CAMPANE DI CASPOGGIO 1, 2, 3, 4

IL COMUNE IN SINTESI (DATI RELATIVI AL 1996)
Abitanti (Caspoggesi): 1603 Maschi: 793, Femmine: 810
Numero di abitazioni: 1583 Superficie boschiva in ha: 505
Animali da allevamento: 632 Escursione altimetrica (altitudine minima e massima s.l.m.): m. 850, m. 2686 (Monte Palino)
Superficie del territorio in kmq: 6,82 Nuclei con relativa altitudine s.l.m.: Caspoggio m. 1098, Albertazzi m. 965, Burri m. 1030, Santa Elisabetta m. 1190
Nome

Caspoggio (caspöc’) è, insieme a Chiesa in Valmalenco, Spriana, Lanzada e Torre di Santa Maria, uno dei cinque comuni nei quali è divisa la Valmalenco, ed è posto su un poggio che si apre poco a monte del punto di confluenza della Val Lanterna nel solco principale della Valmalenco, sul lato orientale. Non è chiara l’origine del nome: l’Olivieri lo riconduce all’espressione latina “casa podii”, cioè casa del poggio, a significare, appunto, paese posto su un poggio. L’Orsini, invece, propende per le voci dialettali “caspia” e “caspiöö”, cioè “mestolo”, “ramaiolo”, sempre in riferimento, però, alla piana lievemente concava nella quale è posto il paese.  E stata, più di recente, sostenuta anche la derivazione dal latino “castrum podii”, cioè “castello del colle”. Sappiamo che nel seicento il paese era denominato anche “Agnellus”, con evidente riferimento alle attività pastorali che gran parte avevano nella sua economia. La sua costituzione in comune autonomo è di due secoli successiva, e risale al 1816: prima la sua storia segue le tracce di quella della Valmalenco.
Se ci potessimo proiettare molto indietro nel tempo, potremmo vedere uno scenario della valle ben diverso da quello cui siamo abituati. Ai tempi delle grandi glaciazioni i ghiacciai ricoprivano gran parte della valle, fino ad una quota superiore ai 2.500 metri. Immaginiamo lo scenario: una coltre bianca ed immobile, dalla quale emergevano, come modesti isolotti, solo le cime più alte. L’azione di questo enorme ghiacciaio, lenta, inesorabile, scandita in ritmi difficilmente immaginabili, cioè in migliaia di anni, cominciò a modellare il volto della valle. Fu un’azione che si esercitò in quattro grandi tempi: tante furono, infatti, le successive glaciazioni (la quarta ebbe inizio 40.000 anni fa). Poi anche l’immane ghiacciaio Malenco cominciò la sua ultima e definitiva ritirata. L’attuale Caspoggio, in particolare, venne edificata seguendo “il filone di un’antichissima morena che, partendo dal colle di quota 1135 CTR, giungeva a Valàas. Essa fu deposta dai ghiacciai che scendevano dal Bernina verso il centro della Valmalenco, in epoca tardoglaciale, al termine della glaciazione wuemiana. Isolò verso monte una conca ove furono sicuramente almeno delle conche palustri, come ancor oggi troviamo in alta quota in analoghe situazioni. Riempitasi di detriti, la conca si trasformò in un verdeggiante ripiano utilizzato dall’uomo.” (da “Le tracce dei secoli – conosciamo il nostro territorio”, utilissimo opuscolo edito dal Comune di Caspoggio nel 2006 e curato da Eliana e Nemo Canetta).


Motta di Caspoggio

L’uomo, dunque. Fra le terre liberate dai ghiacci, quelle di media montagna si rivelarono, infatti, le più propizie ad accogliere gli animali ed i primi insediamenti umani, perché il fondovalle valtellinese era in gran parte paludoso. Ecco apparire, dunque, alle porte della Valmalenco le prime tribù di cacciatori (homo alpinus), che vi si stabilirono definitivamente intorno al 3000 a.C., partendo dalla zona di Cagnoletti (Involto-Cagnoletti-Bressia) e, più tardi, di Torre di Santa Maria. Età della pietra, del ferro e del bronzo trascorsero senza grandi scosse in questo lembo allora periferico della Valtellina. Si affacciarono, infatti, alla valle forse Liguri, Etruschi, Galli ed infine, sicuramente, nel 15 d. C., i Romani, senza, però, probabilmente addentrasi in Valmalenco.  Solo nel 252 d. C. questa valle entrò a pieno titolo nella storia: il console romano P. Licinio Valeriano, infatti, iniziò la costruzione della strada carovaniera che, risalendo l’intera valle, scavalcava il passo del Muretto e scendeva in Engadina, consentendo un passaggio rapido fra territori latini al di qua della catena retica e territori romanizzati a nord della Rezia. Il ritrovamento di monete romane nei pressi del passo attesta che questo era frequentato fin dall’epoca romana. Poco più di due secoli più tardi, però, l’Impero Romano d’Occidente cadde e questa via di comunicazione venne abbandonata. Minore attenzione gli storici hanno riservato ad una seconda alta via malenca, che interessava il ramo gemello e più impervio dell’alta Valmalenco, cioè la Val Lanterna. Essa sfruttava il passo di Canciano, raggiunto da una mulattiera che saliva dall’alpe Campagneda per poi scendere in Valle di Poschiavo. Il ritrovamento di una moneta romana nei pressi del passo (nel 1880 una guardia di finanza rinvenne un grosso denaro della famiglia Giulia, molto ben conservato) prova che anch’esso era interessato fin dall’antichità ai commerci che dal bacino padano transitavano nel cuore della Rezia (cfr. l’articolo di Nemo Canetta “Note storiche sul territorio NE di Lanzada” sul Bollettino della Società Storica Valtellinese).

