CARTA DEL PERCORSO

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"Sonèe, campan vütem in del viagg, de vicenda in vicenda e d'ora in ora". (Giovanni Bertacchi).

 

IL COMUNE IN SINTESI (DATI RELATIVI AL 1996)
Abitanti (Chiavennaschi): 7365 Maschi: 3543, Femmine: 3822
Numero di abitazioni: 3322 Superficie boschiva in ha: 328
Animali da allevamento: 1613 Escursione altimetrica (altitudine minima e massima s.l.m.): m. 286, m. 2455 (Pizzo Alto)
Superficie del territorio in kmq: 11,09 Nuclei con relativa altitudine s.l.m.: Chiavenna m. 333, Campedello m. 403, Pianazzola m. 635, San Carlo m. 402, Uschione m. 832


"Il nome latino “Clavenna” testimonia in modo evidente la derivazione da “clavis”, chiave: nel suo stemma cittadino, poi, due grosse chiavi incrociantesi, simboli delle due vie alpine che adducono ai passi dello Spinga e del Settimo-Maloggia, vogliono ricordare come le porte d'Italia e della Rezia  si trovino qui, proprio in essa. A Chiavenna e lungo la sua vallata, solcata dalla Mera e dal suo affluente Liri, il caratteristico paesaggio italico, che aveva conosciuto gli ultimi suoi splendori lungo le sponde del lago di Como, va gradatamente cedendo ad un panorama ed ad un ambiente che passa rapidamente dall'alpino al nordico. Il tutto nel corso di poche decine di chilometri
(Luigi Festorazzi; citazione da Pietro Scurati – Manzoni, “Il centro storico di Chiavenna”, Chiavenna, 1968).
Chiavenna, dunque, fu la storica chiave, punto nodale delle più importanti vie di comunicazione fra la Rezia ed il bacino Padano, fra Coira e Como, vie che passavano per i passi alpini dello Spluga, del Maloja, del Septimer e dello Julier, di fondamentale rilievo sia militare che commerciale. A Chiavenna giungeva, infatti, fin dall’epoca romana, la strada che da Como risaliva il lato occidentale del Lario fino a Samolaco; da Chiavenna partivano le strade per raggiungere Coira dal passo del Septimer e, probabilmente dal II secolo d.C., attraverso lo Spluga.
Forse altra è l’origine del nome, il termine mediterranea “clava”, cioè località edificata su un conoide di deiezione, oppure la voce ligure “clav”, cioè rupe sporgente; resta il fatto che l’importanza e le fortune storiche del paese furono legate alla sua posizione strategica, come luogo di transiti e sede di mercato. Resta anche l’antichità del toponimo “Clavenna”, che si trova già citato, insieme a “Summo lacu” (Samolaco) nell’itinerarium provinciarum Antonini Augusti del II o III secolo d.C. e nella tavola Peutingeriana del III secolo d.C., dove sono registrate le distanze fra le varie località dell’Impero Romano. Le testimonianze romane parlano dei “Clavennates” come di un ceppo della grande famiglia dei Reti, la cui origine viene ricondotta al popolo Etrusco ed alla sua disseminazione conseguente alle invasioni galliche (il suffisso –enna pare essere di origine etrusca). La romanizzazione di Chiavenna risale ai decenni a cavallo della nascita di Cristo, con le spedizioni di Publio Silio (16 a.C.) e Tiberio e Druso (15 d.C.).
Della Chiavenna romana, borgo aggregato al municipium di Como, scrivono Benetti e Guidetti, nella Storia della Valtellina e Valchiavenna (cfr. bibliografia):I reperti finora venuti alla luce… permettono di stabilire che l’antica Chiavenna si estendeva ai piedi della rocca del Paradiso e lungo la Paarz de mèz (via Dolcino) fino al fiume Mera. Da Pratogiano sino alla Mera doveva esserci una necropoli, stando ai ritrovamenti di tombe e cocci. Chiavenna fu frequentata nell’antichità da mercanti e soldati… Mentre la Valchiavenna del I secolo gravitava verso la pianura padana, nei due secoli successivi si intensificò il rapporto con l’Oltralpe…”
In questi secoli e nei successivi Chiavenna ebbe notorietà anche per l’attività estrattiva della “lapis viridis comensis” di cui ci parla Plinio il Vecchio (“In Sifno vi è una pietra che viene cavata e lavorata a forma di vasi utili per cuocere i cibi e per uso degli scultori, cosa che noi sappiamo accadere con la pietra di Como in Italia”, Naturales Historiae, libro XXXVI, cap. 12): si tratta della pietra verde (pietra ollare) che veniva trasportata a Como per via lacustre (la riva settentrionale del Lario era, allora, più avanzata verso nord nella piana di Chiavenna e da esso non si era ancora staccato il lago di Mezzola; cfr., p.es., quanto scrive, nel secolo XVI, Ulrich Campell, pastore ed umanista grigione - 1510-1584 -, nella sua Retiae alpestris topographica descriptio  - trad. di Cristina Pedrana -: “…i territori di Piuro e quelli di Chiavenna sono confinanti con il Lario”). In pietra ollare è la stele funeraria di Publicia Septimina, ritrovata a Chiavenna (Bottonera) nel 1973.


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La disgregazione dell’Impero Romano d’occidente portò alle invasioni (o migrazioni, a seconda dei punti di vista) delle popolazioni germaniche e probabilmente Chiavenna fu inglobata, dopo il 489, nel regno ostrogoto di Teodorico, in quel medesimo V secolo nel quale si colloca la prima penetrazione del cristianesimo nella valle. Furono gettate le basi della pieve di Chiavenna,  dedicata a S. Lorenzo, santo del ciclo romano, quello più antico.La divisione delle pievi”, scrive il Besta (cfr. bibliografia),appare fatta per bacini… aventi da epoche remote propri nomi, come è infatti accertato per i Bergalei, i Clavennates, gli Aneuniates”. La pieve, dopo il mille, era, insieme a quelle di S. Fedele presso Samolaco, di S. Lorenzo in Ardenno e Villa, di S. Stefano in Olonio e Mazzo, di S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e di S. Pietro in Berbenno e Tresivio, uno dei poli fondamentali dell'irradiazione della fede cristiana.
L’offensiva Bizantina riconquistò probabilmente alla “romanità” la valle della Mera, anche dopo l'irruzione e la conquista dei Longobardi (568); nell'VIII secolo, però, con il re Liutprando il confine dei domini longobardi raggiunse il displuvio alpino, quindi anche Chiavenna, che divenne, allora,una delle più importanti stazioni doganali del Regno d’Italia(Besta), in quando posta in zona non lontana da territori di lingua tedesca: qui i mercanti d'oltralpe dovevano sostare e pagare un dazio corrispondente al 10% del valore delle merci.  Non stupisce, quindi, che Chiavenna sia citata nella celebre Storia dei Longobardi di Paolo Diacono. Con i successori Rachis ed Astolfo, nel medesimo VIII secolo, Chiavenna risulta donata alla chiesa di Como. Sconfitti, nel 774, i Longobardi da Carlo Magno, Chiavenna e la Valtellina rimasero parte del Regno d’Italia, sottoposto alla nuova dominazione franca.
La frammentazione dell’Impero di Carlo portò all’annessione del Regno d’Italia a quello di Germania, il che rese la posizione di Chiavenna di rilievo strategico primario, posta com’era quasi a cavallo fra i due regni. Il 3 settembre 1024 l’imperatore Corrado succedette ad Enrico II, inaugurando la dinastia di Franconia, e confermò al vescovo di Como i diritti feudali sul contado, le chiuse ed il ponte di Chiavenna, oltre che sul contado di Mesolcina; nel medesimo periodo un altro potente vescovo, quello di Coira, estendeva i suoi diritti feudali su Bormio e Poschiavo. Ma con il successore di Corrado, Enrico III, la contea di Chiavenna tornò ad essere assoggettata ad un potere laicale, quello di un Everardo, forse Parravicini, che ne fu investito dall’imperatore stesso, desideroso di assicurarsi un sicuro controllo di quella fondamentale porta di accesso all’Italia attraverso i passi dello Spluga e del Settimo.
La situazione era, peraltro, più articolata, perché accanto alla contea appariva già, primo nel territorio dell’attuale provincia di Sondrio, il comune, citato in un documento del 1030, nel quale si menziona anche la carica di caneparo. Dalla fine dell’XI secolo, poi, ebbe un ordinamento stabile, nel quale comparivano i consoli, rappresentanti delle assemblee vicane all’interno della pieve e successivamente organo esecutivo, e l’assemblea generale dei vicini, con potere deliberante. Il distacco di Chiavenna e Piuro dalla signoria feudale appare compiuto nel secolo XII, quando ad entrambe è attribuitala la qualifica di borgo.I consoli di Chiavenna erano in origine tre, in seguito furono sei, quattro per Chiavenna e due per Piuro. Dal comune di Chiavenna, che comprendeva originariamente tutta la compagine della pieve, si staccarono dapprima Piuro, con il quale è documentata una controversia tra gli anni 1151- 1155,… e solo in seguito, nel XIII-XIV secolo, le vicinanze di Mese, Prata, Valle (Val San Giacomo)” (Istituzioni…; cfr. la nota bibliografica).
Nel medesimo secolo XII si collocano i celebri passaggi dell’imperatore Federico I Barbarossa, che fu in Chiavenna una prima volta nel 1158, ospite dell’amico e collaboratore Guiberto Grasso, e dichiarò Chiavenna parte integrante del ducato di Svevia, delegando i consoli del comune ad esercitare i diritti comitali spettanti al duca di Svevia. Passò la seconda volta nel fatale 1176, per supplicare, invano, l’aiuto del cugino Enrico il Leone contro i comuni Lombardi, che nel medesimo anno l’avrebbero poi sconfitto a Legnano. Come segno della sua gratitudine verso Chiavenna il Barbarossa le donò il più celebre e prezioso dei suoi tesori, una coperta di evangelario con lamine d’oro, smalti e perle, nota come la "Pace"..
Diverse le leggende ispirate al Barbarossa ed alla “Pace”. Una racconta che, dopo la disfatta di Legnano, l’imperatore sarebbe fuggito verso la Germania vestito da umile contadino, per non essere riconosciuto e catturato. Voleva guadagnare il passo dello Spluga ma, ai Raschi, venne riconosciuto, catturato e portato a Chiavenna. Imprigionato nel castello, fu liberato solo quando ebbe giurato di non tornare mai più in Italia. Quanto alla “Pace”, si racconta di un vecchio vescovo tedesco, che intendeva tornare in Germania per lo Spluga, ma fu sorpreso, a Chiavenna, da un violento temporale. Sostò, in attesa che spiovesse, ma la pioggia continuava a scendere a dirotto,  sembrava non voler mai smettere. Il parroco, allora, gli spiegò che la pioggia sarebbe cessata solo se avesse lasciato a Chiavenna il tesoro che portava con sé, la preziosa “Pace”, appunto. Il vescovo interpretò quanto accadeva come segno della volontà divina, donò il tesoro alla chiesa di Chiavenna e, salutato dal sorriso del primo raggio di sole, poté riprendere il viaggio verso la Germania.
Un segno tangibile dell’evoluzione del comune di Chiavenna nel XII secolo ci è offerto, oltre che dalle testimonianze documentarie, anche dal fonte battesimale di San Lorenzo, donato nel 1156 dai consoli di Chiavenna e di Piuro alla chiesa plebana: tra le altre figure, l’autore scultore del monolito illustrò in tre personaggi simbolici la popolazione del comune: un uomo a cavallo con il falcone, rappresentante della nobiltà, elemento costitutivo del comune, in posizione a lui subordinata; un uomo racchiuso in una cinta murata, simboleggiante la classe dei cives e dei mercatores, che vivevano entro le mura del borgo; un fabbro ferraio, a rappresentare gli artigiani. Manca nell’intera raffigurazione l’elemento rurale, che tuttavia fu alla base dell’origine stessa del comune
(Istituzioni…, cit.).
Come testimonia Giovanni Guler von Weinceck (governatore di Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), nella sua opera “Raetia” (Zurigo, 1616), esisteva già in Chiavenna, allora,da tempi immemorabili”, un castello su un “poderoso ed alto dirupo che, isolato per ogni parte dalle montagne circostanti, è largo alle falde ed in cima appuntito… E’ risaputo che l’anno 1162, quanto l’imperatore Federico I distrusse la città di Milano, un conte di Angera aveva restaurata la parte superiore del castello, per propria difesa contro l’imperatore” (trad. di Giustino Renato Orsini) e presenta la distruzione di Milano come un punto importante della sua storia:Il borgo in antico non era grande; ma probabilmente s’accrebbe per la rovina di Milano, perché alcuni cittadini, quando la loro città fu distrutta dall’imperatore Federico, si trasferirono quassù; infatti in questo territorio si trovano ancora alcune famiglie di origine milanese”.
A quel temponella sola Chiavenna c’erano sei chiese: San Giovanni Battista,… abbattuta alla fine del ‘600,… Santa Maria e San Giorgio del Castello, sulla rocca fortificata, distrutte a metà del ‘600; San Pietro,… sconsacrato nel 1798,… San Fedele… e San Bartolomeo… Già c’erano le località Monteno (a nord), Saliceto (dietro Santa Maria), Fontana (“Canton”), Raschi, Ardale (Reguscio), Ladranio (dov’è l’ex convento cappuccino) e Oltremera(Guido Scaramellini, Lineamenti…, cfr. Bibliografia).
Nel secolo XIII Chiavenna risentì delle contese fra il vescovo di Como e quello di Coira: il primo prevalse, e confermò, nel 1203, la sua autorità sulla contea di Chiavenna. La cittadina risentì anche delle lotte che in Como vedevano contrapposti di Vitani (Guelfi) ed i Rusconi (Ghibellini); in particolare, nel 1304 i Vitani si impossessarono del castello di Chiavenna, che dovette anche, nel 1309, contribuire con armati a domare la rivolta della contea di Bellinzona contro Como. La subordinazione della contea a Como venne ribadita anche dall’imperatore Enrico VII, nella sua celebre discesa in Italia del 1312.


