CAMPANE DI BUGLIO 1, 2
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Buglio in Monte (clicca qui per ingrandire)

IL COMUNE IN SINTESI (DATI RELATIVI AL 1996)
Abitanti (Bugliesi): 2094 Maschi: 1061, Femmine: 1033
Numero di abitazioni: 974 Superficie boschiva in ha: 1009
Animali da allevamento: 2420 Escursione altimetrica (altitudine minima e massima s.l.m.): m. 262, m. 3678 (Monte Disgrazia)
Superficie del territorio in kmq: 27,84 Nuclei con relativa altitudine s.l.m.: Buglio in Monte m. 577, Ronco m. 295, Villapinta m. 325


Apri qui una videomappa sul versante retico da Ardenno a Berbenno

Sull’estremo lembo estremo orientale della bassa Valtellina, al confine con la media Valtellina, si trova, nel versante retico, il paese di Buglio in Monte (m. 577), posto in posizione climatica felice, nella parte alta di un ampio terrazzo di prati e vigneti, che si innalza di circa trecento metri rispetto alla piana della Selvetta. Per la mitezza del clima invernale, l’aspetto ridente e la collocazione particolarmente panoramica il paese è stato denominato “giardino della Valtellina” .
Il suo nome (che, con voce dialettale, suona “böi”) deriva dal termine dialettale “bui”, che significa sorgente d’acqua, abbeveratoio o fontana, a motivo delle numerose sorgenti che sgorgano dal versante montuoso sottostante all’ampia alpe Scermendone. Il territorio comunale (2.784 ettari) presenta una curiosa particolarità: parte, a sud, dalla piana del fondovalle, dove si trovano, sulla pedemontana retica “Valeriana”, fra Ardenno e S. Pietro
Berbenno, le frazioni di Villapinta e Ronco; comprende il bel versante boscoso compreso fra la valle delGaggio e la valle della Làresa, che culmina nello splendido alpeggio di Scermendone; comprende anche il lembo più orientale della Val Masino, con l’intera Val Terzana, il lato meridionale della Valle di Sasso Bisòlo e quello sud-orientale della Valle di Preda Rossa; in sintesi, nel suo sviluppo da sud a nord, dal punto più basso (i 268 metri della località Ca’ Somaschini, in prossimità della ss. 38 in località Piani della Selvetta) aquello più alto (nientemeno che i 3678 metri della cima del monte Disgrazia, dove si incontrano i confini dei comuni di Buglio, Val Masino e Chiesa Valmalenco), il territorio comunale si innalza per un dislivello di ben 3410 metri, un record, fra i comuni della provincia di Sondrio!


Villapinta

Ma osserviamo con maggiore attenzione questo territorio. Nel piano, troviamo la frazione principale di Villapinta (m. 325; si tratta dell’antica Villa Picta, cioè villa dipinta), adagiata sul conoide di deiezione del torrente Primaverta, sulla strada provinciale Valeriana, subito dopo Ardenno. Nel centro del paese spicca, per la sua configurazione architettonica moderna, la chiesa parrocchiale di S. Cristoforo, edificata nel secolo scorso.
Se proseguiamo sulla provinciale in direzione di S. Pietro Berbenno, troviamo, poi, la frazione di Ronco (m. 295),ed infine quella di Ere (m. 340), a monte della strada, sul conoide di deiezione del torrente Maroggia. Se saliamo alle case di Ere, troviamo, nella sua parte alta, una stradina che si stacca, sulla sinistra, dalla strada principale, la quale prosegue per Monastero (che è già in territorio di Berbenno). La stradina sale, tagliando una bella fascia di vigneti, fino ad intercettare la strada che da Villapinta sale a Buglio. Nel primo tratto della stradina si incontra la graziosa chiesetta dedicata ai santi Pietro e Gregorio Magno, di origine medievale (risale almeno al XIV secolo).
Portiamoci dal piano al terrazzo di Buglio: entrando in paese, troviamo subito, alla nostra destra, un cartello che indica lo svincolo per il doppio sistema di maggenghi ed alpeggi a monte di Buglio. Prendendo a destra, imbocchiamo la stretta stradina che attraversa il torrente Primaverta e si porta sul filo del largo dosso che ospita i maggenghi del Prà (m. 1150), del Mele (m. 1290), del Calèc (m. 1450), e l’alpeggio di Verdel (m. 1716). Lacarrozzabile sale, con diversi tornanti, fino ai 1450 metri del maggengo più alto, il Cale. Seguendola, troviamo due agriturismi, il Lulòc (voce dialettale che significa “allocco”) e l’Edelweiss. Se, invece, a Buglio prendiamo asinistra, ci portiamo alla parte alta del paese, dove parte, verso sinistra, la stradina che risale l’ampio dosso gemello, a monte del paese, che ospita i maggenghi di Our di Fondo (m. 1250) e Our di Cima (m. 1415), e l’alpe Merla (m. 1729). Con l’automobile possiamo raggiungere Our di Cima; fra Our di Fondo e Our di Cima si trova, ad una curva a destra, lo svincolo, sulla sinistra, rappresentato da una pista sterrata che, imboccata in discesa porta al maggengo di Erbolo, sopra Ardenno, imboccata, invece, in salita porta all’alpe Granda, sempre in territorio del comune di Ardenno. È da segnalare, infine, che al primo tornante destrorso della strada che da Buglio sale ad Our si stacca, sulla sinistra, una stradina che scende al solco del torrente Gaggio, lo scavalca su un ponte e si congiunge con la carrozzabile che da Gaggio (frazione sopra Ardenno) sale ad Erbolo.
Abbiamo parlato dei due dossi gemelli che scendono dalle alpi Merla (ad ovest) e Verdel (ad est): li separa la boscosa e stupenda val Primaverta, che sirestringe nella parte più bassa. È da segnalare che il territorio comunale comprende anche un terzo e più modesto dosso, ad est dei due, che ospita i maggenghi del Dos (m. 1250), non raggiunto da alcuna carrozzabile, e di Sessa (m. 1500), raggiunto da una recente pista che si stacca, sulla destra, da quella che sale dal Mele al Cale, valicando la selvaggia valle della Làresa. A monte di questi maggenghi è posta, a 1700 metri, l’alpe Oligna.
Al di sopra della fascia dei tre alpeggi situati a quota 1700, termina, intorno ai 1900 metri, la compatta compagine degli splendidi boschi di conifere, e si mostrano le più basse propaggini dell’amplissima e stupenda alpe Scermendone, che non ha eguali, per respiro, fascino e panoramicità, fra gli alpeggi di Valtellina. L’alpe si snoda, da sud-ovest a nord est, partendo dalla conca ad est del pizzo Mercantelli e raggiungendo la chiesetta di S. Quirico, a 2131 metri (nei cui pressi si trova il bivacco Scermendone).
Il confine del territorio comunale passa per la Croce dell’Olmo (m. 2342), modesta e suggestiva croce che si trova a monte (nord-est) dell’alpe Scermendone, al culmine dell’ampio dosso del Termine, e prosegue verso nord-est, seguendo il crinale Val Terzana – Valtellina, che passa dalle vette della cima di Pignone (m. 2608), della quota 2643 e del pizzo Bello (m. 2743). Poi volge a sinistra (nord), seguendo la testata della Val Terzana (sulla quale si trova il passo di Scermendone, a 2595 m., che immette nell’alta Valle di
Postalesio), raggiungendo i Corni Bruciati(m. 3114 e 3097), il passo di Corna Rossa (m. 2830), dove si trova l’inagibile rifugio Desio, la cima di Corna Rossa (m. 3180) e la vetta del monte Disgrazia (m. 3678). Il confine nord-occidentale, infine, descrive una diagonale approssimativa che dal monte Disgrazia scende al pizzo Mercantelli (sciöma dè Mercantéi, m. 2070). Restano, quindi, comprese nel territorio comunale l’intera Val Terzana (chiamata anche Valle di Scermendone: così, per esempio, nella carta della Val Masino curata dal conte Lurani, nel 1881-1882, che confluisce, da nord-est, nella Valle di Sasso Bisòlo, la più orientale delle valli che costituiscono la Val Masino) e le sezioni sud-orientali delle Valli di Preda Rossa e di Sasso Bisòlo.

