IL COMUNE IN SINTESI (DATI RELATIVI AL 1996)
Abitanti (Cedraschini): 497 Maschi: 251, Femmine: 246
Numero di abitazioni: 269 Superficie boschiva in ha: 464
Animali da allevamento: 278 Escursione altimetrica (altitudine minima e massima s.l.m.): m. 273, m. 2620 (corno Stella)
Superficie del territorio in kmq: 14,77 Nuclei con relativa altitudine s.l.m.: Cedrasco m. 287, Gherbiscione m. 277
Nome

Cedrasco è un comune del versante orobico mediovaltellinese, che fronteggia, sul versante retico, Postalesio ed è posto allo sbocco della Val Cervia (sul conoide di deiezione del torrente Cèrvio), un tempo importante porta di comunicazione con il versante orobico bergamasco (Val Brembana). Interessante è leggere, a tal proposito, quanto scrive Henri de Rohan, duca ed abilissimo stratega francese nell’ultima parte delle vicende della guerra di Valtellina nel contesto della guerra dei Trent’Anni (1635), nelle sue “Memorie sulla guerra della Valtellina”: “Allora si capì veramente che le montagne sono come le pianure, che non hanno solo le strade usuali e frequentate, ma molte altre che, benché non siano conosciute dagli stranieri, lo sono dalla gente del posto, per mezzo della quale  si può sempre essere condotti al luogo desiderato eludendo chi volesse impedirlo… Dal Gavia fino al lago di Como, si può entrare nella Valtellina dal Mortirolo, dall’Aprica, dalla val Cervia di fronte a Cedrasco, dalla val Madre di fronte a Fusine, da uno dei lati della valle del Bitto e dall’altro dalla Valsassina che appartiene allo Stato di Milano.”
Sull’origine del nome sono state avanzate diverse ipotesi: assai poco probabile, data la natura dei luoghi, è la radice “citrus” o “cedrus”, “cedro”. Si è poi pensato ad una derivazione da un nome romano, che potrebbe essere “Cetrius” o “Caetrius”, ma più probabile è l’etimologia dalla voce dialettale “scidriùn”, che significa “mirtillo”. Etimologia alquanto simpatica, per un piccolo comune poco conosciuto, ma assai interessante per gli scenari e le possibilità escursionistiche offerte.
Non abbiamo notizie sulla Cedrasco medievale: è probabile, quindi, che l’origine del borgo risalga al secolo XIV, quando, dal 1335, la Valtellina venne annessa ai domini ducali dei Visconti di Milano. L’impulso allo sviluppo del borgo furono le miniere di ferro, cui Milano era assai interessata: un documento del 1378, infatti, attesta l’esistenza nel paese di un forno fusorio. Il Romegialli, nella monumentale "Storia della Valtellina" del 1834, scrive che "si fondono... tra Cajolo e Cedrasco, mobili d'ogni maniera in ghisa".
Dal punto di vista religioso la comunità apparteneva alla pieve di Berbenno, dalla quale si staccò nel 1454, costituendosi in parrocchia autonoma ("in parochialem cum fontibus, coemeterio, et aliis insignis parochialibus", come si legge nell’atto rogato dal notaio Francesco Riva) dedicata ai santi Agostino e Tommaso. A quell’epoca esistevano due chiese sul territorio di Cedrasco, la parrocchiale di S. Agostino, riedificata in epoca barocca (sei-settecento), e la chiesa di S. Anna (che sorge, oggi, curiosamente e un po’ tristemente isolata, prima dell’ingresso ad est del paese), considerata assai antica, ma riedificata nel 1634 e restaurata nel 1970.
Dal punto di vista amministrativo civile, invece, Cedrasco appartenne al comune di Postalesio, dal quale si staccò qualche anno prima, nel 1442. Nel 1492 la frazione di Spinedi, a nord dell’Adda, inizialmente assegnata a Cedrasco, venne rassegnata a Postalesio, per cui il confine fra i due comuni venne portato al fiume Adda.

