Laghetto delle Forbici

Il rifugio Carate Brianza, localmente chiamato "la caràte", è posto appena sotto la bocchetta delle Forbici, in posizione quasi baricentrica nel grane comprensorio del Bernina, per cui si presta ad essere punto di appoggio o di passaggio per un gran numero di itinerari escursionistici ed anche di qualche facile ascensione. In origine era un deposito costruito nel 1916 dagli Alpini che erano di stanza alla capanna Marinelli. Nel 1926 il comune di Torre S. Maria lo cedette all'Unione Escursionisti Caratesi, che lo ristrutturarono ed ampliarono e lo inaugurarono il 15 agosto 1927.
Per informazioni su apertura e prenotazioni si può consultare il sito www.caratebrianza.it/, oppure telefonare a Francesca Vanotti (tel.: 0342 452560 o 338 3878416).
Al rifugio si può accedere per diverse vie.


Rifugio Carate Brianza

CAMPOMORO-RIFUGIO CARATE BRIANZA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Campomoro-Rifugio Carate Brianza
2 h e 15 minuti
740
E
SINTESI. Saliamo in Valmalenco, a Lanzada, e proseguiamo sulla carozzabile che raggiunge Campo Franscia e prosegue terminando a Campomoro (m. 1990), presso l'omonima diga artificiale. Parcheggiamo all'ampio spiazzo ed attraversiamo il coronamento della diga, scendendo, sul lato opposto, su una pista sterrata che dopo pochi tornanti porta ad una piazzola. Di qui parte un largo sentiero che risale ripido l'aspro versante meridionale del Sasso Moro, verso ovest. Al termine della salita volge a destra (nord) ed inizia una lunga traversata, salendo molto moderatamente, verso nord-nord-ovest, sull'alto versante del bacino di Musella, prima fra radi larici, poi all'aperto, fino ad intercettare il sentiero della V tappa dell'Alta Via della Valmalenco. Il sentiero poi risale, ripido, una serie di dossi e conduce al rifugio Carate-Brianza (m. 2636).

La via di accesso più utilizzata è senza dubbio quella che parte dalla località di Campomoro (m. 1990), che si raggiunge salendo, da Chiesa Valmalenco (a 15,5 km da Sondrio) verso Campo Franscia (m. 1550, 8 km da Chiesa Valmalenco). In passato la località veniva chiamata anche "Carale", ed ancora oggi localmente solo “franscia”; l’aggiunta di “Campo-“ si deve ad una situazione curiosa: la Guardia di Finanza progettò di costruire a Campomoro una caserma; il progetto, però, mutò e la scelta cadde su Franscia, ma nei documenti, già pronti, venne cancellato solo –moro, sostituito con –franscia; così nacque il toponimo “Campofranscia”.
Qui si incontrano le due valli nelle quali la Val Lanterna, nella sua parte alta, si divide, vale a dire, ad est (destra) la valle di Campomoro, dalla quale scende il torrente Lanterna, o Cormor, e, ad ovest (sinistra) la valle di Scerscen, dalla quale scende il torrente omonimo. L’importanza del villaggio era legata alle attività commerciali, di allevamento e di estrazione mineraria (qui si trovava il cuore del sistema delle miniere di amianto, aperte verso la fine dell’Ottocento per iniziativa di imprenditori inglesi). Per questo nodo passavano tutte le mulattiere che si diramavano poi, nell’alta Valmalenco orientale, in direzione, verso nord-est, dei passi per la Valle di Poschiavo (già valicati in epoca romana, come testimonia il ritrovamento di una moneta romana al passo di Canciano) e, verso nord, dello splendido gruppo del Bernina, dove si trova l’omonimo pizzo, il “quattromila” più orientale della catena alpina: questo spiega anche la presenza, in passato, di una caserma della guardia di Finanza. In epoca più recente, la costruzione di due grandi sbarramenti idroelettrici, le dighe di Gera e Campomoro (dighe de la Gère e dighe de Cammòor), nell’omonima valle, hanno determinato un elemento di accelerazione nello sviluppo della zona, facendo della località una sede di villeggiatura estiva ed invernale. Dda Campo Franscia la strada, interamente asfaltata, prosegue fino a Campomoro (6 km da Campo Franscia).
Qui si trova ampia possibilità di parcheggio. Lasciata l’automobile, iniziamo il cammino attraversando, sul camminamento, la corona della grande diga e portandoci sul suo lato settentrionale, dove troviamo una pista che scende ad uno spiazzo sottostante. Qui parte, appunto, il più frequentato sentiero per il rifugio Marinelli.
Nel primo tratto sale, ripido, sull’aspro versante meridionale del Sasso Moro (m. 3108), con qualche tratto esposto protetto da corrimano. Il sentiero volge poi gradualmente a destra (nord-ovest), raggiungendo un più tranquillo bosco di larici, che attraversiamo percorrendo un lungo tratto con andamento quasi pianeggiante. Usciti dal bosco, riconosciamo subito la bocchetta delle Forbici (buchèl di fòrbes) e, poco sotto, il rifugio Carate Brianza (m. 2636), per il quale passa il sentiero. Per raggiungerlo, dopo aver intercettato il sentiero che sale, da sinistra, dall’alpe Musella, dobbiamo risalire una serrata sequenza di dossi (si tratta dei famosi “sette sospiri” - "set suspìir"), ai piedi del versante meridionale delle eleganti cime di Musella (m. 2990, 3079, 3094; più ad est, la cima di Caspoggio, m. 3136; queste vette sono chiamate, però, localmente, nel loro complesso, “sas di fòrbes”). Dopo due ore circa, o poco più, di cammino siamo, dunque, al rifugio Carate Brianza ed alla bocchetta delle Forbici, che ci introduce al grandioso, selvaggio e bellissimo vallone di Scerscen (il termine “Scérscen” deriva, probabilmente, da quello dialettale “scérsc”, “cerchio”, e si riferisce alla conformazione dell’ampio catino glaciale che si apre, con forma circolare, ai piedi dei colossi della testata occidentale della Valmalenco).

[Torna all'indice]


Rifugio Carate Brianza

CAMPO FRANSCIA-RIFUGI MITTA E MUSELLA-RIFUGIO CARATE BRIANZA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Campo Franscia-Alpe Foppa-Alpe Musella-Rifugio Carate Brianza
4 h
1126
E
SINTESI. Saliamo in Valmalenco, a Lanzada, e proseguiamo sulla carozzabile che raggiunge Campo Franscia. Qui parcheggiamo (m. 1550). Ci portiamo appena prima dell'imbocco del ponte, dove parte una mulattiera che sale, con un primo tratto ripido, in direzione nord-nord-est, allontanandosi gradualmente dalle gole dello Scerscen. A quota 1770 circa il sentiero piega leggermene a sinistra, assumendo un andamento verso nord e raggiungendo il limite orientale della nascosta conca erbosa dell’alpe Foppa (m. 1825). Qui, volgendo ancora a sinistra, attraversa, su un ponticello, un piccolo corso d’acqua, corre per un breve tratto verso ovest, lungo il limite settentrionale dell’alpe, per poi piegare a destra e riprendere a salire in direzione nord-est. Dopo un breve tratto in salita, la mulattiera intercetta, a quota 1900 circa, una pista sterrata che proviene, da destra, dalla diga di Campomoro. Seguiamo per un breve tratto la pista, che sale, verso destra, fino a trovare, sulla nostra destra, la ripresa della mulattiera, con segnalazione per l’alpe Musella. Imbocchiamo la mulattiera che sale in un bosco di larici, guadagnando quota 2000 metri, in corrispondenza di un roccione levigato e panoramico. Poi il tracciato assume un andamento pianeggiante, attraversando una splendida radura, attraversata da un piccolo corso d’acqua, per poi raggiungere il limite inferire dell'alpe Musella. Percorriamo, ora, un tratto del limite meridionale dell’alpe, fino a raggiungere il primo dei due rifugi che vi si trovano, il rifugio Mitta a 2018 metri. Poco sotto, troviamo il rifugio Musella, a 2000 metri. Ci inseriamo qui nel percorso della V tappa dell'Alta Via della Valmalenco. Dal rifugio Mitta procediamo, seguendo le indicazioni, verso nord-est, attraversando la piana e guadando un piccolo corso d'acqua, oltrepassato il quale pieghiamo leggermente a destra (est-nord-est) portandoci ad un secondo corso d'acqua. attraversato anche questo, pieghiamo a destra e per breve tratto procediamo verso sud-est, fino ad una doppia coppia tornantini dx-sx-dx-sx, dopo la quale procediamo verso est. Volgendo a sinistra, scavalchiamo per la seconda volta il medesimo corso d'acqua, questa volta da destra a sinistra, e continuiamo a salire, in direzione nord, con diversi tornantini, piegando leggermente a sinistra, tagliando un dosso e scavalcando un valloncello, con due corsi d'acqua, sempre da destra a sinistra. Ci attende, quindi, una nuova rampa, con diversi tornantini, in direzione nord, giungendo ad intercettare il già descritto sentiero che proviene dalla nostra destra (si tratta del sentiero che parte da Campomoro). La salita procede, verso nord, superando una serrata sequenza di faticosi dossi, i famosi "sette sospiri", che precedono l'agognata meta del rifugio Carate Brianza (m. 2636).

