CARTA DEL PERCORSO - CARTA DEL PERCORSO 2 - GALLERIA DI IMMAGINI - APPROFONDIMENTO (IL LAGO NERO DI TORENA)


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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Baita Streppaseghel-Baita Cantarena-Braghet-Malga Caronella-Malga Dosso-Malga Lavazza-Lago Nero di Torena-Malpa Pila-Rif. Nani Tagliaferri
8-9 h
800
E
SINTESI. Lasciamo la Baita Streppaseghel (m. 2092) e la sua conca ai piedi (nord) dell’elegante cima Cadin (m. 2415) e, seguendo le indicazioni del cartello della GVO, procediamo, in leggera salita, verso est-sud-est (sinistra per chi guarda a monte), per breve tratto. Poi il sentiero scarta bruscamente a sinistra, e scende su un ripido dosso, per poi piegare di nuovo a destra, scendendo verso sud. Ignorata una deviazione a sinistra (si tratta del sentiero che percorre il lungo dosso che delimita ad ovest la Val Bondone), procediamo verso sud-est, scendendo ancora. Stiamo già calpestando l’alto versante occidentale della Val Bondone. Piegando leggermente a destra procediamo verso sud, attraversiamo una valletta, a valle dell’ampia conca di sfasciumi che si apre a nord-est della cima Cadin. Il sentiero volge a sud-est (sinistra) e dopo un tratto nel bosco esce ad una fascia di magri pascoli appena a valle del gradino di soglia glaciale che ci separa dalle ampie conche dell’alta valle. Pieghiamo leggermente a sinistra, scendendo gradualmente, poco sotto quota 2100. Attraversiamo una nuova valletta e procediamo verso est, salendo per un tratto in una macchia di larici ed uscendo all’aperto per piegare a sinistra ed intercettare il sentiero 316 che dalla bassa valle (Bondone) sale ai laghetti di Cantarena. All’incrocio troviamo alcuni cartelli escursionistici. Seguiamo il cartello della GVO che dà la baita Cantarena a 20 minuti, la Casa di Caccia Barecchetti ad un’ora e la malga Caronella ad un’ora e 40 minuti. Lasciamo quindi alla nostra destra il sentiero che prosegue salendo al lago Selù ed andiamo a sinistra, scendendo verso nord-est, fino alla solitaria Baita Cantarena (m. 2071). Per un tratto la GVO coincide con il sentiero 316 che scende a Bondone. Scendiamo quindi verso nord, fino al bivio segnalato, al quale lasciamo il sentiero 316 che prosegue verso la bassa valle e pieghiamo a destra, sul sentiero che traversa verso est e poi nord-est al Capanno di Caccia Barecchetti, tagliando il versante orientale della valle e procedendo fra larici e macereti. Procediamo poi nel bosco, prima in leggera salita, poi in discesa, verso nord, fino ad uscire alla radura che ospita il capanno di caccia Barecchetti (m. 1813) alla radura del Braghet (Braghéc'), appena ad ovest del crinale che separa la Val Bondone dalla Val Caronella. Qui dobbiamo ignorare il sentiero 316 che scende verso nord-nord-ovest e prendendo invece il sentiero che prosegue diritto nord-est (indicazioni della GVO per la Malga Caronella, data a 40 minuti, la Malga Dosso, data ad un’ora e 40 minuti e la Malga Torena, data, data a 3 ore e 10 minuti). Stando sulla parte alta della radura la attraversiamo e rientriamo nel bosco, dove il sentiero taglia il crinale ed inverte completamente la direzione, da nord a sud. Procediamo nel bosco in leggera salita, poi con pendenza più marcata, seguendo il crinale fino a quota 2000 metri circa, per poi volgere a sinistra e proseguire nella salita verso sud-sud-est, sul lato della Val Caronella, fino ad una quota approssimativa di 2090 metri. Qui il sentiero piega a sinistra e scende per un tratto verso est, per poi piegare a destra, uscire su terreno aperto e proseguire la discesa verso sud, in un ampio avvallamento. Dopo qualche tornante, a quota 1950 piega a sinistra e prosegue nella discesa diretta verso sud-est che porta al centro della Val Caronella, all’alpe o malga Caronella (m. 1858). Qui incrociamo il sentiero che risale la media-alta valle dal suo imbocco, a monte di Carona, fino al passo di Caronella. Attraversiamo l’alpe passando vicino alla baita, poco a monte dell’edificio dell’AEM. Sul lato opposto, quello orientale, prestiamo attenzione alla ripartenza del sentiero che piega a sinistra (nord-est) ed inizia a tagliare salendo il ripido versante orientale della valle, fin quasi toccare