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Il secolo successivo si aprì con la caduta degli Sforza di Milano, cui seguì l’odiosissima occupazione dei francesi in Valtellina: bastarono dodici anni (1500-1512) perché i Valtellinesi accogliessero i Magnifici Signori Reti delle Tre Leghe Grigie, dei quali la valle divenne tributaria, se non con entusiasmo, almeno con sollievo. Ben altro effetto avevano suscitato, una generazione prima, le ferrigne truppe grigione, quando erano scese dall’alta valle mettendo a sacco buona parte dei paesi, ed erano state fermate dalle truppe ducali in una battaglia dall’esito controverso, combattuta poco distante da Cedrasco, cioè nella battaglia di Caiolo del 16 marzo 1478. Ora il vento era cambiato, ed i tre terzieri della Valtellina, con le contee di Bormio e Chiavenna, riconobbero il proprio tributo alle Tre Leghe. 
Si capisce che i nuovi signori sentissero il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono quindi stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis Cidraschi" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 289 lire (per avere un'idea comparativa, Fusine fece registrare un valore di 643 lire, Colorina di 475 lire, Caiolo di 955 lire); 5 pertiche di orti valgono 14 lire;  prati e pascoli hanno un'estensione complessiva di poco più di 2076 pertiche e sono valutati 668 lire; boschi e terreni comuni sono valutati 27 lire; campi e selve si estendono per oltre 1424 pertiche, e sono stimati 987 lire; gli alpeggi, che caricano 104 mucche, vengono valutati 20 lire; vengono rilevati mulini ed una fucina per un valore di 27 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 2022 lire (per avere un'idea comparativa, Fusine fece registrare un valore di 4341 lire, Colorina di 6001 lire, Caiolo di 6832 lire).
Non fu, il cinquecento, secolo clemente, almeno nella sua prima metà: la natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle, Bormio, Sondalo, Tiolo, Mazzo, Lovero, Tovo, Tresivio, Piateda, Sondrio, Fusine, Buglio, Sacco, e Morbegno, portandosi via diverse migliaia di vittime. Dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine (ricordiamo che il commercio del vino oltralpe fu l’elemento di maggior forza dell’economia della Valtellina, fino al secolo XIX). Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo, il che arrecò il colpo di grazia alle già duramente colpite viti della valle. Nel comune di Sondrio, annota il Merlo, cronista del tempo, vi furono in tutto solo un centinaio di brente di vino. Nel 1526 la peste tornò a colpire nel terziere di Mezzo, e ne seguì una dura carestia, come da almeno un secolo non si aveva memoria, annota sempre il Merlo. L’anno successivo un’ondata di freddo e di neve nel mese di marzo danneggiò di nuovo seriamente le viti. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”. La seconda metà del secolo, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento). C’è davvero di che far meditare quelli che (e non son pochi) sogliono lamentarsi perché non ci sono più le stagioni di una volta…
Nelle cronache della prima metà del secolo compare anche Cedrasco, per un motivo che così ci viene illustrato da A. Maffei, nel "Diario di avvenimenti riguardanti la Valtellina", del 1880: "(Nell'agosto del 1523 in Sondrio) un frate Modesto da Vicenza, venutovi qual inquisitore, processava per accuse di fattuccherie trenta e più infelici, tra i quali sette venivano, come a pubblico esempio, arsi vivi sulla piazza detta di Campello, e furono Margarita del Cedrasco, Margarita detta Matrigna, Agostina detta Bordigia, Giovanni del Corno, Santina moglie di Paolo Lardini, Bartolomeo Scarpatetti e Pietro Pedoli di Maione."
Giovanni Guler von Weineck, governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88, così presenta Cedrasco nella sua opera “Raetia”, pubblicata nel 1616 a Zurigo: “Il paese più vicino è Cedrasco, il quale sorge alle falde di un alto monte dirupato: possiede un territorio piano e fertile, che si estende verso mezzanotte sino all’Adda, dove abbiamo pure un traghetto. Nella montagna restostante si apre verso mezzodì una valle detta Val Madre, dove esistono due piccoli villaggi, appartenenti al comune di Cedrasco. Attraverso questa con valle passa un sentiero per Bergamo e per altri paesi dello Stato veneto.”
Nella sua visita pastorale al paese nel 1589, Feliciano Ninguarda, vescovo di Como di origine morbegnese, trovò nel paese la consistente cifra di 140 fuochi, cioè famiglie, corrispondenti ad una popolazione congetturale di 700 abitanti (ma il dato è assai dubbio: una generazione più tardi, nel 1624, si contavano nel paese 480 abitanti). Ecco quello che annota sul paese: “A sinistra del paese di Fusine, un miglio più avanti nella zona di Postalesio, vi è un altro paese chiamato Cedrasco con centoquaranta famiglie tutte cattoliche: vi sorge una chiesa dedicata a Sant'Agostino Vescovo e vi fa da rettore il sac. Benedetto Robustelli di Grosotto. A un quarto di miglio più avanti, salendo verso il paese di Caiolo, vi è un'altra chiesa dedicata a Sant'Anna.”