Prima che fosse percorribile la carrozzabile Campo Franscia-Campomoro, la salita ai rifugi Carate Brianza e Marinelli avveniva per via più lunga, partendo da Campo Franscia. Gli amanti delle lunghe camminate potranno apprezzare questa antica via, che offre scenari più variegati. Ma vediamo come procedere, scegliendo una delle due varianti possibili, quella che passa per l'alpe Foppa (la via più tradizionale passa invece più ad ovest, per il dosso dei Vetti e l'alpe Campascio).
All’uscita della galleria, troviamo subito, alla nostra sinistra, l’albergo-ristorante Fior di Roccia: lasciamo qui la strada principale, che prosegue, interamente asfaltata, fino alla diga di Campomoro, prendendo a sinistra ed attraversando il suo parcheggio, fino a raggiungere un primo ponte, quello sul torrente Cormor. Poco più avanti, troviamo un secondo ponte, sul torrente Scerscen. Qui dobbiamo lasciare l’automobile e cominciare a salire, da una quota approssimativa di 1500 metri.
La mulattiera, che costituisce l’antica via di accesso ai rifugi alti Carate Brianza e Marinelli, parte appena prima dell’imbocco del ponte, e sale, con un primo tratto ripido, in direzione nord-nord-est, allontanandosi gradualmente dalle gole dello Scerscen. Il suo fondo è ampio e piacevole da percorrere. Il tracciato, piegando gradualmente in direzione nord-est, si snoda ai piedi di massicci roccioni strapiombanti, la cui mole incombente, sulla sinistra, è resa più cupa dalla coloritura nerastra che talora assumono: sembrano lì lì per porre termine a quell’innaturale sospensione e precipitare, seppellendolo, sull’inerme escursionista che ne viola i recessi. Sotto uno di questi roccioni troviamo anche una cappelletta, che sembra posta proprio per scongiurare il pericolo di questa ecatombe. La loro inquietante presenza è però temperata da uno splendido bosco di larici che accompagna, con la sua gentile ombra ed il canto degli uccelli, la fatica della salita.
A quota 1770 circa il sentiero piega leggermene a sinistra, assumendo un andamento verso nord e raggiungendo il limite orientale della nascosta conca erbosa dell’alpe Foppa (fópom. 1825). Qui, volgendo ancora a sinistra, attraversa, su un ponticello, un piccolo corso d’acqua, corre per un breve tratto verso ovest, lungo il limite settentrionale dell’alpe, per poi piegare a destra e riprendere a salire in direzione nord-est. Dopo un breve tratto in salita, la mulattiera intercetta, a quota 1900 circa, una pista sterrata che proviene, da destra, dalla diga di Campomoro e prosegue, verso sinistra, fino all’alpe Campascio (campàasc).
Seguiamo per un breve tratto la pista, che sale, verso destra, fino a trovare, sulla nostra destra, la ripresa della mulattiera, con segnalazione per l’alpe Musella. Imbocchiamo la mulattiera che sale in un bosco di larici, guadagnando quota 2000 metri, in corrispondenza di un roccione levigato e panoramico. Poi il tracciato assume un andamento pianeggiante, attraversando una splendida radura, attraversata da un piccolo corso d’acqua. Oltre le cime dei larici, appaiono le eleganti cime di Musella (m. 2990, 3079, 3094; alla loro destra, la cima di Caspoggio, m. 3136; queste vette sono chiamate, però, localmente, nel loro complesso, “sas di fòrbes”), separate, dalla bocchetta delle Forbici (buchèl di fòrbes), dalla massiccia mole del monte delle Forbici (m. 2908; la denominazione è però erronea; viene chiamato localmente "bar óolt", perché le sue pendici nord-occidentali erano utilizzate per il pascolo di capre e pecore), che si erge imponente alla loro sinistra: il tutto compone un quadretto alpino degno di ispirare il più valente dei pittori.
Dopo un ultimo tratto, infatti, usciamo dal bosco e ci ritroviamo sul limite orientale dell’ampio pianoro dell’alpe Musella, a quota 2020 metri. Sul significato del nome, gli studiosi non sono concordi: secondo alcuni deriverebbe da una voce pre-latina, che significa “mucchi di pietre”, mentre secondo altri deriverebbe dalla voce medio-latina “musus”, che significa “sporgenza”, o, ancora, dalla voce lombarda “mosa”, che significa “pantano”. Sulla bellezza del luogo, invece, non c’è disaccordo: chiunque si trovi a passare di qui non può che rimanere stupito dall’armonia dello scenario.
L'alpeggio è uno dei più caratteristici della Valmalenco. Ecco come descrive gli alpeggi di Valmalenco Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” in “Sondrio e il suo territorio” (IntesaBci, 2001): “Gli alpeggi della Valmalenco hanno una morfologia a nucleo. Ogni famiglia aveva la propria baita. Non si spostava tutta la famiglia. Di solito andava il capofamiglia con due o tre insieme e gli altri rimanevano a lavorare i campi. Gli altri che rimanevano a casa, una volta alla settimana, andavano a portargli la roba, tutto a spalla, naturalmente, e portavano indietro il burro per venderlo e comprare farina. In alcuni casi la lavorazione del latte era effettuata in gruppi di tre o quattro famiglie che si impegnavano a turno. La produzione principale, più che il formaggio, era il burro, venduto al mercato di Sondrio (alpeggi di Lanzada) o in valle di Poschiavo in Svizzera (alpeggi di Torre). Tra gli alpeggi a nucleo più interessanti sono da considerare i due nuclei dell’alpe Arcoglio in comune di Torre, l’alpe Gembré (in pietra), Campaccio, Prabello, Brusada e l’alpe Musella in comune di Lanzada; in questi ultimi sono ancora presenti alcuni esempi antichi di edifici in legno con struttura a blockbau. Parte dei maggenghi (chiamati anche Barchi) era di proprietà comunale. Alcuni alpeggi (Gembré, Fellaria, Val Poschavina) sono a elevata altitudine e venivano utilizzati, al massimo, per un mese. In alcune alpi si falciava qualche piccolo appezzamento di prato (Pradaccio e Giumellino a Chiesa, Acquabianca, Canale, Palù a Torre) da utilizzare nelle stagioni peggiori unitamente al fieno selvatico raccolto sui versanti più alti delle creste montane”.
L’ampio pianoro di Musella sale, attraverso progressive balze, fino alla dorsale che separa il circo terminale dell’ampio vallone dall’ampio terrazzo della bocchetta di Caspoggio, che chiude ad est l’alta Valle di Scerscen. La dorsale è scandita, da ovest (cioè da sinistra), dalle tre cime di Musella, occidentale (m. 3079, conquistata per la prima volta nel 1881 da R. Aureggi, G. B. Confortola e B. Pedranzini), centrale (m. 3025) ed orientale (m. 3094), il torrione Brasile (nome singolare, legato al fatto che la prima ascensione, nel 1913, venne effettuata da un alpinista brasiliano, E. Marsicano) e la cima di Caspoggio (m. 3136). Una costiera molto bella, che ha l’unico torto di nascondere alla vista le più alte cime della testata della Valmalenco. La parte orientale di tale costiera è seminascosta dalla mole massiccia e tozza del Sasso Moro (m. 3108). Poco sotto la bocchetta delle Forbici (m. 2661), ben visibile, a sinistra delle cime di Musella, si distingue il rifugio Carate Brianza (la caràte, m. 2636), sul sentiero che porta al rifugio Marinelli. Visto da qui, sembra a mezzora o poco più di cammino, mentre in realtà è necessaria almeno un’ora e mezza per raggiungerlo.
Percorriamo, ora, un tratto del limite meridionale dell’alpe, fino a raggiungere il primo dei due rifugi che vi si trovano, il rifugio Mitta (erroneamente su alcune carte è segnato invece il rifugio Musella), a 2018 metri. Poco sotto, troviamo il rifugio Musella, a 2000 metri.
Ora dobbiamo inserirci nel percorso della V tappa dell'Alta Via della Valmalenco, che
giunge fin qui dal rifugio Palù, per il Bocchel del Torno e l'alpe Campascio. La meta è là, ben visibile: la bocchetta delle Forbici sembra quasi a portata di mano, ma è solo un'impressione fallace, perché siamo solo a meno di metà della salita.
Dal rifugio Mitta procediamo, seguendo le indicazioni, verso nord-est, attraversando la piana e guadando un piccolo corso d'acqua, oltrepassato il quale pieghiamo leggermente a destra (est-nord-est) portandoci ad un secondo corso d'acqua. attraversato anche questo, pieghiamo a destra e per breve tratto procediamo verso sud-est, fino ad una doppia coppia tornantini dx-sx-dx-sx, dopo la quale procediamo verso est. Volgendo a sinistra, scavalchiamo per la seconda volta il medesimo corso d'acqua, questa volta da destra a sinistra, e continuiamo a salire, in direzione nord, con diversi tornantini, piegando leggermente a sinistra, tagliando un dosso e scavalcando un valloncello, con due corsi d'acqua, sempre da destra a sinistra. Ci attende, quindi, una nuova rampa, con diversi tornantini, in direzione nord, giungendo ad intercettare il già descritto sentiero che proviene dalla nostra destra (si tratta del sentiero che parte da Campomoro). La salita procede, verso nord, superando una serrata sequenza di faticosi dossi, i famosi "sette sospiri", che precedono l'agognata meta del rifugio Carate Brianza.

[Torna all'indice]


Rifugio Carate-Brianza

RIFUGIO PALU'-RIFUGIO CARATE BRIANZA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Palù-Bocchel del Torno-Alpe Campascio-Alpe Musella-Rifugio Carate Brianza
4 h
1190
E
SINTESI. Dal rifugio Palù procediamo seguendo le indicazioni della V tappa dell'Alta Via della Valmalenco, cioè salendo all'alpe Roggione e, dopo un tratto in pineta ed un ultimo strappo in un valloncello, al Bocchel del Torno (m. 2203). Ignorate le indicazioni per il Sasso Nero, a sinistra, Scendiamo verso sud-ovest, sempre seguendo i triangoli gialli ed ignorando la deviazione a destra per l'alpe Campolungo. Scendendo verso sud-est raggiungiamo le pisce di sci e la stazione dalla quale parte lo ski-lift che sale fino al monte Motta. Poco sopra la quota 1800, invece di proseguire nella medesima direzione, pieghiamo a sinistra, percorrendo una mulattiera che effettua una lunga traversata verso nord, sul fianco orientale del versante montuoso che dal Sasso Nero scende fino al monte Motta: entriamo così nella valle di Scerscen e, superato l'omonimo torrente, raggiungiamo il pianoro dell'alpe Campascio, fino alle baite dell'alpe sul lato opposto (m. 1844). Alle loro spalle troviamo il sentiero marcato che sale in pineta, verso nord-est, uscendone presso i rifugi Musella (m. 2000) e Mitta (m. 2018), sul limite inferiore dell'alpe Musella. Dal rifugio Mitta procediamo, seguendo le indicazioni, verso nord-est, attraversando la piana e guadando un piccolo corso d'acqua, oltrepassato il quale pieghiamo leggermente a destra (est-nord-est) portandoci ad un secondo corso d'acqua. attraversato anche questo, pieghiamo a destra e per breve tratto procediamo verso sud-est, fino ad una doppia coppia tornantini dx-sx-dx-sx, dopo la quale procediamo verso est. Volgendo a sinistra, scavalchiamo per la seconda volta il medesimo corso d'acqua, questa volta da destra a sinistra, e continuiamo a salire, in direzione nord, con diversi tornantini, piegando leggermente a sinistra, tagliando un dosso e scavalcando un valloncello, con due corsi d'acqua, sempre da destra a sinistra. Ci attende, quindi, una nuova rampa, con diversi tornantini, in direzione nord, giungendo ad intercettare il già descritto sentiero che proviene dalla nostra destra (si tratta del sentiero che parte da Campomoro). La salita procede, verso nord, superando una serrata sequenza di faticosi dossi, i famosi "sette sospiri", che precedono l'agognata meta del rifugio Carate Brianza (m. 2636).

Possiamo salire al rifugio Carate Brianza anche percorrendo parte della V tappa dell'Alta Via della Valmalenco, cioè partendo dal rifugio Palù (al quale si sale facilmente da San Giuseppe, percorrendo la carrozzabile che sale ai Barchi, dove si parcheggia l'automobile, proseguendo su facile sentiero per poco più di mezz'ora fino al rifugio, posto sulla riva settentrionale dell'omonimo ed incantevole lago).
Partiamo, dunque, dal rifugio Palù ('l rifùgiu, m. 1945) e procediamo, seguendo le indicazioni, salendo all'alpe Roggione (m. 2007). Attraversiamo un piccolo bosco, nel quale la traccia di sentiero si fa strada a fatica fra alcuni grandi massi. Usciti dal bosco, cominciamo a risalire uno stretto vallone, fra erbe e qualche masso, in direzione della sella terminale, cioè del Bocchel del Torno (m. 2203). Oltre la sella si presenta al nostro sguardo una delle cime che avremo modo di osservare con maggiore frequenza durante le rimanenti tappe, vale a dire il pizzo Scalino (m. 3323). Ignoriamo le segnalazioni alla nostra sinistra, che guidano chi volesse salire alla cima del Sasso Nero (umèt, m. 2919), e cominciamo a scendere verso destra, entrando nuovamente in un bosco di larici, dal volto, però, questa volta più gentile.


Alpe Campascio

Ignoriamo la deviazione che, alla nostra destra, conduce all'alpe Campolungo, dalla quale si sale al passo omonimo (m. 2167), gemello del Bocchel del Torno (il passo è infatti posto fra il monte Roggione (crèsta del rungiùm), a nord, ed il monte Motta - “sas òlt” -, a sud, ed è separato dal Bocchel del Torno dal monte Roggione). Continuiamo, dunque, a scendere verso sud-est, raggiungendo le pisce di sci e la stazione dalla quale parte lo ski-lift che sale fino al monte Motta.
Poco sopra la quota 1800, invece di proseguire nella medesima direzione (che ci condurrebbe al rifugio Scerscen - m. 1813 - e da qui a Campo Franscia - m. 1620), pieghiamo a sinistra, percorrendo una mulattiera che effettua una lunga traversata sul fianco orientale del versante montuoso che dal Sasso Nero scende fino al monte Motta: entriamo così nella valle di Scerscen e, superato l'omonimo torrente, raggiungiamo il pianoro dell'alpe Campascio (campàasc), fino alle baite dell'alpe (m. 1844), precedute da due torrentelli.


