Clicca qui per aprire una panoramica sulla Valchiavenna dal maggengo di Paiedo

Fra le numerose possibilità di camminate ed escursioni sui versanti montuosi di Samolaco ne proponiamo un paio che assommano molteplici motivi di interesse: storia, tradizione, natura. Si tratta di due anelli, una camminata ed un’escursione, che hanno come base Era (éra, m. 213), centro geografico del comune e sede amministrativa fino al 1929 e, dopo la parentesi 1929-1946 (nella quale fu a S. Pietro), dal 1946 ad oggi. Essa è di origine antica (citata nel 1219 come “Léra”).
Per raggiungerla, lasciamo la statale 36 dello Spluga, percorsa da Nuova Olonio in direzione di Chiavenna, a Novate Mezzola: dopo l’indicazione della deviazione, sulla destra, per la Val Còdera, vedremo, sulla sinistra, una deviazione che scende subito ad un sottopasso ferroviario (indicazioni per Era, S. Pietro e Gordona). Imbocchiamo questa strada, e ci ritroviamo sulla strada provinciale “Trivulzia”, dedicata al capitano Gian Giacomo Trivulzio (il quale promosse la prima bonifica della piana di Samolaco, agli inizi del Cinquecento), che percorre la bassa Valchiavenna fino a Chiavenna, mantenendosi, per un buon tratto, sul lato opposto della Mera, rispetto alla strada statale. Ignorata la deviazione a destra per Somaggia, attraversiamo la Mera sul Ponte Nave e, subito dopo il ponte, troviamo la deviazione a sinistra per Casenda e Vigazzuolo.
Ignorata questa deviazione, proseguiamo fino ad Era (1,5 km dal ponte), dove possiamo lasciare l’automobile al parcheggio posto proprio sotto la chiesa di S. Andrea, nei pressi del cimitero. La chiesa venne edificata nel 1910-11, è posta a 213 m. s.l.m., nel luogo in cui, secondo la tradizione, iniziò il martirio di S. Fedele (che si conclude più a sud, in località Torretta, dove si trova, già in territorio di Sorico – Como – il tempietto di S. Fedelino) ed è ispirata allo stile romanico. La data piuttosto recente della chiesa è giustificata considerando che solo sul finire dell’Ottocento, con l’opera di arginatura della Mera (1880-1890) le zone del piano cominciarono ad accogliere una popolazione sempre crescente, mentre in precedenza la maggior parte della gente viveva nelle frazioni di media montagna. Ancora nel Settecento questa frazione era solo una delle quattro squadre di cui si componeva il terziere di mezzo (si trattava di Era, Nogaredo, Fontana e Montenovo), cui si univano il terziere di sotto (con S. Pietro) e quello di sopra (con Paiedo), a comporre il comune di Samolaco. Nel 1807, poi, Era contava solo 44 abitanti, mentre altri nuclei erano assai più popolati (Paiedo, il più popolato, ne contava 176, S. Pietro 150, Roncilione 125, Somaggia 95, Monastero 63).

ANELLO DI S. ANDREA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Era-S. Andrea-Era
1 h e 30 min.
187
T

