IL COMUNE IN SINTESI (DATI RELATIVI AL 1996)
Abitanti (Chiesani): 2807 Maschi: 1394, Femmine: 1413
Numero di abitazioni: 3649 Superficie boschiva in ha: 2898
Animali da allevamento: 1094 Escursione altimetrica (altitudine minima e massima s.l.m.): m. 916, m. 3679 (Monte Disgrazia)
Superficie del territorio in kmq: 114,96 Nuclei con relativa altitudine s.l.m.: Chiesa in Valmalenco m. 960, Vassalini m. 956, Prìmolo m. 1274, San Giuseppe m. 1468, Chiareggio m. 1612
Preistoria ed età romana

Chiesa in Valmalenco è, insieme a Spriana, Caspoggio, Lanzada e Torre di Santa Maria, uno dei cinque comuni nei quali è divisa la Valmalenco, e precisamente il secondo che si incontra, sul lato sinistro per chi risale la valle, cioè su quello occidentale. Ma la sua costituzione in comune autonomo risale al 1816: prima la sua storia segue le tracce di quella della valle di cui sorveglia l’ingresso.
Se ci potessimo proiettare molto indietro nel tempo, potremmo vedere uno scenario della valle di cui costituisce quasi il baricentro. Ai tempi delle grandi glaciazioni i ghiacciai ricoprivano gran parte della valle, fino ad una quota superiore ai 2.500 metri. Immaginiamo lo scenario: una coltre bianca ed immobile, dalla quale emergevano, come modesti isolotti, solo le cime più alte. L’azione di questo enorme ghiacciaio, lenta, inesorabile, scandita in ritmi difficilmente immaginabili, cioè in migliaia di anni, cominciò a modellare il volto della valle. Fu un’azione che si esercitò in quattro grandi tempi: tante furono, infatti, le successive glaciazioni (la quarta ebbe inizio 40.000 anni fa). Poi anche l’immane ghiacciaio Malenco cominciò la sua ultima e definitiva ritirata. Fra le terre liberate, quelle di media montagna si rivelarono le più propizie ad accogliere gli animali ed i primi insediamenti umani, perché il fondovalle valtellinese era in gran parte paludoso. Ecco apparire, dunque, alle porte della Valmalenco le prime tribù di cacciatori (homo alpinus), che vi si stabilirono definitivamente intorno al 3000 a.C., partendo dalla zona di Cagnoletti (Involto-Cagnoletti-Bressia) e, più tardi, di Torre di Santa Maria. Età della pietra, del ferro e del bronzo trascorsero senza grandi scosse in questo lembo allora periferico della Valtellina. Si affacciarono, infatti, alla valle forse Liguri, Etruschi, Galli ed infine, sicuramente, nel 15 d. C., i Romani, senza, però, probabilmente addentrasi in Valmalenco.