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Alla caduta dell'Impero Romano, seguì mezzo millennio di nuovo isolamento: scarsissima eco, infatti, ebbero in Valmalenco l’alternarsi di dominazione ostrogota, longobarda e franca. All’inizio del secolo XII si ebbe la prima forma di associazione dei nuclei del territorio della valle, che però, nel medesimo secolo, finì per essere attratta nell’orbita dell’ingombrante vicina, Sondrio, di cui divenne “vicinanza”. Ne è prova l’edificazione della prima chiesa della valle (citata nel 1192), quella di San Giacomo nell’attuale Chiesa (che appunto da essa prese il nome), la quale fu fondata proprio dai potenti feudatari di Sondrio, i Capitanei, e rimase, fino al secolo XV, l’unico luogo di culto nell’intera valle.
Nelle “Istituzioni storiche del Territorio Lombardo”, a cura di Roberto Grassi, leggiamo: “Sul finire del XII secolo Malenco era una vicinia del comune di Sondrio con un decano “in antea”, avente, probabilmente, anche compiti militari. L’esistenza della Valmalenco come squadra unitaria all’interno del comune di Sondrio è testimoniata da un consiglio generale dei rappresentanti di Sondrio datato 9 aprile 1308. Successivamente, la squadra venne denonimata di Rovoledo (odierna Mossini) e Malenco; dalla seconda metà del XIV secolo questa squadra si divise in “foris” e “intus” (intus era la parte malenca) e partecipava, con diritto ad un voto, ai consigli della comunità di Sondrio. In età viscontea, la comunità di Malenco partecipava ancora unitaria ai consigli della comunità di Sondrio, ma nella propria zona di competenza aveva diritto di eleggere un anziano, riscuotere le decime, imporre taglie in base all’estimo per pagare le spese (regolando così in modo indipendente la gestione dell’economia di valle), nominava propri esattori ed emanava gride. Tali facoltà erano in possesso di ogni singola quadra in cui si suddivideva a sua volta la valle: ogni quadra al suo interno poteva tenere i propri conti particolari ed eleggere il proprio consigliere che una o più volte l’anno partecipava al consiglio della valle di Malenco.” 
Nel 1335, infatti, erano diventati signori della Valtellina i Visconti di Milano, che avevano soppiantato l’egemonia comasca. Don Silvio Bradanini, nell’opera “Lanzada e le sue chiese nella storia e nell’arte” (edito nel 1986 a cura della Parrocchia e della Biblioteca di Lanzada), scrive: “Il 1300, considerato sotto un aspetto generale, rappresentò l’inizio dell’emancipazione politico-amministrativa e religiosa della Valmalenco. Già nel 1330, infatti, la Valmalenco era assistita da un canonico di Sondrio, ma verso la metà del trecento il capitolo di quella Collegiata si sfasciò in seguito all’introduzione di varie commende con il conseguente accumulo di altri benefici, per cui anche quel canonico inviato da Sondrio per l’assistenza religiosa della Valmalenco cominciò a non più risiedervi. La comunità si era quindi vista costretta, per non lasciar morire la gente senza Sacramenti, a cercarsi e a mantenere a proprie spese un sacerdote.
Nel tardo medioevo la Valmalenco venne corredata da un sistema di opere di fortificazione, che consentivano una rapida segnalazione di passaggi di truppe nella valle fino a Sondrio; esse vennero invece erette nell’attuale territorio di Torre, Chiesa e Caspoggio. Il castello di Caspoggio, punto fondamentale nel sistema difensivo della valle, fu costruito dai Capitanei, pare nel XIV secolo, sfruttando la posizione favorevole del poggio sul quale è posto il paese, ma pare sia andato diroccato fin dalla seconda metà dello stesso secolo durante la rivolta contro i Visconti. Infatti nel 1370 Tebaldo de Capitanei, capo del partito guelfo in Valtellina, promosse una rivolta contro i ghibellini Visconti, in conseguenza della quale il castello fu assediato e distrutto da truppe milanesi. Non sappiamo se fu successivamente riedificato; certo è che oggi sono rimasti solo pochi ruderi in mezzo al verde del bosco.
Nel secolo successivo l’aumento demografico nella Quadra di Malenco, che dipendeva sempre da Sondrio, portò ad una articolazione in Quadre. “La metà del XV secolo segnò una svolta fondamentale per la Valtellina. Ai Visconti subentrarono gli Sforza che confermarono ai Beccaria, capi guelfi della valle e intermediari dei signori milanesi, gli antichi privilegi. Con l’avvento degli Sforza le nostre comunità, nonostante la esistenza di residui legami, rapporti, dipendenze feudali, godettero di una maggiore autonomia economica e politica che determinò, grazie anche all’accorta politica di pace degli Sforza, un periodo di generale tranquillità e di relativo benessere… Accanto alla mezzadria s’affermò l’enfiteusi che permise anche ai malenchi di avere delle terre da coltivare mediante la corresponsione di un canone annuo in natura e che limitò gli antichi rapporti di servitù tra nobili e contadini. Si dissodarono terre comunali che vennero in possesso dei contadini, si formarono delle piccole proprietà agricole attorno alle quali si consolidarono gruppi di famiglie che tuttora ritroviamo: a Lanzada, per esempio, i Fornonzini, i Parolini, i Nani e i Nana; a Chiesa i Pedrotti, i Faldrini, i Lenatti e i Masa; a Campo i Basci e i Vanotti; a Caspoggio i Negrini e i Pegorari; a Melirolo i Foianini, i Cristini e i Scilironi; a Bondoledo i Mitta e i Cometti. Questi gruppi familiari introdussero accanto alle mandrie e ai greggi, peraltro già condotti in Valmalenco fin da tempi remoti, numerosi nuovi capi di bestiame che assicurarono ai malenchi un nutrimento più ricco e sostanzioso.” (Don Silvio Bradanini, op. cit.).