Alpe Campascio

Presso la prima di queste baite imbocchiamo, sempre seguendo le segnalazioni, il sentiero che riprende a salire verso destra (nord-est) per circa duecento metri, fino a raggiungere la radura dove sono collocati i rifugi Mitta e Musella, a 2021 metri, circondati dalla bellissima cornice di boschi gentili. Poco sopra i rifugi raggiungiamo poi le baite dell'alpe Musella (m. 2076), dalle quali inizia la lunga salita verso nord (sopra descritta) che porterà alla bocchetta delle Forbici (buchèl di fòrbes). A questo sentiero si congiunge da destra, poco sopra la quota 2200, quello che parte dal limite sud-occidentale della diga di Campomoro (dighe de cammòor) ed attraversa, quasi pianeggiante, il bosco di radi larici che costituisce il limite superiore dell'alpe Musella. Quando vediamo il cartello che indica la deviazione a destra per Campomoro, abbiamo già iniziato quella lunga e faticosa salita che ci permetterà di sormontare sette dossi posti in rapida successione: si tratta dei famosi "sette sospiri" ("set suspìir"), che devono la loro denominazione non solo ad alcune brusche impennate del sentiero, ma anche alla fallace impressione che la bocchetta delle Forbici sia lì, a portata di mano, impressione alla quale succede l'amara constatazione che il percorso è più lungo e faticoso di quanto ci si aspetterebbe. Lo scenario che ci sta di fronte, però nella sua bellezza in parte ci ripaga dalla fatica: le chiare cime di Musella (m. 2990, 3079, 3094; alla loro destra, la cima di Caspoggio, m. 3136; queste vette sono chiamate, però, localmente, nel loro complesso, “sas di fòrbes”) ci fanno già respirare quell'aria di alta montagna che dominerà sovrana oltre la bocchetta. Raggiungiamo infine, appena sotto la bocchetta, il, si può ben dire, sospiratissimo rifugio Carate Brianza.

[Torna all'indice]

RIFUGIO CARATE BRIANZA-RIFUGIO MARINELLI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Carate Brianza-Rifugio Marinelli
1 h e 15 min.
200
E
SINTESI. Dal rifugio saliamo alla vicinissima Bocchetta delle Forbici e, sempre seguendo i triangoli gialli della V tappa dell'Alta Via della Valmalenco procediamo nel vallone di Scerscen, passando alti, a destra, del lago delle Forbici, verso nord-nord-ovest, ed aggirando uno sperone roccioso e piegando gradualmente a destra (est), passando a sinistra del lago delle Forbici ed a destra di un microlaghetto. Pieghiamo poi leggemrnete a sinistra, scendendo a guadare alcuni torrentelli, poi risaliamo la china che ci porta ai piedi dello sperone sulla cui cima è posto il rifugio Marinelli. la traccia volge bruscamente a sinistra e, ignorata la deviazione a destra per la bocchetta di Caspoggio ed il passo Marinelli Orientale, saliamo con ripidi tornantini verso ovest, fino al rifugio Marinelli-Bombardieri al Bernina (m. 2813).


Panorama dalla bocchetta delle Forbici

Il rifugio Carate Brianza viene visitato soprattutto da escursionisti che leggono come meta il rifugio Marinelli-Bombardieri e che salgono da Campomoro. La traversata al rifugio avviene facilmente su sentiero ben segnalato, che parte proprio dalla Bocchetta delle Forbici e si addentra nella parte alta del Vallone di Scerscen.
Il sentiero, con alcuni saliscendi, piega ora a destra (nord), correndo a mezza costa fra il versante occidentale delle cime di Musella ed il vallone di Scerscen, fino ad aggirare lo sperone di nord-ovest delle cime di Musella e piegare ancora a destra (direzione nord-est), iniziando un tratto in leggera discesa. Appaiono ora tutte le cime della parte occidentale della testata della Valmalenco, cioè, da sinistra (ovest), il pizzo Glüschaint (m. 3594), la Sella (m. 3584), i caratteristici pizzi Gemelli (m. 3500 e 3501), l’elegante e simmetrico pizzo Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio, m. 3936), il massiccio pizzo Scerscen (m. 3971), il quattromila più orientale della catena alpina, cioè il pizzo Bernina (m. 4049) e la Cresta Güzza (m. 3869). Scendiamo, così, nel cuore del vallone che scende, alla nostra destra, dalla vedretta di Caspoggio, il piccolo ghiacciaio per il quale passa la sesta tappa dell’Alta Via, e passiamo a destra di un laghetto, prima di attraversare, su un ponticello, il torrente che scende dal ghiacciaio.
Possiamo vedere di fronte a noi la meta, cioè il rifugio Marinelli, in cima ad un imponente sperone roccioso, di color rosso cupo. Ne raggiungiamo, quindi, il fianco orientale, dopo una breve salita fra sassi e sparute erbe, per volgere a sinistra e risalirlo, con ripidi tornanti, ignorando la deviazione, a destra, per la bocchetta di Caspoggio. Dopo circa tre ore ed un quarto di cammino raggiungiamo, così, il piazzale del rifugio Marinelli (m. 2813).


Panorama dalla bocchetta delle Forbici

È interessante, infine, leggere il resoconto della salita alla capanna, per il vecchio sentiero, da Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne: “Il 26 luglio 1900, io, l'amico M.P. e la guida E.Schenatti siamo in cammino per la capanna Marinelli. Il tempo è splendido e molto caldo. La piramide dello Scalino, spicca superba contro il cielo azzurro, al di là dei verdi pascoli di Franscia. Alla bell'alpe di Campascio regna una grande silenzio. Ci sono due capre vicino al ponte che ci guardano passare. Ci inerpichiamo nel bosco pieno di ciuffi rosati di rododendri. Attraverso le conifere si vede ergersi la massa nera del Sasso Moro.


Rifugio Marinelli-Bombardieri al Bernina

Tocchiamo l'alpe di Musella (2066 m.) colle sue minuscole baite di legno. La salita senza fine lungo le coste erbose e le frane comincia: Lassù si scorge la Bocchetta delle Forbici (2662 m.) e la si direbbe vicinissima. Ma dobbiam traversare una serie di piani sovrapposti in gradini prima d'arrivare all'ultima costa. Un'aria fresca ci annuncia che ci stiamo avvicinando al passo. Pernici bianche si levano in volo. Due bracconieri alla ricerca di camosci, appaiono e scompaiono sulla cresta a sinistra della bocchetta. Arriviamo al passo:
E' lo splendido colpo di scena tante volte visto e che desideriamo sempre rivedere. Gli immensi ghiacciai di Scerscen e il gruppo del Bernina appaiono d'un tratto davanti a noi. Al di là del passo, seguiamo il sentierino tracciato dal C.A.I. nella parete che scoscende a picco sulla vedretta di Caspoggio. Dall'altra parte del ghiacciaio, su una prominenza rocciosa ai piedi del Pizzo d'Argent, la capanna Marinelli appare. Il sentiero scompare nelle gande lungo le quali scendiamo sulla vedretta di Caspoggio.


Testata della Valmalenco

Traversando questa, arriviamo con facilità ai piedi delle roccie sulle quali è costruita la capanna. Ancora uno sforzo, sotto il peso dei sacchi e della legna della quale ci siamo caricati all'alpe Musella ed eccoci alla capanna (2812 m.). Siamo soli. Lo Schenatti, che ha con sè un pollo e che ama fare il cuoco, si incarica della cena. Noi ci portiamo sulle roccie, a ovest della capanna, per ammirare il ghiacciaio e le cime che ci contornano. Di fronte alla capanna, verso sud, si ergono, nere, appuntite come dei campanili, le Cime di Musella. Verso ovest, il Disgrazia le cui vedrette brillano alle luci della sera. Poi, sopra le vedrette di Scerscen: il Tremoggia, il Roseg, il Monte di Scerscen, ecc. Quando andiamo a coricarci, tutte le cime sono scoperte, il cielo disseminato di stelle.” (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).

[Torna all'indice]


Vallone di Scerscen

TRAVERSATA RIFUGIO CARATE BRIANZA-RIFUGIO LONGONI PER LA FORCA D'ENTOVA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Carate Brianza-Vallone di Scerscen-Forca d'Entova-Rifugio Longoni
7 h e 30 min.
1500
E
SINTESI. Saliamo dal rifugio Carate-Brianza alla vicina bocchetta delle Forbici, lasciando però subito il sentiero per il rifugio Marinelli per seguire l'itinerario la cui partenza è segnalata su un masso, posto a sinistra del sentiero per la Marinelli, a poca distanza dalla bocchetta delle Forbici, con la scritta “Ponte-Cimitero Alpini”. Procedendo verso nord-ovest passiamo accanto al laghetto delle Forbici e ad un secondo più piccolo laghetto, poi cominciamo a scendere decisamente, volgendo verso sud-ovest, con un andamento zig-zagante. Pieghiamo, poi, a destra, assumendo la direzione nord, e superiamo una fascia di rocce sfruttando un canalino. In questo tratto, particolarmente ripido, dobbiamo prestare una certa attenzione. Raggiungiamo, quindi, un terreno più tranquillo, che alterna fasce di massi a magri pascoli, volgendo in direzione nord-ovest e passando a monte di un enorme masso. Superata un’ultima fascia di massi, ci ritroviamo a monte del ponte sul torrente Scerscen (m. 2240). Oltrepassato il ponte, saliamo ad un pianoro dove troviamo un cartello della variante della V tappa dell'Alta Via della Valmalenco. Seguendo le indicazioni per la Forca d'Entova, entriamo in un pianoro che chiude l’ampio vallone che sale alla forca. Raggiunta la parte terminale del pianoro, dirigiamoci alla piccola morena, sulla nostra destra, e seguiamone il breve filo, fino a giungere in vista dei triangoli gialli che ci guidano nella salita verso la forca, sul lato destro (per noi) del vallone, verso sud-sud-ovest, fino al corridoio-ripiano della Forca d'Entova. Dalla forca di Entova scendiamo, sempre guidati dai triangoli gialli, verso il laghetto di Entova superiore, passiamo vicino alla sua riva sinistra (per noi che scendiamo) e di qui alla pista sterrata, seguendo la quale raggiungiamo, dopo una lunga traversata ai piedi dell’impressionante fianco meridionale del Sasso d’Entova, il piazzale dal quale parte il sentiero, segnalato, per il rifugio Longoni. Qui lasciamo la pista e saliamo verso destra sul marcato e ripido sentiero che raggiunge un bivio, al quale prendiamo a destra e raggiungiamo il terrazzo del rifugio Longoni.

