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“Vado a fare quattro passi”: un vecchio modo di dire per esprimere l’intenzione di fare una passeggiata. E se, invece, lo volessimo intendere alla lettera? E’ possibile, in una giornata, una traversata che valichi quattro passi ed attraversi sei valli, senza richiedere uno sforzo fisico disumano? Non è facile, effettivamente, trovare un itinerario che abbia queste caratteristiche: neppure il Sentiero Roma le propone. Eppure, proprio non lontano dai celeberrimi scenari di questo sentiero, questa traversata esiste, e collega il bivacco Bottani-Cornaggia, rosso presidio nelle assolate balze della Costiera dei Cech, attraversate da silenzi antichissimi, al rifugio Omio, uno dei più famosi rifugi coronati dalle verticali pareti di granito della Val Masino. Si attraversano le valli Visogno, Toate, di Spluga, della Merdarola, Ligoncio e dell’Oro, attraverso la bocchetta di Toate, il passo del Colino est, la bocchetta della Merdarola e la bocchetta di Medaccio. E, per coronare il fascino del percorso, si incontra uno dei più bei laghetti alpini in Valtellina, il laghetto superiore di Spluga. Il tutto nella cornice di scenari integri, solitari, selvaggi, senza, però, passaggi pericolosi, esposti o di impegno alpinistico.

La traversata ha un prologo ed un epilogo. Il prologo è la salita al bivacco Bottani-Cornaggia, posto in alta val Visogno, a 2327 metri di quota. L’epilogo è, invece, la discesa dal rifugio Omio (che può essere effettuata il giorno stesso della traversata, visto che richiede circa un’ora di cammino). All’ultimo semaforo di Morbegno (per chi viaggia in direzione di Milano) imbocchiamo, dunque, lo svincolo a destra, per la Costiera dei Cech; superato il ponte sull’Adda, prendiamo a destra e saliamo a Dazio, proseguendo per Roncaglia (non per Cadelsasso e Cadelpicco). Oltrepassata Roncaglia, la strada termina al piazzale della chiesetta di Poira (m. 1077). 
Lasciamo qui l’automobile e procuriamoci le chiavi del bivacco, se non l’abbiamo già fatto a Morbegno presso Oscar Scheffer del GAM di Morbegno (tel.: 0342 611022): le troveremo agli alberghi Scaloni o Ville di Poira, a Poira, o da Anselmo Tarca, all’alpe Visogno o al Pra’ Succ. Imbocchiamo la pista che parte a sinistra di un cartello che offre alcune informazioni sul bivacco, trasformandosi presto in sentiero che sale per un buon tratto nel bosco e, dopo un lungo traverso a sinistra, porta alle baite del Pra’ Succ (m. 1647), la cui denominazione fa riferimento alla scarsità di acqua che caratterizza spesso questi luoghi. 
In cima ai prati c’è un cartello che indica la ripartenza del sentiero: cerchiamolo con un po’ di pazienza e riprendiamo a salire, attraversando anche una macchia che reca ancora i segni di un incendio. Dopo un tratto verso destra, raggiungiamo una bella radura, ai piedi di un canalone occupato da grandi massi, che costituisce il ramo orientale della val Visogno. Dopo una breve salita, cominciamo a piegare a sinistra, e ci portiamo sul fianco di un largo dosso. Seguendone per un tratto il crinale, ci affacciamo ai prati dell’alpe Visogno, un’ampio pianoro sorvegliato dalla baita di quota 2003.
Alla nostra sinistra sono visibili i celebri tre Cornini, massi erratici misteriosamente fermi sul ciglio di un ripido crinale. Attraversata la piana, con una diagonale verso sinistra,
ritroviamo il sentiero che, inizialmente, sale verso sinistra, poi piega a destra ed effettua una lunga diagonale che ci porta allo speroncino di roccia su cui è posto il bivacco. La salita richiede circa 3 ore e mezza, per superare 1250 metri circa di dislivello, nello scenario di grande bellezza delle guglie gotiche della testata della valle, che culmina nella cima di Malvedello (m. 2640). Pernottare in questo luogo solitario, vero regno delle aquile, che guarda dal suo lontano silenzio al brulicare di vita del fondovalle, è sicuramente un’esperienza di forte impatto emotivo.
Alle spalle del bivacco parte un percorso segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi (gli stessi che guidano ad esso) e che, come si trova indicato su un grande masso, porta ai rifugi Volta ed Omio.