Inizia da qui la camminata che potremmo chiamare anello di S. Andrea, perché congiunge le due chiese dedicate al medesimo santo, quella più recente, dalla quale partiamo, e quella antica, posta su un bel poggio a monte di Era. Salendo una gradinata, passiamo a sinistra del sagrato della chiesa e proseguiamo sulla strada asfaltata che comincia a salire sul versante a monte del centro del paese, terminando al maggengo di Paiedo. Procediamo nel primo tratto verso sinistra: volgendo di tanto in tanto lo sguardo, godiamo dell’ottimo panorama su Era, la piana di Samolaco e quella di Chiavenna. Dopo un primo tornante destrorso, ed il successivo tornante sinistrorso, saliamo fino ad incontrare una pista sterrata che si stacca dalla strada per Paiedo e procedendo verso nord, intercettando, a monte di Era, la mulattiera per S. Andrea al Mot (di cui parleremo più avanti).
È un tratto dell’antica via Francisca (o via Regina, o anche via Regia), che risaliva l’intero lato occidentale del lago di Como, passava per Samolaco e Chiavenna e portava a Coira; questo è il tratto che da Casenda prosegue verso S. Pietro. Scrive, a proposito di questa importante arteria di comunicazione assai decaduta già ai suoi tempi, nell’opera “Raetia” (Zurigo, 1616), Giovanni Guler von Weinceck, che fu governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie dal 1587 al 1588: "(Sulla sponda destra della Mera), proprio al principio del lago, sussistono tracce di un termine e di una vedetta posti sulla antica strada maestra, la quale da lungo tempo andò distrutta. Essa era stata costruita dalla già menzionata Valentina Visconti, lungo il lago, per tutta la sua lunghezza da Como sino a questo punto; e fu allora, come anche in seguito, per parecchio tempo assai comoda per gli abitanti del Lario e per i forestieri, i quali vi passavano a cavallo, a piedi ed anche in lettiga. Ma ai giorni nostri questa strada di accesso ai domini grigioni, dopo l'antica distruzione, è caduta così in rovina che a stento si può percorrerla a piedi".
All’inizio della strada sterrata si trova il limite meridionale del nucleo di Montenuovo (burgnöovf o burgnöof, citato come “montis novi” in documenti del Seicento, m. 278), di origine assai antica, probabilmente anteriore al secolo XII; contava, agli inizi dell’Ottocento, 28 abitanti. Da segnalare che nei boschi a monte del nucleo si trova un castagno secolare classificato fra gli alberi monumentali della Provincia di Sondrio (censimento del 1999), con un tronco la cui circonferenza misura ben 685 cm, sul quale, però, ormai si elevano solo pochi scarni rami.
Invece di seguire la pista, torniamo alla strada asfaltata e proseguiamo salendo gradualmente verso sud: dopo una semicurva a destra, troviamo la cappelletta dedicata a S. Rocco (capèla de san ròc(h)’), che reca scritto “FFF Andreoli 1897”. La data si riferisce, con tutta probabilità, al restauro della cappelletta, non alla sua edificazione, che dovrebbe risalire a qualche secolo addietro, tenendo conto che la devozione a S. Rocco è strettamente legata al periodo in cui la peste infieriva nelle valli della Mera e dell’Adda. Non si può non andare con la mente alla più terribile delle epidemie di cui la storia ci ha lasciato memoria, quella seguita alla calata dei Lanzichenecchi lungo la Valchiavenna, che falcidiò, dal 1629 al 1631, la popolazione della valle, ridotta da 18.000 a poco più di 8.000 abitanti. Oltre la cappelletta troviamo una brevissima lieve discesa ed una successiva salitella, che ci porta al tornante destrorso in corrispondenza del quale si immette, da sinistra, nella strada che siamo seguendo quella che sale da Casenda, passando per Fontanedo. Appena sotto il tornante, infatti, vediamo i rustici della frazione di Fontanedo (funtané, già citato in documenti del XV, m. 279), che deve il suo nome, probabilmente, all’abbondanza di acque sorgive nella zona (come un po’ in tutto il versante montuoso di Samolaco).
Proseguiamo salendo, fino al tornante sinistrorso, presso il quale vediamo le baite meridionali del nucleo di Ronco (róonc(h)’, già nominato, come “terra de Runcho” nel 1189, m. 310). Qui, come a Montenuovo, non si è ancora dispersa quell’aura antica che spira da un passato di cui sappiamo probabilmente diverse cose, ma che non riusciamo più a rievocare per quel che davvero poté essere ed essere vissuto da quanti ne calcarono i sentieri. Un segnavia rosso-bianco-rosso segnala una mulattiera che, rimanendo sul lato sinistro della frazione, la oltrepassa, salendo, con tracciato attualmente un po’ sporco, fino ad intercettare la strada asfaltata per Paiedo poco sotto la chiesa di S. Andrea al Mot. Salendo verso destra, arriviamo al punto nel quale parte, sulla nostra sinistra, una pista sterrata. Un cartello della Comunità Montana della Valchiavenna segnala che si tratta del percorso D17, che porta a Paiedo in un’ora, all’alpe Cortesella in 2 ore e 30 minuti ed al passo Canale in 4 ore. Sul lato opposto della strada vediamo, invece, un cartello che dà Paiedo a 5 km (s’intende: proseguendo sulla strada asfaltata). Queste indicazioni ci verranno buone in seguito.
Per ora proseguiamo nella salita, fino al punto nel quale ci raggiunge, salendo da destra, la mulattiera Paiedo - S. Andrea  (che sfrutteremo al ritorno) e, poco sopra, il tornante sinistrorso, dove una scritta celebra i fasti dei coscritti del 1989: “Chöra a Samölich ghiè giò la pruina qui dell’89 i se saràn incantinà!”, cioè “Quando a Samolaco scenderà la brina quelli dell’89 se ne staranno nelle cantine!”, preannuncio della bisboccia per festeggiare l’anno di coscrizione. Dal profano al sacro: in corrispondenza del tornante, sulla destra della furscèla (piccola porta che si affaccia sulla bassa valle dell’Era), riparte la mulattiera che sale in cima al Mót, dove si trova la chiesa di S. Andrea (mót de sant andrea, m. 400). Prima di salire alla chiesa, osserviamo, dalla furscèla, il versante montuoso che ci sta dinanzi agli occhi: colpisca una fascia di rocce nude, dalle quali precipita, per qualche centinaio di metri, il torrentello della valle dell’Era. Si tratta del “piòt”, versante montuoso sul quale secoli di slavine, alluvioni e frane hanno asportato interamente la copertura di terra e vegetazione che lo ricopriva. Se ha sentimenti, la montagna si vergognerà un po’ di dover mostrarsi qui senza alcun rivestimento, nel suo puro cuore di roccia. O forse ne sarà orgogliosa.
