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Apri qui una panoramica sulla Val Loga, incorniciata dai pizzi Ferrè (a sinistra) e Tambò (a destra)

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Monstepluga-
Bivacco Val Loga
3 h
860
E
SINTESI. Saliamo lungo a ss 36 dello Spluga in Valle Spluga, fino a Montespluga. lasciamo la ss 36 imboccando, sulla sinistra, il ponticello che scavalca il torrente Spluga. In breve, piegando a sinistra, siamo ad un ampio parcheggio, che guarda allago, nei pressi del ristorante La Capriata. Lasciata qui l’automobile, cominciamo a camminare su una strada sterrata che si dirige ad ovest, cioè in direzione dello sbocco della Val Loga. Superato un ponticello, siamo ad un bivio segnalato da cartelli, al quale pendiamo a destra (indicazioni per il bivacco Cecchini). Oltrepassata una porcilaia, proseguiamo verso ovest-sud-ovest, seguendo i segnavia e rimanendo poco alti rispetto al torrente centrale della valle, di cui attraversiamo cinque corsi d'acqua tributari. Superato un ulteriore corso d’acqua, scendiamo leggermente, portandoci nei pressi del torrente principale e superando altri tre corsi d’acqua, per poi superare un torrente di portata più importante (non ci sono ponti: attenzione a non scivolare sui sasso emergenti), prima di raggiungere un modesto dosso morenico di cui il sentiero guadagna e segue la sommità. Il sentiero, sempre largo, comincia ora a risalire con decisione, verso sinistra, in diagonale, una china di magri pascoli e detriti alluvionali. Ci portiamo, così, ad un dosso, di cui il sentiero segue il filo, portandoci ad un breve ripiano nel quale passa a destra di un nevaietto, prima di affrontare un secondo più largo dosso, questa volta tagliandone il fianco. In cima al dosso, altra breve pianetta, e nuova ripida china erbosa. Il bivacco appare e scompare. In cima alla china, troviamo alla nostra destra un grande masso con il segnavia sulla parete liscia, alla nostra sinistra un grande ometto. Siamo a destra di un marcato vallone, occupato da un nevaio. Brevissima discesa, e nuova rampa, al termine della quale vediamo una freccia rossa che ci invita a piegare a destra. Solo per pochi metri, però: il sentiero si alza un po’ rispetto al vallone, poi riprende la salita diretta. Attenzione a qualche roccetta da superare, insidiosa se bagnata. Poi superiamo un nevaietto e cominciamo a camminare su terreno morenico: la traccia in diversi tratti si fa meno evidente e descrive un arco in senso antiorario sulla destra, per aggirare il nevaio al centro del canalone. Raggiunto un roccione con la grande scritta "Cecchini", traversiamo in diagonale verso sinistra (all’inizio la traccia rimane sulla destra, poi piega a sinistra). Qui ritroviamo un sentiero più marcato, che continua a salire verso sinistra, zigzagando. Superiamo, quindi, alcune roccette marce, scalinate, e due nevaietti. Dopo un ultimo strappetto, proseguiamo con andamento però meno ripido. Siamo ad una pianetta e vediamo il bivacco: dobbiamo solo superare un ultimo nevaietto ed affondare l’ultima rampa, per poter finalmente riposare ai 2770 metri del bivacco Val Loga.


Lago di Montespluga

La Val Loga chiude a nord-ovest la compagine delle valli laterali della Valchiavenna (anzi, per la precisione, dovremmo dire della Valle San Giacomo, o Valle Spluga, o, ancora, Val di Giüst, come dicono con orgoglio i suoi abitanti, ricordando che mai nessun malfattore venne relegato qui).


