CARTE DEL PERCORSO - GALLERIA DI IMMAGINI


L'alta Val Madre

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Arale-Lago Grande-Bocchetta dei Lupi-Baita della Croce-Passo di Valbona-Baita Pessolo-Passo del Tonale-Casera di Publino-Rifugio Caprari
8-9 h
1750
E
SINTESI. Dal rifugio Beniamino ad Arale (m. 1500) procediamo sulla pista che va a sud, cioè verso la testata della Val Lunga. Raggiungiamo, poco oltre la località di Cesura, il “Senter de la Crus de Purscil” (segnavia rosso-giallo-rossi e rosso-bianco-rossi), che si stacca sulla sinistra dalla pista, ad un tornante dx, si addentra in direzione del fondovalle (sud-sud-est) e porta al passo di Tartano. Dopo tre strappi severi alternati a tratti meno aspri, raggiungiamo il ponticello in cemento che scavalca il torrente che scende dalla val Dordonella. Il sentiero volge, quindi, a destra (sud) ed entra in un nuovo bosco di larici, proponendo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx, dopo l'ultimo dei quali, vinto il primo gradino glaciale che ci introduce all'alta Val Lunga, usciamo in vista dell’ampia conca dell’alpe di Porcile (m. 1800). Scavalcato il torrente Tartano grazie a qualche pietra, lasciamo alla nostra sinistra le tre casere dell'alpe Porcile. Proseguiamo diritti (direzione sud-ovest), su un versante erboso, seguendo, fino alla sommità di un dosso, il muretto del bàrek dell'alpe. Superata una macchia di radi larici, imbocchiamo un tratto quasi pianeggiante, nel quale pieghiamo leggermente a sinistra e passiamo per la porta (zapèl) che si apre nel muretto di un nuovo bàrek. Attraversato un prato, pieghiamo a destra e saliamo alla "Baita del Zapèl del Làres", quotata 1900 metri sulla carta IGM, oltre la quale siamo ad un bivio al quale prendiamo a sinistra (ometto e segnavia rosso-giallo-rosso; a destra si va al passo di Tartano). Seguendo il "Sentér di Làch" procediamo, quasi in piano, in direzione di una baita (“Baita pianu”, m. 2000) che vediamo più avanti (direzione sud-est). Non passiamo, però, per questa baita, ma stiamo più bassi: dopo un breve tratto scalinato, infatti, incontriamo una leggera discesa. Poi una breve salita ci porta a tagliare uno splendida piana di prati ondulati. Guadiamo, quindi, il ramo del torrente Tartano che esce dal lago Piccolo (“Lac pinii”, m. 1986), e poco oltre lo vediamo, più in basso, alla nostra destra. Dopo essere passati a sinistra di due roccioni e della baita quotata 2003 metri, ci affacciamo all’ampia conca del lago Grande (“lac Grant”, m. 2030). Raggiunta una palina con alcuni cartelli, prendiamo a sinistra, traversando verso est, senza problemi, in piano, verso la piana ai piedi della valle dei Lupi (Val di Lüf). Passiamo a lato del fondo di un laghetto prosciugato (un pianoro paludoso, coperto da eriofori), fino alla “Baita di Lüf a Bas” (m. 2033). Procedendo diritti (est-nord-est) seguiamo la traccia che risale la stretta Valle dei Lupi, fino alla sella erbosa della bocchetta dei Lupi (m. 2316), che si affaccia sull'alta Val Madre (passo di Dordona). Scendiamo seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi su terreno abbastanza ripido. In basso, a destra, è ben visibile il passo di Dordona (m. 2061). Il sentierino scende ripido nel primo tratto lasciandosi alle spalle la bocchetta dei Lupi. Aiutati dai segnavia passiamo accanto al solitario e bellissimo laghetto Vallocci (m. 2220) e proseguiamo fra balze e chiare roccette, anche a vista. Giungiamo in vista della pista sterrata che risale l’alta Val Madre fino al passo di Dordona, e distinguiamo il rifugio Casera di Dordona (m. 1890), in basso, alla nostra sinistra. Scendiamo ad intercettare la pista a monte del rifugio (al quale possiamo ovviamente anche sostare: è aperto nei mesi estivi). Nostra meta è la baita della Croce che vediamo più in alto, poco a sinistra rispetto alla sella del passo. Per raggiungerla lasciamo la pista prendendo a sinistra e salendo in diagonale una fascia di prati, puntando verso sud-est. Raggiungiamo così la baita della Croce (m. 1944). Seguendo le indicazioni della GVO su un cartello che dà la casera la casera di Valbona a 30 minuti ed il passo di Valbona a 2 ore, procediamo sul sentiero che punta ad est (a sinistra guardando a monte). Raggiunta una pecceta, il sentiero inizia a salire, tagliando un corpo franoso. Poi esce all’aperto, traversa un valloncello appena accennato e procede fra massi e macereti, cominciando a scendere leggermente. Superato un corpo franoso ed un dosso erboso, ci porta in vista della Casera di Valbona (m. 1904), affiancata da una baita più piccola. Proseguiamo volgendo leggermente a sinistra e superando un torrentello, procedendo poi in leggera discesa ed in piano verso nord-nord-est, passando a destra di un grande traliccio. Appena prima del traliccio ad un bivio andiamo a destra e ci portiamo a valle di un barèk, cioè di un