L’itinerario, infatti, punta a nord-est, districandosi fra gli ultimi magri pascoli ed una fascia di massi che occupa il piede di un intaglio sul crinale fra Costiera dei Cech e Valle dei Ratti (intaglio che non è visibile dal bivacco, ma che cominciamo a vedere salendo):
si tratta del passo di Locino (m. 2574), da cui si gode di un ottimo colpo d’occhio sulla testata della Valle dei Ratti. 
Raggiunto il passo e scesi per un tratto in un grande vallone, poi, si presenta la duplice possibilità: si può proseguire per l’itinerario tracciato dai segnavia, scendendo, verso sinistra, agli alti pascoli dell’alpe Primalpia,
per poi raggiungere il bivacco omonimo (m. 1980), dal quale si può traversare al rifugio Volta (m. 2212), punto di partenza del sentiero attrezzato Dario Di Paolo che, per il passo della Vedretta Meridionale, conduce in valle dell’Oro ed al rifugio Omio (presentando, tuttavia, un piccolo passaggio che richiede attrezzatura alpinistica);
si può anche, risalendo con molta cautela il canalone di sfasciumi, puntare, in direzione opposta (destra), al passo del Colino ovest (m. 2630), per il quale si torna nella Costiera dei Cech, e precisamente in alta val Toate. Queste note aiutano a comprendere la ricchezza di possibilità escursionistiche offerte da queste montagne.
Ma torniamo alla nostra traversata: invece di seguire i segnavia, dobbiamo dirigerci verso est, percorrendo un pianoro irregolare, fra pascoli, balze e rocce,
e rimanendo approssimativamente alla stessa quota.  
Questo segmento della traversata, fino all’alta val Toate, è segnalato da diverse frecce di color blu, che si fanno più frequenti alla bocchetta di Toate.
Si tratta, in realtà, di un facile canalone che, dal pianoro, scende in alta val Toate.
Non è difficile trovarne il largo imbocco, a quota 2340 circa, anche se, prima di raggiungerlo, dobbiamo attraversare una fascia di balze che lo nascondono alla vista. Il canalone è occupato da massi, anche malfermi, ma, seguendo le frecce, possiamo individuare una traiettoria di discesa che, percorrendone prima il lato sinistro, poi portandosi verso il centro ed infine leggermente a destra, li evita quasi interamente, per approdare ai pascoli della valle, approssimativamente cento metri più in basso rispetto all’imbocco. 
Per un buon tratto continuiamo a seguire le frecce che ci fanno tagliare, senza perdere quota, un dosso erboso, su traccia di sentiero, poi, quando queste cominciano a scendere decisamente verso la visibile baita del Colino (m. 1937), lasciamole per seguire la traccia di sentiero che prosegue tagliando ad una quota approssimativamente costante i pascoli dell’alta valle. 
In caso di necessità, o di escursione di un giorno che abbia come punto di appoggio Poira, teniamo presente che, raggiunta la baita, possiamo facilmente scendere, seguendo i segnavia, alle baite occidentali dell’alpe Pesc (m. 1613) e di qui, entrando in un bosco, fino al maggengo di Ledino (m. 1181), da cui, per pista carrozzabile, raggiungiamo il piazzale della chiesetta di Poira.
La traversata ci porta sul lato orientale della valle, dove, presso un gruppo di ruderi di calecc, ritroviamo i segnavia, che tracciano il percorso che da Ledino porta al passo di Colino est.  
Riprendiamo, quindi, a salire, con una svolta a sinistra, su un ampio dosso erboso, poi su un successivo più ad est, non lontani dal piede della poderosa Torre di Bering.
Non è, con i suoi 2403 metri, la più alta cima del fianco orientale della valle (rappresentata, invece, dal cono a base larga del Corno di Colino, m. 2504), ma sicuramente, con la sua caratteristica forma a corno, la più bella. 
Le formazioni rocciose che dalla torre proseguono verso nord-ovest nascondono il passo, per cui il suo intaglio comincia a farsi visibile solo quando, oltrepassato il limite superiore dei pascoli (segnalata da un filo di ferro arrugginito) ed una breve fascia di massi, ci troviamo ai piedi del conoide che scende da esso. Lo vediamo quando ormai dista pochi minuti di cammino,
e lo raggiungiamo sfruttando un ben visibile sentiero.