quota 2000, per poi scendere leggermente al rudere di baita quotato 1940 metri. Entriamo in una macchia e scendiamo ancora fino a 1900 metri, verso nord, ed attraversiamo il solco della selvaggia Valle della Vìsega. Sul lato opposto (settentrionale) saliamo per un breve tratto, poi riprendiamo a scendere e, alla parte alta di una radura, volgiamo leggermente a destra, rientrando nel bosco e proseguendo nella discesa verso nord-est. Attraversato un versante battuto da slavine, a nord del monte Lavazza (m. 2477), rientriamo nel bosco procedendo quasi in piano verso nord-est, ad una quota di circa 1825 m., per uscire poi ai prati della Malga Dosso (m. 1856). Una delle baite della malga può fungere da punto di ricovero, perché è sempre aperta e dotata di stufa e tavolati. Restiamo sulla parte alta dei prati e raggiunto il limite orientale volgiamo a destra (sud), rientrando nel bosco e procedendo quasi in piano. Iniziamo a percorrere, fino al termine della tappa, una buona mulattiera. Tagliata la Valle Aperta, dopo un tratto nel bosco usciamo in Vall Belviso ad un desolato versante che tagliamo salendo, sempre verso sud, fino al solco della Valle dei Dossi, a nord del monte Lavazza, che attraversiamo ad una quota di circa 2000 metri. Tagliamo quindi un dosso di roccette e rado pascolo, procediamo di nuovo nel bosco ed attraversiamo un nuovo vallone. Ad un tratto nel bosco, sempre verso sud-est, segue l’uscita al versante settentrionale della Valle di Lavazza, in vista dei prati della Malga di Lavazza (m. 1889). Lasciamo alla nostra sinistra il sentiero che procede diritto verso le baite della malga e saliamo verso destra (ovest) il ripido versante di prati, fino a quota 2080 circa. Qui volgiamo a sinistra e proseguiamo verso sud, passando a valle del ripiano che ospita il grazioso laghetto di Lavazza (m. 2135). Pieghiamo ancora a sinistra e tagliamo, quasi in piano, su terreno aperto, l’alto versante meridionale della Valle di Lavazza, Ad un ampio dosso (m. 2050) volgiamo a destra (sud) e proseguiamo poco sopra il limite del bosco, sempre quasi in piano. Ci affacciamo così alla parte alta di una nuova valle, e la attraversiamo passando appena sopra il laghetto dei Porcelli (m. 2050). Tagliamo quindi un ampio pianoro acquitrinoso, verso sud, e ci affacciamo alla conca che ospita lo splendido lago Nero (m. 2034). Seguiamo la riva occidentale del lago (che resta alla nostra sinistra), poi volgiamo a sinistra e seguiamo quella meridionale, senza procedere verso il baitone della Malga Torena. Seguendo le indicazioni del cartello della GVO (che dà la Malga Pila ad un'ora e 50 minuti, la Malga Demignone a 4 ore ed il passo Belviso a 4 ore e 20 minuti) imbocchiamo il sentiero che scende verso il fondovalle, in direzione ovest, restando sul versante settentrionale della Valle del Lago. A quota 1960 metri circa, però ad un bivio lasciamo a sinistra il sentiero 317 che prosegue nella discesa e prendiamo a destra (sud), seguendo il cartello della GVO che dà la Malga Pila ad un’ora e mezza, la Malga Demignone a 3 ore e 40 minuti ed il passo Venerocolo a 6 ore e mezza. Inizia così, lungo una mulattiera militare, una lunga traversata verso sud, prima in leggera salita, poi quasi in piano, sul ripido fianco occidentale dell’alta Val Belviso. Attraversati cinque valloni principali ed alcune vallette minori, raggiungiamo la Malga Pila (m. 2010). Ci intercetta salendo da sinistra il sentiero che sale dal fondo della Val Pila. Procediamo sulla mulattiera del Passo Venano, verso sud, in leggera salita, fino ad un canalino. Qui sulle rocce è segnalato un bivio, al quale lasciamo alla nostra destra il sentiero 312 che sale al passo di Belviso (Pas de Belvìs o Pas de Pila, m. 2578), procedendo diritti. Subito dopo, però, ad un nuovo bivio, ignoriamo l’indicazione per la Malga Demignone, lasciamo la Gran Via delle Orobie (GVO) che procede diritta e prendiamo a destra, seguendo il sentiero 315, verso sud-est. Superato un avvallamento, saliamo con pendenza via via più accentuata e, dopo diversi tornanti, raggiungiamo il passo di Venano (m. 2328), che si affaccia sulla Val di Scalve, nel versante orobico bergamasco. Poco oltre il passo raggiungiamo il rifugio Nani Tagliaferri (m. 2328).


