Accendi le casse per ascoltare un concerto nella pineta di Prasomaso
Da Tresivio a Prasomaso

Boirolo è il maggengo che si distende su un’ampia fascia di prati, ad una quota compresa fra i 1420 ed i 1580 metri circa, sul largo versante montuoso sopra Tresivio, che separa la Valle della Rogna, ad ovest, dalla Val di Ron, ad est. Il nome trae origine dalla destinazione dei prati, che venivano utilizzati per il pascolo delle mandrie prima e dopo la stagione dell’alpeggio nella più alta valle di Rogneda, e per la fienagione: l’etimo, infatti, è da “boeu”, voce dialettale lombarda che significa “bue”. È raggiungibile percorrendo una carrozzabile interamente asfaltata, che parte da Tresivio, ma anche, ovviamente, a piedi, sfruttando per buona parte del percorso la comoda mulattiera che sale alla località di Prasomaso, famosa per i sanatori Umberto I e l’Alpina, chiusi dagli anni Sessanta del secolo
scorso.
Punto di partenza ottimale per la camminata è la frazione di Piedo, alla quale possiamo salire in automobile imboccando, da Tresivio, la strada per Prasomaso e Boirolo. Oltrepassata la chiesa parrocchiale di S. Pietro, impegniamo il primo tornante dx ed il successivo sx. Appena prima del secondo tornante dx, troviamo, sul lato destro della carreggiata, che si allarga, il parcheggio al quale lasciamo l’automobile, per iniziare a camminare da una quota di 618 metri. A monte del tornante vediamo la settecentesca chiesetta di San Rocco, che ci rammenta quel terribile flagello che per secoli, fino a tutto il Seicento, flagellò le nostre valli, cioè la peste, dalla quale il santo difendeva le popolazioni contadine. Appena a destra della chiesetta sale, fra le case che si addossano l’una all’altra, in un’antica fratellanza, e rendono difficile la vita ai pochi raggi di sole, una stradina, ripida, che attraversa la frazione Piedo ed intercetta l’asfaltata via per S. Rocco. Non percorriamo quest’ultima, ma, semplicemente, la attraversiamo, riprendendo a salire verso sinistra, fino alle ultime case della frazione.
La stradina si fa mulattiera, che sale in direzione nord-ovest, protetta da un poderoso muro a secco sul
lato destro, fino ai primi castagni di una bella selva. Piega, quindi, leggermente a destra e ci porta ad un bivio: il ramo di sinistra, che in realtà è la prosecuzione di un sentiero che sale da sinistra, prosegue in direzione nord-ovest, mentre il tracciato principale della mulattiera piega a destra. Noi dobbiamo proseguire in questa seconda direzione (est), non prima, però, di aver effettuato una digressione di un quarto d’ora circa, puntando alla forra della Valle della Rogna, dove si trova il Crap de la Vègia, legato ad un’antica leggenda. Vediamo, innanzitutto, come raggiungerlo, prima di raccontarla.
Prendendo a sinistra, oltrepassiamo una vasca in sasso per la raccolta dell’acqua e due baite, in successione, entrambe sul lato sinistro del sentiero (sulla facciata della prima sta un dipinto purtroppo completamente irriconoscibile). Poi la mulattiera si restringe a sentiero e piega gradualmente a destra, fiancheggiata da un muro a secco. Guardando ad ovest, sul lato opposto della Valle della Rogna, vediamo i bei prati della località Sciens, sopra Poggiridenti. Proseguiamo ancora, fino ad un bivio, al quale prendiamo a sinistra, su traccia che si fa ancora più debole, fino a portarci a ridosso del selvaggio fianco orientale della Valle della Rogna, sul filo di un dossetto erboso. Da qui possiamo vedere lo sperone roccioso del Crap (cioè della roccia strapiombante) detto de la Vègia, perché legato alla leggenda di una strega.
