La traversata proposta può essere effettuata integralmente, o anche solo parzialmente: nel primo caso mette alla prova la resistenza dei grandi camminatori, e permette di passare dai Bagni di Masino a Morbegno. Nel secondo può essere limitata, senza perdere granché in bellezza ed eleganza, al passaggio dai Bagni di Masino a Cevo. In entrambi i casi, si segue un percorso che raccoglie elementi di assoluto interesse. Innanzitutto, una stranezza veramente grande: un percorso di valore escursionistico e panoramico altissimo è a malapena segnato sulle carte, e non è segnato affatto sul terreno. In un tempo in cui si fa a gara a segnare tutti i percorsi possibili, la cosa ha quasi dell'incredibile. E siamo in Val Masino, il paradiso non solo dell'alpinismo o del sassismo, ma anche dell'escursionismo! Oltretutto si tratta di un percorso di una panoramicità quasi unica: basti dire che, sotto i nostri occhi, si dispiega l'intera compagine delle cime del gruppo Masino-Disgrazia.
A questo punto, però, è necessario che alle enunciazioni segua un resoconto che ne dimostri la veridicità.
Imbocchiamo, allora, la ss. 404 della Val Masino, e percorriamola interamente, fino ai Bagni di Masino.
Qui, proprio alle spalle del piccolo parcheggio che riserva una piazzola ai pullman che effettuano servizio di linea,
appena prima del ponticello che introduce agli edifici dei Bagni (m. 1170),
parte una pista che porta ai prati collocati dietro l’edificio dei Bagni nuovi.
Qui, a sinistra di una postazione per la rilevazione dell'inquinamento atmosferico, troviamo un cartello,
che indica il sentiero per la Valle della Merdarola ed il rifugio Omio, dato a 4 ore e mezza.
Lo stupore è presto superato: passando per la Valle della Merdarola e la bocchetta di Medaccio,
un intaglio nella costiera Merdarola-Ligoncio, si può scendere in Val Ligoncio,
attraversarla e raggiungere il rifugio, per poi tornare ai Bagni seguendo il percorso più classico
e chiudendo, così, un elegante quanto poco praticato anello.
A noi, però, il sentiero segnalato interessa solo come accesso all’alta Valle della Merdarola,
perché poi dovremo seguire un itinerario ben diverso.
Il sentiero si addentra in una bellissima pineta, e ci porta presto ad un bivio: prendendo a sinistra
ci si dirige al Belvedere, mentre salendo a destra (indicazione “Omio” su un grande masso)
si prosegue per la Valle della Merdarola.
Proseguiamo, dunque, in una salita ripida, inizialmente con percorso diritto, poi piegando
a sinistra ed uscendo gradualmente dalla pineta, per entrare in una macchia di noccioli e betulle,
finché, a quota 1420, troviamo, su una roccia, la scritta “cascta”, che evidentemente sta per “cascata”.
Inizia ora una discesa che ci fa perdere una sessantina di metri e ci porta
alla più grande delle cascate della Merdarola, a quota 1380. Siamo ai piedi delle enormi placche rocciose
che percorrono l’intero gradino roccioso che sbarra l’accesso all’alta valle.
Per meglio cogliere l’impressionante compattezza di questo baluardo,
lo si può osservare salendo sulla strada che porta da San Martino ai Bagni di Masino,
e guardando (a macchina ferma!) sul lato sinistro della Valle dei Bagni:
le piodesse lisce ed incombenti inducono a pensare che non vi possa essere via d'accesso alla valle,
o a quello che di essa si intuisce al di sopra di questi bastioni.
Invece la via c’è, e la stiamo proprio percorrendo: si tratta di un sentiero che, per ora,
si mostra largo ed evidente, e regala anche, di tanto in tanto, squarci panoramici di limpida bellezza,
soprattutto sulla costiera che separa la val Porcellizzo dalla valle del Ferro e che termina nell’impressionante cima del Cavalcorto, simbolo, nella sua impressionante verticalità,
delle montagne di Val Masino.
Oltrepassata la cascata, il sentiero comincia, però, a risalire una fascia intermedia
di bassa vegetazione (noccioli, ontani) che ne rende poco evidente, in molti punti, il tracciato.
Per la verità i segnavia non scarseggiano, ma, considerato che se lo si perde
(come spesso accade in Val Masino), si rischia di incrapelàs
(cioè di ritrovarsi fra rocce dalle quali non si riesce più ad uscire),
si perdonerà la pedanteria con la quale offro alcuni riferimenti.
