STORIA
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Bianzone

IL COMUNE IN SINTESI (DATI RELATIVI AL 1996)
Abitanti (Bianzaschi): 1362 Maschi: 667, Femmine: 695
Numero di abitazioni: 662 Superficie boschiva in ha: 604
Animali da allevamento: 825 Escursione altimetrica (altitudine minima e massima s.l.m.): m. 378, m. 2435 (Monte Cancano)
Superficie del territorio in kmq: 17,25 Nuclei con relativa altitudine s.l.m.: Bianzone m. 444, Bratta m. 1032

Bianzone è comune del versante retico che precede Tirano, nel territorio della Comunità Montana di Tirano. Il suo territorio, che ha un’estensione di 17,25 kmq, si stende interamente a nord del fiume Adda, sul fondovalle e sul versante montuoso compreso fra la Valle di Boalzo, che fa da confine, ad ovest, con il comune di Teglio, e la valle Maggiore, che fa da confine, ad est, con il comune di Villa di Tirano. Fra le due valli si apre il solco della Valle di Bianzone, sul cui conoide di deiezione sorga il nucleo centrale del paese. La valle separa due larghi dossi, che ospitano due nuclei gemelli di insediamento di mezza costa, Piazzeda (m. 919), ad est, e Bratta (m. 1003), ad est). A monte dei due nuclei stanno importanti maggenghi: sopra Piazzeda troviamo Nemina Bassa (m. 1392), Nemina di Mezzo (m. 1571) e Nemina Alta (m. 1745), mentre sopra Bratta troviamo Palfrè (m. 1330) e le baite Campione (m. 1634). Il confine settentrionale corre sul crinale che fa da confine con il territorio svizzero, e tocca, da ovest, il monte Cancano, che con i suoi 2436 metri rappresenta il punto di massima elevazione del territorio comunale, il passo o colle di Anzana (m. 2224), agevole porta fra il versante retico valtellinese e la Val Saiento (laterale della Valle di Poschiavo, nella Confederazione Elvetica), sfruttato durante la seconda guerra mondiale per l’espatrio di Ebrei che rischiavano la cattura ed il campo di concentramento, la croce di quota 2303 ed il cippo di quota 2344 ed infine il panoramico colle di Salarsa (m. 2235).
Per raggiungere Bianzone basta staccarsi dalla ss. 38 dello Stelvio, per chi proviene da Milano, allo svincolo, segnalato, che si trova dopo la semicurva di Tresenda e prima di Villa di Tirano (appena prima della chiesa della Madonna di Campagna, che colpisce, per la sua posizione isolata, quasi a lato della strada statale).
Non sappiamo se la zona di Bianzone sia stata interessata da insediamenti in epoche preistoriche e, successivamente, da popolazioni di stirpe ligure ed etrusca: sappiamo, per quanto scrive il celebre scrittore latino di origine comasca Plinio il Vecchio, che “i Reti provengono dalla stirpe etrusca” e debbono il loro nome ad un mitico condottiero, Reto, che li avrebbe guidati nella colonizzazione del territorio alpino. Solo nel 16-15 a.C. con le campagne di Druso, al tempo dell’imperatore Augusto, i Romani affermarono il loro imperium sulla valle. È assai verisimile che durante il periodo romano Bianzone sia stata un nucleo di insediamento, come testimonierebbe la probabile derivazione del nome (che anticamente suonava come “Blanzono”) dall’aggettivo latino “blandius”, che significa “gradevole”, “favorevole”, con riferimento a nome personale o alla felice esposizione ed alla natura solatia dei luoghi (del resto di fronte a Bianzone si pone, sul versante orobico, Stazzona, di cui è certa l’origine romana, anche nel nome – da “statio”, luogo di sosta).
La disgregazione dell’Impero Romano d’occidente portò alle invasioni (o migrazioni, a seconda dei punti di vista) delle popolazioni germaniche e probabilmente Chiavenna fu inglobata, dopo il 489, nel regno ostrogoto di Teodorico, in quel medesimo V secolo nel quale si colloca la prima penetrazione del cristianesimo nella valle. Furono gettate le basi della divisione di Valtellina e Valchiavenna in pievi. “La divisione delle pievi”, scrive il Besta (cfr. bibliografia), “appare fatta per bacini… aventi da epoche remote propri nomi, come è infatti accertato per i Bergalei, i Clavennates, gli Aneuniates”. Esse, dopo il mille, erano San Lorenzo a Chiavenna, S. Fedele presso Samolaco, S. Lorenzo in Ardenno e Villa, S. Stefano in Olonio e Mazzo, S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e S. Pietro in Berbenno e Tresivio; costituirono uno dei poli fondamentali dell'irradiazione della fede cristiana.
