Apri qui una panoramica sulla media e bassa Val Codera

La Val Codéra è una delle più suggestive ed amate in provincia di Sondrio, in quanto ancora preservata dall’accesso degli autoveicoli per la mancanza di una strada carrozzabile. Una leggenda narra che Dio, dopo aver fatto il mondo, si ritrovò con un mucchio di pietre avanzate: le sparse un po' alla rinfusa, e queste pietre crearono la valle, il cui nome, infatti, deriva da "cotaria" e quindi da "cote", cioè masso. Questa ed una serie di altre leggende sono legate alla Val Codera, la cui asprezza, non priva di angoli sorridenti e gentili, è un elemento essenziale del suo fascino.
Valle unica, nell'intero arco alpino, almeno per un aspetto: se abbiamo modo di risalirla interamente, fino al bivacco Pedroni-Del Prà (m. 2600), al cospetto del suo circo terminale, potremo, da escursionisti, riposare in uno scenario che dista almeno otto ore di cammino dalla più vicina automobile. Il che regala uno straordinario sentimento di sospensione di tutto quanto ci può ricondurre alla civiltà, o meglio, alla sua forma presente.
Valle per escursionisti dal palato fino, dunque, che propone una vasta gamma di possibilità di trekking. In questa pagina ne presentiamo alcune.


Valle d'Arnasca e bassa Val Codera
DA NOVATE MEZZOLA A CODERA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Mezzolpiano-Codera
2 h e 30 min.
580
E
SINTESI. Seguendo la ss 36 dello Spluga raggiungiamo l'imbocco della Valchiavenna e, dopo 2 gallerie, Novate Mezzola. Giunti in vista della chiesa della SS. Trinità, prendiamo a destra e saliamo alla parte alta del paese, parcheggiando al termine della strada, in località Mezzolpiano (m. 316). Qui parte (abbondanti segnalazioni del Sentiero Roma e del Sentiero Italia) una mulattiera ben scalinata, che sale al nucleo di Avedée (m. 790) e si addentra sul fianco occidentale della Val Codera, perdendo quota in un paio di punti, in corrispondenza di altrettante gallerie paramassi. Un'ultima salita porta al cimitero di Codera ed a Codera (m. 825), dove si trovano i rifugi Risorgimento ed Osteria Alpina.


La classica (ma non unica) via di accesso alla valle è quella che conduce dal fondovalle a Codera. Si tratta anche di un itinerario compreso in classicissime traversate, il entiero Roma (che proprio da qui parte), il entiero Italia ed il Sentiero LIFE delle Alpi retiche. Si parte da Novate Mezzola (nuàa), paese posto all'imbocco della Val Chiavenna, e precisamente dai 316 metri del parcheggio della località "Il Castello" (castèl) della frazione di Mezzolpiano (mezalpiàn; lo raggiungiamo staccandoci dalla ss. 36 dello Spluga in corrispondenza di una farmacia e proseguendo diritti nella salita del conoide alluvionale della valle, cioè seguendo le indicazioni per la Val Codera, che ci portano alla parte alta del paese, sulla sinistra). Qui, anticamente (e ciò giustifica la denominazione del luogo) sorgeva una fortificazione che dominava lo sbocco della Valchiavenna, e che fu definitivamente smantellata nel 1639.
Non lontanto, alla nostra destra, corre il torrente Codera, il cui alveo è contenuto da un alto argine in pietra; una vicina fontanella ci invita al rifornimento di acqua: sarà bene accogliere l'invito, se ne siamo sprovvisti, dal momento che non se ne trova più fino a Codera. Alla nostra sinistra, infine, segnalata da alcuni cartelli (relativi ai rifugio Osteria Alpina, Bresciadega e Brasca, ed al Sentiero Italia - Lombardia 3 settore nord), oltre che da un segnavia rosso-bianco-rosso, parte, introdotta da pochi scalini in cemento, una bellissima mulattiera (codificata con A6), larga un paio di metri, spesso scalinata ed incisa nel granito, che sale, nel primo tratto, con diversi tornanti, in un bosco di castagni. Se vogliamo concentrare la mente in un compito che possa distrarci dalla fatica, secondo i principi della meditazione orientale, potremmo dedicarci a contare gli scalini: pare che siano 2600, uno più, uno meno, e giustificano la denominazione di Mulattiera delle Scale. Oppure potremmo rivolgere il nostro pensiero alla valle che non si è ancora rivelata al nostro sguardo. La Val Codera è l'unica fra le valli maggiori della provincia di Sondrio a non essere accessibile alle automobili: questo le conferisce un fascino per molti aspetti unico, anche se il suo nome deriva da "cotaria" e quindi da "cote", cioè masso; racconta una leggenda, poco generosa nei confronti della valle, che a Dio, dopo aver creato il mondo, avanzò un certo numero di massi, con i quali, messi un po' alla rinfusa, essa sarebbe stata creata. Le solite malelingue, verrebbe da dire.
Le fatiche iniziali impongono qualche sosta, anche perché il fiato non è ancora rotto. In particolare, ad una prima cappelletta, in località Söra i Sasèi (m. 445), ci si può volgere alle spalle per ammirare l’ottimo colpo d’occhio sul Pian di Spagna e sul lago di Novate Mezzola, cui fanno da cornice, sul fondo, a sinistra, il massiccio corno del monte Legnone, estrema propaggine occidentale della catena orobica e, a destra, il monte Beleniga, all'imbocco della Val Chiavenna. Ignorato, alla nostra sinistra, il sentierino che sale alle baite di Montagnola, passiamo accanto ad un cartello avverte del pericolo di caduta sassi e che ci induce ad affrettare il passo. Poi alla cornice di un gentile bosco di castagni si sostituisce quella più severa della nuda roccia, il granito, signore del Sentiero Roma. Un granito che, però, in questa zona l’uomo ha piegato al suo servizio: si tratta, infatti, del San Fedelino, qualità pregiata che ha dato determinato l’apertura di numerose cave. Il sentiero è qui scavato proprio nel granito, e solo così può scavalcare la forra terminale della valle, che precipita, selvaggia, per circa 300 metri, sul fondo del torrente Codera. Effettuando un traverso che corre sul ciglio di un impressionante salto, superiamo due cave (nei pressi della seconda si vede un curiosissimo escavatore, i cui pezzi sono giunti fin quassù grazie alla teleferica e sono stati rimontati sul posto).
Più avanti iniziamo a trovare, sulla destra, la protezione di un corrimano ed incontriamo, a quota 714, una seconda cappelletta, chiamata di Suradöo, nella quale è raffigurata una Madonna incoronata con Bambino (dipinto però in buona parte rovinato), al culmine dello sperone roccioso che veglia il fianco settentrionale della bassa Val Codera; sul lato opposto della mulattiera, cioè sul ciglio del precipizio, una croce di ferro ricorda la tragedia di una persona precipitata a valle. Lasciamo, ora, alle spalle il gentile scenario del lago di Mezzola, ed entriamo effettivamente nella valle e ci tocca una prima discesa, appena accennata, all’ombra di un rado bosco di betulle, olmi e castagni, che regala ampi scorci verso nord (alla nostra destra), dove appaiono, in primo piano, la punta Redescala (m. 2304) e, alla sua destra, il profondo vallone di Revelaso (revelàas), che scende a sud della celebre cima del Sasso Manduino (m. 2888). Passata una cava abbandonata e superato un valloncello, riprendiamo a salire, fino all'abitato di Avedée, posto a 790 metri, sul lungo dosso che scende verso nord-est dal monte omonimo (m. 1405). Dalle sue baite solitarie si vede bene Codera, il centro principale della valle, per cui verrebbe da pensare che il nome del maggengo derivi da "a vedé", cioè "a vedere". In realtà l'etimo più probabile, comune alla località di Avedo in Val Grosina, è da "avéd", abete; meno probabile la derivazione dall'aggettivo "labidus" (da "labes"), cioè "scosceso". Ad Avedée troviamo anche una graziosa chiesetta (l'oratorio di S. Antonio), ma nessuna fontanella. Il piccolo nucleo ci regala, infine, anche uno spunto di riflessione, offerto dalle parola di Luca, scritte il 20 luglio 1995 ed incise su una targa di bronzo che lo ricorda: "Per me strada ha significato e significa soprattutto confrontarsi con gli altri, col mondo, cercare di sfruttare al massimo le esperienze che ti capitano ed evitare che le cose ti scorrano addosso. Questo è l'unico modo per non avere rimpianti dopo."
Dopo un breve tratto nel quale ci fanno da scorta gentili betulle, ci affacciamo al tratto più caratteristico della mulattiera, nel quale ci attende una discesa, elegantemente scalinata, con qualche tornante, che ci fa perdere complessivamente un centinaio di metri circa. Da qui la vediamo interamente, ed ottimo è il colpo d'occhio su Codera e sulle cime del Sas Becchè (m. 2728) e del monte Grüf (m. 2935), che la incorniciano. Impressiona, invece, la grande colata di sfasciumi di color bianco che riempie buona parte del versante a valle della mulattiera. Nella discesa superiamo due valloni dirupati, che ci impongono poi diversi saliscendi, ed anche l’attraversamento di due gallerie paramassi. Prima della seconda, superiamo un breve tratto nel quale la montagna sembra incombere proprio sul nostro capo: un grande roccione si ripiega sopra la nostra testa, come una bocca pronta a richiudersi. Niente paura: l'ora del giudizio non è ancora arrivata per cui si continua a sudare nel faticoso al di qua. Sudare in un ulteriore traverso intagliato nella roccia (la Taiàda, appunto), dalla quale colano diversi rivoli d'acqua, e protetto da una seconda galleria paramassi. Volgendo lo sguardo a destra, cioè al versante opposto della valle, vediamo l'ampio versante boscoso dal quale fanno capolino le baite di Cii (m. 851), sormontate, a destra, dalla punta Redescala, mentre a sinistra si impone il solco della selvaggia val Ladrogno coronata, da sinistra, dalle austere cime di Gaiazzo (m. 2920), dalla punta Magnaghi (m. 2871) e dal Sasso Manduino (m. 2888).

Attraversata la seconda galleria (non senza volgere lo sguardo alle spalle per osservare lo scenario da brivido dell'impressionante forra terminale della Val Codera), torniamo a salire, incontriamo una terza cappelletta con dipinto di Madonna con Bambino (m. 777) che ci rivolge uno sguardo accigliato, quasi di rimprovero, e raggiungiamo, poco più avanti, il piccolo cimitero di Codera (cudéra), incorniciato dal selvaggio profilo del Mut Luvrè (cima di lavrina, m. 2307), sul fianco settentrionale della Val Ladrogno. Una scritta sulla parete della posta al suo ingresso e dedicata alla Vergine delle Grazie ci invita a meditare sulla fragilità della condizione umana: “Ciò che noi fummo un dì voi siete adesso, chi si scorda di noi scorda se stesso”. No, non ci vogliamo scordare di chi riposa qui. Delle generazioni che qui, in questa valle aspra ed insieme dolce, hanno visto dipanarsi l’intero filo dell’esistenza, un’esistenza quieta, severa, anche misera, difficilmente immaginabile. L’esistenza di chi ha dovuto strappare alla valle di che sopravvivere, mentre noi, ora, strappiamo scampoli di emozioni profonde. Dentro la cappelletta, la Madonna della visione dell’Apocalisse, coronata di stelle, nell’atto di schiacciare il dragone-serpente, simbolo del male. Il suo volto è decisamente più dolce rispetto a quella del dipinto della cappelletta precedente. Ai suoi lati, San Giuseppe (alla nostra sinistra) e San Giovanni Battista (a destra). Proseguiamo, incontrando un’altra cappelletta, dedicata alla Madonna della Misericordia, con Bambino, che rivolge un sorriso amabile alle due bambine di Vhò e di Lirone (Val San Giacomo) alle quali apparve il 10 ottobre 1492 (a questa apparizione è dedicato il celebre santuario di Gallivaggio, all'imbocco della Val San Giacomo, sopra Chiavenna).
Siamo di nuovo in cammino: un ultimo breve tratto in una rada selva, ed ecco, infine, apparire l'imponente campanile della chiesa di Codera, dedicata, dal 1764, a S. Giovanni Battista (m. 825), staccato dal corpo della chiesa; la chiesa, eretta probabilmente nel XVI secolo, venne originariamente dedicata a S. Martino.
All’ingresso del paese troviamo un cartello di benvenuto, che esplicita però anche le regole cui debbono attenersi gli escursionisti: “Tranne i principali sentieri di accesso e l'alveo del torrenti, tutta la valle è di proprietà consortile o privata; non accendete fuochi; non disturbate e non attirate a voi il bestiame al pascolo; tenete i cani al guinzaglio; non entrate nei prati da sfalcio; non campeggiate senza il previo accordo del proprietario del fondo; la raccolta delle castagne è consentita dietro autorizzazione dei proprietari delle piante. Questo si legge nelle righe. Fra le righe si intravedono dissapori passati fra la popolazione locale, gelosa, come avviene per chi da generazioni vive abbarbicato ad una rude montagna, della propria terra, ed un certo turismo caratterizzato da un approccio troppo disinvolto.
Siamo, dunque, nel piazzale antistante la chiesetta dedicata a San Giovanni Battista. Alla nostra destra, il rifugio-locanda “Risorgimento”; una targa reca scritto: “Sorto come scuola di Codera, tratto nel 1987 da ventennale abbandono e destinato a “Casa di valle” per concordia d’intenti, valligiani, autorità e Associazione Amici Val Codera a ricordo e conferma della perenne vitalità di questo paese. Codera, venti anni dopo, 4.5.2008”.
Un cartello ci offre importanti elementi di conoscenza sull’habitat di questa straordinaria valle. Vi si legge, fra l’altro: “Salendo da Mezzolpiano, con lo sfondo del Lario e del Pian di Spagna, attraverserete in un paio d'ore habitat diversissimi tra loro: lembi di macchia submediterranea a cisto (un arbusto dalla foglie simili alla salvia) e ad erica arborea, castagneti, pendici rocciose, boschetti pensili. Oltre i terrazzamenti di Avedee ecco fresche vallette con boschi di castagno, frassino, tiglio ed acero. Qui compaiono alcuni esemplari di tasso e, nelle esposizioni settentrionali, anche le prime piante di rododendro ferrugineo. La profonda e fresca forra del torrente Codera che si intravede dal sentiero, costituisce uno dei migliori esempi lombardi di un habitat considerato raro e prioritario dall'Unione Europea: i valloni ad acero-tilieto, abitati anche dal gufo reale. Di fronte a noi una rigogliosa foresta di latifoglie si estende verso gli abitati di Cii e Cola, composta da tigli, aceri, roveri e castagni, in alcune zone da betulle; nell'ambito del progetto Life Reticnet ha subito interventi di diradamento selettivo che hanno anche permesso di migliorare Ia vista di un curioso fenomeno di erosione su deposito glaciale, una grossa piramide di terra ornata da un pesante cappello di granito, posta alto sbocco di Val Ladrogno, di fronte a Codera. Più in alto entriamo nella regione dei lariceti e dei ripidi pascoli, sovrastati dai potenti contrafforti del Sasso Manduino. Luoghi remoti, dove si possono osservare ancora i grandi rapaci e la coturnice. Sulle scoscese pendici della Salubiasca, popolate da camosci, si conservano nuclei di raro pino uncinato e gli ultimi lembi delle antiche cembrete che hanno fornito, fino al recente passato, legname prezioso per la mobilia delle case della valle.”
Oggi solo pochissimi (una decina di persone circa) restano nel paese tutto l'anno, ma in passato il nucleo era di grande importanza, tanto che vi si registrarono, nella visita pastorale del vescovo di Como del 1668, 38 nuclei famigliari e 400 anime, cifra del tutto considerevole per quei tempi, che si spiega anche tenendo presente che la terribile epidemia di peste del 1630-31, la quale aveva più che dimezzato la popolazione di Valtellina e Valchiavenna, si era fermata alle soglie della valle ed aveva risparmiato il borgo. Le dure condizioni di vita della montagna erano ripagate da importanti vantaggi: il relativo l'isolamento rispetto al fondovalle preservò la popolazione di Codera non solo dalla peste, ma anche dagli effetti nefasti dei passaggi di eserciti e dei saccheggi di cui fu costellata la storia di Valchiavenna e Valtellina dalla seconda metà dei quattorcento alla prima metà del seicento. Si sviluppò, così, un microcosmo contadino autosufficiente, con un'economia legata alla coltivazione di patate, orzo, segale, granoturco, castagne ed ortaggi, all'allevamento delle capre (ben ambientate fra le aspre balze della valle) ed alla caccia.
Prima di proseguire nel racconto della risalita della valle, è importante ricordare che da Codera partono due interessantissimi itinerari: la traversata allo splendido nucleo di San Giorgio di Cola, con il ritorno a Novate sulla splendida mulattiera di San Giorgio (seconda via di accesso alla valle) e la traversata alla Val dei Ratti sul Tracciolino, la decauville che unisce i bacini di Codera e Moledana.

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DA CODERA AL RIFUGIO BRASCA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Codera-Rifugio Brasca
2 h
1100
E
SINTESI. A Codera passiamo in mezzo alle antiche baite e ad una serie di cartelli seguiamo le indicazioni del Sentiero Roma: ignorata quindi la deviazione a destra (Sentiero Italia, Tracciolino), proseguiamo diritti,uscendo dal paese. La mulattiera, dopo una cappelletta, porta al nucleo della Corte (m. 845), con una seconda cappelletta dedicata a San Rocco. Dopo la Centralina degli Scout, la mulattiera confluisce in una pista sterrata che congiunge Codera a Coeder. Superate la sorgente del Funtanìn e la località Tiuné (m. 945), guadiamo il torrentello della Val di Càsar e ritroviamo l’antica mulattiera (segnavia bianco-rossi) che lascia, sulla sinistra, la pista in corrispondenza della cappelletta del Sabiùn (m. 1040). Il sentiero sale, verso sinistra, tagliando il conoide formato dal materiale scaricato dalla Val Beleniga. Per attraversare il torrente omonimo prendiamo a destra e passiamo su un ponte che ci porta ai casolari della località Beleniga (belénich, m. 1037). Il sentiero prende per breve tratto a sinistra, poi piega a destra e passa fra le baite alte del maggengo di Saline (m. 1085), per poi raggiungere le baite della località Piazzo (m. 1120) con la quarta cappelletta, dedicata a S. Guglielmo. Proseguendo confluiamo per la seconda volta nella pista sterrata, che non lasceremo più fino alla meta. Oltrepassati due ponticelli (il secondo scavalca il torrente Codera, portandoci alla sua destra), raggiungiamo Stoppadura e, dopo un tratto in pineta, l'ampia spianata di Brescadega (m. 1214), dove si trova il rifugio omonimo. Tagliamo diritti i prati e rientriamo in pineta, scavalcando su un ponticello il torrente Arnasca, per uscirne all'ampia radura in fondo alla quale vediamo il rifugio Brasca (m. 1304).