recinto costituito da bassi muretti a secco che delimitava una porzione di pascolo. Al suo interno, una baita isolata. Il sentiero passa a monte del barèk e sale a sinistra di un avvallamento con una franetta, poi volge a destra e lo taglia, proseguendo a salire in diagonale verso sud-est. Prosegue diritto, passando a destra di alcune roccette e puntando ad un ampio vallone, che si apre a sud della cima chiamata Sponda Camoscera (m. 2452). Raggiunto l’imbocco del vallone, vediamo sul suo fondo l’intaglio del passo di Valbona. Lo raggiungiamo salendo gradualmente sempre in direzione sud-est, restando vicino al suo centro, su terreno di minuto pietrame. Appena sotto il passo ci sono da superare alcune facili roccette, con la dovuta attenzione. Il passo di Valbona (m. 2324) si affaccia sulla Val Cervia, alla quale il sentiero scende nel primo tratto fra roccette assai insidiose se bagnate. Tocchiamo però ben presto i primi pascoli, e proseguiamo tranquillamente la discesa verso est-sud-est, cioè verso sinistra. Il sentiero taglia il fianco erboso di un vallone, stando alto sul fondo occupato da sfasciumi, poi, superata una franetta, volge a sinistra e scende con qualche tornante su un declivio erboso, fra due piccoli corpi franosi. Raggiunto un ripiano, proseguiamo scendendo con pendenza più moderata. Superiamo verso destra una valletta, poi il ripido fianco di un dosso, calando in un marcato avvallamento. Lo seguiamo stando più o meno al centro e scendendo verso est. Passiamo così vicino alla baita Gavazza e, aggirata sulla destra una gobba, ci portiamo alla baita Pessolo di Stavello (m. 1905). Qui termina una pista sterrata che risale da Arale l’alta Val Cervia. Seguiamo la pista scendendo fino al primo tornante sx, e qui la lasciamo andando diritti e scendendo ad una valletta, dove prendiamo a sinistra e ci portiamo ad un più ampio avvallamento occupato da sfasciumi. Ci portiamo sul lato opposto, passando sul versante orientale della Val Cervia e piegando a sinistra. Una breve salita ci porta alla baita Publino (m. 2058). Qui seguiamo le indicazioni del cartello della GVO ed imbocchiamo il sentierino che sale al passo del Tonale, il terzo ed ultimo di questa lunga traversata. Nel primo tratto saliamo diritti verso est-nord-est, attraversando il vallone che scende a nord dal Corno Stella. Sul versante opposto pieghiamo a sinistra (nord) e saliamo diritti, fino ad un bivio, al quale lasciamo il sentiero che prosegue diritto traversando l’alto versante orientale della valle, per prendere a destra (est-sud-est) e puntare direttamente alla sella erbosa del passo del Tonale (m. 2352), posta a sud dell’ampia ed erbosa cima Tonale (m. 2544). Comincia dal passo la discesa in alta Valle del Livrio, che ci porterà sull’opposto versante orientale, al già visibile lago di Publino, presso il quale è posto il rifugio Caprari. Il sentierino scende verso est, sull’erboso fianco sinistro di un vallone, di cui poi, piegando leggermente a destra, raggiunge quasi il centro. Ben presto però piega di nuovo a sinistra e se ne allontana, proseguendo diritto nella discesa con pendenza media. Un po’ più in basso piega ancora a destra e si riavvicina al centro del vallone. Procediamo su terreno facile, senza problemi. Stando appena a sinistra del centro del vallone perdiamo rapidamente quota, in direzione est-sud-est, fino ad un bivio a quota 2140 metri circa. Qui ignoriamo il sentiero che volge a sinistra (nord), traversando il fianco occidentale della Valle del Livrio, e poco sotto pieghiamo bruscamente a destra (sud), traversando un dosso fra macereti e sfasciumi. Superato un avvallamento, sempre procedendo verso sud ci affacciamo al pianoro sul cui lato opposto si trova la Casera di Publino (m. 2098). Passiamo a lato della casera e proseguendo diritti dopo una breve salita ci affacciamo ad un più ampio pianoro, dove la traccia si perde (i segnavia su paletti però dettano il percorso). Lasciamo alla nostra destra la deviazione segnalata dell’itinerario che sale al Corno Stella e pieghiamo a sinistra, procedendo verso est-sud-est. Attraversiamo così un ampio corridoio fra eriofori e candide roccette. I segnavia ci fanno passare a sinistra della forra del torrente Livrio e scendere ad una conca con una pozza ed una panca. Dopo breve salita, siamo ad un quadrivio: scendendo a sinistra ci si porta sul fondo della Valle del Livrio, salendo a destra con ampi tornanti raggiungiamo il passo di Publino e sul versante opposto, di Val Brembana, vediamo, poco sotto, il bivacco Pedrinelli (annotiamolo: potrebbe tornarci utile). Mentre andando diritti ci portiamo al lago di Publino ed al rifugio Caprari. Proseguiamo dunque diritti, passiamo a valle di un corpo franoso e del muraglione della diga, raggiungendo infine il rifugio Caprari (m. 2116), non gestito (è però sempre aperto un locale che funge da bivacco).