Decisamente meno nota è la possibilità di traversare dal rifugio Carate Brianza al rifugio Longoni, scendendo nel cuore del vallone di Scerscen, visitando il cimitero degli Alpini e salendo alla forca d'Entova. Il percorso, assai meno battuto, non è meno affascinante. Se lo scegliamo, dalla Bocchetta delle Forbici dobbiamo seguire i segnavia bianco-rossi, che ci guidano nella discesa nel cuore del Vallone. La partenza di questo itinerario è segnalata su un masso, posto a sinistra del sentiero per la Marinelli, a poca distanza dalla bocchetta delle Forbici, con la scritta “Ponte-Cimitero Alpini”. I segnavia, che vanno sempre seguiti con attenzione lungo l’intera discesa, dal momento che la traccia di sentiero è assai discontinua e labile, ed attraversa luoghi esposti, ci porta, dopo un primo tratto, sulla riva orientale del laghetto delle Forbici (m. 2618), nel quale, durante le belle giornate con calma di vento, si specchia l’imponente testata della Valmalenco. 
Poco oltre, troviamo un secondo e più piccolo laghetto (m. 2611). Da qui possiamo distinguere chiaramente la forca d’Entova, che si trova sul crinale che separa la valle di Scerscen dall’alta Valmalenco, a sinistra della marcata punta del Sasso d’Entova, alla cui destra si distingue il pizzo Malenco. Guardando ancora più a destra, vediamo la vedretta di Scerscen inferiore, delimitata, a nord, dalla massiccia dorsale che comprende, da sinistra, il pizzo Glüschaint (m. 3594), La Sella (m. 3854), i pizzi Gemelli (m. 3500 e m. 3501) ed il pizzo Sella (m. 3511).
Oltrepassato il laghetto, l’itinerario comincia a scendere decisamente, volgendo verso sud-ovest, con un andamento zig-zagante. Piega, poi, a destra, assumendo la direzione nord, e supera una fascia di rocce sfruttando un canalino. In questo tratto, particolarmente ripido, dobbiamo prestare una certa attenzione. Raggiungiamo, quindi, un terreno più tranquillo, che alterna fasce di massi a magri pascoli, volgendo in direzione nord-ovest e passando a monte di un enorme masso, che cattura la nostra attenzione, accendendo la fantasia, che si sbizzarrisce nell’immaginare da quale cima e come sia potuto scendere fin quasi nel cuore del vallone. Guardando verso nord, dominiamo l’ampia parte terminale del vallone, sovrastata dalle più alte cime della testata della Valmalenco.
Superata un’ultima fascia di massi, ci ritroviamo a monte del ponte sul torrente Scerscen, gettato, a quota 2240, dal gruppo degli Alpini di Lanzada nel luglio del 1996. Saliamo, quindi, sul lato opposto della valle, lasciando alle nostre spalle il fragore rabbioso delle acque che scendono dal ghiacciaio di Scerscen. La salita ci porta ad un tranquillo pianoro, dove si trova il cartello già menzionato sopra, nel racconto della variante della V tappa dell’Alta Via. Prima di continuare verso la forca d’Entova, prendiamoci il tempo di un interessanti fuori-programma: saliamo, verso sinistra, alla bocchetta di quota 2360, dove si trova un secondo cartello, che indica la direzione in cui si trova il Cimitero degli Alpini (cimitéri di alpìn), a 5 minuti di cammino. Si tratta di piegare a sinistra e, seguendo alcuni ometti, raggiungere la croce del piccolo monumento, seminascosta da un dosso. Esso è posto a 2370 metri, e ricorda la morte di un gruppo costituito da 16 alpini, travolti da una valanga il 2 aprile 1917, mentre salivano al rifugio Marinelli, dove era alloggiato un distaccamento di Alpini, dalla bocchetta delle Forbici. La targa, posta dal gruppo A.N.A. di Lanzada, commemora il loro sacrificio con queste parole: “A questi prodi vigili sui monti non parve sorte dura precipitare a valle sotto la valanga immane se il verde delle fiamme e il rosso del sangue loro sul bianco della neve simboleggiarono al termine estremo del fronte di guerra la gloria del tricolore”. Alle spalle della croce i giganti ci guardano con sovrano silenzio, così come furono muti testimoni della lontana tragedia.
Non è necessario, ora, ridiscendere alla piana: tornati ai quattro cartelli della bocchetta, seguiamo le indicazioni per la forca d’Entova, data a 2 ore (mentre il rifugio Longoni è dato a 3 ore e 45 minuti). Senza perdere quota, entriamo nell’ameno pianoro che chiude l’ampio vallone che sale alla forca. Raggiunta la parte terminale del pianoro, dirigiamoci alla piccola morena, sulla nostra destra, e seguiamone il breve filo, fino a giungere in vista dei triangoli gialli che ci guidano nella salita verso la forca. Percorriamo, ora, a rovescio l’itinerario descritto nella prima metà della variante della V tappa dell’Alta Via. Se avessimo difficoltà a rintracciare i segnavia, o dovessimo perderli, poco male: possiamo proseguire a vista, rimanendo, più o meno, al centro dell’ampio vallone, passando a destra del primo laghetto ed in mezzo ai due specchi d’acqua più alti.
Dalla forca di Entova scendiamo, sempre guidati dai triangoli gialli, verso il laghetto di Entova superiore, passiamo vicino alla sua riva sinistra (per noi che scendiamo) e di qui alla pista sterrata, seguendo la quale raggiungiamo, dopo una lunga traversata ai piedi dell’impressionante fianco meridionale del Sasso d’Entova, il piazzale dal quale parte il sentiero, segnalato, per il rifugio Longoni. Raggiungiamo, alla fine, il rifugio, dopo circa 7 ore e mezza di cammino, necessarie per superare circa 1500 metri di dislivello.

[Torna all'indice]


Rifugio Carate-Brianza

TRAVERSATA RIFUGIO CARATE BRIANZA-RIFUGIO BIGNAMI PER LA FORCA DI FELLARIA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Carate Brianza-Forca di Fellaria-Rifugio Bignami
1 h e 45 min.
200
E
SINTESI. Seguendo le indicazioni di un cartello a lato del rifugio Carate Brianza, procediamo su traccia di sentiero verso ovest-nord-ovest, tagliando il versante meridionale ai piedi delle cime di Musella. Seguiamo gli abbondanti segnavia biancorossi (ma anche triangoli gialli, perché percorriamo una variante bassa della VI tappa dell'Alta Via della Valmalenco), che ci aiutano a districarci in una fascia di blocchi e sfasciumi. Nella seconda parte della traversata pieghiamo verso destra (sud-est) e ci portiamo al centro del vallone che sale alla forca di Fellaria, poi su quello di destra (per noi). Dopo aver guadagnato un po’ di quota sul versante destro, iniziamo la parte terminale della traversata, con andamento più tranquillo, in direzione sud-est, verso l’evidente depressione della forca. Dopo circa un’ora di cammino dal rifugio Carate Brianza, ci affacciamo alla forca di Fellaria (2819 m.). Scendiamo in un ampio vallone, compreso fra il vallone gemello che culmina nella bocchetta di Caspoggio, a nord, ed il versante settentrionale del Sasso Moro, a sud; piegando a destra, ci portiamo sul suo lato destro, fino a raggiungere, sempre guidati dai segnavia, un pianoro percorso da un pigro torrentello. Procediamo, quindi, in direzione est-nord-est, con andamento pianeggiante. La traccia non sempre è visibile, ma la traversata, senza problemi, ci conduce sulle soglie di un modesto avvallamento, nel quale scendiamo da destra, raggiungendo il punto in cui il sentiero confluisce in quello che, salendo dal rifugio Bignami, conduce alla bocchetta di Caspoggio. Percorrendolo verso destra, siamo in breve alle baite dell’alpe di Fellaria (m. 2401) e, a breve distanza, al rifugio Bignami (m. 2385).