Pizzo Malenco  

Solo nel 252 d. C. questa valle entrò a pieno titolo nella storia: il console romano P. Licinio Valeriano, infatti, iniziò la costruzione della strada carovaniera che, risalendo l’intera valle, scavalcava il passo del Muretto e scendeva in Engadina, consentendo un passaggio rapido fra territori latini al di qua della catena retica e territori romanizzati a nord della Rezia. Il ritrovamento di monete romane nei pressi del passo attesta che questo era frequentato fin dall’epoca romana. Poco più di due secoli più tardi, però, l’Impero Romano d’Occidente cadde e questa via di comunicazione venne abbandonata. Seguì mezzo millennio di nuovo isolamento: scarsissima eco, infatti, ebbero in Valmalenco l’alternarsi di dominazione ostrogota, longobarda e franca.
All’inizio del secolo XII si ebbe la prima forma di associazione dei nuclei del territorio di Chiesa, che però, nel medesimo secolo, finì per essere attratta nell’orbita dell’ingombrante vicina, Sondrio, di cui divenne “vicinanza”. Ne è prova l’edificazione della prima chiesa della valle (citata nel 1192), quella di San Giacomo nell’attuale Chiesa (che appunto da essa prese il nome), la quale fu fondata proprio dai potenti feudatari di Sondrio, i Capitanei. Nelle “Istituzioni storiche del Territorio Lombardo”, a cura di Roberto Grassi, leggiamo: “Sul finire del XII secolo Malenco era una vicinia del comune di Sondrio con un decano “in antea”, avente, probabilmente, anche compiti militari. L’esistenza della Valmalenco come squadra unitaria all’interno del comune di Sondrio è testimoniata da un consiglio generale dei rappresentanti di Sondrio datato 9 aprile 1308. Successivamente, la squadra venne denonimata di Rovoledo (odierna Mossini) e Malenco; dalla seconda metà del XIV secolo questa squadra si divise in “foris” e “intus” (intus era la parte malenca) e partecipava, con diritto ad un voto, ai consigli della comunità di Sondrio. In età viscontea, la comunità di Malenco partecipava ancora unitaria ai consigli della comunità di Sondrio, ma nella propria zona di competenza aveva diritto di eleggere un anziano, riscuotere le decime, imporre taglie in base all’estimo per pagare le spese (regolando così in modo indipendente la gestione dell’economia di valle), nominava propri esattori ed emanava gride. Tali facoltà erano in possesso di ogni singola quadra in cui si suddivideva a sua volta la valle: ogni quadra al suo interno poteva tenere i propri conti particolari ed eleggere il proprio consigliere che una o più volte l’anno partecipava al consiglio della valle di Malenco.”
Nel 1335 divennero signori della Valtellina i Visconti di Milano, che soppiantarono l’egemonia comasca. Don Silvio Bradanini, nell’opera “Lanzada e le sue chiese nella storia e nell’arte” (edito nel 1986 a cura della Parrocchia e della Biblioteca di lanzada), scrive: “Il 1300, considerato sotto un aspetto generale, rappresentò l’inizio dell’emancipazione politico-amministrativa e religiosa della Valmalenco. Già nel 1330, infatti, la Valmalenco era assistita da un canonico di Sondrio, ma verso la metà del trecento il capitolo di quella Collegiata si sfasciò in seguito all’introduzione di varie commende con il conseguente accumulo di altri benefici, per cui anche quel canonico inviato da Sondrio per l’assistenza religiosa della Valmalenco cominciò a non più risiedervi. La comunità si era quindi vista costretta, per non lasciar morire la gente senza Sacramenti, a cercarsi e a mantenere a proprie spese un sacerdote.

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Nel successivo quattrocento l’aumento demografico nella Quadra di Malenco, che dipendeva sempre da Sondrio, portò ad una articolazione in Quadre, che vide il costituirsi della Quadra di S. Giacomo o della Chiesa, che nasce ai ponti dei Giumellini ed eleggeva i propri rappresentanti nel Consiglio Generale della Magnifica Comunità di Malenco, la quale si riuniva proprio nella chiesa madre della comunità cristiana della valle, quella di S. Giacomo Apostolo.