Incamminiamoci, ora, sulla mulattiera che, in breve, ci porta alla cima del Mot. Luogo davvero straordinario, questo, dove l’essenzialità della fede che consola e risolleva si respira ancora. Ci viene incontro la candida chiesetta di S. Andrea (m. 400), lunga 18 metri e larga 12, ampliata e restaurata più volte (fino al 1894), su un nucleo originario già attestato nel 1335 (a sua volta ricavato da un precedente tempietto dedicato a S. Venerio). Di fronte, un ampio sagrato con un ippocastano. L’interno appare piuttosto freddo e spoglio, perché la chiesa dovette pagare, da sorella più anziana e paziente, un considerevole tributo alla neonata sorella minore del piano: quando quest’ultima venne edificata, all’inizio del Novecento, come abbiamo visto, pavimentazione, altare, portale, reliquie e calici vennero di S. Andrea al Mot vennero utilizzati per abbellirla. Nonostante questo impoverimento, restano, come elementi di grande interesse, gli affreschi a muro del presbiterio del pittore valchiavennasco Gian Battista Macolino, realizzati nel 1632, quanto la chiesa era affidata al dottore in teologia G. Pietro Ramero, di Lugano. A lato della chiesa, separato da essa, il campanile, edificato nel 1735, che si slancia verso il cielo fino un’altezza di circa 30 metri, al di sopra della linea degli alberi, rendendosi, così, visibile da molti punti d’osservazione sul versante montuoso di Samolaco. Sul sagrato si affaccia anche l’antica casa parrocchiale.
L’importanza storica del dosso è testimoniata dalla presenza, attestata ormai solo da pochi ruderi, di un castello, forse risalente addirittura all’anno 889, quando i terribili Ungari (da cui deriva il termine di “orchi”) depredavano molte regioni dell’Europa cristiana, e compirono incursioni anche in Valchiavenna e Valtellina. Quel che è certo è che nel 1421 il castello è definito “dirupato”, per un movimento franoso della collina. All’inizio del secolo successivo il già menzionato generale Gian Giacomo Trivulzio, al servizio del re di Francia Luigi XII, durante il breve periodo della dominazione francese (1500-1512) ne curò il restauro. Ma il castello, restituito alla sua funzione originaria, durò ben poco, perché i nuovi dominatori delle Tre Leghe Grigie lo demolirono nel 1525, dopo un fallito tentativo di riconquista messo in opera dal capitano Gian Giacomo Medici, detto il Meneghino. Alle spalle della chiesa si può osservare il piccolo cimitero utilizzato dal 1821 al 1912, quando fu sostituito da quello di Era, presso il quale abbiamo parcheggiato l’automobile. Da qui ottimo è il colpo d’occhio su S. Pietro, sulla piana di Chiavenna, sul pizzo di Prata e sull’imbocco della Val Bregaglia. Il mistero del luogo è accresciuto da ritrovamenti di tombe e vasellame di origine forse preistorica.
Il luogo è citato anche nell’opera “Raetia” (Zurigo, 1616), di Giovanni Guler von Weinceck, che fu governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie dal 1587 al 1588: “Da Samolaco (antico), proseguendo in piano si incontra a breve distanza Vigazzuolo, poi Casenda e lì presso Era. Al di sopra di quest’ultimo villaggio, si scoprono sulla montagna i ruderi di una torre abitata un tempo dai Trivulzio, patrizi milanesi. Lì presso sorge la chiesa di S. Andrea e il tempio pagano di Venere, che venne eretto ancor prima del paganesimo, ma che oggi è deserto tutto. Più in alto, sopra la montagna, sorge il villaggio di Paiedo, da cui una strada mette a Sorico, nelle Tre Pievi”. Purtroppo la situazione geologica del Mot non è stabile: ad ovest del cimitero si può, infatti, osservare uno smottamento che si è portato via la metà di un’antica abitazione, che forse fungeva anticamente da canonica. In questo luogo impregnato di fascino culmina la prima parte della camminata: per salire fin qui abbiamo impiegato dai 40 ai 50 minuti (il dislivello approssimativo è di poco inferiore ai 200 metri).
Un pannello illustrativo sul sagrato della chiesa riassume il percorso dell’andata, mostrando anche quello che utilizzeremo nella discesa. Si tratta dell’antica mulattiera per il Mot, lungo la quale vennero edificate, nella prima metà del Settecento, le 14 cappellette che corrispondono alle tappe della Via Crucis. Tre le abbiamo già incontrate: l’ultima (XIV) sul lato sinistro, addossata al muretto a secco, della mulattiera che sale al Mot, le rimanenti due (XIII e XII) appena prima del suo imbocco. Ora torniamo indietro per un tratto, sulla strada asfaltata, fino al punto nel quale, sulla sinistra, se ne stacca la mulattiera che scende ad Era. Dopo un brevissimo tratto, siamo all’undicesima cappelletta, nei pressi di un rudere. La mulattiera piega, qui, per breve tratto a destra, poi di nuovo a sinistra, ed effettua un lungo traverso nel bosco, scendendo in direzione nord-est, prima, e volgendo poi gradualmente, con semicurva a sinistra, in direzione nord. Incontriamo la sequenza di cappellette che va dalla X alla IV. Presso la settima cappella troviamo il rudere di un mulino (nei cui pressi verrà collocato un cartello illustrativo), mentre la sesta si eleva su un muro decisamente spanciato (probabilmente destinato, quindi, a franare sulla mulattiera). Appena sotto la quarta cappelletta la mulattiera volge decisamente a destra e prosegue nella discesa in direzione est.
Nel punto di svolta, poco più in alto, sulla sinistra, si trova il crotto detto “cròt de la malpensèda”, per la sua posizione singolare, allo sbocco della gola terminale della valle dell’Era. Anche Samolaco ha i suoi crotti, nonostante siano meno noti di quelli di Chiavenna: si tratta di cavità naturali che, grazie a correnti d’aria dalle cavità interne del monte (suréi) che mantengono una temperatura annua costante intorno ai 10 gravi assicurano condizioni ottimali per la conservazione di formaggi e salumi. Una nota un po’ profana, se volete, visto che finora abbiamo parlato di Via Crucis, ma necessaria per ricostruire il quadro di questa straordinaria civiltà contadina. Incontriamo le ultime tre cappellette (che in realtà sono le prime, visto che dovremmo percorrere la Via Crucis salendo) nei pressi di alcuni ruderi, fra i quali vi è quello di un secondo mulino (mulìign). All’ultima cappelletta (la “prüma capèla”, l’unica nella quale si sono conservati gli affreschi originari) ci intercetta, correndo da sud a nord (cioè da destra a sinistra, per noi) la già citata via Francisca, che proviene da Montenuovo e passa per Casa Andreoli.
Noi la ignoriamo per proseguire diritti nella discesa alla parte alta di Era, costituita dalla cuéta, forse il primo nucleo insediativi del paese. La mulattiera piega quindi a destra e termina ad una stradina asfaltata, che prosegue scendendo fra le splendide case antiche della parte vecchia di Era, che mostrano, con orgoglio non scalfito dagli anni, le loro pregevoli lobbie; attenzione, però, ad un cane che, come quasi tutti i suoi simili, non si mostra troppo amichevole con i camminatori, ponendo un dilemma nella forma di sillogismo: se il cane è il migliore amico dell’uomo e non è amico dell’escursionista, dobbiamo concludere che l’escursionista non è un uomo? Non vediamo soluzione al dilemma; vediamo, invece, spuntare, oltre i tetti delle case la punta del campanile della chiesa di S. Andrea: in pochi minuti la raggiungiamo, scendendo, infine, all’automobile, dopo una camminata di circa un’ora e mezza.