La cima Fraitina sul versante orientale della Val Caronella, a monte della malga Caronella

La decima e penultima tappa del sentiero Bruno Credaro attraversa le tre valli più orientali del versante orobico valtellinese, nell’ordine la Val Bondone, la Val Caronella e l’ampia e luminosa Val Belviso, di cui raggiunge la testata centrale. Dalla baita Streppaseghel il lungo percorso porta al rifugio Nani Tagliaferri. Per la prima volta non ci sono passi da valicare (eccezion fatta per il passo di Venano che chiude la tappa), ma solo lunghe costiere da tagliare fra splendide peccete, macchie di larici e panoramicissime radure, con ottimi colpi d’occhio sul versante retico. Altra peculiarità di questa tappa è l’andamento altimetrico, che propone una sequenza di saliscendi che si tengono quasi interamente nella fascia compresa fra 1850 e 2000 metri, fino allo strappo finale che porta ai 2328 metri del rifugio Nani Tagliaferri. Nessun problema tecnico, ma attenzione all’orientamento in alcuni passaggi nei quali il sentiero c’è, ma c’è anche il rischio di imboccarne altri. L’aspetto davvero ostico di questa tappa è però la lunghezza: 9 ore possono essere messe nel conto.


La baita Streppaseghel

Lasciamo la Baita Streppaseghel (m. 2092) e la sua conca ai piedi (nord) dell’elegante cima Cadin (m. 2415) e, seguendo le indicazioni del cartello della GVO, procediamo, in leggera salita, verso est-sud-est (sinistra per chi guarda a monte), per breve tratto, tagliando mla panoramicissima Malga Strépaséghel. Poi il sentiero scarta bruscamente a sinistra, e scende su un ripido dosso, per poi piegare di nuovo a destra, scendendo verso sud. Ignorata una deviazione a sinistra (si tratta del sentiero che percorre il lungo dosso che delimita ad ovest la Val Bondone), procediamo verso sud-est, scendendo ancora. Stiamo già calpestando l’alto versante occidentale della Val Bondone, che mostra un volto decisamente più tranquillo e rassicurante dell’aspra ed ombrosa Val Malgina.