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Dalla geografia alla storia. Gli abitanti, di Buglio, denominati “böiatèi”, hanno fama di essere persone argute, cordiali ma anche determinate nella difesa dei propri diritti. Le prime testimonianze storiche dell’esistenza di questa comunità risalgono agli anni successivi al 1000 d.C. Il toponimo si trova citato in un atto di compravendita del 16 maggio 1022, relativa a beni in località “Ronco et in Bulio” (Buglio). Tali testimonianze attestano dapprima l’esistenza di una corte di concessione imperiale, poi di un comune che faceva parte del terziere inferiore della Valtellina e della squadra di Traona (che si estendeva, di fronte a quella di Morbegno, sulla riva settentrionale dell’Adda), mentre, dal punto di vista religioso, apparteneva alla pieve di Ardenno. Nel XIV secolo sorse, a motivo della posizione strategica, un castello, possesso della famiglia Rusca di Como (nel 1328 era tenuto da Franchino Rusca di Como), poi distrutto nel corso del XVI secolo, quando i Grigioni, che avevano preso possesso della Valtellina, si diedero a smantellarne sistematicamente le infrastrutture militari, per impedire ribellioni. Della fortificazione non è rimasta traccia alcuna, se non nella toponomastica.
Sempre al Trecento (1323) risalgono le prime notizie della chiesa di S. Fedele martire. Due anni dopo inizia il dominio in valle dei Visconti di Milano, che procedono al riordino amministrativo: negli Statuti di Como del 1335 il paese figurava come “comune locorum de Bullio, de Roncho et de Villa Pincta”. Già nel corso del XIV secolo, la comunità di Buglio dovette essere organizzata in comune, di cui il 9 gennaio 1345 è testimoniato un consiglio degli uomini del luogo e delle vicinie di Buglio, Ronco e Villapinta di Valtellina, convocato per ordine del console. Il comune di Buglio sostenne liti per la definizione dei confini con quello di Berbenno fino al secolo XVI. Il quattrocento porta un'importante novità, il distacco dalla pieve di Ardenno: fu, infatti, concesso alla comunità il 2 novembre 1440 dal cardinale del titolo di Santa Maria di Trastevere Baldessar de Rio, per delega del vescovo di Como, di eleggere da allora in seguito il proprio parroco.
Nel 1512 iniziarono i quasi tre secoli di dominio delle Tre Leghe Grigie sulla Valtellina. I nuovi signori sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis Bulij " vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 541 lire (per avere un'idea comparativa, Forcola fa registrare un valore di 172 lire, Ardenno 1263, Tartano 47, Talamona 1050, Morbegno 3419); i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di 3477 pertiche e sono valutati 1236 lire; boschi e terreni comuni sono valutati 75 lire; gli alpeggi, che caricano 350 mucche, vengono valutati 70 lire; vengono rilevate due fucine, per un valore di 8 lire; i vigneti si estendono per 783 pertiche e sono stimati 1436 lire; vengono torchiate 33 brente di vino (una brenta equivale a 90 boccali), valutate 33 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 5082 lire (sempre a titolo comparativo, per Tartano è 642, per Forcola 2618, per Ardenno 9140, per Talamona 8530 e per Morbegno 12163).
Sul finire del Cinquecento il vescovo di Como, Feliciano Ninguarda, compì, nel 1589, una celebre visita pastorale, di cui lasciò un ampio resoconto scritto. Da questo resoconto risultavano allora insediate in Buglio 140 famiglie (fuochi) locali, e 20 provenienti da fuori; la quasi totalità della popolazione era di fede cattolica, poiché i protestanti si riducevano a due unità.
Ma cediamo a lui la parola: "A destra di Ardenno, salendo un miglio e mezzo sul monte verso Berbenno c'è Buglio, con 140 famiglie di indigeni e 20 di forestieri, tutti cattolici, eccetto uno di Caspano...La choesa parrocchiale è dedicata a S. Fedele martire; vicecurato è il religioso domenicano fra Innocenzo Filipponi di Morbegno. La chiesa parrocchiale di Buglio con tutta la comunità era prima sottomessa alla cura del prevosto della plebana di Ardenno, ma da molti anni, con la scusa dell'esenzione, rifiutano di riconoscere il prevosto, dicendo di avere il documento autentico di separazione; la comunità di Buglio promise di mostrarlo al Vescovo nella sua visita pastorale, ma fino ad ora non è stato visto...Giù al piano c'è Villapinta, con 8 famiglie cattoliche, distante mezzo miglio da Buglio e uno da Ardenno. la chiesa di S. Pietro apostolo è filiale di Buglio...Sul monte chiamato Sermondo c'è un'altra chiesa campestre dedicata a S. Quirico, distante sette miglia da Buglio".


Strada per Buglio

Dal cattolicissimo Ninguarda al protestante Giovanni Güler von Weineck, diplomatico e uomo d'armi, governatore della Valtellina per la Lega Grigia nel 1587-88, che così scrive di Buglio, nella sua opera intotolata “Raetia” (Zurigo, 1616): “…Buglio…sorge a breve distanza di qua dell’Adda, non nel piano, ma a circa mezz’ora di montagna sul versante della catena settentrionale, esposto quindi a mezzogiorno; un giorno fu celebre per i nobili suoi vini dolci. Ma la coltivazione della vite fu estesa a poco a poco sempre più in alto per la montagna, fin dove l’aria è alquanto rigida e si piantarono viti che producono molto vino invece di quelle che ne danno poco, ma buono; perciò il vino di queste posizioni è in genere peggiorato e decaduto un poco dalla sua antica fama. In questo paese fioriscono le famiglie Paravicini e Buttinalli”. I Parravicini, menzionati dal testo del von Weineck, si trapiantarono nel paese, insieme ai Malacrida, provenendo da Caspano.

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Di qualche decennio posteriore è il prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione dal latino di don Avremo Levi). Queste le notizie che vi si possono leggere su Buglio:
Et per cominciare per ordine del sito, la prima terra del lato dritto è Buglio, terra grande di 200 fameglie, et nobile, havendo molte casate d'antica nobiltà. Il territorio è tutto fertile et grasso, abbondante di grano, più abbondante di vino pretioso, se bene li monti hanno del sterile. cioè senza legna et herba, ma arenosi come sono quasi tutti quelli di quella squadra verso la cima. L'aria è mediocre: ha però frutti saporitissimi.
È tutta raccolta a mezzo la montagna, se non che nel piano v'è una contrata chiamata Villapenta con una picciola chiesa, et quivi è aria puoco sana, ma si fanno vini potentissimi, dolci. La chiesa parochiale è dedicata a S. Fedele, ben paramentata, ben addobbata et con una buona entrata. La pianura è spatiosa, ma inondata d'Adda et quasi tutta caregiosa. Nelli confini di suoi tertieri, appresso le radici del monte, v'è una picciola chiesa di S. Sisto et nell'istessa terra un'altra di S. Gerolamo.