Pochi sanno, infine, che dal rifugio Carate Brianza si può facilmente traversare al rifugio Bignami per la Forca di Fellaria. Tale traversata costituisce una variante della VI tappa dell'Alta Via della Valmalenco, meno spettacolare delle due più alte, ma che può essere presa in considerazione da chi, per qualsiasi motivo, non se la senta di affrontare un tratto di traversata su ghiacciaio. In questo caso, raggiunto il rifugio Marinelli al termine della quinta tappa, si ridiscende, il giorno successivo, al rifugio Carate Brianza (la discesa richiede poco più di mezzora di cammino) e si inizia, da qui, la traversata.
Se, invece, la effettuiamo come escursione a sé stante, dobbiamo partire, come già detto, dalla diga di Campomoro (m. 1990), che si raggiunge salendo, da Chiesa Valmalenco (a 15,5 km da Sondrio) verso Campo Franscia (m. 1550, 8 km da Chiesa Valmalenco) e da Campo Franscia, su strada interamente asfaltata, a Campomoro (6 km da Campo Franscia). Qui si trova ampia possibilità di parcheggio. Lasciata l’automobile, iniziamo il cammino attraversando, sul camminamento, la corona della grande diga e portandoci sul suo lato settentrionale, dove troviamo una pista che scende ad uno spiazzo sottostante. Qui parte il più frequentato sentiero per il rifugio Marinelli.
Nel primo tratto sale, ripido, sull’aspro versante meridionale del Sasso Moro (m. 3108), con qualche tratto esposto protetto da corrimano. Il sentiero volge poi gradualmente a destra (nord-ovest), raggiungendo un più tranquillo bosco di larici, che attraversiamo percorrendo un lungo tratto con andamento quasi pianeggiante. Usciti dal bosco, riconosciamo subito la bocchetta delle Forbici (buchèl di fòrbes), a destra del monte omonimo (m. 2910) e, poco sotto, il rifugio Carate Brianza (m. 2636), per il quale passa il sentiero.
Per raggiungerlo, dopo aver intercettato il sentiero che sale, da sinistra, dall’
alpe Musella (m. 2076), dobbiamo risalire una serrata sequenza di dossi (si tratta dei famosi “sette sospiri” - "set suspìir" ), ai piedi del versante meridionale delle eleganti cime di Musella (m. 3088).
Se, nella salita, volgiamo lo sguardo a destra, cioè verso est, possiamo osservare, alle spalle di una caratteristica formazione rocciosa dalla cima arrotondata, il Sasso Moro, che si pone al centro dell’anello che stiamo percorrendo (anello che, dunque, potremmo chiamare del Sasso Moro). Se, invece, guardiamo verso sud possiamo scorgere la bucolica piana dell’alpe di Musella, dove si trovano anche i rifugi Mitta e Musella, e per la quale passa il sentiero che sale alla bocchetta delle Forbici da Campo Franscia.
Dopo due ore circa di cammino, dunque, raggiungiamo il rifugio Carate Brianza. Alla sua destra troviamo il cartello che indica la partenza del sentiero per la forca di Fellaria (buchèl de felérìe) ed il rifugio Bignami. Invece di salire alla bocchetta delle Forbici, dunque, imbocchiamo questo sentiero, che si dirige verso est-nord-est, e che è segnalato da segnavia diversi (soprattutto bianco-rossi, ma anche triangoli bianchi con bordo giallo, ad indicare che si tratta di una variante della sesta tappa dell’Alta Via, e segmenti bianchi).
Non si tratta di un sentiero marcato, anzi la traccia, in molti punti, si perde in un dedalo caotico di massi, grandi e piccoli, ma non rischiamo di perderci, in quanto i segnavia sono addirittura sovrabbondanti, soprattutto nella prima parte, e ci guidano, si può ben dire, passo per passo. Oltretutto ben presto giungiamo in vista della meta, in quanto la forca ci appare come l’evidente sella che chiude il vallone di sfasciumi verso il quale ci stiamo dirigendo. Il vallone è delimitato a sud dalle propaggini che scendono verso nord-ovest dalla cima del Sasso Moro ed a nord dalle cime di Musella (m. 2990, 3079, 3094; più ad est, la cima di Caspoggio, m. 3136; queste vette sono chiamate, però, localmente, nel loro complesso, “sas di fòrbes”).
Il sentiero comincia la traversata a mezza costa sul fianco sinistro (per noi) del vallone, cioè su quello settentrionale, salendo molto gradualmente. I magri pascoli cedono ben presto il passo ad una fascia di massi di dimensioni medio-piccole. Guardando davanti a noi, abbiamo l’impressione che la traccia debba effettuare la traversata rimanendo su questo versante e raggiungendo la sella con un arco di cerchio. Invece, ad un certo punto, i segnavia ci fanno piegare a destra e scendere leggermente, raggiungendo il cuore del vallone, dove si trova una fascia di grandi massi.
È, questo, il tratto più faticoso dell’anello: i segnavia ci guidano, ma, per diversi minuti, dobbiamo, con cautela, districarci in una congerie di massi di dimensioni rilevanti, portandoci gradualmente sul lato opposto (destro) del vallone. Su un terreno del genere ci si deve muovere sempre con calma ed attenzione, perché un piede messo malamente o uno scivolone in un buco possono essere all’origine di infortuni anche seri. Qualche pausa, per riprendere fiato, ci consente di osservare le cime di Musella occidentali che, viste da qui, assumono un aspetto quasi gotico, mostrandosi come un irto sistema di guglie e pinnacoli.
Dopo aver guadagnato un po’ di quota sul versante destro, iniziamo la parte terminale della traversata, con andamento più tranquillo, in direzione sud-est, verso l’evidente depressione della forca. Prima di raggiungerla, passiamo a sinistra di un’ampia finestra dalla quale appaiono, alla nostra destra, il monte Disgrazia e, sul fondo, uno scorcio della catena orobica.
Poi, dopo circa un’ora di cammino dal rifugio Carate Brianza, ci affacciamo alla forca di Fellaria, posta a 2819 metri, che ci immette in un corridoio dal quale si vedono già, verso nord-est (alla nostra sinistra) il piz Varuna (m. 3453) e, alla sua destra, la cima Fontana (m. 3070), sul versante settentrionale della val Confinale. Sullo sfondo, qualche scorcio del versante orientale della Valle di Poschiavo e le più alte cime della Val Grosina. Lasciamo, invece, alle nostre spalle un’esigua finestra nella quale, sul fondo, si individua la vedretta di Scerscen inferiore e, sul suo limite sud-occidentale, la dorsale scandita dalla triade del pizzo Tramoggia (piz di tremögi,, m. 3441), a nord-ovest, dal pizzo Malenco (m. 3438), al centro, e dal Sasso d’Entova (sasa d’éntua, m. 3329; le tre vette, nel loro insieme, erano chiamate, localmente, “i tremögi”; la denominazione distinta deriva da un interesse alpinistico), a sud-est. Il corridoio che stiamo percorrendo suscita un forte senso di tranquilla solitudine: è un luogo appartato, lontano dalle vie più battute della Valmalenco, dove, preso nella morsa di un silenzio inviolato, anche il tempo sembra aver fermato il suo corso.
La discesa è assai più agevole della salita: troviamo una buona traccia di sentiero che ci permette di perdere quota senza fatica. Scendiamo in un ampio vallone, compreso fra il vallone gemello che culmina nella bocchetta di Caspoggio, a nord, ed il versante settentrionale del Sasso Moro, a sud; piegando a destra, ci portiamo sul suo lato destro, fino a raggiungere, sempre guidati dai segnavia, un pianoro percorso da un pigro torrentello. Procediamo, quindi, in direzione est-nord-est, con andamento pianeggiante.
La traccia non sempre è visibile, ma la traversata, senza problemi, ci conduce sulle soglie di un modesto avvallamento, nel quale scendiamo da destra, raggiungendo il punto in cui il sentiero confluisce in quello che, salendo dal rifugio Bignami, conduce alla bocchetta di Caspoggio. Percorrendolo verso destra, siamo in breve alle baite dell’alpe di Fellaria (m. 2401) e, a breve distanza, al rifugio Bignami (m. 2385), collocato su un ampio terrazzo che domina il lago di Gera (m. 2150).
L’alpe Fellaria (o Fellerìa, in dialetto “felerìe”) merita un breve discorso. Si tratta, infatti, di uno dei più alti alpeggi alpini, posta, com’è, a 2400 metri. Il suo centro è posto in un piccolo avvallamento che pone le baite al riparo dai venti che spirano dai ghiacciai omonimi. Fino alla metà degli anni Settanta del secolo scorso era caricata da una decina di famiglie della contrada di Ganda (Lanzada), ciascuna con il proprio soprannome (i re, i gat, i santin, i mau, i gnolii, i tonitoni, i alpin, i öc, i péteréi), con una settantina di capi che salivano fin qui dopo aver sostato nei sottostanti alpeggi di Campomoro e di Gera (prima che gli attuali invasi li sommergessero); oggi, invece, da molti anni nessun capo di bestiame pascola più nella splendida cornice dell’alta Valle di Campomoro.
Nei pressi del rifugio troviamo il sentiero che scende, in direzione sud, verso la muraglia che sbarra la diga, e che corre sul versante denominato "còsto granda" e sulla parte bassa del possente versante sud-orientale del Sasso Moro. Nella discesa si apre al nostro sguardo un bello scorcio della val Poschiavina (da non confondere con la ben più ampia Valle di Poschiavo, in territorio svizzero, alla quale, peraltro, si accede da questa valle minore valicando il passo di Canciano), posta a sud della val Confinale. L’ultima parte del sentiero, intagliata nella viva roccia che precipita nelle acque del lago, propone qualche saliscendi, prima di condurci sul lato occidentale del camminamento della poderosa muraglia della diga di Gera che, con i suo 65 milioni di metri cubi, è una delle più grandi d’Italia.
Attraversando il camminamento, possiamo gustare, sia a valle che a monte, un ottimo panorama. Verso nord vediamo, a destra della cima del Sasso Rosso (m. 3481), la seraccata che scende dal ramo orientale del ghiacciaio di Fellaria e, alla sua destra, il piz Varuna. Verso sud, invece, dominiamo la piana di Campomoro, occupata dall’omonima diga, e possiamo scorgere, sulla destra, il monte Disgrazia (m. 3678), alla cui sinistra si individua il pizzo Cassandra (piz Casàndra o Casèndra, m. 3226). Dal camminamento scendiamo ai piedi della muraglia e procediamo su una pista sterrata che, dopo un paio di tornanti in discesa, assume un andamento pianeggiante, fiancheggiando il lato orientale della diga di Campomoro.


Rifugio Carate-Brianza

[Torna all'indice]

SALITA AL MONTE DELLE FORBICI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Carate Brianza-Monte delle Forbici
45 min.
285
E


Clicca per aprire una panoramica a 360 gradi sulla Valmalenco dalla cima del monte delle Forbici

Il monte delle Forbici è una cima che si può raggiungere assai facilmente partendo dalla bocchetta omonima, abbastanza nota ai frequentatori della Valmalenco perché si trova sul percorso che conduce al rifugio Marinelli, appena sopra il rifugio Carate Brianza. È anche una cima estremamente panoramica, in quanto abbastanza alta, con i suoi 2910 metri, da consentire un colpo d’occhio stupendo sull’intera testata della Valmalenco, sul gruppo Scalino-Painale, sulla catena orobica, sul Monte Disgrazia ("desgràzia") e sulla testata della Val Sissone (val de sisùm).
Il suo nome è legato ad un curioso errore: infatti localmente è chiamato "bar oolt", letteralmente "caprone alto", perché segna il confine superiore delle proprietà usufruibili per il pascolo da parte degli abitanti di Torre S. Maria, mentre il vero, anzi, i veri monti delle Forbici ("sas di fòrbes") sono le cime segnate sulle carte come cime di Musella (m. 2990, 3079, 3094; più ad est, la cima di Caspoggio, m. 3136; queste vette sono chiamate, però, localmente, nel loro complesso, “sas di fòrbes”). Ormai, però, questa trasposizione è entrata nell'uso, e difficilmente verrà corretta.
Il nostro monte, con il suo corpo massiccio, si pone sul confine fra l’alpe Musella (dal diminutivo della voce lombarda "mosa", luogo paludoso) ed il Vallone di Scerscen (il termine “Scérscen” deriva, probabilmente, da quello dialettale “scérsc”, “cerchio”, e si riferisce alla conformazione dell’ampio catino glaciale che si apre, con forma circolare, ai piedi dei colossi della testata occidentale della Valmalenco). C’è da aggiungere che vi si sale seguendo un facile percorso recentemente segnalato con segnavia biancorossi con il contributo della Comunità Montana di Sondrio. Si tratta, dunque, di un’escursione da prendere in considerazione, che richiede poco meno di tre ore per essere effettuata, partendo da Campomoro (il dislivello complessivo è di circa 970 metri).
Punto di partenza è, dunque, la diga di Campomoro (m. 1990), che si raggiunge salendo, da Chiesa
Valmalenco (sgésa, a 15,5 km da Sondrio) verso Campo Franscia (dalla voce lombarda "fraccia", argine o terrapieno che contiene un torrente, m. 1550, 8 km da Chiesa Valmalenco; localmente solo “franscia”; l’aggiunta di “Campo-“ si deve ad una situazione curiosa: la Guardia di Finanza progettò di costruire a Campomoro una caserma; il progetto, però, mutò e la scelta cadde su Franscia, ma nei documenti, già pronti, venne cancellato solo –moro, sostituito con –franscia; così nacque il toponimo “Campofranscia”) e da qui, su strada interamente asfaltata, a Campomoro (cammòor, 6 km da Campo Franscia). Qui si trova ampia possibilità di parcheggio.
Lasciata l’automobile, iniziamo il cammino attraversando, sul camminamento, la corona della grande diga e portandoci sul suo lato settentrionale, dove troviamo una pista che scende ad uno spiazzo sottostante, a quota 1940. Qui parte il più frequentato sentiero per il rifugio Marinelli, che dovremo seguire fino alla bocchetta delle Forbici (buchèl di fòrbes). Nel primo tratto esso sale, ripido, sull’aspro versante meridionale del Sasso Moro (m. 3108), con qualche passaggio esposto protetto da corrimano.
Il sentiero volge, poi, gradualmente a destra (nord-ovest), raggiungendo un più tranquillo bosco di larici, che attraversiamo percorrendo un lungo tratto con andamento quasi pianeggiante. Usciti dal bosco, riconosciamo subito la bocchetta delle Forbici e, poco sotto, il rifugio Carate Brianza (m. 2636), per il quale passa il sentiero. Abbiamo l’impressione che sia lì, quasi a portata di mano, ma ci vorrà ancora un’ora e mezza circa di cammino per raggiungerla. A sinistra della bocchetta, la massiccia mole del monte che costituisce la nostra meta. Solo un po’ più avanti, guardando la sua cima, potremo scorgere quella formazione rocciosa a forma di forbice che ne giustifica il nome.
Al termine del tratto pianeggiante, intercettiamo, sulla nostra sinistra, il sentiero che sale dall’alpe Musella. Dobbiamo ora risalire una serrata sequenza di dossi (si tratta dei famosi “sette sospiri” - "set suspìir"), ai piedi del versante meridionale delle eleganti cime di Musella (m. 3088). Dopo due ore circa di cammino dalla partenza siamo, dunque, al rifugio carate Brianza ed alla bocchetta delle Forbici (m. 2660), che ci introduce al grandioso, selvaggio e bellissimo vallone di Scerscen.
Il rifugio ("la caràte") era, in origine, un deposito costruito, nel 1916, dagli Alpini che erano di stanza alla capanna Marinelli. Nel 1926 il comune di Torre S. Maria lo cedette all'Unione Escursionisti Caratesi, che lo ristrutturarono ed ampliarono e lo inaugurarono il 15 agosto 1927.
Ora, prima di salire alla cima, concediamoci un breve fuori-programma e, seguendo i segnavia bianco-rossi, che segnalano il percorso per la discesa nel Vallone di Scerscen, scendiamo al laghetto delle Forbici, che si trova in un’ampio pianoro poco sotto la bocchetta. La partenza di questo itinerario è segnalata su un masso, posto a sinistra del sentiero per la Marinelli, a poca distanza dalla bocchetta delle Forbici, con la scritta “Ponte-Cimitero Alpini”. In pochi minuti, eccoci sulla riva orientale del laghetto delle Forbici (m. 2618), nel quale, durante le belle giornate con calma di vento, si specchia l’imponente testata della Valmalenco. Uno spettacolo che lascia senza fiato. Poco oltre, troviamo un secondo e più piccolo laghetto (m. 2611). Da qui possiamo distinguere chiaramente la forca d’Entova (buchèta d’éntua, termine che significa, etimologicamente, posto fra due corsi d'acqua, dai termini lombardi "ent" ed "ova"), che si trova sul crinale che separa la valle di Scerscen dall’alta Valmalenco, a sinistra della marcata punta del Sasso d’Entova (sasa d’éntua), alla cui destra si distingue il pizzo Malenco. Guardando ancora più a destra, vediamo la vedretta di Scerscen inferiore, delimitata, a nord, dalla massiccia dorsale che comprende, da sinistra, il pizzo Glüschaint (m. 3594), La Sella (m. 3854), i pizzi Gemelli (m. 3500 e m. 3501) ed il pizzo Sella (m. 3511). Seguono i colossi della testata del Bernina, cioè i pizzi Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio, m. 3936), Scerscen (m. 3971) e Bernina (m. 4050), e la Cresta Güzza (m. 3869).
Torniamo, ora, alla bocchetta e ridiscendiamo al rifugio Carate Brianza. Vicino al rifugio, a sud, troviamo il cartello che indica la partenza del sentiero segnalato per il monte delle Forbici, dato a 50 minuti. Si tratta di un percorso agevole, ben segnalato, che si snoda sull’ampio crinale settentrionale della cima, dove si alternano formazioni rocciose ad incantevoli pianori. Saliamo, quindi, con qualche breve strappo, verso sud, mentre il panorama, alle nostre spalle, si allarga. Ecco comparire, a destra della Cresta Güzza, i pizzi Argient (forma dialettale per "Argento"; nell'ottocento veniva chiamato Piz Ladner, poi anche Piz Blondina, m. 3945) e Zupò (che significa “nascosto”, da “zuper”, nascondere, m. 3995), mentre le cime di Musella (m. 3079 e 3094) lasciano intravedere solo la cima del più orientale pizzo Palù (toponimo assai diffuso, che deriva da "palude"; m. 3906).
Dopo tre quarti d’ora circa, guadagniamo il breve pianoro sommitale, sorvegliato da un ometto. Grandioso il panorama. Alle già menzionate cime della testata della Valmalenco si aggiungono, ad ovest, il Monte Disgrazia (m. 3678), inconfondibile con la sua mole decisamente più imponente rispetto a quella delle cime che fanno da contorno (a sinistra il pizzo Cassandra, piz Casàndra o Casèndra, m. 3226, ed a destra il monte Pioda, sciöma da piöda, m. 3431).
Più a destra, la testata della Val Sissone, con le cime di Chiareggio (da "clarus", nel senso di spoglio di alberi), la punta Baroni (m. 3203) ed il Monte Sissone ("sisùn"in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco, m. 3331). A seguire, le cime di Rosso (m. 3369) e di Vazzeda (m. 3927) e la cima di Val Bona (m. 3033). In mezzo, fra quest’ultima e le precedenti, uno bello scorcio sul gruppo delle Sciore, in Svizzera.
Proseguendo verso destra, il monte del Forno (fùren, o fórn, ma anche munt rus) è nascosto dalla massiccia mole del Sasso Nero (umèt, m. 2921), che si propone in primo piano, ad occidente. Il massiccio del Sasso Nero è un po’ il gemello di quello del monte delle Forbici, e separa il Vallone di Scerscen dall’alta Valmalenco.
Guardiamo, ora, a sud: oltre la dorsale monte Caldenno (m. 2669)-Sasso Bianco (m. 2490)-monte Canale (m. 2523), ecco la sezione centrale della catena orobica. A nord-est, poi, a dominare la scena, in primo piano, è il massiccio Monte Moro (m. 3108), alle cui spalle, sulla destra, si distinguono bene i pizzi Canciano (m. 3073) e Scalino (m. 3323), fra i quali è ben visibile il ghiacciaio dello Scalino.
Più a destra, cioè ad est, dietro la dorsale che separa la Valmalenco dalla Val Painale (alta Val di Togno), compaiono la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3137). Tornando a guardare a nord, infine, godiamo di un superbo colpo d’occhio sul Vallone di Scerscen e, a destra, del nascosto e misterioso laghetto di Scarola, rinserrato fra le scure rocce strapiombanti del versante orientale del Sasso Nero.