Baita Cantarena

Piegando leggermente a destra procediamo verso sud, attraversiamo una valletta, a valle dell’ampia conca di sfasciumi che si apre a nord-est della cima Cadin. Il sentiero volge a sud-est (sinistra) e dopo un tratto nel bosco esce ad una fascia di magri pascoli appena a valle del gradino di soglia glaciale che ci separa dalle ampie conche dell’alta valle, dove riposano i laghetti di Cantarena, che la Gran Via delle Orobie non tocca. Pieghiamo leggermente a sinistra, scendendo gradualmente, poco sotto quota 2100. Attraversiamo una nuova valletta e procediamo verso est, salendo per un tratto in una macchia di larici ed uscendo all’aperto per piegare a sinistra ed intercettare il sentiero 316 che dalla bassa valle (Bondone) sale ai laghetti di Cantarena (il maggiore è chiamato lago Selù) ed al circo dell’alta valle.


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All’incrocio troviamo alcuni cartelli escursionistici. Nella direzione dalla quale veniamo la baita Streppaseghel viene data a 40 minuti e la baita Paltani a 2 ore e mezza. Noi dobbiamo invece seguire il cartello della GVO che dà la baita Cantarena a 20 minuti, la Casa di Caccia Barecchetti ad un’ora e la malga Caronella ad un’ora e 40 minuti. Lasciamo quindi alla nostra destra il sentiero che prosegue salendo al lago Selù ed andiamo a sinistra, scendendo verso nord-est, fino alla solitaria Baita Cantarena (Baita de Canteréna, m. 2071).
Per un tratto la GVO coincide con il sentiero 316 che scende a Bondone. Scendiamo quindi verso nord, fino al bivio segnalato a quota 1840 m. circa, al quale lasciamo il sentiero 316 che prosegue verso la bassa valle e pieghiamo a destra, sul sentiero che traversa verso est e poi nord-est al Capanno di Caccia Barecchetti, tagliando il versante orientale della valle e procedendo fra larici e macereti. Procediamo poi nel bosco, prima in leggera salita, poi in discesa, verso nord, fino ad uscire alla radura che ospita il capanno di caccia Barecchetti (m. 1813) alla radura del Braghet (Braghéc'), appena ad ovest del crinale che separa la Val Bondone (Val Bundù) dalla Val Caronella (Val Carunèla).


Capanno di Caccia Barecchetti

Qui dobbiamo ignorare il sentiero 316 che scende verso nord-nord-ovest alla Baita Monte Basso (data a 50 minuti) ed a Bondone (dato ad un’ora e 50 minuti), prendendo invece il sentiero che prosegue diritto nord-est (indicazioni della GVO per la Malga Caronella, data a 40 minuti, la Malga Dosso, data ad un’ora e 40 minuti e la Malga Torena, data, data a 3 ore e 10 minuti).
Stando sulla parte alta della radura la attraversiamo e rientriamo nel bosco, dove il sentiero taglia il crinale ed inverte completamente la direzione, da nord a sud. Procediamo nel bosco in leggera salita, poi con pendenza più marcata, seguendo il crinale fino a quota 2000 metri circa, per poi volgere a sinistra e proseguire nella salita verso sud-sud-est, sul lato della Val Caronella. Fino ad una quota approssimativa di 2090 metri. Qui il sentiero piega a sinistra e scende per un tratto verso est, per poi piegare a destra, uscire su terreno aperto e proseguire la discesa verso sud, in un ampio avvallamento.


