo ed oltrepassa la casera di
Bernasca (m. 1982) ed il Baitone (m. 1887), fino a raggiungere l’ultima
baita, intorno a quota 1800. Dalla baita troviamo un sentiero (all’inizio
poco evidente, poi più marcato) che prende a sinistra ed in breve
giunge a guadare il torrentello della valle, per poi proseguire, in
una fascia di bassa vegetazione, con alcuni ampi tornanti.
Poi il sentiero si allontana dal solco della valle, puntando decisamente
a nord e raggiungendo, dopo una breve salita, un bel bosco di abeti,
dove piega ancora, questa volta a destra, e comincia una lunga discesa,
che ci fa perdere 600 metri circa, sul crinale di un largo dosso compreso
fra la valle Sciesa, alla nostra destra, ed un vallone laterale della
valle del Pizzo, alla nostra sinistra.
Dopo un primo
breve tratto di discesa, attraversiamo la radura della piana (m. 1650
circa). Il sentiero prosegue con le sue serpentine all’ombra di
un fiabesco ed incantevole bosco di abeti. Curiosamente, né la
carta IGM né quella della Kompass lo segnalano.
Alla fine, poco sotto il rudere della baita Caprile (m. 1141), il sentiero
volge a sinistra (attenzione a non perdere la svolta proseguendo verso
il fondovalle: ci si ritroverebbe ai margini di un dirupo) ed iniziando
l’ultimo lungo traverso sul fianco occidentale della bassa Val
Madre, selvaggio e scosceso. Attraversiamo, così, il solco dell’aspra
ed impressionante valle del Pizzo (che scende dal versante nord-orientale
del pizzo di Presio), proprio nel tratto in cui un salto roccioso forma
un’interessante cascata del torrentello (dopo piogge abbondanti
o in tarda primavera non si potrà evitare di ricevere il fresco
spruzzo dell’acqua che precipita dal salto).
Superato un secondo e più modesto vallone, che scende anch’esso
dalle pendici del pizzo, ritorniamo a luoghi meno selvaggi: ci ritroviamo,
infatti, nell’amena pianeta di Sovalzo (o Soalzo), ad 859 metri,
dove ci accoglie un’edicola del Parco delle Orobie Valtellinesi.
E’ l’inizio della fine, e di una fine un po’ monotona
dell’escursione: dobbiamo, infatti, percorrere un tratto su una
carrozzabile sterrata, che si immette in una seconda sterrata la quale,
a sua volta, si congiunge con la strada principale che sale da Colorina
(chi
volesse effettuare l’anello in senso inverso tenga presente che
per raggiungere Sovalzo ci si deve staccare da questa strada alla terza
traversa a sinistra). Non abbiamo altra alternativa che percorrerla
in discesa fino al paese, che raggiungiamo dopo aver oltrepassato la
bella chiesetta della Madonnina (m. 414).
Traversata al rifugio Beniamino, per la bocchetta del
Gerlo.
Questo itinerario è per escursionisti esperti. Torniamo, dal
rifugio, al passo di Vicima. Appena prima del passo, sulla sinistra,
individuiamo una traccia di sentiero e permette di tornare in Val di
Tartano, scendendo all’alpe del Gerlo La traccia di sentiero sale,
in direzione sud, verso il circo terminale dell’alta Val Bernasca,
compreso fra il monte Seleron (m. 2519), a sud-est ed il pizzo Gerlo
(m. 2470) a nord-ovest, passando, nel primo tratto, a monte del laghetto
di Bernasca. La traccia del sentiero è intermittente, e non ci
sono segnavia che ci possano aiutare, ma riconosciamo facilmente, davanti
a noi, la meta da raggiungere: si tratta, infatti, del più profondo
intaglio sulla costiera che separa l’alta Valle di Bernesca dalla
Val Lunga, una bocchettina raggiunta da un lembo di pascolo. La raggiungiamo
senza particolari difficoltà, ad una quota approssimativa di
2380 metri. Ben più difficoltosa ci appare subito, invece, la
discesa all’alta alpe del Gerlo. Ecco come la guida Mario Vannuccini,
nella “Guida al Parco Regionale delle Orobie Valtellinesi”,
la descrive: “Il versante opposto, raggiunto da un canalino di
scivolosa festuca varia (l’erba vìsega dei valtellinesi,
chiamata cèra in Val Tartano) all’inizio spaventa un po’.
Ma con la dovuta cautela la discesa si dimostra meno difficile del previsto.