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Ma pochi decenni dopo la situazione cambiò: nel 1335 Como, e con essa Chiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti, che ne confermò gli Statuti, sui quali si resse per secoli la vita della comunità chiavennasca.
Il comune di Chiavenna, citato nel 1335 come comune burgi de Clavena (Statuti di Como), era formato dal borgo suddiviso nei quartieri di Montano, Mezzo, Ponte, Oltremera, e dalle vicinanze di Bette, Crotti e Meina, Pianazzola, Dragonera, in articolazione democratica che vedeva i singoli quartieri con un proprio consiglio per la discussione dei rispettivi interessi, e ciascuna vicinanza governata da un console con un proprio particolare governo economico, e quindi con propri esattori per la riscossione delle taglie, la cui elezione veniva ratificata dal consiglio ordinario segreto del comune. Gli esattori delle vicinanze tenevano una specifica contabilità e ne davano conto al console del comune di Chiavenna. L’intera comunità era governata dal consiglio generale e dal consiglio ordinario segreto, a volte ampliato nel consiglio detto della giunta straordinaria… Convocato mediante il triplice suono del campanone di San Pietro, il consiglio generale di Chiavenna, che si riuniva in un primo tempo nel palazzo della ragione e a volte nelle chiese di San Pietro o di San Lorenzo, quindi a partire dal 1685 presso l’Ospitale di Chiavenna, era formato dai sedici consiglieri ordinari del consiglio segreto, dai quattro consiglieri delle vicinanze, uno per vicinanza, e da ventiquattro consiglieri detti della giunta strordinaria che si sceglievano fra i cittadini del borgo in ragione di sei per ognuno dei quattro quartieri in cui il borgo era diviso; erano invitati a parteciparvi tutti i capifamiglia che avessero compiuto diciotto anni. Tale consiglio si radunava ogni volta che si rendesse necessaria la trattazione di argomenti estranei all’amministrazione ordinaria, di particolare gravità o importanza per la vita della comunità. Aveva ogni anno come riunioni fisse quelle del 31 dicembre e del 1 gennaio successivo, per deliberare le liste da ballottarsi per l’elezione del console e dei componenti del consiglio ordinario segreto deputati al governo economico della comunità e anche per le determinazioni degli incanti dei dazi…
Organo di governo del comune di Chiavenna preposto alle questioni di carattere ordinario era il consiglio ordinario segreto, che veniva convocato dal console con avvisi personali ai consiglieri, recapitati dal servitore o ostiario della comunità, si riuniva nella casa del console e dal 1714 nella sala dei consigli. Era formato da sedici consiglieri e da un cancelliere; dai due consoli di giustizia, scelti dal consiglio generale; da due sindaci che rappresentavano il comune nella stipulazione dei contratti; da due provisionari, in carica per un biennio, subentrandone uno ogni anno, con il compito di vigilare perché nel comune ci fosse abbondanza di generi di prima necessità e di fissare il prezzo delle vettovaglie che si vendevano al minuto; da due “uomini di consiglio”, con il compito, poi abbandonato, di contare e controllare le bestie che pascolavano nel piano di Samolaco perché non ci fosse frode nel pagamento dell’erbatico; da due consiglieri delle vicinanze, uno della frazione di Bette e l’altro a turno delle tre frazioni di Crotti e Meina, Pianazzola, Dragonera; dai quattro consiglieri della giunta ordinaria, scelti per antica consuetudine tra i gentiluomini del borgo.
(Istituzioni…, op. cit.).
Giovanni Maria Visconti, figlio di Gian Galeazzo, per rimpinguare le casse del ducato milanese, nel 1404 cedette i diritti feudali della contea di Chiavenna ai Balbiani di Varenna. Caduti i Visconti e terminata la breve esperienza della repubblica milanese (1477),i Milanesi…accolsero per loro duce e signore Francesco Sforza, sotto il cui dominio i Balbiano conservarono il feudo di Chiavenna(Guler von Weineck, op. cit.).