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Un quadro sintetico di Cedrasco nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Abramo Levi). Vi leggiamo:Da banda sinistra la prima communità di questa pieve è Sidrasco, terra di 250 persone, computata la Spineda contrata di qua d' Adda. Perché questo luoco ha gran monti pascolivi et boschivi et pianura con bella campana, perciò questi terrazzani hanno abbondanza di biade et grassine; ma perché è ombregiato dalla montagna, alle cui radici è posto, stando alcuni [mesi] dell'anno horridi tra le nevi et senza sole, perciò non ha territorio atto per viti. Passa per Sidrasco un fiume dell'ístesso nome, dal quale è denominato il luoco, nascente dalli alti monti nivali confini a Bergamaschi. La chiesa parochiale è di S. Agostino; v'è ancora un altro oratorio vicino alla terra verso mattina dedicato a S. Anna. L'aria di questo luoco può passare.
Interessanti sono alcuni riferimenti cartografici del Seicento. Nella Carte de la Valtoline, stampa francese del Seicento, “Cidrasco” è segnata, fra Pusine e Caiolo; nella carta del marchese di Coeuvres (che nel dicembre del 1624, nel contesto della fase valtellinese della Guerra dei Trent’anni, entrò in Valtellina dalla val Poschiavo, al comando di un esercito francese, eresse a Morbegno il fortino “Nouvelle France” si spinse in Valchiavenna, con l’intento di cacciare gli spagnoli, alleati degli imperiali), un’acquaforte del 1625, “Cadrasco” è segnata, sempre fra Caiuola e Fusina; nella “Raetiea terrarum nova descriptio”, stampa del 1618 compilata da Filippo Cluverio e  Fortunato Sprecher, infine, è, di novo, citata “Cidrasco”, fra Cajuolo e Fusina.
Nel quadro del drammatico seicento, inseriamo una nota di colore e di sorriso, per quanto assai amaro; ce la regala Saverio Xeres, nell’articolo "Popoli pieghevoli alla buona disciplina”, in “Economia e Società in Valtellina” (Creval, Sondrio, 2008): “Altre volte i problemi potevano essere di segno opposto, ossia la difficoltà di convivenza tra mariti e mogli, tali da portare ad una necessaria separazione. Tale il caso che si trova a dover giudicare il vescovo Sisto Carcano, in visita a Cedrasco il primo luglio 1624. Palissana, moglie di Lorenzo della Pomina, si presenta al cospetto del prelato per denunciare i “maltrattamenti” subiti dalla «bestialità» del marito che neppure il curato del luogo, nonostanteripetuti tentativi, era riuscito a riportare a più miti consigli:
«Mi pigliò et mi volse gettar nel fuoco due volte, se bene io mi riparai con l'agiutto di Cattarina Pomina che sta in casa nostra et però, non sapendo in che modo, son restata offesa in questa orecchia che si vede insanguinata... stando anco che moltissime altre volte il detto mio marito mi ha battuta senza occasione, hor con un badile, hor con una cosa et hor con un'altra, con animo credo di amazarmi, e però mi concia talmente che ho rovinata tutta la vesta et son divenuta meza fuori di me».
Caterina chiede pertanto al vescovo «licenza di potermene star a casa mia senza detto mio marito», il che le viene concesso, permettendole di tornare a casa di sua madre.