L'alta Val Cervia

La sesta tappa della Gran Via delle Orobie lascia le Orobie occidentali e si affaccia a quelle centrali, effettuando una traversata dal rifugio Beniamino ad Arale al rifugio Caprari presso il lago di Publino. Mentre le prime cinque tappe sono denominate anche Sentiero Andrea Paniga, queste successive vengono chiamate anche Sentiero Bruno Credaro (questa è stata la prima e storica denominazione dell'intera traversata, poi sostituita ufficialmente, dopo l'entrata in scena del Parco delle Orobie Valtellinesi, da "Gran Via delle Orobie"). Passiamo dalla Val Tartano alla Val Madre per la bocchetta (o passo) dei Lupi, dalla Val Madre alla Val Cervia per passo di Valbona ed infine dalla Val Cervia alla Valle del Livrio per il passo del Tonale. Ci accompagnano segnavia bianco-rossi (su massi e talora anche paletti) ed i cartelli escursionistici con la sigla GVO e la numerazione 201. La traversata non propone particolari problemi tecnici o di orientamento (se la visibilità è buona), ma è fisicamente assai impegnativa (1750 circa i metri di dislivello, 8 o 9 le ore di marcia necessarie).


Arale ed il rifugio Beniamino

Dal rifugio Beniamino ad Arale (m. 1500) procediamo sulla pista che va a sud, cioè verso la testata della Val Lunga. Raggiungiamo, poco oltre la località di Cesura, denominata così perché costituiva il punto di separazione fra la parte della Val Lunga permanentemente abitata e la parte abitata solo d’estate, il “Senter de la Crus de Purscil” (segnavia rosso-giallo-rossi e rosso-bianco-rossi), che si stacca sulla sinistra dalla pista, ad un tornante dx, si addentra in direzione del fondovalle e porta al passo di Tartano, sormontato dalla caratteristica grande croce denominata, appunto, Croce di Porcile. Stiamo dunque percorrendo a rovescio l'ultimo segmento della quinta tappa.
Nel primo tratto camminiamo all’ombra di un fresco bosco, per poi uscire all’aperto ed oltrepassare la Prima Baita (m. 1584) e la Baita Bianca (m. 1624). Proseguiamo a salire verso sud, oltrepassando, su un ponte di cemento, il torrentello che scende dalla val Dordonella. Pieghiamo, poi, leggermente a destra (sud-est) e, attraversata una breve fascia di larici, raggiungiamo la verdeggiante conca erbosa che ospita le baite della Casera di Porcile (m. 1809). Siamo, qui, nel cuore dell’antichissima civiltà del Bitto, il celeberrimo formaggio grasso d.o.p. prodotto nelle vicine valli del Bitto di Albaredo e Gerola, ma, appunto, anche in Val di Tartano.
Attraversato il torrente che attraversa, pigro, l’amena piana, non ci dirigiamo verso le baite, ma proseguiamo verso destra, fra radi larici e pascoli, in direzione sud-ovest, fino alla Baita del Zapel del Lares (m. 1900), dove si trova un bivio: il Senter de la Crus de Purscil prosegue verso destra, mantenendo la direzione sud-ovest; noi, invece, dobbiamo prendere a sinistra (sud-est), imboccando il Senter di Lach, che attraversa il torrentello che esce dal più piccolo e più basso dei laghi, il Lach Pinìi (lago Piccolo, m. 2005). Incontriamo, quindi, la Baita Pianu (m. 2000), con un bel tavolino che invita ad una sosta ristoratrice, e, poco oltre, il primo laghetto, uno specchio d’acqua modesto.
Proseguendo sul sentiero, eccoci, dopo pochi minuti, al secondo lago, il Lach Grant (lago Grande, m. 2030), specchio d’acqua più ampio, splendido, nei suoi colori, soprattutto in autunno, quando riflette i colori brillanti ed accesi che anticipano l’impero delle bianche nevi invernali.
Può essere interessante leggere, a distanza di oltre un secolo, le note che sul lago stese il dott. Paolo Pero, professore di Storia Naturale al Liceo “G. Piazzi” di Sondrio, nell’operetta “I laghi alpini valtellinesi”, edita a Padova nel 1894:
La valle Tartano è abbellita non poco, nella sua estremità più elevata del ramo destro o di val Lunga, per la presenza di tre laghetti alpini, dai più smaglianti colori, che potrebbero formare oggetto d'ampio studio
non solo al naturalista ricercatore, ma eziandio al più abile artista. Non molto distanti fra loro ed a non grande differenza di livello, limitati a S. dalle pendici che si staccano dal monte Cadelle (2483 m.), che s'innalza ad E., e che si congiungono con quelle che s'avanzano dalla cima di Lemma (2376 m.) a S.O., sono separati da alcune prominenze della roccia in posto, che ivi forma un altipiano molto accidentato, per l'alternanza di rilievi e di cavità, le quali difficilmente vengono colmate, per la grande resistenza della roccia alla degradazione meteorica, la quale conserva l'aspetto delprimitivo sollevamento. S'argomenta quindi da ciò come questi siano laghi d'origine orografica. La roccia che li circonda, e che emerge nella parte più elevata della valle, appartiene a quella stessa formazione che incontrammo ai laghi del Publino, a quel particolare gneis biancheggiante dalla struttura eminentemente cristallina, che qui diventa molto quarzoso, conosciuto col nome di Surella-gneis. Questa speciale formazione, più sviluppata nelle alpi centrali, è limitata, nella catena Orobica, fra il passo di S. Marco d'Albaredo ed il pizzo Zerna ad E. del corno Stella. Io ho ristretto le mie ricerche solo al più grande di questi laghi, posto fra i due minori ed alquanto più ad E., poiché la sua regione litorale mi parve più d'ogni altro abbondante di vita animale e vegetale specialmente algologica. Esso ha una forma perfettamente rotonda, con un piccolo affluente, che proviene dal piccolo lago superiore, e con emissario di poche acque che si scaricano nell'altro laghetto a N.O. Le sponde sono, per una stretta zona all'intorno, mollemente ondulate ed alquanto erbose, per il limo che vi si deposita, quando il lago s'innalza alquanto sul livello ordinario, ma dopo un lieve salto cedono tosto la superficie alle acque. Le spiaggie sommerse, poco inclinate, sono ricoperte di ciottoli scheggiosi e di ampie lastre gneissiche, alquanto giallognole per l'aderenza d'una minuta patina organica ricchissima di Diatomee. Poco più lungi s'abbassa notevolmente e diventa assai melmosa. Verso ovest vi sono alcune insenature paludose nelle quali si sviluppano in straordinaria quantità i girini della Rana Iemporaria Linn. Questo lago ha l'altitudine di 2029 m, e la superficie di 31200 m.q. Le sue acque presentano un color verde chiaro, il VI della scala Forel. La temperatura esterna era di 17° C. l'interna di 15° C. alle ore 3 pom. del giorno 18 Luglio 1893, ed il cielo perfettamente sereno. Nella regione esterna del lago, e sopra altri poggi circostanti poco elevati, ho potuto fare raccolta delle seguenti fanerogame, fra le quali appare nuovo per la flora valtellinese il Trifolium noricune Wulf”.


Lago Piccolo e Lago Grande (clicca qui per ingrandire)

Qui troviamo quattro cartelli; quello che indica la direzione dalla quale proveniamo dà la casera di Porcile a 30 minuti ed Arale ad un’ora e 10 minuti; quello che indica la direzione alla nostra sinistra dà la bocchetta dei Lupi (che si raggiunge percorrendo il Senter de la Val di Lüf) ad un’ora e 30 minuti, Val Madre a 2 ore e 20 minuti ed il passo di Valbona a 4 ore e 20 minuti (Gran Via delle Orobie); i due cartelli che segnalano la traccia di destra (e che sono però diversamente orientati) danno, invece, l’uno il passo di Tartano a 30 minuti, quello di Pedena a 3 ore e 10 minuti e quello di S. Marco a 5 ore (Gran Via delle Orobie), il secondo, maggiormente orientato verso il monte, dà il passo di Porcile a 40 minuti. È questa la direzione che ci interessa.
Seguiamo l'indicazione per la bocchetta (o passo) dei Lupi, e procediamo verso est, traversando, quasi in piano, alla conca che anticamente ospitava un laghetto (il quarto dei laghi di Porcile, ora prociugato).