Bianzone era compresa nella pieve di S. Lorenzo di Villa di Chiavenna. L’offensiva Bizantina riconquistò probabilmente alla “romanità” la valle della Mera e dell’Adda, anche dopo l'irruzione e la conquista dei Longobardi (568); nell'VIII secolo, però, con il re Liutprando il confine dei domini longobardi raggiunse il displuvio alpino. Con i successori Rachis ed Astolfo, nel medesimo VIII secolo, queste valli risultano donate alla chiesa di Como. Sconfitti, nel 774, i Longobardi da Carlo Magno, Valchiavenna e Valtellina rimasero parte del Regno d’Italia, sottoposto alla nuova dominazione franca.
La frammentazione dell’Impero di Carlo portò all’annessione del Regno d’Italia al sacro Romano Impero. Il 3 settembre 1024 l’imperatore Corrado succedette ad Enrico II, inaugurando la dinastia di Franconia, e confermò al vescovo di Como i diritti feudali su Valtellina e Valchiavenna. A quel medesimo secolo risale il primo nucleo della bella chiesa di San Siro. Al 1100 risale, infatti, la prima citazione del borgo di Bianzone, in un documento nel quale si sancisce proprio la donazione della chiesa di San Siro, fondata da Nelucia e Pagana, all’arciprete ed ai canonici di Bormio, dipendenza dalla quale essa si svincolò solo molto più tardi, nel 1591, diventando vicecura di Villa di Tirano nel 1595 (è però interessante osservare che ancora nel seicento e nel settecento Bianzone fu meta di villeggiatura di alcune fra le più famose famiglie nobiliari di Bormio). Nei successivi secoli XII e XIII presero forma le forme dell’amministrazione comunale, che si affiancarono alle forme della dipendenza feudale (Bianzone, che allora dipendeva da Stazzona, fu feudo, fino al XIV secolo, della famiglia dei Capitanei di Stazzona).
Nelle “Istituzioni storiche del territorio lombardo”, redatte sotto la direzione generale di Roberto Grassi, nel 1999, così viene descritta l’articolazione istituzionale del comune di Bianzone nel medio-evo: “Gli organi politici e amministrativi che esprimeva la comunità erano la vicinanza e il consiglio di comunità; la fi­gura di maggior rilievo era quella del decano, che rappresentava la comunità ed era responsabile della gestione finanziaria del comuneIl massimo organo deliberante del comune di Bianzone era il consiglio di comunità, che era composto dal decano, da cinque consiglieri e da altrettanti sindaci eletti in rappresentanza delle contrade. Il consiglio assegnava gli incarichi dell’osteria, panetteria, beccaria, peschiera e beni comunali; ripartiva le taglie; decideva i lavori di manutenzione; nominava, oltre agli agenti di comunità, i deputati alle chiese e i rettori delle confraternite del Santissimo Suffragio, dei Santissimi Antonio Abate e Pietro Martire, e della Scuola dei Disciplini.
Tra gli agenti o ufficiali di comunità, gli esattori erano responsabili della riscossione delle taglie contrada per contrada; gli arbostari e campari si occupavano della tutela dei boschi e dei campi, in numero di due per il piano, uno o più per la montagna; i servitori pubblici avevano funzioni di messo notificatore; gli stimatori avevano il compito di stimare a nome del comune i beni da requisire o da vendere; gli accoladri, uno per contrada, riscuotevano le accole; gli inaquadori erano preposti all’irrigazione dei territori comunali.
La vicinanza di Bianzone era costituita dalla riunione dei capifamiglia del comune, veniva convocata ad istanza del decano per le deliberazioni e ratificazioni più importanti nella vita della comunità: l’elezione annuale del decano, a turno spettante alle contrade ed estratto a sorte da una rosa di tre uomini; l’elezione dei consiglieri, notaio, procuratore del comune, ufficiali di comunità. Nel XVIII secolo veniva eletto dalla vicinanza anche il direttore di comunità, delegato a rappresentare il comune in particolari rapporti con l’esterno. Il notaio rogava i sindacati, riscuoteva le taglie forestiere, aveva in deposito i libri dell’estimo, delle accole e dei conti. Il procuratore rappresentava la comunità nelle questioni e nelle cause di interesse sovracomunale.