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Il cinquecento si aprì con un mutamento importante per la storia della Valtellina: terminato il dominio dei Duchi di Milano (i Visconti e, dalla metà del quattrocento, gli Sforza), le Tre Leghe Grigie presero possesso della valle nel 1512, dopo 12 anni di odiatissima occupazione francese. Iniziò in quest'anno la loro dominazione di quasi tre secoli in terra di Valtellina. Non fu un inizio sotto buoni auspici: nel 1513 un’epidemia di peste si portò via 3000 valtellinesi; la cronaca del Merlo registra, inoltre, che dal 1 agosto 1513 al 10 marzo 1514 non piovve né nevicò, e che nel 1514, “nel mese di Genaro venne tanto freddo che s’aggiacciò il Malero, che si sarebbe potuto passar sopra con 25 carri caricati ed era agghiacciato sin in Adda. Durò esso freddo giorni 25, et per questo freddo morirono tutte le viti in modo che in quell’anno a pena gli fu vino che bastasse per il nostro bevere, et di quel puoco di vino che gli fu non se ne trovava niente, perché li Mercanti Todeschi, ch’erano soliti comprar il vino, andavano in Bressana, et nel monte di Brianza, dove n’avevano mercato disfatto.” L’eccezionale ondata di gelo annunciava, poi, l’inizio di quel periodo durato più o meno tre secoli e noto come PEG, Piccola Età Glaciale, con tre punti di minimo nelle temperature medie, nel 1540, nel 1620 (detto minimo di Fernau) e nel 1800-1820 (minimo di Napoleone). Tale ondata non fu priva di conseguenze negative per le comunità montane, perché, come ha bene posto in rilievo Nemo Canetta nei suoi studi sui ghiacciai di Valmalenco (cfr. l'articolo sopra citato), questi scesero fino ad occupare e devastare buona parte di quelle terre che in epoca romana e medievale (quando, probabilmente, i ghiacciai erano meno estesi di quanto siano oggi, e qualcuno suppone fossero del tutto scomparsi) si prestavano ad essere sfruttate come pascoli.
Ma torniamo ai Magnifici Signori Reti: questi, richiamandosi ad una contestata cessione di tutta la Valtellina al vescovo di Coira operata da Mastino Visconti nel 1404, proclamarono di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna. Sulla natura di tale dominio è lapidario il Besta (op. cit.): "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza". È lapidario anche il sentimento popolare, che, sperimentata la non sempre equa giustizia dei grigioni, coniò il motto, diffuso in Valmalenco ed anche in altre zone della Valtellina “Dio ne scampi dei saèti, dei trùn e del guerno dei Grisùn”.
I grigioni sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Dopo la registrazione del “communis Sondrij sine Malenco”, viene dato il dettaglio della “vallis Malenchi; vi vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 1070 lire (per avere un'idea comparativa, Sondrio fa registrare un valore di 3355 lire, Berbenno di 774 lire, Montagna di 1512 lire); i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di 11191 pertiche e sono valutati 4661 lire; i campi occupano 66 pertiche e sono valutati 31 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 7234 lire (sempre per avere un'idea comparativa, Sondrio fa registrare un valore di 19660 lire, Berbenno di 6415 lire, Montagna di 13400 lire). L’estimo registra, però, che alcuni di questi beni sono contesi fra i comuni di Sondrio e di Malenco, e precisamente: case e dimore per un valore complessivo di 58 lire, prati e pascoli per un'estensione complessiva di 1439 pertiche, valutati 340 lire, ed infine campi per 66 pertiche, valutati 31 lire.


Pizzo Palino

Anche se non se ne fa menzione negli estimi della Valle Malenco, una parte rilevante nell’economia delle sue comunità era costituita dallo sfruttamento degli alpeggi; non stupisce che questo fosse oggetto di controversie che resero necessari atti ufficiali di arbitrato. “Anticamente "montes" (pascoli di mezza montagna) e "alpes" (pascoli di alta montagna) erano goduti promiscuamente dagli abitanti della comunità di Sondrio e di Montagna, tanto che nel 1447 ci fu una prima divisione degli alpi fra la Valmalenco e Sondrio, che salvaguardava però i diritti di Montagna. Quasi un secolo dopo, ci furono due arbitramenti divisionali degli alpeggi della Valmalenco: nel 1542 si stabilì la definitiva separazione degli alpeggi fra Sondrio (con la Valmalenco) e Montagna; nel 1544 si procedette ad una ulteriore divisione dei pascoli di alta quota fra le quadre della comunità di Sondrio.” (da “Inventario dei toponimi… di Lanzada”, a cura di Simon Pietro Picceni, Giusepe Bergomi e Annibale Masa, edito dalla Società Storica Valtellinese, Sondrio, 1994). Per garantire una ripartizione equa fra le comunità, alpeggi che rientravano nel territorio di una quadra potevano essere assegnati ad un'altra. Per questo a Caspoggio, in ragione del suo territorio limitato (la sua estensione è, infatti, di soli 6,82 kmq), vennero assegnati anche alpeggi nel territorio della Quadra di Chiesa (alpeggio di Lagazzuolo) ed in quella di Lanzada (a quel tempo la più ricca), come gli alpeggi di Campagneda e la splendida alpe Prabello (prabèl), ai piedi della parete occidentale del pizzo Scalino (che viene, per questo sentito dai Caspoggini un po’ come la loro montagna). Le regolamentazioni del cinquecento non posero, però, termine alle controversie, che proseguirono ed, anzi, si acuirono fino al secolo XIX. In particolare assai duro fu il confronto fra le comunità di Caspoggio e di Torre per lo sfruttamento dei prati della Val Dagua. Scrivono, a tal proposito, Eliana e Nemo Canetta, nel bell’opuscolo di presentazione del territorio di Caspoggio (“Le tracce dei secoli – Conosciamo meglio il nostro territorio”, Caspoggio, 2006): “Chi conosce la storia delle Alpi sa che gli urti confinari furono tutt’altro che rari e che sovente si giunse alle espteme conseguenze. Spesso infatti i montanari sequestravano il bestiame dei concorrenti, cosa che ovviamente appariva ai danneggiati come un vero e proprio abigeato! Lo stesso successe anche in Val Dagua. Anzi, oggi pare impossibile, i due Comuni si scontrarono a mano armata nella prima metà dell’ottocento, tanto che ci scappò perfino un morto. Finalmente nel 1901 il Tribunale di Milano riconobbe in parte i diritti di Torre…”
Il vescovo di Como Feliciano Ninguarda, nella famosa visita pastorale del 1589, così riferisce di Caspoggio: “Non molto discosto dai due precedenti paesi, a fianco della valle e oltre il fiume Lanterna, vi è un altro villaggio chiamato Caspoggio dove esiste una chiesa dedicata ai Santi Sebastiano, Fabiano e Rocco: non ha cura d'anime non potendo quegli abitanti mantenere, per la loro povertà, un loro parroco; si servono indistintamente o dell'uno o dell'altro dei predetti due parroci e sono circa sessanta famiglie, tutte cattoliche: qui ha termine la Valmalenco.” Per avere un’idea comparativa, si tenga conto che a fronte delle 60 famiglie registrate a Caspoggio (corrispondenti, come si evince da una relazione anonima inviata al Governatore di Milano, a 320 anime), se ne contavano 20 a Torre, 100 a Chiesa e 110 a Lanzada.