Tutto ebbe inizio con inspiegabili furti di latte nella frazione di Piedo, che cominciarono a verificarsi in una baita nella quale diversi pastori solevano raccoglierlo in grandi conche. Nella povera economia di quei tempi, furti di quel genere pesavano parecchio, e non potevano essere tollerati, cosicché i pastori decisero di appostarsi a guardia della baita, per scoprirne il responsabile. Gli appostamenti non servirono a nulla: videro, sì, qualche ombra, a qualcuno parve che si trattasse di una vecchia, ma l’inseguimento non diede alcun esito. Finché, una notte, un tal Gilberto, che era di turno a montare la guardia, vide dapprima un’ombra, poi, non poteva sbagliare, la figura di una vecchia che si avvicinava furtiva alla baita, per poi entrarvi. Non esitò: con uno scatto fulmineo, le chiuse la porta alle spalle, serrando il catenaccio, per poi correre a chiamare gli altri pastori. Accorsero tutti, ansiosi di poter vedere finalmente in faccia il ladro o, come si vociferava, la ladra. Si raccolsero davanti alla porta, e qualcuno la aprì: il responsabile non poteva certo più scappare! Rimasero, però con un palmo di naso quando videro che dentro non c’era nessuno. O meglio, c’era solo un gatto nero, che emetteva quel verso sinistro dei gatti pronti ad attaccare, e che, non
appena vide il varco aperto, schizzò fuori con una rapidità incredibile, dileguandosi. Nessuno, però, gli prestò attenzione più di tanto: gli occhi di tutti erano intenti a frugare l’interno della baita, per scorgere se la misteriosa vecchia si fosse nascosta in qualche angolo. Niente. Allo stupore, sui visi assonnati, si sostituì allora il disappunto, unito ad un accenno di rimprovero per il povero Gilberto, che, sicuro di essere sobrio, non sapeva capacitarsi dell’errore. Fatto sta che i furti continuarono. Non si parlava d’altro, a Piedo, e molti raccontavano di aver avuto l’impressione di aver visto, durante le notti in cui i furti avvenivano, la figura di una vecchia entrare nella baita, dalla quale, poi, usciva sempre un gatto nero, che scompariva rapidamente.
Come spiegare tutto ciò? Forse non ne sarebbero mai venuti a capo, se il ladro misterioso non si fosse fatto più audace e non avesse iniziato a rubare il latte anche di giorno. Alla luce del giorno le cose si vedono più chiaramente, e fu sempre Gilberto a vedere, una volta, proprio il gatto nero intento a bere, con incredibile voracità, il latte dalle conche. Senza pensarci due volte, gli si avventò contro e lo colpì con un coltello, uccidendolo. Accorsero di nuovi gli altri pastori, e questa volta Gilberto poté mostrare loro di aver risolto l’enigma. O forse non del tutto, perché la figura del gatto esanime fece un’impressione così sinistra ai pastori, che decisero di portarlo via, lontano. Così fecero: lo avvolsero in uno straccio, lo misero in una gerla e lo portarono sul ciglio di un burrone, scaraventandolo poi fra le aspre rocce. Misteriosamente, da quel giorno non si vide più, fra le strade del paese, una vecchia solitaria e taciturna. Di lei, letteralmente, non si seppe più nulla. Non ci volle molto a fare due più due: la vecchia doveva essere quella figura misteriosa vista da molti nelle notti di appostamento, una strega capace di trasformarsi in gatto nero. Da allora il burrone che aveva
inghiottito il gatto venne chiamato “Crap de la Vègia”.
Se a questa sinistra leggenda aggiungiamo l’inquietudine legata al nome della valle (Rogna evoca una brutta malattia della pelle, la cattiva fortuna, la preoccupazione, la bega, niente di buono, insomma, anche se, forse, il termine deriva da un particolare muschio che attecchisce sul legno), ce n’è quanto basta per girare con cautela i tacchi (attenzione a non sporgersi sul ciglio della forra!) e tornare al bivio. Prendiamo, ora, a destra; dopo una breve salita, la mulattiera si congiunge con una più larga mulattiera che sale da destra e, piegando a sinistra, comincia per un tratto a salire, molto ripida, verso nord, passando a destra di una baita quotata 720 metri e dei relativi prati. Mantenendo l’andamento ripido verso nord, con qualche serpentina, la mulattiera guadagna rapidamente quota, passando a destra di un rudere di baita posto su un piccolo poggio, sempre nel cuore del bosco, a quota 823, e piegando per un tratto verso sinistra.
Al successivo tornante a destra si stacca, sulla sinistra, un sentiero che prosegue in direzione nord-ovest: nel primo tratto tende un po’ a perdersi, poi assume una traccia più chiara che attraversa una splendida pineta (anche se grandi abeti abbattuti danno non poco filo da torcere) e porta all’orrido fianco orientale della media Valle della Rogna, proponendo passaggi davvero impressionanti, quasi sospesi, anche se protetti, su salti verticali di roccia piuttosto marcia (e quindi non priva di pericoli, soprattutto per frane o massi che si potrebbero staccare a monte); scende, quindi, al torrente, appena possibile, con breve tratto molto ripido e con traccia incerta, lo varca, raggiunge un antico mulino ristrutturato e prosegue la discesa, più marcato, fino alla Caserma delle Guardie e di qui ai prati di Sciens ed alla contrada di Surana, sopra Poggiridenti.