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Nel 1335 Como, e con essa Valtellina e Valchiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti. Sul carattere generale di tale dominazione, scrive il Romegialli, nella sua "Storia della Valtellina" (1834): "Noi lontani da sospettosi loro sguardi; noi popoli di recente acquisizione, noi senza famiglia con motivo o forza da rivalizzare con essi; noi per più ragioni, da Visconti riguardati con amore e in pregio tenuti, dovettimo essere ben contenti dell'avvenuto mutamento. Aggiungasi che il nostro interno politico economico regime, poco tuttavia distava dal repubblicano. E diffatti ci erano serbate le antiche leggi municipali, e soltanto dove esse mancavano, dovevano le milanesi venire in sussidio... Deputava il principe, non già Como, alla valle un governatore... Il governatore chiamavasi anche capitano, al quale associavasi un giudice o vicario... I pretori ed ogni altro magistrato liberamente eleggevansi dal consiglio della valle; e il supremo tribunale, cui presiedeva il capitaneo, stava in Tresivio." La Valtellina, negli Statudi di Como, era ripartita nei terzieri superiore (con capoluogo Tirano), di mezzo (con capoluogo Tresivio), inferiore (con capoluogo Morbegno); Bianzone, citata negli Statuti come “comune de Blanzono”, apparteneva al Terziere superiore.
Il giudice generale di valle (poi governatore di valle) risiedeva in Tresivio. Il giudice generale, di nomina ducale, svolgeva le funzioni di giudice d’appello, sempre con sede con sede in Tresivio, ed era anche detto podestà della Valtellina. La Valtellina conservò però la sua autonomia locale, tanto che i pretori venivano eletti dal consiglio di valle, che era l’organo in cui si riunivano i rappresentanti delle giurisdizioni.
Estinti i Visconti e terminata la breve esperienza della repubblica milanese (1447), i Milanesi accolsero per loro signore Francesco Sforza. Ma già cominciavano ad affacciarsi quelli che sarebbero stati, dal 1512, i nuovi signori delle valli dell’Adda e della Mera, le Tre Leghe Grigie (Lega Grigia, Lega Caddea e Lega delle Dieci Giurisdizioni, che si erano unite nel 1471 a Vazerol), che miravano ad inglobarle nei loro territori per avere pieno controllo dei traffici commerciali che di lì passavano, assicurando lauti profitti. Nel 1487 Bianzone vide passare, fra il terrore generale, le loro truppe che fra il febbraio ed il marzo avevano invaso il bormiese, scendendo, poi, la Vasltellina e saccheggiando sistematicamente i paesi della valle da Bormio a Sondrio. Le truppe ducali si mossero per fermarne l’avanzata e, dopo alcuni episodi sfavorevoli, riuscirono a sconfiggerle nella piana di Caiolo. Non si trattò, però, di una vittoria decisiva e netta, come dimostra il fatto che le milizie grigione si disposero a lasciare la valle solo dopo la pace di Ardenno (1487), che prevedeva il cospicuo esborso, da parte di Ludovico il Moro, di 12.000 ducati a titolo di risarcimento per i danni di guerra.  Si trattò solo di un preludio, di un segno premonitore di quel che Valtellina e Valchiavenna sarebbero apparse ai loro occhi nella successiva generazione, una inesauribile macchina per far soldi, diremmo noi oggi. Di lì a poco, nel 1500, Ludovico il Moro con la sconfitta di Novara, perse il ducato di Milano ad opera del re francese Luigi XII. Per dodici anni i Francesi furono padroni di Valtellina e Valchiavenna; il loro dominio, però, per dispotismo ed arroganza, lasciò ovunque un pessimo ricordo, cosicché il loro rovescio e l’inizio della dominazione delle Tre Leghe Grigie (1512) venne salutato non con entusiasmo, ma almeno con un certo sollievo. I nuovi signori proclamavano di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz (o Jante) il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); Valtellina e Valchiavenna figuravano come paesi confederati, con diritto perciò di essere rappresentati da deputati alle diete; le Tre Leghe promisero, inoltre,di conservare i nostri privilegi e le consuetudini locali, e di non pretendere se non ciò che fosse lecito e giusto. Ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna.