Pra Mosin

Giovanni Guler von Weinceck, uomo d’armi e governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88, così descrive, nell’opera “Raetia” (pubblicata a Zurigo nel 1616) la Valmalenco, senza però menzionare Caspoggio: “Dietro a Sondrio si apre una grande con valle, che dal fiume Mallero, il quale sorge da una catena a nord, si dice Valmalenco; è una valle ben popolata da una razza bella e vigorosa, le cui principali risorse sono il bestiame e la segale, poiché non produce vino. Molti della valle si recano in paesi stranieri, e vivono facendo il barullo, od aprendo bottega. La valle costituisce un comune a parte, che per altro è in certo modo dipendente da Sondrio. I loro capi si chiamano anziani; nome che io ritengo derivi dai Francesi, (i quali un giorno furono signori di questo paese), e che in tedesco significa vecchi: infatti i meglio provveduti di senno, ed anche di anni, sono appunto i vecchi. Il primo villaggio che s’incontra, penetrando da Sondrio nella valle, è Arquino cui segue La Torre, poi Ciappanico, quindi un villaggio detto La Chiesa, perché vi sorge la chiesa madre della valle. Tutti questi villaggi stanno dalla parte sinistra del Mallero. In seguito la valle si apre a modo di forcella; una parte volge a destra, toccando il villaggio di Lanzada ed innalzandosi verso la catena che incombe sopra Poschiavo, dove si trova un lago ricco di pesci; mentre la parte sinistra per chi penetra nella vallata, si estende sino ad un alpe detta Bosco; donde nella stagione estiva, valicando un alto e pericoloso ghiacciaio, si arriva al Maloja e quindi nell’Engadina e nella Pregaglia… Fra Chiesa e Bosco, sul versante sinistro per chi entra in Valmalenco, vi è un ponte elastico di pietra, fatto di tegoloni lisci, sottili e lunghi. E tegole appunto vengono di lì esportate in tutta la Valtellina ed anche in luoghi più lontani, esse coprono i tetti molto bene ed elegantemente e vengono vendute a misura In Valmalenco esiste pure una pietra ollare, con cui si fabbricano lavaggi d’ogni genere, ossia pentole di pietra; si provvedono di questi non solo la Valtellina, ma anche altri paesi. In questa valle si coltivarono anche miniere di ferro, e vi si trovarono dei cristalli.” Il Guler, pochi anni dopo la pubblicazione dell’opera, nel 1620, ebbe modo di osservare questi luoghi con ben altri occhi rispetto a quelli del sereno viandante: comandata, infatti, il corpo di spedizione delle Tre Leghe Grigie che dal Muretto era riuscito a discendere la Valmalenco, eludendone le strutture difensive, per calare su Sondrio e riprendere la Valtellina caduta in mano agli insorti dopo il cosiddetto “Sacro Macello Valtellinese”. Ma di ciò diremo più avanti.
Il famoso arciprete di Sondrio Nicolò Rusca, che sarà, quattro anni più tardi, rapido dai soldati delle Tre Leghe Grigie e fatto morire sotto tortura a Thusis, scrisse, nel 1614, una relazione per il vescovo di Como Filippo Archinti, in occasione della sua visita pastorale. Vi si legge, a proposito della “Valle di Malenco: “In questa Valle sono quattro Vicecure, non essendo alcuna separata da Sondrio. S. Gio.Battista in Lanzada dove è V. Curato il m. R. D. Gioanni Cilichino, Dottor Theol. Ha in casa suo padre, e due sorelle et doppo che lui ivi serve si sono convertiti molti alla nostra santa fede. In queste due sole V. Cure, cioè de i Ss. Giacomo e Filippo, e di s. Gio.Battista, sono alcuni, ma pochi di fede contraria, a quali per l’uno e l’altro loco serve un ministro solo delle lor fede. In Lanzada è Gio.Carino chierico che studia nel Collegio elvetico in dozina. S. Rocco di Caspoggio, al quale, per poco luoco, si serve hora dal V. Curato di S. Gio.Battista, hora da quello de i ss. Giacomo e Filippo, secondo li accordi che fanno. Al presente si servono del M. R. sr. Cilichino, quale doppo che ha cominciato star in Malenco per V. Curato, si sono molti convertiti alla Santa Fede Cattolica… Son pagati questi V. Curati con collette che si fanno fuoco per fuoco. Il R. Interiortolo ha di moneta di Valtellina scudi novanta. Il R. Tuano ha scudi cento. Il R. Cilichino ha tra Lanzada e Caspoggio cento venti scudi”.
Dalla relazione del Rusca la chiesa di San Rocco di Caspoggio confessore risultava, dunque, essere vicecura di Sondrio; dieci anni dopo (precisamente il 20 ottobre del 1624, dopo che il 6 giugno del medesimo anno era stato consacrato il nuovo edificio della chiesa di San Rocco), però, se ne staccò, divenendo parrocchia autonoma, di nomina comunale, cioè con diritto dei parrocchiani di eleggere il proprio parroco (diritto esercitato fino al 1946). Il distacco era, come già detto, l’esito di un plurisecolare contrasto fra le comunità malenche e Sondrio: fino al trecento, infatti, risiedeva in valle un canonico di Sondrio, per la cura delle anime; successivamente, però, questa figura venne meno, per cui iniziarono i malumori delle comunità che rivendicavano il diritto di scegliere autonomamente il proprio curato. Nonostante l’opposizione di Sondrio, nel cinquecento di fatto risiedevano in valle due sacerdoti, uno che rimaneva a Chiesa, l’altro che assisteva, a turno, le rimanenti comunità di Lanzada, Caspoggio e Torre, finché nel 1624 si giunse all’autonomia delle quattro parrocchie. Il primo parroco eletto a Caspoggio fu Antonio Casarotto di Mezzovico (Lugano).