Rimettiamoci in cammino per il rifugio Brasca. Passiamo, così, davanti all’edificio dell’ex-oratorio, dove una targa ricorda i caduti di Codera per la patria, cioè Penone Ido, Penone Edoardo, Penone Filippo, Pisnoli Renzo, Pisnoli Gino, Del Prà Bruno, Colzada Giosia e Domenighini Carlo. Troviamo, poi, un gruppo di cartelli della Comunità Montana della Valchiavenna: nella direzione in cui stiamo procedendo il percorso A6 dà il rifugio Brasca a 2 ore e quello A7 dà il bivacco Castrate Sempione a 3 ore e 45 minuti. Poco oltre, i due itinerari si separano: per proseguire seguendo quest’ultimo, infatti, bisogna lasciare il sentiero principale e scendere a destra, ad una deviazione segnalata, sul sentiero che si porta all’ardito ponte sul torrente Codera e prosegue, sul lato opposto della valle, verso Cii (un’ulteriore deviazione prima di Cii consente di salire alle baite di In Cima al Bosco e di qui proseguire in Val Ladrogno, sulla cui testata è posto il bivacco).
Noi, però, andiamo diritti, sul sentiero che attraversa la parte bassa del paese e, dopo una fontana, ne lascia alle spalle le ultime baite, passando a sinistra del punto di arrivo della teleferica, passando accanto ad una cappelletta ed attraversando una breve macchia. Ben presto siamo alla Corte, dove il sentiero si snoda fra due muretti in sasso. Sul lato di sinistra una cappelletta dedicata a S. Rocco (m. 845), su cui è scritto: “Infierendo nell’anno 1779 un morbo mortifero il sacerdote Gottardo… col popolo fece voto di fare quivi la processione di… per intercessione del quale fu libero e cessò. Fatta fabbricare nel 1780.” La Val Codera, per la sua posizione appartata ed il difficile accesso, fu spesso risparmiata dalle epidemie che flagellarono Valtellina e Valchiavenna nei secoli. In questo caso così non fu. Ma di quale morbo si tratta? Non era più tempo delle epidemie di peste, che avevano infierito crudelmente fino al Seicento, si stava affacciando il colera, che poi infierirà nella prima metà dell'Ottocento. Qui giungeva (e giunge ancora oggi), da Codera, la tradizionale processione di S. Marco (patrono di Codera), ogni 25 aprile, con la statua del santo che veniva deposta proprio di fronte alla cappelletta: in quel giorno le capre dovevano essere chiuse entro appositi recinti perché non brucassero l'erba degli orti. Oltrepassate le poche baite della Corte, incorniciate dal sasso Becchè (letteralmente, sasso "macellaio", che uccide le capre le quali precipitano dai suoi versanti, m. 2728) e dal monte Gruf (m. 2936), siamo ad una nuova macchia.
Poco più avanti, passiamo a destra di una baita isolata: si tratta della Centralina, edificio che in passato ospitò le turbine che per tutti gli anni venti del secolo scorso fornirono energia elettrica a Codera. Oggi funge da base Scout del gruppo “Aquile Randagie”. La Val Codera è anche la valle degli Scout, che da decenni ne apprezzano la dimensione appartata e selvaggia. Precursore della loro presenza fu Gaetano Fracassi che, dopo lo scioglimento dell’ASCI voluto dal regime fascista nel 1928, salì da Milano fin qui per tener viva, con il gruppo delle Aquile Randagie, un’attività clandestina che porrà le basi, nei successivi decenni, di un profondo legame fra Scout e popolazione locale (che molto deve anche alla figura di don Andrea Ghetti-Baden.
Il sentiero confluisce poi nella nuova pista sterrata che è stata tracciata da Codera all’alpe Coeder e che per buona parte del percorso rimanente dovremo seguire. La valle torna ad allargarsi e mostra il suo volto più desolato e brullo. Il torrente Codera scorre appena sotto la pista, alla sua destra; sul lato opposto vediamo  l’ex-centralina che in passato conteneva le turbine che fornivano energia elettrica a Codera, e dalla quale parte il famoso Tracciolino o Trecciolino, un percorso pianeggiante (di quota appena superiore ai 900 metri) di circa 12 chilometri scavato in molti tratti nella viva roccia per congiungere, con una ferrovia a scartamento ridotto, la centralina di Val Codera allo sbarramento artificiale di Moledana in Valle dei Ratti. Possiamo anche osservare il largo smottamento che lo interrompe poco dopo la partenza.
Passiamo quindi a destra del Funtanìn (m. 900), una sorgente la cui acqua sgorga sotto un grande masso sul quale è stata posta una targa a ricordo del sottotenente degli Alpini Ludovico Patrini, ricordato dal Gruppo Alpini di Novate Mezzola “per il generoso operato da lui svolto per il gruppo”. Sul lato opposto della pista vediamo una piccola croce in ferro infissa in un masso. La pista procede con pendenza media e cominciamo a vedere, davanti a noi, un piccolo scorcio del gruppo del Masino: si mostrano, da destre, le tre gemelle cime d’Arnasca ed il massiccio monte Porcellizzo, sulla testata della valle omonima, nella contigua Val Masino. Più a sinistra si mostra, per breve tratto e ridotta finestra, uno scorcio della testata dell'alta valle, con la Punta di Trubinasca (m. 2921) e la Punta di S. Anna, che, con i suoi 3171 metri, è la più alta dell'intera Val Codera (alle sue spalle, il pizzo Badile, che però non si eleva sul crinale della valle).
Superiamo le baite della località Tiune (tiunée, m. 945, da tiùn, pino silvestre: un tempo, infatti, qui si trovava una macchia di pini, poi disboscata per ricavarne legna). Alla nostra sinistra l’aspro e selvaggio versante occidentale della Val Codera mostra un’interessante cascata che esce da una fenditura nella parete corrugata. Proseguiamo, ritrovando, dopo il facile guado del torrentello della Val di Càsar, l’antica mulattiera (segnavia bianco-rossi) che lascia, sulla sinistra, la pista in corrispondenza di una cappelletta ombreggiata da due grandi aceri montani (cappella del Sabiùn, m. 1040), cappelletta dei cui dipinti resta ormai ben poco. Sul lato opposto della valle sono posti i casolari della località Beleniga (belénich, m. 1037). Il sentiero sale, verso sinistra, tagliando il conoide formato dal materiale scaricato dalla Val Beleniga (o Baleniga). Per attraversare il torrente omonimo passiamo su un ponte piuttosto ballerino, che va quindi attraversato lentamente, magari dedicando qualche istante ad ammirare la forra terminale della valle che si apre alla nostra sinistra (un cartello, sul lato opposto, ammonisce: “Vietato far dondolare il ponte. I trasgressori avranno quello che si meritano”).
Il sentiero prende per breve tratto a sinistra, poi piega a destra e passa fra le baite alte del maggengo di Saline (m. 1085). Niente a che vedere con il sale, bene assai raro e pregiato negli ambienti montani del tempo passato. Lo stesso toponimo si trova, peraltro, anche in Val Fontana ed in Val Grosina, e Renzo Sertoli Salis, nel suo volumetto sui toponimi Valtellinesi, lo fa risalire alle acque salate, “per quanto ne rimanga difficile la spiegazione dell’origine”. Bisogna, però ricondurre il toponimo alla radice preindoeuropea "sal"-"sel", "pietra", da cui anche l'italiano "selce": data la natura dei luoghi, l'etimo appare decisamente più convincente. Il nucleo è oggi abitato solo nella stagione estiva, ma fino al 2005 vi si poteva trovare, anche nel cuore dell’inverno, una luce accesa, quella di Romolo Penone (Romolino) paziente ed appassionato pastore delle sue capre, con il cui latte produceva un piccolo capolavoro di arte gastronomica di sua invenzione, nota come il mascarpin de la calza, una mascarpa di capra arricchita da alcune erbe e stagionata dentro un tubo di tessuto a forma di calzino. In lui viveva l’antichissima arte della preparazione di formaggi di capra per i quali la valle era famosa nei secoli passati. Possiamoanche cedere di nuovo la parola al von Weineck ("Raetia", Zurigo, 1616), che, della Val Codera, scrive: "Più addentro nella valle Codera, passata la Chiusa, s'incontrano due villaggi: l'uno chiamato Cola e l'altro Codera. Le montagne circostanti sono sparse qua e là di poveri casolari... La valle poi prosegue, addentrandosi verso la Pregaglia ed ha molte vette inaccessibili per la loro straordinaria altezza, sulle quali insieme con altra selvaggina si trovano dei camosci e degli stambecchi, sebbene questi ultimi siano molto rari."
La mulattiera prosegue fino a raggiungere le baite della località Piazzo (m. 1120): sulla soglia dei prati troviamo una quarta cappelletta dedicata a S. Guglielmo, nella quale è raffigurata una Madonna con Bambino circondata da Santi. In passato questo maggengo era meta della tradizionale processione di San Guglielmo. E forse per l'intercessione di questo santo nel novembre del 1944 le sue case furono le uiniche a non essere bruciate dalle forze nazifasciste che inseguivano i partigiani della 55sima Rosselli nella loro fuga verso la Svizzera per la bocchetta di Teggiola: per questo conservano più delle altre il loro aspetto originario. Sempre qui, infine, intorno alla metà dell'ottocento venne ucciso l'ultimo orso della Val Codera. Sul fondo della valle la finestra si allarga e, a destra delle cime d’Averta, notiamo il picco pronunciato del pizzo Barbacan; alla sua sinistra uno stretto intaglio cui sale un ripido canalone: si tratta del passo del Barbacan (m. 2598), per il quale passa la seconda tappa del Sentiero Roma, che porta dal rifugio Brasca al rifugio Gianetti in Val Porcellizzo. Vediamo anche l’estesa e bellissima pineta che ricopre la sezione mediana della valle: nel suo cuore, anche se non le vediamo, si aprono le due ampie radure di Bresciadega e di Coeder. La mulattiera torna ad immettersi nella pista, che da ora in poi seguiremo senza soluzione di continuità, passando per due ponticelli in legno. Il secondo scavalca il torrente Codera, che ora lasciamo alla nostra sinistra.
Percorriamo un tratto in discesa e poi in leggera salita arriviamo ad un ponte, poco prima del quale da destra sale la sterrata dell'altro percorso (m. 1130). Incontriamo i primi larici, che rendono la cornice sempre più suggestiva, e passiamo a destra delle baite di Stoppadura (da stopadüra, chiusura, strozzatura: qui, infatti, la valle si restringe un po'; l'etimo può, tuttavia, anche riferirsi all'operazione di colmare i buchi di un terrenno sassoso, "stupàa", appunto). Procedendo in leggera salita, raggiungiamo il cancello in legno che segna l’accesso agli alpeggi di Bresciadega e Coeder. Di questa soglia parla il già citato Gaetano Fracassi (cfr. www.scoutcodera.it): «C'è un tratto in cui il sentiero attraversa un piccolo gruppo di baite. Si chiama la Stoppadura. Dopo poche decine di metri si incontra un tronco girevole che funziona d'ingresso nella piana di Bresciadega. Si cammina nel bosco mentre da lontano compaiono le cime rocciose innevate con il torrente che scroscia impetuoso tra le rocce. lo, lì, sento vicino il Paradiso». Vicino il Paradiso, ma vicine anche (non appaia dissacrante l’accostamento) le due importanti strutture recettive che possono offrire all’escursionista provato da 4 ore di marcia una sosta ristoratrice: lo ricordano due targhe che annunciano il rifugio Bresciadega a 5 minuti (rifugio convenzionato con il CAI; tel.: 034344499 e 3358204867) ed il rifugio Brasca a 30 minuti (tel.: 3397176620).

Eccoci, infine, all’ampia spianata di Bresciàdega (o Brasciàdiga, ma anche Brisciadega o Brasciadéga, m. 1214: il citato Sertoli Salis ipotizza che derivi da una corruzione della voce lombarda “brasciadella”, che significa “braccio”, inteso come unità di misura). Si tratta di un maggengo-alpeggio (i capi qui stazionavano da maggio a novembre), capace di caricare in passato un'ottantina di capi. Ci accoglie per primo l’edificio del rifugio Bresciadega, aperto nel 1986 e ricavato da una dimessa caserma della Guardia di Finanza, la cui presenza testimonia di come anche in questa valle si praticasse, nella prima parte del secolo scorso, il contrabbando, sfruttando soprattutto la bocchetta della Teggiola, il più facile valico fra alta Val Codera e territorio elvetico. Davanti al rifugio, una cappelletta fatta edificare da Tomaso di Giovanni Dal Prà e dai suoi figli. Subito dopo, la chiesetta con una targa che esprime la gratitudine dei valligiani per il già citato mons. Andrea Ghetti (Baden).  Da qui parte anche il sentiero (segnalato da un cartello) A8, che sale alla Forcola dei Pianei (data a 2 ore e 45 minuti) ed al bivacco Casorate Sempione (dato a 3 ore e 45 minuti). Alle spalle delle baite, a sud (destra) il solco della selvaggia val Subiasca, che culmina nella punta Bresciadega (m. 2666).
Noi proseguiamo diritti, attraversando i prati della località, per poi rientrare nel fresco cuore della pineta. Passiamo anche a sinistra di una seconda struttura Scout, quella della Casera; sul prato antistante, tre alti pali per il rito mattutino dell’alzabandiera. Qui il sottobosco è davvero fiabesco. Alla nostra sinistra, ecco di nuovo il torrente Codera, il cui alveo corre nel mezzo di una larga striscia di materiale alluvionale, che qui si è fermato, perché l’andamento della valle è sostanzialmente pianeggiante. Superato un ultimo ponticello in legno, che scavalca il torrente d’Arnasca, raggiungiamo la soglia di una seconda ampia radura (Zocca Pulé), sul cui fondo, a circa mezzo chilometro, distinguiamo la sospirata meta, il rifugio Brasca. Attraversandola e guardando a destra, restiamo quasi senza fiato: improvvisa e bellissima si apre la valle d’Arnasca, con le sue cascate gemelle e l’imponente muraglia di granito che la chiude. Vi distinguiamo, da sinistra, il pizzo dell'Oro meridionale o Puncia del Laresett (m. 2695), l’ampia e piana depressione del passo Ligoncio (m. 2557), la punta della Sfinge o Lis d'Arnasca, m. 2802), che da qui però si mostra come compatta parete che impressiona per la superficie liscia, il pizzo Ligoncio (m. 3032), la punta Bonazzola (m. 2940) e le cime di Caiazzo (m. 2920).
Pochi minuti ancora, e siamo al rifugio (m. 1304), dopo 4 ore circa di cammino da Novate Mezzola (il dislivello approssimativo in salita, a motivo dei saliscendi della mulattiera per Codera, è di almeno 1100 metri, lo sviluppo di circa 13 km). Il rifugio, del CAI di Milano, è intitolato al prof. e Tenente Luigi Brasca, compilatore di una guida della Valle di S. Giacomo. Venne costruito vicino all’alpe Coeder nel 1934 e bruciato il primo dicembre del 1994, quando salirono fin qui soldati tedeschi e repubblichini per inseguire i partigiani della 55sima brigata Fratelli Rosselli che, dopo una lunga traversata dalla Val Sassina per la Val Gerola e la Valle dei Ratti, ripiegavano per espatriare in Svizzera attraverso la bocchetta della Teggiola. Uno di loro, Enrico Pomina, fu raggiunto ed ucciso proprio nei pressi dell’attuale rifugio (una targa dell'ANPI di Novate Mezzola lo ricorda). Il rifugio venne, infine, ricostruito fra il 1946 ed il 1948.

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DAL RIFUGIO BRASCA AL BIVACCO VALLI IN VALLE D'ARNASCA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Brasca - Bivacco Valli
2 h
600
EE
SINTESI. Ci mettiamo in cammino dal rifugio Brasca attraversando i prati a sud del rifugio e passando a destra di alcune baite ristrutturate, fino a raggiungere il limite del bosco. Qui troviamo la partenza del sentiero per il bivacco, segnalato da segnavia bianco-rossi. Si tratta di un sentiero stretto, ma sempre visibile. Nel primo tratto sale gradualmente nel bosco, passa accanto ad un grande masso erratico e prosegue salendo diritto, su terreno aperto, battuto da slavine. Dopo breve discesa superiamo un ramo del torrente Arnasca da sinistra a destra, portandoci a ridosso di uno scuro roccione. Qui il sentiero, in parte scavato nella roccia, piega a sinistra, correndo fra il roccione ed un salto (la sua sede è larga, ma sono state collocate catene corrimano per maggiore sicurezza). Dopo una svolta a destra, percorriamo un tratto spesso occupato da un ramo secondario del torrente (attenzione, qui, in discesa a non perdere la svolta, proseguendo verso un ripido scivolo di roccia dal quale il torrente precipita!). Siamo poi ad un cancelletto in legno e ad una macchia di larici (attenzione a non imboccare un sentiero che si stacca sulla destra). Usciti dalla macchia, saliamo di nuovo diritti su terreno spazzato da valanghe. Dopo un lungo tratto ripido la pendenza si attenua e vediamo in alto a sinistra il baitello ammodernato dell’alpe Spassato (m. 1803). Il sentiero, però, prima di raggiungerlo piega a destra ed effettua una traversata quasi in piano, nella quale guadiamo tutti e tre i rami del torrente Arnasca, passando anche accanto ad alcuni rudimentali ricoveri (alpe Arnasca). Il sentiero non si porta fino alle baite visibili sul lato opposto della valle, ma (attenzione ai segnavia) piega a sinistra e risale la parte inferiore di un gradino di soglia, poi piega a destra e si porta ad un ripido canalino (un po' esposto) intagliato in uno speroncino roccioso. Ci portiamo così al dolce declivio che, risalito verso sinistra, ci porta al bivacco Valli (m. 1900), addossato all'enorme masso erratico chiamato Sas Carlasc'.


Clicca qui se vuoi aprire una panoramica della Valle d'Arnasca

La Valle Arnasca (o Val Spassato, o anche Val Spazza) può a buon diritto essere definita la valle delle grandi acque: il suo etimo lo manifesta (Arnasca da “arn”, voce celtica o ligure che sta per “torrente”, “Spassato” e “Spazza” da “spazzare”, con riferimento alle violente slavine che si abbattono sul suo segmento inferiore), la sua stessa natura lo rende evidente (dalla valle scende fragorosamente gran copia di torrenti). Ed un tempo era chiamata proprio così, Valle delle Acque.
L’immagine delle cascate gemelle sormontate dalle lisce pareti della Sfinge e del Ligoncio è fra le più note dell’iconografia della Val Codera, rimasta unica in Provincia di Sondrio (e fra le pochissime in Italia) ad offrire solo un accesso a piedi dal fondovalle. C’è una ragione che spiega questo: la Val Codera, per la sua posizione, riceve le correnti di aria umida che salgono dal lago di Como e che qui incontrano una corona di cime che si affaccia alla soglia dei tremila metri, il che determina abbondanza di precipitazioni anche nevose. Le grandi acque, dunque, ma anche le grandi ed impressionanti pareti di granito, fra le più famose per la loro repulsiva verticalità nel gruppo del Masino e nell’intera Provincia, quelle, appunto, della Sfinge e del pizzo Ligoncio. Proprio al centro della valle, infine, uno dei più curiosi monoliti del gruppo, il Sas Carlasc’, o Courbasc’, la cui regolare forma di parallelepipedo è ben visibile dal fondo della Val Codera. Ai suoi piedi, accucciato e timoroso, il bivacco Valli, struttura preziosissima non solo per gli arrampicatori che vogliono esercitarsi sulla poderosa testata della valle, ma anche per escursionisti che si cimentano nelle numerose traversate di cui questo segmento di Val Codera è il nodo.
La salita al bivacco avviene normalmente, in poco più di due ore, dal rifugio Brasca, all’alpe Coeder, amena radura che si apre proprio ai piedi dello sbocco della Valle d’Arnasca. Per chi, però, non potesse fermarsi al rifugio e non temesse i grandi tuor de force, raccontiamo la salita da Novate Mezzola.