I nuovi dominatori sentirono, inoltre, il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis Blanzoni" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 447 lire (per avere un'idea comparativa, Villa di Tirano fa registrare un valore di 940 lire, Tirano 2338, Sernio 351 e Lovero 606); 13 pertiche di orti sono stimate 47 lire; i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di 9523 pertiche e sono valutati 2337 lire; boschi e terre comuni sono valutati 16 lire; gli alpeggi, che caricano 140 mucche, vengono valutati 28 lire; campi e selve hanno un’estensione di 2040 pertiche e sono stimati 1659 lire; i vigneti si estendono per 1294 pertiche e sono stimati 2130 lire;un “hospitium communis” è stimato 10 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 6714 lire (sempre a titolo comparativo, Villa di Tirano fa registrare un valore di 11706 lire, Tirano 17770, Sernio 3576 e Lovero 5965).
È interessante notare che quasi un terzo del reddito stimato per Bianzone è legato alla produzione vinicola, elemento che verrà confermato nei secoli successivi, conferendo a questo comune una connotazione di vocazione fortemente agricola. Ricordiamo che il commercio del vino oltralpe fu l’elemento di maggior forza dell’economia della Valtellina, fino al secolo XIX. Ma la produzione del vino è molto sensibile alle irregolarità climatiche, ed il cinquecento non fu, sotto questo profilo, secolo clemente, almeno nella sua prima metà: la natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle; dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine. Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo, il che arrecò il colpo di grazia alle già duramente colpite viti della valle. Nel comune di Sondrio, annota il Merlo, cronista del tempo, vi furono in tutto solo un centinaio di brente di vino. Nel 1526 la peste tornò a colpire nel terziere di Mezzo, e ne seguì una dura carestia, come da almeno un secolo non si aveva memoria, annota sempre il Merlo. L’anno successivo un’ondata di freddo e di neve nel mese di marzo danneggiò di nuovo seriamente le viti. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”. La seconda metà del secolo, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento). C’è davvero di che far meditare quelli che (e non son pochi) sogliono lamentarsi perché non ci sono più le stagioni di una volta…
Sappiamo che in questo secolo Bianzone era costituita da cinque contrade o cantoni: Piazza, Canova, Cambren, Selva, Mon­tagna, quest’ultima comprendente le località di Bratta e Piazzeda. Una tradizione che non ha trovato fondamento storico vuole che sempre nel cinquecento si siano insediati, nella località che poi sarà chiamata La Gatta, alcuni monaci, colpiti dalla bellezza di quella terra, che definirono “Benedetta da Dio”.