Stiamo per entrare nel regno dei lupi, ed una riflessione sulla celebre icona della paura di tutti i tempi si impone. Anche perché dall'agosto 2008 il lupo ha fatto la sua ricomparsa, dopo la lunga traversata dagli Appennini alle Alpi, sul versante orobico bergamasco, con grande preoccupazione degli allevatori di animali, ed ha già fatto qualche vittima fra le pecore.


Il lago Grande visto dal sentiero che sale alla bocchetta dei Lupi

Il lupo che sulle Orobie era di casa fino alla seconda metà del secolo XIX, quando scomparve per la caccia sistematica di cui fu fatto oggetto. Il lupo che era di casa anche nelle favole, quelle d’importazione e quelle autoctone, quelle del lupo cattivo che mangia i bambini. Il lupo che mangiava, qualche rara volta, i bambini anche fuori delle favole: segnalazioni di piccole vittime della fame dei lupi sono attestate nelle cronache valtellinesi, come quella della parrocchia di Albosaggia, che segnala due bambini sbranati nel 1625, altri nel 1633, o quella di Colorina, dove Franceschina Cornello venne uccisa il 13 novembre 1635, o, ancora, di Fusine, dove Caterina Romerio, di 4 anni, venne divorata il 6 settembre 1637 (cfr. il volume “L’uomo e la bestia antropofaga”, a cura di M. Comincini, citato in “Il versante orobico – dalla Val Fabiolo alla Val Malgina”, di Eliana e Nemo Canetta, Torino, 2005, VCDA Vivalda ed.).  Il lupo che, spinto dalla fame negli inverni più freddi, scendeva al piano ed assaliva anche gli adulti, come accadde a Delebio nel dicembre del 1821.
Poi, per oltre un secolo, del lupo rimasero tracce solo nell’immaginario popolare e nella toponomastica, fino alle più recenti cronache che sembrano aprire un nuovo capitolo della travagliata vicenda del rapporto fra uomo e lupo, si spera decisamente più tranquillo. La toponomastica: qualche volta ci sono di mezzo errori pacchiani (per esempio il pian del Lupo, presso Chiareggio, in Valmalenco, è errata italianizzazione di “cià lla lóp”, piano della “lóp”, “loppa” o “lolla”, scoria della cottura del minerale di ferro). Altre volte si tratta proprio del lüff (o löff), il lupo, come nella Valle dei Lupi, sull’angolo sud-orientale della Val Lunga, dove si apre lo stretto intaglio della bocchetta o passo dei Lupi (m. 2316), che si affaccia sull’alta Val Madre e che è dominata, a nord, dalla cima dei Lupi (m. 2415). È ben vero che ai piedi della valle stanno i resti di miniere di ferro sfruttate fino al secolo XVIII, come in alta Valmalenco, ma sembra proprio che in questo caso ci sia davvero di mezzo il lupo, che anche in Val Tartano stazionò fino al secolo XIX.


Valle e bocchetta dei Lupi

Torniamo al racconto della traversata. Raggiunta la “Baita di Lüf a Bas” (m. 2033), procediamo diritti (est-nord-est) e seguiamo la traccia che risale la stretta Valle dei Lupi, denominato “Senter de la Val di Lüf”, che comincia a salire nella Valle dei Lupi, fra piccoli massi e magri pascoli, raggiungendo la “Baita di Lüf a Volt” (m. 2160), l’ultima prima della bocchetta. Il pendio che conduce all’intaglio, visto da lontano, sembra molto ripido; man man che ci avviciniamo, però, si mostra più abbordabile.
Con qualche zig-zag, eccoci, alla fine, ai 2316 metri della bocchetta dei Lupi, che guarda sull’alta Val Madre. Mettiamo piede, quindi, sul territorio del comune di Fusine, e dobbiamo imparare qualcosa della Val Madre, che la Gran Via delle Orobie traversa interamente.


Discesa dalla bocchetta dei Lupi in Val Madre

La Val Madre (o Valmadre) è la valle che si apre a sud di Fusine e deve molto della sua importanza storica al passo di Dordona sul suo fondo, al centro del crinale spartiacque fra Valtellina e Val Brembana, uno dei più bassi (il secondo più basso, dopo il passo di San Marco, 1980 m.) ed agevoli dell’intera carena orobica. Per questo passo transitavano i minerali ferrosi estratti soprattutto sull’alto versante della vicina Val Cervia e successivamente lavorati sul fondo della media Val Madre (dove si trova, appunto, la località Forni, m. 1452). Molteplici sono i segni della sua importante antropizzazione fin dall’età medievale.
In quei secolo, ed anche in età moderna, il legame con il versante orobico meridionale (Val Brembana) non era meno importante di quello con Fusine. Nel prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Avremo Levi), si legge: “La Val Madre è longa circa 15 miglia, cioè dalle Fusine sino alle cime de monti de Fopolo, terra de Bergamaschi. La strada è assai commoda ancora per cavalli. Ha lontano dalle Fusine otto miglia la chiesa vice parochiale con due contrate, una chiamata Madra, l'altra Piza Bella dove v'è l' hostaria per li passagieri. Questa valle è abbondante di feno et legna, né si parla di pane né di vino. L'aria è però sana. Haverà circa 200 habitatori”.