A lato del rifugio Brasca troviamo diversi cartelli della Comunità Montana della Valchiavenna. Tre segnalano che procedendo verso l’alta Val Codera possiamo salire all’alpe Averta (1 ora e 50 minuti), al passo dell’Oro (3 ore e 50 minuti) o al passo Barbacan (3 ore e 50 minuti), seguendo l’itinerario A10 (seconda giornata del Sentiero Roma); oppure salire al passo o bocchetta della Seggiola (3 ore e 45 minuti), seguendo l’itinerario A15; o, infine, salire a bivacco Pedroni Dal Pra (3 ore e 30 minuti), al passo Trubinasca (4 ore e 30 minuti) o al passo Porcellizzo (5 ore), seguendo l’itinerario A12. Un quarto cartello segnala che, prendendo a destra (per chi sta con la fronte al rifugio) si raggiunge in 2 ore il bivacco Valli, in 4 il passo Ligoncio ed in 5 il rifugio Omio (itinerario A9). Guardando in direzione della Valle d’Arnasca, possiamo già da qui facilmente distinguere l’enorme monolite posto al suo centro, appena sopra l’ultimo gradino di soglia: si tratta del già citato Sas Carlasc’, alla cui base è ancorato il bivacco.
Mettiamoci, dunque, in cammino, attraversando i prati a sud del rifugio e passando a destra di alcune baite ristrutturate, fino a raggiungere il limite del bosco. Qui troviamo la partenza del sentiero per il bivacco, segnalato da segnavia bianco-rossi. Si tratta di un sentiero stretto, ma sempre visibile. Nel primo tratto sale gradualmente nel bosco, passa accanto ad un grande masso erratico e prosegue salendo diritto. Siamo, ora, su terreno aperto, battuto da slavine e disseminato da spogli tronchi di larici e betulle letteralmente piegati verso valle dalla forza della massa nevosa. Già, stiamo salendo nella valle delle grandi acque. Alla nostra destra, le cascate gemelle scendono fragorosamente dal primo gradino glaciale, con un salto di una trentina di metri.  Saliamo sempre diritti, per poi portarci sul lato sinistro del versante, ad un roccione, dal quale, con breve discesa verso destra, ci portiamo al guado di un terzo ramo del torrente, che più in alto mostra una cascata.
Lasciamo il torrente alla nostra sinistra, saliamo sul versante opposto, godendo di un bel colpo d’occhio sulla parte alta del salto del ramo orientale delle cascate gemelle. Ci portiamo, poi, ad un nuovo scuro roccione. Qui il sentiero, in parte scavato nella roccia, piega a sinistra, correndo fra il roccione ed un salto (la sua sede è larga, ma sono state collocate catene corrimano per maggiore sicurezza; in generale la salita avviene su terreno umido, soprattutto dopo abbondanti precipitazioni, ed a ciò si deve prestare attenzione). Dopo una svolta a destra, percorriamo un tratto spesso occupato da un ramo secondario del torrente (attenzione, qui, in discesa a non perdere la svolta, proseguendo verso un ripido scivolo di roccia dal quale il torrente precipita!). Alla fine, approdiamo ad una zona più tranquilla, entrando in una macchia di larici, dopo aver superato un cancelletto in legno, oltre il quale dobbiamo stare attenti a non imboccare un sentiero che si stacca sulla destra e porta, dopo un doppio guado del torrente, all'alpe Spazàa (m. 1554).
Proseguiamo, dunque, diritti, uscendo ben presto dalla macchia e raggiungendo la soglia di un nuovo versante segnato dalla furia delle slavine. Il sentiero continua, imperterrito, a salire diritto, con brevi serpentine, senza dar tregua. Se ci prende lo sconforto, ricordiamoci che fino al 1994 salivano di qui anche le mucche, perché l'alpe era, per la qualità della sua erba, la più pregiata della Val Codera e caricava fino ad 80 capi. Una sosta ristoratrice ci permetterà di guardare con maggiore attenzione il versante della Val Codera alle nostre spalle: sulla sinistra noteremo una sorta di scaglia rocciosa, nella quale non sarà facile riconoscere il pizzo di Prata (m. 2727) a chi abbia negli occhi il suo più severo aspetto che si può osservare da Chiavenna. Se a Chiavenna, per questo, viene chiamato pizzùn o pizzàsc', in Val Codera è noto come falfarìch, nome curioso che significa realtà che alternativamente si mostra e si nasconde, forse con riferimento alla frequente copertura di nubi che ne nasconde la cima. Alla sua destra, le cime gemelle del monte Grüf (m. 2936) e del monte Conco (m. 2908), al culmine di un versante massiccio e selvaggio, spaccato a metà da un ripido solco che precipita vertiginoso dal crinale al fondovalle. Chi assegnò a questo vallone la denominazione di Val Piana non mancava certo di senso dell'ironia. E' tempo di rimetterci in cammino: raggiunta la soglia del versante, che sogneremmo essere l’accesso al circo alto della valle, scopriamo invece che c’è ancora da salire, anche se la pendenza si attenua. Vediamo ora, davanti a noi, l’elegante profilo del pizzo dell’Oro meridionale, o Puncia del Laresett, appena a sinistra della depressione del passo Ligoncio. Più a destra, l’ampia parete della Sfinge ed il pizzo Ligoncio. Ai loro piedi, torniamo a rivedere il Sas Carlasc’. Sembra a due passi, ma non è propriamente così.
Ci stiamo avvicinando ad un baitello ammodernato, quello dell’alpe Spassato (m. 1803), che vediamo un po’ più in alto, alla nostra sinistra. Il sentiero, però, prima di raggiungerlo piega a destra ed effettua una traversata nella quale guadiamo tutti e tre i rami del torrente, passando anche accanto ad alcuni rudimentali ricoveri (alpe Arnasca) ricavati sfruttando la cavità di massi erratici (qui la traccia è molto debole, per cui dobbiamo prestare attenzione ai segnavia). Alla fine ci ritroviamo sotto un versante che scende proprio dal Sas Carlasc’. Le baite dell'alpe sono più avanti. Il sentiero non si dirige alle baite, ma neppure affronta direttamente il versante: dopo averne risalito la parte inferiore, piega a destra e si porta ad un ripido canalino intagliato in uno speronino roccioso. La salita del canalino impressiona un po’, anche perché un po’ esposta e non servita da catene. Ma si tratta di un minuto: eccoci, finalmente, al dolce declivio che, risalito verso sinistra, ci porta al bivacco Valli (m. 1900). Siamo in cammino da poco più di due ore ed abbiamo superato, dal rifugio Brasca, un dislivello approssimativo di 600 metri.
Lo troviamo accucciato ai piedi del singolarissimo ed enorme monolite, al quale è ancorato da due funi metalliche. Pare intimorito dalla furia delle grandi acque: solo l’enorme alleato lo rassicura (per apprezzare la sproporzione, dobbiamo guardarli portandoci ad una certa distanza sul lato di destra). Una targa reca scritto: “Club Alpino Italiano – Sezione di Como. Bivacco Carlo Valli, m. 1900, inaugurato nel 1946, ristrutturato integralmente nel 1998 con i contributi della regione Lombardia e della famiglia Valli di Como.” Il bivacco è intitolato al presidente del CAI di Como Carlo Valli, che morì, con N. Grandori sulla via Sollender alla Civetta il 31 luglio 1945, a causa del maltempo. La vecchia struttura, che si vede ancora in molte foto, di color  rosa smunto, è stata sostituita da una nuova, quasi identica a quella del bivacco Molteni-Valsecchi in Valle del Ferro (anch’esso del CAI di Como). All’interno, nove accoglienti brande e, sulla cassetta dei soccorsi, un biglietto (estate 2011): “1 Euro solo uso, 4 Euro pernottamento – ricordarsi dell’offerta – CAI di Como”.


Fotomappa della salita dal rifugio Valli al passo di Ligoncio

Mentre riposiamo prima del ritorno al fondovalle, possiamo lasciar vagare l'immaginazione, vagheggiando magari un misterioso popolo di giganti che abbia per qualche misterioso motivo piantato il Sas Carlasc' proprio in mezzo alla valle. Ed in effetti una leggenda simile esiste, e parla di stregoni giganti. E' il contributo della scuola media di Novate Mezzola alla raccolta "C'era una volta" (curata dalla scuola media di Prata Camportaccio). La trascriviamo: "C'era la credenza che prima del Concilio di Trento, quando si scendeva dalle Alpi, il territorio veniva occupato da vari stregoni. Quando si tornava su a primavera questi, nel lasciare quello che era il loro territorio, provocavano un terribile temporale o qualcosa peggio. Capitò che caricarono l'Alpe d'Arnasca e alla sera lasciarono lì un ragazzotto solo. Tutto intorno c'erano solo le mucche. Lassù le baite sono fatte a secco, si può guardare fuori dalle fessure presenti tra le pietre. Il ragazzo, ad un certo punto, sentì un gran rumore intorno, guardò fuori e vide cinque o sei uomini di statura smisurata. Questi piantarono nel terreno due pali, poi ne misero uno per traverso al qual appesero un gran calderone. In quest'ultimo misero a bollire un mucca intera e quando fu cotta ne presero un pezzo ciascuno. Intanto il ragazzo stava a guardare. Quando ebbero finito di mangiare, misero insieme le ossa e si accorsero che mancava la coscia. Allora uno disse: "Vai sù a Negar Fur a prendere un pezzo di sanbuco". Il sambuco, che ha una specie di midollo dentro, poteva servire per sostituire la coscia. Allora uno si diresse verso Negar Fur per prendere un pezzo di sambuco. Con una scure lo tagliarono a forma di gamba, poi lo misero sotto le altre ossa che ricoprirono con la pelle. Ad un loro cenno saltò in piedi la mucca. Si dice che per diversi anni la mucca è andata in Arnasca con la gamba di legno."

Valle d'Arnasca

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TRAVERSATA BIVACCO VALLI-RIFUGIO OMIO (SENTIERO DARIO DI PAOLO NORD)

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bivacco Valli - Rifugio Omio
(sentiero Dario di paolo nord)
3 h
670
EE
SINTESI. Dal bivacco Valli procediamo salendo verso est-nord-est (indicazioni del Sentiero Dario di Paolo), fino ad aggirare uno sperone roccioso che scende dal pizzo dell'Oro meridionale, a sinistra del quale si apre un canalino. Ci portiamo ai suoi piedi superando alcne placche con l'aiuto di corde fisse e ne saliamo il fianco destro attrezzato con corde fisse, fino ad una porta che ci introduce ad una lunga cengia esposta, seguendo la quale siamo al ripiano del passo Ligoncio (m. 2575). La discesa in valle dell'Oro avviene seguendo una traccia segnalata dai segnavia, che sta sul lato sinistro dell'ampio canalone sotto il passo e piega gradualmente ancora a sinistra (dir. nord-est), passando a monte di un curioso promontorio che ricorda un guscio di tartaruga e scendendo fra balze e roccette al rifugio Omio (m. 2100).

Il bivacco Valli può essere base di interessanti ma impegnative traversate. Poco a monte del bivacco, sulla destra, su due grandi massi sono segnalate le diverse direttrici delle traversate: prendendo a destra si traversa al rifugio Volta o al biv CS (bivacco Castrate Sempione, appunto), mentre verso sinistra si comincia la salita al passo Ligoncio. Descriviamo quest’ultima, specificando che richiede attrezzatura adeguata (ramponi e moschettone per assicurarsi alle catene corrimano). Il passo Ligoncio, infatti, visto da lontano si presenta come un’ampia ed agevole sella, ma in realtà è costituito da un salto vertiginoso di rocce. Lo si può superare solo percorrendo una stretta cengia che approda al suo angolo settentrionale (di sinistra).

 


Dal bivacco Valli al passo Ligoncio

Lasciato il bivacco, prendiamo, dunque, a sinistra, seguendo i segnavia (la traversata Valli-Omio è stata infatti attrezzata sempre dal CAI di Como ed è stata intitolata “Sentiero Dario di Paolo” settentrionale. Il sentiero è dedicato alla memoria del geologo-esploratore comasco morto in un tragico incidente stradale in Equador, il 14 agosto del 1992.
Traversiamo il circo terminale della valle, verso est-nord-est, guadando un ramo del torrente. Alla nostra destra le impressionanti pareti lisce della Sfinge e del Ligoncio, come enormi lavagne che paiono dissuadere la mano umana dall’ardire di scrivervi sopra qualsivoglia traccia. Ci portiamo ai piedi del grande sperone che dal pizzo dell’Oro meridionale (o Puncia del Laresett, come viene chiamato in Val Codera) scende verso nord-ovest. Aggirato lo sperone, vediamo, alla base della parete che scende dal pizzo dell'Oro, una conca che termina ad uno stretto canalino, in buona parte occupato da un nevaio, là dove lo sperone si congiunge con la cresta spartiacque. Superando alcune placche non facili (corde fisse), ci portiamo alla base del canalino, la cui salita, scelta da molti, presenta difficoltà diverse a seconda della condizione del nevaio. Alcuni scelgono di salire il canalino: in tal caso è essenziale utilizzare, quindi, piccozza e ramponi, perché questo si presenta, nella parte terminale, piuttosto ripido. Peraltro, a stagione avanzata si può trovare il canalino quasi interamente sgombro da neve. L'indicazione, però, è quella di sfruttare il fianco dello sperone che sta alla nostra destra: alcuni tratti più delicati sono assistiti da corde fisse.

 


Roccette attrezzate sotto la porta che introduce alla cengia

Il canalino e a porta che introduce alla cengia

La cengia attrezzata che porta al passo Ligoncio

La salita conduce ad una marcata porta intagliata nello sperone alla nostra destra (sul suo lato destro una grande freccia bianca contornata di rosso indica la direzione che deve prendere chi scende), che introduce ad una stretta e lunga cengia tagliata nel fianco sud-occidentale del Puncia del Laresett (la si indovina già dal bivacco Valli ed è chiamata localmente Traversa del Laresett).
La cengia è stretta, molto esposta ed interamente servita da catene corrimano (ad inizio stagione si trova anche un antipaticissimo nevaietto), ma è discretamente marcata. In un punto dobbiamo piegarci per passare sotto ad una volta rocciosa che incombe sopra le nostre teste. Procedendo in graduale salita, concludiamo la traversata sul limite settentrionale del passo Ligoncio (m. 2575) e ci affacciamo alla Valle dell’Oro. La discesa in valle dell'Oro avviene seguendo una traccia segnalata dai segnavia, che sta sul lato sinistro dell'ampio canalone sotto il passo e piega gradualmente ancora a sinistra (direzione nord-est), passando a monte di un curioso promontorio che ricorda un guscio di tartaruga e scendendo fra balze e roccette al rifugio Omio (m. 2100). La traversata Valli-Omio richiede circa 3 ore (il dislivello in salita è di circa 670 metri).


Apri qui una fotomappa della Valle dell'Oro

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BRUNO GALLI VALERIO AL PASSO LIGONCIO