[Torna all'indice]


Rifugio Carate-Brianza

SALITA AL SASSO MORO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Carate Brianza-Forca di Fellaria-Sasso Moro
2 h e 30 min.
490
EE
SINTESI. Seguendo le indicazioni di un cartello a lato del rifugio Carate Brianza, procediamo su traccia di sentiero verso ovest-nord-ovest, tagliando il versante meridionale ai piedi delle cime di Musella. Seguiamo gli abbondanti segnavia biancorossi (ma anche triangoli gialli, perché percorriamo una variante bassa della VI tappa dell'Alta Via della Valmalenco), che ci aiutano a districarci in una fascia di blocchi e sfasciumi. Nella seconda parte della traversata pieghiamo verso destra (sud-est) e ci portiamo al centro del vallone che sale alla forca di Fellaria, poi su quello di destra (per noi). Dopo aver guadagnato un po’ di quota sul versante destro, iniziamo la parte terminale della traversata, con andamento più tranquillo, in direzione sud-est, verso l’evidente depressione della forca. Dopo circa un’ora di cammino dal rifugio Carate Brianza, ci affacciamo alla forca di Fellaria (2819 m.). Invece di scendere per l'ampio vallone che porta alla piana di Fellaria, cerchiamo, alla nostra destra (sud) una traccia di sentiero, poco visibile, ma segnalata da ometti, che attacca il versante settentrionale del Sasso Moro, su terreno coperto da sfasciumi. Da qui in avanti dobbiamo prestare costante attenzione agli ometti, per evitare lunghi e faticosi giri (non ci sono segnavia). Nel primo tratto di salita la traccia attacca direttamente il versante, poi piega a destra ed inizia una breve traversata, in diagonale, salendo solo leggermente, fino ad una specie di porta, segnalata da due ometti , per la quale accediamo ad un primo ripiano. Dalla porta non proseguiamo diritti, ma volgiamo a sinistra, sempre prestando la massima attenzione agli ometti, salendo per via diretta ad un ripido canalino che ci fa accedere ad una modesta pianetta. Davanti a noi, leggermente a destra, vediamo il crinale interrompersi bruscamente e precipitare con un orrido salto sul versante della conca di Musella. Non proseguiamo diritti verso il crinale, ma pieghiamo a sinistra, raggiungendo un ampio pianoro di sfasciumi e dirigendoci verso est-sud-est, cioè tornando indietro in direzione della Bignami e passando a destra di una pozza d’acqua. Percorso questo pianoro, gli ometti ci fanno piegare gradualmente a destra, cioè in direzione del crinale, e ci portano ad un canalino intagliato fra roccioni scuri, dai quali scende anche un rivolo d’acqua. Superato il canalino (attenzione ai sassi mobili ed al terriccio insidioso), affrontiamo un canale più ampio, fra due roccioni, piegando a destra. Al termine del canale, si presenta davanti a noi una nuova ampia conca. Puntiamo in direzione di alcuni modesti roccioni scuri; il sentiero, con ripidi zig-zag, guadagna l’ampio cupolone sassoso della quota 3069, dove proseguiamo la salita senza portarci sulla destra (non, dunque, in direzione di un sasso appuntito che sembra un ometto), ma rimanendo, più  meno, al centro, finché giungiamo a vedere un grande ometto, sormontato da un sasso a punta di lancia, che segna la quota 3069. Riprendiamo il cammino, verso il torrione del Sasso Moro, che vediamo ad est, seguendo una debole traccia, che si affaccia ad un saltino di rocce a monte di un’ampia conca; scendiamo a zig-zag fra le boccetta, e ci troviamo a sinistra di una porta sul crinale (m. 3020 circa), alla quale giunge, sul versante opposto della conca di Musella, un ripido canalino. Proseguiamo rimanendo sotto il crinale, fino a giungere in vista di un nevaio, non particolarmente ripido, di cui siamo, più o meno, all’altezza del limite alto. Con i ramponi ne attraversiamo il limite alto (poco più di una superficie gelata), oppure lo aggiriamo a monte (con grande cautela perché sotto massi e terriccio si trova ghiaccio). Poco prima del limite del nevaio, sfruttiamo un canalino che sale ad un balcone superiore di sfasciumi. Qui giunti, percorriamo quasi in piano l’ampio terrazzo e passiamo a destra di un microlaghetto. Scendiamo poi leggermente, passando a monte di chiazze di nevaio e raggiungendo un marcato corridoio, ai piedi del versante di sfasciumi che sale fino alle ultime rocce sotto la cima. Percorrendolo, raggiungiamo una traccia e ritroviamo gli ometti. Invece di puntare al limite inferiore delle rocce della cupola sommitale, traversiamo a destra, portandoci ad una bocchetta cui giunge un ripido canalino dal versante di Musella. Una traccia, alla nostra sinistra, si appoggia per un breve tratto al versante del canalino, restando a sinistra rispetto al suo ripido solco: salendo a ridosso del fianco roccioso, prestiamo attenzione a non scivolare sul terriccio. Superato questo breve passaggio un po’ esposto, pieghiamo a sinistra e risaliamo un altrettanto breve canalino fra roccette, fino ad una porta finale, in corrispondenza di un ometto: qui intercettiamo la traccia di sentiero che sale dalle roccette sopra menzionate. Una brevissima e facile salita dall’ometto ci porta agli ometti posti ai 3108 metri del piccolo pianoro sommitale del Sasso Moro (memorizziamo la via percorsa, per non avere perplessità nella discesa).


Clicca qui se vuoi aprire una panoramica a 360 gradi dalla cima del Sasso Moro

Tutti gli escursionisti che si siano trovati a salire ai più famosi rifugi della Valmalenco, la Carate Brianza, la Marinelli, la Bignami, hanno potuto avere un incontro ravvicinato, forse senza rendersene conto, con il poderoso ed impressionante massiccio del Monte Moro: i sentieri percorsi per raggiungerli, infatti, ne tagliano, nella prima parte, il fianco basso meridionale od orientale, e passano sotto paurosi e scuri strapiombi che, in alcuni punti, possono sfiorare i mille metri. Dal rifugio Carate Brianza ("la caràte"), in particolare, guardando verso sud est si può ammirare lo scenario dominato da questo colosso, scuro al mattino e nelle ore centrali della giornata, rosseggiante sul far del tramonto (per gli elementi ferrosi presenti nel serpentino dominante), che appare in tutta la sua estensione anche a chi, dal rifugio Bignami, guardi a sud mentre percorre il sentiero che porta alla bocchetta di Caspoggio.
La salita alla cima di questo gigante (m. 3108), che separa l’ampia conca di Musella da quella occupata dagli invasi di Campomoro e Gera (dighe de la gère e dighe de cammòor), è piuttosto impegnativa, e richiede sicura esperienza escursionistica (meglio, se possibile, una guida), ma regala scenari straordinariamente aperti e suggestivi, offrendo, nel contempo, la possibilità, a chi si sentisse meno sicuro, di fermarsi all’ampia cima secondaria di nord-ovest, di poco più bassa (m. 3069) ed ugualmente panoramica, oltre che decisamente più facile da raggiungere.