Chiesa Valmalenco

“La metà del XV secolo segnò una svolta fondamentale per la Valtellina. Ai Visconti subentrarono gli Sforza che confermarono ai Beccaria, capi guelfi della valle e intermediari dei signori milanesi, gli antichi privilegi. Con l’avvento degli Sforza le nostre comunità, nonostante la esistenza di residui legami, rapporti, dipendenze feudali, godettero di una maggiore autonomia economica e politica che determinò, grazie anche all’accorta politica di pace degli Sforza, un periodo di generale tranquillità e di relativo benessere… Accanto alla mezzadria s’affermò l’enfiteusi che permise anche ai malenchi di avere delle terre da coltivare mediante la corresponsione di un canone annuo in natura e che limitò gli antichi rapporti di servitù tra nobili e contadini. Si dissodarono terre comunali che vennero in possesso dei contadini, si formarono delle piccole proprietà agricole attorno alle quali si consolidarono gruppi di famiglie che tuttora ritroviamo...” (Don Silvio Bradanini, op. cit.).
Il cinquecento si aprì con un mutamento importante per la storia della Valtellina: terminato il dominio dei Duchi di Milano (i Visconti e, dalla metà del quattrocento, gli Sforza), le Tre Leghe Grigie presero possesso della valle nel 1512, dopo 12 anni di odiatissima occupazione francese. Non fu un inizio sotto buoni auspici: nel 1513 un’epidemia di peste si portò via 3000 valtellinesi; la cronaca del Merlo registra, inoltre, che dal 1 agosto 1513 al 10 marzo 1514 non piovve né nevicò, e che nel 1514, “nel mese di Genaro venne tanto freddo che s’aggiacciò il Malero, che si sarebbe potuto passar sopra con 25 carri caricati ed era agghiacciato sin in Adda. Durò esso freddo giorni 25, et per questo freddo morirono tutte le viti in modo che in quell’anno a pena gli fu vino che bastasse per il nostro bevere, et di quel puoco di vino che gli fu non se ne trovava niente, perché li Mercanti Todeschi, ch’erano soliti comprar il vino, andavano in Bressana, et nel monte di Brianza, dove n’avevano mercato disfatto.” L’eccezionale ondata di gelo annunciava, poi, l’inizio di quel periodo durato più o meno tre secoli e noto come PEG, Piccola Età Glaciale, con tre punti di minimo nelle temperature medie, nel 1540, nel 1620 (detto minimo di Fernau) e nel 1800-1820 (minimo di Napoleone).
I citati commerci di vino valtellinese dei mercanti tedeschi passavano per una parte significativa attraverso la già citata via del Muretto, vale a dire  lungo la Valmalenco e per il passo del Muretto (Mons Malencus): i mercanti che portavano al nord il vino di Valtellina, ma anche sete, ardesie e granaglie, raggiungevano, da Sondrio, il passo del Maloja in circa un giorno e mezzo. Ecco cosa scrive, in proposito, Cristina Pedrana, nello studio “Sentieri e strade storiche in Valtellina e nei Grigioni” (Sondrio, 2004): “La strada del passo del Muretto, che era quello più noto, costituiva la direttrice più breve sulla linea Venezia, Septimer e Coira. Frequentata verosimilmente in epoca preistorica, lo fu con una certa sicurezza anche nel periodo romano, come proverebbe il ritrovamento di monete di quel periodo proprio nei pressi del passo. Ma è nel Medioevo che l'utilizzo di questa via, soprattutto per traffici commerciali a carattere locale, divenne regolare e continuo, prolungandosi poi nei secoli successivi. L'itinerario che aveva inizio a Sondrio, nel periodo più antico saliva dalla vecchia strada della Valmalenco fino a Mossini (forse l'antica Rovoledo, poi distrutta da una enorme frana) e proseguiva fino a Cagnoletti e a Torre.
Solo durante il Medioevo fu costruita la cosiddetta "cavallera" che da Sondrio attraverso la salita Ligari o la via Scarpatetti raggiungeva il castello Masegra, quindi il Moncucco, i piccoli centri di Pozzoni e di Scherini, Arquino, dopo aver attraversato il ponte sull'Antognasco, Caparé, Menesatti, Cucchi, e, dopo il passaggio sul ponte nuovo sul torrente Mallero, raggiungeva Torre. Da lì, restando accanto al corso d'acqua, arrivava a Chiesa, quindi oltrepassava la località Giovello, San Giuseppe, Carotte e Chiareggio (o Cereccio come si trova in alcuni antichi documenti). Dopo aver attraversato il piano del Lupo, così detto dal termine lop che indica i residui di miniera, la strada saliva senza tornanti, direttamente all'Alpe Oro, quindi superava uno sperone di roccia, un lungo pendio ghiaioso e infine la bala del Muret, l'ultimo ripido pendio prima della discesa sul versante elvetico dove il tracciato antico è scomparso.