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Ma già cominciavano ad affacciarsi quelli che sarebbero stati, dal 1512, i nuovi signori delle valli dell’Adda e della Mera, le Tre Leghe Grigie (Lega Grigia, Lega Caddea e Lega delle Dieci Giurisdizioni, che si erano unite nel 1471 a Vazerol), che miravano ad inglobarle nei loro territori per avere pieno controllo dei traffici commerciali che di lì passavano, assicurando lauti profitti. In particolare, la città, priva di cinta muraria, fu incendiata, nel 1486, dalle loro milizie, che, invaso il bormiese l'anno successivo e fermate alla piana di Caiolo, ripassarono i valichi per la Rezia solo dopo aver ottenuto un oneroso riscatto, quasi segno premonitore di quel che Valtellina e Valchiavenna sarebbero apparse ai loro occhi nella successiva generazione, una inesauribile macchina per far soldi, diremmo noi oggi. Dopo tale evento iniziò la ricostruzione del centro storico, che assunse gradualmente una fisionomia simile all’attuale, e  Ludovico il Moro la fece cingere di mura, erette tra il 1488 e il 1497. Si trattava di un imponente bastione, realizzato su progetto di Ambrogio Ferrari e lungo poco meno di 2 km, con 14 torrioni e 3 porte, una per Como e Milano, la seconda per la Val S. Giacomo e la terza per la Val Bregaglia. Alla sua realizzazione assistettero anche l'architetto Giovanni Antonio Amedeo e, nel 1497, il grande Leonardo da Vinci, che menziona la valle di Chiavenna nel "Codice atlantico".
Di lì a poco, nel 1500, Ludovico, con la sconfitta di Novara, perse il ducato di Milano ad opera del re francese Luigi XII. Per dodici anni i Francesi furono padroni di Valtellina e Valchiavenna; il loro dominio, però, per dispotismo ed arroganza, lasciò ovunque un pessimo ricordo, cosicché il loro rovescio e l’inizio della dominazione delle Tre Leghe Grigie (1512) venne salutato non con entusiasmo, ma almeno con un certo sollievo.
Nel 1617, a Basilea, viene pubblicata l'opera "Pallas Rhaetica, armata et togata" di Fortunat Sprecher von Bernegg, podestà grigione di Teglio nel 1583 e commissario a Chiavenna nel 1617 e nel 1625; vi si legge (trad. di Cecilia Giacomelli, in Bollettino del Centro Studi Storici dell’Alta Valtellina, anno 2000): "Così giovedì 24 giugno 1512 il vescovo Paul di Coira e le Tre Leghe penetrarono con successo in Valtellina attraverso il Passo del Bernina. Herkules von Capol da Flims era il condottiero della Compagnia delle Leghe Grigie, il vescovo Konrad Planta di Zuoz, che in seguito venne anche nominato primo capitano della Valtellina, della Lega della Casa di Dio e Konrad Beeli da Davos della Lega delle Dieci Diritture. Grazie alle trattative del cavalier Luigi Quadrio, dopo poco tempo capitolarono i due castelli che rappresentavano le posizioni più forti: Piattamala, al confine con la Val Poschiavo, dove stava il bastardo francese Straxe, e Tirano, il cui castellano era Stefan Bastier.
Il giorno 27 dello stesso mese ed anno, di domenica, i Valtellinesi giurarono fedeltà ai Grigioni a Teglio. Allo stesso modo vennero occupate anche Bormio, il contado di Chiavenna e le tre pievi sul lago di Como. Alla loro riconquista si accompagnavano le grida di acclamazione della popolazione intera: "Viva Grisoni!". Solo la presa del castello di Chiavenna si protrasse per sei mesi: quando alle truppe di occupazione guidate dal francese Jacques Fayet cominciarono a mancare i viveri, egli si arrese e si ritirò in Francia. Col sopra citato Jacques Fayet trattava in nome dei Confederati il colonnello Herkules von Capol, che coprì anche la carica più alta nell'operazione della conquista del castello di Chiavenna.
"

I nuovi signori proclamavano di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); ma per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna, compreso quello di Chiavenna (anche perché non li potevano presidiare ed avevano dovuto subire, l'anno precedente, il tentativo, fallito, di riconquista della Valtellina messo in atto mediante un famoso avventuriero, Gian Giacomo Medici detto il Medeghino). Sulla natura di tale dominio controverso è il giudizio degli storici; lapidario è il Besta (op. cit.): "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza".
Il governo grigione conservò il libero ordinamento del contado di Chiavenna, articolato nelle giurisdizioni di Chiavenna, Piuro e Val San Giacomo, ciascuna dotata di una propria autonomia e di propri statuti; i governatori grigioni (commissario a Chiavenna, podestà a Piuro, ministrale, oriundo della valle, in Val San Giacomo) non partecipavano né convocavano i consigli delle giurisdizioni, svolgendo una funzione di controllo, che si esplicava soprattutto nell’organizzazione della giustizia. I consoli di tutti i comuni della Valchiavenna formavano il consiglio di contado… La giurisdizione di Chiavenna, costituita dal comune di Chiavenna e dai comuni esteriori di Prata, Mese, Gordona, Samolaco, Novate era retta da un governatore grigione con il titolo di commissario, in carica per due anni; erano sue competenze la direzione militare, l’ispezione delle pubbliche finanze, ma soprattutto il controllo generale dell’ordine pubblico e l’amministrazione della giustizia sotto osservanza degli statuti locali… Tra gli ufficiali delle tre leghe inviati nel contado di Chiavenna, il commissario di Chiavenna ebbe un’autorità più estesa del podestà di Piuro e del ministrale della Val San Giacomo, perché nelle cause penali tutto il contado era soggetto alla sua giurisdizione
(Istituzioni…, op. cit.).
Il Guler von Weineck, testimone peraltro di parte, così delinea la nuova situazione istituzionale di Chiavenna: La contea era ormai in possesso dei Grigioni, che l’anno 1512, in forza di loro antichi diritti, l’avevano ridotta in proprio potere; essa permane ancora sotto il dominio grigione ed è amministrata da appositi governanti che sono il commissario di Chiavenna e il podestà di Piuro, sostituiti ogni due anni. I due supremi funzionari sono investiti dell’autorità giudiziaria più estesa, con pieni poteri in materia penale… Inoltre, i Chiavennaschi per la loro amministrazione civica hanno un console, ossia un sindaco, un vice-console, o vice-sindaco, e sette consiglieri, i quali vengono mutati di anno in anno ed eletti, non con votazione palese, ma per sorteggio mediante palline… Tutti costoro amministrano insieme le rendite del comune: perciò esigono le tasse e gli aggravi da pagare alle Tre Leghe e ripartiscono le contribuzioni di guerra, quando vengono imposte. Essi custodiscono i pubblici edifici e tutto ciò che di giorno in giorno ivi si accumula; a seconda dei tempi, fissano il calmiere del vino, del grano, della carne e di tutto ciò che serve al nutrimento quotidiano, affinché non costi troppo caro; essi, infine, provvedono alla tutela ed alle doti delle vedove e degli orfanelli… Quanto all’ordinamento militare, i Chiavennaschi hanno il proprio capitano, il tenente, l’alfiere ed altri comandanti subalterni… In tutto ciò essi sono di solito assai valenti e mostrano di continuo una fedele devozione alle Tre Leghe…Fra le famiglie più influenti di Chiavenna egli cita i Pestalozzi (“casata ogni giorno più ricca e potente”), gli Stoppa, i Ferlini, i Pellizzari, i Peri ed i Nasalli.
Il Cinquecento fu, nel complesso, secolo caratterizzato da prosperità economica, anche se limitata ad alcune potenti famiglie (i Pestalozzi, come ricorda Guido Scaramellini nell’op. cit., possedevano, nella sola Chiavenna, sei palazzi). “L’economia dovette svilupparsi, poiché nei primi decenni del ‘500… fu ricostruito il centro storico, che assunse l’aspetto attuale” (Benetti-Guidetti, op. cit.). Ulrich Campell, nella sua “Raetiae…descriptio” (cit.), ci offre, della Chiavenna della seconda metà del Cinquecento, un quadro connotato da tinte decisamente brillanti: Chiavenna… è una città quasi pari, per grandezza e magnificenza degli edifici, soprattutto di quelli privati, alla Coira dei Reti;… non è per nulla, o comunque non di molto, inferiore a quella in autorità, è illustre per fama, potenza e libertà e per i suoi privilegi che restano senza ragione. Ma per la bellezza del territorio e del piano, anche se non particolarmente ampio, e per la dolcezza dei frutti delicati e buoni, l’ubertà dei vigneti e l’abbondanza innanzitutto di quei frutti che nascono nei giardini,… per tutto ciò Chiavenna supera, senza dubbio e senza discussioni, Coira. Per non dire nulla dell’abbondanza dei commerci e di ogni sorta di merce pure in grande quantità, che lì sono portate in magazzini sicuri fin dal mare Britannico, e da lì trasportate nuovamente con cavalli… con la schiena curvata dalla fatica… Per cui, meglio e più propriamente, la nostra Chiavenna si potrebbe denominare come il mercato più frequentato, piuttosto che cittadina, quale non è più così importante quanto fu in passato, poiché sotto il dominio dei Reti, dal 1525 circa, furono abbattute le sue mura e per lo stesso motivo anche la fortezza fu distrutta con il palazzo… Ma eccetto gli edifici pubblici, per i quali Chiavenna si vanta e fa bella mostra di sé, come ad esempio il monastero e, fra le chiese, principalmente la chiesa parrocchiale, detta collegiata….; poi anche le torri delle chiese e anche il palazzo pretorio dei governatori, anche detti popolarmente commissari…., Chiavenna si vanta di possedere un monumento del tempo antico…: è come un tempietto o una cappella… e si pensa che sia dedicato a qualcuno degli dei o delle dee… C’è anche un’altra caratteristica che non possiamo tralasciare di riferire e che i forestieri ritengono degna di essere ammirata e ricordata: sicuramente i crotti (cantine del vino), scoperti quasi solo in questi tempi, che la maggior parte dei nobili e dei ricchi di Chiavenna si dà da fare per costruire da sé…. I vini che lì nascosti si conservano, quanto più fuori è caldo, tanto più lì sono freschi e gelidi, mentre, d’altro canto, d’inverno sono tanto più tiepidi… quanto più rigidamente il gelo fuori infierisce.” 
Anche il von Weineck (op. cit.) nutriva grande ammirazione per Chiavenna:Le persone facoltose del paese sono in gran parte gente che ha viaggiato il mondo… La loro compagnia è, poi, così piacevole, e così squisita la cortesia in tutto il paese, che molti gentiluomini grigioni… dimorano… a Chiavenna”. Egli menziona, fra gli elementi di ricchezza della contea di Chiavenna,vino in quantità maggiore del consumo del paese” (mentre “il grano è insufficiente”); “belle foreste di castagni, il cui prodotto, per i poveri, sostituisce spesso il pane”, con “marroni così belli, così grossi e così squisiti come in nessun altro luogo”; “ottima e svariata pesca, come trote, temoli e pesci d’altro genere”; “abbondante bestiame grosso e minuto…”, dal quale si ricava “latte e carne, non solo in quantità sufficiente per il consumo dell’intiera contea, ma anche da poter esportare… nel ducato di Milano e nello Stato Veneto, dove lo si paga adeguatamente”; infine alpeggi che ospitano anche “greggi forestieri del Bergamasco e da altre province, e così i paesi ritraggono dei buoni affitti, mentre il governo percepisce alcune tasse”.
La seconda metà del cinquecento vide anche una certa diffusione della fede riformata in Chiavenna, favorita dai Grigioni, la maggior parte dei quali aveva aderito alla Riforma, seguendo l’indirizzo dello zurighese Ulrich Zwingli. Il sostanziale clima di tolleranza, al di là di attriti e tensioni, favorì l’afflusso di profughi da diverse parti d’Italia, che avevano abbracciato le idee riformate e si stabilirono nella cittadina della Mera per sfuggire alle persecuzioni. Fra queste Agostino Mainardi, che in S. Maria del Patarino fondò la chiesa riformata, Francesco Negri di Bassano, che aprì una scuola umanistica, Ludovico Castelvetro da Modena, Girolamo Zanchi da Bergamo, Giampaolo Alciati da Milano, Luigi Fieri da Bologna, Ottavio Mei da Lucca, e Scipione Lentulo da Napoli. Grazie all’appoggio delle autorità delle Tre Leghe, i protestanti poterono disporre di tre chiese per il proprio culto.
Dalla già citata opera "Pallas rhaetica", dello Sprecher,
traiamo quest'ampia panoramica di Chievanna e della sua contea:
"Infine giungiamo alla Contea di Chiavenna, il cui nome viene dal termine latino clavis, che significa chiave. Anticamente, infatti, a causa del castello di Chiavenna, ai popoli stranieri era impedito l'accesso all'Italia come a causa di una chiusura a chiave. La Contea, oggi separata nelle due diverse giurisdizioni di Chiavenna e di Piuro, è situata in un luogo ben protetto dalla natura. La Contea confina ad oriente con la Val Bregaglia, ad occidente col Misox e con il lago di Como; a sud si trova Bocca d'Adda e verso nord la Rezia Lepontina con Rheinwald ed Avers.
1) la città stessa con le sue Vicinanze. 2) i quattro comuni esterni e 3) la Valle di S. Giacomo.
I La città, citata da Antonino Augusto nel suo "Itinerario", spicca oggi per il fasto di edifici straordinariamente belli. Molte genti si riuniscono qui per via della vivacità del commercio e dell'industria. Nell'anno 1486 la città venne fatta circondare da mura per ordine di Bona, madre e precettrice del duca Gian Galeazzo di Milano, al fine di difenderla dagli attacchi dei vicini Grigioni. Ora le mura sono distrutte. Sopra la città si innalzava un imponente castello che venne fatto erigere da un conte di Angleria nel 1162 per timore dell'Imperatore Federico I. In seguito i duchi Gian Galeazzo e Giovanni Maria Visconti di Milano ne ampliarono la costruzione. Lazerta, capitano del re Luigi di Francia, lo fortificò con lavori di trinceramento. Nell'anno 1526 venne distrutto dai Grigioni insieme ad altri castelli della Valtellina.
In città hanno la loro sede l'Arciprete e il funzionario deputato dai Grigioni, il cosiddetto Commissario. Costui amministra la giustizia in maniera autonoma con alta e bassa giurisdizione, sia per questioni di materia civile, penale e coniugale così come fa il podestà di Piuro nella sua giurisdizione. per le questioni di diritto penale non esiste un Vicario; comunque il Commissario è tenuto dietro giuramento al rispetto degli Statuti della Contea, che si differenziano in parte da quelli valtellinesi. Per i casi particolarmente difficili egli si avvale comunque dell'aiuto di esperti in diritto. Nell'intera contea si contano, sotto i capitani che vengono nominati, ben 1000 soldati.