Strada per Buglio

Nell’anno 1624 la popolazione del comune assommava a circa 1.000 unità. Nonostante la felice posizione e la vivacità delle attività agricole, da Buglio dovettero partire, sempre nel Seicento, numerose famiglie, in cerca difortuna fuori della Valtellina, ed in particolare a Roma, dove la comunità degli emigranti dal paese assunse una consistenza importante. Ed alcuni dei suoi rappresentanti si fecero onore: nel medesimo secolo due furono i cardinali della famiglia Parravicini del ramo di Buglio.
Il Seicento fu, però, anche il secolo della nefasta guerra dei Trent’anni, che vide la Valtellina teatro conteso fra gli eserciti dei Grigioni, alleati dei Francesi, e degli Spagnoli, alleati degli Imperiali. Con la guerra venne anche una terribile pestilenza, che colpì, soprattutto nel biennio 1631-32, l’intera Valtellina, falcidiando anche Buglio. Morirono di peste a Buglio, fra il 1631 ed il 1632, circa 100 persone, ed addirittura 150 nel successivo biennio 1635-36. In quel periodo era proibito, senza autorizzazioni specifiche, uscire da o entrare nel territorio di Buglio; molti neonati, per timore del contagio, vennero, poi, battezzati in casa e non al battistero della chiesa dal parroco che era, allora, don Paolo Castelli.
Ci vollero quasi due secoli perché la comunità si riprendesse: alla fine del Settecento, infatti, la popolazione era leggermente inferiore rispetto a quella di inizio Seicento (900 unità).
Un quadro sintetico della situazione del paese a metà del settecento ci viene offerto dallo storico Francesco Saverio Quadrio, che, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), scrive: “Buglio (Bulium). Questo Luogo, che è posto in sul Monte aveva pure un nobil Castello, come si ricava da un Confesso fatto da Gaspare Rusca Figliuol di Lottieri, come Cessionario della Taglia imposta dal Comune di Como per la Custodia di esso Castello negli Anni 1327 e 1328. Con Buglio conviene altresì Villapinta, altra Contrada, al Piano situata, a formarne la Comunità. Quivi fiorivano i Bordoni, i Musacii, i Rossetti ec. ”
Nel 1797, dopo quasi tre secoli, terminò la dominazione delle Tre Leghe Grigie sulla valtellina, a causa della bufera napoleonica. Fu, più in generale, una svolta importante anche per l’intera valle, perché il periodo della dominazione francese rappresentò, secondo quanto sostiene Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno per Valtellina e Valchiavenna riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie: ”L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadini-pastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati.


Buglio in Monte

Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci. Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire”.

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Il comune di Buglio subì diversi riassetti amministrativi. Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel Regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Buglio venne ad appartenere al cantone V di Morbegno, come comune di III classe, con 442 abitanti. Cadde anche l'astro napoleonico ed il dipartimento dell’Adda venne assoggettato al dominio della casa d’Austria, per decisione del Congresso di Vienna. Si costituì, così, nel 1815 il Regno lombardo-veneto ed a quella data Buglio figurava (con 551 abitanti), insieme a Forcola, comune aggregato al comune principale di Ardenno, nel cantone V di Morbegno. Ben presto, però, Buglio riacquistò l'autonomia amministrativa e, nel 1853, figurava, con la frazione Villapinta, come comune con consiglio, senza ufficio proprio e con 663 abitanti, nel distretto III di Morbegno.


Villapinta

Nel 1861, anno in cui venne proclamata l’unità d’Italia, gli abitanti erano saliti ad 893. La popolazione, poi, salì gradualmente fino alla vigilia della grande guerra: nel 1871 gli abitanti erano 1121, nel 1881 1162, nel 1901 1312 e nel 1911 1496.
Dall’opera “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), ricaviamo diverse interessanti notizie statistiche sul paese intorno agli anni ottanta dell’ottocento, riportate nella seguente tabella:

Frazioni principali

Mandamento

Numero delle case al 1865

Numero di famiglie al 1865

Abitanti nel 1881

Patrimonio al 1865 (in Lire)

Passivo al 1883 (in Lire)

Latteria/e
(anno di fondazione, kg. di formaggio e di burro prodotti)

Sordomuti (m e f)

Ciechi (m e f)

Cretini

Alpeggi (fra parentesi: proprietà, numero di vacche sostenibili, prodotto in Lire per vacca, durata dell’alpeggio in giorni)

Villapinta
Morbegno
494
489
1196
100027
2770
-
-
-
-

Scermendone
(110, 50, 84)

 

 

 

 

 

 

Nel 1893, anno della memorabile visita pastorale del Vescovo di Como Andrea Ferrari (il futuro Cardinal Ferrari di Milano), nella parrocchia di risultavano residenti 1326 anime, ed il parroco segnalava 80 emigranti temporanei in Svizzera (da aprile-maggio a settembre). Nel 1898 la parrocchia fu visitata dal suo successore, il vescovo Valfré di Bonzo; a quella data risultavano residenti 1260 anime, e gli emigranti, in America, California ed Australia, erano 100. Non risultavano villeggianti nella stagione estiva.

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Scermendone (clicca qui per ingrandire)