Noi, invece, proseguiamo sulla sicura via maestra che, dopo un traverso in direzione nord-est, piega a sinistra e raggiunge le baite della località Roledo, a 908 metri. Qui prosegue per breve tratto verso sinistra, piegando, poi, con ampio arco, gradualmente a destra ed attraversando una sorta di corridoio, fino a raggiungere il limite inferiore dei prati dei Gaggi, a 1000 metri di quota. Il toponimo Gaggi, come l’analogo Gaggio, deriva dal latino medievale “gajum” (come il tedesco “wald”), che significa “estensione boschiva”, o, anche “bosco bandito”. Le belle selve che circondano i prati rendono l’etimo quanto mai intonato all’atmosfera tranquilla ed appartata di questi luoghi. La mulattiera intercetta una pista sterrata che scende, verso destra, alla strada asfaltata, la attraversiamo a proseguiamo sul sentiero che sale in direzione est, piegano, quindi, leggermente a sinistra (direzione nord-est) prima di intercettare un sentiero che lo raggiunge salendo da destra (percorso in discesa, questo porta di nuovo alla strada asfaltata, nei pressi della bella spianata del Dos di Gai, dove si trova anche un agriturismo). Poco sopra, intercettiamo la strada asfaltata: siamo ormai in vista del grande edificio dell’Alpina, di cui intravediamo la facciata che guarda a sud.
Possiamo, ora, seguire comodamente la strada, che, dopo un tornante dx, passa proprio davanti all’ingresso dell’Alpina (m. 1139), che mostra tutto il suo desolante abbandono. Dopo una rapida sequenza di tornanti sx e dx, riprendiamo l’andamento nord-est, passando sotto le baite della località Prasomaso, che si intravedono appena oltre la pineta, e, dopo un bel tratto ed una semicurva a sinistra, ci troviamo, quasi all’improvviso, di fronte all’ingresso dell’ex-sanatorio Umberto I, a quota 1240 metri, sulla nostra sinistra.
Abbiamo camminato per circa un’ora e mezza (digressione per il Crap de la Vègia esclusa), superando un dislivello approssimativo di 620 metri.
Possiamo, ovviamente, salire fin qui anche in mountain-bike sfruttando la strada asfaltata che sale da
Tresivio, passando, dopo una serie di tornanti dx-sx-dx-sx-dx, per la già citata frazione di Piedo, per S. Antonio (a 3 km da Tresivio), dove possiamo osservare un’antichissima chiesetta, già citata nel 1151 e per S. Antonio (a 3,5 km da Tresivio). Qui la strada piega a sinistra, poi di nuovo a destra, portandosi, nella sua salita verso est-nord-est, fin quasi sulla soglia del versante occidentale della Valle di Ron, a quota 812. Dopo una sequenza di tornanti sx-dx-sx, effettua un lungo traverso in direzione ovest, passando per la località del Sasso (m. 950). Dopo il successivo dx (al quale si stacca, sulla sinistra, la pista sterrata che sale ai già citati prati dei Gaggi), passa, poi, per la località del Capriolo (m. 987), effettuando poi un lungo traverso verso nord-est, fino al tornante sinistrorso di quota 1053. In questo tratto incontriamo, sulla destra, la pista, segnalata, che scende ai prati del Dos di Gaij, dove si trova l’agriturismo omonimo. Il successivo traverso in direzione ovest ci porta sotto il complesso del sanatorio dell’Alpina, di cui vediamo la facciata dopo ave impegnato il tornante destrorso che ci fa riprendere l’andamento nord-est. Segue una breve sequenza di tornanti sx-dx, dopo la quale, salendo di nuovo verso nord-est, raggiungiamo l’ingresso dell’ex-sanatorio Umberto I: abbiamo percorso 8 km da Tresivio.
È da segnalare, infine, che di qui passa anche il Sentiero del Sole, nella sua lunga traversata di mezza costa da Montagna in Valtellina a Tirano: il tracciato, che giunge fin qui da Montagna, corre a ridosso del recinto che delimita la parte alta dell’area dell’ex-sanatorio, per poi intercettare la strada asfaltata e riprendere subito la traversata sul suo lato opposto, in direzione della Val di Ron e di S. Bernardo. Noi, invece, concediamoci una sosta che ci consente di ripensare alla vicenda dei due sanatori, che sono parte integrante della storia di Tresivio.