Dal passo, posto a quota 2414, si apre un ampio scorcio sulla media Valtellina, mentre nella complessa conformazione dell’alta Val Toate si distingue, sul suo lato opposto, il più alto e già citato passo di Colino ovest (m. 2630); alla sua destra, la vetta più alta di questo gruppo montuoso, la Cima del Desenigo, o monte Spluga (m. 2845). Chi volesse effettuare una traversata dall’un passo all’altro, tenga presente che l’itinerario passa per un’ampio e singolare pianoro ai piedi del conoide che scende dal passo più alto:
la piana, che da qui non si vede, ospita due singolari monoliti, curiosi e suggestivi. Fra essa ed il passo di Colino est, infine, si frappone un crinale che può essere valicato con un po’ di attenzione, oppure, con tragitto più lungo, aggirato ai piedi.  Torniamo al passo, che immette nell’alta valle di Spluga (prima laterale occidentale della Val Masino, sopra Cevo), e precisamente nel lato sud-occidentale dell’alta valle.
La discesa non presenta problemi: i segnavia sono numerosi e ben visibili, e ci portano dapprima ad effettuare un semicerchio verso sinistra (dalla direzione est a quella nord), poi ad attraversare un valloncello,
finché ci affacciamo, a quota 2320 metri circa, su quella che ci appare come un’ampia spianata nell’alta valle, dove scorgiamo una baita isolata.
Nella prima parte di questa discesa, fermiamoci per osservare le cime alle nostre spalle: il corno di Colino si mostra come un impressionante conglomerato di massi, la torre di Bering quasi non si riconosce più,
il sistema di rocce alla sua destra presenta spuntoni dalle forme più bizzarre.
Scendiamo, quindi, verso il pianoro, in direzione nord e, passando a monte della baita, superiamo una fascia caratterizzata da qualche roccetta, a quota 2240 circa, piegando poi gradualmente ad ovest (sinistra).
Ci portiamo, così, in vista del bellissimo lago superiore di Spluga (m. 2160),
alle cui acque scure fanno da corona i due passi di Primalpia (a sinistra) e Talamucca (o bocchetta di Spluga, a destra), facili porte di accesso alla valle dei Ratti, e la tozza cima del Calvo (o, su alcune carte, monte Spluga, 2967 metri). Un gioiello, tanto più prezioso quanto più raro, in una valle, quale la Val Masino, che all’abbondanza di superbi scenari di granito non unisce il più classico corollario dei laghetti alpini (al di là del sistema dei laghetti di Spluga, di un microlaghetto al centro della val Cameraccio e del laghetto di Scermendone, nulla).
Poco prima di raggiungere le rive del lago, dall’itinerario disegnato dai segnavia si stacca, sulla sinistra, la traccia di sentiero che sale al passo di Primalpia (m. 2476), oltre il quale si trova un sistema analogo, costituito da due laghetti (dove però quello più grande è ad una quota più bassa). Scendendo dal passo, potremmo, poi, scegliere di raggiungere il rifugio Volta (percorrendo un tratto del Sentiero Italia) o di piegare a sinistra per il bivacco Primalpia.  Dalla gemella bocchetta di Spluga, poi, possiamo godere di un colpo d'occhio che raggiunge l'alto lago di Como.
Noi raggiungiamo, invece, la riva orientale del lago: sul lato opposto, a destra, vedremo la casera più alta di Spluga. L’itinerario piega, poi, a destra (est-sud-est), e, con qualche saliscendi, porta ad una radura acquitrinosa e ad un corridoio fra le rocce arrotondate, 
prima di passare accanto ad una baita posta a quota 2100 metri circa. 
Sotto di noi, a destra,
scorgiamo gli altri due più modesti laghetti che costituiscono il sistema dell’alta valle di Spluga (il lago medio di Spluga ed il laghetto di Spluga). 
Stiamo percorrendone il tratto più suggestivo, una sorta di balcone corrugato, dall’aspetto un po’ lunare; ne raggiungiamo in breve il limite,
e si apre al nostro sguardo la distesa dei pascoli della valle medio-alta,  
dai quali scendiamo con percorso tranquillo, in direzione della ben visibile casera di Spluga (1939). L’alpe viene ancora caricata, il che attenua il forte senso di solitudine che, diversamente, caratterizzerebbe questi luoghi. Sulla nostra sinistra, le poco pronunciate cime della Merdarola, sul crinale che divide la valle di Spluga dalla valle omonima, e le levigate e solari pareti delle meno importanti cime che ci separano dalla valle di Cavislone, l’unica laterale di un qualche rilievo della valle principale.