Cinquecentesco è anche il più suggestivo edificio di Teglio, la rinascimentale villa Besta, di un ramo della celebre famiglia di Teglio. Essa è stata definita da Renzo Sertoli Salis, in un articolo su un Bollettino della Società Storica Valtellinese ad essa dedicato, - n. 64, 1963 – “un monumento che non solo è il più importante – almeno fra quelli civili – di Bianzone, ma anche uno fra i più notevoli del Cinquecento Valtellinese”. Ecco alcuni elementi della descrizione che egli stesso offre in tale articolo: “In larga parte simile a quello del maggior palazzo tellino è il cornicione del palazzetto bianzonese con svolgimento a lunetta o a vela che dir si voglia, anche se non sì trova traccia della decorazione a fresco nelle fasce marginali come a Teglio, né — come si è già detto — di stemmi. Anche le grondaie terminanti a testa di drago presentano un'identità di gusto e di costruzione con l'altro e maggiore maniero dei Besta. Il tetto vanta i caratteristici comignoli a torretta sagomata, quasi a fungo, propri dell'epoca e dell'ambiente valligiano. Il palazzetto, corpo unico, come si è detto, e senza cortile, non presenta nessun ampio ingresso, ma entrate piuttosto anguste e laterali, come — secondo un'ipotesi suggestiva ma forse fin troppo immaginaria — a miglior difesa di chi l'abitava: difesa di cui avrebbe avuto bisogno quel Carlo Besta in fuga da Teglio intorno al 1639 dopo le battaglie perdute contro i Grigioni. All'interno non rimane — degna di nota — che una bella sala rettangolare al primo piano di circa metri 4 per 8, costruita elegantemente a volta e decorata con cinque dipinti sul soffitto rappresentanti scene probabilmente della Gerusalemme Liberata e che sono — stilisticamente parlando – del tardo Seicento o del primo Settecento”.
Giovanni Guler von Weineck (governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), nell’opera “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (e tradotta in italiano dal tedesco da Giustino Renato Orsini), annota: “Una mezz’ora dopo Villa, si trova il villaggio di Bianzone, il quale, insieme col villaggio di Bratta, che sorge sul monte, costituisce l’undicesimo ed ultimo comune del terziere superiore, che lì finisce”. Le Tre Leghe Grigie concessero al vescovo di Como Feliciano Ninguarda, per la sua origine morbegnese, il permesso di effettuare una celebre visita pastorale, nel 1589, di cui diede un ampio resoconto pubblicato nella traduzione di don Lino Varischetti e Nando Cecini. Ecco quanto vi possiamo leggere su Bianzone: “A un miglio abbondante dall’arcipretura suddetta, scendendo verso la pieve di Teglio, lasciando a sinistra il fiume Adda, vi è il borgo di Bianzone. Qui si dà inizio non solo alla predetta pieve di Villa, ma a tutto il terziere superiore della Valtellina: questo borgo, computati anche i diversi villaggi sulla montagna, conta circa duecento quaranta famiglie, tutte cattoliche. La chiesa parrocchiale è dedicata a S. Siro: è assai ampia e di elegantissima architettura ed assai più bella della chiesa arcipretale e fornita di molta argenteria ed apparati sacri: vi è parroco il r. sacerdote Ottaviano Quadrio di Chiuro che vi mantiene un cappellano e in questoperiodo tiene il servizio prete Ottaviano Rumoni di Grosio. Sulla piana dello stesso borgo di Bianzone vi è la chiesa della Beata Vergine Maria. A oltre mezzo miglio dalla stessa parrocchia, verso il borgo Villa vi è una chiesa dedicata a San Martino Vescovo. A due miglia dalla parrocchiale, nel villaggio della Bratta, posso sulla montagna, vi è la chiesa di S. Bernardo Abate”.
Le 240 famiglie registrate dal Ninguarda corrispondono probabilmente ad una popolazione complessiva di 1200-1500 abitanti; una successiva visita pastorale, nel 1624, ne contò 1011.
Alla fine del cinquecento, e precisamente nel 1591, come già detto, la chiesa di S. Siro si svincolò dalla dipendenza da Bormio, per poi diventare vicecura di Villa di Tirano nel 1595. Nel 1614, all'epoca della visita pastorale del vescovo Filippo Archinti nella pieve di Villa, entro i confini della parrocchia esistevano la chiesa della Beata Maria, di Santa Maria del Piano, dei Santi Antonio e Bernardo nella contrada di Bratta, l'oratorio di San Martino.