Malga Caronella

Dopo qualche tornante, a quota 1950 piega a sinistra e prosegue nella discesa diretta verso sud-est che porta al centro della Val Caronella, all’alpe o Malga Caronella (Malga Carunèla, m. 1858), vasto pianoro di isolotti rocciosi che costellano il pascolo. Vi passò il 18 agosto 1907 il naturalista ed alpinista Bruno Galli Valerio, che così la descrisse: "Poi, attraverso gande e scivolare lungo i nevai, tocco i primi pascoli di Caronella. Da più di sei ore non ho incontrato anima viva ed è un vero piacere imbattermi in due vitelli che mi guardano coi loro grandi occhioni curiosi. Poi incontro alcune capre e in fine dei pastori dalle randi barbe, vicino a due belle baite. E' un pascolo oltre ogni dire artistico: sfondo di rocce brune, aride, finemente frastagliate sul cielo azzurro, pascolo di un bel verde disseminato di coni rocciosi sui quali si erigono larici, sgraziatamente in parte disseccati." (da Punte e passi, a cura di L. Angelici ed A. Boscacci, edito, per il C.A.I. di Sondrio, dalla Tipografia Bettini di Sondrio nel 1998, pgg. 99-100)
Qui incrociamo il sentiero che risale la media-alta valle dal suo imbocco, a monte di Carona, fino al passo di Caronella. Attraversiamo l’alpe passando vicino alla baita, poco a monte dell’edificio dell’AEM. Scavalchiamo il torrente Caronella (Carunèla) e ci portiamo sul lato opposto della valle, quello orientale, prestando attenzione alla ripartenza del sentiero che raggiunge il versante orientale della valle, piega a sinistra (nord-est) ed inizia a tagliarlo, fin quasi toccare quota 2000, per poi scendere leggermente al rudere di baita quotato 1940 metri.
Entriamo in una macchia e scendiamo ancora fino a 1900 metri, verso nord, ed attraversiamo il solco della selvaggia Valle della Vìsega (nome dialettale che designa la festuca, erba resistente ma scivolosa tipica dei versanti d’alta quota). Sul lato opposto (settentrionale) saliamo per un breve tratto, poi riprendiamo a scendere e, alla parte alta di una radura, volgiamo leggermente a destra, rientrando nel bosco e proseguendo nella discesa verso nord-est.


Val Belviso

Attraversato un versante battuto da slavine, a nord del monte Lavazza (m. 2477), rientriamo nel bosco procedendo quasi in piano verso nord-est, ad una quota di circa 1825 m., per uscire poi ai prati della Malga Dosso (Malga Dos o Malga dei Carunès, m. 1856), che deve il suo nome alla posizione, sul largo dosso, appunto, che sta a cavallo fra la Val Caronella, che stiamo lasciando, e la Val Belviso, che ci accoglie con i suoi amplissimi spazi. La malgarappresenta forse il punto più bello della tappa ed è eccezionalmente panoramica: lo sguardo domina la media Valtellina, fino alla Colmen. Lo sguardo esperto individua nelle giornate limpide, ad ovest, il gruppo del Monte Rosa. Davanti a noi il poggio boscoso denominato Dosso. Una delle baite della malga può fungere da punto di ricovero, perché è sempre aperta e dotata di stufa e tavolati.
Restiamo sulla parte alta dei prati e raggiunto il limite orientale volgiamo a destra (sud), rientrando nel bosco e procedendo quasi in piano. Iniziamo a percorrere, fino al termine della tappa, una buona mulattiera. Tagliata la Valle Aperta, dopo un tratto nel bosco usciamo ad un desolato versante che tagliamo salendo, sempre verso sud, fino al solco della Valle dei Dossi, a nord del monte Lavazza, che attraversiamo ad una quota di circa 2000 metri. Tagliamo quindi un dosso di roccette e rado pascolo, procediamo di nuovo nel bosco ed attraversiamo un nuovo vallone. Ad un tratto nel bosco, sempre verso sud-est, segue l’uscita al versante settentrionale della Valle di Lavazza, in vista dei prati della Malga di Lavazza (Malga Levazza o Gras del Mut Levazza, m. 1889). Insieme alla Malga Dosso, questo alpeggio era in passato chiamato "Dei Carunés", cioè degli abitanti di Carona, che lo caricavano.