Il modo migliore per approfondire queste ampie note su Val Codera, Valle d’Arnasca e passo Ligoncio è cedere la parola a Bruno Galli Valerio, che frequentò questi luoghi nell’agosto del 1903 (B. G. Valerio, Punte e passi, ed. CAI sez. Valtellinese, 1998, pg. 157, traduzione di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci)):
Cerchiamo lungo la cresta un passaggio per raggiungere la cima del Ligoncio, che ci sovrasta ancora di un centinaio di metri, ma non ne troviamo. C'è una parete liscia a picco e un salto. Impossibile passare, non c'è modo: Bisogna rinunciare. Ridiscendiamo il canalino, attraversiamo la vedretta, tagliamo obliquamente le gande diretti al passo del Ligoncio (2556 m.), che ci porterà in Val Codera. Scavalcato un ultimo sperone di roccia, siamo al passo alle nove e venti. E' una depressione di una cinquantina di metri di lunghezza, situata fra la Sfinge e una cima quotata 2714 m. Siamo ai piedi della Sfinge e cerchiamo invano il passaggio: le pareti cadono a picco su Val d'Arnasca. Scendo da solo lungo le roccie a picco per cercare un passaggio. Guardo da tutte le parti: Dappertutto le stesse pareti verticali per parecchie centinaia di metri. Risalgo e consultiamo la carta. Il passo deve essere là, ma è impossibile trovarlo. Irritatissimi, scendiamo verso Val Masino, decisi a traversare le interminabili gande che si estendono verso il Passo dell'Oro (2526 m.). E' una traversata estenuante che bisogna fare saltando dimacigno in macigno. Finalmente ci avviciniamo a una depressione con tre bocchette in mezzo alla quale si eleva uno spuntone di roccia. Alle undici, siamo alla bocchetta di sud-ovest. Qui possiamo passare. Giù sotto di noi, verso la Val Codera, scende un ripido nevaio dove il ghiaccio affiora qua e là e, a destra, c'è una ganda con una traccia appena visibile di sentiero. In basso, in fondo, scorgiamo l'alpe dell'Averta e gli ultimi abeti di Brasciadega. Scendiamo un po' per gande, un po' per nevaio. Alla nostra destra, vediamo apparire i passi del Sabbione e di Sceroia e a mezzogiorno e un quarto, tocchiamo l'alpe dell'Averta. Un buon secchio di latte che ci viene offerto da due pastori, ci ristora e ci conforta delle gande senza fine. Raccontiamo ai pastori l'avventura del passo introvabile. - Non c'è da meravigliarsi, ci dicono; se non si sa esattamente dov'è, non si trova. E' una fenditura sotto la parete del Liss (essi chiamano così la cima di 2714 m. di cui ho parlato). Dal punto in cui voi eravate, non potevate vederla. Di là parte una cengia che taglia le pareti del Liss, poi si trova una bocchetta con un ripidissimo canale di neve, quindi una vedretta e da là si tocca l'alpe d'Arnasca. Da Brasciadega vedrete tutto il tragitto -.
A mezzogiorno e mezzo, lasciamo i nostri ospiti e un sentiero a me ben noto ci conduce a Brasciadega. Che cambiamento in alcuni anni. Il grande e splendido bosco di conifere è caduto sotto la scure del boscaiuolo. Nonrestano che pochi miseri alberi mezzi morti. Gli alpigiani vi guadagneranno probabilmente un pascolo. L'alpinista e l'artista hanno perduto uno dei punti più artistici delle nostre Alpi. Anche la valle d'Arnasca, che si apre sulla sinistra, colle sue tre grandi cascati, chiusa in fondo dalle parete a picco del Liss e del Ligoncio, non sembra più sì bella come quando lo si intravedeva fra le conifere del bosco di Brasciadega. Appena abbiamo gettato uno sguardo nella valle di Arnasca, troviamo il passo del Ligoncio. Dal piano di Brasciadega si scorge splendidamente ed è assolutamente come i due alpigiani ce l'hanno descritto. Noi eravamo all'estremità sud-ovest, il passo è all'estremità nord-est della depressione. Era impossibile trovarlo! Raggiungiamo le case di Brasciadega, dietro le quali sta ancora un ultimo bosco di larici, e per un sentiero bruciato dal sole e tutto pietre, raggiungiamo Codera alle quattro e venti. Passato il piccolo e triste cimitero, cominciamo le discese e le salite per l'interminabile sentiero, finchè una fresca brezza ci annuncia che la valle si apre: il Legnone appare e giù in basso le acque azzurre del lago di Como che contrastano con quelle verdi del lago di Mezzola. Di là il sentiero scende sempre eraggiungiamo Novate alle cinque e venti di sera.
21 agosto. Dal 18 non ho avuto altra idea che fare ilpasso del Ligoncio da Val Codera. Oggi mi decido. Prendo a Sondrio il treno delle dieci e cinquanta del mattino e all'una e quindici pomeridiane, sono sul sentiero che sale da Novate a Codera. Il sole è infuocato; fortunatamente, la brezza del lago rende meno penosa la salita.
L'ostessa di Codera mi offre un buon bicchiere di vino freschissimo che non sarebbe certo rifiutato anche dai più fanatici astinenti e che, invece di tagliarmi le gambe, come essi sostengono a torto, me le rimette a nuovo. La brava donna ricorda ancora il mio passaggio a Codera alcuni anni orsono, quando ritornavo dal Badile e dal Cengalo pel passo di Sceroia. Essa conosce un buon numero di alpinisti miei amici, che hanno pure transitato per Val Codera. Sgraziatamente, l'ostessa è sotto l'impressione di una catastrofe capitata non a degli alpinisti, ma ad un certo bariletto di vino spedito da Novate lungo il filo metallico e che, dopo aver un po' danzato in vista dell'osteria è andato a fracassarsi in fondo alla Val Codera. E dire che era vino di prima qualità.
Lascio la brava donna piangere il vino e il barile perduti e, alle tre parto per Brasciadega, dove giungo alle quattro e un quarto di sera. Nella specie di osteria che mi hanno indicato, non c'è modo di trovare da dormire. Mi rivolgo alla cortesia dei doganieri che mi accolgono con grandissima cordialità e mettono la loro casa e le loro provviste a mia completa disposizione. Sentendo che voglio fare il passo del Ligoncio, mi sconsigliano, perchè, pochi giorni prima, due dei loro colleghi hanno rischiato di ammazzarsi nel canaletto di ghiaccio. La cosa non mi stupisce, perchè il passo, senza picozza, non deve potersi varcare. Passo una bella serata sul balcone della caserma e un'eccellente notte nel letto che il buon brigadiere ha voluto assolutamente cedermi.
22 agosto. Nell'oscurità, con un cielo azzurro cupo sparso di stelle, risalgo alle quattro e mezzo del mattino la valle di Codera. Nel bosco, appena appena trovo il sentiero e il primo incontro che faccio è quello di un maiale che mi arriva fra le gambe grugnendo. Più lontano, trovo la padrona che scende dall'alpe e mi augura buon giorno e buon viaggio. Sono così invaso dal desiderio di fare il passo, che divoro il cammino. Al di là dell'Arnasca, non trovo più sentiero. Taglio nelle gande. Una piodessa mi attraversa il cammino. L'attraverso di sbieco. Trovo nuove roccie e nuove piodesse, ma alla fine, sono al di sopra dei pascoli di Arnasca. Lo sfondo della valle appare in tutta la sua imponenza: una parete a picco di parecchie centinaia di metri di altezza, su cui si rizzano le punte del Liss e del Ligoncio e sotto la quale biancheggiano le vedrette.
Nella pallida luce del mattino, quel paesaggio è pieno di tristezza. C'è un immenso silenzio; son già tutti discesi dai pascoli. Che sono io là in quello spazio immenso, davanti a quelle gigantesche pareti a picco che sembrano sfidarmi? Se avessero occhi, quelle pareti mi vedrebbero come un puntino insignificante, perduto in mezzo alla valle. Là davanti al Liss c'è una specie di spuntone di roccia, e fra i due una stretta bocchetta alla quale risale un canalino ertissimo di neve e di ghiaccio. Attraverso gande raggiungo una vedretta in leggera pendenza che posso rimontare, senza scalinarla, fino ai piedi del canalino. Questo è così erto e riempito di neve tanto dura e in alcuni punti di ghiaccio che affiora, che debbo cominciare a scalinare. Più taglio gradini e più debbo tagliarne. Salgo lentamente, ma sicuro. Butto uno sguardo indietro. Sotto di me, la neve sembra scendere a picco e finire là contro uno sperone di roccia che s'incunea nella vedretta. Sarebbe una bella scivolata alla morte. Ho tagliato circa cinquecento gradini, quando raggiungo la bocchetta alle otto antimeridiane. Alla mia destra, le roccie scendono a picco in valle di Arnasca; alla mia sinistra si elevano le liscie pareti del Liss. Su di queste si distacca una stretta cengia che sale obliquamente verso la cresta fra la Sfinge ed il Liss. Lassù, finisce in una stretta spaccatura: il passo del Ligoncio. Esso si presenta come uno dei passi i più interessanti ch'io conosca.
La cengia si percorre facilmente; basta non soffrire di vertigini. In alcuni punti, bisogna inchinarsi per passare sotto le roccie che strapiombano. Alle otto e venti, sono nella fenditura, tra le pareti del Liss e uno sperone roccioso, fenditura impossibile a vedersi stando sotto la Sfinge. Dal passo, si gode una vista splendida che va dalle Alpi orobie alle cime dell'Oberland. Compio la discesa sulla casera del Ligoncio e i Bagni di Masino e raggiungo Sondrio alle cinque e quarantacinque di sera.”


Passo Ligoncio e pizzo Ligoncio

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SAS CARLASC' E SANTO GRAAL

Il Sas Carlasc’ è un po’ come l’ombelico non solo della Valle Arnasca, ma dell’intera Val Codera, il suo baricentro, il luogo più di ogni altro impregnato di suggestione e mistero. Tale lo rendono la posizione, la visibilità, la regolarità delle forme. Più lo si guarda, dalla piana del rifugio Brasca, più ci si convince che sia così. Ed a questo masso è legato un mistero, anzi, il mistero dei misteri. Per capirlo, però, bisogna prenderla un po’ alla larga, per cui il lettore si armi di pazienza, nella speranza che alla fine sia ripagata.
Atto primo, terra di Palestina. Nostro Signore Gesù Cristo, nell’ultima Cena, invita di discepoli a bere il suo sangue dal calice della salvezza. Quello stesso calice nel quale, secondo una celeberrima leggenda, vennero raccolte, da Giuseppe di Arimatea, alcune gocce di sangue stillate dal costato di Cristo dopo la deposizione dalla croce.
Atto secondo. Uno dei più celebri miti, forse il più importante nella cultura cristiana dall’età medievale all’Ottocento, è quello del Santo Graal. La sua origine e l’oggetto cui è legato sono avvolti nel mistero. Graal da “gradalis”, voce del latino medievale che significa “vaso” o “piatto”, o dalla voce persiana  Grhal, “pietra”? Si tratta di oggetto vero e proprio, qualcosa legato al contenere, al raccogliere, o di realtà mistica? Di fatto, due interpretazioni si impongono dall’età medievale, quella, più celebre, che identifica il Graal nella coppa in cui fu raccolto il sangue di Cristo e quella che lo identifica in una pietra. In ogni caso, il Graal diventa l’oggetto più cercato nella storia, per i poteri eccezionali di cui lo si crede portatore (salute, prosperità, potere).
Atto terzo. Nel 1798 don Martino della Pietra, curato di Cola, in Val Codera, scopre un calice a tazza (scyphos) in pietra ollare lavorata a tornio.
Atto quarto. Oltre un secolo dopo, nel 1900, lo storico Pietro Bozzetti si vede consegnare da un abitante di San Giorgio di Cola il calice rinvenuto da don Martino, e ne dà comunicazione in “La Rezia chiavennasca nelle epoche preromane, romane, barbariche” (Como, Tipografia della Divina Provvidenza, 1909, pg. 42), scrivendo: “Il piedistallo, di forma conica, misura centimetri cinque di larghezza alla base e cinque pure d’altezza: su di esso si svolge la tazza propriamente detta, slabbrata nella parte superiore, alta altri centimetri cinque Nessuna decorazione e totale semplicità, congiunta nondimeno a graziosa armonia di proporzioni.” Aggiunge di essere ben lieto di donare questo prezioso reperto ad un museo cittadino, se e quando ne verrà a Chiavenna istituito uno. Nell’attesa, lo deposita presso la Biblioteca Laurenziana di Chiavenna.
Atto quinto. Nel 1939 nasce a Milano, da famiglia di origine lariana, Giovanni Galli. Trascorre la sua giovinezza sulle rive del Lario, ma frequenta anche la Val Codera, da lui stesso definita “valle magica che tante volte ha risalito nella sua giovinezza”. Sicuramente avrà potuto più volte contemplare, da distante e da vicino, il Sas Carlasc’, e forse l’avrà avvertito come magia nella magia.
Atto sesto. Giovanni Galli percorre gli impervi sentieri della scrittura. Conosce molto bene la storia lariana ed in particolare quella dell’Isola Comacina, dove, al tempo dell’invasione longobarda dell’Italia (sec. VI d. C.) i Bizantini, al comando del generale Francione, resistettero sei mesi, prima di consegnarsi ai nuovi dominatori. Un passo dello storico Paolo Diacono lo colpisce particolarmente: “Dopo sei mesi di assedio Francione consegnò l’isola ai Longobardi… Nell’isola furono trovate molte ricchezze, custodite lì per conto di diverse città.” Conosce bene anche le intense relazioni fra ambiente lariano e bassa Valchiavenna. Conosce, infine, la storia del ritrovamento del calice a Cola, intuendo che sussiste la possibilità, per quanto remota, che vi sia un nesso fra questo misterioso oggetto (di cui afferma non esservi più traccia) e gli altrettanto misteriosi tesori custoditi da Francione per conto di diverse città”. E sono proprio le possibilità più remote a scatenare il lavoro tumultuoso dell’immaginazione.
Atto settimo. Nel 1996 esce, per i tipi dell’editrice Actac di Como, il romanzo storico “L’isola. L’enigmatica storia del Santo Graal sul Lario.” Autore, Giovanni Galli.
A questo punto abbiamo tutti gli elementi per comprenderne la trama. Tornando all’atto primo ed a Giuseppe di Arimatea, dobbiamo sapere che questi, così almeno vuole la leggenda, porta il Sacro Calice con il sangue di Cristo in Britannia, dove verrà custodito nella chiesa di Aquae Salis. Diversi secoli dopo, nel 584, il sacerdote Agrippino, di fronte all’offensiva dei pagani Angli e Sassoni, decide di riportare il Graal a Roma, per consegnarlo al Papa.. Scende dalla Val Chiavenna ma, giunto al Lario, apprende dell’offensiva longobarda iniziata nel 569 e, per impedire che cada nelle mani dei barbari, si ferma sulle rive lariane, che ancora resistono. Le sorti del Graal seguono quindi le vicende dei Bizantini e del loro generale Francione, il quale, di fronte all’offensiva finale dei Longobardi, decide di asserragliarsi all’Isola Comacina. I Bizantini sono posti sotto assedio ed attribuiscono proprio al Graal l’eccezionale capacità di resistenza di fronte a forze preponderanti. Ma il momento della capitolazione è prossimo, e nel 589 il Sacro Calice viene segretamente portato a Piona, dove resta fino al 603, venerato in una cappella eretta ad hoc. Dopo la resa di Francione la notizia della preziosissima reliquia si diffonde. Teodolinda, nuova regina longobarda e cristiana, la vuole a Monza ed Agrippino, per compiacerla, nella speranza di diventare Vescovo di Como, acconsente. Ma a Piona non ne vogliono sapere e il suddiacono Còdero, uno dei custodi del Graal, decide di portarlo via per sottrarlo ai Longobardi. Raggiunta la Riva di Chiavenna, alla sommità del lago, decide di nasconderlo nell’impervia valle le cui impressionanti muraglie appaiono davanti ai suoi occhi. Sale a San Giovanni di Cola, vi resta qualche giorno ospite della gente del paesino, finché, appreso che i Longobardi sono sulle sue tracce, decide di addentrarsi da solo all’interno della valle, per trovare un luogo nel quale il Graal possa rimanere nascosto in attesa di tempi migliori. Molto bella è la descrizione della risalita della valle agli inizi di novembre, operata seguendo il percorso che scavalca due valloni minori, quello di Revelaso e quello della Val Ladrogno, ed il fondo della valle principale. Lasciamo a Giovanni Galli la parola: 
“La mattina successiva si svegliò di buon'ora; il paese sotto di lui si rianimava lentamente, il fumo usciva dai comignoli e si vedeva in giro qualche valligiano, ma di Longobardi nemmeno l'ombra. … Quindi si avviò nel bosco verso il fiume, ancora una volta in discesa. "Diavolo! - pensò - è ben strana questa valle! Di solito nelle valli si va in salita. …" Còdero scese nel bosco evitando i numerosi salti di roccia che incontrava lungo il percorso. Attraversò un fiumiciattolo, poi dovette di nuovo risalire per arrivare sul bordo di una forra nella quale scorreva il fiume; la discese con cautela e si fermò a riposare mentre cercava il passaggio più sicuro per attraversarlo. Il fiume scorreva impetuoso malgrado la stagione in un caos di massi e di pietre infide; ma non pareva un ostacolo invalicabile. Il valligiano gli aveva detto che secondo lui non conveniva costeggiare il letto del fiume lungo il quale avrebbe sicuramente incontrato cascate e altri passi difficili; era meglio risalire sull'altra riva fino al termine del bosco per poi proseguire tenendosi alto. Còdero si avviò quindi su per la costa ripida fino a quando si trovò di fronte un salto di roccia insuperabile.
Era ora di cominciare a risalire la valle, pensò; sopra di lui si ergevano infatti monti alti e scoscesi attraverso i quali nessuno sarebbe riuscito a passare. Si incamminò quindi nel bosco restando alto sul fiume ma seguendone il percorso. Ben presto superò la costa della montagna che da Cola nascondeva alla vista l'alta valle, ma questa volta fu il paese a scomparire dalla sua vista. Còdero si sentì improvvisamente solo, avvolto da una solitudine che mai aveva provato in passato sul lago dove aveva vissuto fino ad allora. Lo scrosciare delle acque del fiume rompeva un silenzio altrimenti assoluto, la natura intorno appariva immobile, con le enormi masse di roccia grigia che si alzavano da ogni lato… A poco a poco la valle prese un aspetto più normale, con il fiume in mezzo, i declivi dolci sui quali i castagni cedevano lentamente il passo alle betulle, ai pini e ai larici, vallette laterali solcate da torrenti più o meno impetuosi.
Còdero continuò a salire tenendosi ora più vicino al fiume; il sole che lo aveva ormai raggiunto fugò dal suo cuore  l'ombra della paura; insieme al sole si levò anche un vento leggero che faceva volare via dai rami le foglie morte dei castagni e delle betulle, mentre gli aghi dei larici volteggiavano come pagliuzze dorate nel cielo.
Ancora non si capiva dove andasse a finire la valle che saliva a zig-zag così che l'una o l'altra costa della montagna ne coprivano sempre il fondo, ma certo gli alti monti d'intorno lasciavano poche speranze di trovare un passaggio, erti e dirupati com’erano.
Camminò a lungo prima di arrivare a un ripiano nel quale il fiume pareva voler fare una pausa nel suo corso precipite, nella sua ansia di unirsi alle acque del lago; qui esso scorreva placido tra due sponde prative sulle quali al suo arrivo fuggirono via spaventati due camosci venuti ad abbeverarsi.
Il luogo era piacevole, quasi un'oasi in mezzo alle pietraie e ai boschi traversati finora; Còdero si sistemò vicino al fiume e, mentre sbocconcellava il formaggio che aveva portato con sé, considerò la situazione e le possibili vie d'uscita…
Mentre mangiava lasciò vagare distrattamente lo sguardo sulla corona di cime che lo circondava e notò, alto sulla valle, un enorme cubo di roccia posto proprio al termine di una ripida costa oltre la quale pareva stendersi una conca, invisibile dal basso. Il masso, probabilmente staccatosi dalla parete retrostante, appariva ben squadrato come se uno scalpellino sovrumano l'avesse cavato dalla roccia e appoggiato lì in bella vista in attesa di trasportarlo a valle. Era isolato e inconfondibile, facile da riconoscere solo che si fosse arrivati fino al prato dove ora si trovava. Più lo guardava, più Còdero si convinceva che quello era il luogo ideale per nascondere il Sacro Calice senza proseguire oltre. Ma si poteva arrivare fin lassù? Sì, si poteva arrivare, anche se la salita richiese più di tre ore durante le quali più di una volta Còdero dovette cambiare itinerario di fronte ai numerosi salti di roccia che bloccavano il passaggio.
Alla fine comunque arrivò sul bordo della conca, non lontano dal cubo di pietra che visto da vicino appariva veramente imponente… La conca sul cui bordo si trovava era … coperta da un magro prato che andava a morire ai piedi delle rocce dalle quali, chissà quanto tempo prima, era precipitato il grande cubo, rimasto miracolosamente ritto sul bordo del precipizio, come se una mano superiore l'avesse fermato prima che precipitasse a valle; a Còdero venne spontaneo pensare che sicuramente Qualcuno l'aveva messo lì per indicargli il luogo dove nascondere il Sacro Calice.”
La vicenda volge all’epilogo. Còdero nasconde l’urna con il Calice sotto un cumulo di massi, ponendone uno in posizione verticale per segnalare il luogo, poi torna a San Giorgio, dove lo attendono due soldati Bizantini che lo arrestano. Condotto da Agrippino, scopre che il papa stesso, Gregorio I Magno, intende avallare la volontà di Teodolinda, regina convertita. Di fronte all’ordine papale, Codero si dispone di buon grado, la successiva primavera, a tornare sui suoi passi in quella che ormai viene chiamata la valle di Còdero (futura Val Codera), per disseppellire il Calice. Si rimette, quindi, in cammino, con Agrippino ed una scorta, risale la valle e si riporta faticosamente al Sas Carlasc'. Una sorpresa, però, lo attende: lo scenario è profondamente mutato, al posto dei pascoli è tutta una distesa di massi, franati da una delle pareti che chiudono la valle a sud. Impossibile tirovare il punto in cui il Santo Graal è stato seppellito. La valle delle grandi acque lo vuole per sé. Ed è ancora lì, forse, vegliato dal Sas Carlasc', che ne sorveglia gelosamente il segreto.