Nomi di tutti i commissari della contea di Chiavenna dall'anno 1512 in poi.
1512 Andreas von Salis
1513 Johann Lombris dal Lugnez
1515 Rudolf von Marmels
1517 Georg Schorsch da SpItigen
1519 Anton Lombris224 dal Lugnez
1521 Wofgang Capol da Flims
1523 Silvester Wolf
1525 Martin von Capol da Flims
1527 Martin Cabalzar dal Lugnez
1529 Johann Franz225 da Ilanz
1531 Johann Luzi da Schauenstein
1533 Parcival Planta da Zuoz
1535 Johann von Jochberg
1537 Georg Thiiini da Casteis
1539 Jakob Florin da Ruis. Morì e venne sostituito da Niklaus Fiorin.
1541 Sebastian Wolf da Trins
1545 Rudolf Mathis da Kiiblis
1547 Martin Cabalzar dal Lugnez
1549 Diirig227 von Jochberg da Laax
1551 Hans Valdr da Fideris
1553 Johann von Schauenstein
1555 Peter Berchter da Disentis
1557 Jakob Catharina da Scharans
1559 Friedrich von Salis
1561 Johann Peter Sonvig
1563 Ulrich Pitschen da Seewis
1565 Balthasar Planta da Zernez
1567 Wolfgang Montalta da Laax
1569 Christcn Hartmann
1571 Johann von Salis
1573 Peter Travers da Flims
1575 Meinrad Buol da Davos
1577 Jakob Ludwig da Tomils
1579 Gallus von Mont dal Lugnez
1581 Hans Barett da Klosters
1583 Benedikt von Salis
1585 Matthias Mattli dallo Schams
1587 Christen Dascher da Jenaz
1589 Hans Raschèr da Zuoz
1591 Hans Jakob Schmid
1593 Fiori Mathis da Kiiblis
1595 Johann Planta da Zuoz
1597 Johann Schorsch
1599 Andreas Sprecher da Bernegg
Dopo la Riforma
1601 Johann Travers da Zuoz
1603 Martin Fiorin da Tavctsch
1605 Engelhard Brijgger da Parpan
1607 Karl Ludwig von Tomils
1609 Thomas Juli da Heinzenberg
1611  Fiori Mettier dallo Schanfigg
1613 Johann von Salis
1615 Kaspar Schmid da Grijneck
1617 Fortunat Sprecher da Bernegg
1619 Dominicus Gulfin da Zernez
1621 Martin Camenisch da Tamins
1625 Fortunat Sprecher da Bernegg, J.U.D., già citato.

Dopo la Riconquista della Contea
1639 Johann Wilheim Schmid sostituì il precedente.
1641 Johann Kaspar da Klosters
1643 Rudolf von Salis da Soglio
1645 Konradin von Planta
1647 Johann Sprecher von Bernegg da Luzein
1649 Johann Viktor Travers
1651 Herkules von Capo1228
1653 Herkulcs von Salis
1655 Balthasar Planta da Zuoz
1657 Gcorg Minz da Vals
1659 Hartmann Planta da Malans
1661 ancora una volta Hartmann Planta, in nome degli abitanti di Zernez.
1663 Simeon Fritz229 in nome degli abitanti del Misox
1665 Ulrich Buol da Parpan
1667 Nikolaus von Salis da Soglio
1669 Silvester Rosenroll da Thusis
1671 Fiori Pellizzari dallo Schanfigg

Per quanto riguarda il sistema amministrativo gli abitanti eleggono ogni anno, e per lo più tramite estrazione a sorte, il Console ed il Viceconsole, che ricopre la carica di Caneparo, e ancora due Consoli di Giustizia, che rimangono in carica per due anni, due Sindaci per l'adempimento degli Statuti della città, due cosiddetti Provvisionari, che rimangono pure per due anni, un Consigliere e un Cancelliere. A questi si aggiungono quattro tra i più anziani della città, che vengono denominati l'Aggiunta. I suddetti quattordici uomini curano l'amministrazione pubblica della città.
Alla città appartengono le vicinanze di Bette, Dragonera con Crotti e più avanti Maina , Campedello, Pianazzola, Orelli, Tanno, Piano e Capiola. Crotti è così chiamato per via delle grotte sotterranee che servono come cantine e sono molto numerose attorno alla città."