Anche nel primo dopoguerra la popolazione continuò a crescere: nel 1921 gli abitanti erano 1566 e nel 1931 1574, mentre vi fu una lieve flessione nel 1936, quando si contarono 1483 abitanti.
Ecco come Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata, nel 1928, presenta Buglio: “Ad Ardenno incomincia la zona vinicola tanto accreditata. Una rotabile conduce dalla staz. ferr. per circa km. 1 ad Ardenno, che è appoggiato al monte, indi dirigendosi a mattina e seguendo il piede della montagna, giunge dopo un paio di chilometri a Villa Pinta, pure unita con propria rotabile alla provinciale. Di lì la rotabile sale a Búglio al Monte (m. 581 - ab. 1590 - P. - modeste osterie - coop. di cons. - produz. di gerli - asilo inf.). Nella chiesa di questo villaggio vi è un bellissimo trittico di Cipriano Valorsa che serve d'ancona ad uno degli altari laterali, con le figure di S. Maria Maddalena, di S. Sebastiano e S. Rocco dipinte a tempera. Secondo il Monti è uno dei migliori e meglio conservati del Valorsa che vi ha saputo trasfondere tanta soavità nelle linee eleganti e nelle tinte delicate e trasparenti da ispirare un sentimento di tranquillità intima e pura, che eleva lo spirito sopra le cose terrene e volgari. Sopra, fra gli intagli, forse opera di un fratello del Valorsa, vi è una piccola Annunciazione di carattere decorativo. La chiesa inoltre possiede tre vetri dipinti dal De Passeris di Torno, uno con S. Pietro, un altro con un pellegrino di vaghe movenze, rifatto dal Bertini; il terzo con M. V., il B., S. Rocco e S. Sebastiano; una preziosa croce d'argento col nome di G. Pietro Lierni da Como, del 1521. Ha alla base una edicoletta esagona colle sei faccie lavorate a foggia di finestre con buoni ornati; racchiude ciascuna una lastrina d'argento finemente istoriata a bulino, con fatti della vita di N. S.; alle estremità delle braccia, in tante nicchiette a conchiglia, da un lato la M., S. Giovanni e le Marie contornanti il Crocefisso; dall'altra l'Eterno Padre cogli Evangelisti. Le braccia sono coperte da lamina traforata a squisito disegno, e sotto si scorge una lamina dorata. Sono interessanti un'altra piccola croce d'ottone del 400, con traccio di smalti; una cattedra del 1710, con intagli molto ben fatti, a festoni di frutta e figurine simboliche; una Pace di ottone del 1571, un bel ostensorio d'argento."
La Seconda Guerra Mondiale, durante la quale il paese fu teatro di una tragedia: occupato dai partigiani per pochi giorni, venne attaccato e ripresa da una massicia azione delle forze nazifasciste (battaglia di Buglio, 16 giugno 1944, che costò la vita anche ad alcuni civili e che si concluse con la fucilazione dei partigiani catturati.).
Ecco, ora, i nomi riportati sul monumento nella piazza del paese, “Buglio ai suoi caduti” (1915, 1918, 1940, 1945): Ten. Martinelli Giulio 1920, De Giovanetti Elia 1914, De Giovanetti Onorino 1923, De Giovanetti Giuseppe 1911, De Giovanetti Domenico, Castellanelli Giovanni, Codazzi Giovanni 1919, Codazzi Giuseppe 1915, Cipolla Ezio 1922, Ferula Gino 1917, Gianoli Ezio 1922, Pologna Giovan Maria (Custoza), Borromini Eugenio 1922, Azzalini Giuseppe 1917, Azzalini Severino 1919, Bellasi Aldino 1916, Iemoli Teodoro 1917, Iletti Andrea 1911, Franzina Egidio 1919, Mottarlini Severino 1921, Mottarlini Pierino 1916, Poletti Giovanni 1921, Selvetti Vittorio 1919,  Gianoli Giuseppe 1913, Gianoli Ugo 1919, Triangeli Sandro 1922, Perregrini Fedele, Perregrini Aldo 1925, Perregrini Giovanni 1920, Perregrini Giacomo 1914, Bigiotti Quirico 1925, Salvetti Desolina 1921, Sciani Giacomo 1914, Barri Giacomo, Bongini Antonio, Martinoli Antonio, Rebai Vincenzo, Borromini Andrea, Bertolini Giacomo, Bertolini Vittore, Caneva G. Battista, Bigiotti Quirico, Giordani Giovanni, Boscacci Quirico, Pologna Giacomo, Perregrini Pietro, Azzalini Giuseppe, Borromini Guido, Franzina Cirillo, Giordani Giuseppe, Masa Aristide, Pezzetti Adolfo 1923, Sciani Giovanni, ed i caduti civili Travaini Tarcisio 1930, Travaini Gemma 1942, Pedroli Maddalena 1882, Selvetti Fedele 1954, Franzina Chiara 1906, Iemoli Pietro e Botterini Giulia.


Villapinta

Nel secondo dopoguerra la popolazione riprese il suo progressivo aumento: dai 1792 abitanti del 1951 si passò ai 1822 del 1961, ai 1986 del 1971, ai 2046 del 1981 ed ai 2094 del 1991; una lieve flessione si registra nel 2001 (2038 abitanti); nel 2005 gli abitanti sono 2052.
L’accesso al centro di Buglio è facile. Percorrendo la ss. 38 dello Stelvio, superato il tirone di Ardenno (se si proviene da Morbegno-Milano), una semicurva a destra immette al tirone che porta a S. Pietro-Berbenno. Percorso un tratto di tale tirone, si trova, sulla sinistra, in località Piani di Selvetta, lo svincolo, segnalato, per Villapinta e Buglio. Percorso un rettilineo, ci si immette sulla provinciale Valeriana, dove si prende a sinistra. Dopo una breve salita ed una curva a destra, ci si stacca, sulla destra, dalla provinciale, imboccando la strada che, dopo 4 km, ci porta a Buglio, attraversando il solco della val Primaverta. È stata di recente tracciata una seconda carrozzabile, che sale a Buglio dal lato opposto (occidentale), partendo dal limite orientale di Ardenno, in corrispondenza del ponte sul torrente Gaggio, e sale al cimitero di Buglio.


Laghetto di Scermendone

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Il territorio montano di Buglio si presta a numerose escursioni dense di colori e fascino. Ecco come sintetizza alcune di queste possibilità la Guida alla Valtellina edita dalla sezione Valtellinese del CAI nel 1884:
Una rapida salita conduce alle prime baite di Sasso Bisolo (1466 m.) dove confluisce la valle di Scermendone. Rimontando quest'ultima valle lungo un sentiero sassoso ma non arduo si arriva al Pian di Spina e al passo di Scermendone, da cui si discende agevolmente per la valle di Postalesio al Maggio omonimo a sette chilometri da Sondrio. Girando invece in alto attraverso erte pende la valle di Postalesio si può scendere per la bocchetta di Caldenno (2450 m. circa) a1 nord della cima in vai del Torreggio e quindi a Torre o a Chiesa in val Malenco, oppure, lungo la cresta del Caldenno e dell'Arcoglio all'alpe Morscenso, a Triangia e a Sondrio. Da Cataeggio a Sondrio per questa via occorrono circa dieci ore di cammino. Salendo alla chiesa di S. Quirico (2125 m.) si può, per gli splendidi pascoli di Scermendone e magnifici boschi d'abete, discendere a Buglio (506 m.1162 ab.) e ad Ardenno. Continuando invece a rimontare la valle di Sasso Risolo si arriva dopo non molto all'alpe Foppa (1813 m.) e a quella di Preda Rossa (1950 m.), un tempo ordinario punto di partenza per la salita al Disgrazia.


Preda Rossa

Ma nel 1882 il Lurani, diligente illustratore delle montagne del Masino, col concorso del signor Ernesto Albertario fece costruire più in alto, fra la morena laterale del ghiacciaio e la cresta che divide la valle di Mello da quella di Preda Rossa, un rifugio alpino a coi impose il nome di Capanna Cecilia (2558 m.), e che donò poi alla sezione di Milano del C. A. I. La capanna Cecilia, che può ricoverare comodamente cinque o sei persone, serve per la salita al Disgrazia a chi parte dal Masino. Da essa, a quanto assicura il Lurani, si può raggiungere in breve tempo la Cima Vicima (2856 m.), e quella settentrionale del Corno Bruciato (3009 m.). Non si hanno notizie di ascensioni fatte a queste due cime. Il Corno Bruciato ha due altre vette; quella di mezzo, la più alta (3112 m.) venne ascesa dal Lurani il 27 agosto 1881. Dall'alpe di Preda Rossa (1950 m.) raggiunse in quattro ore di lenta salita la bocchetta, tra essa cima e la terza a mezzogiorno (2060 m.). Dalla bocchetta (2835 m.) alla punta estrema magnifica scalata fra labirinti di rupi difficili. Questa fu probabilmente la prima salita. La cima offre traccie antiche e recenti di fulmini e stupendi campioni di fulguriti.
Dalla capanna Cecilia, per morene e il ghiacciaio di Preda Rossa, si arriva, in circa un'ora di salita, al passo di Corna Rossa, e alla capanna del Disgrazia (2800 m.) ivi costrutta a cura della Sezione valtellinese del C. A. I., dalla quale pergandoni e nevai si scende all'alpe Ragli nella valle del Torreggio.