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DAL RIFUGIO BRASCA AL RIFUGIO GIANETTI (SENTIERO ROMA) ED AL RIFUGIO OMIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Brasca-Passo del Barbacan-Rifugio Gianetti
6 h
1300
E
SINTESI. Procediamo dal rifugio Brasca verso l'alta Val Codera, ma ben presto, all'alpe Coeder, lasciamo il sentiero principale prendendo a destra (segnalazioni del Sentiero Roma per la valle d'Averta ed il passo del Barbacan). Il sentiero dapprima risale, con traccia non sempre evidente ma ben segnalata, un bosco di abeti, sul versante sinistro idrografico della valle (destro per chi sale). Usciamo quindi ad una radura, battuta dalle slavine, per poi rientrare, superato un grande masso utilizzato anche come ricovero, nella pecceta. Dopo un secondo prato abbastanza ripido, il sentiero inizia ad inanellare una lunga sequenza di tornantini, fino a giungere a ridosso di un roccione e ad un canalino (località Punt del Valà) che, grazie a due ponticelli in legno, attraversiamo da sinistra a destra, passando nei pressi di un salto roccioso. Dopo una breve salita attraversiamo una nuova macchia di larici, all'uscita dalla quale siamo all'alpe Pisci (m. 1636), dove notiamo un nuovo ricovero ricavato da un grande masso. Qui attraversiamo da destra a sinistra un torrentello, riprendendo a salire con rapide serpentine che ci fanno passare accanto ad un caratteristico larice secolare dal tronco particolarmente ritorto. Il sentiero risale un grande corpo franoso che si riversa nel profondo vallone d'Averta, fino ad un bivio. Il tratto "storico" dal bivio all'alpe è, oggi in diversi tratti interrotto per smottamenti, per cui conviene non prendere a sinistra ma proseguire diritti (su un masso troviamo una freccia bianca contornata di rosso che ci invita a farlo). Saliamo nel bosco che si dirada gradualmente, fino ad approdare ad un terreno aperto e, dopo aver attraversato, con qualche saliscendi, alcuni valloncelli ed aver risalito una china erbosa, siamo alle bate dell'alpe Averta (m. 1957). Lasciamo le baite alle spalle seguendo la traccia segnalata, che piega leggermente a destra, facendosi sempre meno evidente in una miriade di rododendri (anche se, seguendo le abbondanti segnalazioni, non è possibile sbagliare) e prendendo un andamento est-sud-est. Superata una ripida e stretta costola di detriti, raggiungiamo un bel ripiano erboso, la Prada, con grandi massi ed una sorgente, a quota 2120 metri. Qui siamo ad un bivo e dobbiamo prestare attenzione (soprattutto in caso di nebbia) a non seguire la deviazione a destra, segnalata su un masso, per il Passo dell'Oro, che porta nella valle omonima. Saliamo, dunque, a vista, verso sinistra (est-nord-est), fra detriti, fino ad imboccare il canalone che si restringe progressivamente in prossimità dell'intaglio del passo. Con un po' di fatica siamo così al passo del Barbacan nord-ovest (m. 2598). La discesa in Val Porcellizzo può avvenire secondo due diverse direttrici. La maggior parte degli escursionisti, valicata la stretta porta del passo, scende per un canalino gemello (la via classica procede sul fianco di sinistra ed è all'inizio esposta), canalino che, ripido ed impegnativo nella prima parte, diventa ben presto assai più tranquillo. Bisogna prestare però un'estrema attenzione a non far cadere sassi mobili. Alla fine intercettiamo il Sentiero Risari e, procedendo verso sinistra, effettuiamo con qualche saliscendi ed in graduale salita una lunga e tramquilla traversata che si conclude al rifugio Gianetti (m. 2534).

A. RIF. BRASCA-RIF. GIANETTI

Dal rifugio Brasca parte la seconda tappa del Sentiero Roma, che effettua una classicissima e splendida traversata al rifugio Gianetti, in Val Porcellizzo (Val Masino). La traversata valica il passo del Barbacan nord (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone"; bisogna però ricordare che nel dialetto di Novate Mezzola "barbacàn" significa muro obliquo di rinforzo ad una struttura muraria, con particolare riferimento, per antonomasia, ad uno degli angoli dell'antico Albergo dell'Angelo di Novate, sulla piazza della chiesa, luogo di ritrovo degli uomini del paese), sulla testata della valle dell'Averta (val de la vèrta, dal dialettale "avert", cioè aperto).
Seguiamo i cartelli del Sentiero Roma e lasciamo il rifugio Brasca per raggiungere l'alpe Coeder (cuėdar), dove si trova il cartello che indica la deviazione: il sentiero Roma, infatti, si stacca verso destra dal tracciato che prosegue addentrandosi nella media ed alta Val Codera e conducendo al bivacco Pedroni-Dal Prà, dal quale si può salire al passo della Trubinasca, per poi scendere al rifugio Sasc Fourà in Val Bregaglia (presso il rifugio Brasca si trova una cartina chiara che illustra bene queste possibilità).


Sentiero per l'alpe Averta

Sentiero per l'alpe Averta

Sentiero per l'alpe Averta

Sentiero per l'alpe Averta

Alpe Averta

Alpe Averta e passo Barbacan (a sinistra) e dell'Oro (a destra)

Alpe Averta


Passo dell'Oro (a destra) e del Barbacan (a sinistra)


Valle dell'Averta vista dal passo dell'Oro

Andiamo dunque a destra, iniziando una salita in valle dell'Averta che non concede respiri (tranne quelli che uno si prende da sé in qualche sosta opportuna). Guardiamo in alto, in direzione della valle dell’Averta: le tre cime gemelle, le cime dell’Averta meridionale, centrale e settentrionale sono ben visibili. Occhieggia anche, sornione e quasi irridente, alla loro destra, l’affilata punta della cima del Barbacan (sciöma dò barbacàn, m. 2738), alla cui sinistra si trova (non visibile da qui) il passo che dovremo varcare, cioè il passo Barbacan nord.
Il sentiero dapprima risale, con traccia non sempre evidente ma ben segnalata, un bosco di abeti, sul versante sinistro idrografico della valle (destro per chi sale). Usciamo quindi ad una radura, battuta dalle slavine, per poi rientrare, superato un grande masso utilizzato anche come ricovero, nella pecceta. Dopo un secondo prato abbastanza ripido, il sentiero inizia ad inanellare una lunga sequenza di tornantini, fino a giungere a ridosso di un roccione: qui si riconoscono ancora i resti dell'antica scalinatura che aiutava il bestiame nella faticosa salita. Accediamo ora ad un canalino (località Punt del Valà) che, grazie a due ponticelli in legno, attraversiamo da sinistra a destra, passando nei pressi di un salto roccioso. Dopo una breve salita attraversiamo una nuova macchia di larici, all'uscita dalla quale siamo all'alpe Pisci (m. 1636), dove notiamo un nuovo ricovero ricavato da un grande masso. Qui attraversiamo da destra a sinistra un torrentello, riprendendo a salire con rapide serpentine che ci fanno passare accanto ad un caratteristico larice secolare dal tronco particolarmente ritorto, denominato Mucètt, cioè mozzicone. Il sentiero risale un grande corpo franoso che si riversa nel profondo vallone d'Averta, fino ad un bivio. Quello che segue è il racconto "storico" dell'itinerario tradizionale. Al bivio non dobbiamo proseguire diritti, ma prendere a sinistra (come suggerisce lo stesso toponimo, voltà ént, cioè svoltare), imboccando un sentiero che reca i segni dei violenti temporali estivi. Si apre, in alto, la testata della valle e si distinguono, da sinistra, i due passi per i quali si accede rispettivamente alla Val Porcellizzo (passo del Barbacan, localmente però chiamato Caürga del Sabbiùm) ed alla Valle dell'Oro (passo dell'Oro, localmente chiamato Caürga de l’Oor). Siamo ai bordi dell'alpe e, salendo in diagonale, raggiungiamo, a quota 1957 metri, le baite dell'alpe Averta (vèrta).
Ma torniamo sui nostri passi: il tratto dal bivio all'alpe è, infatti, oggi in diversi tratti interrotto per smottamenti, per cui conviene al bivio proseguire diritti (su un masso troviamo una freccia bianca contornata di rosso che ci invita a farlo, mentre un ramo posto di traverso sulla deviazione a sinistra ci dissuade dall'imboccarla). Saliamo nel bosco che si dirada gradualmente, fino ad approdare ad un terreno aperto, dal quale vediamo già le baite dell'Averta, in alto, alla nostra sinistra. Le raggiungiamo dopo aver attraversato, con qualche saliscendi, alcuni valloncelli e dopo aver risalito una china erbosa.
L'alpeggio è il più alto della valle e deve il suo nome alla posizione panoramica: è l'unico punto della valle dal quale si possono vedere i tre maggenghi di fondovalle, Saline, Piazzo e Beleniga. Venne caricato fino agli anni settanta del secolo scorso ed è costituito da tre nuclei, la Nàaf, che abbiamo raggiunto, il Sot al Mut, alla nostra sinistra, più in basso, e Sur al Mut, più in alto, sopra un poggio, con una croce infissa in cima ad un masso.
Lasciamo, quindi, a sinistra le baite della Nàaf, seguendo la traccia segnalata, che piega leggermente a destra, facendosi sempre meno evidente in una miriade di rododendri (anche se, seguendo le abbondanti segnalazioni, non è possibile sbagliare) e prendendo un andamento est-sud-est. Superata una ripida e stretta costola di destriti, raggiungiamo un bel ripiano erboso, la Prada, con grandi massi ed una sorgente, a quota 2120 metri. Qui dobbiamo prestare attenzione (soprattutto in caso di nebbia) a non seguire la deviazione a destra, segnalata su un masso, per il Passo dell'Oro (Pas dè l'Or o Caürga de l’Oor), che scende, poi, in Valle dell'Oro ed al rifugio Omio. Saliamo, dunque, a vista, verso sinistra (nord-est), fra detriti, fino ad imboccare il canalone che si restringe progressivamente in prossimità dell'intaglio del passo. Qui pieghiamo leggermente a destra (direzione est-nord-est) e proseguiamo nella salita, con inclinazione media, che avviene dapprima fra grossi blocchi, poi fra detriti più minuti; nell'ultimo tratto la pendenza si fa più severa, ed è facile trovare neve anche a stagione avanzata. Per evitare il pericolo di essere investiti da pietre scaricate, soprattutto di pomeriggio, dalla grande frana che si è prodotta sul lato occidentale della cresta nord della cima del Barbacan, è conveniente tenersi sulla sinistra, sfruttando alcune facili cengie erbose.

 

A coronamento della lunga salita, eccoci, finalmente, al passo del Barbacan settentrionale (localmente chiamato Caürga del Sabbiùm), posto a 2598 metri: sono trascorse più di quattro ore (al netto delle soste) dalla partenza. Dalla sommità del canalino terminale, dove si trova neve anche a stagione avanzata, si domina l'erto e sudatissimo percorso effettuato, ma si può gettare un'occhiata anche su una parte del percorso della prima giornata, cioè sulla piana della Val Codera, nella quale si distingue Bresciàdega (o Brasciadega, forse da "brasciadella", cioè "braccio", unità di misura). Sul passo troviamo, ad attenderci, un curioso spuntone di roccia. Su un masso, una freccia bidirezionale bianco-rossa ci rassicura, in caso di scarsa visibilità: è proprio questa la più agevole porta fra la Val Porcellizzo ("val do porscelécc") e la Val Codera.
Ritemprate le forze, ci si può ora disporre alla discesa, che può avvenire secondo due diverse direttrici. La maggior parte degli escursionisti, valicata la stretta porta del passo, scende per un canalino gemello che, ripido ed impegnativo nella prima parte, diventa ben presto assai più tranquillo. Bisogna prestare però un'estrema attenzione a non far cadere sassi mobili, perché il canalino conduce al frequentatissimo sentiero Risari (tratto Omio-Gianetti), dove eventuali sassi finirebbero per scendere ad una velocità pericolosissima. Nella seconda parte della discesa, si intercetta una traccia di sentiero che conduce al sentiero Risari, in prossimità di un masso che segnala, con un triangolo rosso, la deviazione per il rifugio Brasca, pochi metri prima che il sentiero, sulla destra, attacchi la costiera del Barbacan, salendo al passo del Barbacan sud-est.


Val Porcellizzo

Ci si deve però dirigere in direzione opposta, cioè verso nord-est, alla volta del rifugio Gianetti. Intanto si apre davanti agli occhi l'imponente testata della Val Porcellizzo, uno spettacolo davvero unico. la testata della Val Porcellizzo propone le poco pronunciate cime d’Averta (meridionale, m. 2733, centrale, m. 2861 e settentrionale, m. 2947), alla cui destra si eleva il più massiccio pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075), seguito dal passo Porcellizzo (m. 2950), che congiunge la valle omonima all’alta Val Codera. Ecco, poi, le più celebri cime della Val Porcellizzo: la punta Torelli (m. 3137) e la punta S. Anna (m. 3171) precedono il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195). Segue il secondo signore della valle, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Chiudono la testata i puntuti pizzi Gemelli (m. 3259 e 3221), il passo di Bondo (pas da bùnd, m. 3169), che dà sulla Val Bondasca, in territorio svizzero, ed il pizzo del Ferro occidentale o cima della Bondasca (m. 3267).
Con questo superbo spettacolo impresso nell’anima, il cammino riprende. Dopo aver superato, scendendo, uno sperone roccioso, si giunge ad un grosso masso, presso il quale il sentiero Risari si congiunge con il sentiero Roma che scende dal passo del Barbacan nord. Infatti, come già detto, esiste una seconda possibilità di valicare questo passo, quella classica e segnalata dalle carte: dal passo si può, infatti, invece di infilarsi nel canalino, si può prendere a sinistra, sfruttando inizialmente una cengia esposta (questo tratto manca di protezione, per cui la cautela deve essere massima; in caso di pioggia o scarsa visibilità, poi, i rischi si moltiplicano); si scende, così, verso nord, seguendo i triangoli rossi, a sinistra rispetto al canalino che termina al Sentiero Risari.
Questo itinerario, vuoi per la sua maggiore esposizione, vuoi perché meno visibile ed intuitivo per chi raggiunga il passo dalla valle dell’Averta, è assai meno battuto. I triangoli rossi, qui, invitano a badare non tanto all'incolumità altrui, ma alla propria. La discesa verso sinistra raggiunge poi luoghi meno pericolosi, cioè i pascoli più alti, e conduce ad un ampio terrazzo ricoperto da massi e, talora fino a stagione avanzata, da neve. Per un tratto si prosegue quasi in parallelo con il Sentiero Risari, che passa poche decine di metri più in basso, poi, piegando leggermente a destra, si scende agevolmente ad intercettarlo, in corrispondenza di un grande masso che indica la biforcazione dei sentieri, a 2530 metri circa.

A questo punto si tratta solo di proseguire in direzione del rifugio Gianetti, godendo dello scenario incomparabile dei pizzi Badile e Cengalo (dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia). Il tratto compreso fra il passo ed il rifugio è percorribile in circa un'ora e mezza. Al rifugio, posto a 2534 metri, ci si può fermare a pernottare. Si conclude così la seconda giornata di cammino.
Il rifugio Gianetti venne costruita, per iniziativa del C.A.I. di Milano, nel 1913, nei pressi della precedente capanna Badile, la seconda, in ordine di tempo, della Val Masino (era stata costruita nel 1887 e ricostruita nel 192 dopo una valanga), che restò come sua dipendenza (restaurata nel 1960, divenne bivacco, intitolato all’alpinista Attilio Piacco). L’intitolazione rendeva omaggio all’ingegnere Luigi Gianetti, che aveva contribuito finanziariamente in misura decisiva all’edificazione. Durante la prima guerra mondiale fu presidiata da reparti alpini, come punto di appoggio prezioso nel sistema difensivo voluto dal generale Cadorna, che temeva un’invasione austro-ungarica dal territorio svizzero. Durante il secondo conflitto mondiale, invece, venne utilizzata come struttura di appoggio da formazioni partigiane; per questo, durante il sistematico rastrellamento nell'autunno del 1944, venne bruciata dalle forze nazifasciste. Riedificata nel 1949 ed ammodernata nel 1994, è una delle più classiche mete escursionistiche della Val Masino. Alle spalle del rifugio, nel luogo in cui sorgeva il vecchio rifugio Badile costruito nel 1887, è collocato il bivacco Attilio Piacco, costruito nel 1961 e dedicato alla memoria dell'alpinista caduto nella scalata della Punta Torelli nel 1958.
Da qui appare decisamente vicino il vero signore della valle, il massiccio Pizzo Badile (badì), circondato dal Pizzo Cengalo (cìngol, caratterizzato dalla cima nevosa e tondeggiante - che giustifica l'antico nome di Mot de la Nìf - e dal prominente spigolo Vinci), a destra, dalla punta S. Anna, dalla punta Torelli e dalla curiosa formazione chiamata Dente della Vecchia, a sinistra.


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B. RIF. BRASCA-RIF. OMIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Brasca-Passo dell'Oro-Rifugio Omio
5 h
1230
E
SINTESI. Procediamo dal rifugio Brasca verso l'alta Val Codera, ma ben presto, all'alpe Coeder, lasciamo il sentiero principale prendendo a destra (segnalazioni del Sentiero Roma per la valle d'Averta ed il passo del Barbacan). Il sentiero dapprima risale, con traccia non sempre evidente ma ben segnalata, un bosco di abeti, sul versante sinistro idrografico della valle (destro per chi sale). Usciamo quindi ad una radura, battuta dalle slavine, per poi rientrare, superato un grande masso utilizzato anche come ricovero, nella pecceta. Dopo un secondo prato abbastanza ripido, il sentiero inizia ad inanellare una lunga sequenza di tornantini, fino a giungere a ridosso di un roccione e ad un canalino (località Punt del Valà) che, grazie a due ponticelli in legno, attraversiamo da sinistra a destra, passando nei pressi di un salto roccioso. Dopo una breve salita attraversiamo una nuova macchia di larici, all'uscita dalla quale siamo all'alpe Pisci (m. 1636), dove notiamo un nuovo ricovero ricavato da un grande masso. Qui attraversiamo da destra a sinistra un torrentello, riprendendo a salire con rapide serpentine che ci fanno passare accanto ad un caratteristico larice secolare dal tronco particolarmente ritorto. Il sentiero risale un grande corpo franoso che si riversa nel profondo vallone d'Averta, fino ad un bivio. Il tratto "storico" dal bivio all'alpe è, oggi in diversi tratti interrotto per smottamenti, per cui conviene non prendere a sinistra ma proseguire diritti (su un masso troviamo una freccia bianca contornata di rosso che ci invita a farlo). Saliamo nel bosco che si dirada gradualmente, fino ad approdare ad un terreno aperto e, dopo aver attraversato, con qualche saliscendi, alcuni valloncelli ed aver risalito una china erbosa, siamo alle bate dell'alpe Averta (m. 1957). Lasciamo le baite alle spalle seguendo la traccia segnalata, che piega leggermente a destra, facendosi sempre meno evidente in una miriade di rododendri (anche se, seguendo le abbondanti segnalazioni, non è possibile sbagliare) e prendendo un andamento est-sud-est. Superata una ripida e stretta costola di detriti, raggiungiamo un bel ripiano erboso, la Prada, con grandi massi ed una sorgente, a quota 2120 metri. Qui siamo ad un bivIo e dobbiamo prestare attenzione (soprattutto in caso di nebbia) a non seguire il percorso di sinistra, per il passo del Barbacan, ma la deviazione a destra, segnalata su un masso, per il Passo dell'Oro, che porta nella valle omonima. I segnavia ci guidano nella salita verso sud-est, che ci porta alla base di un ripido canalino (dove possiamo trovare neve anche a stagione inoltrata), per il quale raggiungiamo il passo dell'Oro (m. 2526). La discesa in Valle dell'Oro sfrutta un sentiero marcato che perde quota su un facile versante erboso, si destreggia fra qualche roccetta e si congiunge con il sentiero Risari, raggiunto il quale possiamo scegliere se prendere a destra, scendendo al già ben visibile rifugio Omio (m. 2100), oppure prendere a sinistra, attaccare il ripido versante della costiera del Barbacan (con sentiero attrezzato nel primo tratto), salire al passo del Barbacan sud-est e scendere in Val Porcellizzo seguendo una lunga cengia esposta ed attrezzata, traversando infine trnquillamente al rifugio Gianetti (m. 2534).