Apri qui una fotomappa del percorso Montespluga-Bivacco Val Loga

Giovanni De Simoni nel suo bel volumetto “Toponimia dell’alta valle Spluga” (CCIAA, Sondrio, 1966), ci offre le seguenti interessanti informazioni su questa valle (chiamata localmente “vallöga”):
Contrariamente all'uso generale che considera Val Loga l'intera ampia valle che confluisce nella principale a Montespluga – uso in conseguenza del quale i primi alpinisti hanno contribuito ad una forse arbitraria estensione del toponimo al ghiacciaio e alle sovrastanti vette - il termine vallöga (secondo gli alpigiani delle cascine di Val Loga) indicherebbe soltanto una striscia di fondovalle a sinistra del torrente ed una parte della sovrastante falda solatia (sul fianco destro, ossia a bacio, stanno invece i fevraresch e i piudiröö). Quanto alla spiegazione del nome non ho trovato nè in loco nè... sui sacri testi chi me ne fornisse il bàndolo. Ipotesi molte: da lagh = podere, opinato dal Salvioni in senso generico e che il Sertoli accoglie nella fattispecie, a óga, öga = burrone, ed anche (ma preferibilmente vöga) = via glabra per avvallare il legname (dal celtico ocha = via), ecc. Preferisco essere guardingo, tanto più che da informatori molto anziani di Isola ho registrato le pronunce: Vallóghia e vallóia (i leggerm. mouillé) e da altri dell'Alpe Suretta vallögia e persino val de l’öi!
Una leggenda locale narra che un viandante, percorrendo la valle, vi trovasse il cadavere di un precedente viaggiatore fornito di molto denaro. Appropriatosi tosto del peculio si dice rinunciasse al suo viaggio e andasse ripetendo, al ritorno, aver scoperto una val löga ossia che l'aveva ben lógà (=allogato). Nel dialetto è ancora viva l'espressione «lógà una fiöla» che significa accasare, in matrimonio, una figlia.
Non voglio però trascurare di segnalare che in antico i «regolamenti d'alpe» eran detti «logamenti d'alpe » e che loga potrebbe anche avere il significato di «regola»."
Gli amanti delle ascensioni conoscono bene questa valle, perché sul suo angolo settentrionale e poco a sud di quello meridionale si trovano due cime che costituiscono un classico delle ascensioni della Valchiavenna, cioè il pizzo Tambò (m. 3274) ed il pizzo Ferrè (m. 3103). In mezzo, la cima di Val Loga (m. 3004). Questo giustifica la presenza di un bivacco, il Cecchini (viene ancora conosciuto con questa denominazione, anche se, dopo il rifacimento del 2009, è stato ribattezza con la denominazione di bivacco Val Loga), che spesso, per la sua collocazione panoramica ed elevata, costituisce meta di un’escursione dedicata. Escursione dallo sviluppo assai semplice, anche se di impegno non irrilevante.
Punto di partenza è l’abitato di Montespluga, che si trova alla fine dell’omonimo bacino artificiale, prima che la strada statale 36 affronti l’ultima salita che la porta al passo dello Spluga. Lo raggiungiamo salendo, appunto, lungo la ss 36 dello Spluga: superata Campodolcino, prendiamo subito la direttrice per Madesimo (lasciando alla nostra sinistra la strada per Isola). La strada affronta i celebri ed impressionanti tornanti scavati nella roccia, prima di raggiungere Pianazzo. Usciti dal paese, al primo tornante dx ignoriamo la deviazione a sinistra per Isola, poi al primo sx ignoriamo la galleria che se ne stacca, sulla destra, e porta a Madesimo. Proseguiamo, dunque, diritti e, dopo un lungo traverso giungiamo in vista del poderoso muraglione dello sbarramento, sul quale sta scritta a caratteri cubitali la data di costruzione, il 1931 (MCMXXXI). Percorso l’intero lato orientale del bacino, siamo a Montespluga.
Qui un pannello illustrativo racconta la storia del piccolo e simpatico nucleo: “La località fu nota fino agli inizi del XIX secolo come «Ca' de la montagna» per l'osteria-ospizio qui esistente fin dall'alto Medioevo, ma documentata solo a partire dal XIV secolo (oggi è l'albergo Vittoria). Uno scrittore degli inizi del Seicento annota «Uomini e giumenti troppo spesso perderebbero la loro vita su questo monte, se non vi fosse questo ricovero». Qui, quando infuriavano le bufere di neve si suonava una campana «per orientare i viaggiatori smarriti e chiamarli a pietoso rifugio durante la tempesta». L'ospizio fu poi ampliato nel XVIII secolo, e vi si ricavò una cappella, che fu posta sotto la giurisdizione della sede apostolica. Nel 1823, quando fu aperta la nuova carrozzabile dello Spluga da parte del regno lombardo-veneto sotto l'Austria, fu ristrutturata la dogana e sul lato opposto della strada fu costruita nel 1825 la chiesetta di San Francesco con pala del santo patrono che riceve le stimmate, firmata nel 1841 da Giovanni Pock. Alla Ca' i vettori dei «Porti» di Val del Reno e quelli di Val San Giacomo si scambiavano le merci dirette rispettivamente a sud e a nord del valico. Qui sostava e faceva dogana la corriera di Lindau, che già nel 1823 in trentasei ore correva dal Lago di Costanza a Milano.
Possiamo riportare, per completezza, anche le notazioni di Giovanni Guler von Weineck, che, nell’opera “Raetia” (Zurigo, 1616), scrive: “Salendo dal villaggio di Spluga in cima al passo e scendendo poi un poca per il versante italiano, s'incontra un edificio in muratura detto Alla-casa, dove, durante le furiose tormente,si rifugiano le bestie da soma e di viandanti. Uomini e giumenti troppo spesso perderebbero la loro vita su questi monti, se non vi fosse questo ricovero. Il luogo circostante è cosi elevato, selvaggio e gelido, che non produce legna di sorta. Perciò la legna, necessaria per la cucina e per il riscaldamento, vi deve essere condotta a soma dal basso di ambedue i versanti. Davanti al ricoverosi stende una pianura discretamente larga, che per otto mesi all'anno è coperta da un bianco strato di neve, mentre negli altri quattro mesi vi cresce un poco di erba e di pascolo.”