Carta del territorio comunale (estratto dalla CNS su copyright ed entro i limiti di concessione di utilizzabilità della Swisstopo - Per la consultazione on-line: http://map.geo.admin.ch)

APPENDICE LETTERARIA: alcune pagine dal romanzo "Jürg Jenatsch" di Conrad F. Meyer (clicca qui per aprire il testo)

APPROFONDIMENTO: LA BATTAGLIA DI BUGLIO NEL CONTESTO DELLA STORIA DELLA RESISTENZA IN BASSA VALTELLINA

La Valtellina, dopo l’8 settembre 1943 e la costituzione della Repubblica di Salò, di fatto controllata dai Tedeschi, diventò molto importante per i Fascisti. Infatti i suoi impianti idroelettrici erano fondamentali per alimentare le industrie del milanese, e non ci si poteva permettere che subissero danni ad opera dei Partigiani. Nel 1944, dopo lo sbarco in Normandia, era ormai chiaro a tutti i Fascisti che la guerra sarebbe stata persa, anche se nessuno poteva dirlo, perché sarebbe stato accusato di essere disfattista.
Uno dei gerarchi Fascisti, Pavolini, ideò allora il piano di fortificare la Valtellina e di farne un “ridotto”, cioè un luogo di resistenza ad oltranza nel caso in cui gli Alleati, che stavano risalendo la penisola, avessero sfondato la “linea gotica” tedesca e quindi conquistato la Pianura Padana. L’idea Pavolini era di ritirarsi in Valtellina, dove ci si poteva difendere, data la natura del territorio, per lungo tempo. Lo scopo era, probabilmente, quello di costringere gli Alleati a trattare una resa onorevole, minacciando in caso contrario di sabotare le centrali idroelettriche. Nel caso peggiore si poteva poi fuggire nella neutrale Svizzera e sfuggire così ai possibili processi.
Nell’articolo “1945: il Ridotto Valtellinese”, di Carlo Alfredo Clerici ed Enrico E. Clerici (pubblicato nel Bollettino della Società Storica valtellinese del 1997) ci sono alcuni interessanti documenti che spiegano il significato di questo progetto. Il primo è una lettera di Mussolini a Pavolini scritta intorno alla metà di settembre del 1944:
"Vi affido con la presente l'incarico formule di presiedere e dirigere i lavori della Commissione che si chiamerà "Ridotto Alpino Repubblicano" (RAR) intendendo per tale denominazione la zona prescelta per organizzarvi la più lunga resistenza possibile all'invasore. Tale resistenza deve essere organicamente preparata, tempestivamente e in ogni campo....Mi terrete informato dello sviluppo dei vostri lavori".
Il secondo documento è il progetto che il federale di Milano Vincenzo Costa espose a Mussolini, giunto in visita alla federazione fascista di Milano nel dicembre del 1944, con queste parole:
Non intendiamo lasciarci sorprendere da un altro 25 luglio, non vogliamo lasciarci sorprendere nell'impossibilità di difenderci, dobbiamo essere preparati ad affrontare la situazione con eroismo. Ecco perché il fascismo milanese, interpretando il pensiero di tutti i fedeli al nostro Ideale e a voi nostro duce, intendo attuare il progetto del "quadrato della Valtellina.
Le difese della vecchia "Linea Cadorna", le difese naturali offerte da quei monti che chiudono la valle sono la base di un concentramento di forze fasciste, che bene distribuite in posizioni di difesa possono tenere a distanza il nemico.
Nella valle ci sono le più importanti centrali elettriche che alimentano l'energia della Lombardia e se minacciassimo di farle saltare daremmo all'avversario un motivo di apprensione.
In Valtellina, a qualche chilometro dal suo imbocco, nel comune di Rogolo, abbiamo ammassato ingenti quantità di viveri e di munizioni. Una compagnia di fucilieri della Resega già provvede al controllo degli accessi alla valle e dopo che le forze fasciste vi saranno affluite provvederà a far saltare i ponti sul Mera, sull'Adda e a minare il passo di Piana. La batteria d'artiglieria della Resega ha appostato i suoi cannoni tra la punta di Fuentes e Piana. In Valtellina, duce, potrete eventualmente "trattare" con il nemico. La Svizzera è immediatamente vicina e corre parallela a tutta la profondità della valle, per cui si potrà anche entrarvi in forze: in tal caso la confederazione elvetica disarmerà e farà prigioniere le forze fasciste. Il quadrato della Valtellina dovrebbe attuarsi come segue:
a) All'ora X. e come da ordini precedentemente dati al comandante militare di ogni provincia, le forze fasciste raggiungeranno la Valtellina portando con loro viveri per almeno 30 giorni per tutti.
b) Un comandante generale, designato dal duce, assumerà il comando del concentramento delle forze fasciste in Valtellina e disporrà la loro assegnazione nelle posizioni di difesa prestabilite.
c) Settore Chiavenna. Le forze della provincia di Como sbarreranno i passi del confine con la Svizzera, si sistemeranno in posizione di difesa da Chiavenna a Montemezzo, sopra l'imbocco della Valtellina.
d)  Settore Fuentes. Le forze fasciste della provincia di Milano, costituite dalla brigata nera Resega e dalla legione Muti e GNR, bloccheranno, con il battaglione Perugia, la Valsassina da Premana a Dervio, l'accesso alla valle del passo di Piana e le strade che provengono da Sorico e si collegano con punta Fuentes.
e) Settore Val Bretnbana. Le forze fasciste della provincia di Bergamo bloccheranno gli accessi in alta valle occupando i capisaldi dominanti e mantenendo i collegamenti con le forze bresciane del settore della Val Canonica e quelle del settore Puentev
f) Settore Val Canonica. Tutte le forze fasciste della provincia di Brescia raggiungeranno il passo dell'Apriva percorrendo la strada che parte da Edolo in stretto contatto con le forze fasciste del settore della Val Brembana e con esse poi ripiegheranno in Valtellina. Tutte le altre forze fasciste in ritirata a mano a mano che arriveranno si uniranno alle forze dei vari settori indicati o si concentreranno nelle località indicate dal comando unico che avrà sede a Sondrio.
Questo è il progetto del ridotto della Valtellina, un progetto che, se attuato, all'ora X imporrà all'avversario il rispetto delle nostre famiglie, delle nostre case perché altrimenti potremmo compiere "rappresaglie" i cui obiettivi potrebbero essere costituiti dalle centrali elettriche, dagli ostaggi, dai prigionieri. Duce, perdonateci se abbiamo preso un'iniziative, che non ci compete, ma ci è stata imposta dalla situazione. Se dobbiamo vivere vorremmo farlo all'ombra della bandiera della repubblica sociale italiana: vorremmo vivere con voi. Se dovessimo morire vorremmo essere impiccati all'asta della bandiera tricolore della repubblica sociale italiana dopo aver fatto quadrato attorno a voi, nostro duce".
Il piano poteva riuscire ad una condizione: “bonificare” la Valtellina dalle formazioni partigiane che, dai monti, potevano costituire una pericolosa insidia e mandare in fumo il progetto. Questo spiega come mai nella bassa e media Valtellina l’azione delle forze nazifasciste contro le formazioni partigiane, soprattutto dall’estate del 1944, fu particolarmente intensa.
In alta Valtellina, invece, le formazioni partigiane ebbero vita più facile e non si ebbero scontri di rilievo. I partigiani, in Valtellina, erano, come nel resto d’Italia, divisi in due fazioni ideologicamente diverse: le formazioni garibaldine, di orientamento comunista, e quelle “bianche”, di orientamento cattolico e liberale. Fra le due fazioni vi furono momenti di tensione e si giunse in qualche caso ad un passo dallo scontro.