Vediamo, ora, come effettuare la traversata dal rifugio Brasca al rifugio Omio in Valle dell'Oro. Si tratta di risalire la Valle d'Averta come sopra descritto, fino al pianoro di quota 2120, con grandi massi ed una sorgente, seguiamo le indicazioni che portano al Passo dell'Oro (m. 2526), prendiamo a destra, superando una conca e salendo a vista sul versante di detriti, fino a portarci a sinistra dello sperone, in parte erboso, che scende verso nord-ovest dall'affilata Punta Milano.
Qui ritroviamo le tracce, costeggiamo per un tratto lo sperone, per poi tagliarlo verso destra e raggiungere il canalone che sale al passo. Proseguiamo, dunque, puntando all'evidente sella, su terreno di sfasciumi, con neve anche a stagione avanzata nel tratto terminale (attenzione, perché è piuttosto ripido e dal versante della punta Barbacan, localmente chiamata Borìs, alla nostra sinistra, non è infrequente la caduta di massi).
Dal passo possiamo, poi scendere agevolmente in Valle dell'Oro (denominazione che non si riferisce al nobile metallo, ma alla voce "ör", o "ora", cioè "orlo", "terrazzo"), su sentiero ben marcato che aggira a destra uno sperone e scende ad intercettare, più in basso, il Sentiero Risari, presso un grosso masso che indica la deviazione per il rifugio Brasca. Percorrendo il sentiero verso destra, traversiamo tranquillamente l'alta Valle dell'Oro, con qualche saliscendi, fino al rifugio Omio, dove è possibile pernottare.
Il rifugio Omio venne edificato nel 1937 dalla Società Escursionisti Milanesi ed intitolato alla memoria di Antonio Omio, una delle sei vittime della tragica ascensione alla punta Rasica (in Valle di Zocca) del 1935. Una targa all'ingresso le ricorda tutte: Nella Verga, Antonio Omio, Giuseppe Marzorati, Pietro Sangiovanni, Mario Del Grande e Vittorio Guidali. Di tutti si dice: in novissimo die resurrecturi, cioè destinati a risorgere l'ultimo giorno. Una targa posta su un masso vicino ricorda, invece, Bongio Luigi (Buin), scomparso il 2 giugno 1992. L'edificio venne poi incendiato dalle forze nazifasciste nel 1944, perché veniva utilizzato come punto di appoggio dalle forze partigiane, ricostruito nel 1948 e ristrutturato nel 1970 e nel 1997.
Se vogliamo, infine, raggiungere il rifugio Gianetti il giorno successivo possiamo sfruttare il sentiero Risari per il passo del berbacan sud-est. E' bene ribadire, infine, che i canalini terminali che conducono al Passo dell'Oro e a quello del Barbacan nord presentano spesso neve anche a stagione avanzata, per cui richiedono, per essere affrontati in sicurezza, attrezzatura adeguata (ramponi e piccozza). Del resto si tratta di un'attrezzatura che non deve mancare nell'equipaggiamento di chi affronti il sentiero Roma.

Val Codera vista dal passo dell'Oro. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.it
Passo dell'Oro


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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo (CNS, come tutte le altre riportate in questa pagina), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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ANELLO DEL BARBACAN

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Brasca-Passo del Barbacan nord-ovest-Passo del Barbacan sud-est-Passo dell'Oro-Rifugio Brasca
8-9 h
1500
EE
SINTESI. Procediamo dal rifugio Brasca verso l'alta Val Codera, ma ben presto, all'alpe Coeder, lasciamo il sentiero principale prendendo a destra (segnalazioni del Sentiero Roma per la valle d'Averta ed il passo del Barbacan). Il sentiero dapprima risale, con traccia non sempre evidente ma ben segnalata, un bosco di abeti, sul versante sinistro idrografico della valle (destro per chi sale). Usciamo quindi ad una radura, battuta dalle slavine, per poi rientrare, superato un grande masso utilizzato anche come ricovero, nella pecceta. Dopo un secondo prato abbastanza ripido, il sentiero inizia ad inanellare una lunga sequenza di tornantini, fino a giungere a ridosso di un roccione e ad un canalino (località Punt del Valà) che, grazie a due ponticelli in legno, attraversiamo da sinistra a destra, passando nei pressi di un salto roccioso. Dopo una breve salita attraversiamo una nuova macchia di larici, all'uscita dalla quale siamo all'alpe Pisci (m. 1636), dove notiamo un nuovo ricovero ricavato da un grande masso. Qui attraversiamo da destra a sinistra un torrentello, riprendendo a salire con rapide serpentine che ci fanno passare accanto ad un caratteristico larice secolare dal tronco particolarmente ritorto. Il sentiero risale un grande corpo franoso che si riversa nel profondo vallone d'Averta, fino ad un bivio. Il tratto "storico" dal bivio all'alpe è, oggi in diversi tratti interrotto per smottamenti, per cui conviene non prendere a sinistra ma proseguire diritti (su un masso troviamo una freccia bianca contornata di rosso che ci invita a farlo). Saliamo nel bosco che si dirada gradualmente, fino ad approdare ad un terreno aperto e, dopo aver attraversato, con qualche saliscendi, alcuni valloncelli ed aver risalito una china erbosa, siamo alle bate dell'alpe Averta (m. 1957). Lasciamo le baite alle spalle seguendo la traccia segnalata, che piega leggermente a destra, facendosi sempre meno evidente in una miriade di rododendri (anche se, seguendo le abbondanti segnalazioni, non è possibile sbagliare) e prendendo un andamento est-sud-est. Superata una ripida e stretta costola di detriti, raggiungiamo un bel ripiano erboso, la Prada, con grandi massi ed una sorgente, a quota 2120 metri. Qui siamo ad un bivo e dobbiamo prestare attenzione (soprattutto in caso di nebbia) a non seguire la deviazione a destra, segnalata su un masso, per il Passo dell'Oro, che porta nella valle omonima. Saliamo, dunque, a vista, verso sinistra (est-nord-est), fra detriti, fino ad imboccare il canalone che si restringe progressivamente in prossimità dell'intaglio del passo. Con un po' di fatica siamo così al passo del Barbacan nord-ovest (m. 2598). La discesa in Val Porcellizzo avviene per un canalino gemello ripido ed impegnativo nella prima parte, più tranquillo nella seconda (attenzione a non mettere in ovimenti massi). Raggiunto il Sentiero Risari, lo seguiamo verso destra risalendo la costiera del Barbacan per cengie infide in caso di pioggia o neve (corde fisse), fino allo stretto intaglio del passo del Barbacan sud-est (m. 2620), che si affaccia sulla Valle dell'Oro. Scendiamo su una ripida china erbosa, con una diagonale a sinistra, per poi piegare a destra e portarci con qualche tornantino ad un canalino nel quale superiamo un roccione con l'ausilio delle corde fisse. Toccati i pascoli della Valle dell'Oro, proseguiamo sul Sentiero Risari verso sud, in direzione del già visibile rifugio Omio, ma ben presto vediamo su un grande masso l'indicazione di una deviazione a destra con la scritta "Brasca". Ci stacchiamo dal Sentiero Risari ed imbocchiamo il sentierino segnalato che guadagna quota verso ovest, su facili balze erbose. Sormontato un dosso, siamo al canalino erboso che adduce al passo dell'Oro (m. 2526), che raggiungiamo facilmente. Torniamo così in Valle dell'Averta, scendendo su versante ripido di sfasciumi (possibilità di neve ad inizio stagione), stando sul lato destro. Usciamo così all'alto circo della Valle d'Averta e, seguendo i segnavia pieghiamo a destra scendendo in diagonale verso nord-ovest, fino al ripiano erboso di quota 2120 metri, dove ci congiungiamo con il Sentiero Roma che seguiamo nella discesa che ci riporta al rifugio Brasca.

Valle dell'Averta e Val Codera

Dal rifugio Brasca parte la seconda tappa del Sentiero Roma, che effetua una classicissima e splendida traversata al rifugio Gianetti, in Val Porcellizzo (Val Masino). Possiamo sfruttarne la prima parte per effettuare un bell'anello escursionistico che ci porta a valicare tre passi (Barbacan nord-ovest e sud-est, dell'Oro), per ridiscendere al rifugio Brasca. Un anello che si disegna intorno alla cima del Barbacan e regala sicuramente piena soddisfazione anche agli escursionisti più esigenti, anche se, proponendo tratti attrezzati (soprattutto la salita al passo Barbacan nord-ovest) richiede attenzione ed esperienza, oltre che buone condizioni sul terreno (assenza di neve o rocce bagnate).
Il termine Barbacan, o Barbacane, deriva secondo alcuni da un termine di origine persiana che significa "balcone"; bisogna però ricordare che nel dialetto di Novate Mezzola "barbacàn" significa muro obliquo di rinforzo ad una struttura muraria, con particolare riferimento, per antonomasia, ad uno degli angoli dell'antico Albergo dell'Angelo di Novate, sulla piazza della chiesa, luogo di ritrovo degli uomini del paese.
Seguiamo i cartelli del Sentiero Roma e lasciamo il rifugio Brasca per raggiungere l'alpe Coeder (cuėdar), dove si trova il cartello che indica la deviazione: il sentiero Roma, infatti, si stacca verso destra dal tracciato che prosegue addentrandosi nella media ed alta Val Codera e conducendo al bivacco Pedroni-Dal Prà, dal quale si può salire al passo della Trubinasca, per poi scendere al rifugio Sasc Fourà in Val Bregaglia (presso il rifugio Brasca si trova una cartina chiara che illustra bene queste possibilità).
Andiamo dunque a destra, iniziando una salita in valle dell'Averta che non concede respiri (tranne quelli che uno si prende da sé in qualche sosta opportuna). Guardiamo in alto, in direzione della valle dell’Averta: le tre cime gemelle, le cime dell’Averta meridionale, centrale e settentrionale sono ben visibili. Occhieggia anche, sornione e quasi irridente, alla loro destra, l’affilata punta della cima del Barbacan (sciöma dò barbacàn, m. 2738), alla cui sinistra si trova (non visibile da qui) il passo che dovremo varcare, cioè il passo Barbacan nord.
Il sentiero dapprima risale, con traccia non sempre evidente ma ben segnalata, un bosco di abeti, sul versante sinistro idrografico della valle (destro per chi sale). Usciamo quindi ad una radura, battuta dalle slavine, per poi rientrare, superato un grande masso utilizzato anche come ricovero, nella pecceta. Dopo un secondo prato abbastanza ripido, il sentiero inizia ad inanellare una lunga sequenza di tornantini, fino a giungere a ridosso di un roccione: qui si riconoscono ancora i resti dell'antica scalinatura che aiutava il bestiame nella faticosa salita. Accediamo ora ad un canalino (località Punt del Valà) che, grazie a due ponticelli in legno, attraversiamo da sinistra a destra, passando nei pressi di un salto roccioso. Dopo una breve salita attraversiamo una nuova macchia di larici, all'uscita dalla quale siamo all'alpe Pisci (m. 1636), dove notiamo un nuovo ricovero ricavato da un grande masso. Qui attraversiamo da destra a sinistra un torrentello, riprendendo a salire con rapide serpentine che ci fanno passare accanto ad un caratteristico larice secolare dal tronco particolarmente ritorto, denominato Mucètt, cioè mozzicone. Il sentiero risale un grande corpo franoso che si riversa nel profondo vallone d'Averta, fino ad un bivio. Quello che segue è il racconto "storico" dell'itinerario tradizionale. Al bivio non dobbiamo proseguire diritti, ma prendere a sinistra (come suggerisce lo stesso toponimo, voltà ént, cioè svoltare), imboccando un sentiero che reca i segni dei violenti temporali estivi. Si apre, in alto, la testata della valle e si distinguono, da sinistra, i due passi per i quali si accede rispettivamente alla Val Porcellizzo (passo del Barbacan, localmente però chiamato Caürga del Sabbiùm) ed alla Valle dell'Oro (passo dell'Oro, localmente chiamato Caürga de l’Oor). Siamo ai bordi dell'alpe e, salendo in diagonale, raggiungiamo, a quota 1957 metri, le baite dell'alpe Averta (vèrta).
Ma torniamo sui nostri passi: il tratto dal bivio all'alpe è, infatti, oggi in diversi tratti interrotto per smottamenti, per cui conviene al bivio proseguire diritti (su un masso troviamo una freccia bianca contornata di rosso che ci invita a farlo, mentre un ramo posto di traverso sulla deviazione a sinistra ci dissuade dall'imboccarla). Saliamo nel bosco che si dirada gradualmente, fino ad approdare ad un terreno aperto, dal quale vediamo già le baite dell'Averta, in alto, alla nostra sinistra. Le raggiungiamo dopo aver attraversato, con qualche saliscendi, alcuni valloncelli e dopo aver risalito una china erbosa.
L'alpeggio è il più alto della valle e deve il suo nome alla posizione panoramica: è l'unico punto della valle dal quale si possono vedere i tre maggenghi di fondovalle, Saline, Piazzo e Beleniga. Venne caricato fino agli anni settanta del secolo scorso ed è costituito da tre nuclei, la Nàaf, che abbiamo raggiunto, il Sot al Mut, alla nostra sinistra, più in basso, e Sur al Mut, più in alto, sopra un poggio, con una croce infissa in cima ad un masso.
Lasciamo, quindi, a sinistra le baite della Nàaf, seguendo la traccia segnalata, che piega leggermente a destra, facendosi sempre meno evidente in una miriade di rododendri (anche se, seguendo le abbondanti segnalazioni, non è possibile sbagliare) e prendendo un andamento est-sud-est. Superata una ripida e stretta costola di destriti, raggiungiamo un bel ripiano erboso, la Prada, con grandi massi ed una sorgente, a quota 2120 metri. Qui dobbiamo prestare attenzione (soprattutto in caso di nebbia) a non seguire la deviazione a destra, segnalata su un masso, per il Passo dell'Oro (Pas dè l'Or o Caürga de l’Oor), che scende, poi, in Valle dell'Oro ed al rifugio Omio. Saliamo, dunque, a vista, verso sinistra (nord-est), fra detriti, fino ad imboccare il canalone che si restringe progressivamente in prossimità dell'intaglio del passo. Qui pieghiamo leggermente a destra (direzione est-nord-est) e proseguiamo nella salita, con inclinazione media, che avviene dapprima fra grossi blocchi, poi fra detriti più minuti; nell'ultimo tratto la pendenza si fa più severa, ed è facile trovare neve anche a stagione avanzata. Per evitare il pericolo di essere investiti da pietre scaricate, soprattutto di pomeriggio, dalla grande frana che si è prodotta sul lato occidentale della cresta nord della cima del Barbacan, è conveniente tenersi sulla sinistra, sfruttando alcune facili cengie erbose.


La cima del Barbacan

A coronamento della lunga salita, eccoci, finalmente, al passo del Barbacan settentrionale (localmente chiamato Caürga del Sabbiùm), posto a 2598 metri: sono trascorse più di quattro ore (al netto delle soste) dalla partenza. Dalla sommità del canalino terminale, dove si trova neve anche a stagione avanzata, si domina l'erto e sudatissimo percorso effettuato, ma si può gettare un'occhiata anche su una parte del percorso della prima giornata, cioè sulla piana della Val Codera, nella quale si distingue Bresciàdega (o Brasciadega, forse da "brasciadella", cioè "braccio", unità di misura). Sul passo troviamo, ad attenderci, un curioso spuntone di roccia. Su un masso, una freccia bidirezionale bianco-rossa ci rassicura, in caso di scarsa visibilità: è proprio questa la più agevole porta fra la Val Porcellizzo ("val do porscelécc") e la Val Codera.
Ritemprate le forze, ci si può ora disporre alla discesa, che può avvenire secondo due diverse direttrici. La maggior parte degli escursionisti, valicata la stretta porta del passo, scende per un canalino gemello che, ripido ed impegnativo nella prima parte, diventa ben presto assai più tranquillo. Bisogna prestare però un'estrema attenzione a non far cadere sassi mobili, perché il canalino conduce al frequentatissimo sentiero Risari (tratto Omio-Gianetti), dove eventuali sassi finirebbero per scendere ad una velocità pericolosissima. Nella seconda parte della discesa, si intercetta una traccia di sentiero che conduce al sentiero Risari, in prossimità di un masso che segnala, con un triangolo rosso, la deviazione per il rifugio Brasca, pochi metri prima che il sentiero, sulla destra, attacchi la costiera del Barbacan, salendo al passo del Barbacan sud-est.


Val Porcellizzo

Ci si deve però dirigere in direzione opposta, cioè verso nord-est, alla volta del rifugio Gianetti. Intanto si apre davanti agli occhi l'imponente testata della Val Porcellizzo, uno spettacolo davvero unico. la testata della Val Porcellizzo propone le poco pronunciate cime d’Averta (meridionale, m. 2733, centrale, m. 2861 e settentrionale, m. 2947), alla cui destra si eleva il più massiccio pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075), seguito dal passo Porcellizzo (m. 2950), che congiunge la valle omonima all’alta Val Codera. Ecco, poi, le più celebri cime della Val Porcellizzo: la punta Torelli (m. 3137) e la punta S. Anna (m. 3171) precedono il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195). Segue il secondo signore della valle, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Chiudono la testata i puntuti pizzi Gemelli (m. 3259 e 3221), il passo di Bondo (pas da bùnd, m. 3169), che dà sulla Val Bondasca, in territorio svizzero, ed il pizzo del Ferro occidentale o cima della Bondasca (m. 3267).


Valle dell'Oro

Con questo superbo spettacolo impresso nell’anima, il cammino riprende. Dopo aver superato, scendendo, uno sperone roccioso, si giunge ad un grosso masso, presso il quale il sentiero Risari si congiunge con il sentiero Roma che scende dal passo del Barbacan nord.
Raggiunto il Sentiero Risari, lo seguiamo verso destra risalendo la costiera del Barbacan per cengie infide in caso di pioggia o neve (corde fisse), fino allo stretto intaglio del passo del Barbacan sud-est (m. 2620), che si affaccia sulla Valle dell'Oro. Scendiamo su una ripida china erbosa, con una diagonale a sinistra, per poi piegare a destra e portarci con qualche tornantino ad un canalino nel quale superiamo un roccione con l'ausilio delle corde fisse. Toccati i pascoli della Valle dell'Oro, proseguiamo sul Sentiero Risari verso sud, in direzione del già visibile rifugio Omio, ma ben presto vediamo su un grande masso l'indicazione di una deviazione a destra con la scritta "Brasca". Ci stacchiamo dal Sentiero Risari ed imbocchiamo il sentierino segnalato che guadagna quota verso ovest, su facili balze erbose. Sormontato un dosso, siamo al canalino erboso che adduce al passo dell'Oro (m. 2526), che raggiungiamo facilmente. Torniamo così in Valle dell'Averta, scendendo su versante ripido di sfasciumi (possibilità di neve ad inizio stagione), stando sul lato destro. Usciamo così all'alto circo della Valle d'Averta e, seguendo i segnavia pieghiamo a destra scendendo in diagonale verso nord-ovest, fino al ripiano erboso di quota 2120 metri, dove ci congiungiamo con il Sentiero Roma che seguiamo nella discesa che ci riporta al rifugio Brasca.