Il laghetto di Lavazza

Lasciamo alla nostra sinistra il sentiero che procede diritto verso lo stallone, la baita e il Baitèl del Lac' della malga e saliamo verso destra (ovest) il ripido versante di prati, fino a quota 2080 circa. Qui volgiamo a sinistra e proseguiamo verso sud, passando a valle del ripiano che ospita il grazioso laghetto di Lavazza (Lach de la Levazza, m. 2135).
Vale la pena di allungare l'escursione di una decina di minuti per salire a visitare il laghetto. Il suo nome, come quello della malga, deriva dal termine dialettale "levàzz" o "lavàzz", che designa la romice (romex alpinus). Ridiscendiamo poi al nostro percorso e cominciamo a percorrere la lunga mulattiera militare che descrive il periplo dell'intera Val Belviso, percorrendone il versante occidentale, la testata e quello orientale, fino alla Malga Magnolta, a monte di Aprica. La mulattiera era parte integrante del sistema difensivo noto come Linea Cadorna, voluto dal generale Cadorna, durante la Prima Guerra Mondiale, per arginare un’eventuale sfondamento del fronte dello Stelvio da parte dell’esercito Austro-Ungarico.
Siamo ormai entrati nella splendida Val Belviso (Val Belvìs, interamente in territorio del comune di Teglio). Ottimo biglietto da visita è il suo stesso nome, che significa “di bell’aspetto”. La valle non tradisce le aspettative condensate nel suo nome: ampia ed aperta, offre ampia possibilità escursionistiche che regalano scenari luminosi e suggestivi. Fra gli elementi di interesse non ultimo è la particolare ricchezza floro-faunistica, per l’abbondante presenza di cervi, camosci, mufloni e caprioli, oggetto di costante monitoraggio e selezione da parte dell’Azienda Faunistico-venatori Valbelviso-Barbellino.


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Vale dunque l’invito che già si legge nella “Guida alla Valtellina” edita dal CAI di Sondrio (1884, II edizione, a cura di Fabio Besta): “Più lunga, più profonda e più ampia delle precedenti, e ricca di boschi, di pascoli e di cime, la Valle di Belviso merita di essere assai più visitata che non sia stata fin qui."
Procediamo piegando ancora a sinistra e tagliamo, quasi in piano, su terreno aperto, l’alto versante meridionale della Valle di Lavazza. Ad un ampio dosso (m. 2050) volgiamo a destra (sud) e proseguiamo poco sopra il limite del bosco, sempre quasi in piano. Ci affacciamo così alla parte alta di una nuova valle, e la attraversiamo passando appena sopra il laghetto dei Porcelli (m. 2050), presso il quale si trovano massi con incisioni rupestri. Tagliamo quindi un ampio pianoro acquitrinoso, verso sud, e ci affacciamo alla conca che ospita lo splendido lago Nero (m. 2034), che, insieme al vicino lago Verde (che si trova un po’ più in alto, sulla destra, a m. 2071 ed a sud-ovest), costituisce il complesso dei laghi di Torena.
Il lago Nero (lach négru de turéna, secondo la dizione retica, lach négher de turéna, secondo quella orobica; viene chiamato anche "lach grant de turéna"; m. 2054) è davvero pittoresco, anche per il caratteristico piccolo isolotto interamente ricoperto di vegetazione (inizialmente, forse, non lo notiamo, confondendolo con la riva opposta). Non possiamo non dare ragione a Bruno Galli Valerio, profondo conoscitore ed amante dei monti di Valtellina, e pioniere della loro esplorazione alpinistica, quando scrive: “(Il lago Nero) con il suo isolotto nel mezzo, lo sfondo chiuso dalle cime del Redasco e dell’Ortler, è tra i laghi alpini il più artistico che abbia mai visto” (da Punte e passi, a cura di L. Angelici ed A. Boscacci, edito, per il C.A.I. di Sondrio, dalla Tipografia Bettini di Sondrio nel 1998, pg. 98).