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Il Seicento, dunque. Secolo di segno ben diverso, nel quale le ombre sopravanzarono di gran lunga le luci, nel Chiavennasco ed in Valtellina. Un anno, sopra tutti, merita di essere ricordato come funestamente significativo, il 1618: in Europa ebbe inizio la Guerra dei Trent’Anni, nella quale Valtellina e Valchiavenna furono coinvolti come nodi strategici fra Italia e mondo germanico; a Sondrio, al colmo delle tensioni fra cattolici e governanti grigioni, che favorivano i riformati in valle, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture; la medesima sera della sua morte, il 5 settembre 1618, dopo venti giorni di pioggia torrenziale, al levarsi della luna, venne giù buona parte del monte Conto, seppellendo le 125 case della ricca e nobile Piuro e le 78 case della contrada Scilano, un evento che suscitò enorme scalpore e commozione in tutta Europa.Agli accorsi dai paesi vicini e da Chiavenna non apparve che un ammasso di terra smossa. Quando le acque della Mera, per qualche tempo ingorgate, finalmente riuscivano ad aprirsi una strada, le chiese cattoliche di S. Cassiano e di S. Giovanni erano scomparse nel gorgo insieme a quella evangelica di S. Maria…, mentre le case dei Lumaga erano state sbalzate dalla destra alla sinistra del fiume. Si parlò di tremila persone scomparse”. (Besta, op. cit.)
Due anni dopo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Il “macello” non toccò la Valchiavenna, dove le tensioni fra le due confessioni erano decisamente minori ed il rapporto con il governo grigione meno conflittuale (il che non significa del tutto tranquillo). Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra.Se Chiavenna non partecipò alla insurrezione, ne sentì le conseguenze politiche: per una ventina d’anni, al posto dei Grigioni, rimasero come protettori gli Spagnoli, poi le truppe pontificie(Guido Scaramellini, op. cit.). Gli Spagnoli, infatti, vennero in soccorso ai ribelli cattolici ed occuparono Chiavenna nel 1621. Dopo una breve parentesi che vide la comparsa delle truppe pontificie, che dovevano interporsi fra le due parti in conflitto, ecco di nuovo gli Spagnoli, che dovettero, però, nel marzo del 1625 cedere la città per l'offensiva convergente dei Grigioni e del marchese di Coeuvres, che risalì la Valchiavenna dopo aver ripreso la Valtellina.
La tregua di Monzòn liberò, nel 1626, Valtellina e Valchiavenna dagli eserciti delle due parti, ma di lì a poco, nel 1629, un nuovo flagello sarebbe sceso d'oltralpe, portando la più feroce epidemia di peste dell’età moderna, resa celebre dalla descrizione manzoniana. Non era certo la prima: altre, terribili e memorabili avevano infierito nei secoli precedenti. Scrive, per esempio, il von Weineck:L’aria, per tutta la Val Chiavenna, è buona e pura; soltanto è da osservare che, durante la calda stagione, il vento di sud apporta nel paese qualche impurità dalle paludi del lago… La peste qui infierisce di raro: ma quando principia, infuria tremendamente. Infatti quando essa, nel novembre del 1564, penetrò nella valle, distrusse in quattordici mesi i tre decimi della popolazione”. Ma quella del 1629 fu più tragica. I lanzichenecchi, al soldo dell'imperatore Federico II, scesero dalla Valchiavenna per la guerra di successione del Ducato di Mantova; alloggiati per tre mesi nel Chiavennasco ed in Valtellina, vi portarono la peste, che, nel biennio 1629-30, uccise almeno un terzo della popolazione (altri calcoli, probabilmente eccessivi, parlano di una riduzione complessiva della popolazione a poco meno di un quarto).
Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali; nel biennio 1635-37 Chiavenna fu di nuovo occupata dai Francesi. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.
Un ampio quadro di Chiavenna e del suo contado a metà degli anni trenta del Seicento è offerto dal "De Rebus Vallistellinae" (Delle cose di Valtellina) di don Giovanni Tuana (edito, a cura della Società Storica Valellinese e di don Tarcisio Salice, nel 1998 a Sondrio):
"Si chiama Chiavena per la facilità del passaggio de li monti, tanto d'inverno, quanto d'estate, a piedi, a cavallo con somme d'ogni sorte. Sicome ha sempre goduto grande utilità per il transito, così ha patito grandissimi dissaggij d'ogni prencipe et lor esserciti, quali passavano et ripassavano per l'Italia.
Principalmente patì perle fattioni guelfe et ghibelline, quali avendo diviso li Chiavenischi con seditioni, ridussero il luoco ad esser un bosco di Baccano. Et se la prudenza di Gio. Galeazzo, duca di Milano, non li avesse rassettati. si sarebbono ammazzati sin'a uno. Né gli furno d'utilità. Come n’anche alla Valtellina, le discordie tra Comaschi et Milanesi, né le machinationi di Giacomo Medici et altri, quali allettati dal sito et bontà del loco machinavano mille trattati. È longo questo contado più di 25 miglia, tra montagne, con pianura molto più angusta della valtelinasca. S'alzano monti lati da un lato et l'altro, per il più fruttiferi. Ha d'oriente Bregaglia. Da occidente Misolcina et il Lago di Como. Da mezzo giorno Bocca d'Adda et la pianura di Proveggio. Da settentrione la Valle del Reno, quelli d'Avers et Leponzi.
La terra di Chiavena è in sito delitiosissimo, rassembra più tosto città che terra, et per la grandezza et spatio del luoco, et per li nobili et alti edificij, per le strade larghe, tutte lastricate non solo nella terra, in ancolontano da quella, per molte fameglie nobili, per molti letterati in ogni facultà, per il civil trattare di quella gente et liberale, per le delicie, che essibisce questo luoco, specialmente l'estate. Ha il territorio d'ogn'intorno fertile: et le terre circonvicine servono a Chiavenaschi per giardini et luoco di ricreatione. L'aria è felicissima, come ancora in tutto il contado,eccetto quella parte meridionale, dove si va al lago.
Passa per la terra, con letto ben castigato, il piccoso Meira, quale, nascendo nelli monti di Bregaglia confinanti con Malenco, bagna la Bregaglia, il territorio di Piuro et finalmente puoco lontano da Chiavena, verso sera, riceve nel suo letto il fiume Lirino, quale da settentrione per la Valle di S. Giacomo tra sassi spumante esce et finalmente a Samolico entra nel Lario.
Ha la terra da mattina Piuraschi, da sera il Lirino, da settentrione una sponda di monti tutta avignata, la cima del quale è chiamata Lovero,confina con Avers; da mezzo giorno ha una montagna piena di castagne,non molto alta, né molto erta, ma con diversi dossi, ornata di vigne, prati ed altre contrate. In questa sponda si cavano le pietre lavizare. Confina ancora con Prada, terra situata alle radici di questo monte, un miglio lontano.
Era Chiavena stata cinta di grosse muraglie et forti torri da Bona, duchessa di Milano, madre di Gio. Galeazzo; et avanti 500 anni fu fabricato da (un conte) d'Angiera un castello fortissimo sopra un vivo scoglio, separato dalla montagna, vicino alla terra, di poi accresciuto d'altri signori di Milano contra l'impietà dell'imperatori et altri nemici: ma avanti cento anni da Grigioni fu demolito, com'ancora tutti li castelli di Valtellina, sì ch'adesso si veggono solo li vestigij tanto delle muraglie, quanto della rocca. Il luoco è pretorio et commanda questo potestà a tutto il contado.
La chiesa principale è di S. Lorenzo, non tanto riguardevole perché è ampia et ben'ornata, quanto che è nobilitata d'arcipretura et 6 canonici; ivi appresso v'è habitatione commoda per tutti li sacerdoti. La torre delle campane è discosta dalla chiesa, è però bella, alta et carica di grosse campane: il cimiterio è ampio et aperto, et in mezzo di quello v'è una chiesa antichissima, rotonda et in quella v'è un grandissimo battisterio, antichissimo, con scolture rozze, ma esprimenti li antichi riti della consecratione del fonte, qual sarà di capacità di 20 brente d’aqua: era quivi il battisterio di tutto il contado.
Questo arciprete comanda a tutto il contado, ecetto che a Piuro: cioè a 8000 anime, et sì come vi sono stati arcipreti di singolar dotrina et santità, quali diffessero la Chiesa dalla violenza heretica con dotrina, fatiche et sangue, così a loro è successo Andrea Selva, a loro non inferiore et per bontà di vita, costumi exemplari et scienze singulari in ogni professione, particolarmente in legge. Quanto sia antica questa arcipretura si può raccoglier solo da questo, che si trovano investiture de beni capitulari fatte avanti 700 anni.
Vi sono altre chiese nel corpo della (terra), cioè S. Maria Rotonda, fatta di sei cantoni, antichissima, quale per traditione serviva alli pagani: era un hospitale, l'entrate del quale soccorrono alli paesani poveri; un'altra di S. Maria, chiamata de Patarini, altre volte delli padri humiliati, poi occupata dall'heretici: finalmente fatta prevostura nuncupata da Lazaro Carafino; una di S. Antonio; un'altra di S. Pietro, quale dà nome alla sua contrata; un'altra di S. Maria in contrata nuova; et di là dal fiume, qual si passa per un ponte di pietra, fabricato sopra vive rupi et coperto, nella contrata di Ultra Mera v'è la chiesa antichissima di S. Bartolomeo, quale altre volte fu del hospitale di S. Lazaro o vero, secondo alcuni, dell’abbatia di S. Abondio di Como, quali luochi havevano varie entrate in questo contado, quali sono state alienate di consenso di superiori: un'altra di S. Fedele nella contrata di Pergoli et un'altra di S. Giovanni di Pedemonte: et in questa chiesa, com'ancora in quella di S. Bartolomeo, si conservano molte reliquie de santi. Di più si è fabricato di novo un bell’oratorio ad honore di S. Rosalia. Quali chiese tute sono servite et officiate da sacerdoti secolari (non essendovi alcuna fameglia de regolari) con molta politezza et divotione. Si veggono li vestigij d’altre due chiese, quali erano del castello: l’una di S. Maria, l’altra di S. Giorgio.
Appartengono alla terra di Chiavena queste contrate, cioè Bet verso sera, dov'è la chiesa di S. Gregorio, mezzo miglio lontano; Pianazola, sopra il monte verso settentrione, dov'è la chiesa di S. Bernardino; Dragonera, dove si fabrica la chiesa di S. Maria di Loreto, dei Crotti, dov'è la chiesa di S. Carlo.
Li vini di questo paese sono per il più mediocri, ma si conservano in cantine fatte dalla natura nelle grotte della montagna vicina, con tanta freschezza per il freddo spirante da spiraceli soterranei, che nel maggior caldo paiono li vini aggiacciati. Et li nobili hanno appresso simil grotte stanze commode, dove con l'amici vivono allegramente godendo tal fresco, qual supplisce alla debolezza del vino. Si servono però molti del vino, guidato da Valtellina."