Il periodo più duro per la resistenza in bassa Valtellina fu senza dubbio quello che parte dall’estate del 1944. Il 6 giugno avvenne lo sbarco in Normandia e le formazioni partigiane in tutta Europa ricevettero la direttiva di impegnare in battaglia le forze nazi-fasciste per evitare che queste venissero trasportate sul fronte della Normandia, dove si svolgeva una battaglia cruciale (se gli Alleati avessero vinto, la guerra avrebbe avuto una svolta decisiva in loro favore, mentre se fossero stati ributtati in mare, si profilava uno stallo che avrebbe probabilmente conservato ad Hitler buona parte dell’Europa continentale).
Il comandante della divisione Garibaldi, Dionisio Gambaruto, “Nicola”, decise di obbedire a questa direttiva e di conquistare un paese tenendolo il più possibile. La scelta cadde su Buglio (ai confini del mandamento di Morbegno).
Ecco come egli stesso descrive quel che avvenne: “Giugno segnò… il via in grande stile delle operazioni partigiane: 1'1 ci fu l'assalto, con gli uomini di «Al», alla caserma di Ballabio; il 10 l'attacco improvviso al treno Milano-Sondrio; 1'11 giugno l'occupazione di Buglio in Monte, un piccolo paese di mezza montagna della Valtellina. I partigiani presero possesso del paese, venne destituito il podestà fascista, nominato il sindaco e, per una settimana, si tennero « consigli comunali » di tipo democratico. Tutta la popolazione ebbe diritto di parola; tutte le sere si svolsero assemblee di popolo nei locali pubblici, nelle osterie, in ogni punto ove ci fosse una sala capace di contenere più di dieci persone. Venne deciso di distribuire alla popolazione i generi alimentari che i fascisti avevano ordinato di consegnare all'ammasso, lana di pecora, grassi, latte, altro. É evidente che la presa di Buglio in Monte era stata una sfida aperta al regime fascista. Il 6 giugno gli alleati erano sbarcati in Normandia e noi della Resistenza avevamo ricevuto l'ordine di entrate in azione dappertutto per allargare quanto più possibile il conflitto e per disturbare la marcia delle truppe fasciste e tedesche. Per questo occupammo Buglio, che divenne il primo comune libero di tutta la Valtellina…. I fascisti del resto avevano annunciato un rastrellamento sulle colonne del «Popolo Valtellinese». L'attacco a Buglio fu portato in massa. Era il 16 giugno. C'erano tedeschi, polacchi, mongoli utilizzati dai nazisti nella controguerriglia, militi della GNR, brigatisti neri, in tutto circa un migliaio di uomini. Una decina di cannoni erano piazzati ai due lati della cascina. Era l'alba quando udimmo i primi colpi di artiglieria. Cominciarono a crollare le case, i cascinali, i fienili. Decidemmo la ritirata mentre « Ennio il Rosso » con una mitragliatrice rispondeva al fuoco nemico fino a che non fu colpito da un attacco alle spalle. Gli studenti milanesi, senza armi, contribuivano gettando sassi. Chi fu catturato venne fucilato sul posto. Per noi quella scelta rappresentò una sconfitta; forse non avremmo dovuto rimanere troppo arroccati nella zona anche se non era un nostro obiettivo trasformare quella striscia di terra in una Repubblica. Nostra intenzione era di restare a Buglio solo qualche giorno, portare in alto i nostri magazzini e poi andarcene. Eravamo cioè ben convinti di dover evitare una battaglia frontale ma i nemici furono più rapidi di noi.” (Testo tratto da “La resistenza più lunga”, di Marco Fini e Franco Giannantoni, Milano, SurgarCo, 2008).
Il comandante partigiano ammette che vi furono degli errori di valutazione. Il bilancio della battaglia di Buglio fu tragico, perché morirono non solo partigiani, ma anche alcuni civili, colpiti dal mitragliamento delle forze nazi-fasciste. Per questo il ricordo di questa tragedia è ancora vivo in paese, non se ne parla volentieri. A lato della strada che sale a Buglio, poco sotto il paese, è stata posta una targa che commemora i partigiani caduti nella battaglia di Buglio. Si legge: “Caduti per la libertà. 16 giugno 1944. Valeni Clemente, 1908. Reda Pierino, 1924. Pasina Gustavo, 1927. Nicocelli Vinicio, 1926. Bianchi Virgilio, 1926. Bollina Sergio, 1926. Vecchiantini Luciano, 1920. Zamboni Ferruccio, 1923. Gabellino Luciano. Comune di Buglio in Monte”.
Su un pannello vicino si legge: “Il “sentiero della Memoria” ripercorre i luoghi teatro degli eventi tragici legati alla Seconda Guerra Mondiale (’43-’45) che hanno riservato al paese di Buglio in Monte un ruolo non marginale e purtroppo doloroso. Quegli avvenimenti ci hanno consegnato il bene prezioso della libertà e della democrazia che oggi siamo tutti tenuti a preservare nel rispetto reciproco.”
Dante Sosio, nel suo volume “Buglio in Monte” (Sondrio, 2000), scrive, in proposito: “I colpi di mitraglia raggiunsero due bambini in fuga: Tarcisio Travaini, 12 anni, stava portando in salvo, sulle spalle, la sorellina Gemma di 2 anni. Caddero uno sopra l’altro come altri civili, Caterina Franzina, Pietro Iemoli, Maria Pedroli, Fedele Salvetti, Giovanni e Giacomo Sciani…. L’impari lotta nel ricordo di Giuseppe Giumelli, Camillo, medico delle formazioni partigiane in Valtellina, … in una testimonianza di qualche anno fa, prima della sua scomparsa: “Un colpo di mortaio, raccontò, diede il via all’attacco. Le case di Buglio bruciarono quasi subito. La lotta apparve impari: contro migliaia di nazifascisti armati c’erano 50 partigiani e 150 giovani con nelle mani solo dei sassi… Il Reda, un fornaretto di Ardenno, diciassettenne, fu ferito ad una coscia. Medicato, tornò a combattere ma lo presero ed un soldato tedesco lo finì con la rivoltella. Il Pasina, un altro ragazzo di 17 anni di Talamona, fu trovato irriconoscibile qualche giorno dopo: i fascisti lo avevano cosparso di benzina e gli avevano dato fuoco. Quel giorno a Buglio arsero 36 case. La sera dopo ci ritrovammo tutti all’alpe del Masino. Ebbi con Nicola un aspro scontro verbale al termine del quale decisi di andarmene seguito da due, tre partigiani.”
Inoltre proprio a Buglio, a causa di quello che era accaduto, furono portati, dopo la fine della guerra (esattamente il 15 maggio 1954), alcuni esponenti e simpatizzanti del regime fascista e vennero fucilati presso il cimitero del paese. Nel medesimo volume si trovano i loro nomi: Mossini Nelda e il fratello Guido di Ardenno, Sante Vaccaio di Pavia, avvocato, Parmeggiani Rodolfo di Sondrio, ragioniere, Tam Angelica di Villa di Chiavenna, professoressa, Lantieri Carlo di Tirano, ufficiale maggiore degli Alpini, Forzoni Giovanni di Firenze, giornalista, Fattori Marino di San Marino, colonnello, Bertoli Giovanni di Sondrio, Barra Cesare di Magenta, commerciante, Poletti Gustavo di Sondrio, direttore de “Il Popolo d’Italia”, Muttoni Emilio di Sondrio e Zoppis Cesare di Sondrio, impiegato.
In conseguenza della battaglia di Buglio si ebbe, come visto sopra, una prima frattura fra i due leader della resistenza in bassa Valtellina, “Nicola” e “Camillo”. Quest’ultimo ricorda: “Durante l'estate, riesplosero fra me e « Nicola » motivi di dissenso in relazione ad imprese che lasciavano spazio a forti critiche. Seppi che i partiti avevano lanciato un attacco politico notevole e che le azioni recavano un po' quel marchio. Giunsero fra di noi opuscoli di propaganda e arrivarono da Milano persone del tutto ignare di tecnica di guerriglia. Gente che nulla aveva a che fare coi partigiani.