[Torna ad inizio pagina]

 

ANELLO DI PAIEDO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Era-S. Andrea-Paiedo-Piazza Caprara-Nogaredo-Era
3 h e 30 min.
720
E

Ma, se abbiamo tempo, voglia e fiato, la camminata potrebbe essere prolungata ed innalzata al rango di escursione, fino al maggengo di Paiedo, il più importante nel comune di Samolaco, punto di arrivo della strada asfaltata che abbiamo imboccato da Era. Ecco come descrivere quello che potremmo chiamare anello di Paiedo. Possiamo sfruttare la strada asfaltata oppure la pista che si congiunge con l’antica mulattiera che sale da Casenda: in questo secondo caso dobbiamo tornare indietro per un tratto, fino alla già citata deviazione (che ora resta sul lato destro) con indicazione che dà Paiedo ad un’ora. Ipotizziamo di sfruttare quest’alternativa per il ritorno. Cominciamo, ora, a salire seguendo la strada consortile (un cartello all’imbocco della prima rampa dopo S. Andrea segnala il divieto di accesso ai veicoli non autorizzati).
Ci attendono poco più di 4 km e mezzo di salita (diciamo un’ora circa di cammino), con pendenza costante, non eccessiva ma abbastanza marcata (lo diciamo per chi volesse salire in mountain-bike). Superiamo, quindi, una sequenza di tornanti dx-sx-dx: al successivo tornante sx si apre un eccellente panorama sulla piana di Samolaco e Chiavenna, ma anche un bello scorcio della Valle di Spluga e dell’imbocco della Val Bregaglia: siamo alla “guardiöla”, cioè al piccolo posto di guardia. Procedendo nella salita, siamo raggiunti, da sinistra, da una pista sterrata che proviene da un piccolo pianoro boscoso. Avanti ancora, superando una roggia, fino al tornante dx, impegnato il quale passiamo nei pressi di un rudere a monte della strada, con una gentile fontanella, prima di superare di nuovo la medesima roggia. Il bosco che circonda il rudere veniva chiamato “cóof”. Al successivo tornante sx, di quota 680, si stacca, sulla destra, un tratturo: non c’è indicazione segnaletica alcuna (almeno per ora, marzo 2008).
Poco più avanti troviamo, sulla destra, un cartello con scritto “Boscasc” (busc’c(h)iàsc), che si riferisce ad una vasta estensione boschiva a monte della strada; guardando in alto, nel bosco, vediamo una cappelletta solitaria. Si tratta del “gesaöo de mèz”, cioè “cappelletta di mezzo percorso” (anche se assai più vicina alla meta che alla partenza!), sull’antica mulattiera S Andrea – Paiedo (di cui oggi è però difficile individuare il tracciato), a quota 720 metri circa ed a sud (sinistra) di una vasta fascia boscosa chiamata “cumünàanz” perché gestita, in passato, in comune da un gruppo di famiglie. Le cappellette venivano un tempo collocate nei punti di particolare pericolo (p. es. esposti su dirupi) oppure nei punti di sosta, come invito ad utilizzare saggiamente il tempo del riposo con la preghiera. Stacchiamoci dalla strada asfaltata e raggiungiamola, salendo a vista. La traccia dell’antica mulattiera non si vede quasi più.
Proseguiamo oltre la cappelletta, salendo sempre a vista, fino ad intercettare di nuovo la strada asfaltata. Saliamo, poi, verso destra fino al tornante dx di quota 790. Raggiunto il successivo tornante dx, procediamo trovando, sulla sinistra, una piana, con una baita rammodernata che reca scritto, su una targa, “Amici di Paiedo – 2001”. Nei pressi, un grande abete ed un grande castagno secolare. Si tratta della “pièna da óolt”: qui, nel mese di settembre, si tiene la tradizionale festa del maggengo. Poco distante dalla baita vediamo una cappelletta da poco restaurata e datata 1826: è il “gesaöo de scìma”, denominato così perché ormai siamo prossimi a Paiedo. Proseguendo su una pista nella selva, siamo al vecchio e piccolo cimitero, “simitéri de paée”, utilizzato fino al 1920, quando venne costruito il nuovo cimitero di Era. Qui il senso della morte non ha nulla di lugubre o di macabro, ma si stempera nel quieto sussurro, che si avverte appena, del vento fra le fronde, perché anche il tempo sembra interrompere il suo cammino sostando in questo luogo, pensoso.
Proseguendo e, piegando a destra, saliamo in direzione del nucleo di Paiedo (paée, m. 886). Eccolo, alla fine: un grumo di case affratellate da una comunanza antica, sul limite di una fascia di prati che si innalza, alle sue spalle, per oltre 200 metri di dislivello. La sua esistenza è attestata per la prima volta da documenti che risalgono alla seconda metà del XV secolo, e che fanno menzione di Pagieriis, Pegiedo e Palierio, ma la sua origine, come testimonierebbero alcune dimore costruite con la tecnica del “c(h)iàrdan” o carden (introdotta nella valle della Mera probabilmente da popolazioni di origine Walser), ossia con pareti costituite da tronchi squadrati sovrapposti, risale probabilmente al 1100-1200. Il nome, secondo la tradizione, deriverebbe dalle paglie dei piccoli campi di segale, orzo, miglio e panìco nei pressi del nucleo abitato e che, unitamente alla coltivazione della patata, alla raccolta delle castagne ed alla pastorizia, chiudeva il circuito di un’economia per buona parte autosufficiente. L’equilibrio di questo microcosmo rurale si incrinò solo sul finire dell’Ottocento, quando iniziò lo spopolamento di Paiedo, in concomitanza con la bonifica del piano.
