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Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Chiareggio-Bocchetta del Forno |
3 h e 30 min. |
1160 |
E |
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Chiareggio,
in alta Valmalenco (m. 1612; cirècc, cirécc o ciarécc; in un documento del 1544 “gieregio”; in una mappa del 1816 risultava costituito dalla chiesetta di S. Anna, dall’Osteria del Bosco, dal baitone di fronte alla chiesa e da sei piccole costruzioni lungo il Mallero -màler-), è uno dei più famosi centri
di villeggiatura estiva dell'intera Valtellina. Fra le attrattive che
offre, vi è anche quella di essere base per numerose ed interessanti
escursioni. La meno nota, probabilmente, è quella che ha come
meta la bocchetta del Forno (o passo del Forno; “buchèl bas”, in passato, “la buchèta”, “buchèta del fùren” o “buchèta del fórn”, più recentemente), che separa la val Bona (val buni),
tributaria dell'alta Valmalenco (val del màler), dal ghiacciaio del Forno, in territorio
elvetico. La bocchetta è, insieme al più famoso passo
del Muretto (pas de mürét, l'antico monte dell'Oro), una porta naturale nel cuore retico, fra i versanti italiano
e svizzero. Per raggiungerla, dobbiamo lasciare l'automobile nel parcheggio
che si trova al termine dell'abitato del paese, ed incamminarci sulla
pista sterrata che attraversa il Pian del Lupo (cattiva trasposizione in italiano di cià lla lòp, o ciàn de la lòp, vale a dire il piano della loppa, o lolla, materiale di scarto derivato dalla cottura del ferro: niente a che fare con i lupi, dunque!), seguendo le indicazioni
per i rifugi Tartaglione-Crispo e Del Grande-Camerini.
Durante il cammino,
potremo gustare lo scenario superbo della testata della Val Sissone (val de sisùm)
con le cime di Chiareggio al centro, ed ai lati, un po' defilati, la
parete nord del monte Disgrazia (a sinistra) ed il monte Sissone (còrgn de sisùm, chiamato anche piz sisùm e, dai contrabbandieri, “el catapìz”, a
destra).
La
pista conduce al torrente Màllero, che scende dalla valle del
Muretto; un ponte ci permette di guadagnarne la riva opposta, dove,
seguendo i cartelli per il rifugio Del Grande-Camerini e la bocchetta
del Forno, imbocchiamo un sentiero che se ne stacca sulla destra. I
due segnavia accostati, il triangolo giallo e la bandierina bianco-blu-bianca,
indicano che, in questa parte, sul sentiero si sovrappongono il percorso
dell'Alta Via della Valmalenco (terza tappa, da Chiareggio a Chiareggio
passando per la val Sissone ed il rifugio Del Grande-Camerini) e quello
che ci interessa, per la bocchetta del Forno ed il ghiacciaio omonimo.
Il sentiero corre sul fianco montuoso e, dopo aver piegato a sinistra,
intercettando il sentiero che sulla nostra sinistra giunge dal rifugio
Tartaglione-Crispo, si porta al torrentello che scende dall'ampio terrazzo
compreso fra la cima di Vazzeda (m. 3927) e la cima di val Bona (m.
3033), e lo supera con l'ausilio di un ponticello in legno. Poco oltre,
raggiungiamo i prati dell'alpe di Vazzeda inferiore (m. 1946), che lasciamo
però sulla nostra destra, piegando subito a sinistra e risalendo
un ripido crinale erboso. Al termine del crinale, ritroviamo il sentiero
(sul quale si alternano, come segnavia, i triangoli gialli, le bandierine
rosso-bianco-rosse e quelle bianco-blu-bianche), che piega verso nord-nord-ovest
(cioè a destra), superando una fascia di rada vegetazione, prima
di approdare all'alpe di Vazzeda superiore (m. 2220), cui giungiamo
passando attraverso una stretta porta nella roccia.
Di
fronte a noi si mostra l'elegante monte del Forno (fùren, o fórn, ma anche munt rus, m. 3214), che presidia
il vertice settentrionale della val Bona. Qui, in corrispondenza di
una baita, le strade dell'Alta Via della Valmalenco e del sentiero per
la bocchetta del Forno si dividono: un'indicazione su un grande masso,
infatti, ci informa che ci dobbiamo staccare (deviazione a destra) dal sentiero
che risale i prati dell'alpe, imboccandone uno che, al cospetto della
severa parete nord del monte Disgrazia, punta deciso verso la fascia
boschiva, cioè in direzione nord. Entriamo, così, in una
bella macchia di radi larici, mentre alle nostre spalle è facilmente
riconoscibile, sul versante orientale della val Ventina (val de la venténa), il Bocchel
del Cane, fra il monte Senevedo (m. 2561), a sinistra, e la punta Rosalba
(m. 2808), a destra.