Avvennero rapine ed omicidi ingiustificati e fra la popolazione valtellinese si creò del malumore che segnò anche i rapporti fra partigiani locali e quelli venuti da fuori nell'estate. La tensione aumentava visibilmente e fra me e « Nicola » si creò ancora uno stato di assoluta incomunicabilità…
I miei rapporti con «Nicola» si inasprirono ancor di più. Anche gli uomini protestarono mentre i valligiani di Mello insorsero vedendo portar via il formaggio e il bestiame. L'entusiasmo di un tempo stava spegnendosi e si incrinava l'antica solidarietà. La popolazione era stanca di pagare e di non essere difesa… La linea intransigente di «Nicola» non si fermò. In quei giorni trovò a Roncaglia due uomini ai quali chiese per chi parteggiassero, se per Giumelli o per lui. Alla risposta, gli uomini di «Nicola» presero quei miei partigiani, li seviziarono e poi li fucilarono.
Quando fui informato dell'episodio dichiarai che non potevamo accettare supinamente, che avremmo vendicato i caduti. Giunsi alle spalle di « Nicola » ma poi ebbe in me sopravvento la ragione. Trascorse poco tempo, e dopo aver ricevuto altre pressioni tese a strumentalizzarmi, mettendomi ancor più contro «Nicola» e la Resistenza, accettai, per le insistenze continue, di incontrarmi con il comandante garibaldino a tu per tu a Cataeggio. Ci vedemmo su un prato, con cinque uomini armati da una parte e cinque dall'altra. Io avevo una Colt e « Nicola » una bomba a mano. Con me c'era «Athos» e le rispettive bande erano in attesa nei boschi. Si discusse a lungo, poi per buona pace di tutti si accettò di ricostruire la formazione nel nome dell'unità. Ottenni il comando dei miei uomini; Giulio Spini mi seguì come commissario politico. Era la fine ottobre 1944.” (Da “La resistenza più lunga”, op. cit.)
Il famoso Alfondo Vinci (grande scalatore e studioso, attualmente sepolto nel cimitero di Pilasco frazione di Ardenno) racconta così quelle vicende: “La fuga di Giumelli non mi sorprese: conoscevo bene l'uomo, i suoi atteggiamenti, il suo attaccamento alle tradizioni. Chiesi a «Nicola» il permesso di poter andare a parlargli. «Nicola» inizialmente si oppose, poi accettò. Partii solo, armato della pistola a tamburo e di quattro bombe a mano. A Cevo, dopo un po' di cammino, la sorpresa: un partigiano di nome «Biancaneve», con altri uomini, mi intercettò, dopo avermi riconosciuto come partigiano di Nicola. Fui disarmato dopo che avevo spiegato lo scopo del mio viaggio. Furono attimi di terrore, in cui emerse il profondo contrasto fra i due gruppi. Alla fine, affidato a due partigiani, mi fu permesso di proseguire. Intanto, senza che io lo sapessi, « Nicola » con una decina di uomini mi aveva seguito. Trovò sulla strada «Biancaneve», scoprì nelle sue mani ed in quelle di altri due partigiani le mie armi e fucilò seduta stante i tre. Trovai Giumelli. Mi disse che era in netto disaccordo con i «milanesi» e che non approvava i loro metodi”.
Ecco, infine, la versione dell’altro antagonista, “Nicola”: “Subito dopo questa battaglia esplose il «caso» del medico Giumelli, responsabile del nostro servizio sanitario. La sua condotta produsse una scissione che mirò da una parte a sfasciare la divisione e dall'altra ad eliminare tutti i comandanti, compreso il sottoscritto, creando una formazione sotto il controllo di « G.L. ». Giumelli in questa iniziativa fu seguito da altri uomini, tutti valtellinesi come lui. Andò così: fummo informati che alcuni nostri compagni si erano impadroniti del deposito viveri e che «Bill» (Alfonso Vinci), nostro capo di Stato Maggiore, era stato disarmato dagli scissionisti. Dopo questa mossa Giumelli prese contatto con il CLN ed immediatamente dopo si avviarono trattative fra il CLN, i nostri Comandi e le altre divisioni.”
Si nota che Camillo e Nicola partivano da convinzioni diverse: per quest’ultimo la strategia della guerra era al primo posto, mentre il primo era molto attento anche alle conseguenze che certe azioni potevano avere sulla popolazione civile e sui contadini. Ma dietro questa divergenza c’erano motivi più profondi. La contrapposizione fra la fazione comunista e quella cattolico-liberale della resistenza non si verificò solo in Valtellina e non fu dovuta solo ad una contrapposizione di figure, ma era legata ad una visione ideologica diversa. Per i “rossi” la resistenza era solo il punto di partenza per instaurare nell’Italia liberata dai nazi-fascisti di un regime di socialismo reale, come quello dell’URSS, regime concepito da loro come il regime della vera libertà e democrazia. Per cattolici e liberali, invece, il comunismo era un pericolo contro il quale bisognava vigilare: per loro dopo la fine della guerra l’Italia sarebbe dovuta diventare una democrazia con lo stesso assetto istituzionale di Inghilterra, Francia e Stati Uniti.
Tornando alle vicende della resistenza e spostandoci un po’ più ad ovest, consideriamo Ardenno. Qui non si ebbero veri e propri scontri, ma sui maggenghi a monte del paese furono bruciate alcune baite dove i partigiani avevano punti di appoggio (prati di Lotto, estate 1944). Una cosa analoga avvenne in Val Masino, dalla quale, per il passo di Zocca, si poteva espatriare in Svizzera: molte baite ed anche i rifugi alpini vennero dati alle fiamme. 
La battaglia di Buglio era solo l’inizio della controffensiva nazifascista: i Repubblichini ed i Tedeschi decisero, nell’autunno del 1944, di farla finita con la resistenza, approfittando del fatto che l’avanzata degli Alleati da sud procedeva più lentamente di quanto previsto. Durante l’inverno, infatti, questi si fermarono sul fronte appenninico, in attesa della primavera. Il generale Alexander emanò un famoso proclama nel quale invitava i Partigiani a sospendere le operazioni ed a tornare a casa in attesa della primavera, stagione nella quale si sarebbe scatenata l’offensiva decisiva. Ovviamente questo proclama venne sentito un po’ come una beffa, perché i partigiani non potevano certo tornarsene alle proprie case.