Ci accoglie la chiesetta di S. Francesco, che fu benedetta nel 1605 e rinnovata nel 1689, e che contiene dipinti del pittore locale G. B. Macolino il vecchio. Il vicino campanile mostra con orgoglio le sue tre campane, ricchezza non consueta per una chiesetta di maggengo. L’autosufficienza di Paiedo era anche spirituale: mentre all’inizio, infatti, condivideva il cappellano con S. Andrea, in seguito ne ebbe uno proprio e successivamente fu eretta a parrocchia autonoma. Dopo il 1815 venne aperta anche una scuola elementare. Nucleo autosufficiente, sì, ma non isolato: da Paiedo partiva un’importante mulattiera che saliva alla bocchetta del Chiaro (bic(h)iéta de ciàer, m. 1666), per poi scendere a Sorico. La cita anche Guler von Weineck: “Più in alto, sopra la montagna, sorge il villaggio di Paiedo, da cui una strada mette a Sorico, nelle Tre Pievi”. La utilizzò, durante la guerra dei Trent’Anni, un grosso reparto di soldati delle Tre Leghe Grigie, nel tentativo, fallito, di prendere alle spalle gli Spagnoli. Venne, poi, utilizzata per accedere agli alpeggi sul versante lariano del Berlinghera, l’alpe di mezzo, Pescedo e Gigiài, acquistati nell’Ottocento da contadini di Era e Montenuovo. Una sosta ristoratrice sul sagrato della chiesa si impone, visto che camminiamo da circa un’ora e 50 minuti (abbiamo superato un dislivello approssimativo in altezza di 670 metri).
La sosta ci permette anche di godere dell’ottimo panorama che si apre da qui. Possiamo, innanzitutto, facilmente individuale la bocchetta del Chiaro guardando in direzione sud (cioè a monte, alla nostra sinistra, se volgiamo le spalle alla chiesa), alla parte alta del selvaggio versante meridionale del monte Berlinghera: è posto su una depressione del crinale ed è presidiato non da un grande ometto, ma da un gigantesco traliccio dell’alta tensione. Lo spettacolo più interessante si apre, però, sul lato opposto, a nord e ad est. A destra di uno scorcio del versante orientale della Valle Spluga vediamo il bacino dell’Acqua Fraggia, con al centro il passo di Lei, sul lato settentrionale dell’imbocco della Val Bregaglia. In basso, sul fondovalle, Mese e Chiavenna. Procedendo verso destra, si impone il pizzo di Prata (m. 2727), con i suoi poderosi, massicci e selvaggi contrafforti che precipitano, quasi, sulla piana della bassa Valchiavenna.  Il lungo crinale che scende verso destra da questa cima si abbassa progressivamente, lasciando intravedere uno scorcio delle cime del versante orientale della Val Codera: l’occhio esperto distinguerà le tre cime di Sceroia, in rapida sequenza e, alla loro destra, il passo e l’appuntita cime del Barbacan (m. 2738), nomi e profili ben noti ai frequentatori del Sentiero Roma, che di qui passano lasciando la Val Codera per affacciarsi all’alta Val Porcellizzo, in Val Masino. A seguire, una serie di cime rocciose ed arcigne, sul crinale che separa la Val Ladrogno (laterale della Val Codera) dall’alta Valle dei Ratti: le cime della Porta (m. 2920), la punta Magnaghi (m. 2871) ed il Sasso Manduino (m. 2888). Infine un ampio scorcio sul versante meridionale della media Valle dei Ratti, con la cima del Desenigo (m. 2845) e, a chiudere la sequenza di cime, il monte Brusada (m. 2143), sul confine fra Valchiavenna e Costiera dei Cech (bassa Valtellina). Guardando in basso vedremmo un’ampia porzione del piano di Samolaco e lo specchio d’acqua del Pozzo di Riva; alla sua destra, Novate Mezzola. Una gioia per gli occhi e per l’anima. Presenze lontane degne del nostro sguardo, ma anche presenze vicine: sul sagrato della chiesa innalza fiero i suoi rami al cielo un grande faggio inserito fra gli alberi monumentali della Provincia di Sondrio (Censimento del 1999), per la sua eleganza ed imponenza (il tronco ha una circonferenza di 315 cm e la sua altezza è di 18 metri).
Saliamo, ora, lungo la vöga, la via principale del paese: incontreremo anche due fontane, la prima delle quali è ricavata scavando un unico monolito. Prendendo a destra e scendendo per un tratto, intercettiamo la strada asfaltata, che abbiamo lasciato alla “pièna da óolt”: qui troviamo anche un pannello con un plastico che mostra con molta chiarezza la rete dei sentieri sul versante montuoso di Samolaco. La strada sale, con alcuni tornanti, alla parte alta dei prati di Paiedo (scìma ai prée), passando anche a monte di un grande tiglio secolare, con tronco cavo (téi); alla cima dei prati troviamo poche baite e, poco sotto, ad una quota di 1047 metri, un roccione ed una cappelletta. Una targa al suo interno, posta il 20 settembre 1992 dalla sezione della Valchiavenna dell’Associazione Produttori Ovi-Caprini, ricorda la figura di Rino Vener, morto scivolando dalla rupe del paré, nel torrente Casenda. Sul roccione a destra della cappelletta è incisa una croce, denominata “cróos de scìma ai prée”. La strada, a quota 1090, termina ad una piazzola; su un masso sul lato di quest’ultima troviamo l’indicazione per il Rifugio Manco, con una freccia che segnala la partenza di un sentiero che sale ad un casello dell’acqua e, poco più in alto, ne intercetta uno con traccia più chiara e segnavia rosso-bianco-rossi.
Dalla parte terminale dei prati di Paiedo, a quota 1100 metri circa, partono due importanti sentieri. Uno punta, con primo tratto a sinistra (ovest-sud-ovest), al lungo dosso che vediamo a monte dei prati; qui a quota 1170 metri circa, piega a destra ed assume l’andamento ovest-nord-ovest, inanellando una lunga serie di tornanti, fino a raggiungere l’alpe Cortesella (curtesèla, m. 1636). Da questa prosegue verso destra (nord-nord-ovest) e, piegando gradualmente verso sinistra (andamento ovest-nord-ovest) porta all’alpe Campedello (m. 1753), proseguendo fino all’alpe Manco, dove si trova il bivacco omonimo (m. 1730). Torniamo, ora, alla parte alta dei prati di Paiedo: sulla destra delle baite appena sopra la piazzola dove termina la strada parte un sentiero, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi (di cui sopra si è fatto menzione), che, piegando a sinistra, sale in direzione nord-ovest, superando un vallone e piegando ulteriormente a sinistra (ovest), salendo fino alle baite di Cima al Gualdo (m. 1536); oltrepassate le baite, intercetta la mulattiera di cui si è detto sopra, nel tratto Alpe Cortesella – Alpe Campedello. Ma queste traversate (che propongono qualche punto impegnativo, tale da richiedere esperienza escursionistica) sono fattibili solo partendo da Paiedo, il che è possibile acquistando presso il comune di Samolaco il permesso di transito sulla strada consortile (prezzo 2008 per tre giorni consecutivi: 5 Euro).