Caspoggio

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Il Seicento fu, per l’intera Valtellina, un secolo nero, almeno nella sua prima metà. La tensione fra protestanti, favoriti dalle autorità grigioni, e cattolici crebbe soprattutto per le conseguenze del decreto del 1557, nel quale Antonio Planta stabilì che, dove vi fossero più chiese, una venisse assegnata ai protestanti per il loro culto, e dove ve ne fosse una sola venisse usata a turno da questi e dai cattolici. L'istituzione del tristemente famoso Strafgericht di Thusis, tribunale criminale straordinario di fronte al quale si dovevano presentare tutti coloro che venissero sospettati di attività eversive del potere grigione in Valtellina, rese la tensione ancora più acuta. Forse si ebbe qualche presenza di riformati, nella seconda metà del secolo XVI, a Caspoggio, stando a quanto racconta Cesare Cantù ne “Il Sarco Macello di Valtellina”, del 1834: “Anche il sesso imbelle spiegò costanza a sostenere il rito degli avi. In Caspoggio, terra della val Malenco, mentre i mariti estivavano com'è costume sugli alpi (chiamano così i pascoli montani), venne saputo dalle donne che i riformati intendevano seppellire in S. Rocco un loro bambino allora morto, col che avrebbero preteso d'acquistar possessione di quella chiesa. Che fan elle? si allestiscono ben bene di sassi, e rinserratesi nella chiesa, aspettano il funebre convoglio. Come s'avvicina, ecco fuori lo stormo, che schiamazzando alla donnesca, con una tempesta di pietre pone in volta il funerale. Caso che diede da ridere in quei contorni, e da stizzire a parecchi.” Abbiamo però visto che la relazione del Ninguarda, del 1589, non ne fa menzione. Caspoggio fu, agli inizi del seicento, affidata alle cure del parroco di Lanzada don Giovanni Cilichini, che, con la sua opera di zelante apostolato, aveva ridotto di molto il numero degli “eretici”: per questo, nel 1608, era stato imprigionato e torturato dalle autorità grigione, ma ebbe salva la vita. Dieci anni dopo fu di nuovo in pericolo di vita, e di nuovo scampò.


Pra Mosin

Ben diversa sorte ebbe l’arciprete di Sondrio Nicolò Rusca, che ben conosceva e molto stimava il Cilichini. Correva l’anno 1618, infatti, quando questi venne rapito da una schiera di sessanta armati, guidati dal predicatore protestante di Valmalenco M. A. Alba da Casale Monferrato e scesi in Valmalenco proprio dal passo del Muretto, che lo sorpresero, nella notte fra il 24 ed il 25 luglio 1618, nella sua camera da letto. Il motivo del blitz era che il Rusca veniva considerato uno dei più fieri oppositori alla religione riformata in Valtellina. La sua figura, peraltro, si presta ad una diversa lettura: da una parte alcuni ricordano che, per la determinazione del suo impegno a difesa del Cattolicesimo, fu denominato “martello degli eretici”, dall’altra si ricorda, a riprova del suo atteggiamento di comprensione umana, l’affermazione “Odiate l’errore, amate gli erranti”. Una figura, comunque, scomoda. Gli venne, dunque, concesso solo di vestire il suo abito talare, poi fu legato, a testa in giù, sotto il ventre di un cavallo, ed il drappello si mosse sulla via del ritorno, seguendo l’itinerario che passa per Moncucco e Ponchiera. Proprio mentre passavano di qui, sul far del giorno, le cronache riportano un episodio curioso. La schiera di armati incrociò il parroco di Lanzada che scendeva verso Sondrio travestito da “Magnàn” (calderaio), per timore di essere catturato dalle milizie dei Grigioni. Era stato, infatti, avvertito da un eretico del progetto dei protestanti di rapire anche lui (si narra che costui, combattuto fra il desiderio di salvare il prete, che stimava, e la promessa fatta ai correligionari di non dirgli nulla della congiura, si sia cavato d’impaccio con la coscienza recandosi da lui, picchiando con un bastone sopra la pietra del focolare e pronunciando queste parole: “Io dico a te, o pietra, che i Grigioni sono per condor via l’Arciprete di Sondrio e domani mattina, se non fuggirà in tempo, verranno a prendere anche il parroco di Lanzada”). Egli non difettava certo di prontezza di spirito e, alla domanda se avesse visto il parroco di Lanzada, la sua risposta fu pronta: “Sì, questa mattina ha già detto Messa”. Il Cilichini ebbe salva la vita, lasciando la Valtellina per il crinale orobico e rifugiandosi a Milano, dove si presentò al celebre Cardinal Federico Borromeo “con preghiere, con singulti e con lagrime… l’afflitta religione raccomandandogli e del suo favore appresso al governatore supplicandolo” (Carlo Botta, “Storia d’Italia…”, 1835). Sorte ben diversa ebbe il Rusca, costretto a proseguire il suo triste viaggio, passando da Torre e Chiesa, salendo a Chiareggio e scavalcando il Muretto. Di nuovo, ecco il Cantù: "Il ben vissuto vecchio, benché fosse disfatto di forze e di carne e patisse d'un ernia e di due fonticoli, fu messo alla tortura due volte, e con tanta atrocità che nel calarlo fu trovato morto. I furibondi, tra i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo l'onorato cadavere, e seppellirlo sotto le forche, mentre egli dal luogo ove si eterna la mercede ai servi buoni e fedeli, pregava perdono ai nemici, pietà per i suoi."
In quel medesimo 1618 scoppiò la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), nella quale la Valtellina, avendo una posizione strategica di nodo di comunicazione fra i territori degli alleati Spagna (milanese) ed Impero Asburgico (Tirolo), venne percorsa dagli eserciti dei fronti opposti, quello imperiale e spagnolo da una parte, quello francese e dei Grigioni, dall’altra.
Due furono i momenti più tragici di questo periodo. Nel 1620 il cosiddetto “Sacro macello valtellinese”, cioè la strage di protestanti operata da cattolici insorti nella notte del 19 luglio, per il timore che i Grigioni intendessero imporre la fede riformata in Valtellina. La caccia al protestante fece, infatti, registrare episodi tragici e portò all’assassinio di un numero di persone probabilmente superiore a 400. Di questi, 20 furono uccise in Valmalenco; nessuna, però, a Caspoggio, dove la religione riformata non aveva attecchito. La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e, come sopra ricordato, dal passo del Muretto e quindi dalla Valmalenco, il successivo primo agosto. Le successive vicende belliche, che furono risparmiare alla valle, portarono al trattato di Monzon del 1626.
La pace sembrava tornata e tutti tirarono il fiato; fu, però, il sollievo dell’inconsapevolezza, perché il peggio doveva ancora venire. Il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi, scesi dalla Valchiavenna per partecipare alla guerra di Successione del Ducato di Mantova, portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). Non era certo la prima: solo nel secolo precedente avevano toccato la Valtellina le epidemie del 1513-14, del 1526-27 e del 1588. Ma quella fu la più terribile, e non si fermò alle soglie della Valmalenco. L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, almeno più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo. In Valmalenco la popolazione passò, probabilmente, da circa 1800 abitanti ad 800. Come se non bastasse, riesplose la guerra, con la campagna del duca di Rohan, fra il 1635 ed il 1637; solo il capitolato di Milano, del 1639, portò ad una pace definitiva, che riconsegnava la Valtellina ai Magnifici Signori Reti, proibendo, però, che vi venisse praticata altra religione rispetto a quella cattolica.
Sembra, tuttavia, che Caspoggio abbia subito meno delle vicine comunità di questi terribili decenni: “La stessa popolazione che, al dire del Ninguarda, era nel 1589 di 60 fuochi…, nel 1634 era di 388 stando all’interessante testimonianza di un vecchio inventario di scritture che ci fornisce pure la consistenza zootecnica di quell’epoca, ammontante a  313 bovine, 28 bestie da soma e 306 capi minuti, a riprova della prevalente occupazione pastorizia e alpigiana (sono diffusissimi i cognomi Agnelli e Pegorari e vi erano pure gli Agnellini, ora estinti), ma anche di un costante filone di attività di trasporti lungo la “cavalèra”. In tale statistica non figurano però le attività artigiane, specie di bottai e di cavatori di piode (una cava esisteva alla Sassa) delle quali ci rende edotti in quegli stessi anni – lo scritto è del 1632 circa – don Giovanni Tuana” (da “Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi – Caspoggio”, edito nel 1986 dalla Società Storica Valtellinese, a cura di Sandrino Miotti e Rodolfo Pegorari).
Un quadro sintetico di Caspoggio nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Abramo Levi). Vi leggiamo: Caspoggio è in una pianura, qual vien fatta dalla natura del luogo a mezzo la montagna, tra prati alquanto paludosi et puochi campi. Ha cento famiglie et una chiesa de SS. Sebastiano et Rocco fatta parocchiale da Lazaro Carafino. Questi paesani, se bene hanno il territorio picciolo et freddo, sono però tanto parci et industriosi et di fronte tanto audace, che passano la vita non del tutto miserabilmente. Le donne nelle messagioni di Valtellina vanno a spigolare. L'huomini d'estate vivono nei monti alti, dove attendono parte al bestiame, parte ad apparecchiar legnami per fabricare vascello di legno nel tempo dell'inverno, della quale empiono tutta la Valtellina et Valcamonica, et quelli che non attendono a questo essercitio fanno il cavallaro overo cavano piode. Passa vicino al luogo un rivo fresco, qual serve et per bisogno di casa et per macinare. Questa contrata fu sola senza heretici, non così Lanzada dove vi erano molti et fuor di modo maligni, né alla Chiesa dove risedeva il predicante et li più potenti, né alla Torre dove una femina introdusse l' eresia, essendo miraculo che restassero li figlioli catolici et che lei avanti la morte si emendasse et che morisse con li sacramenti. Sotto Caspoggio si vedono li vestigij d’un antico castello già fabbricato dell’illustrissima  casa de Capitani.”