Salendo in Val Madre

Circa due secoli e mezzo più tardi la “Guida alla Valtellina” curata da Fabio Besta ed edita dal CAI di Sondrio nel 1884 (II edizione) così descrive la valle: “Una strada mulattiera sale erta ad andirivieni per le selve che sovrastano Fusine, e giunta presso al termine della regione del castano, entra nella valle, lungo il versante orientale, che scende dirupato fino al Madrasco, e guida al villaggio e alla chiesa di Val madre (1175 m.), a due ore da Fusine. Presso il parroco si può trovare modesto vitto e alloggio. Qui la valle è ridente e si conserva tale fino al suo termine. La via, purtroppo sempre ingombra di ciottoli, traversa prati da prima, poi una fiorente foresta di pini. A un’ora e tre quarti dalla Chiesa s’incontrano sulla via, in mezzo al bosco e in posizione veramente pittoresca, i ruderi delle fornaci di ferro (1300 m.) che hanno cessato di essere attive al principio di questo secolo.; una mezzora più in là appaiono altri ruderi di forni più antichi (1400 m.). I minerali di ferro che alimentavano si scavavano in alto sul contrafforte che divide Val Madre da Val Cervia. Poi la strada passa sulla sponda sinistra del Madrasco e sale, sempre attraverso boschi, il versante occidentale fino ai pascoli e alle baite di Dordona. Da queste baite salendo a destra il monte si raggiunge in breve il passo che guida alle baite di Dordona in Val Tartano); girando invece il sommo della valle a sinistra si arriva al passo di Dordona o di Val Madre (2020 m.), dal quale in un’ora si scende direttamente a Foppolo (1530 m.)… Al di là del passo, il quale è lontano dalla chiesa di Val Madre non più di tre ore di cammino, vi ha un laghetto che va asciugandosi, e lo sguardo si spazia in larghi orizzonti. Questa di Val Madre è per avventura la via più breve e più commoda fra quelle che congiungono i Branzi e Foppolo alla Valtellina media, ed è certamente la più battuta”.


Rifugio Casera di Dordona

Nell’ottocento si interruppe l’attività di prima lavorazione del ferro, e l’economia della valle gravitò quasi interamente sull’attività zootecnica, che sfruttava i diversi e pregiati alpeggi di Dordona, Dordonella, Vitalengo, Valbona, Bernasca, Cògola e Boninvento. Attività fiorente fino alla metà circa del Novecento, ed in graduale declino a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, quando iniziò il progressivo spopolamento di questa valle, come, anche se in misura diversa, quello di tutte le valli orobiche. Basti pensare che Feliciano Ninguarda trovò a Val Madre (il nucleo principale della valle, a 1195 m.) una popolazione stimabile in 178 persone, scese a 96 a fine Ottocento e ad una decina nel 1950.
Oggi la valle ha riacquistato una certa vita anche grazie alla pista che sostituisce la storica mulattiera selciata completata nel 1582, non a caso in un periodo nel quale era interesse comune della Serenissima Repubblica di Venezia (cui apparteneva la Bergamasca) e delle Tre Leghe Grigie (signore dei tre Terzieri di Valtellina) incrementare i commerci (nel medesimo periodo viene tracciata, con il medesimo scopo, la più famosa Via Priula che percorre la Valle del Bitto di Albaredo). La pista attuale risale l’intera valle e scende dal passo di Dordona a Foppolo, ed è molto amata e transitata da amanti della muntain-bike.


Laghetto Vallocci

Possiamo ora cominciare la discesa dalla bocchetta dei Lupi in Val Madre (guidati da segnavia rosso-bianco-rossi), su terreno abbastanza ripido, fino a giungere in vista del laghetto di Vallocci o di Pioder, ad una quota approssimativa di 2220 metri. In basso, a destra, è ben visibile il passo di Dordona (m. 2061), uno dei più agevoli valichi orobici, raggiunto ora da una pista sterrata che sale da Fusine e scende, sul versante opposto, fino a Foppolo, in Val Brembana.

 


La Baita della Croce

Il sentierino scende ripido nel primo tratto lasciandosi alle spalle la bocchetta dei Lupi. Aiutati dai segnavia passiamo accanto al solitario e bellissimo laghetto Vallocci (m. 2220) e proseguiamo fra balze e chiare roccette, anche a vista. Giungiamo in vista della pista sterrata che risale l’alta Val Madre fino al passo di Dordona, e distinguiamo il rifugio Casera di Dordona (m. 1890), in basso, alla nostra sinistra. Scendiamo ad intercettare la pista a monte del rifugio (al quale possiamo ovviamente anche sostare: è aperto nei mesi estivi). Nostra meta è la baita della Croce che vediamo più in alto, poco a sinistra rispetto alla sella del passo. Per raggiungerla lasciamo la pista prendendo a sinistra e salendo in diagonale una fascia di prati, puntando verso sud-est.


Apri qui una foto-mappa della traversata dell'alta Val Madre

Raggiungiamo così la baita della Croce (m. 1944), che deve il suo nome ad una vicina croce, ma anche, forse, al fatto di essere un crocevia. La baita, affiancata da una grande vasca per la raccolta dell'acqua, sta quasi in mezzo a due grandi tralicci, uno a monte ed uno a valle: del resto la Val Madre è chiamata anche la valle dei tralicci, perché percorsa da una lunga sequenza di queste strutture che portano l’energia elettrica attraverso la Val Brembana alla pianura Padana. Possiamo giungere fin qui anche seguendo in salita la pista, per breve tratto, fino a trovare, sulla sinistra, il sentiero che traversa alla baita. Alla baita si incrociano lo storico sentiero che dalla media Val Madre sale al passo di Dordona, da nord a sud, e quello che traversa da ovest ad est il circo terminale della valle.


Discesa dal passo di Valbona

Seguendo le indicazioni della GVO su un cartello che dà la casera la casera di Valbona a 30 minuti ed il passo di Valbona a 2 ore, imbocchiamo questo secondo sentiero, che punta ad est. Raggiunta una pecceta, il sentiero inizia a salire, tagliando un corpo franoso. Poi esce all’aperto, traversa un valloncello appena accennato e procede fra massi e macereti, cominciando a scendere leggermente. Superato un corpo franoso ed un dosso erboso, ci porta in vista della Casera di Valbona (m. 1904), affiancata da una baita più piccola. Proseguiamo volgendo leggermente a sinistra e superando un torrentello, procedendo poi in leggera discesa ed in piano verso nord-nord-est, passando a destra di un grande traliccio. Appena prima del traliccio ad un bivio andiamo a destra e ci portiamo a valle di un barèk, cioè di un recinto costituito da bassi muretti a secco che delimitava una porzione di pascolo. Al suo interno, una baita isolata.