Torniamo alla nostra escursione. Possiamo, ovviamente, tornare ad Era per la medesima via di salita (ma, a S. Andrea, lasciamo la strada consortile per scendere sulla mulattiera delle cappellette della Via Crucis). Se abbiamo discreta esperienza escursionistica, però possiamo tornare per una diversa via, effettuando una traversata daPaiedo al maggengo di Piazza Caprara e chiudendo quello che potremmo chiamare l’anello Paiedo-Piazza Caprara. Teniamo conto che si tratta di un sentiero non segnalato, con qualche tratto che richiede attenzione. Per trovarlo, torniamo sui nostri passi verso Paiedo.
Giunti all’ultimo tornante destrorso prima del pannello con il plastico all’ingresso di Paiedo, lasciamo la strada e prendiamo a sinistra, seguendo un sentierino poco marcato e portandoci ad una conca prativa. Qui dobbiamo scendere, in diagonale, alla parte bassa del prato, sul limite del bosco di betulle, per ritrovare, al suo termine, la traccia, che si inoltra nel bosco. Dopo una brevissima discesa ed un’altrettanto breve risalita, attraversiamo una modesta fascia franosa di piccoli massi, e poi riprendiamo a salire gradualmente. Il sentiero è sempre stretto e non è segnalato. Dopo qualche saliscendi, siamo al guado del torrentello della valle del Sassone (che confluisce, più in basso, nella valle dell’Era). Guardando in alto, vediamo alcune baite: si tratta del nucleo della Tagliata (taèe), nel quale sono state segnalate, in passato, preoccupanti crepe che hanno fatto temere un ampio smottamento, che però non si è ancora verificato. Se passiamo di qui, ci assumiamo il rischio, per quanto remoto, di ritrovarcelo sulla testa. Dopo il guado (m. 890), scendiamo un po’,attraversiamo un valloncello appenaaccennato e superiamo un grande castagno che sembra protendere i suoi rami minacciosi proprio contro di noi. È un primosegno dell’alone di mistero che si addensa su questa traversata.
Aggirato, piegando a sinistra, un dosso con bosco di betulle, giungiamo in vista di alcuni ruderi. Dai ruderi (m.871) ci affacciamo alla parte medio bassa di una lunga fascia di prati, segnalata sulla carta IGM come monte Andrioli (móont da òolt o di bót), sul largo dosso che scende fra la valle del Sassone, a sud (che abbiamo già guadato) ed il ramo principale della valle dell’Era, a nord. Se guardiamo alla parte alta dei prati, vedremo una baita con la bandiera australiana: questa presenza si spiega tenendo presente che l’Australia ha ospitato molti emigranti di origine samolachese. Per proseguire nella traversata non dobbiamo guadagnare quota, ma seguire la tratta, ora meno marcata, che taglia la fascia dei prati da sud a nord e ci porta sul ciglio di un versante erboso abbastanza ripido. Invece di scendere da questo versante (cosa non priva di qualche problema), pieghiamo, ora, a destra (direzione est), restando sul filo del dosso e scendendo al limite di una rada macchia di betulle: troveremo una traccia che prosegue scendendo abbastanza ripida, a zig-zag, fino ad intercettare, a quota 820 metri, una mulattiera che sale da destra (proviene dalla località denominata, sulla carta IGM, Case Tognoni). La seguiamo verso sinistra, portandoci verso il guado del ramo principale della valle dell’Era.
Tagliato il ripido versante dei prati, entriamo in una breve e rada macchia di betulle, per poi uscire subito ad un nuovo prato. Siamo ormai vicini al guado del torrente della valle dell’Era, e dobbiamo prestare molta attenzione, perché, seppure per breve tratto, la traccia si fa molto stretta ed è un po’ esposta (per l’erba scivolosa) ad unsaltino di meno di una decina di metri (più che sufficienti, però, per farsi male sul serio). Racchette e buone scarpe sono indispensabili per evitare il rischio di scivolare. Eccoci, infine, al torrentello (che però, come tutti i torrentelli, talora “si veste a festa”, cioè fa la voce grossa e mostra tutto il suo potenziale dirompente, quando dal cielo scende copiosa e violenta l’acqua che lo alimenta). Per proseguire sul lato opposto, dobbiamo salire diqualche metro, su alcuni roccioni: non vediamo bene la traccia se non quando ce la troviamo di fronte, ma teniamo presente che passa immediatamente a monte di un grande masso erratico tondeggiante, che si impone alla nostra vista.
Oltre il masso la traccia si fa, per un tratto, decisamente più netta, per tornare poi a restringersi; attraversiamo un valloncello poco marcato ed aggiriamo, piegando leggermente a sinistra, un dosso, portandoci in vista di una nuova valletta da attraversare, che confluisce più in basso, da sinistra, nella valle dell’Era. Prima di portarci al guado, più semplice rispetto al precedente (qui il sentiero è meno esposto e problematico), soffermiamoci ad osservare il dosso che abbiamo tagliato. Un tempo in questi boschi si sentiva ululare il lupo: di qui la denominazione di c(h)èntalüüv che gli è stata attribuita (letteralmente: “canta il lupo”). Con tutta probabilità non sentiremo alcun ululato, perché del lupo si è persa traccia, in questa zona, dalla fine dell’Ottocento; chissà mai, però, che in futuro il suo ululato sinistro non torni a risuonare, dal momento che esemplari di questo predatore sono stati reintrodotti in territorio elvetico e non è improbabile che possano ricomparire anche sul versante alpino italiano. Non c’è davvero da stare allegri, anche considerando che più a monte, diciamo 150 metri più in alto, si trova la località denominata Piana dei Morti, e, nei suoi pressi, a quota 1100 circa, il sàs mòort, rupe lunga un centinaio di metri che precipita con un salto di 20 metri.