I sanatori di Prasomaso
La località di Prasomaso (termine dall’etimo chiaro: il “prato” sopra il “maso”, cioè il campo o podere di famiglia) è celebre per le strutture dei sanatori Umberto I e l’Alpina, la cui storia merita di essere ripercorsa, anche se per grandi tappe. Per comprendere il significato della loro presenza bisogna, però, partire da una premessa che riguarda la storia della medicina e della salute nell’Europa moderna. Ogni epoca ha avuto le proprie malattie-spauracchio. Fino al 1600 era la peste a rappresentare l’incubo
incombente e ricorrente; nel Settecento fu sostituita dal vaiolo. Nella prima metà dell’Ottocento subentrò, sulla scena della paura, il colera ed infine, fra fine Ottocento e primi decenni del Novecento, nell’immaginario popolare il male più subdolo e temibile divenne la tisi, o mal sottile, più dottamente chiamata tubercolosi. Una malattia che si lega indissolubilmente ad una temperie culturale, a quella sensibilità tardo-romantica che spesso di colorava di tinte estenuate e crepuscolari. Non esistevano ancora antibiotici, e la lunga lotta contro la malattia poteva essere combattuta solo con le armi della lunga degenza in luoghi climaticamente ottimali, associata ad una dieta idonea ad aumentare le resistenze dell’organismo (sovralimentazione).
Nacquero, così, i sanatori. Dapprima luoghi d’élité, che richiedevano soggiorni lunghi e costosi. Ma quando la tubercolosi assunse le dimensioni di un allarme sociale, si avvertì l’esigenza di sanatori popolari, accessibili alle classi sociali meno abbienti. Ecco che, agli inizi del Novecento, l’illustre tisiologo milanese dott. Francesco Gatti promosse l’iniziativa di una raccolta di fondi per la costruzione di un sanatorio popolare che ospitasse pazienti indigenti della provincia di Milano. Il primo problema da risolvere fu quello dell’individuazione del luogo. Problema non facile: il clima ideale per il soggiorno terapeutico è, infatti, costituito da diversi elementi, che di rado si trovano congiunti in un singolo luogo: elevato numero di giornate di sole, bassa umidità, temperatura estiva non eccessiva e temperatura invernale mite, esposizione a sud, riparo da ventilazione.
Si candidò Tresivio, grazie all’opera del locale medico condotto dott. Linneo Corti, appoggiato dall’amministrazione comunale e dal sindaco Andrea Betti, e vinse la concorrenza di altre tre località nelle province di Novara (Miazzina) e Bergamo (Parre e Nasolino), grazie a due fattori decisivi: la stazione meteorologica allestita per monitorare le condizioni climatiche di Prasomaso evidenziò condizioni molto buone e l’azione di sensibilizzazione dell’amministrazione comunale sulla popolazione vinse paure e diffidenze (l’idea di ospitare un luogo in cui si curava una malattia così temuta, anche per la sua contagiosità, suscitava, ovviamente, istintive reazioni di timore e rigetto). Qualche dato può essere interessante: la stazione registrò 61 giornate piovose in un anno (contro le 148 di Davos,
centro dove era stato costruito uno dei più famosi sanatori europei) ed una temperatura estiva che salì solo durante tre giornate ad una massima di 30 gradi (negli stessi giorni a Milano ne vennero registrati 38). Inoltre, come scrisse nella sua relazione il dott. Gatti, “il monte sovrastante ed il bosco riparano la località dai venti del Nord; il bosco dai venti dell’Ovest”.
Ma anche lo spirito concorre alla guarigione, e lo scenario alpestre di Prasomaso non poteva, sotto questo profilo, che giovare: “Verso mezzodì si prospetta l’ampia valle e la catena orobica e l’occhio spazia sulle alte cime del Redorta, del Pizzo del Diavolo, del Corno Stella.”, annota ancora il Gatti; “A levante guarda l’Aprica e l’orizzonte è chiuso dal maestoso gruppo dell’Adamello”. Possiamo constatare da noi stessi la bontà di questa descrizione: la sezione centro-orientale delle Orobie si squaderna in tutta la sua bellezza davanti ai nostri occhi, nei punti in cui il bosco si apre e ci consente la visuale. In particolare la testata della Val Malgina, con il profilo arrotondato e conico del pizzo del Diavolo di Malgina, le cime del Druet ed i giganti delle Orobie centrali (i pizzi di Scais, Redorta e di Coca, che, soli nell’intera catena, superano, anche se di poco, la soglia dei 3000 metri) si mostrano in tutta la loro eleganza.