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Esiste una leggenda legata al Lago Nero ed al vicino Lago Verde, ma anche una storia tramandata popolarmente dai tellini. Si dice che sulle rive del lago Verde vivesse una tale végia Fancuna, una donna di Teglio che si era acquistata una pessima fama come donna di facili costumi. Lo scandalo nel paese portò al suo esilio: venne condotta fin qui e relegata in quest'angolo remoto della Val Belviso. Ma non era sola, perché l'alpeggio veniva caricato tutte le estati, e si racconta che caricatori e pastori fossero soliti schernirla, non senza una punta di timore, con questa sorta di filastrocca: "Végia Fancuna, i t'ha scunfinàda dént ilò, sta ént, sta ént", cioè "Vecchia Fancuna, tu hanno confinato là dentro, rimani là dentro, rimani là dentro"). Seguiamo la riva occidentale del lago (che resta alla nostra sinistra), poi volgiamo a sinistra e seguiamo quella meridionale, senza procedere verso il baitone della Malga Torena.
Accompagnati dall'immagine della povera donna condannata alla berlina popolare ci rimettiamo in cammino. Seguendo le indicazioni del cartello della GVO (che dà la Malga Pila ad un'ora e 50 minuti la Malga Demignone a 4 ore ed il passo Belviso a 4 ore e 20 minuti) imbocchiamo il sentiero che scende verso il fondovalle, in direzione ovest, restando sul versante settentrionale della Valle del Lago. A quota 1960 metri circa, però ad un bivio lasciamo a sinistra il sentiero 317 che prosegue nella discesa (verso la Malga Fraitina, data a 40 minuti, ed il ponte Frera, dato ad un’ora e 20 minuti) e prendiamo a destra (sud), seguendo il cartello della GVO che dà la Malga Pila ad un’ora e mezza, la Malga Demignone a 3 ore e 40 minuti ed il passo Venerocolo a 6 ore e mezza. Inizia così, lungo una mulattiera militare, una lunga traversata verso sud, prima in leggera salita, poi quasi in piano, sul ripido fianco occidentale dell’alta Val Belviso, con splendidi scorci sul fondovalle e sul grande lago artificiale di Belviso (il più grande della catena orobica) che lo domina. Attraversiamo così cinque valloni principali ed alcune vallette minori.


Il baitone della Malga di Torena ed il Monte Torena

La monotonia di questo tratto è stemperato dallo stupendo scenario del lago, il più esteso di tutta la catena orobica, e degli splendidi boschi di abete che gli fanno da corona. La diga che lo ha generato è stata costruita fra il 1956 ed il 1959 e contiene circa 50 milioni di metri cubi d’acqua. Purtroppo ha sommerso uno dei più ampi alpeggi della valle. Per vincere la noia possiamo anche lasciar correre la fantasia ai secoli passati, quando questi scenari di fitte peccete e generose malghe erano territorio di orsi e lupi, minaccia costante per gli armenti, tanto che nel 1478 il duca di Milano (allora signore della Valtellina), concesse agli abitanti della valle il permesso di portare armi per la difesa personale. Gli ultimi due orsi di Val Belviso furono abbattuti l’otto novembre del 1894 da Giovanni Boggini, guardaboschi di Carona. Ma, come accade spesso nelle vicende del tempo, il passato a volte ritorna, anche se mai identico a se stesso: così probabilmente in futuro la valle ospiterà qualche orso e qualche lupo, quelli però postmoderni, meno minacciosi e più corteggiati dai mass-media.
Certo non troveranno più la ricchezza di armenti di un tempo, quando la valle era famosa anche per la ricchezza degli alpeggi, o malghe, assai ambiti ed oggetto di vere e proprie aste per l’aggiudicazione. Fino agli anni Trenta del secolo scorso, e la cosa è davvero singolare, queste aste erano regolate con il sistema della candela vergine: a ciascuno degli aspiranti ne veniva consegnata una, di egual misura. Le candele venivano accese contemporaneamente e l‘alpeggio veniva dato in affitto a colui la cui candela si spegneva per ultima. Morale della favola: restare con il cerino acceso in mano non è mai cosa bella, ma con la candela accesa sì!