Procedendo da Ardenno verso ovest troviamo la grande Costiera dei Cech, il solare versante retico che si estende da Campivico a Dubino. Qui il 1 ottobre 1944 si scatenò una seconda importante battaglia, quella di Mello o battaglia di S. Antonio. I reparti fascisti, per disperdere le formazioni partigiane che formavano la Prima Divisione Garibaldi, appostate nella zona di Mello, decisero un'azione militare, che scattò alle otto di mattina della domenica del primo ottobre 1944: un'ottantina di uomini da Morbegno, attraversato il ponte di Ganda passando per S. Croce, salirono verso Mello, con il probabile intento di raggiungere Poira, sede del Comando di Brigata. I partigiani non furono colti di sorpresa, avendo avuto notizia dell'azione grazie ad una soffiata (un drappo colorato apposto ad una finestra a Morbegno), e tentarono di bloccare la colonna operando un'imboscata prima che raggiungesse il paese, senza però riuscirci. La colonna, giunta a Mello, diede fuoco a diverse case; alcuni militi piazzarono una mitragliatrice sul campanile della chiesa di S. Giovanni di Bioggio, per tenere sotto tiro i reparti partigiani. Altri 140 fascisti si aggiunsero agli 80 salendo da Cino e Cercino, ed aggirarono i reparti partigiani salendo ai prati di Aragno. Verso mezzogiorno la battaglia divampò in tutti i settori. I reparti partigiani erano sempre più inferiori per numero di uomini ed armi, dal momento che nuove forze fasciste affluivano dal fondovalle, e cercavano di resistere dividendosi in gruppetti di 10-15 unità e sfruttando la tattica della mobilità. Gli scontri, che ebbero come baricentro il tempietto di S. Antonio, sull'attuale pista che congiunge Mello a S. Giovanni di Bioggio, investirono anche dell'abitato di Mello. Alle 20 i fascisti decisero di ritirarsi, dopo aver comunque portato a termine la distruzione e l'incendio di molte case. I partigiani, lasciati i morti nel cimitero di Mello ripiegarono verso Poira. Si chiuse così la tragica giornata della battaglia di Mello, alla quale parteciparono, tra gli altri, i partigiani Giulio Spini della XL Brigata Matteotti, Renzo Cariboni (Tarzan), Giuseppe Giumelli (Camillo); Ortensio Camero, Rinaldo Soldati, Lino Pellegatta, Giacomo Camero, Angelo Barcaiolo, Felice Pedranzini, Angelo Bigiolli, Renzo carboni. I partigiani caduti durante la battaglia (nella quale morirono anche più di 40 militi fascisti) sono commemorati in una lapide presso la Chiesetta di S. Antonio (sulla pista che congiunge il centro di Mello al poggio della chiesa di S. Giovanni di Bioggio): Grandi Enrico (Orfeo), Ronconi Renato (Nato), Iori Enrico (Nino), Ortolani Arcangelo (Iazio), Fornè Annuzio (Guerra), Croce Pierino (Rino), Alberti Rocco, Braccesco Vittorio, Contessa Lorenzo, Scamoni Achille, Salivari Ventura, Baraiolo Abbondio, Ghislanzoni Franco (Athos), Pedranzini Felice, Salvetti Isidoro (Carnera), Panera Pietro, Masotta Bruno, Della Nave Igino, Tarabini Dino e Gaggini Tersilio. A fine novembre un secondo rastrellamento delle forze fasciste costrinse, però, i partigiani a lasciare anche il presidio di Poira ed a varcare il confine per rifugiarsi in territorio Svizzero.
La controffensiva nazifascista dell’autunno del 1944 fu la causa di un altro celebre episodio, la lunga ed epica traversata della 55sima Brigata Fratelli Rosselli, raccontata nel volumetto “Sui Sentieri della Guerra Partigiana in Valsassina – Il percorso della 55° Brigata F.lli Rosselli”, a cura di G. Fontana, E. Pirovano e M. Ripamonti, (2006, A.N.P.I. di Lecco). Racconta, appunto, il ripiegamento della brigata, nel novembre 1944, per sfuggire al rastrellamento nazi-fascista, dalla Valsassina alla Val Bregaglia (Svizzera), passando per la Val Gerola, la Costiera dei Cech, la Valle dei Ratti e la Val Codera.
Nell’ottobre del 1944 le forze nazifasciste organizzano un rastrellamento in grande stile che interessa la Valsassina. Gli elementi della brigata partigiana 55sima Rosselli, per sfuggire all’accerchiamento, decisero di ripiegare in Svizzera, lasciando solo alcune unità sul territorio della valle orobica, nell’intento di non perdere il contatto con la popolazione locale. Il grosso della brigata salì, quindi, in Val Troggia e, valicata la bocchetta di Trona ("buchéta de Truna"), si affacciò sulla Val Gerola, di cui attraversò l’intero fianco occidentale, passando per gli alpeggi di alta quota, al fine di evitare il presidio di SS italiane che staziona a Pedesina.
Dalla Corte scese sul fondovalle, varcando, in punti diversi, con il favore delle tenebre, il fiume Adda, il 3 novembre. Gran parte degli elementi, risalito il versante orientale della Costiera dei Cech, si ritrovarono alla piana di Poira, sopra Civo, già sede, per alcuni mesi, del comando della 40sima Matteotti. Seguì una pericolosa traversata alta per la Valle dei Ratti (a monte di Verceia) fino alla Val Codera (a monte di Novate Mezzola). Fra il 28 ed il 29 novembre venne raggiunto il paesino di Codera. Restava, però, l’ultima e più drammatica parte della traversata, la salita alla bocchetta della Teggiola, sulla testata della valle, e la discesa, ripida ed insidiosissima, sull’opposto versante della Val Bregaglia, che si conclude a Bondo, in Svizzera, nella giornata del primo dicembre. Diversi partigiani morirono nella traversata: i superstiti furono internati in Svizzera.
Nella Costiera dei Cech rimasero, però, alcune strutture di appoggio presidiate da Partigiani. Di una restano ancora i ruderi, a circa 2000 metri: si tratta della cosiddetta “Barac(h)ia di partigiàn”, a monte di Cino, in una zona difficile da raggiungere.
La storia degli ultimi tremendi due anni di guerra in bassa Valtellina non comprende, però, solo scontri armati, ma anche vicende che hanno dell’incredibile, come quella della bambina Regina Zimet Levy, ebrea che, con la sua famiglia, passò, verso la fine del 1943, dalla bergamasca in Valtellina per sfuggire ai rastrellamenti di ebrei che diventavano sempre più sistematici. Lo scopo della sua famiglia era di raggiungere Tirano, per espatriare sugli antichi sentieri dei contrabbandieri in Svizzera. Venne però avvertita che i Fascisti perquisivano a tappeto i treni ed indirizzata ad una famiglia di S. Bello, piccola frazione sopra il Ponte di Ganda, nel comune di Morbegno. Qui la famiglia Della Nave ospitò i quattro nella propria casa, presentandoli come parenti lontani e nascondendoli in cantina durante i rastrellamenti. La famiglia rimase dunque qui per quasi un anno e mezzo, fino alla liberazione nell’aprile del 1945. La piccola Regina raccontò poi la sua vicenda in un libro che ha avuto risonanza nella nostra provincia, curato dalle prof.sse Fausta Messa e Paola Rovagnati, “Al di là del ponte” (Città di Morbegno, 2008). Nel libro ricostruisce molto efficacemente il clima di quei lunghissimi quattordici mesi, passati nel timore costante che qualcuno potesse tradire la famiglia Della Nave e quindi far arrestare gli Ebrei che sarebbero finiti in un campo di sterminio in Germania.
Uno degli aspetti più toccanti di questa specie di diario è constatare come persone di cultura diversissima e di religione diversa abbiano potuto essere legate da un profondo sentimento di umanità. Regina sentì sempre, terminata la guerra e tornata la sua famiglia a Gerusalemme, il bisogno di tornare a trovare la famiglia che l’aveva ospitata con tanto coraggio.

BIBLIOGRAFIA

Gianoli, G. B., "Gli affreschi di Villapinta, scoperti recentemente nel Comune di Buglio in Monte (Sondrio)", Sondrio, Bonazzi, 1954

Mondora, Valentina, "Le ancone lignee del '400 e '500 nella Media e Bassa Valtellina", tesi datt., Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, 1969/1970

Sosio, Dante, “Buglio in Monte – Un paese da riscoprire”, Sondrio, 1984

Sosio, Dante, “Buglio in Monte – Un comune di antiche origini nella storia del Terziere Inferiore”, edizione a cura del Comune di Buglio in Monte, 2000

Canetta, Eliana e Nemo, “Il versante retico - Dalla cima di Granda al monte Combolo”, CDA Vivalda, 2004

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Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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