I problemi, però, non mancavano: la strada carrozzabile da Tresivo saliva solo a S. Abbondio, dove si fermava, per cui si dovette in tutta fretta allestire il cantiere per tracciare i successivi 8 km fino a
Prasomaso e, prima ancora che questa fosse finita (il collaudo avvenne nel 1906), si impiantò una teleferica per iniziare i lavori di costruzione del Sanatorio. Le premesse per iniziare c’erano tutte: l’inaugurazione della linea ferroviaria Sondrio-Tirano, avvenuta pochi anni prima (29 giugno 1902) consentiva di sfruttare la via ferrata per il trasporto dei materiali necessari Questi iniziarono nel 1905 e si conclusero con l’inaugurazione il 29 luglio del 1910.
Il grande complesso, posto ad una quota di 1240 metri, fu dedicato al re Umberto I. Constava di un edificio principale lungo oltre 100 metri, con due piani, un piano-terra ed un piano interrato; la sala da pranzo poteva ospitare 100 persone e la dotazione di camere constava di 12 singole, 20 doppie, 6 a quattro letti e 4 a sei letti. Modernissimi gli apparati di disinfezione e riscaldamento: quest’ultimo, costituito da termosifoni, era alimentato da una centrale termica a carbone approvvigionata da un camion che, per molto tempo, fu uno dei rari veicoli che lo sguardo curioso degli abitanti di Tresivio vedeva passare. A questo si aggiunse, nel 1921, l’ambulanza di tipo militare di tipo Fiat 15 ter, con la scritta “Sanatorio Popolare Umberto I”, che trasportava i pazienti dalla stazione di Sondrio al sanatorio. Successivamente, alla fine degli anni venti, il complesso venne ampliato con la costruzione del nuovo padiglione “Giulia Gatti Rogorini”, intitolato alla moglie del dott. Gatti e riservato a ragazzi dai 4 ai 15 anni (ne poteva ospitare 110),
che prevedeva anche corsi regolari di lezioni (agli inizi degli anni sessanta vennero anche istituite due pluriclassi di scuola elementare dipendenti dalla Direzione Didattica di Ponte in Valtellina).
Lo spirito, come si è detto, o il morale, se si preferisce, dovevano essere tenuti alti, per concorrere al miglioramento del quadro clinico: la diffusione delle trasmissioni telefoniche nelle verande, una biblioteca con sale di lettura, un cinema-teatro, una palestra, campi-gioco all’aperto e perfino tavoli da biliardo e da tennis-tavolo consentivano di trascorrere le giornate con una buona qualità di vita. Si è detto anche della sovralimentazione come elemento integrante della terapia: i lettori amanti delle modernissime diete ipocaloriche e macrobiotiche inorridiranno apprendendo che il vitto giornaliero prevedeva 300 grammi di carne non sgrassata e quasi due litri di latte, oltre a uova e burro. Ma, orrore a parte, la dieta, il clima e le condizioni complessive del soggiorno diedero esiti giudicati più che buoni, giovando sensibilmente alla maggior parte dei degenti, con grande soddisfazione del dott. Gatti. La soddisfazione si estendeva anche agli abitanti di Tresivio: come l’amministrazione comunale aveva previsto, infatti, i lavori di costruzione connessi con il sanatorio e la sua successiva gestione rappresentarono per l’economia locale un fattore decisamente positivo.
Nel 1927 iniziò la costruzione di un secondo complesso sanatoriale, denominato “Sanatorio dell’Alpina”, che si affiancò a quello già esistente (è posto poco più in basso, a 1140 metri); entrambi funzionarono fino agli anni Sessanta, costituendo una sorta di microcosmo nel quale vivevano quasi mille persone. In inverno c’erano, infatti, fino a 100 persone di Tresivio che lavoravano nel sanatorio, accanto ad una sessantina di donne (di cui circa 20 di Tresivio); i pazienti raggiunsero la cifra di 300 adulti e 220 bambini. Se a questi si aggiungono medici e personale assistenziale, si comprende come si potesse arrivare a questa cifra totale. Un microcosmo di vite, speranze, sofferenze, gioie. Un microcosmo segnato anche dalla morte, inizialmente più ricorrente (circa un morto alla settimana, sepolto, se povero, nel cimitero di Tresivio), poi sempre più rara.