La prima metà del seicento fu, per l’intera Valtellina, un periodo nerissimo: nel contesto della Guerra dei Trent’Anni (1618-1648) essa fu percorsa dagli eserciti delle due parti in lotta, spagnoli ed imperiali, da una parte, grigioni e francesi, dall’altra. Nel luglio del 1620 scoppiò l'insurrezione capeggiata da alcuni nobili cattolici contro il governo delle Tre Leghe Grigie, e si scatenò una feroce caccia all'eretico (protestante), con un bilancio finale di 300-400 vittime nell'intera Valtellina. Il moto passò alla storia con l'infelice denominazione di Sacro Macello di Valtellina e toccò anche Cedrasco; annota mestamente Giuseppe Romegialli, nella sua "Storia della Valtellina": "Un solo protestante era a Cedrasco ed anche questo cadeva".
Dopo il trattato di Monzon, il triennio 1626-29 segnò una tregua: niente più armi né soldatesche, almeno per il momento, in valle. Ma non furono tre anni sereni. Ci si mise il clima a tormentare la vita già di per sé non semplice dei cristiani, un clima pessimo, caratterizzato da eccezionale piovosità, soprattutto primaverile, accompagnata da repentine ondate di freddo, tanto da ritardare le vendemmie anche di due settimane rispetto al consueto, da compromettere seriamente i raccolti e da determinare una situazione di carestia. Nel 1629 la calata dei Lanzichenecchi dalla Valchiavenna ed il loro provvisorio stazionamento in Valtellina diffusero il morbo della peste: l’epidemia che colpì l’intera Valtellina fra il 1629 ed il 1631 non fu né la prima né l’ultima, ma sicuramente la più terribile e devastante. Le valutazioni dell’impatto demografico variano dalla riduzione a poco più di un quarto della popolazione precedente (da 150.000 circa a poco meno di 40.000, secondo una stima accolta dall'Orsini), alla riduzione a poco più della metà: numeri, in ogni caso, impressionanti. Cedrasco non fu certo risparmiata dal flagello, anzi, fu colpita in misura maggiore rispetto al versante retico. Per questo fu posto un "rastrello" sul ponte dell'Adda presso S. Pietro, per evitare che abitanti di Fusine, Cedrasco e Colorina, zone di maggior contagio, passassero dall'una all'altra sponda del fiume senza una regolare bolla di sanità.
A ciò si aggiunse un temibile effetto collaterale: lo spopolamento dei nuclei di mezza costa e la diminuzione del bestiame lì insediato indussero i branchi di lupi a scendere al piano nei mesi più freddi dell’anno: ciò spiega quanto segnalato dalle cronache, le quali riportano, fra il 1633 ed il 1637, attacchi, anche mortali, a bambini nelle vicine Albosaggia, Fusine e Colorina.
Per completare il quadro delle vicende tragiche del seicento non possiamo non menzionare la disgraziata vicenda di Giulia Maria Dell'Avo, detta Orsolina del Cidrasco, che fu processata come strega nel 1672 (anche se non si documenti ufficiali sull'esito del processo e sulla sua eventuale esecuzione). Il suo caso fu fra quelli che suscitarono maggiore eco nel secolo per eccellenza della caccia alle streghe (lo ricorda anche il Romegialli, nella citata Storia della Valtellina del 1834, insieme a quello di Margarita Zaperdi di Longanezza); si trattava, come scrive G. Olgiati nell'opera "Lo sterminio delle streghe" (Poschiavo, 1955), "di una povera allucinata, di una isterica senza dubbio, d'una esaltata". In realtà era una figura singolare, sicuramente al di fuori degli schemi delle povere mentecatte dal comportamento irregolare ed equivoco che faceva nascere intorno a loro un alone di fama sinistra. Diversa e ben più alta era la sua statura. Giulia Maria Dell'Avo era donna di profondissima religiosità, stando alla testimonianza di molti che la conobbero: una "pinzochera", donna laica che viveva però come se avesse preso i voti, di preghiere continue e di severe rinunce (per questo era stata denominata "Orsolina", con riferimento all'ordine religioso fondato da Sant'Angela Merici nel secolo precedente). Le si attribuivano visioni, preveggenza e capacità di operare prodigiose guarigioni. Probabilmente le accuse di cui dovette rispondere furono suscitate da invidia e malevolenza, ma il suo profilo riveste ancora oggi più di un aspetto di mistero. Non stupisce, quindi, che la sua vicenda, vista attraverso l'occhio severo del dotto parroco di Ponte in Valtellina, Don Defendente Quadrio, chiamato dal Vescovo di Como ad interrogare alcuni sacerdoti che avevano avuto a che fare con lei, sia al centro di un interessantissimo romanzo storico di Massimo Prevideprato, "La donna senza volto" (LaboS editrice, 2006).
Ella lasciò anche una traccia profonda nell'immaginario popolare; ancora nel secolo scorso le nonne raccontavano ai nipoti storie terrificanti della strega che, nascosta da un cappuccio o da una maschera che ne celava il volto, bussava, a notte fatta, all'uscio o al vetro delle finestre, spaventando la gente. Era credenza diffusa che le streghe non finissero di far del male dopo la morte, perché potevano rivivere nelle piante di sambuco: per questo esse venivano strappate e, quando dal gambo reciso scendeva qualche goccia di color purpureo, questo segno veniva interpretato come sangue di strega, per cui le piante incriminate venivano accuratamente raccolte e bruciate. Era, questo, il secondo rogo delle streghe.