 

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Poi venne il Seicento. Secolo di segno ben diverso, nel quale le ombre sopravanzarono di gran lunga le luci. Un anno, sopra tutti, merita di essere ricordato come funestamente significativo, il 1618: in Europa ebbe inizio la Guerra dei Trent’Anni, nella quale Valtellina e Valchiavenna furono coinvolti come nodi strategici fra Italia e mondo germanico; a Sondrio, al colmo delle tensioni fra cattolici e governanti grigioni, che favorivano i riformati in valle, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture. Due anni dopo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Bianzone fu preservata dagli orrori di questa strage, dal momento che nessun protestante vi risiedeva. Non fu preservata, invece, dagli sconvolgimenti successivi. Fu, infatti, quello l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra.


Palazzo Besta

La reazione delle Tre Leghe, infatti, non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dalla Valmalenco. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro signoria, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia, con la campagna del marchese De Coeuvres, che, fra l’altro, con il colonnello grigione Ercole Salis, prese Bianzone il 13 dicembre del 1624. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni. Ma la valle godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo, che colpì duramente anche Bianzone. Non a caso una nota leggenda della vicina Villa di Tirano parla del ripopolamento del mondo, deserto dopo la peste, ad opera del Tananài e di tre donne sopravvissute. Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa.
A partire dal Settecento la situazione economica migliorò progressivamente. La ripresa settecentesca non fu, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti. La crescita anche economica del comune di Biancone in questo secolo è comunque provata da un fatto: nel 1758 e ancora nel 1794 la chiesa parrocchiale di Bianzone è attestata come prepositurale con un collegio di quattro canonici.
Lo storico Francesco Saverio Quadrio, nell'opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), così sintetizza la situazione di Bianzone a metà del settecento: "Bianzone (Bilitio). Bianzone è l'ultima Comunità del Terziero Superiore. Nel Monte, che a questo Luogo sovrasta, chiamato Imina era collocato già un Forte, con una Torre. Ad esso sono congiunti due altri Villaggi, che sono Baratta, e Placeda."
Nel Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nelle due valli crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Per meglio comprendere l’insofferenza di valtellinesi e valchiavennaschi, si tenga presente che la popolazione delleTre Leghe, come risulta dal memoriale 1789 al conte di Cobeltzen per la Corte di Vienna, contava circa 75.000 abitanti, mentre la Valtellina, con le contee, superava i 100.000. Fu la bufera napoleonica a risolvere la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797. Il 10 ottobre 1797 Napoleone dichiarò Valtellinesi e Valchiavennaschi liberi di unirsi alla Repubblica Cisalpina. Seguì, il 22 ottobre, l'unione della Valtellina e dei Contadi di Bormio e Chiavenna alla Repubblica Cisalpina ed il 28 ottobre la confisca delle proprietà dei Grigioni in Valtellina. A tale confisca fu interessato anche quello il già citato palazzo Besta, che allora era possesso della potente famiglia grigiona dei Planta e che venne acquisita dalla nobile famiglia dei Lambertenghi. In quell’anno Bianzone contava 1093 abitranti.
Alla Repubblica Cisalpina seguì, nel 1805, il Regno d’Italia, nel quale il comune di Bianzone, con le sue vicinanze, venne inserito nel III cantone di Tirano, come comune di III classe, con 1.033 abitanti. Nel successivo prospetto dei comuni del 1807 il comune denominativo di Bianzone, con 1.160 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Piazza (200 abitanti), Canova (100 abitanti), Cambreno (100 abitanti), Selva (150 abitanti), Bratta sul Monte (430 abitanti) e Piazzeda sul Monte (180 abitanti).

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Cadde anche Napoleone, lasciando ai posteri il problema di formulare l'ardua sentenza sulla sua vera gloria. il Congresso di Vienna, nel 1815, anche grazie all'operato della delegazione costituita dal chiavennasco Gerolamo Stampa e dal valtellinese Diego Guicciardi, sancì l'aggregazione del dipartimento dell’Adda al Regno Lombardo-Veneto, sotto il dominio della casa d’Austria.
Il dominio asburgico fu severo ma attento alle esigenze della buona amministrazione e di un’ordinata vita economica, garantita da un importante piano di interventi infrastutturali. Venne tracciata la strada principale che percorreva bassa e media Valtellina, fino a Sondrio, poi prolungata fino a Bormio. Venne tracciata la carozzabile da Colico a Chiavenna. Nel 1831 fu inaugurata la strada lungo la sponda orientale lariana, da Colico a Lecco, che consentì alla provincia di Sondrio di superare lo storico isolamento rispetto a Milano ed alla pianura lombarda. Agli ultimi anni della dominazione asburgica (1855) risale anche la carozzabile che da Tresenda saliva all'Aprica; la strada fu, poi, prolungata fino a Edolo nei primi anni del nuovo Regno d'Italia, mettendo in comunicazione la valle dell'Adda con la Valcamonica.
Il periodo asburgico fu, però, anche segnato anche da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. Vent’anni dopo circa iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855). Si aggiunse anche l'epidemia della crittogama, negli anni cinquanta, che mise in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese, e quindi anche Bianzone, che allora contava 1443 abitanti. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia.
Alla proclamazione del Regno d'Italia, nel 1861, Bianzone contava 1450 abitanti, che crebbero considerevolmente nei decenni successivi, fino alla prima guerra mondiale: erano 1551 nel 1871, 1726 nel 1881, 1763 nel 1901 e 1771 nel 1911.
Alcuni abitanti di Bianzone parteciparono alle guerre risorgimentali successive all’unificazione italiana: si tratta di Bertola Andrea (1866), Calegari Domenico (1866), Polinelli Giuseppe (1866-70) e Polinelli Bortolo (1866).
Una nota di colore viene riportata da un articolo del settimanale "La Valtellina" datato 2 agosto 1807: "A Villa di Bianzone, causa della siccità, si sono fatte delle processioni fin sul culmine dei monti per isgominare quegli invisibili abitatori: le Orcadi si accontarono con le Naiadi e, per dispetto scaricarono delle alluvioni che, fra i diversi danni, intercettarono per più ore la corsa postale del 27 luglio in partenza da Sondrio per Tirano."
Dall’opera “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), ricaviamo invece diverse interessanti notizie statistiche sul paese intorno agli anni ottanta dell’ottocento, riportate nella seguente tabella:

Frazioni principali

Mandamento

Numero delle case al 1865

Numero di famiglie al 1865

Abitanti nel 1881

Patrimonio al 1865 (in Lire)

Passivo al 1883 (in Lire)