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La seconda metà del seicento ed il settecento videro una costante ripresa economica e demografica. Moltogiovarono alle condizioni economiche di Caspoggio e dell’intera Valmalenco l’incremento delle attività commerciali e l’emigrazione. In particolare gli arrotini di Caspoggio si diffusero in buona parte della Valtellina ed anche ben oltre: per secoli in molti paesi di Lombardia si videro questi tenaci artigiani, che si spostavano a piedi, con la caratteristica “caréta” e poi, dall’ottocento, in bicicletta. La ripresa demografica aveva già fatto sentire i suoi effetti ad inizio settecento: nel 1706 gli abitanti erano 450 (ai tempi della visita pastorale del Ninguarda, nel 1589, erano 320).
Nel 1797 la prima campagna d’Italia di Napoleone portò alla fine della dominazione retica ed all’annessione della Valtellina alla Repubblica Cisalpina prima, ed al Regno d’Italia (1805) poi.
Molto severo sul periodo della dominazione francese in Valtellina è Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), il quale sostiene che esso rappresentò l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno per Valtellina e Valchiavenna riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie: ”L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadini-pastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati. Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci.. Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire”. Le notazioni del Benetti si riferiscono in particolar modo alle comunità, come quelle malenche, la cui economia era largamente basata su uno sfruttamento degli alpeggi a base famigliare.


Alpe Prabello

Durante tale periodo venne, comunque, costituito il comune di Malenco, che figurava fra i settanta comuni del III distretto di Sondrio, nel dipartimento del Lario. Nel regno d’Italia esso contava 3250 abitanti e fu inserito nel I cantone di Sondrio. Negli anni successivi si prospettò l’unificazione con il comune di Sondrio, sostenuta anche dal consultore di stato e direttore generale della polizia Guicciardi, con la motivazione che Malenco era stata “per l’addietro sempre unita a Sondrio”, sebbene se ne fosse “sul principio della rivoluzione” separata “per sottrarsi alla preponderanza dei signori di Sondrio”; egli era consapevole però che la riunione avrebbe eccitato “sicuramente il malumore dei rozzi, ma altezzosi abitanti della valle di Malenco”. Ma non se ne fece nulla. Anzi, caduto Napoleone, con il Congresso di Vienna, che sancì l’annessione della Valtellina al Regno Lombardo-Veneto, dominio della casa imperiale degli Asburgo d’Austria, l’antico comune di Malenco venne suddiviso negli attuali comuni.

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Si costituì, dunque, nel 1816, il comune di Caspoggio, che fu inserito nel I distretto di Sondrio. Esso era costituito da otto contrade (simboleggiate dalle otto stelle nello stemma), Centro dentro (céntru de dint), Centro fuori (céntru de fö), Bracelli (brac’), Albertazzi (bertàasc), Burri (bürr), Negrini (negrìn), Bricalli (brich) e Pantanaccio-S. Elisabetta (pentenàasc). Nel 1853 Caspoggio, con la frazione Monte di Dagua, era comune con consiglio senza ufficio proprio e con una popolazione di 512 abitanti sempre inse­rito nel distretto I di Sondrio. Negli “Annali universali di statistica, economia pubblica, storia, viaggi e commercio del 1834 si legge: “Secchie , gerli, vasi, e recipienti di legno d'ogni maniera, si fabbricano particolarmente in Caspoggio (Valmalenco ) che poi si esitano al mercato di Sondrio.” Similmente, Bartolomeo Besta, ne “Sulla condotta di Val Malenco in Valtellina” (Milano, 1861), scrive: “I Caspoggesi, sopperendo alla deficienza dei redditi, lavorano utensili di legno, recipienti di vino, zangole, secchioni; si recano nella Valtellina e sul Lodigiano a distillare acquavite; educano poco bestiame più volentieri vendendo i prodotti del suolo e serbando libera da monotoni vincoli l’attività della personale occupazione; tendono al minimo guadagno, sono svelti di mente, franchi di maniere e confidenti con chi li tratta da vicino e da cui dipendano.”