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I decenni successivi videro in Chiavenna la costruzione del convento dei cappuccini e quello delle agostiniane; verso la fine del secolo venne costruito anche il quadriportico, davanti alla facciata della collegiata di San Lorenzo. Ma la seconda metà del secolo ed il successivo Settecento furono caratterizzati dall’incremento del flusso migratorio, fattore di primaria importanza per l’economia della città: grazie alle rimesse degli emigranti le chiese poterono, fra l’altro, dotarsi di ricchi arredi. Significative le note di sintesi che del fenomeno dà Giustino Renato Orsini, nella sua Storia di Morbegno (Sondrio, 1959):Le condizioni economiche della Valtellina, assai depresse dopo il suo passaggio ai Grigioni (1512) e per il distacco della Lombardia, cominciavano lentamente a risollevarsi per effetto dell'emigrazione. I nostri massicci montanari, pieni di buon volere, lasciavano in piccole frotte 11 loro paesello per recarsi nei luoghi più lontani: i Chiavennaschi a Palermo, a Napoli, a Roma, a Venezia e persino in Francia, a Vienna, nella Germania e nella Polonia: a Napoli i Delebiesi e quelli di Cosio; a Napoli, Genova e Livorno quelli di Sacco; pure a Livorno ed Ancona i terrieri di Bema e di Valle; a Venezia quelli di Pedesina; a Verona quelli di Gerola; a Roma, Napoli e Livorno quelli d'Ardenno. Numerosi muratori e costruttori di tetti emigravano in Germania; e i montanari della Valmalenco si spargevano come barulli nei più diversi paesi.”
Mazzali e Spini (cfr. op. cit. in bibliografia) scrivono, al proposito:La corrente migratoria maggiore fu costituita, nel Cinquecento…., da artigiani… Ma a partire dal primo Seicento si aggiunsero muratori, braccianti e perfino gruppi di soldati mercenari. I chiavennesi si indirizzarono soprattutto Roma, Napoli e Palermo, con qualche variante su Venezia. Molti gli emigranti illustri da Chiavenna. Due su tutti. Il primo, certo, è Johann Einrich Pestalozzi, celeberrimo pedagogista (1746-1827), nato da un ramo della potente famiglia Pestalozzi, emigrato a Zurigo. Il secondo, congetturale, è nientemeno che il sommo drammaturgo inglese William Shakespeare, che si è ipotizzato fosse di origine chiavennasca, della famiglia dei Crollalanza (ed in effetti Shake-speare corrisponde, nella lingua inglese, a Crolla-lanza).
Un quadro sintetico della situazione di Chiavenna metà del settecento ci viene offerto dallo storico Francesco Saverio Quadrio, che, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), scrive:Chiavenna (Clavena). Di questo Luogo, Tedescamente appellato Cleven, e situato su l'una e l'altra Riva della Mera, si fa menzione da Antonino nel suo Itinerario; esso in oggi pur è frequente di Popolo, e nobile per lo Commerzio, che dalla Germania all'Italia indi passa. Era altresì ben munito di Mura, e aveva forte Castello, come altrove si è detto. Allo stesso Luogo s'aspettano le Vicinanze Betto, Dragonera, il Crotto, Maina, Campadello, Pianazzola, Orello, Piano, e Capiola Fiorirono in Chiavenna i Balbiani, i Foichi, i Giani, i Grassi."
Nel Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nelle due valli crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi.
Non bisogna, peraltro, pensare che a Chiavenna i commissari grigioni avessero lasciato sempre un cattivo ricordo. Anzi, spesso operarono con tanta saggezza e senso di giustizia da meritarsi la riconoscenza dei Chiavennaschi, che eressero in loro onore sei portoni, ancora visibili al principio dell'Ottocento, a Bette, all'imbocco della strada per S. Fedele, sul ponte della Mera presso S. Rosalia, presso il ponte "di sopra", presso la chiesa di S. Maria (il "pórtón de sànta marìa" eretto in onore di Ercole Salis di Soglio, commissario fra il 1739 ed il 1741: ancora oggi lo si vede) e fuori Chiavenna, a Reguscio. Nondimeno, il barometro della popolarità dei governanti grigioni era, per così dire, in caduta libera ed annunciava tempesta. Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno.
Fu la bufera napoleonica a risolvere la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797.
Fu, più in generale, una svolta importante anche per Valchiavenna e Valtellina, perché il periodo della dominazione francese rappresentò, secondo quanto sostiene Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie: L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadini-pastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati. Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci.. Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire”.
Per alcuni mesi, dopo il 1797, comunque, rimase in piedi l'ipotesi di un'aggregazione di Valtellina e Valchiavenna come Quarta Lega alla federazione grigiona, cui non erano contrari né Napoleone né Diego Guicciardi, cancelliere di Valle del libero popolo valtellinese. Il soprendente voto nei comuni delle Tre Leghe Grigie, di cui giunse notizia il primo settembre 1797, chiuse, però, definitivamente questa prospettiva: 24 si espressero contro, 21 a favore, 14 si dichiararono incerti e 4 si astennero. Di conseguenza il 10 ottobre 1797 Napoleone dichiarò Valtellinesi e Valchiavennaschi liberi di unirsi alla Repubblica Cisalpina.


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Seguì, il 22 ottobre, l'unione della Valtellina e dei Contadi di Bormio e Chiavenna alla Repubblica Cisalpina ed il 28 ottobre la confisca delle proprietà dei Grigioni in Valtellina. Nel marzo del 1798 il comune di Chiavenna fu inserito nel dipartimento del Lario, e divenne comune capoluogo del distretto II di Chiavenna. Alla Repubblica Cisalpina seguì, nel 1805, il Regno d’Italia, nel quale il comune di Chiavenna, che contava 2.800 abitanti, con Campello e Campedello fu posto a capo del VI cantone. Cadde anche Napoleone, lasciando ai posteri il problema di formulare l'ardua sentenza sulla sua vera gloria, ed i Grigioni, che erano disposti a rinunciare alla Valtellina, ma non alla Valchiavenna, pensarono di approfittarne, occupanfo, 4 maggio 1814, Chiavenna: furono, però, subito respinti da reparti austriaci prontamente accorsi da Milano.
Il Congresso di Vienna, nel 1815, anche grazie all'operato della delegazione costituita dal chiavennasco Gerolamo Stampa e dal valtellinese Diego Guicciardi, sancì l'aggregazione del dipartimento dell’Adda al Regno Lombardo-Veneto, sotto il dominio della casa d’Austria; Chiavenna, con Campedello, figurava, con 4.020 abitanti totali (2.800 da sola), comune principale del VI cantone di Chiavenna, unitamente al comune aggregato di Prata.
Il cantone aveva una popolazione complessiva di 12.758 abitanti e comprendeva nove comuni, Chiavenna, Piuro, Villa, Gordona, Mese, Novate, Prata e Samolaco. A metà del secolo, nel 1853, Chiavenna, con le frazioni Campedello, Campello, Bette, Pianazzola, Loreto, San Carlo, Uschione, era comune con consiglio ed ufficio proprio, a capo del distretto IV della provincia di Sondrio, e contava 3.591 abitanti.
Il dominio asburgico portò importanti novità, che diedero un impulso importante all'economia di Chiavenna e della Valchiavenna, prima fra tutte la realizzazione, fra il 1818 ed il 1822, della strada dello Spluga, progettata da quel medesimo ingegnere Carlo Donegani cui si deve la strada dello Stelvio. Era la prima grande strada che attraverso le Alpi centrali mettesse in comunicazione Milano con la valle del Reno. Ad essa si aggiunse, poco dopo, la strada che collegava Chiavenna, attraverso la val Bregaglia ed il passo di Malojam all'Engadina. Queste vie potenziarono la plurisecolare vocazione di Chiavenna come centro di traffici e commerci. A questa vocazione se ne aggiunse, però, un'altra. Sono, intatti, questi i decenni nei quali si assiste ad una potente accelerazione del settore industriale e manifatturiero, trainato da due settori: la produzione del "birrone", famoso in tutta Italia (ai nove birrifici del 1869 si doveva il 20% della produzione nazionale), e la filatura del cotone, che contava, ametà del secolo, impianti all'avanguardia ed assorbiva oltre 200 abitanti (cifra considerevole, se rapportata alla popolazione complessiva di circa 3.600 abitanti). "Nel 1829 la lavorazione del cotone a Chiavenna aveva 8.500 fusi in funzione, contro poco più di un terzo dieci anni prima. Nel 1844 il cotonificio occupava 230 operai maschi...Intorno al 1830 compaiono anche i birrifici a Chiavenna, che nella seconda metà del secolo erano sette. L'esistenza dei crotti dovette essere un fattore non trascurabile... Su una popolazione di 2.500 persone, 400 erano occupate nell'industria locale..." (G. Scaramellini, op. cit.).
Nonostante questi elementi positivi, i moti risorgimentali non videro Chiavenna indifferente. Giunta, nel marzo 1848, la notizia dell'insurrezione milanese, il celebre patriota Francesco Dolzino innalzò sulla fontana del "Cantòn" l'albero della libertà e, dopo il ritorno, in agosto, degli Austriaci, tentò la controffensiva operando un'incursione dalla Val Bregaglia e resistendo per qualche tempo, a Verceia, con 200 uomini contro circa 1000 austriaci. Ma alla fine il generale austriaco Haynau, che poi si meriterà l'epiteto di "iena" per la ferocia con cui avrebbe soffocato la resistenza bresciana, ebbe ragione dell'eroico manipolo, incendiò Verceia e Campo e riprendese "l'infame città di Chiavenna" (G. Scaramellini, op. cit.).
L'eroico episodio di Verceia venne poi celebrato nell'ode carducciana "Per una bottiglia di Valtellina del 1948", nelle seguenti quartine:

...E tu nel tino bollivi torbido
prigione, quando d'itali spasmo
ottobre fremeva e Chiavenna,

o Rezia forte! schierò a Verceja

sessanta ancora di morte liberi
petti assettati: Haynau gli aspri anni
contenne e i cavalli dell'Istro
ispidi in vista dei tre colori.

Rezia, salute! di padri liberi
figliola a nuove glorie più libera!
E' bello al bel sole dell'Alpi
mescere il nobil tuo vino cantando...