Discesa in Val Cervia e Corno Stella

Il sentiero passa a monte del barèk e sale a sinistra di un avvallamento con una franetta, poi volge a destra e lo taglia, proseguendo a salire in diagonale verso sud-est. Prosegue diritto, passando a destra di alcune roccette e puntando ad un ampio vallone, che si apre a sud della cima chiamata Sponda Camoscera (m. 2452). Raggiunto l’imbocco del vallone, vediamo sul suo fondo l’intaglio del passo di Valbona. Lo raggiungiamo salendo gradualmente sempre in direzione sud-est, restando vicino al suo centro, su terreno di minuto pietrame. Appena sotto il passo ci sono da superare alcune facili roccette, con la dovuta attenzione.


Apri qui una fotomappa della discesa dal passo di Valbona alla Baita Publino

Il passo di Valbona (m. 2324) si affaccia sulla Val Cervia, valle che merita una più attenta conoscenza, leggendo la descrizione che di essa offre la Guida alla Valtellina edita dalla sezione valtellinese del CAI nel 1884: “A poco più di un quarto d'ora a oriente di Fusine è Cedrasco, (315 m.415 ab,), da cui parte una via mulattiera , selciata e di recente costrutti, che salendo a zig-zag, per boschi cedui, conduce ai maggenghi di Foppa e dei Campelli, e all'alpe l’Arale, da cui è agevole la salita al Vespolo (2328 m.), vetta coperta di pascoli, e di vasto panorama. Dopo l'Arale la via, mantenendosi mulattiera e affatto sgombra di ciottoli, procede amenissima attraverso una folta foresta di pini; poi, superato il solito burrone che è allo sbocco di ogni valle secondaria, s'abbassa per circa dugento metri, lino quasi al torrente, il quale costeggia poi sino oltre le ultime baite. Quindi salo a girivolte al passo di Val Cervia (2300 m.). Da Cedrasco a questo passo occorrono circa sei ore e mezzo di cammino. Immediatamente al di là del passo è il lago Moro (2215 m.), che deve il nome al color cupo cui le sue acque ricevono dalle circostanti roccie. Dal lago Moro scendendo direttamente per la valle di Carisole si arriva a Carona (1145 m.), ai Branzi (862 m.) in Val Brembana. Prendendo invece, dopo lasciato il lago, la strada che taglia a destra la ripida pendice erbosa, e superando il contrafforte, si può, in poco più d'ora, sempre attraverso pascoli e prati, giungere a Foppolo (1530 m.).


Corno Stella e baita Gavazza

Chi tiene la direzione opposta, recandosi da Foppolo a Cedrasco per la Val Cervia, badi a non lasciarsi ingannare dalla via piana e larga che procede nel fondo della valle; essa incontra ben presto scosceso frane la cui traversata è malagevole sempre, talora impossibile. Poco dopo che la via è entrata nel bosco conviene prendere la stradicciuola che si alza a destra  e salire durante mezz'ora circa, per ridiscendere poi. Un sentiero non difficile conduce dalle ultime baite di Val Cervia in Val del Livrio. Il Monte Cervo a pareti scoscese, è insignificante. La salita del Corno Stella (2618 m.) direttamente da Val Cervia non fu tentata, e non vuol essere impresa facile.
Il nome di questa valle deriva forse dall'esistenza in essa di cervi. Certo è che fino al secolo XVII le foreste valtellinesi erano abitate da cervi: se ne ha la prova irrefutabile nelle licenze d'armi, che ancora si conservano in originale in alcuni archivi privati.


Baita Pessolo di Stavello

La Val Cervia deve il suo nome, probabilmente, all’abbondanza di cervi, almeno in passato. Non mancavano, però, fino alle fine dell’ottocento, gli orsi, che sono protagonisti di una storia singolare. Ci viene raccontata dal naturalista ed alpinista Bruno Galli Valerio (cfr. “Punte e passi”, a cura di Antonio Boscacci e Luisa Angelici, Sondrio, 1998): “Là nella Val Cervia, gli orsi avevano trovato un nemico terribile. Non li attaccava con il fucile, ma tendeva loro delle trappole. Delle enormi trappole in ferro, fissate con delle catene, erano stese nei boschi. Dicono che ben undici orsi vi hanno lasciato la pelle. Un orso gigantesco preso per le zampe posteriori si era talmente divincolato che era caduto a testa in giù, lungo le roccie a picco, sospeso alla trappola. I suoi urli di dolore erano così forti che li udirono per tutta la notte dall'altra parte della valle. Ma gli orsi hanno, come noi uomini, qualcuno che li vendica. Parecchi anni dopo, in una di quelle trappole, il figlio del cacciatore fu intrappolato e ne ebbe una gamba sbriciolata. Gli orsi erano vendicati.


Salita al passo di Tonale dalla Val Cervia

Possiamo ora scendere in Val Cervia, sfruttando il sentiero che scende nel primo tratto fra roccette assai insidiose se bagnate. Tocchiamo però ben presto i primi pascoli, e proseguiamo tranquillamente la discesa verso est-sud-est, cioè verso sinistra. Il sentiero taglia il fianco erboso di un vallone, stando alto sul fondo occupato da sfasciumi, poi, superata una franetta, volge a sinistra e scende con qualche tornante su un declivio erboso, fra due piccoli corpi franosi. Raggiunto un ripiano, proseguiamo scendendo con pendenza più moderata. Alla nostra destra la testata della Val Cervia è dominata, sul lato orientale, dall’imponente mole del Corno Stella (m. 2621), signore della valle, una delle più panoramiche cime dell’intera catena orobica. Superiamo verso destra una valletta, poi il ripido fianco di un dosso, calando in un marcato avvallamento. Lo seguiamo stando più o meno al centro e scendendo verso est. Passiamo così vicino alla baita Gavazza e, aggirata sulla destra una gobba, ci portiamo alla baita Pessolo di Stavello (m. 1905). Qui termina una pista sterrata che risale da Arale l’alta Val Cervia. Una targa dà il passo di Tonale a 2 ore.