Punto di partenza dell'ascensione, che richiede esperienza escursionistica, è la forca di Fellaria, posta a 2819 metri, facile porta di accesso che congiunge il bacino di Fellaria, che confluisce nella Val Lanterna, da quello di Musella, che confluisce nel vallone di Scerscen. Le cime di Musella (m. 2990, 3079, 3094; più ad est, la cima di Caspoggio, m. 3136; queste vette sono chiamate, però, localmente, nel loro complesso, “sas di fòrbes”) e la cima di Caspoggio ci negano, a nord, la visione della testata della Valmalenco mentre a sud e a sud est la visuale è chiusa dagli scuri ed accigliati roccioni del versante settentrionale del Sasso Moro, che incutono un certo timore. Ad est, invece, la visuale raggiunge, alle spalle del piz Varuna e della cima Fontana, un’ampia sezione delle cime della Valfurva. Ad ovest, infine, il Sasso Nero, (umèt), gemello dall’aspetto meno severo del Sasso Moro, si frappone fra il monte Sissone (còrgn de sisùm, chiamato anche piz sisùm e, dai contrabbandieri, “el catapìz”), le cime di Rosso e di Vazzeda ed il massiccio delle Sciore, a sinistra, la punta di Fora (sasa de fura o sasa ffura) e la triade Sassa d’Entova, pizzo Malenco e pizzo Tremoggie (piz di tremögi; le tre vette, nel loro insieme, erano chiamate, localmente, “i tremögi”; la denominazione distinta deriva da un interesse alpinistico), a destra.
Vediamo, ora, come giungere fin qui passando per il rifugio Carate Brianza.  Dobbiamo lasciare l’automobile nei pressi del rifugio Campomoro o del bar-ristoro Poschiavina, e scendere, per una strada asfaltata che si stacca sulla sinistra dalla principale, alla diga di Campomoro, attraversandone, sul camminamento, la corona e portandoci sul suo lato settentrionale, dove troviamo una pista che scende ad uno spiazzo sottostante, a quota 1940. Qui parte, segnalato da un cartello, il più frequentato sentiero per i rifugi Carate Brianza e Marinelli.
Nel primo tratto sale, ripido, sull’aspro versante meridionale del Sasso Moro (m. 3108), con qualche tratto esposto protetto da corrimano. Il sentiero volge, poi, gradualmente a destra (nord-ovest), raggiungendo un più tranquillo bosco di larici, che attraversiamo percorrendo un lungo tratto con andamento quasi pianeggiante. Usciti dal bosco, riconosciamo subito la bocchetta delle Forbici (buchèl di fòrbes) e, poco sotto, il rifugio Carate Brianza (m. 2636), per il quale passa il sentiero. Per raggiungerlo, dopo aver intercettato il sentiero che sale, da sinistra, dall’alpe Musella, dobbiamo risalire una serrata sequenza di dossi (si tratta dei famosi “sette sospiri”), ai piedi del versante meridionale delle eleganti cime di Musella (m. 3088).
Dopo due ore circa di cammino siamo, dunque, al rifugio, posto pochi metri sotto la bocchetta delle Forbici (m. 2660), che introduce al grandioso, selvaggio e bellissimo vallone di Scerscen (il termine “Scérscen” deriva, probabilmente, da quello dialettale “scérsc”, “cerchio”, e si riferisce alla conformazione dell’ampio catino glaciale che si apre, con forma circolare, ai piedi dei colossi della testata occidentale della Valmalenco.. Guardando da qui verso sud-est possiamo ammirare i poderosi contrafforti del Monte Moro, che mostra in primo piano l’anticima di quota 3069, mentre la cime è più defilata, sulla destra. Alla destra del rifugio troviamo il cartello che indica la partenza del sentiero per la forca di Fellaria ed il rifugio Bignami. Invece di salire alla bocchetta delle Forbici, dunque, imbocchiamo questo sentiero, che si dirige verso est-nord-est, e che è segnalato da segnavia diversi (soprattutto bianco-rossi, ma anche triangoli bianchi con bordo giallo, ad indicare che si tratta della variante C della sesta tappa dell’Alta Via, e segmenti bianchi).
Non si tratta di un sentiero marcato, anzi la traccia, in molti punti, si perde in un dedalo caotico di massi, grandi e piccoli, ma non rischiamo di perderci, in quanto i segnavia sono addirittura sovrabbondanti, soprattutto nella prima parte, e ci guidano, si può ben dire, passo per passo. Oltretutto ben presto giungiamo in vista della meta, in quanto la forca ci appare come l’evidente sella che chiude il vallone di sfasciumi verso il quale ci stiamo dirigendo. Il vallone è delimitato a sud dalle propaggini che scendono verso nord-ovest dalla cima del Sasso Moro ed a nord dalle cime di Musella.
Il sentiero comincia la traversata a mezza costa sul fianco sinistro (per noi) del vallone, cioè su quello settentrionale, salendo molto gradualmente. I magri pascoli cedono ben presto il passo ad una fascia di massi di dimensioni medio-piccole. Guardando davanti a noi, abbiamo l’impressione che la traccia debba effettuare la traversata rimanendo su questo versante e raggiungendo la sella con un arco di cerchio. Invece, ad un certo punto, i segnavia ci fanno piegare a destra e scendere leggermente, raggiungendo il cuore del vallone, dove si trova una fascia di grandi massi.
È, questo, il tratto più faticoso della salita: i segnavia ci guidano, ma, per diversi minuti, dobbiamo, con cautela, districarci in una congerie di massi di dimensioni rilevanti, portandoci gradualmente sul lato opposto (destro) del vallone. Su un terreno del genere ci si deve muovere sempre con calma ed attenzione, perché un piede messo malamente o uno scivolone in un buco possono essere all’origine di infortuni anche seri. Qualche pausa, per riprendere fiato, ci consente di osservare le cime di Musella occidentali che, viste da qui, assumono un aspetto quasi gotico, mostrandosi come un irto sistema di guglie e pinnacoli.
Dopo aver guadagnato un po’ di quota sul versante destro, iniziamo la parte terminale della traversata, con andamento più tranquillo, in direzione sud-est, verso l’evidente depressione della forca. Prima di raggiungerla, passiamo a sinistra di un’ampia finestra dalla quale appaiono, alla nostra destra, il monte Disgrazia e, sul fondo, uno scorcio della catena orobica.
Poi, dopo circa un’ora di cammino dal rifugio Carate Brianza, ci affacciamo alla forca e, senza scendere subito, percorriamo, verso destra, il corridoio pianeggiante che ci porta al suo lato meridionale, raggiungendo il punto d'attacco per la salita.