Pizzo Scalino

L’ottocento fu un secolo assai duro, segnato, soprattutto nella sua prima metà, da un peggioramento complessivo delle condizioni di vita dei contadini. Ne “Inventario dei toponimi… di Chiesa in Valmalenco” (Società Storica Valtellinese, 1976), Annibale Masa e Giovanni De Simoni scrivono: “Alla dissestata economia valligiana s’aggiunsero nel XIX secolo nuovi guai: le forti contribuzioni militari francesi e austriache, la crisi di conversione tra un mercato retico complementare ed uno lombardo, per allora, concorrente, col tracollo della poca agricoltura (canapa, lino, orzo, segale, patate) e dell’artigianato domestico in parallelo col miglioramento delle comunicazioni e l’avvento dell’era industriale. Tali circostanze portarono rapidamente da livelli di vita modesti a miseri anche se si potrà avere sul finire del secolo qualche sollievo dall’emigrazione transoceanica e dal nascente turismo. Solo nel nostro secolo questo si rivelerà – insieme all’intensificato sfruttamento delle cave di serpentino e di ardesia e, per una breve fase favorevole, di quelle d’amianto – atto a risollevare dalla miseria e ad aprire le vie del benessere”.
Dopo la II Guerra d’Indipendenza, cui parteciparono anche tre soldati di Caspoggio (Bracelli Battista fu Andrea, Miotti Giuseppe fu Andrea e Negrini Ferdinando fu Giuseppe), venne l’Unità d’Italia, proclamata nel 1861; il comune di Caspoggio contava allora 529 abitanti. Nella successiva III Guerra d’Indipendenza, del 1866, partecipò un numero significativo di abitanti di Caspoggio, vale a dire Agnelli Alberto, Agnelli Giuseppe fu Giuseppe, Bracelli Agostino di Pietro, Bracelli Battista fu Andrea, Bracelli Giacomo fu Andrea, Bracelli Faustino, Miotti Giuseppe fu Andrea, Miotti Giuseppe fu Andrea, Mosti Eusebio, Negrini Ferdinando fu Giuseppe e Pegorari Salvatore. Bracelli Faustino partecipò anche alla campagna del 1870 che portò alla presa di Roma, poi proclamata capitale d’Italia. Nei decenni successivi l’andamento demografico fece registrare una crescita costante: dai 590 abitanti del 1871 si passò ai 639 del 1881, e poi ai 804 del 1901 ed infine ai 874 del 1911.
La Guida alla Valtellina edita nel 1884 dalla sezione valtellinese del CAI così presenta Caspoggio: “Quasi di fronte a Chiesa la via rasenta i ruderi li un vecchio castello. Appartenne alla famiglia De Capitanei. Dovette essere stato diroccato ai tempi della rivolta suscitata contro i Visconti da Tebaldo de Capitanei, perchè nell'atto (31 agosto 1373) con cui questi accetta di rientrare nelle grazie del duca Giovanni Galeazzo, è concesso a lui, Francesco sito figlio ed ai loro discendenti di riedificarlo. Qui la strada si divide di nuovo. Il tronco che sale a destra guida in breve a Caspoggio, (1100 m., 639 ab) piccolo villaggio in posizione, oltre ogni dire amena. Stanno le case fra i prati, e poco lungi, attorno attorno, si elevano folti boschi di pini o di onizzo. Vicino alla chiesa di S. Maria Elisabetta avvii una sorgente d’'acqua solfurea. Gli abitanti di Caspoggio sono laboriosissimi, e oltre al coltivare con ogni cura le loro campagne, preparano secchie ed altri recipienti di legno d'ogni maniera, che poi smerciavo sul mercato di Sondrio o esportano nella Lombardia. Ritornati ai ruderi dell'antico Castello si puó scendere, volgendo a destra, lungo la nuova strada alla valle della Lanterna, là dove confluisce con quella del Mallero. Subito dopo passata la Lanterna s'incontra un'altra via carrozzabile che scende da Chiesa. Se si procede verso oriente si arriva in breve a Lanzada.
La seconda metà dell’ottocento, caratterizzata dall’acuirsi della crisi dell’economia contadina, di cui si è detto, vede, come conseguenza, due fenomeni che danno un po’ di respiro all’economia valligiana, l’emigrazione transoceanica e l’inizio dei traffici di contrabbando, che caratterizzeranno anche la prima metà del novecento. La redditività di questi traffici, non era proporzionata agli sforzi ed ai rischi connessi. Ma, in periodi di stenti diffusi, anche una modesta integrazione del reddito delle magre economie contadine era di vitale importanza. Una certa incoscienza e la vigoria fisica della giovane età erano componenti essenziali di quelle traversate, che erano, spesso, autentici tour de force. Si procedeva in squadre di 10-12 persone, nella buona stagione ma anche in quella invernale, alternandosi, nel tracciare la via fra la neve spesso alta, a 7-8 passi ciascuno, perché lo sforzo del battipista è assai maggiore di quello di chi segue. Si procedeva con il prezioso carico, 25-30 kg circa a spalla, pronti a nasconderlo in un luogo sicuro al primo sentore di un possibile incontro-scontro con gli avversari di sempre, i finanzieri. Il percorso più battuto passava per il passo di Canciano (m. 2464), che si immette nella val Poschiavina; la sorveglianza dei finanzieri all’alpe di Gera veniva poi talvolta elusa mediante una traversata attraverso il ghiacciaio di Fellaria fino all’alpe omonima. Qualche volta, però, si incappava nei militi, e si doveva lasciare il carico seminascosto nella neve, tornando precipitosamente al passo; il carico, se andava bene, veniva poi recuperato a distanza di tempo. Assai praticati era anche il vicino passo di Campagneda (m. 2632), con accesso diretto alla conca delle alpi Campagneda e Prabello, e, più a nord, il passo Confinale (m. 2628), con discesa all’alpe Gembré, quando si supponeva che questi alpeggi fossero “liberi”. I finanzieri erano chiamati popolarmente “panàu” (dal nome di un leggendario uccello rapace scomparso dalla valle) e sceglievano appostamenti strategici per sorprendere i contrabbandieri, sassi o baite che da loro prendevano il nome. Un “sas di panàu” (o “böc’ di panàu”) è segnalato anche nel territorio di Caspoggio, nei boschi del Castello (dove si vedono ancora i ruderi dell’antichissimo castello di Caspoggio), all’inizio della “strada di bragùn”.
Dall’opera “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), ricaviamo diverse interessanti notizie statistiche sul paese intorno agli anni ottanta dell’ottocento, riportate nella seguente tabella:

Frazioni principali

Mandamento

Numero delle case al 1865

Numero di famiglie al 1865

Abitanti nel 1881

Patrimonio al 1865 (in Lire)

Passivo al 1883 (in Lire)

Alpeggi (fra parentesi: proprietà, numero di vacche sostenibili, prodotto in Lire per vacca, durata dell’alpeggio in giorni)

Negrini
Sondrio
131
119
613
12857
185

-

 

 

 

 

 

 

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Nel 1904 la ditta Negrini costruì la centralina sulla Roggia, in località Albertazzi, che fornì al paese energia elettrica. Nel periodo fra le due guerre la popolazione continuò ad aumentare: gli abitanti erano 949 nel 1921, 999 nel 1931 e 1048 nel 1936. Ecco come Ercole Bassi, ne “La Valtellina – Guida illustrata”, (1928, V ed.), presenta il paese di Caspoggio: “Da Chiesa a Caspoggio - All'alpe Acquanegra - Pizzo Scalino. Da Chiesa una rotabile scende al Mallero ove si biforca. Un ramo volge a destra, e,dopo aver costeggiato i ruderi di un vecchio castello,della famiglia De-Capitani, sale al ridente villaggio di Caspóggio (m. 1132 - ab. 959 - km. 16 da Sondrio - monum. ai caduti - telef. (priv.) - alb. Pizzo Scalino - coop. famiglia agric. - prod. di sacchi e mastelli di legno), ove nacque sullo scorcio del XIX sec. Andrea Miotti, teologo e letterato, che morì vescovo di Parma. Di Caspoggio è il buon pittore vivente E. Dioli, che abita a Sondrio. Nella parrocchiale vi sono una pala d'altare con la V. attribuita a Fermo Stella, nonchè affreschi di Gio. Gavazzeni. Vicino alla chiesa di S. Elisabetta vi è una sorgente solforosa. Una stradicciuola dalla chiesa, costeggiando il camposanto, conduce all'orlo dell'altipiano, da dove in 15 minuti si scende a Lanzada. Da Caspoggio per l'Alpe Acquanegra, dove vi sono diverse cave di amianto, e il passo degli Ometti, si sale al Pizzo Scalino discendendo in Vai Fontana ed a Ponte (la via è segnalata).
Nel secondo dopoguerra la curva demografica cresce fino alle soglie del terzo millennio: gli abitanti erano 1298 nel 1951, 1511 nel 1961, 1589 nel 1971, 1543 nel 1981, 1603 nel 1991, 1586 nel 2001 ed infine 1567 nel 2006. Il sensibile balzo in avanti fra la seconda metà degli anni cinquanta e la metà degli anni sessanta è legato anche ad una vera e propria svolta nella vita economica del paese: “Caspoggio… aveva già nel 1952 iniziato a progettare la sua seggiovia; che tra il ’57 ed il ’60 venne portata a termine, lasciando indietro tutto il resto della valle, per non dire gran parte della stessa provincia di Sondrio. Nel giro di brevissimo tempo Caspoggio divenne infatti uno dei poli sciistici più importanti della Valtellina. Il villaggio, sino ad allora un po’ marginale rispetto ad altri centri malenchi sul piano turistico, balzò all’attenzione del mondo sportivo invernale…” (Eliana e Nemo Canetta, op. cit.).
Per raggiungere Caspoggio dobbiamo lasciare la ss. 38 dello Stelvio, se proveniamo da Milano, allo svincolo sulla destra in corrispondenza della rampa con la quale inizia la tangenziale di Sondrio. Percorso il rettilineo che immette in Sondrio,ci portiamo alla rotonda all’ingresso dell’abitato e qui svoltiamo a sinistra (indicazioni per la Valmalenco). Dopo i primi tornanti, la strada passa per la conca di Mossini (a 3,5 km da Sondrio), poi, lasciata sulla sinistra la deviazione per Triangia, prosegue addentrandosi sul fianco occidentale della valle. Passiamo, così, nei pressi delle località di Cagnoletti (6,8 km da Sondrio) e Prato (8,3 km). Ignorata la deviazione a destra per Spriana, raggiungiamo, a 10 km da Sondrio, il punto in cui dalla strada provinciale che sale a Torre, ad un suo tornante sx, si stacca, verso destra, la strada che scavalca il Mallero su un ponte e prosegue sul versante opposto della valle (orientale, di destra per chi sale), verso Chiesa, Caspoggio e Lanzada. Superato il punto nel quale troviamo, sulla sinistra, un secondo ponte che conduce a Torre S. Maria, proseguiamo nella salita e, dopo qualche tornante, giungiamo alla rotonda in corrispondenza dello svincolo, segnalato, per Caspoggio. Qui prendiamo a destra e saliamo verso il centro del paese (m. 1098), a 17 km da Sondrio.
La superficie complessiva del territorio comunale di Caspoggio è di 682 ha, di cui 370 occupati da fustaie e 56 da boschi cedui (rilevazione del 1971).

BIBLIOGRAFIA

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Boscacci, Antonio, "L'alta Via della Valmalenco", Edizioni Albatros, Milano, 1995

Vannuccini, Mario, “Escursioni in Valmalenco ”, Nordpress edizioni, Chiari (BS), 1996

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Dioli, Franco, "Caspoggio nel secondo millennio: le nostre origini", Sondrio, Ignizio, 2004

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Arzuffi, Luca, “Valmalenco - Le più belle escursioni”, Lyasis Edizioni, Sondrio, 2006

AA. VV., "Valmalenco, 100 sentieri", a cura dell'Unione dei Comuni della Valmalenco, Morbegno, 2007

Agnelli, Ugo, "Strade, vicoli e sentieri di Caspoggio : i stradi, i stréci e i sentée de Caspöc' cunt i num di post: guida dei toponimi dedotti dall'inventario della Società Storica Valtellinese", Lecco, Stefanoni, 2008

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