Discesa dal passo dell'Oro

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo (CNS, come tutte le altre riportate in questa pagina), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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ANELLO PORCELLIZZO-AVERTA PER LA FORCOLACCIA


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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Gianetti-Passo Barbacan nord-ovest-Alpe Averta-Forcolaccia-Rif. Gianetti
6 h
1090
EE
SINTESI. Dal rifugio Gianetti (m. 2534) ci incamminiamo sul Sentiero Roma verso sud-est, in direzione della costiera del Barbacan. Il sentiero procede quasi in piano, con diversi saliscendi, e ci porta ad un grande masso sul quale è segnalata la deviazione a destra per il rifugio Brasca. La ignoriamo (lasciando quindi il Sentiero Roma e procedendo sul Sentiero Risari) e proseguiamo diritti, tagliando uno sperone e scendendo alla base di un canalone che sale diritto, alla nostra destra, al passo del Barbacan nord-ovest. Lasciamo ora il sentiero principale che si porta alla base della costiera del Barbacan e saliamo a sinistra, su traccia che serpeggia fra terriccio e sfasciumi (attenzione ad eventuali sassi mobili fatti cadere da chi scende). Con un po' di fatica raggiungiamo così lo stretto intaglio del passo Barbacan nord-ovest (m. 2598). Qui ci ricongiungiamo con il Sentiero Roma e cominciamo a scendere in Valle d'Averta (Val Codera), vesro ovest, su ripida traccia che a quota 2140 intercetta la traccia che scende dal gemello passo dell'Oro. Continuiamo a scendere verso ovest, pooi pieghiamo leggermente a destra e ci portiamo alle baita dell'alpe d'Averta (m. 1957). Qui lasciamo il Sentiero Roma, che prosegue la discesa al rifugio Brasca, e prendiamo a destra, cioè a nord, seguendo un sentiero che sale in direzione della grande conca che si stende ai piedi (ad ovest) delle tre cime d’Averta. Saliamo gradualmente lasciando alla nostra sinistra il sentiero che invece procede in piano verso la costiera che separa la Valle dell’Averta dalla Valle dell’Alpigia. Anche noi puntiamo a questa costiera, salendo però in diagonale il versante di pascoli sempre più magri. Attraversato un avvallamento pieghiamo ancora leggermente a destra (nord-nord-est), puntando un marcato canalone che solca le rocce della costiera. Guardando a destra, in alto, distinguiamo la larga sella della bocchetta di Sceroia, tanto invitante quanto impraticabile. Raggiunto il piede del canalone, lo saliamo fino ad uscirne ad una rampa erbosa al cui termine ci ritroviamo in cima al crestone che separa la Valle dell'Averta dalla Valle dell'Alpigia. Si apre al nostro sguardo la solitaria e selvaggia Valle Alpigia, ben poco avvezza alle visite degli esseri umani e solcata da ripidi avvallamenti. Pieghiamo a destra e saliamo verso est, seguendo il facile crestone. Le strisce d’erba lasciano gradualmente il posto alle pietraie. Diritto sopra il nostro naso si propone il severo versante occidentale della vetta meridionale del pizzo Sceroia (m. 2861), alla quale culmina il crestone. Dopo il primo tratto di salita raggiungiamo una valletta, la superiamo e saliamo lungo una striscia di pascolo, che ci porta a ridosso dei roccioni del versante ovest del pizzo Sceroia (vetta sud). Qui pieghiamo leggermente a sinistra e proseguiamo su pietraie appena a sinistra del crestone, passando a lato di un nevaietto. Vediamo ora chiaramente, un po’ a sinistra, la selletta della Forcolaccia. Traversando per breve tratto a sinistra ci portiamo ai piedi del canalino di pietrame che ci porta all’intaglio della Forcolaccia (m. 2834), per la quale ci riaffacciamo alla Val Porcellizzo. La parte più difficile dell’escursione è terminata: scendiamo ora, stando sul lato sinistro dello scivolo ai piedi della sella, verso i pascoli dell’alta valle. Superata la scorbutica fascia di roccette e pietrame, proseguiamo senza difficoltà fra lastroni e strisce di pascoli, tagliando in diagonale verso sinistra, fino ad intercettare senza problemi il Sentiero Roma che, percorso verso sinistra, ci riporta al rifugio Gianetti.


Apri qui una fotomappa del versante occidentale della Val Porcellizzo

Ci sono due importanti passi che permettono di traversare dalla Val Porcellizzo alla Val Codera, il difficile passo Porcellizzo nord ed il più agevole e famoso passo Barbacan nord-ovest, per il quale passa il Sentiero Roma. C’è però anche un passo che sta a metà fra i due. A consultare le carte si dovrebbe trattare della bocchetta di Sceroia (m. 2701), fra le cime d’Averta. Ma consultando il testo fondamentale per la pratica dell'alpinismo e dell'escursionismo in Val Masino, vale a dire la Guida dei Monti d'Italia, edita a cura del CAI e del TCI, sezione Masino-Bregaglia-Disgrazia, vol.I, redatto da Aldo Bonacossa e Giovanni Rossi, scopriamo che la bocchetta di Sceroia (m. 2702) è "la larga depressione segnata e quotata 2702 m dalle carte, immediatamente a N della cima settentrionale dell'Averta. Siccome però la parete su V. Codera non è semplice, il punto solitamente adoperato per il transito si trova più a N, all'ampia depressione immediatamente a S del Pizzo Sceroia 2861 m. Questa depressione attigua al Pizzo Sceroia è detta in V. Codera, dove è nota da tempo, La Forcolaccia 2834 m, ed è facile, sebbene con cattiva visibilità la discesa su V. Codera sia alquanto complicata... La rappresentazione delle carte è qui errata: dalla depressione 2702 una notevole parete di roccia precipita su V. Codera, sicché la traccia di sentiero delle carte è in quel tratto un'irrisione. Detto anche Passo Sceroia".
Quindi la porta sulla Valle d’Averta (laterale della Val Codera) è la Forcolaccia (m. 2834), la sella immediatamente a sud della cresta meridionale del pizzo Sceroia (m. 2947) ed a nord della cima meridionale del pizzo Sceroia (m. 2861). Non è facilissimo individuarla visivamente salendo in Val Porcellizzo, in direzione del rifugio Gianetti. Preso come riferimento il celeberrimo pizzo Badile, guardiamo alla sua sinistra: dopo le affilate ma non imponenti cime della punta S. Anna e della punta Torelli, si impone il massiccio pizzo Porcellizzo, dalla cima smussata. Alla sua sinistra, dopo una marcata depressione sul crinale, si eleva il pizzo Sceroia, meno massiccio ma ben distinguibile. Procedendo ancora a sinistra vediamo una selletta che procede una nuova elevazione del crinale (la vetta sud del pizzo Sceroia). È questa la Forcolaccia (m. 2834), alla quale sale un canalino di sfasciumi. L’ingannevole bocchetta di Sceroia si trova ancora più a sinistra, ed è decisamente più invitante vista da qui, anche se poi sul versante della valled’Averta precipita un salto roccioso che impedisce il valico. Può essere più semplice individuarla partendo da sinistra. Sul versante occidentale della Val Porcellizzo, a destra della costiera del Barbacan, che la separa dalla Valle dell’Oro, si notano tre cime non molto elevate, che però spiccano come picchi ben delineati, quasi tre gemelli allineati. Si tratta delle tre cime dell’Averta, da sinistra meridionale, centrale e settentrionale. A destra di quest’ultima si vede la larga sella della bocchetta di Sceroia. Procedendo verso destra il crinale si eleva alla vetta meridionale di Sceroia, alla cui destra si riconosce, infine, la Forcolaccia.


Apri qui una fotomappa della discesa dalla Forcolaccia al rifugio Gianetti

Questo valico è facilmente raggiungibile dalla Val Porcellizzo, semplicemente salendo a vista dal Sentiero Roma. Più complessa la situazione sul versante della Val Codera: la sella si colloca sulla testata dell’aspra Valle dell’Alpigia. È possibile scendere in questa valle e traversare alla Valle d’Averta, intercettando il Sentiero Roma, ma la discesa avviene a vista, senza segnavia, e richiede ottime condizioni di visibilità, terreno in condizioni ideali, esperienza escursionistica e grande prudenza. Più facile, ma sempre assai impegnativa la salita alla Forcelletta dalla Valle dell’Averta. Possiamo sfruttare un originale e pressoché sconosciuto anello che ha come base il rifugio Gianetti, e si articola così: raggiunto dal rifugio il passo Barbacan nord-ovest (Sentiero Roma), scendiamo in Valle dell’Averta fino all’alpe Averta; qui lasciamo il Sentiero Roma risalendo verso destra, scavalchiamo la costiera che separa la Valle dell’Averta dalla Valle dell’Alpigia e su terreno aspro ma non pericoloso raggiungiamo la Forcolaccia, ridiscendendo infine senza problemi al rifugio Gianetti. Ma vediamo un po’ più nel dettaglio il percorso.


Apri qui una fotomappa della discesa dal passo Barbacan all'alpe d'Averta

Il primo tratto dell'anello coincide con un buon tratto della seconda tappa del Sentiero Roma, percorsa a rovescio. Coincide anche con il Sentiero Risari Gianetti-Omio. Seguiamo dunque le indicazioni del Sentiero Roma (rifugio Brasca e rifugio Omio) e, lasciato il rifugio Gianetti, procediamo verso sud-ovest.
Giunti ad un grande masso, troviamo l'indicazione della deviazione, sulla destra, per il passo del Barbacan (scritta "Brasca"). I segnavia guidano ad un lungo traverso che, superando diversi ripiani, sale gradualmente al passo. Di fatto quasi nessuno, però, segue questo percorso, perché nell'ultimo tratto si debbono superare passaggi un po' esposti e non protetti, quindi insidiosi, soprattutto se la roccia è bagnata. Per questo quasi tutti preferiscono seguire il Sentiero Risari fin quasi all'attacco della Costiera del Barbacan, per poi prendere a destra e risalire il ripido canalino che adduce direttamente al passo. Lo svantaggio di questa scelta è che il canalino è costituito da sfasciumi ed è percorso in discesa da quanti effettuano la traversata Brasca-Gianetti, con il rischio della mobilizzazione di qualche masso che può diventare un proiettile pericoloso. Dobbiamo, quindi, assumere tutte le precauzioni del caso, per evitare di innescare la caduta di sassi mobili o di rimanerne vittime.
Il passo del Barbacan nord-ovest (m. 2598) è uno stretto intalgio nella roccia che apre una splendida visuale sulla media Val Codera. Un ripido canalino, spesso ingombro di neve anche a stagione avanzata, consente la discesa alla parte alta della Valle d'Averta, laterale della Val Codera. Anche qui la prudenza per evitare di smuovere massi è assolutamente necessaria. Il canalino si allarga e la pendenza si fa meno severa; raggiungiamo così un bel ripiano erboso, la Prada, con grandi massi ed una sorgente, a quota 2120 metri. Qui troviamo la deviazione a sinistra, segnalata su un masso, che sale al Passo dell'Oro (Pas dè l'Or o Caürga de l’Oor), che scende, poi, in Valle dell'Oro ed al rifugio Omio.

La successiva discesa, sempre dettata dai segnavia, avviene puntando le baite dell'alte dell'alpe Averta (vèrta, m. 1957). L'alpeggio è il più altodella valle e deve il suo nome alla posizione panoramica: è l'unico punto della valle dal quale si possono vedere i tre maggenghi di fondovalle, Saline, Piazzo e Beleniga. Venne caricato fino agli anni settanta del secolo scorso ed è costituito da tre nuclei, la Nàaf, per il quale passiamo, il Sot al Mut, alla nostra destra, più in basso, e Sur al Mut, più in alto, sopra un poggio, con una croce infissa in cima ad un masso.
Qui lasciamo il Sentiero Roma, che prosegue la discesa al rifugio Brasca, e prendiamo a destra, cioè a nord, seguendo un sentiero che sale in direzione della grande conca che si stende ai piedi (ad ovest) delle tre cime d’Averta (settentrionale, 2778, centrale, 2773 e meridionale, 2684). Saliamo gradualmente lasciando alla nostra sinistra il sentiero che invece procede in piano verso la costiera che separa la Valle dell’Averta dalla Valle dell’Alpigia. Anche noi puntiamo a questa costiera, salendo però in diagonale il versante di pascoli sempre più magri.


Apri qui una fotomappa della traversata dal passo Barbacan alla Forcolaccia

Attraversato un avvallamento pieghiamo ancora leggermente a destra (nord-nord-est), puntando un marcato canalone che solca le rocce della costiera. Guardando a destra, in alto, distinguiamo la larga sella della bocchetta di Sceroia, tanto invitante quanto impraticabile. Raggiunto il piede del canalone, lo saliamo fino ad uscirne ad una rampa erbosa al cui termine ci ritroviamo in cima al crestone che separa la Valle dell'Averta dalla Valle dell'Alpigia.
Si apre al nostro sguardo la solitaria e selvaggia Valle Alpigia, ben poco avvezza alle visite degli esseri umani e solcata da ripidi avvallamenti. Pieghiamo a destra e saliamo verso est, seguendo il facile crestone. Le strisce d’erba lasciano gradualmente il posto alle pietraie. Diritto sopra il nostro naso si propone il severo versante occidentale della vetta meridionale del pizzo Sceroia (m. 2861), alla quale culmina il crestone. Dopo il primo tratto di salita raggiungiamo una valletta, la superiamo e saliamo lungo una striscia di pascolo, che ci porta a ridosso dei roccioni del versante ovest del pizzo Sceroia (vetta sud).


Apri qui una fotomappa del versante occidentale della Val Porcellizzo

Qui pieghiamo leggermente a sinistra e proseguiamo su pietraie appena a sinistra del crestone, passando a lato di un nevaietto. Vediamo ora chiaramente, un po’ a sinistra, la selletta della Forcolaccia. Traversando per breve tratto a sinistra ci portiamo ai piedi del canalino di pietrame che ci porta all’intaglio della Forcolaccia (m. 2834), per la quale ci riaffacciamo alla Val Porcellizzo. La parte più difficile dell’escursione è terminata: scendiamo ora, stando sul lato sinistro dello scivolo ai piedi della sella, verso i pascoli dell’alta valle. Superata la scorbutica fascia di roccette e pietrame, proseguiamo senza difficoltà fra lastroni e strisce di pascoli, tagliando in diagonale verso sinistra, fino ad intercettare senza problemi il Sentiero Roma che, percorso verso sinistra, ci riporta al rifugio Gianetti.


Il versante occidentale della Val Porcellizzo

Una nota conclusiva: l’anello percorso in questo senso è meno problematico di quello che prevede la discesa dalla Forcolaccia in Valle dell’Averta. Ma se, per qualsiasi necessità, si dovesse effettuare quest’ultima, si proceda così: dalla Forcolaccia si piega a sinistra portandosi a ridosso di una parete rocciosa e più in basso al crestone fra Valle dell’Alpigia e Valle dell’Averta. Disceso un breve versante erboso e superata una valletta, stiamo attenti a sinistra a non perdere il canalone che si apre nel crestone (più in basso la traversata è molto difficile). Ci infiliamo nel canalone e ne usciamo ai pascoli alti dell’Averta, scendendo poi senza difficoltà in diagonale verso l’alpe dell’Averta. In caso di visibilità scarsa questa discesa è del tutto sconsigliabile.

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DAL RIFUGIO BRASCA AL BIVACCO PEDRONI-DEL PRA'

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Brasca-Bivacco Pedroni-Del Prà
4 h
1300
EE
SINTESI. Dal rifugio Brasca ci incamminiamo sul sentiero che sale all'alta valle e ci porta in breve all'alpe Coeder, dove ignoriamo la deviazione a destra per la valle d'Averta (Sentiero Roma). Superato il torrente Averta, saliao gradualmente toccando le località d Corveggia e Codera di Cecch (m. 1480). Per un buon tratto dobbiamo procedere sul greto del torrente Codera, nei pressi della sua riva destra (per noi), prestando attenzione ai segnavia che ci fanno ritrovare il sentiero nella boscaglia. Il sentiero procede ora in direzione nord-est e ci porta in vista delle scure pareti di un alto zoccolo roccioso a forma di ferro di cavallo. A quota 1700 metri circa siamo alla sua base (al pè del sàss). Il sentiero, scalinato e protetto da muretti, sale in direzione nord-est sul versante roccioso sul fianco del torrente Codera, fino a raggiungere il più tranquillo Doss de la Crus (m. 1880). Ci immergiamo di nuovo in un bosco di larici e rododendri, procedendo in direzione nord, con pendenza meno severa. Pieghiamo poi a destra (direzione nord-est), usciamo ad un’ampia conca e ci approssimiamo al solco della Valle Valloni. La risalita della sponda opposta del vallone è piuttosto faticoso, ed avviene su terreno alluvionale. Alla fine approdiamo al ripiano dell'alpe Sivigia (m. 1939). Procedendo verso nord, attraversiamo il solco del ramo principale del torrente Codera e pieghiamo a sinistra (nord-ovest), per puntare allo sbocco di un canalone chiuso da due bastioni rocciosi, il Caurgùm. Iniziamo a salire, in direzione nord, con alcuni tratti scalinati, lungo il ripido ma facile canalone, che termina all’intaglio della bocchetta della Teggiola. Sormontato il bastione roccioso alla nostra destra, il sentiero piega per un tratto a destra, poi riprende l’andamento nord, fino alla quota approssimativa di 2150 metri, dove siamo ad un bivio, dove lasciamo a sinistra la traccia per la bocchetta della Teggiola e prendiamo a destra (indicazione "V"). Seguendo i segnavia, su terreno di pietrame e radi pascoli, saliamo gradualmente in direzione est-nord-est. Lasciata a sinistra, a quota 2300 metri circa, la traccia che sale al passo della Trubinasca, traversiamo il facile versante e raggiungiamo il Sassèl, un’ampia fascia di pietrame dove, sempre seguendo i segnavia, pieghiamo a destra, procedendo verso sud, in direzione di uno sperone roccioso. Attraversata la valletta di quota 2520 metri, ci portiamo ai suoi piedi e lo affrontiamo salendo su roccette ed una cengia, con tratto esposto servito da corde fisse, che va affrontato con grande cautela, anche per la presenza di chiazze di neve anche a stagione inoltrata. Raggiunto il bordo dello sperone, pieghiamo a sinistra e ci portiamo al rosso scatolone del bivacco Pedroni-Del Prà (m. 2577).