Ed è proprio questa valle che dovremo risalire, fino alla bocchetta della Merdarola. Per entrarvi dobbiamo lasciare il sentiero segnalato dai segnavia, che scende ripido alla corte di Cevo (m. 1769), alla Corte del Dosso (m. 1450), a Ceresolo (m. 1041) e, sempre rimanendo sul lato sinistro (per noi; è il lato di nord-est) della valle, al ponte sul torrente Spluga, valicato il quale si raggiunge Cevo (m. 660), sopra la località Ponte del Baffo, in Val Masino.
Per effettuare la deviazione, raggiunta la casera di quota 1993, l’ultima, prima della fascia boschiva, 
attraversiamo una prima breve macchia di alberi e, prestando attenzione sulla sinistra, individuiamo il rudere di un baitello. Raggiungiamolo, staccandoci sulla sinistra dal sentiero: percorsa qualche decina di metri in una radura, troviamo, sul limite del bosco, la partenza di un sentiero che, con andamento quasi pianeggiante, 
effettua una traversata che ci porta al limite inferiore dei pascoli dell’alpe Cavislone, appena sotto la bella casera omonima (m. 1985). Il distacco dal sentiero per Cevo significa anche distacco dai segnavia: da qui fino alla media valle della Merdarola, purtroppo, l’itinerario non è segnato: è un peccato, considerata la sua bellezza e la mancanza di autentiche difficoltà.
L’alpe Cavoslone, in una bella giornata, ci appare dal basso come un luminoso anfiteatro, immerso in una luce quasi immota, difeso, sul fianco destro, da un crinale disseminato di artigli rocciosi,  
con qualche bocchetta invitante, che si affaccia però sulla paurosa val Pegolera e sul pericolosissimo versante che dalla cima di Cavislone guarda alla Val Masino, nel tratto fra il Ponte del Baffo e Cataeggio. Una diversione per salire sulla prima bocchetta (m. 2065), che si trova a destra della casera ed è colonizzata da una macchia di fitti nocciòli,
o a quella posta un po’ più in alto (di quota poco inferiore ai 2200 metri) si giustificherebbe solo per gustare  
 l’ottimo panorama sul gruppo del Disgrazia 
e sui pizzi Torrone: tentare una discesa sarebbe un azzardo molto pericoloso. 
Dalla casera proseguiamo la salita, in direzione di una baita più alta, di quota 2148,
che dal basso si fatica a vedere, perché nascosta in un pianoro.
In realtà la salita verso la bocchetta non ha un percorso obbligato.
I due punti di riferimento principali sono altrettanti promontori, che dividono in due la valle, un primo più modesto, erboso ed arrotondato (di quota 2288), ed un secondo più alto e pronunciato, con un saltino roccioso nella parte inferiore. La bocchetta, poi, è facilmente individuabile sulla testata della valle: è posta laddove si scorge un modesto intaglio a cui giunge un ultimo lembo erboso.  
Oltrepassata la baita più alta, procediamo tendendo leggermente a sinistra e passando ai piedi del promontorio più basso, che poi aggiriamo, volgendo a destra, fino a giungere alla sella che lo precede, a monte: da qui in pochi passi se ne raggiunge la sommità,
dalla quale si domina la bella distesa dell’alpe. 
La successiva salita punta al passaggio compreso fra il versante destro del secondo promontorio e la vasta distesa di sfasciumi che occupa un’ampia conca nella parte nord-orientale della valle. Tagliandone in salita il fianco destro, sormontiamo anche questo sperone, giungendo, a quota 2440 circa,
proprio ai piedi del ripido crinale erboso che raggiunge, restringendosi, la bocchetta. 
Non ci resta che risalirlo, un po’ faticosamente, ma senza problemi (troviamo anche una traccia di sentiero), fino all’intaglio della bocchetta (m. 2515). 
 Il panorama, su entrambi i versanti, è grandioso: lasciamo alle spalle non solo la valle di Cavislone, ma anche la compatta sinfonia delle Orobie centro-orientali, con il primo piano la Val di Tartano; 
si apre davanti a noi buona parte della compagine delle cime del gruppo del Masino,
dal pizzo Ligoncio, alla nostra sinistra,  
ai pizzi del Ferro, alla nostra destra.