Apri qui una fotomappa della discesa dal passo di Tonale alla Casera di Publino

Seguiamo la pista scendendo fino al primo tornante sx, e qui la lasciamo andando diritti e scendendo ad una valletta, dove prendiamo a sinistra e ci portiamo ad un più ampio avvallamento occupato da sfasciumi. Ci portiamo sul lato opposto, passando sul versante orientale della Val Cervia e piegando a sinistra. Una breve salita ci porta alla baita Publino (m. 2058). Qui seguiamo le indicazioni del cartello della GVO ed imbocchiamo il sentierino che sale al passo del Tonale, il terzo ed ultimo di questa lunga traversata. Nel primo tratto saliamo diritti verso est-nord-est, attraversando il vallone che scende a nord dal Corno Stella. Sul versante opposto pieghiamo a sinistra (nord) e saliamo diritti, fino ad un bivio, al quale lasciamo il sentiero che prosegue diritto traversando l’alto versante orientale della valle, per prendere a destra (est-sud-est) e puntare direttamente alla sella erbosa del passo del Tonale (m. 2352), posta a sud dell’ampia ed erbosa cima Tonale (m. 2544).
Comincia dal passo la discesa in alta Valle del Livrio, ma prima bisognerà conoscere qualcosa in più di questa valle. Ci affidiamo di nuovo alla Guida alla Valtellina del 1885:
"Da Albosaggia, e precisamente dal polite sul Torchione alla contrada di Piazza parte una via mulattiera che attraversa da prima un castagneto, poi boschi di betulla, e dopo circa mezz'ora di cammino conduce a una chiesa dedicata a S. Antonio. Pochi minuti ancora e poi la strada s'addentra in lenta salita nella Valle del Livrio, mantenendosi sulla pendice orientale, lungo una zone di monte mesta e selvaggia, che i nativi chiamano, forse con nome derivato dalle antiche traditioni religiose dell'epoca romana, i Valrnani. Il nome di Livrio dato al fiume o alla Valle da molti scrittori e nelle carte geografiche, non è antico e non traduce bene quello con cui si la designano i terrieri. Essi chiamano, nel natio idioma, Liri il torrente, e questo nome avrebbe potuto essere accolto senza variationi di sorta, molto più che è uno dei tanti che la Valtellina ha comuni coll'antica Etruria, col Lazio e la Campania. Oltrepassati gli ombrosi casolari di Cantone si arriva al Forno, che dove il suo nome ad antiche fornaci di ferro ora inoperose, grosso maggengo dove si puà trovare la notte modesto ricovero. Risalendo ancora la valle si giunge all'Alpe Piana (1495 in.), a circa tre ore e mezzo da Sondrio. Fin qui s'è percorsa una strada in parte costrutta a nuovo ed in parte riparata pochi anni or sono affine di farvi passare la soenda per trasportare a Cajolo le bore ottenute dal taglio dei boschi che erano nella valle.


L'alta Valle del Livrio ed il lago di Publino

Il taglio si face porò solo interpolatamente, e i monti sono ancora rivestiti di boschi, quantunque rari e privi di quelle piante secolari che prima vi erano in gran numero, come ci manifestano i tronchi di quelle tagliate. Anche dopo Alpe Piana il sentiero corro per una mezz'ora nel fondo della valle sulla sponda sinistra del torrente, poi si eleva tortuosarnente e ripidamente fino a un'ultima alpe detta del Publino (2110 m.) che si stende sul letto di un antico stagno, fra pareti rocciose. Vi sono due commode capanne, più riparate delle altre della valle. Una la Casera costrutta in muratura a calce , l'altra la Baita in muratura a secco. Su quest'alpe trovasi un pastore di pecore dalla metà di luglio al principio di settembre; ma anche quando egli discende lascia una buona provvista di legna e la baita aperta affinché possono trovarvi riparo coloro che si portassero lassù.
Scendiamo dunque in alta Valle del Livrio, iniziando la traversata che ci porterà sull’opposto versante orientale, al già visibile lago di Publino, presso il quale è posto il rifugio Caprari. Il sentierino scende verso est, sull’erboso fianco sinistro di un vallone, di cui poi, piegando leggermente a destra, raggiunge quasi il centro. Ben presto però piega di nuovo a sinistra e se ne allontana, proseguendo diritto nella discesa con pendenza media. Un po’ più in basso piega ancora a destra e si riavvicina al centro del vallone. Procediamo su terreno facile, senza problemi. Stando appena a sinistra del centro del vallone perdiamo rapidamente quota, in direzione est-sud-est, fino ad un bivio a quota 2140 metri circa. Qui ignoriamo il sentiero che volge a sinistra (nord), traversando il fianco occidentale della Valle del Livrio, e poco sotto pieghiamo bruscamente a destra (sud), traversando un dosso fra macereti e sfasciumi. Superato un avvallamento, sempre procedendo verso sud ci affacciamo al pianoro sul cui lato opposto si trova la Casera di Publino (m. 2098).


Traversata dell'alta Valle del Livrio

Passiamo a lato della casera e proseguendo diritti dopo una breve salita ci affacciamo ad un più ampio pianoro, dove la traccia si perde (i segnavia su paletti però dettano il percorso). Lasciamo alla nostra destra la deviazione segnalata dell’itinerario che sale al Corno Stella e pieghiamo a sinistra, procedendo verso est-sud-est. Attraversiamo così un ampio corridoio fra eriofori e candide roccette. I segnavia ci fanno passare a sinistra della forra del torrente Livrio e scendere ad una conca con una pozza ed una panca. Dopo breve salita, siamo ad un quadrivio: scendendo a sinistra ci si porta sul fondo della Valle del Livrio, salendo a destra con ampi tornanti raggiungiamo il passo di Publino e sul versante opposto, di Val Brembana, vediamo, poco sotto, il bivacco Pedrinelli (annotiamolo: potrebbe tornarci utile). Mentre andando diritti ci portiamo al lago di Publino ed al rifugio Caprari. Proseguiamo dunque diritti, passiamo a valle di un corpo franoso e del muraglione della diga, raggiungendo infine il rifugio Caprari (m. 2116).Teniamo presente che si tratta di un rifugio incustodito, quindi chiuso (è possibile ritirarne le chiavi alla sede del CAI di Sondrio, in Via Trieste 27, telefono 0342 214300, dalle 21 alle 22.30 di martedì e venerdì, pagando per ogni notte 10 Euro per i Soci CAI, 15 per gli altri). E' però sempre aperto un locale che funge da bivacco ed è dotato di una stufa e due posti letto, compresi materassi, cuscini e coperte.