Si abbandona la seconda metà del canale per proseguire sulla
sua sponda destra fino al termine delle difficoltà, presso l’Alpe
Matarone (2215 m)”. E’ proprio il passaggio dal centro del
canalino al suo erboso lato destro a rappresentare il punto più
esposto, e quindi quello che richiede la maggiore attenzione. La tentazione
sarebbe quella di proseguire infilandosi nell’ultima parte del
canalino, ma anche qui si incontrerebbero difficoltà: un passaggio
un po’ ostico ed il rischio costante, se si è in più
di uno, di far rotolare sassi su coloro che stanno più in basso.
Raggiunti i pascoli alti, proseguiamo in direzione della baita Mafarone
(m. 2215), a valle della quale, lungo un basso muro di cinta, si impongono
alla vista tre misteriosi grandi ometti. Sulla nostra sinistra alcuni
sentieri salgono sul crinale del dosso che separa l’alta alpe
del Gerlo (dove ci troviamo) dall’alpe che si trova a sud-est,
sempre sul versante orientale della Val Lunga, l’alpe Canale.
Salendo al crinale, possiamo poi scendere sul lato opposto, all’alta
alpe Canale e proseguire verso sinistra, su traccia di sentiero che
si perde, risalendo un ampio canalone che ci porta ad una sella erbosa
quotata 2410, immediatamente a sud del monte Seleron: si tratta di una
bocchetta, senza nome, che dà accesso, sul versante opposto,
all’alta Val Cògola, laterale occidentale della Val Madre.
Da qui possiamo tornare, seguendo un sentiero segnalato, al rifugio
Bernasca, salendo alla sella del Pizzolo e chiudendo un bellissimo anello.
Ma torniamo alla baita Mafarone: inizia da qui, su traccia di sentiero
piuttosto labile, la discesa dell’alte, davvero molto ampia.
La discesa mantiene una direzione che approssimativamente
rimane sulla verticale della baita Mafarone, senza piegare verso destra,
dove è ben visibile la grande baita della Moia (m. 2009). Scendendo,
incontriamo alcune baite minori, ma vediamo subito la meta, che resta
nascosta dietro un ampio dosso erboso. Si tratta della curiosa doppia
fila di tre baite che sulla carta è designata come Casera di
Gerlo, e quotata 1897 metri. Le baite sono poste sul limite inferiore
dell’alpe: da esse iniziamo la discesa finale al fondo della Val
Lunga, imboccando un sentiero che prosegue sulla sinistra, passa a destra
di un ripido prato ed inizia una discesa lungo il fianco di sud-est
della valle del Gerlo, per poi passare sul lato opposto prima di raggiungere
la strada di fondovalle presso una galleria paramassi. Seguendola verso
sinistra, raggiungiamo, infine, la località Arale (termine connesso con il bergamasco “aral”, cioè “spianata con cataste di legna da ardere”, oppure con il canavesano “eral”, cioè “spianata nel casale”), dove si trova
il rifugio Beniamino. La traversata richiede circa due ore di cammino
(il dislivello è di circa 290 metri).
Ascensione al pizzo di Presio (EE).
Possiamo sfruttare due vie. La prima segue il crinale est-nord-est.
Per raggiungerlo, scendiamo dal rifugio alla casera di Bernasca (m.
1982), imboccando poi un sentierino che, in direzione nord, porta al
crinale, ad una quota approssimativa si 2220 metri. Seguendo il crinale,
con cautela, raggiungiamo infine i 2391 metri della cima. La seconda
via è più lunga, ma ha l fascino di una splendida escursione
negli orizzonti della solitudine. Torniamo al passo di Vicima e scendiamo
al pianoro dell'alta valle, dove, sulla destra, riconosciamo facilmente
le due baite di quota 1931 (una è costruita a ridosso di un enorme
masso). Dalle baite iniziamo a salire verso nord-est (destra), seguendo
l'ampio vallone che scende da un gradone terminale. C'è anche
una traccia di sentiero, ma nella parte bassa è poco visibile.
Alla fine raggiungiamo la soglia di una splendida conca solitaria, vegliata
dalla baita Pertuso (m. 2113). Si chiude l'orizzonte alle nostre spalle,
siamo nel regno della solitudine estrema. Attraversiamo la conca e prendiamo
a salire seguendo la cotica erbosa, fino alla cime del pizzo, che è
già ben visibile, sulla destra, dalla baita.

Ascensione al monte Seleron (EE).
Percorriamo l'itinerario sopra descritto per la traversata al rifugio
Beniamino, ma ora, giunti in vista della bocchetta del Gerlo, la lasciamo
alla nostra destra, per guadagnare, con un percorso un po' tormentato,
il crinale nord-occidentale del monte. Seguendolo, con cautela, raggiungiamo
alla fine la cima, a quota 2519 metri.