Un microcosmo che visse in un’atmosfera quasi ovattata ed attutita la tragedia della II Guerra Mondiale, senza venire però del tutto risparmiato dalle sue brutture. Un episodio, in particolare, merita di essere ricordato: dopo che il primo dicembre 1943 era apparso su tutti i giornali che il Duce, a capo della neonata repubblica di Salò, aveva decretato l’arresto di tutti gli ebrei, il 2 dicembre successivo otto agenti della Questura di Sondrio si presentarono alla portineria dell’Alpina per prendere in
consegna le dottoresse di origine ebraica Sofia Schafranov e Bianca Morpurgo, perché fossero recluse a Sondrio, per poi essere tradotte al S. Vittore di Milano e di qui ad Auschwitz.
Passò la bufera della guerra e continuò la vita del complesso sanatoriale, a pieno ritmo. Fino agli anni sessanta, quando la diminuzione progressiva dei pazienti, determinata dalla concorrenza del più imponente complesso sanatoriale di Sondalo e dall’incidenza sempre minore della tubercolosi, portò alla loro chiusura, vissuta dagli abitanti di Tresivio come un piccolo lutto. Ancor più triste fu quel che accadde poi, cioè il progressivo degrado degli edifici dimessi, abbandonati ad uno squallido destino dal quale non sono ancora stati riscattati. Per ulteriori notizie ed approfondimenti, è utile la consultazione del volume “Tresivio” (al quale questa scheda è largamente debitrice), edito nel 1999 a cura dell’Amministrazione Comunale di Tresivio.
Da Prasomaso a Boirolo
L’escursione proposta si completa a Boirolo, cui conviene salire da Prasomaso seguendo la comoda strada asfaltata. Oltrepassato l’ingresso dell’ex-sanatorio Umberto I, giungiamo, in breve, ad un
tornante sx, poco oltre il quale intercettiamo il già citato Sentiero del Sole, che taglia la strada da sinistra a destra, proseguendo sul fianco occidentale della Val di Ron (il percorso scende alle baite della Val di Ron, per poi risalire a S. Bernardo). Seguendo la strada, saliamo gradualmente con andamento sud-ovest, fino al successivo tornante dx, dove da essa si stacca una pista tagliafuoco che si addentra nell’ombrosa pineta in direzione del cuore della Valle della Rogna.
Ignorata la pista, procediamo per un buon tratto verso nord-est, fino al tornante sx di quota 1340. La successiva rapida sequenza di tornanti dx ed ex ci introduce all’ultimo tratto che precede l’uscita alle baite della parte bassa dell’ampio dosso di Boirolo (località Premachero, m. 1420. I prati sono ampi, luminosi ed estremamente panoramici. La pista li risale interamente, con una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx-dx-sx-dx, fino alle baite più alte, poste ad una quota di circa 1580 metri. Abbiamo percorso oltre 3 km da Prasomaso.
Anelli escursionistici sopra Boirolo
Boirolo è, però, più spesso punto di partenza piuttosto che punto di arrivo di percorsi escursionistici. Il versante montuoso sopra Boirolo, infatti, è ampio e splendido. Vediamo di raccontare le principali possibilità escursionistiche. Lasciamo, dunque, l’automobile sul limite alto di Boirolo, nei pressi di un cartello che indica le principali possibilità escursionistiche della zona, ed incamminandoci sulla pista che, chiusa al traffico, oltrepassa le baite più alte, verso destra (nord-est), per poi raggiungere, dopo un tornante sx, il bel terrazzo di prati di Biazza (m. 1680), appena a monte di Boirolo.
Proseguendo nella salita, con tratti anche molto ripidi, circondati da splendide pinete, guadagniamo, poi, la splendida conca che ospita la chiesetta ed il rifugio degli Alpini di S. Stefano (m. 1810). La chiesetta è di origine assai antica: già citata nel 1177, era officiata da un cappellano nel 1589, anno nel quale venne visitata dal vescovo di Como Feliciano Ninguarda. La pista non si ferma qui, ma continua a salire, con andamento nord-nord-est, supera un crocifisso e raggiunge un paio di baite, che introducono, a quota 2000 circa, la soglia dell’amplissima ed articolata alpe Rogneda, che si stende, fra balze e conche, ai piedi della dorsale montuosa sulla quale sono poste la Corna Rossa, la Corna Nera e la Corna Brutana. L’alpe, che
si raggiunge in un’ora circa di cammino, rappresenta la meta di un’ottima escursione che parte da Boirolo.