Sentiero per l'alpe Sivigia

Cascata

Cascata

Sentiero per l'alpe Sivigia

Sentiero per l'alpe Sivigia

Sentiero per l'alpe Sivigia

Dal rifugio Brasca la testata della resta ancora invisibile. Non solo, ma resta ancora lontana, perché per salire al bivacco Pedroni-Del Prà (spesso erroneamente menzionato come Pedroni-Dal Prà) ci vogliono ancora circa 4 ore, cioè tante quante sono necessarie per salire da Novate Mezzola al rifugio stesso. Questo è il motivo per cui ben pochi escursionisti si avventurano fino al fondo della valle. Aggiungiamo che questa non propone cime di particolare interesse alpinistico, e gli elementi di una lunga camminata verso ineguagliati orizzonti di solitudine ci sono tutti. Se incontreremo qualcuno, con buona probabilità sarà reduce di una lunga traversata per la bocchetta della Teggiola, facile valico che si affaccia sulla valle Casnaggina, la quale segna il confine fra la Bregaglia italiana e quella svizzera.
Ci mettiamo in cammino lasciando il rifugio Brasca alle spalle ed in breve siamo al nucleo di Coeder, dove ignoriamo la deviazione sulla destra che sale in valle dell’Averta (Sentiero Roma). Restando sul sentiero di fondovalle, raggiungiamo le sponde alluvionali del rio d’Averta, che attraversiamo, proseguendo su un sentiero che si immerge in una fresca abetaia. Alla radura della località Corveggia (Curvégia) ci saluta un ruscelletto che sgorga da una sorgente di acqua ferruginosa. Poco più avanti, appena a monte del sentiero scorgiamo un grande masso, denominato Crot de Bum Galèt, che in passato serviva come ricoveri per i pastori e per il bestiame. Tutto parla dell’estrema povertà delle condizioni in cui questi vivevano, al di là di ogni facile poesia sulla serenità della vita pastorale.
Ci stiamo approssimando al solco della Valle Alpigia e l’abetaia lascia il posto ad una boscaglia, spesso disordinata, di alni e pini mughi. I segni delle violente slavine si notano sul versante della Valle d’Alpigia. Guadagniamo quota solo molto gradualmente, e raggiungiamo il rudere solitario dell’alpe Codera di Cecch (Codera sulla carta IGM, m. 1480). Il materiale alluvionale che il torrente Codera ha scaricato con violenza si sono mangiati ampi tratti di sentiero, per cui si deve procedere fastidiosamente per circa 400 metri sul suo greto, fra pallidi massi, scavalcando anche il letto di un suo affluente in secca, aiutati dai segnavia, senza mai allontanarsi dalla sponda alla nostra destra. Mentre procediamo possiamo guardare sul lato sinistro (per noi) della valle: poco più avanti distinguiamo lo sbocco dell'aspra valle del Conco. Sul suo lato settentrionale uno splendido bosco di abeti rossi di ragguardevoli dimensioni: alcuni esemplari superano i 30 metri di altezza ed uno di essi, 100 metri circa più in alto rispetto al fondovalle, è stato classificato come albero monumentale della Provincia di Sondrio, con una circonferenza massima del tronco di 5 metri e 70 centimetri. Peccato non avere il tempo di poterlo vedere da vicino.

Sono sempre i segnavia che ci indicano il punto nel quale tagliare a destra e recuperare il sentiero nella boscaglia. Usciamo quindi ad una piana e ci colpiscono alcune cascatelle, localmente dette pisùt, che scendono dalle severe pareti rocciose.
Il sentiero procede ora in direzione nord-est e ci porta in vista delle scure pareti di un alto zoccolo roccioso a forma di ferro di cavallo, in apparenza invalicabile. A quota 1700 metri circa siamo alla sua base (al pè del sàss) e ci inoltriamo nella gola alla nostra sinistra, nella quale scorre il torrente Codera, restando appena a destra del suo letto.


Sentiero per il bivacco Pedroni-Del Prà

Sentiero per il bivacco Pedroni-Del Prà

Sentiero per il bivacco Pedroni-Del Prà

Il sentiero si inerpica poi sul versante roccioso fra il torrente Codera ed un suo affluente ('n del sàss), con una serrata sequenza di tornantini. Nonostante la repulsività del luogo, non possiamo non ammirare la scalinatura e muratura a secco che ci permette di procedere con piede sicuro (anche se in alcuni tratti esposti le corde fisse ci aiutano a procedere con sicurezza), in direzione nord-est. Al termine della salita approdiamo al più tranquillo Doss de la Crus (m. 1880), che deve il suo nome all’antica presenza di una croce di legno. Ci immergiamo di nuovo in un bosco di larici e rododendri, procedendo in direzione nord, con pendenza meno severa. Pieghiamo poi a destra (direzione nord-est), usciamo ad un’ampia conca e ci approssimiamo al vallone (Valle Valloni) del torrente che, scendendo dalla nostra destra, convoglia le acque della vedretta di Sivigia (vidricia di Sivigia), cioè del ghiacciaietto, ormai ridotto a ben poca cosa rispetto agli inizi del secolo scorso, che si stende ai piedi del pizzo Porcellizzo e del passo omonimo. La risalita della sponda opposta del vallone è piuttosto faticoso, ed avviene su terreno alluvionale.


Tratto attrezzato per il bivacco Pedroni-Del Prà

Bivacco Pedroni-Del Prà

Bivacco Pedroni-Del Prà

La fatica ci porta al lembo inferiore dei pascoli dell’alpe Sivigia, le cui baite, immalinconite da lungo abbandono, restano come mute testimoni di una vita consegnata al passato che non torna (m. 1939). Non inganni la malinconia: un tempo questo era l’alpeggio più ricco di foraggio, grazie alla sua esposizione soleggiata anche d’inverno. Fino alla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso era caricato dalla famiglia Del Prà, cui apparteneva Romilda Del Prà, una delle figure più note e rappresentative dello spirito di questa valle, che consegnò ai versi di numerose ispirate poesie. Siamo in marcia da due ore o poco più, a circa metà del cammino. Nella sosta possiamo osservare con attenzione il singolare fenomeno del sorèl, sbuffo di aria gelida che mantiene il ghiaccio per tutto l’anno sul lato a monte di una delle baite. In passato i sorèi veniva utilizzati come preziosi frigoriferi naturali.
Ci rimettiamo in cammino, carichi di questi preziosi elementi di suggestione, attraversiamo il solco del ramo principale del torrente Codera e piegando a sinistra (nord-ovest), per puntare allo sbocco di un canalone chiuso da due bastioni rocciosi, il Caurgùm. Iniziamo a salire, in direzione nord, con alcuni tratti scalinati, lungo il ripido ma facile canalone, che termina all’intaglio della bocchetta della Teggiola. Sormontato il bastione roccioso alla nostra destra, il sentiero piega per un tratto a destra, poi riprende l’andamento nord, fino alla quota approssimativa di 2150 metri, dove siamo ad un bivio. Il sentiero che procede diritto sale, mantenendo l’andamento nord-nord-ovest, fino alla bocchetta della Teggiòla (m. 2490), che vediamo in fondo all’interminabile canalone. Il sentiero che piega a destra, invece, (indicazione “V”) porta alla nostra meta, il bivacco Pedroni-Del Prà.
Prendiamo, dunque, a destra, seguendo i segnavia, su terreno di pietrame e radi pascoli, salendo gradualmente in direzione est-nord-est. Lasciata a sinistra, a quota 2300 metri circa, la traccia che sale al passo della Trubinasca, traversiamo il facile versante e raggiungiamo  il Sassèl, un’ampia fascia di pietrame e, seguendo i segnavia, pieghiamo a destra, procedendo verso sud, in direzione di uno sperone roccioso. Attraversata la valletta di quota 2520 metri (l’ultima nella quale si trova acqua, che al bivacco manca), ci portiamo ai suoi piedi e lo affrontiamo salendo su roccette ed una cengia: il tratto, esposto, è servito da corde fisse, e va affrontato con grande cautela, anche per la presenza di chiazze di neve anche a stagione inoltrata. Raggiunto il bordo dello sperone, siamo ai prati chiamati su ‘n la Mazza: piegando a sinistra siamo al rosso scatolone del bivacco Pedroni-Del Prà (m. 2577), dopo circa 4 ore di cammino (dislivello approssimativo in salita: 1300 metri).
Il bivacco ha sostituito nel 1987 il grigio bivacco Vaninetti (ed infatti nella salita si trovano diverse indicazioni storiche, la V e la dicitura Vaninetti), struttura collocata qui nel 1949 dal CAI di Milano su donazione della famiglia Natale Vaninetti. È dotato di 9 posti letto, tavolino, coperte e cassetta di pronto soccorso. Il luogo è di quelli che incantano. Da qui, a notte fatta, nessun lume che tradisca la civiltà si può scorgere. Prima del tramonto non manchiamo di ammirare il panorama verso sud: alla nostra destra il lontano profilo delle Alpi Lepontine sormonta le cime del versante occidentale della valle, dalle cime del Vallon alla caratteristica triade Grüf-Conco-Codera.  A sud lo sguardo raggiunge l’alto Lario mentre, procedendo verso sinistra, si mostrano la punta della Sfinge, il pizzo Ligoncio, le cime di Sceroia ed il pizzo Porcellizzo, severo e scuro, in primo piano. Il panorama a nord è invece dominato dalla curiosa piana sommitale del pizzo Trubinasca, chiamato anche Altare proprio per questa conformazione. Alla sua sinistra l’arduo e stretto intaglio del passo di Trubinasca, che si affaccia sull’omonimo vallone in territorio elvetico.

A dirla tutta, non siamo circondati da cime che si impongano e ricordino per la loro perentoria eleganza. Il fascino di questo luogo, però, è davvero unico nell'intero arco alpino: qui solamente, infatti, possiamo, da escursionisti, riposare in uno scenario che dista almeno otto ore di cammino dalla più vicina automobile. Il che regala uno straordinario sentimento di sospensione di tutto quanto ci può ricondurre alla civiltà, o meglio, alla sua forma presente.

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BOCCHETTA DELLA TEGGIOLA E TRAVERSATA DALLA VAL CODERA A VILLA DI CHIAVENNA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bivacco Pedroni-Del Prà-Bocchetta della Teggiola-Chete
5-6 h
340
EE


Bocchetta della Teggiola

Il bivacco Pedroni-Del Prà è base di tre interessanti traversate. La più facile è quella che porta alla Val Bregaglia ed a Villa di Chiavenna, sfruttando la già citata bocchetta della Teggiola (m. 2490). Per raggiungerla ridiscendiamo al bivio di quota 2150 prendendo a destra e salendo il faticoso versante di magri pascoli e pietrame che si va restringendo al facile intaglio della bocchetta. Poco sotto la bocchetta tiriamo un po’ il fiato ad un’ampia conca alla base dei pizzi dei Vanni, dove si possono ancora osservare i muri di una postazione della Guardia di Finanza.
Raggiunta la bocchetta della Teggiola, sul versante opposto la traccia scende sul lato sinistro della Val Casnaggina (quello italiano), in prossimità del suo canalone. Perse parecchie centinaia di metri, a quota 2100 metri troviamo il bivio, e lasciamo alla nostra destra la deviazione segnalata per il versante elvetico e Bondo. Intorno a quota 2060 pieghiamo a sinistra, allontanandoci dal solco della valle (direzione nord-ovest) ed aggirando a monte un saltino roccioso. A quota 1950 pieghiamo a destra, procedendo verso nord ed aggirando sulla destra una nuova fascia di rocce, passando appena a sinistra di un vallone che confluisce nel solco principale della valle. Pieghiamo di nuovo a sinistra, procedendo in direzione nord est, di nuovo vicini al solco della Val Casnaggina. A quota 1600 pieghiamo a sinistra (direzione ovest) e, seguendo attentamente i segnavi, entriamo nel bosco nel quale un sentiero ben visibile a quota 1450 piega a sinistra e procedendo verso ovest-nord-ovest sbuca ai prati dell’alpe Foppate, proseguendo poi, dal lato basso di sinistra dei prati, nella discesa ai prati di Laghetti e di Tabiadascio. Una bella mulattiera elegantemente scalinata ci fa scendere infine al borgo di Chete (m. 700), frazione di Villa di Chiavenna.
Il valico riveste più di un motivo di interesse storico. Fu usato fino agli anni sessanta del secolo scorso per le attività di contrabbando (di qui la postazione citata dei Finanzieri): gli spalloni che andavano e veniva da Novate con un carico di 30-40 chili, sfruttando le ombre della notte, guadagnavano per ogni viaggio l’equivalente di circa una settimana di lavoro. Il secondo motivo è legato ad un’epica ritirata della 55sima brigata partigiana Rosselli, che ripiegò in territorio elvetico nel novembre del 1944, dopo una lunga traversata dalla Valsassina, passando per la Val Gerola, Morbegno, la Costiera dei Cech e la Valle dei Ratti, al fine di sfuggire ad un sistematico rastrellamento delle forze nazifasciste.

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PASSO PORCELLIZZO E TRAVERSATA DAL BIVACCO PEDRONI-DEL PRA' AL RIFUGIO GIANETTI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bivacco Pedroni-Del Prà-Passo Porcellizzo sett.-Rif. Gianetti
2h e 30 min.
440
EEA

Meno facile la traversata al rifugio Gianetti per il passo del Porcellizzo, stretto intaglio immediatamente a nord del pizzo omonimo. La traccia procede dal bivacco Pedroni-Del Prà verso est (segnavia), scendendo in direzione sud dallo sperone, con qualche passaggio esposto (attenzione!). Piegando un po’ a sinistra e poi ancora a destra (di nuovo direzione sud), attraversando un terreno morenico lasciato libero dalla ritirata del ghiacciaio di Sivigia. Raggiungiamo così il piede del ripido canalino che termina al passo Porcellizzo settentrionale (m. 2961).
Giunti alla quota minima di 2550 metri, cominciamo a salire gradualmente fino alla base del canalino. La sua salita richiede molta attenzione, soprattutto per l'inclinazione marcata: a seconda delle condizioni del terreno si può tenere il centro, adeguatamente muniti di piccozza e ramponi, oppure ci si può appoggiare alle roccette sul lato sinistro: qui alcuni passaggi sono facilitati dalle corde fisse.
Raggiunto il passo, piegando a destra si scende un canalone meno ripido ma comunque non banale sul versante della Val Porcellizzo. Anche qui possiamo trovare un innevamento che può favorire la discesa (non però se la neve è marcia e può cedere su buchi pericolosi), oppure possiamo trovare assenza di neve, ed allora dobbiamo muoverci con pazienza e cautela fra blocchi di dimensioni grandi e medie, fino al suo sbocco.
Si apre così l’amplissimo scenario della Val Porcellizzo. Seguendo i segnavia fra pietrame e terriccio, pieghiamo leggermente a sinistra e, seguendo la direttrice sud-est, scendiamo al ben visibile rifugio Gianetti (m. 2534), dove la traversata termina, dopo circa 2 ore e mezza di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 440 metri).

 

 


Salita al passo Porcellizzo

Salita al passo Porcellizzo

Salita al passo Porcellizzo

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PASSO DELLA TRUBINASCA E TRAVERSATA DALLA VAL CODERA AL RIFUGIO SASC' FURA'

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bivacco Pedroni-Del Prà-Passo della Trubinasca-Rifugio Sasc' Furà
2h e 30 min.
117
EE

Un cenno, infine, all'impegnativa traversata dal bivacco Pedroni-Del Prà al rifugio Sasc' Furà (o Sass Furà) del CAS, nella Bregaglia elvetica. La traversata sfrutta il difficile passo della Trubinasca, e viene spesso utilizzata per passare poi dal passo Porcellizzo nord e raggiungere il rifugio Gianetti.
Portiamoci alle spalle del bivacco Pedroni-Del Prà e, superata una pozza che di notte ghiaccia traversiamo il piano erboso (nord-est), fino alla traccia di sentiero che scende verso sinistra (nord), fra chiazze di neve che resistono in genere anche a stagione inoltrata. Attraversati gli ultimi magri pascoli cominciamo a risalire il versante di sfasciumi, sempre più ripido, in direzione ovest-nord-ovest, verso lo stretto intaglio del passo: lo si riconosce predendo come riferimento la testata che scende dalla cima dell'Altare, a destra (m. 2918), ad una depressione, per poi risalire alla quota 2774 del più orientale dei pizzi dei Vanni: il passo è spostato sulla sinistra, non lontano da quest'ultima).
Lasciamo quindi alla nostra destra la cima appena accennata dell'altare e risaliamo il vallone che si restringe fino al canalino del passo di Trubinasca. Nella parte terminale procediamo in uno stretto intaglio, su rocce che impongono passi di arrampicata non difficili, ma comunque assistiti da corde fisse (attenzione, soprattutto con neve o peggio ancora con ghiaccio!). Raggiunta la piccola porta del passo, a quota 2701, scendiamo per un difficile canalino (stesso discorso di prima: passaggi attrezzati fra le rocce, massima attenzione soprattutto con neve o peggio ancora ghiaccio, che è più facile trovare data l'esposizione a nord).

Ci portiamo così alla parte alta del circo del Vallone di Trubinasca, propaggine della Val Bondasca, nella Bregaglia elvetica e, piegando leggermente a destra (nord-est), proseguiamo nella discesa in un ambienta fra i più selvaggi delle Alpi Retiche. Dopo un primo tratto su pietraia, la traccia (attenzione ai segnavia) scende ripida fra strisce di pascolo, a sinistra di una grande colata di sfasciumi. A quota 2200, però, piega bruscamente a destra (est), passando poco sotto il piede di uno sperone roccioso e procedendo per un buon tratto quasi in piano, fra pietraie e pochi lembi di pascolo.


Passo della Trubinasca: versante dell'alta Val Codera...

... e versante dell'alto Vallone della Trubinasca

Vediamo alla nostra destra quel che resta della Vedretta della Trubinasca (Vadrec' da la Trubinasca), ai piedi dell'impressionante parete settentrionale dell'Altare (o pizzo di Trubinasca: l'aspetto della cima è ben diverso da quello mite sul versante della Val Codera). Ci colpiscono, in alto, a sinistra, gli impressionanti salti della punta S. Anna e della punta Torelli, a destra del maestoso pizzo Badile. Passiamo poco sotto lo sperone di quota 2387. Scavalcato, fra macereti, un cordone morenico, pieghiamo a sinistra (nord-est) e superiamo due valloni, mentre alla nostra destra si mostra la stupenda cresta nord del pizzo Badile, alpinisticamente fra le più famose delle Alpi Retiche.


Salita al passo della Trubinasca

Saliamo su un marcato cordone morenico, scendiamo superando il successivo vallone e pieghiamo ancora a sinistra, procedendo verso sud, mentre a destra si mostra il versante roccioso della Plota. La discesa termina ai 1904 metri del rifugio Sasc' Furà, del CAS.
Il rifugio, gestito da Heidi Altweger di Bondo, è aperto da fine giugno ad inizio settembre (cfr. http://www.sascfura.ch/index_it.html e, per informazioni, scrivere a info@sascfura.ch o telefonare ai numeri +41 (0)818221252 o +41 (0)794375280). Dispone di 43 posti letto divisi in 5 camere ed offre buona ricezione per i telefoni cellulari. Dispone anche di un locale invernale sempre aperto con 4 posti letto (senza però acqua). Da qui possiamo proseguire la discesa che in un paio d'ore circa ci porta a Bondo (m. 802), sul fondovalle della Val Bregaglia elvetica.


La parete nord-est e lo spigolo nord del Badile dal dosso del Sasc' Furà

Il rifugio Sasc' Furà

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BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

Associazione Amici Val Codera, "Val Codera - Montagna per tutte le stagioni", Edizioni Lyasis (collana Guide Natura - 5), Sondrio, 1997

Ghizzoni Sante, Mazzoleni Guido, “Itinerari mineralogici in Val Codera”, Geologia Insubrica, 2005

Galli Giovanni, “L’isola. L’enigmatica storia del Santo Graal sul Lario.”, Actac, Como, 1996

C'era un volta, Vecchie storie e leggende di Valtellina e Valchiavenna”, ed. a cura del Comune di Prata Camportaccio, Sondrio, Bonazzi Grafica, dicembre 1994 (con contributi di diverse scuole elementari e medie della Provincia di Sondrio)

www.valcodera.com


Valle d'Averta

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo (CNS, come quelle sopra riportate), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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