Panorama dalla località Andreoli

Meglio non indugiare, dunque: guadato il valloncello ed aggirato un dossetto, proseguiamo scendendo in un bosco abbastanza aperto di betulle e castagni, fino ad intercettare una traccia più marcata che sale da destra (dalla baita quotata 611, a valle rispetto alle baite già citate della località Case Tognoni). In breve, siamo alle baite più meridionali di Piazza Caprara (m. 828). Questo maggengo rivestiva, in passato, una notevole importanza, ed era di proprietà di famiglie di Era e Nogaredo; il suo nome deriva, evidentemente, dall’abbondanza di capre. Passavano di qui, in primavera ed in autunno, anche le mandrie prima di salire agli alpeggi di manco e Campo o dopo avervi soggiornato in estate. Ottimo, da qui, il panorama. In particolare ci sta proprio di fronte l’imponente pizzo di Prata, al culmine di un impressionante e dirupato versante montuoso. Più a destra, la corona di cime della testata occidentale della Valle dei Ratti, che culmina nell’elegante Sasso Manduino. A sinistra del pizzo di Prata, invece, il pizzo Galleggione, sul versante settentrionale dello sbocco della Val Bregaglia. I prati sono divisi in due nuclei: siamo a quello meridionale; a distanza di circa 300 metri, a nord, si trova quello più ampio (da qui non si vede). Quel che vediamo è una graziosa fontana ed una cappelletta dedicata alla Beata Madonna Celeste di Piazza Caprara ed edificata nel 2004.
Procediamo, ora, sul sentiero pianeggiante che attraversa i prati, prendendo, però, subito a destra, su traccia meno marcata che inizia a scendere in una macchia di betulle e castagni. In questo tratto troviamo, immediatamente a destra del sentiero, altri due segni che infittiscono l’arcano legato a questi luoghi. Si tratta di due enormi castagni, o meglio, quel che resta di due castagni secolari, di proporzioni davvero eccezionali. Del primo restano solo l’enorme tronco e pochi rami; il tronco, poi, è squarciato sul lato che guarda al sentiero, e mostra una cavità di proporzioni impressionanti. Di più, sul lato opposto si apre uno squarcio con un effetto di finestra davvero surreale: parrebbe il rudere di una dimora fiabesca di qualche magica creatura del bosco. Pochi metri più avanti, ecco il secondo castagno, di cui si conserva solo il moncherino di tronco sopra le radici, cavo, nel mezzo. È tanto largo che nella sua cavità si potrebbe sedere comodamente una persona, ma, stringendosi, ce ne starebbero più d’una. Scendiamo, quindi, in breve alle baite del nucleo settentrionale del maggengo. Anche qui troviamo una fontanella; la voce argentina della sua acqua squarcia il profondo e surreale silenzio, che evoca un arcano incantesimo. Quale oscura potenza avrà privato questi luoghi della loro antica vita, testimoniata dalle numerose baite, in buona parte cadenti? Altri segni dell’incombente mistero ci appariranno più a valle.
Dobbiamo, ora, scendere lungo la larga e comoda mulattiera (segnalata da segnavia) che raggiunge il piano sul limite meridionale di Nogaredo, quasi alle porte di Era. Dalla fontanella procediamo lungo il prato, prendendo leggermente a destra, fino a scorgere la partenza della mulattiera, che si immerge subito nel bosco e prosegue diritta per un buon tratto in direzione Nord. Poi, dopo una rapida sequenza di tornanti dx ed sx, giungiamo in vista di una cappelletta, denominata “capèla di cresc’tón” (m. 720), cioè cappella del crestone, costituito da alcuni spuntoni di roccia a sinistra del sentiero (oltre gli spuntoni c’è invece un impressionante salto). Nella cappella è ancora parzialmente visibile un dipinto che raffigura la Madonna incoronata con Bambino, circondata da due santi. Se guardiamo al versante a sinistra del sentiero, appena prima della cappelletta, vedremo un masso di forma ovoidale, un po’ bitorzoluto, appoggiato su un masso più grande, quasi in precario equilibrio, non si sa bene da quando e perché. Si tratta del “sàs da l’öof”, letteralmente “sasso dell’uovo”. Tecnicamente, un masso alluvionale. Ma come fa ad essere finito lì, in posizione così rialzata rispetto al solco della valle, sul crinale del crestone? Un’altra è la spiegazione veritiera. Il masso è lì perché si tratta in realtà di un uovo depositato da un drago. Questo spiega la sua posizione: non può che essere stato calato lì dall’alto. Forse lo ha deposto lì il terribile drago della vicina Val Bregaglia, che assaliva e divorava i passanti, finché gli fecero ingoiare un carico intero di sale, provocando una tale sete da indurlo a bersi un lago intero, per poi scoppiare.
Forse. I dubbi, quando si tratta di draghi, la fanno da padrone. Il termine “drago” deriva dal greco “dràkon”, ed è, quindi, l’animale che fissa lo sguardo, che vede con sguardo acuto in lontananza. Ma è, soprattutto, il più noto fra gli animali immaginari, che si trova, anche se con diverse connotazioni, in culture differenti. Se nella cultura cinese esso è simbolo positivo di forza e saggezza, nelle culture occidentali prevale l’immagine negativa di animale malvagio, che minaccia il mondo, è artefice del male o, più semplicemente, è posto a guardia di un tesoro. Nell'Apocalisse e nella tradizione cristiana diviene l'espressione stessa del male: l'immagine del cavaliere san Giorgio che uccide il drago ha per secoli colpito la fantasia dei credenti, che vi hanno visto uno dei più significativi episodi della lotta del bene contro il male.  Essere marino, terrestre o, più spesso, celeste, il drago si caratterizza per l’aspetto serpentiforme, con l’aggiunta di elementi tratti da animali diversi. Sputi o meno fuoco, sia o meno alato, ha il potere di evocare, con il suo solo nome, paure arcane, sgomenti profondi, ed è spesso associato a tesori, di cui sarebbe l’implacabile custode.