Presso una baita diroccata, poi, troviamo segnalata la deviazione, sulla
destra, che discende il fianco sud-occidentale della valle del Muretto,
tocca il fondovalle e risale sul fianco opposto, intercettando il sentiero
Chiareggio-passo del Muretto e raggiungendo l'alpe dell'Oro (alp de l'òor, nel 1544 alpis de loro: niente a che vedere con il nobile metallo, ma con la radice che significa "bordo, ciglio su salto o dirupo"; chiamata anche curt de l’òor, in una mappa del 1816 risultava costituita da 22 baite). Ignoriamo
questa deviazione e proseguiamo, mentre la vegetazione si fa più
rada. fino ad intercettare, in sequenza, due torrentelli, che attraversiamo:
in questo tratto dobbiamo prestare attenzione, perché per due
volte la traccia scarta a sinistra, effettuando qualche serrato tornantino,
ed è facile perderla, se non si sta attenti.
Alla
fine, sempre procedendo in direzione nord-ovest, sormontiamo le ultime
placche rocciose che ci separano dal solitario portale della val Bona,
costituito dal pian delle Marmotte. Alle nostre spalle, il panorama
è dominato dall'affilato profilo del pizzo Scalino, che si staglia
là, sul fondo, a sinistra del monte Senevedo. Le indicazioni
ci suggeriscono dove varcare il torrente della valle, lasciandolo alla
nostra sinistra. Il passo viene dato a due ore di cammino da qui: ce
ne vogliono un po' meno, ma l'indicazione non è troppo lontana
dal vero. Il sentiero prosegue a ridosso del suo fianco settentrionale
(quello di destra per chi sale), mentre alzando lo sguardo, alla nostra
sinistra e di fronte a noi, possiamo riconoscere la cima di Val Bona
(pizzùn, m. 3033), che chiude la valle sul lato meridionale, ed il monte Rosso
(m. 3088), sul lato occidentale della sua testata. Sempre rimanendo
sul fianco settentrionale, il sentiero guadagna quota ed approda ad
un secondo pianoro, disseminato di numerosi massi, fra i quali comincia
a districarsi con una certa fatica. Mentre sulla nostra sinistra la
cima di val Bona mostra con maggiore ampiezza il suo fianco roccioso,
davanti a noi compare la sella su cui è collocato il passo, al
termine di un largo canalone occupato da sfasciumi.
I massi rendono piuttosto faticosa la salita, e, quando superiamo l'ultima
fascia di roccette, abbiamo l'impressione di aver ormai raggiunto il
passo. In realtà questa fascia ci permette di accedere ad un
ultimo ed ampio corridoio, al termine del quale, dopo aver superato
anche un nevaietto che persiste a stagione avanzata, possiamo attaccare
la stretta porta del passo di valbona, o bocchetta del Forno (m. 2775).
La
scritta "Cap. Forno", ben in vista sul bastione roccioso settentrionale
(alla nostra destra), segnala che a circa mezzora di cammino è
collocato il rifugio omonimo (m. 2574), in territorio elvetico: purtroppo
dal passo non si vede, perché è, letteralmente, appena
dietro l'angolo, cioè in basso, a destra, nascosto dallo speroncino
roccioso. Si vede bene, invece, la lunga costiera che divide l'alta
valle del Forno da quella d'Albigna, e vi si individuano la punta Casnil,
a destra (m. 3189) e lo Scalin, a sinistra (m. 3164). Della vedretta,
o ghiacciaio, del Forno, invece, si intravede solo un breve scorcio:
il ghiacciaio, del resto, è in fase di pronunciato ritiro, ed
infatti non resta traccia della sua lingua che un tempo occupava la
valle laterale sulla quale si affaccia il passo che abbiamo raggiunto.
Abbiamo raggiunto il passo dopo circa tre ore e mezza di cammino (il
dislivello è di circa 1160 metri): per
chi avesse ancora qualche ora a disposizione, l'escursione può
proseguire alla volta del passo del Muretto, sfruttando il breve ma
impegnativo sentiero che si stacca verso nord dal passo e rimane per
un buon tratto sul crinale di confine italo-svizzero, oppure, con una
traversata assai più lunga ma più tranquilla, scendendo
al rifugio e proseguendo nella discesa fino a raggiungere il punto in
cui può tagliare, verso destra, in direzione della valle del
Muretto, risalendo alla quale guadagna il passo omonimo, tornando infine
a Chiareggio sulla comoda pista.