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Una lenta ma costante ripresa economica e demografica interessò la seconda metà del seicento e l’intero settecento (molto giovarono l’introduzione di nuove colture, soprattutto della patata). La ripresa settecentesca non fu, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Un quadro sintetico della situazione del paese a metà del settecento ci viene offerto dallo storico Francesco Saverio Quadrio, che, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), scrive: “Cidrasco (Cidrascum). Cidrasco, oltre a sè, ha pur la Vicinanza del Monte Spineta, o sia i Massoni di qua dall'Adda, congiunti a formarne la Comunità. Il Fiume, che le scorre vicino, è pur detto Cedrasco.”
Nel 1797, anno del congedo dei funzionari delle Tre Leghe Grigie dalla Valtellina in conseguenza della bufera napoleonica, la popolazione di Cedrasco era, nonostante la ripresa, di 245 abitanti, di molto inferiore a quella di inizio seicento. Il Quadrio, storico settecentesco, attesta che alla metà di quel secolo Cedrasco comprendeva anche la vicinanza di Monte Spineta, o Massoni.

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Congedati i grigioni, seguì la Repubblica cisalpina, e ad essa il Regno d’Italia, sempre sotto il controllo di Napoleone: Cedrasco, nel Dipartimento dell’Adda, nel 1805 era incluso nel primo cantone di Sondrio come comune di III classe, con 277 abitanti. Rimase in tale distretto anche dopo la caduta napoleonica e l’insediamento della casa d’Austria, cui venne assegnato, dal Congresso di Vienna, il Regno lombardo-veneto. A metà dell’ottocento, e precisamente nel 1853, Cedrasco era comune, con convocato generale e con 505 abitanti, del primo distretto di Sondrio. Cacciati gli austriaci, alla proclamazione del regno d’Italia, nel 1861, Cedrasco fa registrare una popolazione di 268 abitanti. Nel 1866 scoppia la III guerra d'Indipendenza, contro l'impero Asburgico: vi combatte il cittadino di Cedrasco Bonini Antonio. Seguono decenni di rapida ripresa demografica, nei quali si passa a 362 abitanti nel 1871, 415 nel 1881 e 457 nel 1901.
Ecco come la Guida alla Valtellina, curata da Fabio Besta ed edita della sezione valtellinese del CAI nel 1884, presenta Cedrasco e la Val Cervia: “A poco più di un quarto d'ora a oriente di Fusine è Cedrasco, (315 m.415 ab,), da cui parte una via mulattiera , selciata e di recente costrutti, che salendo a zig-zag, per boschi cedui, conduce ai maggenghi di Foppa e dei Campelli, e all'alpe l’Arale, da cui è agevole la salita al Vespolo (2328 m.), vetta coperta di pascoli, e di vasto panorama. Dopo l'Arale la via, mantenendosi mulattiera e affatto sgombra di ciottoli, procede amenissima attraverso una folta foresta di pini; poi, superato il solito burrone che è allo sbocco di ogni valle secondaria, s'abbassa per circa dugento metri, lino quasi al torrente, il quale costeggia poi sino oltre le ultime baite. Quindi sale a girivolte al passo di Val Cervia (2300 m.). Da Cedrasco a questo passo occorrono circa sei ore e mezzo di cammino. Immediatamente al di là del passo è il lago Moro (2215 m.), che deve il nome al color cupo cui le sue acque ricevono dalle circostanti roccie. Dal lago Moro scendendo direttamente per la valle di Carisole si arriva a Carona (1145 m.), ai Branzi (862 m.) in Val Brembana. Prendendo invece, dopo lasciato il lago, la strada che taglia a destra la ripida pendice erbosa, e superando il contrafforte, si può, in poco più d'ora, sempre attraverso pascoli e prati, giungere a Foppolo (1530 m.). Chi tiene la direzione opposta, recandosi da Foppolo a Cedrasco per la Val Cervia, badi a non lasciarsi ingannare dalla via piana e larga che procede nel fondo della valle; essa incontra ben presto scosceso frane la cui traversata è malagevole sempre, talora impossibile. Poco dopo che la via è entrata nel bosco conviene prendere la stradicciuola che si alza a destra  e salire durante mezz'ora circa, per ridiscendere poi. Un sentiero non difficile conduce dalle ultime baite di Val Cervia in Val del Livrio.  Il Monte Cervo a pareti scoscese, è insignificante. La salita del Corno Stella (2618 m.) direttamente da Val Cervia non fu tentata, e non vuol essere impresa facile.
Il nome di questa valle deriva forse dall'esistenza in essa di cervi. Certo è che fino al secolo XVII le foreste valtellinesi erano abitate da cervi: se ne ha la prova irrefutabile nelle licenze d'armi, che ancora si conservano in originale in alcuni archivi privati.

Dall’opera “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), ricaviamo, poi, interessanti notizie sugli alpeggi comunali nel territorio comunale (i dati si riferiscono rispettivamente al numero di vacche sostenute, al reddito in lire per ciascun capo, alla qualità del formaggio prodotto ed al numero medio di giorni di durata dell’alpeggio):