Da tempo immemorabile i draghi non volano più sulla Valchiavenna. Eppure l’uovo è ancora qui, e nessuno potrebbe essere sicuro che un giorno l’incantesimo che lo ha pietrificato non termini e che da esso non si dischiuda il primo di una nuova stirpe di draghi. Questo pensiero ci accompagna nella successiva discesa: oltre la cappelletta, la mulattiera volge a destra (ignoriamo un sentiero che se ne stacca a sinistra e raggiunge il letto del torrente Bolgadrégna), che propone una serrata serie di tornantini su terreno piuttosto ripido, in direzione est. Giunti su un poggio erboso, dal quale si domina l’impressionante forra del torrente, posta più in basso, pieghiamo a destra, riprendendo ad inanellare tornanti in direzione est-sud-est, fino a passare ai piedi di un grande masso erratico, sul cui fianco notiamo una sorta di strisciata, una lunga e regolare fenditura che sembra prodotta artificialmente. È l’ultimo tassello di questo oscuro enigma che si dipana sotto i nostri occhi nella traversata da Paiedo. Si tratta del  “sàs da la sc’trìa”, il sasso della strega, chiamato così perché un’antica leggenda vuole che sia stato luogo di sosta prediletto o addirittura dimora di una pestifera strega. Anche il segno misterioso viene spiegato da questa leggenda. La strega che abitava dietro il masso, un bel giorno, volle combinare un terribile scherzo agli abitanti di Schenone e Nogaredo, e decise di farlo rotolare giù nella Bolgadrégna, per fermare l’acqua e non farla più arrivare al piano. Si diede, allora, a spingere e spingere, ma il masso non si  muoveva. Lungi dall’arrendersi, prese una bella catena, lo legò e cominciò a tirare, con tutta la forza che aveva in corpo. Ma neppure così il masso si spostò, neanche di un solo millimetro. Alla fine si dovette dare per vinta, e gli abitanti di Schenone e Nogaredo poterono continuare a godersi tranquillamente l’acqua del torrente.
Proseguendo nella discesa verso est, giungiamo alla sommità di un poggio appena accennato: si tratta del Mot de Mugnina (m. 576), dove la mulattiera piega a destra e poi di novo a sinistra, proponendo una serie di tornantini in direzione est. Segue un traverso verso sinistra (nord-est), che ci fa passare leggermente a valle di una serie di ruderi che lasciamo alla nostra sinistra (i crotti della piàza, m. 410), per raggiungere, infine, una spianata rimboschita, con diversi ruderi, denominata, sulla carta IGM, Piazza (la piàza, m. 370). Il luogo, davvero suggestivo, è sorvegliato da castagni secolari ed immerso in un silenzio profondissimo. Un silenzio dal quale emerge l’eco antichissima, ormai solo riverbero lontano, di una vita che pian piano sprofonda nei meandri sotterranei del tempo.
La mulattiera, qui poco evidente, non si dirige ai ruderi, ma resta alla loro destra e riprende a scendere per un tratto diritta, poi piegando a sinistra ed effettuando un lungo traverso, protetta a monte da un muretto a secco (è qui la cosiddetta pòsa de l’èe(v)f, il punto nel quale si sostava, salendo da Nogaredo; la denominazione allude al fatto che soleva sostarvi spesso un anziano – èef -). Terminato il traverso, la mulattiera piega a destra e scende, in breve, alla località Sasèl (m. 240), nucleo di poche baite. Sulla facciata di una di queste troviamo un bel dipinto artigianale, che raffigura una Madonna incoronata che tiene nella mano destra il rosario e nella sinistra il Bambino. Alla sua destra, sopra lo stipite di una porta e sotto una finestrella a forma di croce, la scritta “Chi serve a voi Gesù con puro core vive felice e poi contento more”. Una sintesi popolare ed efficace della saggezza cristiana.
Proseguiamo nella discesa, diritti, circondati da muretti a secco, fino a raggiungere baite e case della parte meridionale di Nogaredo (nugarè). Si tratta di una frazione di Samolaco storicamente rilevante, già citata nel 1454, che sorge sulla giavéra (prato magro, ricavato ricoprendo di poca terra il terreno alluvionale) del conoide di deiezione della Borgadrégna e deve il suo nome alle piante di noce (nughiéer). Piegando a destra raggiungiamo una stradina sterrata e ci immettiamo sulla strada asfaltata: alla nostra destra troviamo un cartello del Comune di Samolaco che segnala l’inizio di Era. Prediamo a destra, seguendo la via Nogaredo, fino ad uno stop, che ci introduce a via Latteria. Oltrepassato un ponte, eccoci di nuovo ad Era: il campanile della chiesa di S. Andrea ci indica la direzione nella quale ritroviamo l’automobile, dopo 3 ore e mezza circa di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 720 metri.

[Torna ad inizio pagina]

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

[Torna ad inizio pagina]

ALTRE ESCURSIONI A SAMOLACO

Copyright © 2003 - 2017 Massimo Dei Cas La riproduzione della pagina o di sue parti è consentita previa indicazione della fonte e dell'autore (Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)

Copyright © 2003 - 2017 Massimo Dei Cas Designed by David Kohout

 

  •  

  •