La discesa in alta valle della Merdarola, nonostante l’aspetto un po’ impressionante del canalino che la permette, 
 non è difficile: unici reali pericoli (in assenza, s’intende, di neve o ghiaccio), sono i sassi malfermi e, su una traccia zigzagante, il terriccio che tende a franare. Non ci sono però punti esposti, perché il canalino scende non diritto, ma piegato a sinistra, parallelo alla costiera rocciosa della testata (sulla nostra sinistra) e difeso, sul lato della valle (la nostra destra) da una crestina. 
Dopo una curva appena accennata a destra, 
eccoci ad una fascia di massi che ci accoglie a quota 2450 circa. 
Dopo averla superata, con il percorso più razionale, 
raggiungiamo, in breve, il terrazzo terminale di un ampio promontorio, poco sopra quota 2300: si tratta di un pianoro estremamente panoramico,  
ed una sosta non potrà non riempirci di ammirazione per lo scenario superbo 
su tutto il gruppo del Masino-Disgrazia. 
Vediamo assai bene, da qui, anche il crinale che separa la valle della Merdarola dalla val Ligoncio, nella quale dovremo scendere per il quarto passo, la bocchetta di Medaccio, evidente intaglio a sinistra delle affilate punte Fiorelli (a sinistra, m. 2401) e Medaccio (a destra, m. 2350), ed a destra della punta Virgilio (m. 2482), scalata per la prima volta dall’alpinista morbegnese Giuseppe “Chiscio” Caneva e dedicata alla guida Virgilio Fiorelli. 
Dobbiamo ora scendere dal lato sinistro del promontorio, su una fascia di facili roccette, 
 in direzione di un poco pronunciato canalone costituito da magri pascoli disseminati di numerosi massi. 
Ci portiamo alla sinistra del canalone, scendendo al crinale di un facile dosso erboso, dal quale possiamo vedere le tre baite della Merdarola, quella a quota 1959, alla nostra destra (qualche decina di metri sotto, in verticale, parte, segnalato dai segnavia, il complesso sentiero che scende ai Bagni di Masino), quella a quota 2053, la più vicina, leggermente a sinistra, e la più alta, a 2089 metri, sulla sinistra. 
Scendendo ancora (c’è una traccia di sentiero, ma si può scendere anche a vista), intercettiamo, in breve, il sentiero che congiunge le tre baite, poco ad est di quella intermedia: ci dirigiamo a sinistra e, riprendendo a salire,
la raggiungiamo dopo un breve tratto di cammino.   
Siamo di nuovo in compagnia dei segnavia, e questo ci rassicura, in quest’ultima parte della traversata. Dalla baita intermedia, con il tetto scoperchiato, proseguiamo verso quella più alta,
per poi puntare, seguendo per un tratto il filo di un crinalino ed attraversando una fascia di grossi massi, al marcato intaglio della bocchetta di Medaccio (m. 2303). 
Nell'ultima parte della traversata la punta Fiorelli si mostra in tutto il suo impressionante aspetto di lama affilata. 
La bocchetta è un canalone chiudo dalle severi pareti della costiera, e per esso vale lo stesso discorso della bocchetta della Merdarola, 
 con l’aggiunta di un punto che richiede un leggero impegno ed una notevole attenzione nella parte più alta. 
Alla base della bocchetta 
possiamo trovare, qualche volta anche a stagione avanzata, un nevaietto, che possiamo tagliare verso sinistra o superare ai piedi.
Eccoci, dunque, in val Ligoncio, la metà meridionale dell’ampio anfiteatro, ben noto ai frequentatori dei Bagni di Masino, che comprende, a nord, la valle dell’Oro. Dobbiamo ora attraversarla e, sempre seguendo i segnavia, passiamo a monte di un marcato promontorio che, visto dal rifugio Omio, si rivela un’impressionante formazione di granito dalle pareti lisce, mentre visto da noi si mostra come un più insignificante sperone erboso. 
Perdiamo, poi, quota, passando ai piedi di una grande placca liscia,
e, sempre rimanendo al di sotto di quota 2000, con qualche saliscendi puntiamo in direzione della meta, il rifugio Omio, che, fin dalla discesa per la bocchetta di Medaccio, si presenta come piccolo presidio nella sterminata estensione dei pascoli.
Nell’ultimo tratto cominciamo a riguadagnare quota, fino a raggiungere il rifugio, a 2100 metri, dopo circa 7 ore di cammino, ed un dislivello in salita approssimativamente valutabile in 1200 metri,
con l’orgoglio di chi potrà dire di aver effettuato una traversata raramente eguagliata in bellezza, ma ancor più raramente praticata.

 

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