La Valle del Lago

Immersi in questi pensieri, raggiungiamo infine la Malga o Grasso di Pila (Gras de Pila, m. 2010). Qui ci intercetta salendo da sinistra il sentiero che proviene dal fondo della Val Pila e cominciamo a percorrere la Mulattiera del Passo Venano, parte del già citato sistema difensivo noto come Linea Cadorna, voluto dal generale Cadorna, durante la Prima Guerra Mondiale, per arginare un’eventuale sfondamento del fronte dello Stelvio da parte dell’esercito Austro-Ungarico. Procediamo ora verso sud, in leggera salita, di fronte all’imponente mole del monte Gleno (Mut Glèn, m. 2854), fino ad un canalino. Qui sulle rocce è segnalato un bivio, al quale lasciamo alla nostra destra il sentiero 312 che sale al passo di Belviso (Pas de Belvìs o Pas de Pila, m. 2578), procedendo diritti. Subito dopo, però, ad un nuovo bivio, ignoriamo l’indicazione per la Malga Demignone, lasciamo la Gran Via delle Orobie (GVO) e prendiamo a destra, seguendo il sentiero 315, verso sud-est.
Superato un avvallamento, saliamo con pendenza via via più accentuata e, dopo diversi tornanti, raggiungiamo il passo di Venano (Pas del Venàa, m. 2328), che si affaccia sulla Val di Scalve, nel versante orobico bergamasco.
Il suo nome (come quello della località Forno sul fondo della Val Belviso) segnala che anche questa valle, come buona parte delle valli orobiche valtellinesi, fu interessata in passato (fino ad inizio Ottocento) alle attività di estrazione e prima lavorazione del minerale ferroso, che poi transitava per i passi orobici.


Il rifugio Nani Tagliaferri (foto di Alessio Pezzotta, per gentile concessione)

Il rifugio Nani Tagliaferri (m. 2328), annunciato dalla bandiera italiana che vediamo salendo, non si vede ancora, perché è posto appena oltre lo spartiacque; procedendo sul largo sentiero, lo raggiungiamo in una manciata di minuti.
Inaugurato il 22 settembre del 1985 per iniziativa della sottosezione Val di Scalve Venano del CAI di Bergamo, il rifugio è attualmente gestito da Francesco Tagliaferri ed è dedicato alla memoria del fratello Nani Tagliaferri, scomparso tragicamente nel 1981 durante una spedizione nelle Ande peruviane (Pukajirka). Dispone di 60 posti letto e di un locale invernale adibito a ricovero (per informazioni scrivere a stefania_tagliaferri@libero.it oppure telefonare allo 0346 55355.
Lo raggiungiamo dopo circa 8-9 ore di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 800 metri). Nei suoi pressi un obice ricorda il doloroso periodo della Prima Guerra Mondiale, che non interessò direttamente queste montagna ma che fece della stessa Val Belviso una zona militarmente strategica nel contesto del sistema difensivo di contenimento della già citata Linea Cadorna. Vicino al rifugio è stata collocata anche una campana che commemora tutti i caduti in montagna.


Il rifugio Nani Tagliaferri (foto di Alessio Pezzotta, per gentile concessione)

CARTE DEL PERCORSO SULLA BASE DI GOOGLE MAP E GGOGLE EARTH

GALLERIA DI IMMAGINI

APPROFONDIMENTO: Viene qui di seguito riportata la relazione di Paolo Pero, professore di Storia Naturale al Liceo “G. Piazzi” di Sondrio, sul lago Nero (nella raccolta “I laghi alpini valtellinesi”, Padova , 1894).




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