Seguendo la pista, che attraversa da destra a sinistra il torrente Rogna, possiamo, poi portarci alla sua sezione più alta, passando per il baitone di quota 2186, fino alla bocchetta di Mara (a m. 2342, sul limite nord-occidentale dell’alpe, a circa tre quarti d’ora di cammino dal limite basso dell’alpe), passando per la quale scendiamo facilmente all’alpe omonima. La pista termina alla bocchetta, la successiva discesa è agevole: nel primo tratto restiamo sulla sinistra di una conca dove ad inizio stagione possiamo vedere un microlaghetto, poi volgiamo leggermente a destra, scendendo per facili balze ed intercettando una traccia di sentiero che ci porta fino ad una pista secondaria, che termina ad un casello dell’acqua a quota 2150 metri; seguendola, scendiamo ad intercettare la pista sterrata alpe Mara-rifugio Gugiatti-Sertorelli, a quota 2093, non lontano (un po’ più in basso, ad est) del rifugio citato (che è a quota 2180 metri).
Su questa pista proseguiamo la discesa in direzione sud, fino al tornante dx che ci fa assumere un
andamento verso nord-ovest, che la porta ad attraversare il torrente Davaglione. Con andamento ovest-sud-ovest, scendiamo, quindi, ad un tornante sx, dopo il quale riprendiamo l’andamento verso sud-est, passando a monte delle baite dell’alpe Mara (m. 1749), per poi riattraversare il Davaglione. Per tornare a Boirolo e chiudere un elegante anello escursionistico, dopo una salitella continuiamo a scendere, seguendo per un tratto sulla pista che dall’alpe conduce alle frazioni alte di Montagna in Valtellina, pista che, però, lasciamo, poco oltre il punto nel quale si immerge nel bosco, per imboccare, ad una quota di poco inferiore ai 1700 metri, la pista tagliafuoco che se ne stacca sulla sinistra.
Questa seconda pista procede, alternando tratti pianeggianti ad altri in leggera discesa, nel cuore di una splendida pineta, e tagliando la parte mediana del lungo dosso che scende dalla quota 2184, sul crinale che separa l’alpe Mara dall’alpe Rogneda, denominata dosso Bruciato. Assume, quindi, un andamento complessivo in direzione nord-est, approssimandosi gradualmente al solco principale dell’alta Valle della Rogna. Prima di raggiungerlo, però, si interrompe, lasciando il posto ad un
sentierino (segnalato da qualche segnavia rosso-bianco-rosso) che, procedendo in direzione est, si porta al torrente della Rogna, scavalcandolo grazie ad un ponticello in legno presso il quale è posto anche un cartello della Comunità Montagna di Sondrio (m. 1670).
Sul lato opposto il sentiero prosegue, in direzione sud-sud-ovest, tagliando il versante orientale della valle, fino a raggiungere la soglia occidentale del largo dosso di Boirolo. Qui prende a scendere piuttosto ripido per un tratto, fino alle baite occidentali più alte del maggengo (quelle di sinistra, per chi sale). Questo anello escursionistico, che potrebbe essere denominato anello del Dosso Liscio (questo è il nome del lungo ed erboso crinale che separa, a sud della bocchetta di Mara, l’alpe Rogneda dall’alpe Mara), richiede, se ci portiamo con l’automobile alla parte alta di Boirolo, circa 3 ore e mezza di cammino, necessarie per superare un dislivello approssimativo in altezza di 800 metri. Si tratta anche di un anello per bikers molto allenati (è ciclabile all’80-100%), molto bello, ma anche molto impegnativo, per alcuni tratti (soprattutto da Boirolo all’alpe Rogneda) dalla pendenza assai severa.
Il medesimo anello ha, però, anche una variante più breve: invece di traversare all’alpe Mara per la bocchetta omonima, possiamo, infatti, farlo sfruttando un sentiero più basso, che taglia il ripido versante immediatamente a valle del Dosso Liscio (sconsigliabile con neve, per il pericolo di slavine). Per trovarlo, dobbiamo staccarci dalla pista che dal limite basso dell’alpe Rogneda porta al baitone di quota 2186, lasciandola alla nostra destra e risalendo le balze erbose (aggiriamo, sul lato destro, un corpo franoso) che conducono al corridoio a monte (nord) del piccolo poggio quotato 2177 metri.