Alla proclamazione del Regno d'Italia, nel 1861, Chiavenna contava 4049 abitanti, che crebbero costantemente negli ultimi decenni del secolo (4124 nel 1971, 4648 nel 1881 e 4732 nel 1901). Sono, tuttavia, decenni di declino: "il cotonificio, che nel 1862 occupava 262 persone, meno di 15 anni dopo ne aveva solo 145. I nove birrifici del 1869... trent'anni dopo erano scesi a sei... L'apertura del traforo del Frejus nel 1871 diede un altro colpo all'economia chiavennasca. Furono stesi nuovi progetti di traforo dello Spluga, ma di nuovo fu preferito l'anno dopo il San Gottardo, la cui galleria ferroviaria entrò in funzione dieci anni dopo. La maggiore forza dell'industria piemontese ed il favore dei Savoia per quella regione porteranno ancora al traforo del Sempione (1898-1906). Né valse a fermare il declino l'apertura della ferrovia Colico-Chiavenna nel 1886, anche perché solo dieci anni dopo fu collegata alla rete nazionale.... Resistette il cotonificio, grazie all'ammodernamento delle macchine..." (G. Scaramellini, op. cit.). I trafori del Frejus, del San Gottardo e del Sempione ebbero una valenza epocale: segnarono la fine della plurisecolare centralità di Chiavenna come via e "chiave" che apriva l'accesso dal bacino padano ai paesi dell'Europa d'oltralpe.
La congiuntura non favorevole non tolse, però, ai chiavennaschi il proverbiale gusto per il buonumore, di cui fu vittima illustre il poeta Giosuè Carducci, che amava soggiornare d'estate a Madesimo. Erano note le sue simpatie per la regina Margherita, che ispirarono una burla in grande stile: gli venne fatto credere che la regina sarebbe giunta in visita a Chiavenna nel primo pomeriggio del 14 agosto 1891. Il poeta non esitò e scese in carrozza sulla via dello Spluga, trovando la città degnamente preparata per i festeggiamenti regali, con tanto di banda musicale, archi trionfali e bandiere del Regno d'Italia. Attese, dunque, fiducioso e trepidante, che giungesse la carrozza ferroviaria con la regale ospite. Che però era in tutt'altra parte d'Italia affaccendata, e né quel pomeriggio, né mai fu vista in quel di Chiavenna. Il poeta abbozzò; pare, solo, che abbia mormorato, a denti stretti, "E' uno scherzo calciabile" (cfr. G. Scaramellini, op. cit.), come dire: vi prenderei tutti a calci... Si può ben credere, comunque, che si sia presto consolato sorseggiando, in quel di Madesimo, il buon vino di cui fu entusiasta cantore.


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Il primo decennio del Novecento fece registrare una flessione della popolazione, che passò dai 4732 abitanti del 1901 ai 4547 del 1911, a causa dell'intensificazione del fenomeno emigratorio verso Europa, America ed Australia, iniziato intorno agli anni Ottanta del secolo precedente. Pesante, come per tutti i comuni della provincia, il contributo di vittime che Chiavenna dovette pagare alla Grande Guerra.
Il monumento ai caduti di fronte alla stazione ferroviaria di Chiavenna riporta i seguenti nomi di soldati morti nella prima guerra mondiale: Aroldi Giulio, Bertelli Costante, Braga Ettore, Bramani Carlo, Bramani Pietro, Caligari Enrico, Caligari Severo, Buzzetti Carlo, Caminada Achille, Cerletti Francesco, Corbetta Pietro, Cremaschi Cirillo, Crottogini Pietro, Dei Cas Armando, Del Curto Antonio, Della Pedrina Attilio, Del Giorgio Guglielmo, Dell'Adamino Lorenzo, Dell'Ava Natale, Della Bella Pietro, Fagetti Alessandro, Fagetti Dante, Fagetti Edoardo, Fagetti Gentile, Fagetti Osvaldo, Fallini Carlo, Farovini Ezio, Farovini Giovanni, Ferretti Stefano, Festorazzi Pietro, Greppi Clito, Greppi Emilio, Guidi Antonio, Guidi Giovanni, Guidi Luigi, Lisignoli Giovanni, Losa Aurelio, Malugani Ercole, Manzi Giovanni, Manzoni Giuseppe, Mazzoleni Aldo, Monti Giuseppe, Moro Felice, Negrini Pietro, Noli Giacomo, Noli Giovanni, Noli Romeo, Pandini Enrico, Pandini Luciano, Panzeri Rinaldo, Pedretti Alberto Dante, Pedrossi Pietro, Ogna Gino, Ogna Luciano, Pensa Francesco, Pensa Renato, Perego Emidio, Persenico Angelo, Pighetti Agostino, Pighetti Giovanni Pietro, Pighetti Giovanni Anselmo, Prati Luigi, Rastelli Luigi, Rogantini Mario, Savoldelli Fiorino, Scigolini Enrico, Signorelli Angelo, Sterlocchi Guglielmo, Tognini Enrico, Valsecchi Rodolfo, Vittori Antonio, Zarucchi Agostino, Zarucchi Enrico, Zarucchi Francesco, Zarucchi Pietro, Zoanni Giulio, Zoanni Luigi e Zuccoli Giovanni.

APRI QUI L'IMMAGINE DEL MONUMENTO AI CADUTI DI CHIAVENNA

Il primo dopoguerra segnò, però, una ripresa dell'incremento demografico: nel 1921 gli abitanti erano 4815, e salirono a 5295 nel 1931 ed a 5379 nel 1936. E' un periodo di luci e di ombre per l'economia chiavennasca: alla crisi dei settori tradizionali (i birrifici si erano concentrati nell'unica ditta Spluga, che resisterà fino al secondo dopoguerra, mentre nel 1932 chiuse l'ultimo cotonificio) faceva riscontro nuove attività produttive, prime fra tutte l'espansione della Persenico, prima fabbrica europea di sci, fondata agli inizi del Novecento, con un centinaio di operai occupati nel 1929, e l'indotto della costruzione della centrale idroelettrica della Edison di Mese (1927), la più grande d'Europa.
Ecco lo spaccato che di Chiavenna ci offre, nel 1928, Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”:
“Chiavenna… deve il suo nome e l’importanza alla sua posizione agli sbocchi delle valli di Bregaglia (o Pregallia) e di S. Giacomo. È una bella e ridente borgata, molto dedita ai commerci e alle industrie, un tempo assai più fiorente quando godeva di un forte movimento di transito per lo Spluga, cessato ormai quasi del tutto per l’apertura della ferrovia del Gottardo… Fra le industrie che vi fioriscono importanti sono: il Birrificio Spluga, fra i più accreditati d'Italia; la fabbrica di botti e barili Signorelli e De Monti; la filatura, torcitura e tessitura già Amman; una fabbrica di ovatte dei frat. Dolci, una di lavori in gesso della Ditta Confalonieri, altra di panno Buzzetti; una fabb. d'acque gazose; una conceria di pellami; una fabbrica di ski; accreditato enopolio dei fratelli De Giacomi, che fa larga esportazione anche nelle Americhe; la fabbrica di paste Moro; una fabbrica di candele; due tipografie con cartoleria; due tintorie; una fabbr. di gesso; due importanti offic. mecc.; una fiorente soc. operaia di M. S., l'Unione coop. chiavennese, una coop. agric., e tutti i negozi di una borgata civile. Vi fiorisce la picc. ind. per la produz. di zoccoli, seggiole, canestri, rastrelli.

Chiavénna possiede una buona Scuola tecnica, un asilo inf., un ospedale, un ricov. di mendicità; un'agenzia della Banca Popolare di Sondrio, altra del Piccolo Credito Valtellinese, una succursale della Cassa di Risparmio di Milano, la Banca Ponti Dell'Orto Pasini e C. già Dolzino, un segretariato per l'emigrazione; un buon archivio Comunale con documenti del 1400 in poi; altro annesso alla chiesa di S. Lorenzo, ricco di pergamene. L'industria della birra è favorita dalla costituzione geologica della località. Infatti per il franamento di una montagna, si accavallarono l’uno sull’altro enormi massi, frammezzo ai quali corre l’aria che mantiene freschissimo l’ambiente. Queste grotte naturali ricevono il nome di crotti e si prestano ottimamente a conservare vino, birra ed altri generi alimentari. Sopra Chiavenna vi è una cava d’amianto ed alcune di pietra ollare.”
La Seconda Guerra Mondiale, con le sue tragedie, non risparmiò Chiavenna: anche nel Chiavennasco, dopo l'8 settembre 1943, si organizzò la lotta partigiana, con le due formazioni Garibaldi, in Val Bodengo, e Giustizia e Libertà, nei monti sopra Uschione. Purtroppo il fatto di sangue più rilevante accadde la vigilia della liberazione di Chiavenna: si tratta della battaglia dell'Angeloga. Alessandro Pavolini, segretario del Partito Fascista Repubblicano, aveva elaborato un piano di resistenza estrema contro l’avanzata degli Alleati. Tale piano prevedeva la costituzione di un Ridotto Alpino Repubblicano proprio in Valtellina e Valchiavenna, dove avrebbero dovuto asserragliarsi le residue forze fasciste e naziste in attesa di una ormai improbabile svolta clamorosa della guerra legata alle misteriose armi in allestimento in Germania. Di fatto tale progetto, che prevedeva opere di fortificazione, non venne attuato, nonostante i preparativi dello stesso Pavolini, che venne a Sondrio il 5 aprile, ma determinò un movimento di truppe che fu all’origine di diversi scontri con i partigiani, fra i quali, appunto, la battaglia citata.
Affluirono, infatti, in Valtellina e Valchiavenna numerose truppe delle Brigate Nere, cui si affiancavano truppe tedesche, e vennero pianificate azioni di rastrellamento finalizzate a ripulire della presenza partigiana la Valchiavenna e la Bassa Valtellina. Il fine non era solo quello resistenza ad oltranza: il controllo di queste zone avrebbe, infatti, anche consentito, attraverso il passo dello Spluga o la Val Bregaglia, una fuga in Svizzera dei maggiori esponenti del regime repubblichino, per sfuggire alla cattura in caso di disfatta. I partigiani controllavano l’intera Valle di S. Giacomo: loro obiettivo era, in particolare, quello di tener liberi dalla presenza nazifascista la Val di Lei ed il Pian dei Cavalli, luoghi idonei per un lancio paracadutato di armi, promesso dagli Alleati, nell’ottica dell’offensiva finale contro la Repubblica di Salò. La Val di Lei assunse, dunque, in quelle settimane una rilevanza strategica, e siccome il più agevole accesso alla valle era (ed è) il passo dell’Angeloga, per impedirne l’occupazione venne stanziato, nel rifugio C.A.I. Chiavenna all’alpe Angeloga, un presidio composto da una ventina di partigiani.
Il temuto rastrellamento scattò, con ingenti forze (500 fascisti e 200 tedeschi circa), all’alba del 19 aprile, lungo tre direttrici, Savogno, la Val d’Avero ed il fondovalle. Dal 21 al 23 aprile Campodolcino, Medesimo e Montespluga vennero occupati dalle forze nazifasciste, che si erano così aperte il passaggio per la Svizzera (anche se il passo dello Spluga, ancora innevato, non era transitabile con mezzi meccanici). Era invece fallito il tentativo di passare in Val di Lei dal passo di Lei, a monte del lago dell’Acquafraggia.
Ecco, allora, il tentativo di passare per l’Angeloga, operato da una compagnia speciale della Milizia di Dongo, composta da oltre 100 uomini, che da Medesimo risalì le pendici del pizzo Groppera, sorprendendo, nella nebbiosa mattina del 26 aprile, il presidio partigiano dell’Angeloga. Un intenso fuoco di mitragliatrici, sostenuto anche da una mitragliera e da un mortaio da 81, costrinse i 20 partigiani a ripiegare 
Il racconto di questo tragico ripiegamento può essere affidato alle parole di un partigiano superstite, Guido Carnazza (Mosquito): "Nicolin alla mia destra sparava e rideva, S’ciopp alla mia sinistra sparava e imprecava perché non si dava pace per aver lasciato in capanna uno zaino contenente una mezza forma di formaggio, che rappresentava la scorta di viveri segreta e di estrema emergenza. “Vado a prenderlo”, disse rabbiosamente. Gli urlai che era una follia, ma Sciopp schizzò ugualmente in basso verso la capanna. Sparavo, sparavo, ed il tempo non passava mai. Ad una decina di metri, sulla mia sinistra, in basso, ricomparve S’ciopp, che arrancava per il grosso peso sulle spalle. “Non ne posso più” gridò stremato dalla fatica. “Getta quello zaino” gli urlai. Pochi secondi dopo cadeva colpito da una raffica nemica". (Da un articolo di Guido Carnazza citato in “Antifascismo e resistenza in Valchiavenna, 1922-1945”, di Renato Cipriani, pubblicato dall’Officina del Libro di Sondrio nel 1999). Il ripiegamento partigiano, complice la nebbia, riuscì, a prezzo, però, di due morti (i sopra citati S’ciopp e Nicolin) e di numerosi feriti; i partigiani superstiti varcarono il passo dell’Angeloga e si attestarono in Val di Lei. I miliziani, invece, incendiarono il rifugio e le baite dell’alpe Angeloga, tornando alla sera a Medesimo. Milano era già stata liberata il giorno prima. Chiavenna venne liberata il giorno dopo (27 aprile 1945).