Latteria/e
(anno di fondazione, kg. di formaggio e di burro prodotti)

Sordomuti (m e f)

Ciechi (m e f)

Cretini

Alpeggi (fra parentesi: proprietà, numero di vacche sostenibili, prodotto in Lire per vacca, durata dell’alpeggio in giorni)

-
Tirano
358
295
1645
25156
31576
-
6, 12
0, 2
0

-

Ecco come presenta il paese la II edizione della Guida alla Valtellina edita a cura del CAI nel 1884: “Più in là sotto al monte in un seno ridente sorge Bianzone (600 m. 1726 ab.) non umile borgo, e vicino alla via, minacciata dal torrente, la Madonna del Piano corretto edificio di stile bramantesco.”
Nel 1893, anno della memorabile visita pastorale del Vescovo di Como Andrea Ferrari (il futuro Cardinal Ferrari di Milano), nella parrocchia di risultavano residenti 1600 anime, ed il parroco segnalava 200 emigranti nella vicina Svizzera e nel periodo luglio-agosto. Nel 1898 la parrocchia fu visitata dal suo successore, il vescovo Valfré di Bonzo; a quella data risultavano residenti 1700 anime, con 200 emigranti, sempre in Svizzera; viene anche annotata la presenza di una famiglia protestante. Non risultavano villeggianti nella stagione estiva.

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Pesante, come per tutti i comuni della provincia, il contributo di vittime che Bianzone dovette pagare alla prima guerra mondiale; in piazza Vanoni, sulla facciata del Municipio, una targa sulla quale sta scritto “ai suoi caduti e dispersi nella guerra Libica e nelle guerre 1915-1918-1940-1945 la popolazione di Bianzone in segno di perpetuo ricordo”, ne riporta i nomi: “Bertola Antonio fu Andrea (1917), Bibbia Rodolfo di Rodolfo (1917), Bonadeo Giacomo di Lorenzo (1912, Guerra di Libia), Bongetti Andrea di Giuseppe (1918), Caligari Luigi di Giacomo (1920), Carboni Beato di Beato (1915), Castelanelli Giovanni fu Giacomo (1919), Castelanelli Pietro fu Pietro (1916), Cominetti Pietro fu Antonio (1918), Dellecoste Cesare di Pietro (1917), Dellecoste Lorenzo fu Lorenzo (1917), Gosatti Pietro fu Francesco (1918), Marantelli Cesare fu Luigi (1915), Marantelli Cesare di Pietro (1920), Mevio Giacomo di Giacomo (1915), Mevio Pietro fu Battista (1917), Polinelli Antonio fu Giuseppe (1918), Polinelli Bortolo fu Antonio (1918), Polinelli Giovanni di Antonio (1918), Polinelli Giuseppe fu Giuseppe (1916), Polinelli Giuseppe fu Stefano (1917), Polinelli Lorenzo fu Lorenzo (1918), Polinelli Luigi fu Andrea (1918), Ronchi Giuseppe di Martino (1917), Rossi Luigi di Martino (1918), Valbuzzi Lorenzo di Pietro (1916), Valbuzzi Luigi di Lorenzo (1918) e Valli Massimo fu Luigi (1918).