Ecco, infine, come G. B. Crollalanza, nella sua monumentale “Storia del contado di Chiavenna” (Milano, 1867), descrive questi luoghi:
A Teggiate s'incontra la prima Casa Cantoniera stabilita e mantenuta dal governo per dar ricovero e soccorso ai viaggiatori assaliti dalla tempesta, e alla Stuetta una seconda Cantoniera, dopo la quale si apre una spaziosa ma deserta pianura, in fondo a cui sorge la Casa detta della Montagna a 1904 metri sul livello del mare, antica dogana italiana, oggi semplice posto di guardie doganali. Quivi presso sorgono altre fabbriche ben costruite, fra le quali la chiesa, la casa del R. Cappellano, l'abitazione per l'Ingegnere di riparto e per gli altri inservienti della strada, ed un comodo albergo. In questo punto non è cosa rara che nell'inverno vi sia della neve che giunge fino alle finestre del primo piano, e duranti le tempeste si suona la campana della chiesa per guidare i viaggiatori.
Poco lungi dalla casa della Montagna s'incontra la terza Cantoniera, e quindi subito dopo la sommità dello Spluga, ove in quel luogo che à forma di piazza è marcato il confine fra l'Italia e la Svizzera. La elevatezza di questo punto sul livello del mare è di 2117 metri, e su quello del lago di Como è di 1919; ed una vecchia torre si trova alla sommità del passaggio, da dove volgendo le sguardo al ponente si scorge la bella aguglia di Tambohorn che servì di segnale trigonometrico con stupendi feldispati bianchi e turchini, e talco e clorite color d'uliva, in mezzo al gneis stratificato verticalmente, cui poi verso l'alpe di Loga congiungonsi la tormalina, la quarzite, l'orniblenda. Superata la vetta dello Spluga, la strada discende sino al paese grigione di questo nome, donde per la valle del Reno si va a Coira.”
Lo scenario, in passato, doveva, quindi, essere assai più severo: la convergenza e la circolazione delle correnti favorivano, nella zona del passo, abbondanti precipitazioni, per cui qui si poteva davvero sperimentare quanta fatica costasse all’uomo riuscire a convivere con le asperità del clima e della montagna. Oggi tutto appare più addomesticato ed ingentilito. Anche la Val Loga, nella cui parte bassa pascolano placide mandrie che sembrano un inno alla serenità, contribuisce a restituire questa sensazione.
Giunti a Montespluga (m. 1908), dunque, lasciamo la ss 36 imboccando, sulla sinistra, il ponticello che scavalca il torrente Spluga. In breve, piegando a sinistra, siamo ad un ampio parcheggio, che guarda al lago, nei pressi del ristorante La Capriata. Lasciata qui l’automobile, cominciamo a camminare su una strada sterrata che si dirige ad ovest, cioè in direzione dello sbocco della Val Loga. Superato un ponticello, siamo ad un bivio: due cartelli indicano che a sinistra ci si porta allo storico sentiero del Cardinello, che sale fin qui da Isola, mentre prendendo a destra saliamo al bivacco Cecchini, dato a 3 ore (mentre il pizzo Ferrè è dato a 4 ore). Poco più avanti un altro cartello dà il medesimo bivacco a 2 ore e mezza. Forse la verità, come si suol dire, sta nel mezzo. Proseguendo nella direzione indicata dal cartello, superiamo una porcilaia ed un corso d’acqua, oltre il quale vediamo i primi segnavia rosso-bianco-rossi.
Il sentiero procede salendo con molta gradualità, poco alto rispetto al torrente nel centro della valle. Superiamo, in rapida successione, altri cinque corsi d’acqua: l’impressione è che questa valle sia straordinariamente ricca di acque. Intanto, guardando in alto, un po’ a sinistra rispetto al centro della valle, vediamo già, in cima ad una china di sfasciumi rossastri, il bivacco. Chi fosse abituato all’immagine storica dello scatolone rosso potrà rimanere disorientato, perché esso appare di colore molto chiaro. Sveleremo, alla fine, l’arcano. Superato un settimo corso d’acqua, scendiamo leggermente, portandoci nei pressi del torrente principale e superando altri tre corsi d’acqua (e siamo a dieci), per poi superare un torrente di portata più importante (non ci sono ponti: attenzione a non scivolare sui sasso emergenti), prima di raggiungere un modesto dosso morenico di cui il sentiero guadagna e segue la sommità. Alla nostra destra si rivela il bello spettacolo delle cascate del ramo principale del torrente della valle, che scende dal bacino del pizzo Tambò. Più avanti torniamo a superare il torrente che scende dal versante di sinistra (per noi che saliamo), questa volta da destra a sinistra.
Ora si comincia a fare sul serio, perché dopo una lunga traversata in cui di quota ne abbiamo guadagnata poca, il sentiero, sempre largo, comincia a risalire con decisione, verso sinistra, in diagonale, una china di magri pascoli e detriti alluvionali. Ci portiamo, così, ad un dosso, di cui il sentiero segue il filo, portandoci ad un breve ripiano nel quale passa a destra di un nevaietto, prima di affrontare un secondo più largo dosso, questa volta tagliandone il fianco. La pendenza è sempre severa. In cima al dosso, altra breve pianetta, e nuova ripida china erbosa. Il bivacco appare e scompare. In cima alla china, troviamo alla nostra destra un grande masso con il segnavia sulla parete liscia, alla nostra sinistra un grande ometto. Siamo a destra di un marcato vallone, occupato da un nevaio. Brevissima discesa, e nuova rampa, al termine della quale vediamo una freccia rossa che ci invita a piegare a destra. Solo per pochi metri, però: il sentiero si alza un po’ rispetto al vallone, poi riprende la salita diretta. Attenzione a qualche roccetta da superare, insidiosa se bagnata. Poi superiamo un nevaietto e cominciamo a camminare su terreno morenico: la traccia in diversi tratti si fa meno evidente e descrive un arco in senso antiorario sulla destra, per aggirare il nevaio al centro del canalone.