Traversata dell'alta Valle del Livrio

Vale la pena di leggere come si presentò il lago sul finire dell'ottocento allo sguardo del dott. Paolo Pero, professore di storia naturale al Liceo Ginnasio "G. Piazzi" di Sondrio, che così scrive, in "I laghi alpini valtellinesi" (Padova, 1894): "Presso l'estremità superiore della valle del Livrio, chiusa a sud dalla scoscesa cerchia montuosa costituita dal pizzo Zerna (m. 2567) e dal monte Masoni (m. 2631), vi sono due graziosi laghetti, chiamati Laghi del Publino, dai quali hanno origine le acque del torrente Livrio. Essi sono circondati intorno da roccia in posto e separati fra loro da depositi d'origine secondaria, in parte glaciali, in parte franosi, che derivano dallo sfacelo delle creste montuos, che s'innalzano a E., a S. e a O. di questi laghi. Il più piccolo di essi, posto alquanto più verso S., scarica le sue acque nel secondo, attraverso il detrito sopra menzionato. Si scorge quindi come in orogine dovevano formare un lago solo: la loro divisione venne operata in seguito dal lavoro e trasporto di materiali compiuto dalle forze esogene. Il maggiore di questi due laghi, pertanto, il solo degno di particolar studio, è limitato a N. dalla roccia in posto, che sorge in forma di ampi cocuzzoli arrotondati, di cui il versante minore, interno, si continua colle sponde del lago, ed il versante maggiore, esterno, s'innalza quasi perpendicolarmente sulla valle, per l'altezza di circa 200 metri. Questo è dunque un lago orografico. La roccia appartiene a quella speciale formazione di Gneis detto di Suretta o di Spluga, dalla località della valle del Liro, dove specialmente si sviluppa. Esso è un gneis biancheggiante, a struttura granitica, dai grandi cristalli di feldspato mescolati con frammenti di quarzo e con poche pagliette di mica...


Il lago di Publino

Il lago presenta una bella forma ovale la cui maggior lunghezza va da S. a N. Le sponde sono piuttosto ripide, eccettuata quella verso S. che è formata dal detrito trasportatovi continuamente dal ripido versante montuoso che s'innalza a S.E. Verso O. la sponda si abbassa pure notevolmente, per piccolo tratto, ed ivi si apre l'emissario, che, dopo breve percorso, precipita per lo scosceso dirupo del versante esterno del lago. Le sponde sommerse, che mantengono la stessa inclinazione della parte esterna, sono coperte di ciottoli e di poco limo, sul quale trovasi piuttosto scarso il feltro organico. La sua altitudine è di 2104 m. e la superficie di 84.000 m.q. Le sue acque hanno un colore verde oscuro, non ben rappresentato da nessun numero della scala Forel; il più rappresentativo sarebbe il numero V. La temperatura interna era di 10 gradi centigradi e l'esterna di 12,3 gradi centigradi alle ore 10 e mezza del giorno 19 luglio 1893, essendo il cielo assai nuvoloso." Nel secondo dopoguerra venne costruito lo sbarramento artificiale del lago, che assunse la portata di 5 milioni di metri cubi, e la condotta forzata che alimenta la centrale di Publino, costruita fra il 1949 ed il 1951 dalla Società AFL-Falck.


Il rifugio Caprari

È interessante, infine, leggere la relazione dell’escursione ai laghi del Publino effettuata da Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne, il 23 luglio 1909: “Certi moralisti sono come certe donne che, dopo di averne fatte di tutti colori quando erano giovani, diventano nella loro vecchiaia, grandi maestre di morale. E' il caso del brav'uomo che m'accompagna stamattina sulla strada di Val del Liri e che, con lunghi discorsi, vuol dimostrarmi che l'uomo muore perchè beve e si diverte colle donne. Ma a Zappello, per essere coerente colla sua morale, si butta su una giovane contadina per abbracciarla un po' troppo boccaccescamente, ma quella si difende bene e lo manda a ruzzolar per terra. Questo episodio mi persuade sempre più che dei grandi moralisti bisogna diffidare.
La stradicciuola, corre fra i larici, come in un parco. Buttando lo sguardo indietro, si vedon sul cielo azzuro Disgrazia e Corni Bruciati, sostituiti subito dopo da Roseg e Bernina.
Tutt'intorno vi sono belle felci e spighe gialle di digitale. Qua e là, cespugli di Sanguisorba dodecandra.


Il lago di Publino

I lamponi abbondano: poveri frutti che, a causa del loro nome dialettale “Mani", han fatto scrivere allo storico Quadrio che queste valli eran dedicate agli "Dei mani. Se così si trovano le etimologie, c'è da dubitare dei filologhi come dei moralisti. Al di là della Costa, i boschi di Citiso sono in piena fioritura: enormi grappoli gialli, mandan nell'aria un profumo penetrante. Le creste del Publino appaiono nere, là in fondo alla valle, sopra l'altipiano da cui cade una cascata. Sono le dieci e quaranta quando arrivo alla baita del Publino. Nuvole involgono la cima del Corno Stella. Attraverso il piano paludoso, seguendo un sentiero che fiancheggia un laghetto, raggiungo i due grandi laghi del Publino. Un leggero vento ne increspa le acque limpidissime.
Sulle rive di uno dei laghi, c'è ancora molta neve. Tutt'intorno, il terreno è stellato di soldanelle. Ci si direbbe in primavera. E' un paesaggio di una malinconia infinita, che meriterebbe un pittore. Ma i pittori della montagna son diventati rari. Quelli che se ne occupano lo fanno con colori impossiili e con allegorie incomprensibili. Mi ricordano una povera pazza che dipingeva laghi di un rosso infuocato, montagne gialle e rosse e mi diceva che lei sola vedeva il colore reale dell'acqua e delle montagne."
(Bruno Galli Valerio, "Punte e Passi", a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).

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