Panorama dalla quota 3069

Inizia, ora, la parte decisamente più complessa della salita. Sul lato di destra della forca, troviamo una traccia di sentiero, poco visibile, ma segnalata da ometti, che attacca il versante settentrionale del Sasso Moro, su terreno coperto da sfasciumi. Da qui in avanti dobbiamo prestare costante attenzione agli ometti, per evitare lunghi e faticosi giri: nessun segnavia ci sarà d’aiuto. Nel primo tratto di salita la traccia attacca direttamente il versante, poi piega a destra ed inizia una breve traversata, in diagonale, salendo solo leggermente, fino ad una specie di porta, segnalata da due ometti che fungono un po’ da stipiti ideali, per la quale accediamo ad un primo ripiano, che ci apre, ad ovest, una prima splendida, anche se limitata, finestra sul monte Disgrazia, sulle cime di Chiareggio, sul monte Sissone, sulle cime di Rosso e di Vazzeda e sul gruppo delle Sciore. Più a destra, oltre alla punta di Fora ed alla triade Entova-Malenco-Tremoggia, compaiono il pizzo Gluschaint (che significa “luminoso”, per l’aspetto che mostra sul versante elvetico) e le cime gemelle della Sella. Dietro le gotiche cime di Musella, infine, cominciano a far capolino i pizzi Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio), Scerscen e Zupò (che significa “nascosto”, da “zuper”, nascondere).
Dalla porta non proseguiamo diritti, come forse istintivamente tenderemmo a fare, ma volgiamo a sinistra, sempre prestando la massima attenzione agli ometti, salendo per via diretta ad un ripido canalino che ci fa accedere ad una modesta pianetta. Davanti a noi, leggermente a destra, vediamo il crinale interrompersi bruscamente e precipitare con un orrido salto sul versante della conca di Musella. Anche qui non proseguiamo diritti verso il crinale, ma pieghiamo a sinistra, raggiungendo un ampio pianoro di sfasciumi e dirigendoci verso est-sud-est, cioè tornando indietro in direzione della Bignami e passando a destra di una pozza d’acqua, che ci regala uno splendido effetto di specchio che ha come protagoniste cime di Musella, cima di Caspoggio e pizzo e Zupò (l’inseparabile gemello, l’Argient, resta, invece, ancora nascosto). Percorso questo pianoro, i segnavia ci fanno piegare gradualmente a destra, cioè in direzione del crinale, e ci portano ad un canalino intagliato fra roccioni scuri, dai quali scende anche un rivolo d’acqua. Prima di attaccare il canalino, guardiamo a sinistra, in basso: scorgeremo uno splendido laghetto di un azzurro intenso, sperduto in un mare di sfasciumi.
Superato il canalino (attenzione ai sassi mobili ed al terriccio insidioso), affrontiamo un canale più ampio, fra due roccioni, piegando a destra. Al termine del canale, si presenta davanti a noi una nuova ampia conca. Guardando a nord, nessuna cima della testata della Valmalenco, dal pizzo Gluschaint al pizzo Varuna, manca ora all’appello. Cominciamo a descrive un arco a sinistra, in direzione del crinale; passiamo, così, poco a sinistra di una portina (m. 3020 circa) che si affaccia su un salto roccioso: da essa la visuale si apre sulla media Valmalenco, con il Sasso Alto (“sas òlt”, o monte Motta), il monte Canale e, sul fondo, le Orobie centrali. Puntiamo, dunque, in direzione di alcuni modesti roccioni scuri; il sentiero, con ripidi zig-zag, guadagna l’ampio cupolone sassoso della quota 3069, dove proseguiamo la salita senza portarci sulla destra (non, dunque, in direzione di un sasso appuntito che sembra un ometto), ma rimanendo, più  meno, al centro, finché giungiamo a vedere un grande ometto, sormontato da un sasso a punta di lancia, che segna la quota 3069. Lo raggiungiamo dopo circa 50 minuti di cammino dalla forca.
Amplissimo, da qui, il panorama, analogo a quello che si può godere dalla cima del Sasso Moro, che ora si mostra, a sud-est, come un vicino torrione scuro e minaccioso. In particolare, a sud lo sguardo raggiunge Primolo, mentre verso ovest possiamo vedere non solamente la Carate Brianza e la bocchetta delle Forbici, ma anche, al di là di questa, il laghetto delle Forbici. Fin qui possiamo giungere senza particolari problemi, purché prestiamo attenzione agli ometti (cosa ancor più necessaria nella discesa per la medesima via). Potremmo anche essere paghi, perché sicuramente la meta è di primario valore panoramico, e comunque fa molto chic poter rispondere, a chi chiede “Dove sei stato?”, “Sulla quota 3069”, gustando poi lo stupore dell’interlocutore di fronte ad un’indicazione che sorprenderà anche i più esperti conoscitori di cime malenche.
Se, invece, vogliamo proseguire, procediamo così. Innanzitutto vinciamo un moto di delusione: eravamo convinti di trovarci, a quota 3069, ormai in prossimità della cima e di dover affrontare solo un ultimo sforzo rimanendo sul crinale. Invece il crinale che ci separa dalla vetta è tutt’altro che semplice: sale e scende con salti piuttosto arditi e la via alla cima non è certo diretta. Vinta la delusione, vinciamo anche la repulsione: la salita al torrione terminale del Sasso Moro, visto da qui, appare di impegno alpinistico. Così, in realtà, non è, ma per scoprirlo dobbiamo proprio arrivare a ridosso dei suoi bastioni. Non ci resta, ora, che vincere la stanchezza, perché i saliscendi si snodano su un terreno che richiede concentrazione, quindi il recupero di una certa freschezza, che è possibile solo dopo un’adeguata sosta. Consiglio, quindi, di approfittare della bella calotta della quota 3069 per recuperare energie. Ricordo, infine, che da qui fino all’attacco diretto del torrione non troveremo più neppure ometti.
Riprendiamo il cammino, verso il torrione, seguendo una debole traccia, che si affaccia ad un saltino di rocce a monte di un’ampia conca; scendiamo a zig-zag fra le boccetta, e ci troviamo a sinistra di una porta sul crinale (m. 3020 circa), alla quale giunge, sul versante opposto della conca di Musella, un ripido canalino. La tentazione è quella di guadagnare il crinale e seguirlo fino allo strappo finale, ma è del tutto sconsigliabile, per i salti che questo propone e che da qui non vediamo. Proseguiamo, dunque, rimanendo sotto il crinale, fino a giungere in vista di un nevaio, non particolarmente ripido, di cui siamo, più o meno, all’altezza del limite alto.
È, questo, il punto di maggiore difficoltà dell’escursione: se abbiamo con noi i ramponi (cosa consigliabile) li calziamo attraversandone il limite alto (poco più di una superficie gelata); in caso contrario, potremmo sentirci poco sicuri e propendere per un aggiramento a monte, che sfrutta le roccette ed il terreno smosso. Teniamo, però, presente che questa soluzione è assai più faticosa di quanto potremmo a prima vista immaginare, perché terriccio e massi spesso poggiano su un fondo ghiacciato, che non vediamo, per cui tengono molto meno di quanto potremmo prevedere. Attenzione, in particolare, a non appoggiarci a massi di una certa consistenza che siano a monte rispetto a noi, per evitare di farceli scivolare letteralmente addosso. In un modo o nell’altro, comunque, raggiungiamo il lato opposto del nevaietto; non, però, il suo limite estremo; fermiamoci un po’ prima, per sfruttare un canalino che sale ad un balcone superiore di sfasciumi.
Qui giunti, possiamo dire di essere a buon punto. Percorrendo quasi in piano l’ampio terrazzo, raggiungiamo un bellissimo microlaghetto, alla nostra sinistra, che ci risolleva sicuramente il morale. Oltrepassato il microlaghetto, scendiamo leggermente, passando a monte di chiazze di nevaio e raggiungendo un marcato corridoio, ai piedi del versante di sfasciumi che sale fino alle ultime rocce sotto la cima. Percorrendolo, raggiungiamo una traccia e ritroviamo gli ometti: qui giunge, infatti, la via di salita sopra menzionata, che risale, diritta, il canalone di sfasciumi direttamente dall’alpe di Fellaria. Se sia più semplice o meno faticosa della via qui descritta, non saprei dire.
Ci resta da scegliere, ora, per quale via attaccare la cima. Gli ometti segnalano una traccia che risale, a zig-zag, il ridico versante di sfasciumi, portando ad alcune roccette (attaccabili in due punti). Non sono eccessivamente difficili, ma, non essendo attrezzate con corde fisse, possono risultate ostiche, anche perché non sempre asciutte. Ecco una soluzione di ripiego che ci permette di evitare la seppur breve arrampicata. Invece di puntare al limite inferiore delle rocce, traversiamo a destra, portandoci ad una bocchetta cui giunge un ripido canalino dal versante di Musella. Si tratta del canalino che sfruttarono, il 5 settembre 1912, i primi salitori del Sasso Moro, A. Balabio, R. Rossi e F. Barbieri, i quali si staccarono dal sentiero per la bocchetta delle Forbici dopo il primo gradino, piegando a destra e raggiungendo un canale di sfasciumi che cominciarono a risalire, fino ad una biforcazione, alla quale presero a destra, giungendo al punto nel quale ci troviamo, poco sotto la cima.
Una traccia, alla nostra sinistra, si appoggia per un breve tratto al versante del canalino, restando a sinistra rispetto al suo ripido solco: salendo a ridosso del fianco roccioso, prestiamo attenzione a non scivolare sul terriccio. Superato questo breve passaggio un po’ esposto, pieghiamo a sinistra e risaliamo un altrettanto breve canalino fra roccette, fino ad una porta finale, in corrispondenza di un ometto: qui intercettiamo la traccia di sentiero che sale dalle roccette sopra menzionate. Una brevissima e facile salita dall’ometto ci porta agli ometti posti ai 3108 metri del piccolo pianoro sommitale del Sasso Moro (memorizziamo la via percorsa, per non avere perplessità nella discesa).
Spettacolare il panorama. A nord, a sinistra della triade Sassa d’Entova (sasa d’éntua, m. 3329), pizzo Malenco (m. 3441) e pizzo delle Tremogge (m. 3441; le tre vette, nel loro insieme, erano chiamate, localmente, “i tremögi”; la denominazione distinta deriva da un interesse alpinistico), la testata della Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995, la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), a monte del ramo orientale della vedretta di Fellaria e, a chiudere la splendida carrellata, il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Davanti a queste possenti cime quasi sfigurano le pur belle e frastagliate cime di Musella (occidentale, m. 3094, centrale, m. 3088 ed orientale, m. 3079) e la cima di Caspoggio (m. 3136).
A destra del piz Varuna lo sguardo corre alle cime del versante orientale della Valle di Poschiavo e, alle loro spalle, alla cima Viola (m 3347) ed alla cima Piazzi (m. 3439), che si vede appena, alla sua destra. Sul fondo, ad est, alle spalle del monte Spondascia (2867), le cime del gruppo dell’Ortles-Cevedale. Proseguendo verso destra, si scorge il gruppo dell’Adamello e, in primissimo piano, quello dello Scalino, con il pizzo Canciano (m. 3103), la cima di Val Fontana (m. 3228) ed il pizzo Scalino (m. 3323). Alla sua destra riescono ad emergere la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3136), seguite dal crinale che scende fino alla Corna Mara (m. 2807). In primo piano si distinguono invece, sul versante che separa la Valmalenco dalla Val di Togno, il passo degli Ometti, il monte Acquanera (m. 2806) e l’appuntito pizzo Palino (m. 2686). Ai piedi di questo versante si stende, ampia  e luminosa, l’alpe Campagneda, seguita dall’alpe Prabello e dall’alpe Largone (o Argone, probabilmente dal termine ligure “arg”, che significa “bianco”).
Guardando a sud, riconosciamo, in posizione centrale, quasi come baricentro della media Valmalenco, il monte Motta o Sasso Alto (m. 2336), e, alle sue spalle, a guardia della bassa Valmalenco, il monte Canale (m. 2522), sul limite sud-orientale dell’ampia alpe di Arcoglio (termine connesso con “arco”, in riferimento alla forma della valle). Sul fondo, lontane e difficilmente distinguibili dall’occhio non esperto, le cime della sezione centrale delle Orobie. Proseguendo verso destra, i Corni Bruciati (m. 3114 e 3097) ed il pizzo Cassandra (piz Casàndra o Casèndra, m. 3226) preparano il noto profilo del (m. 3678), cui fa da valletto, sulla destra, il monte Pioda (sciöma da piöda, m. 3431), seguito dalla punta Baroni (m. 3203) e dal monte Sissone (m. 3330). A ovest, infine, le cime di Rosso e di Vazzeda (m. 3366 e 3301), seguite dalla cima di Val Bona (m. 3033), dal monte Rosso (m. 3088) e dal monte del Forno (fùren, o fórn, ma anche munt rus, m. 3214). Chiude questa splendida parata di cime la Sassa di Fora (m. 3318) e, davanti a lei, la pianeggiante sommità del Sasso Nero (m. 2919).
Le 4 ore e mezza circa di cammino necessarie per salire fin qui passando per la Bignami (e superando un dislivello di circa 1200 metri) sono, dunque, ampiamente ripagate. Ci attende, ora, la discesa, che richiede attenzione uguale, se non maggiore, rispetto alla salita. Innanzitutto ripercorriamo correttamente l’ultimo strappo prima della cima: riportiamoci all’ometto, discendiamo per il canalino e pieghiamo a destra sul sentirono fino alla bocchetta del canalino che sale dalla conca di Musella.


Panorama dal sentiero per il Sasso Moro

Scendiamo poi per sfasciumi al corridoio e, salendo leggermente, ripassiamo a monte del laghetto, appena oltre il quale ritroviamo la parte sommatale del canalino che scende al nevaio. Riattraversato il nevaio, proseguiamo salendo fino alla sella di quota 3020, che si affaccia sul versante di Musella, affrontando, poi, i modesti salti di roccette che superiamo per la via più facile (stando leggermente a destra), fino a riguadagnare il cupolone della quota 3069 (il grande ometto, visibile per buona parte del ritorno, è comunque un punto di riferimento che ci impedisce di perderci per altre vie).
Attenzione anche alla seconda parte della discesa, che, pur, sviluppandosi su terreno più semplice, nasconde l’insidia di perdersi fra vallette e canaloni che possono portare a salti di roccia pericolosi. In sintesi, dal grande ometto procediamo così (seguendo gli altri ometti): scendiamo stando sulla sinistra (senza esporci al salto del crinale); se non ci ritroviamo, possiamo stare anche sulla destra, descrivendo però un arco verso sinistra che ci porta a scendere alla ben visibile piana sottostante, percorrendo la quale verso ovest ritroviamo la via segnata dagli ometti. Ora pieghiamo a destra riprendendo la discesa. Sotto di noi, due canalini; dobbiamo imboccare quello di destra. Quando, nella discesa, vediamo, in basso a destra, il laghetto azzurro pieghiamo leggermente a destra, passando a ridosso (sulla sinistra) di un roccione scuro e percorrendo un ripido canalino, per poi piegare decisamente a sinistra e guadagnare una seconda piana. Qui ripassiamo presso la pozza (che rimane alla nostra destra), procedendo per un tratto in piano verso ovest, fino a giungere in vista di una terza piana, alla quale scendiamo volgendo a destra. Ora dobbiamo cercare, sulla destra, la coppia di ometti, oltrepassata la quale inizia la diagonale che taglia il versante di sfasciumi. Perdendo quota solo leggermente (evitiamo di scendere nel canalone a valle del versante), ci affacciamo al versante che guarda direttamente al corridoio della forca di Fellaria. Un ultimo tratto di discesa zigzagante ci porta finalmente alla forca, dalla quale possiamo tornare al rifugio Carate Brianza.

[Torna all'indice]

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

GALLERIA DI IMMAGINI

Mappa del percorso - elaborata su un particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

[Torna ad inizio pagina]

Copyright © 2003 - 2017 Massimo Dei Cas La riproduzione della pagina o di sue parti è consentita previa indicazione della fonte e dell'autore (Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)

Copyright © 2003 - 2017 Massimo Dei Cas Designed by David Kohout