La Val Loga, fra i pizzi Ferrè e Tambò

Guardando in alto, vediamo una formazione rocciosa in cima ad un versante di sfasciumi: nella parte alta richiama la testa di un cane che ulula alla luna; più in basso, vediamo, scritto a caratteri molto grandi, “Biv. Cecchini” con una freccia che indica a sinistra. Dobbiamo, quindi, portarci a questa roccia, traversante in diagonale verso sinistra (all’inizio la traccia rimane sulla destra, poi piega a sinistra). Qui ritroviamo un sentiero più marcato, che continua a salire verso sinistra, zigzagando. Superiamo, quindi, alcune roccette marce, scalinate, e due nevaietti. Dopo un ultimo strappetto, abbiamo l’impressione di raggiungere la cima di un’ampia gobba: invece è solo un cambio di pendenza. Saliamo ancora, con andamento però meno ripido. Siamo ad una pianetta e vediamo il bivacco: dobbiamo solo superare un ultimo nevaietto ed affondare l’ultima rampa, per poter finalmente riposare ai 2770 metri dell'ex bivacco Cecchini, ora bivacco Val Loga.
Lo storico scatolone rosso non c’è più: al suo posto il CAI della Valle di Spluga ha curato l’edificazione di un graziosissimo edificio interamente in legno, con pannello solare, 6 posti letto e cucina all’interno. Davvero accogliente e caldo. A chi volesse pernottare è richiesto un contributo di qualche Euro. A tutti è richiesta civiltà, rispetto e attenzione a chiudere bene prima di lasciare il bivacco, che è posto sul crinale che separa la Val Loga dalla Val Schisarola. Ottimo il colpo d’occhio sul vicinissimo ghiacciaietto del pizzo Ferrè, mentre a nord domina il pizzo Tambò. Lo sguardo domina l’intera Val Loga e raggiunge Montespluga ed una parte del suo lago.
La salita richiede, in effetti, 2 ore e mezza o poco più, per superare un dislivello approssimativo in salita di 860 metri. La discesa avviene per la medesima via di salita.

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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line


Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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