È interessante, infine, leggere il resoconto della salita da Chiareggio alla bocchetta del Forno (con successiva discesa alla capanna del Forno) effettuata il 26 luglio 1910 da Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne: “Ma abbiamo ancora un lungo cammino da fare e a mezzogiorno e tre quarti, prendiamo congedo dagli amici. Su un bel cielo azzurro appaiono le Cime di Vazzeda e di Rosso, là, sopra il verde dei pascoli e dei boschi. Ovunque stanno falciando e un buon odore di fieno si diffonde nell'aria. Per i pascoli, ci portiamo al fiume che scende dalla Val Muretto e passiamo sulla sua riva destra per un ponticello vicino alle baite di Forbicina. Il sentiero sale nei boschi di abeti. Mentre saliamo, fanno l'apparizione alle nostre spalle, dall'altra parte della valle, le cime del Pizzo Rachele, Ventina e Disgrazia, sotto le quali scendono, quasi fino ai prati di Forbicina, i ghiacciai di Ventina e del Disgrazia. Alle due e un quarto arriviamo all'alpe di Vazzeda inferiore (1830 m.). Numerose vacche al pascolo ci guardano coi loro grandi occhi spalancati. Sostiamo là un po' di tempo ad ammirare il gruppo del Disgrazia che, da quel punto, appare in tutta la sua bellezza. Attraverso un bosco di conifere pieno di rododendri in fioritura, saliamo verso l'alpe di Vazzeda superiore. Questo bosco è pieno di legna secca e il Dott. Bornand ha l'eccellente idea di caricarsene una buona dose sulle spalle, nel caso che non se ne trovi alla capanna del Forno. Grosse nuvole spuntano da tutte le parti dietro le cime. Quando sbuchiamo alle baite di Vazzeda superiore (2021 m.), grosse gocce cominciano a cadere. Per coste erbose, ci portiamo sul versante di destra della Val Bona e di là al ghiacciaio coperto di neve sotto il Monte Rosso: lassù in alto appare la Forcella del Forno. Attacchiamo allora la ripida vedretta, coperta di neve dura, che scende dal passo, e alle cinque e mezzo siamo alla forcella (2790 m.).

Soffia un forte vento e la neve cade a grossi fiocchi. Dense nebbie, nascondono completamente il ghiacciaio del Forno. Ci leghiamo e cominciamo la discesa del ghiacciaio dove i crepacci son coperti dalla neve. Siam subito avviluppati dalle dense nebbie. Se non fossi già stato alla capanna del Forno, non potrei trovarla. L'orientarsi senza un punto di riferimento è difficilissimo. Credo di essere già arrivato al livello della capanna e mi porto sulla nostra destra sulle coste del Monte del Forno. Ma in mezzo a enormi blocchi, non riusciamo a trovare la capanna. Mentre la cerchiamo, le nebbie si levano e la capanna appare sotto di noi. Alle sei e mezzo, finalmente la raggiungiamo. Quale triste sorpresa! Questa capanna, di cui una parte era sempre aperta, ora è completamente chiusa. E continua a nevicare! Che fare? Decidiamo di passare ugualmente la notte lassù. Vicino alla capanna troviamo una grossa pietra che fa da tetto. E' là che ci installeremo. E i lavori per sistemare la nostra dimora cominciano: dei muretti a secco che copriamo con la terra sono eretti per proteggerci contro la neve e contro il vento. Scaviamo qualche canaletto nel suolo per assicurare lo scolo dell'acqua in caso di pioggia. Togliamo le pietre sotto il blocco e vi preparamo un letto con le corde stese in anelli uniformi. Poi entriamo nella nostra dimora vi accendiamo un bel fuoco e prepariamo la cena: Una cena eccellente dove figurano una buona minestra, delle uova, marmellata, pere e ovomaltina. Continua a nevicare e ci rannicchiamo nel nostro buco. Tutto d'un tratto, alle sette e mezzo, la testa di una guida dalla barba nera appare davanti a noi. Due grandi occhi neri ci guardano sbalorditi.
- Avete la chiave della capanna?
- E' l'unica domanda che gli facciamo. La guida risponde di sì.
- Questo basta, rispondiamo.

Allora la guida ci spiega che è l'avanguardia di una comitiva di alpinisti, che salgono dal Maloja alla capanna e che avendo sentito parlare sotto il blocco, era venuto a vedere di che si trattava. Gli altri alpinisti, tre signori e una signorina con una seconda guida compaiono e, a loro volta, ci guardano con occhi pieni di sbigottimento. Andiamo tutti insieme alla capanna. Di tanto in tanto guardiamo fuori: Si direbbe pieno inverno. Tutto è bianco di neve e fa un freddo da lupo. Lasciamo il vento soffiare e nella capanna ben riscaldata, facciamo il tè e passiamo qualche ora chiacchierando attorno al camino. Per tutta la notte, il vento infuria." (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, traduzione dal francese a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, ed. CAI di Sondrio, Sondrio, 1998).
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