Bianzone

Il primo dopoguerra fece registrare una situazione demografica tutto sommato stabile: dai 1554 abitanti del 1921 si passò ai 1609 nel 1931, per scendere di nuovo ai 1772 nel 1936.
Ecco lo spaccato che di Bianzone ci offre, nel 1928, Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”: Continuando, dopo Tresenda, la provinciale, si lascia a sinistra Boalzo, fraz. Di Teglio, rovinato dalle alluvioni del suo torrente, e da cui una strada sale a Teglio, e si raggiunge Bianzone (m. 444 – ab. 1554 – P. –st. ferr. a km. 1,5 – latt. turn. – soc. l’Elettrica, coop. di cons., altra detta “Il Popolo” – ost. – produz. di buon vino). Quivi la chiesa della Madonna del Piano è di stile bramantesco con affreschi di Gio. B. Muttoni e lodevoli tele più moderne. Nella prima cappella a destra della parrocchiale vi sono ottimi affreschi di C. Valorsa, alcuni malamente ridipinti. Sono del 1558 e rappresentano Cristo che porta la croce, con S. Rocco, S. Pietro Martire e alcuni frati; in alto una deliziosa M. con B.; Cristo coronato di spine, e Cristo flagellato. Nel secondo altare a sinistra vi è una buona ancona colla Deposizione, attribuibile allo stesso Valorsa: l’ancona, di bell’intaglio, monca nella cornice superiore, porta dipinta sulla predella delle piccole figure ed una bella Cena. L’altar maggiore ha un’ancona dorata barocca. È del Valorsa un altro bell’affresco nella chiesa della frazione di Bratta. La chiesa di S. Siro rimonta al secolo XI.”
La Seconda Guerra Mondiale, con le sue tragedie, non risparmiò Bianzone: caddero il sergente maggiore Belottini Alberto Pierino, il sergente maggiore Sertorio Jemen, il caporal maggiore Polinelli Federico, il caporal maggiore Salvi Pasquale, il carabiniere Castelanelli Antonio Enea ed i soldati Bonadeo Erminio, Gianotti Battista, Gosatti Antonio, Gosatti Pietro, Polinelli Ero, Polinelli Gaudino, Valbuzzi Tranquillo, Polinelli Antonio, Bongetti Benvenuto, Caligari Angelo, Cerveri Italo, Gosatti Lombardo, Gosatti Olivo, Marantelli Guido, Marazzi Luigi, Pola Mario, Polinelli Alberto Vittorio e Valbuzzi Virginio.
Nel secondo dopoguerra si registrò un iniziale calo demografico, che portò gli abitanti dai 1524 del 1951 ai 1452 del 1961 ed ai 1282 nel 1971; seguì una ripresa con 1308 abitanti nel 1881 e 1362 nel 1991; poi, un nuovo calo, con 1220 abitanti nel 2001, ed una successiva stabilizzazione, con 1238 abitanti nel 2006.
La vocazione agricola di Bianzone, che ha saputo assecondare la felice posizione, non viene smentita neppure nel secondo dopoguerra. Il censimento generale promosso dalla Camera di Commercio di Sondrio nel 1965 vi registra, infatti, la presenza di 304 aziende a conduzione diretta, che operano su una superficie di 1425,47 ettari (una delle più alte della provincia) e di 6 aziende con dipendenti salariati, per una superficie complessiva di 21,81 ettari. La più conosciuta di tali aziende è sicuramente quella Triacca, con la storica tenuta che circonda villa La Gatta, sul lato occidentale del paese. Ancora oggi le attività agricole interessano circa il 10% della popolazione attiva.
Pur non essendo fra i comuni più rinomati della Provincia, Bianzone merita di essere conosciuta per i suoi scorci, i suoi colori, le sue atmosfere ed anche le numerose possibilità di rilassanti trekking che il suo territorio offre. La meritoria attività della locale Biblioteca contribuisce non poco a tenerne viva l’identità culturale ed a promuoverne l’immagine. Lodevole è pure l'istituzione del l'Ecomuseo dei Terrazzi Retici di Bianzone, che cura la valorizzazione del patrimonio etnografico di cui il paese è ricco.

BIBLIOGRAFIA

Sertoli Salis, Renzo, "Il palazzetto Besta di Bianzone" (in "Bollettino della Società Storica Valtellinese", Sondrio, 1967)

Sosio, Dante, "Bianzone: il santuario di Madonna del Piano: appunti di storia", Sondrio, Mitta, 1985

Poggiani Kellex, Raffaella, "Un'ascia dell'età del Ferro da Bianzone", in "Convivium : raccolta di scritti in onore di Davide Pace", Villa di Tirano, Poletti, 1987

Armelloni, Renato, “Alpi Retiche”, Milano, 1997, nella collana “Guida dei monti d’Italia” del CAI-TCI

Garbellini, Gianluigi, "Dagli Alberti ai Besta: le origini del Palazzetto Besta di Bianzone" (in Bollettino della Società Storica Valtellinese, 1999)

Salice, Tarcisio, "La chiesa di San Siro di Bianzone e il capitolo di Bormio", in "Mons Braulius: Studi storici in memoria di Albino Garzetti", Società Storica Valtellinese, Sondrio 2000

Vannuccini, Mario, “Monti e valli della Comunità Montana Valtellina di Tirano ”, Lyasis edizioni, 2002

Cerveri, Emanuela, "Bianzone: scrigni d'arte e di cultura", Bianzone, 2005

Pietrogiovanna, Marco, "Bratta: luoghi, cose e volti tra passato e presente", Comune di Bianzone, Sondrio, Bettini, 2006

Pietrogiovanna, Marco (a cura di), "Bratta : luoghi, cose e volti tra passato e presente", Comune di Bianzone, Sondrio, Bettini, 2006

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