Poco oltre la cascata, iniziamo una diagonale, verso il fianco sinistro (per noi) della valle,
trovando un cancelletto e, a quota 1440 circa, una radura; a quota 1480 raggiungiamo un baitello sempre aperto,
che può fungere da ricovero in caso di necessità.
Dopo un paio di tornantini, superiamo da destra a sinistra, intorno a quota 1520, un corso d’acqua,
proseguendo per un tratto a sinistra e piegando poi leggermente a destra.
Raggiungiamo così un nuovo punto di osservazione interessante: alla nostra sinistra
le cime della Valle dell’Oro, dai Pizzi dell’Oro alla punta Milano, poi la punta Barbacan e la costiera omonima;
più a destra, alcune cime della val Porcellizzo, e precisamente le cime dell’Averta,
il monte Porcellizzo, la punta Torelli, la punta S. Anna, il pizzo Badile e la punta Sertori;
quindi la costiera del Cavalcorto ed infine, sull’estremo lato destro, i pizzi Torrone, il monte Sissone,
la punta Baroni e le cime di Chiareggio. Più in alto, compare anche il monte Disgrazia, e si apre una bella veduta sulla val di Mello e sulla cima di Arcanzo.
A quota 1580 superiamo, sempre da destra a sinistra, un nuovo torrentello e, alternando
ripide salire a tratti in cui ci spostiamo verso sinistra, giungiamo al punto in cui siamo più vicini
alla costiera sinistra della valle.
A quota 1620 pieghiamo a destra, riattraversando,
da sinistra a destra, il corso d'acqua precedente ed uscendo in una radura,
dove cominciamo una leggera discesa.
Dopo una breve risalita, nella quale passiamo anche sopra una roccia,
lasciamo alla nostra sinistra una baita, a quota 1620 metri circa. Rientriamo nella macchia per uscire,
a quota 1660, in una seconda radura. Rientrati nella macchia, alterniamo tratti in cui saliamo
diritti a tratti in cui tendiamo a destra, fino ad una terza radura, a quota 1710, dove passiamo
accanto ad un torrentello, lasciandolo però alla nostra destra, senza attraversarlo.
Un nuovo tratto nella macchia, che tende un po’ a sinistra, ci porta ad una quarta radura, a quota 1760.
Vediamo ora abbastanza bene la testata della valle, e guardando diritti davanti a noi
scorgiamo una spaccatura scura che ne taglia la parete, scendendo leggermente verso destra.
La bocchetta della Merdarola, che dovremo raggiungere, è ancora poco visibile, un po' a destra di questo canalino. Questa quarta radura richiede maggiore attenzione, perché qui la vegetazione copre quasi interamente la traccia.
Non dobbiamo puntare al bosco sul limite superiore della radura, ma effettuare una diagonale verso destra,
attraversando, da sinistra a destra, un corso d’acqua, e proseguendo fino al muro di una baita diroccata,
sul quale è posto il segnavia.
Lo raggiungiamo dopo aver attraversato una fascia di “lavazz",
e ritroviamo la traccia un po' più in alto del muro, leggermente a destra.
Dopo un brevissimo traverso a sinistra, rientriamo nella macchia, salendo per un po’ diritti
e volgendo poi a sinistra: incontriamo così un tratto nel quale un grosso masso
ed il cedimento di parte del sentiero ci costringono ad un piccolo passo di arrampicata.
A quota 1850 attraversiamo, da sinistra a destra, il primo corso d’acqua attraversato
più in basso, e, dopo un’ulteriore macchia ed un tratto verso sinistra, a quota 1900
usciamo di nuovo ad una radura, presso i ruderi di un calecc.
Sopra la radura ci attende l’ultima breve macchia, oltrepassata la quale, finalmente,
siamo all’ampio circo dell’alta valle. Sopra di noi, spostata leggermente a destra,
la prima delle tre baite della Merdarola, poste in diagonale lungo la direttrice
che conduce alla bocchetta di Medaccio. Possiamo ora osservare la testata della valle,
occupata in gran parte dalle cime della Merdarola.
Alle nostre spalle, non si vede più la Valle dell’Oro, mentre la val Porcellizzo mostra
quasi tutte le sue cime, da quelle dell’Averta al pizzo Cengalo; più a destra, il pizzo del Ferro orientale, la cima di Zocca, la cima di Castello, la punta Rasica, i pizzi Torrone,
il monte Sissone, la punta Baroni, le cime di Chiareggio, il monte Pioda ed il monte Disgrazia.