I chiavennaschi caduti nella seconda guerra mondiale furono Acquistapace Demetrio, Baggio Pietro, Balestra Pierino, Ballabio Angelo, Ballabio Guerino, Bianchi Gervasio, Bianchi Pietro, Brambilla Giuseppe, Broggi Michele, Buzzetti Pietro, Cerfoglia Carlo, Ciuchi Pietro, Codazzi Clito, Colombo Giuseppe, Corti Giuseppe, Cremaschi Giovanni, Crottogini Enrico, Dal Cason Bruno, Dalla Longa Cesare, Del Bondio Guerrino, Del Curto Giovanni Battista, Del Gener Luciano, Del Giorgio Giovanni, Della Bella Guglielmo, Dell'Acqua Alma, Della Pedrina Guido, Dell'Ava Luigi, De Tanti Guglielmo, Donadelli Ilario, Donadelli Pierino, Fallini Bernardo, Fallini Giovanni, Fallini Pierino, Fibioli Gentile, Gallerini Bruno, Geronimi Albino, Geronimi Antonio, Gianoli Giuseppe, Giovanettoni Agostino, Giovanettoni G. Vincenzo, Giudici Arturo, Giussani Renato, Grassi Miro, Guidi Aldo, Gussoni Giuseppe, Labruna Armando, Levi Edoardo, Levi Natale, Lisignoli Giuseppe, Lombardini Corrado, Lombardini Franco, Lombardu Antonio, Marcadella Gerolamo, Mastai Giovanni Battista, Mengolli Attilio, Misenta Luigi, Molinetti Ezio, Morelli Edoardo, Moroni Guglielmo, Nava Adriano, Nesossi Corrado, Nesossi Rinaldo, Nuvolessi Adolfo, Pedretti Clito, Perego Rinaldo, Prati Orlando, Rompani Guglielmo, Rossi Luciano, Rizzi Giuseppe, Scaramellini Augusto, Silvani Eugenio, Tavasci Dante, Tognoni Egidio, Turchetti Aldo, Vanini Giuseppe, Vanini Guido, Zarucchi Aldo, Zarucchi Severino, Zoanni Dante, Zoanni Ezio e Zoanni Ido. Il monumrnto ai caduti ricorda anche i partigiani Della Morte Remo, Fallini Mario, Giovanettoni Floriano, Masolini Natale e Nicolini Sandro.

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Nel secondo dopoguerra la crescita demografica di Chiavenna continuò con progresso costante, fino agli anni Ottanta: i 6038 abitanti del 1951 salirono a 6211 nel 1961, 7158 nel 1971, 7696 nel 1981. Poi si registrò una leggera flessione: 7365 abitanti nel 1991, 7239 nel 2001, 7252 nel 2007. Di questi, poco più della metà sono i Chiavennaschi da almeno due generazioni. "Giova però dire subito che gli immigrati sono stati, nella generalità, assimilati bene, tanto che sia i vecchi sia i nuovi cittadini si sentono accomunati dall'amore per la città che li accoglie, o forse più ancora dall'orgoglio di essere Chiavennaschi" (Luigi Festorazzi, Inentario dei Toponimi..., cfr. bibliografia).
Il racconto, per quanto sommario, della storia di Chiavenna impone una conclusione, che ne sintetizzi, in certo qual modo, il significato; e tale può essere la riflessione di Luigi Festorazzi (op. cit.): "Se una linea costante va ricercata nell'indole della popolazione del borgo e della valle, certo risulta essere quella di una sincera vocazione per la libertà e, di conseguenza, per la tolleranza nel reciproco rispetto, unitamente ad una ferma volontà di autonomia vallerana pur nella fedeltà all'unione amministrativa, a livello provinciale, con i vicini Valtellinesi, a cui i Valchiavennaschi sono stati legati da secoli di vicende storiche sia nella buona che nell'avversa sorte, che né questi né quelli non potranno mai dimenticare".

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Oggi Chiavenna è una cittadina che conserva una forte vocazione turistica (molto amata, in particolare, dai turisti svizzeri, che vi respirano, in certo qual modo, un'aria di casa), tiene vivo il ricordo del proprio passato illustre, costellato di personaggi e personalità di rilievo nazionale (volerli menzionare significherebbe fare sicuramente un torto a chi viene omesso; basti, per tutti, il celebre poeta Giovanni Bertacchi - 1969-1942 -, che espresse, nella sua poesia dialettale, l'ethos della comunità chiavennasca nei suoi valori e nelle sue corde più profonde) e mostra una vivacità culturale ed artistica all'altezza del suo prestigio passato, anche se non è più "chiave" che apre il bacino Padano all'Europa d'oltralpe. Offre ai turisti, oltre a questo clima culturalmente vivace e ad ambienti di straordinario interesse naturalistico (le marmitte giganti del parco ad esse dedicato ed il parco archeologico-botanico del Paradiso), i prodotti celebri e gustosi della sua terra, primi fra tutti la "brisàola", che qui ha le sue origini, la "magnóca" e la forta "de fiorét", celebrati nella famosa sagra dei Crotti, imperdibile appuntamento settembrino per tutti gli amanti della buona tavola, dedicata a quelle straordinarie cantine naturali nelle quali una corrente d'aria fesca (sorèl) conserva una temperatura costante di 6-8 gradi, ideale per la conservazione di vino, formaggi e salumi.
Il suo territorio, posto al centro della Valchiavenna, è, con i suoi 11.09 kmq, penultimo, per estensione, nella provincia di Sondrio. Abbraccia, infatti, il centro abitato (325 m. s.l.m.) e qualche porzione dei monti circostanti, vale a dire, a nord, il fianco morenico che scende dal terrazzo di Dalò, e sul quale riposa l'incantevole nucleo di Pianazzola (pianazöla, m. 635), e gli aspri versanti che scendono quasi a precipizio dalla corona di cime che culmina nel piz di Giüp (m. 2455, il punto più alto del territorio comunale); ad est il balcone dell'altrettanto affascinante nucleo di Uschione (üs-ción, m. 832). Chiavenna è raggiungibile in treno sfruttando la linea Colico per Chiavenna (a Colico si arriva con la linea Milano-Tirano). In auto le vie d'accesso sono la s.s. 36 dello Spluga (120 km da Milano), la s.s. 340 Regina (80 km da Como), il Passo dello Spluga ed il Passo del Maloja dalla Svizzera.  
Degna conclusione di questa presentazione è l'inno che alla cittadina ha dedicato il già citato poeta cui ha dato i natali, Giovanni Bertacchi:

INNO A CHIAVENNA

Sul ritmo del Mera, che cerulo
discende dall'ultime nevi,
festevole un canto si levi,
o madre Chiavenna, per te.

E' un canto di forti e di liberi
che sanno il fecondo lavoro
ed entran nell'ilare coro
fidenti e superbi di sè.

Oh gioia d'aperte domeniche,
dolcezza di placide notti,
nel grembo dei frigidi crotti,
d'intorno ai fratelli falò!

Le liete fanciulle inghirlandano
di limpide voci la balza.
Più viva la nota s'innalza
se il giovine amor la dettò.

O piccola patria che prosperi
raccolta fra selve e vigneti,
tu gli ospiti accogli ed allieti
con cuore che tutto si dà!

Sull'alpe che brulla ti domina
fan nido i gagliardi pensieri;
leviamo le voci e i bicchieri:
l'Italia comincia da qua!

Bibliografia

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