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Alla vigilia della prima guerra mondiale, nel 1911, la popolazione è leggermente scesa, a 438 abitanti. La memoria del 1911 è legata ad una disastrosa alluvione, che portò allo straripamento del fiume Adda ed all'allagamento della piana della Selvetta, tanto che, come si scrisse, "ad Ardenno il treno sembrava corresse in mezzo al lago". L'evento fu determinato dalle eccezionali precipitazioni iniziate la sera del 21 agosto, i cui effetti colpirono soprattutto i vicini comuni di Cedrasco, Fusine e Talamona, tanto che si diffuse, poi, una canzoncina che ricordava mestamente l'alluvione, e che iniziava proprio con le parole: "Talamona, Fusine Cedrasco sono i più danneggiati dal disastro".
Poi venna il conflitto passato alla storia come "la grande guerra". Sulla facciata del municipio di Cedrasco sono riportati i nomi dei Cedraschini caduti nel primo conflitto mondiale, cioè dei soldati Battaglia Domenico, caduto sul Monte Nero, Massaia Antonio, caduto a Val Dolgilaz, Mazzini Agostino, caduto a S. Martino Vanezze, e Viganò Pacifico, caduto a Casarsa, oltre al caporale Romeri Antonio, morto ad Hameln, in Germania. Nel periodo fra le due guerre la popolazione resta sostanzialmente stabile: nel 1921 i residenti sono 447, nel 1931 439 e nel 1936 428 (il dato occulta, però, il fenomeno dell’emigrazione, verso Francia. Svizzera ed Americhe, che interessò il paese già dall’ultimo quarto dell’ottocento).
Il 1923 è un anno memorabile perché si attua una piccola rivoluzione: una centralina sul torrente Cervio, che esce dalla Val Cervia, alle spalle di Cedrasco, porta a Fusine e Cedrasco l’energia elettrica. Pensando a quanto sia per noi impensabile poter vivere senza di essa, possiamo valutare correttamente l’importanza di questa svolta.
Ecco come Ercole Bassi, ne “la Valtellina – Guida illustrata”, nel 1928 (V ed.), presenta il paese di Cedrasco: “A km. 2 a est di Fusine vi è il villaggio di Cedrasco (m. 310 - ab. 451 - latt. soc. - coop. di cons. e altra per l'alpeggio), allo sbocco della Val Cervia, nella cui chiesa vi sono tele di pregio e una bellissima pala all'altar maggiore con la firma di P. Ligari. Nella sacristia vi sono due piccole cornici intagliate, di pregio, ed una pianeta di valore. Nella chiesetta di S. Anna si vedono avanzi di delicati affreschi del 1535, forse lavoro del Valorsa. Da Cedrasco una mulattiera risale la Val Cervia e pel passo di Valcervo (metri 2321), conduce a Foppolo. Un altro sentiero scende invece al lago Moro (m. 2235) indi prosegue sino a Carona. Dal lago Moro è facile l'ascesa al Corno Stella (m. 2320), che verso Val Cervia presenta una parete di roccia poco accessibile.”
I caduti di Cedrasco nella seconda guerra mondiale furono l’artigliere Tagni Bruno, morto nel 1944 in Germania; gli alpini Mazzini Dino, morto nel 1940 in Italia, e Bonini Luigi e De Buglio Ambrogio, dispersi nel 1943 in Russia; l’artigliere Gavazzi Aldo ed il fante Oberti Giovanni, dispersi nel 1943 in Russia; il partigiano Pomina Enrico, morto nel 1944 in Italia.