Alla nostra destra, infine, si impongono le due affilate cime che occupano la parte nord-orientale
della costiera Merdarola-Ligoncio, cioè la punta Medaccio (m. 2350) e, alla sua sinistra, la punta Fiorelli (m. 2391).
Saliamo quindi alla prima baita (m. 1959), dove il sentiero volge leggermente a destra,
in direzione della seconda (m. 2050). Per raggiungere la bocchetta di Medaccio, non ci sono più problemi: si raggiunge la terza baita e si prosegue seguendo i segnavia.
Noi, invece, giunti in vista della seconda baita (che ha il tetto scoperchiato),
lasciamo il sentiero e con esso i segnavia, cominciando a salire a vista in direzione della testata della valle.
O meglio: prestando attenzione, si trova una traccia di sentiero, che però non è continua.

Ora, però, possiamo distinguere l’intaglio su cui è posta la bocchetta di Medaccio,
quasi diritta di fronte a noi. Bisogna tener presente che non si tratta di un intaglio
che scende dalla costiera come se fosse la scala che troviamo sulla facciata di un palazzo. Immaginiamolo, invece, come una scala esterna di una casa, dalla quale si sale dal livello del suolo
alla porta d'ingresso, posta più in alto: salendo, non abbiamo la parete di fronte a noi, ma sulla nostra destra.
Le scale hanno, sul lato opposto, una ringhiera: similmente, il canalino che porta alla bocchetta è riparato,
sul lato opposto a quello del fianco roccioso della testata, da una crestina secondaria,
che si stacca da quella principale e scende parallelamente ad essa.
Sulla base di queste indicazioni, riconosciamo ora il canalino, anche se, visto da qui,
appare ancora difficilmente sormontabile.
Saliamo, dunque, su un terreno che alterna gli ultimi magri pascoli ai massi, e,
tendendo leggermente a sinistra, aggiriamo un primo dosso, oltrepassiamo un canalone
e poi risaliamo sul fianco destro un gradino roccioso, sormontando qualche facile roccetta,
mentre alla nostra destra
si mostra la parte alta della valle della Merdarola.
Raggiungiamo, così, un piccolo pianoro a quota 2300 circa: si tratta di un terrazzo estremamente panoramico,
ed una sosta, prima di affrontare gli ultimi sforzi, non potrebbe trovare luogo migliore.
Ora le cime del gruppo del Masino
ci stanno tutte
dinanzi agli occhi.
Ottima è anche il colpo d'occhio
sull'alta valle della Merdarola.
Non ci resta che superare un'ultima fascia di massi,
prima di raggiungere l'imbocco del canalino, che si presenta migliore di quanto non apparisse da quote più basse.
Una traccia lo risale, zigzagando.
Non ci sono reali pericoli, in assenza di neve e ghiaccio,
s'intende,
perché non c'è alcun passaggio esposto, visto che il canalino è chiuso dai due lati.
L'unico reale pericolo
è costituito dal terriccio che tende a franare e dai massi malfermi,
per cui bisogna salire lentamente,
saggiando con attenzione i massi su cui posiamo mani o piedi e volhgendo di tanto in tanto lo sguardo alle cime del Gruppo del Masino.
Alla fine, a quota 2515, la porta nella roccia:
un torrente di luce ci investe ed uno scenario del tutto nuovo si apre, grandiosamente.
Sotto di noi, la parte alta della valle di Cavislone, chiusa a sinistra da affilati artigli rocciosi.Oltre, la grande sinfonia delle Orobie centro-orientali, con, in primo piano, la Valle di Tartano.
Oltre, intravediamo anche le cime dell’alta Val Brembana.
Scendere verso l’alpe Cavislone non è un problema: alla bocchetta, infatti, giunge un ultimo lembo di pascolo, per cui dobbiamo solo seguire una traccia di sentiero su un declivio erboso ripido,
 ma non tanto da essere pericoloso.
Scendiamo diritti fino a circa 2380 metri, avvicinandoci al limite destro di una grande conca
occupata da massi di tutte le dimensioni.
Qui, per aggirare un salto roccioso, dobbiamo piegare a sinistra e poi di nuovo a destra,
per scendere fino a quota 2280, sul limite destro della grande ganda.
Senza addentrarci nel ginepraio di massi, aggiriamolo sulla destra e giungiamo
in vista di un curioso panettone erboso, che ha sulla cima, a quota 2280, un grande ometto.
Salendo con pochi passi sulla cima,
vediamo, sotto di noi, le due casere dell’alpe,
quella più alta, di quota 2148, e quella più bassa, a quota 1980.