Con un po’ di attenzione troviamo la partenza del sentiero, che procede verso ovest, con traccia sempre chiara (anche se resa un po’ difficoltosa in un punto da uno smottamento), attraversando l’alta Valle del Solco (che confluisce, più in basso, nella Valle della Rogna) e portando alla bocchetta erbosa di quota 2067, posta immediatamente a nord della già citata cima del Dosso Bruciato (m. 2184). Dal dosso (che raggiungiamo facilmente in pochi minuti) la visuale è davvero ottima: verso ovest si possono ammirare i Corni Bruciati e, alla loro destra, il monte Disgrazia, che mostra, da qui, un profilo insolitamente slanciato.
Oltre la bocchetta la discesa prosegue comodamente su una pista che scende ad intercettare la pista
sterrata principale la quale dall’alpe Mara sale fino al rifugio Gugiatti-Sertorelli. Scendendo lungo la pista, ci portiamo all’alpe e, proseguendo nella discesa, imbocchiamo la pista tagliafuoco sopra descritta, tornando infine a Boriolo dopo circa due ore ed un quarto di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 600 metri).
L’anello di Prasomaso
Il sentiero che dalla parte alta occidentale di Boriolo raggiunge il cuore della Valle della Rogna per poi intercettare, poco oltre, la pista tagliafuoco che giunge dall’alpe Mara può essere sfruttato per un ulteriore interessante anello escursionistico, che si sviluppa però ad una quota inferiore e, per buona parte, all’ombra di fitte pinete. Questo anello ha come punto di partenza ed arrivo Prasomaso.
Saliti di qui a Boirolo, portiamoci alla parte alta dei prati ed alle baite sul lato sinistro, cercando il punto di partenza del sentiero che, dopo breve salita, taglia, procedendo in direzione nord-nord-est, il
fianco orientale dell’alta Valle della Rogna, fino al ponticello in legno sul torrente Rogna, a quota 1670 metri. Oltre il ponticello prosegue per breve tratto, terminando alla pista tagliafuoco che effettua la lunga traversata fino ad intercettare la pista principale Montagna-Alpe Mara poco sotto l’alpe medesima.
Inizia ora una lunga discesa che sfrutta la pista sterrata (la possiamo, però, abbreviare, nella parte alta, sfruttando un sentiero che scende deciso nel cuore di una splendida pineta). Immaginiamo di seguire la pista: al primo tornante dx, segue, a breve distanza, quello sx, oltre il quale la pista effettua un lungo traverso in direzione sud. Alla successiva sequenza di tornanti dx-sx segue un nuovo tratto in direzione sud, fino al tornante dx di quota 1450, in corrispondenza del quale si stacca, sulla sinistra, una pista secondaria, che ignoriamo. Segue una successione di tornanti sx-dx-sx; al successivo tornante dx, troviamo, ad una quota approssimativa di 1300 metri, una nuova pista, che si stacca dalla strada sulla sinistra, salendo a Nesarolo: ignoriamo anche questa.
La strada, che ha ora un fondo asfaltato, propone poi una rapida sequenza di tornanti sx-dx-sx, che ci fa superare la località Scessa e ci introduce ad un nuovo traverso in direzione sud-est, che termina ad un tornante dx.

Qui troviamo una terza pista sterrata che si stacca sulla sinistra, ed un cartello segnala la partenza del Sentiero del Sole, che seguiremo per attraversare la Valle della Rogna e tornare a Prasomaso. Il cartello (sentiero 302) dà Prasomaso ad un’ora e mezza, le baite Val di Ron a 2 ore e 20 minuti e S. Bernardo a 3 ore e 20 minuti. Seguendo i segnavia, ne percorriamo un tratto, staccandocene poi, sulla destra (la strada prosegue per Nesarolo), ed inoltrandoci nell’ombroso e roccioso cuore della valle della Rogna, fino ad un ponticello, che ci permette di attraversare l’omonimo torrente, a circa 1350 metri di quota.

Sull’altro lato della valle ci attende un breve tratto che sale, ripido, con traccia labile, verso nord (sinistra), fino ad intercettare un sentiero più tranquillo, che attraversa, perdendo molto gradualmente quota, una bella pineta e conduce fino alla località di Prasomaso, in corrispondenza dell’ex sanatorio Umberto I. Dobbiamo ignorare le piste che tagliano il sentiero, il quale corre sul limite superiore del recinto dell’ex Sanatorio, fino a sbucare ad un tornante destrorso (per chi scende) della strada asfaltata che da Prasomaso sale verso Boirolo, poco sopra l’ingresso dell’ex-sanatorio. L’anello si chiude qui,
dopo circa 4 ore di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 450 metri).

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