Nel secondo dopoguerra la popolazione fece registrare una tendenza alla leggera crescita: nel 1951 gli abitanti erano 448, nel 1961 455, nel 1971 474 e, massimo storico, nel 1981 501. Poi vi fu una leggera flessione, che portò gli abitanti a 497 nel 1991, 484 nel 2001, 484 nel 2005 ed infine 475 nel 2006.
La situazione attuale del paese può essere fotografata dai seguenti dati: si registrano sul suo territorio 19 attività industriali con 72 addetti (39,78% della forza lavoro occupata), 7 attività di servizio con 12 addetti ( 3,87% della forza lavoro occupata), altre 8 attività di servizio con 86 addetti ( 6,63% della forza lavoro occupata) e 3 attività amministrative con 3 addetti (4,42% della forza lavoro occupata). I cognomi più diffusi sono, in ordine percentuale, Trivella, Mazzini, Bianchini, Tagni, Oberti, Menatti, Battaglia, Scarinzi, Parolo e Carnazzola.
Uno sguardo, ora, al territorio comunale, che si estende su 14,77 kmq e comprende la striscia di fondovalle che dal paese raggiunge, a nord, il fiume Adda, ed il versante orientale della Val Cervia, la valle dei cervi, che si apre, a sud, raggiungendo il crinale principale orobico. Sul lato orientale (confine con Caiolo), il confine sale lungo il versante orobico, dalla piana, verso sud, seguendo dapprima il solco del torrente Ravione e poi quello del torrente Pessolo, fino al Dosso Morandi (m. 1717). Seguendo, quindi, il crinale fra Val Cervia e Valle del Livrio, o passando poco sotto, raggiunge, quindi il monte Vespolo (m. 2385). Prosegue, poi, seguendo il medesimo crinale, verso sud, e passando per la cima Pizzinversa (m. 2419), la cima Sasso Chiaro (m. 2395), la bocchetta Querciada (m. 2383), la punta Cerech (m. 2408) e la cima Tonale (m. 2519). Da qui si porta leggermente ad ovest del crinale, per poi riprenderlo e seguirlo fino al Corno Stella, che, con i suoi 2620 metri, è il punto di maggiore elevazione del territorio comunale.
Il confine piega, quindi, ad ovest, seguendo il crinale orobico principale, che si affaccia sulla Val Brembana, scendendo fino al passo di Val Cervia (m. 2325). Dal passo volge decisamente a nord, scendendo lungo il solco centrale della Val Cervia e seguendo per un buon tratto il corso del torrente Cervio. Ad una quota di poco superiore ai 1700 metri piega per breve tratto ad est, salendo un po’ sul fianco orientale della valle, per riprendere poi l’andamento verso nord. Restano, così, nel territorio della confinante Fusine le località sul fondo della Val Cervia di Baita Giambone (m. 1539) e Rasega (m. 1501), mentre la casera di Caprarezza (m. 1909), sul medio fianco della valle, è in territorio di Cedrasco. A quota 1203 il confine torna a toccare il torrente Cervio, seguendolo fino all’uscita dalla forra terminale della valle, dove, appena ad est, si trova il centro di Cedrasco. Il confine con Fusine, sempre seguendo il torrente, giunge, infine, al torrente Adda, che, a nord, segna il confine fra Cedrasco e Postalesio.