Questo itinerario non segue quello tracciato, con linea puntinata, sulla carta Kompass, ma mi sembra il più facile.
Scendendo a destra del panettone, troviamo una traccia di sentiero che punta a sinistra e,
raggiunto il filo di un piccolo dosso,
scende tranquillamente alla casera più alta.
Sulla nostra sinistra, poco sopra la casera, un'invitante bocchetta:
se la curiosità ci vince e, superata una noiosa fascia di massi, saliamo ad essa,
ci affacciamo al terribile e pericoloso versante orientale della costiera
che separa la Valle di Spluga (di cui l’alpe Cavislone è una diramazione laterale)
dal solco principale della Val Màsino. Che non ci punga vaghezza di scendere su questo versante:
sarebbe assai pericoloso! Limitiamoci a gustare l'ottimo colpo d'occhio sulla media Valtellina,
sui pizzi Torrone,
sul monte Disgrazia e sui Corni Bruciati.
La casera più alta è una bellissima baita; da qui proseguiamo la discesa, su traccia di sentiero,
verso quella più bassa,
alla cui sinistra è posta un’altra bocchetta, colonizzata da una fitta fascia
di noccioli irridenti. Di qui passa un sentiero segnato con tratteggio rosso dalla carta Kompass
(ma nelle carte più redenti il sentiero è stato declassato a traccia puntinata),
che, sul versante opposto, scende all’alpeggio del Sasso Bianco e di qui, passando da Carponega,
a Cataeggio (o, con un secondo ramo, a Cornolo).
Stesso discorso di prima: che non ci venga in mente di avventurarci fra questi dirupi paurosi!
Basta perdere il sentiero, per essere perduti. Oltretutto è un sentiero che si perde da sé. L'unico pregio della bocchetta
è la sua
panoramicità.
Dalla casera più bassa
parte un sentiero (se non lo vediamo subito, per l’alta vegetazione, scendiamo leggermente
verso destra, in direzione di un grande larice: lo troveremo) che effettua una traversata,
quasi pianeggiante, verso destra, uscendo dal bosco e raggiungendo il rudere di un baitello.
Qui, dopo lunga assenza, ecco di nuovo i segnavia!
Abbiamo, infatti, intercettato il sentiero che da Cevo, il paesino posto all’imbocco della Valle di Spluga,
sale ai laghi dell’alta valle e poi si biforca, puntando al passo ad ovest della Torre di Bering
(con accesso all’alta val Toate), a sinistra, ed al passo di Primalpia
(con accesso alla Valle dei Ratti), a destra. Qui, se fossimo camminatori formidabili,
potremmo sbizzarrirci nelle soluzioni.
Ma torniamo con i piedi per terra: siamo appena sotto la casera di Spluga, di quota 1939,
e dobbiamo iniziare una lunga discesa, fino a Cevo.
Nel primo ripido tratto attraversiamo alcune belle macchie di conifere, oltrepassando la corte di Cevo (m. 1769).
Poi, raggiunta la Corte del Dosso (m. 1450), la discesa prosegue, più monotona,
sempre sul lato sinistro della valle, fino alle baite di Ceresolo (m.1041).
Da qui una bella mulattiera ci fa scendere al ponte che, a quota 700 metri circa,
ci porta sul lato opposto della valle, dove, oltrepassata la nuova centralina elettrica,
giungiamo alle porte di Cevo, bellissimo paesino a cui sale una strada che si stacca
sulla sinistra dalla ss. 404 della Val Masino, all’altezza del Ponte del Baffo.
Siamo in cammino da circa 6-7 ore, ed abbiamo superato, in salita, 1330 metri.
La traversata può terminare qui.

Se vogliamo però passare alla storia, scendiamo a Morbegno, seguendo questa direttrice: portiamoci, sulla strada asfaltata che sale dal Ponte del Baffo, al bivio per Caspano, e qui scendiamo verso Cadelpicco e Cadelsasso, fino alla bella conca di Dazio. Qui potremmo in breve, su una bella mulattiera che taglia il fianco settentrionale del Culmine di Dazio, scendere a Pilasco, frazione di Ardenno. Ma se il nostro motto è “Morbegno o morte”, dirigiamoci, sulla strada asfaltata, in senso opposto (cioè a destra) e, dopo un tratto in discesa, cerchiamo la deviazione a sinistra per Cermeledo, da cui parte una bella mulattiera che scende a Campovico. Seguendo la via valeriana verso ovest, raggiungiamo infine, da Campovico, il ponte di Ganda, per il quale entriamo trionfanti a Morbegno, dopo una decina di ore di cammino.

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