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Per raggiungere il paese conviene staccarsi dalla ss. 38 dello Stelvio, sulla destra (per chi proviene da Milano) allo svincolo segnalato sul tirone che termina alla rocca della Sassella, prima di Sondrio; lasciata la strada statale, si scavalca, sun un ponte, il fiume Adda e ci si porta a Caiolo; qui si prende a destra e, lasciato il paese, si imbocca il tirone che porta a Cedrasco, passando per l’isolata chiesa di S. Anna (interessante, alla sua destra, anche il capitello alla Careggine, restaurato nel 2001 dalla Comunità Montana Valtellina di Sondrio). Da Credrasco, infine, parte la carozzabile per la Val Cervia, interessante anche per i bikers (nonostante un andamento piuttosto severo), che passa per gli insediamenti rurali delle nuclei di Foppe (860 m.), dei Bugli (1.060 m.), dei Campelli di Cedrasco, (1.260 m.) addentrandosi sul fianco orientale della valle e portando al maggengo di Arale (1.600 m.).


Corno Stella e testata della Val Cervia

Carta del territorio comunale (estratto dalla CNS su copyright ed entro i limiti di concessione di utilizzabilità della Swisstopo - Per la consultazione on-line: http://map.geo.admin.ch)

BIBLIOGRAFIA

Da Prada, don Giovanni, "L'alpeggio Valcervo dal 1620 ai nostri giorni con riferimenti a Cedrasco", in “La magnifica comunità et li homini delle Fusine”, 1984

Da Prada, don Giovanni, "I Trivella di Cedrasco", in "Elzeviri di toppa ovvero briciole di storia della Valtellina", di Giovanni Da Prada, Villa di Tirano, Tipografia Poletti, 1995

Canetta, Eliana e Nemo, “Il versante orobico - Dalla Val Fabiolo alla Val Malgina ”, CDA Vivalda, 2005

Prevideprato, Massimo, "La donna senza volto", romanzo sulla figura di Orsolina del Cedrasco, Labos, Polaris, Sondrio, 2006

AA. VV. (a cura di Guido Combi), "Alpi Orobie Valtellinesi, montagne da conoscere", Fondazione Luigi Bombardieri, Bonazzi, Sondrio, 2011

SITOGRAFIA
www.comune.cedrasco.so.it


NOTIZIE UTILI
Municipio: Via Vittorio Veneto 15; tel.: 0342 492159; fax: 0342 493577
C.A.P.: 23010

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