Laghetto nella conca di Pirola

Comunque la via, dopo aver superato il Plan Canin dove ha inizio la valle del Forno, scendeva al lago di Cavlocio e raggiungeva il passo del Maloia. Una meta poteva essere Casaccia, dove si trovavano la sosta e la dogana, oppure, salendo al passo Lunghin e attraverso la val Maroz e il passo del Septimer, raggiungere Bivio e quindi Coira.
Il passo del Muretto era largamente praticato, come pure il passo di Tremoggia, anche grazie alle condizioni climatiche, un tempo decisamente più favorevoli di quelle di oggi. Per impedire il transito di eserciti nemici, non appena i Capitanei riuscirono a imporre il loro potere sulla media Valtellina, furono costruite fortificazioni, a destra e a sinistra del Mallero a difesa della valle e, quindi, di Sondrio.
Le strade ovviamente servivano a collegare questi luoghi fortificati di cui una possibile ricostruzione è la seguente: per la parte alta della valle probabilmente vi erano dei posti di guardia al passo del Muretto, all'Alpe dell'Oro, all'Alpe Senevedo, alla Zocca, in località Cane. Un forte di sbarramento si trovava vicino al Giovello; di esso ci restano diverse attendibili testimonianze storiche, le rovine, invece sono state completamente eliminate per l'allargamento delle cave di serpentino, proprio in quella località. Qualche testimonianza di fortificazione si ha anche per Primolo, per la sua panoramica posizione. La costruzione più imponente doveva, però, essere il castello di Caspoggio, posto su di un dosso, con piena visualità della valle.”
Torniamo al 1512: i Magnifici Signori Reti, anch’essi assai interessati ai commerci per il passo del Muretto, erano assai sensibili agli affari. Per legittimare il loro possesso si richiamavano ad una contestata cessione di tutta la Valtellina al vescovo di Coira, operata da Mastino Visconti nel 1404; proclamavano, poi, di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna, anche perché non li potevano presidiare ed avevano dovuto subire, l'anno precedente, il tentativo, fallito, di riconquista della Valtellina messo in atto mediante un famoso avventuriero, Gian Giacomo Medici detto il Medeghino. Sulla natura di tale dominio controverso è il giudizio degli storici; lapidario è il Besta (op. cit.): "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza".
I grigioni sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni potevano trarre dai Terzieri di Valtellina, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese). Dopo la registrazione del “communis Sondrij sine Malenco”, viene dato il dettaglio della “vallis Malenchi; vi vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 1070 lire (per avere un'idea comparativa, Sondrio fa registrare un valore di 3355 lire, Berbenno di 774 lire, Montagna di 1512 lire); i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di 11191 pertiche e sono valutati 4661 lire; i campi occupano 66 pertiche e sono valutati 31 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 7234 lire (sempre per avere un'idea comparativa, Sondrio fa registrare un valore di 19660 lire, Berbenno di 6415 lire, Montagna di 13400 lire). L’estimo registra, però, che alcuni di questi beni sono contesi fra i comuni di Sondrio e di Malenco, e precisamente: case e dimore per un valore complessivo di 58 lire, prati e pascoli per un'estensione complessiva di 1439 pertiche, valutati 340 lire, ed infine campi per 66 pertiche, valutati 31 lire.
In quel periodo si ebbe anche il primo atto di regolamentazione dell’uso degli alpeggi in Valmalenco (prima comune), cioè l’arbitrato del 22 settembre 1544, che ne suddivideva la proprietà tra le quadre della valle, quelle di fuori (Piatta, Dosso, Maioni, Triangia con Moroni) e quelle di dentro (Bondoledo-Melirolo-Campo, Chiesa, Lanzada, Caspoggio). Il documento mostra che le quadre erano co­stituite da contrade e da un territorio delimitato da confini naturali, che, per la quadra di Chiesa, comprendeva l’alpe Braccia (Bragia), l’alpe d’Entova (Entoa), l’alpe delle paludi, l’alpe di Chiareggio (Gieregio) con Pirola ed il suo lago, ed il lago della Chiesa (l’attuale Palù), con tutti i suoi alpeggi e le sue pertinenze. L’atto non pose fine, però, alle controversie, che proseguirono ed, anzi, si acuirono fino al secolo XIX.


Laghetto nella conca di Pirola

Il vescovo di Como Feliciano Ninguarda, nella famosa visita pastorale del 1589, così riferisce della località Torre: “La Valmalenco, comincia un miglio e mezzo sopra il paese di Ponchiera al ponte sul Mallero detto Ponte Nuovo; a due miglia dal punto stesso vi è un villaggio di 20 famiglie chiamato Torre…  Sopra il suddetto paese, a due miglia nella stessa Valle, vi è un'altra chiesa parrocchiale dedicata a S. Giacomo Apostolo: sotto questa cura sono compresi circa nove villaggi, chiamati contrade, che contano circa cento famiglie tutte cattoliche eccetto nove: ne ha la cura un certo sacerdote pr. Gervasio da Bormio; i luterani però hanno un loro predicante eretico, certo Giovanni da Chiesa nativo del luogo e figlio di un ex-prete apostata, ora defunto.”
Per avere un’idea comparativa, si tenga conto che a fronte delle 100 famiglie registrate a Chiesa, se ne contavano 20 a Torre, 110 a Lanzada e 60 a Caspoggio. 100 famiglie corrispondevano a 500-600 anime. A quel tempo dalla chiesa di S. Giacomo Apostolo dipendevano diversi nuclei, vale a dire Sasso, Montini, Somprato e Costa (uniti da una strada di mezza costa sul versante di destra della valle), Faldrarini (oggi Faldrini), Castellaccio, Primolo, Corlo (oggi Curlo), Vassalini e Prai. Il Guler von Weinceck, uomo d’armi e governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88, così descrive, nell’opera “Raetia” (pubblicata a Zurigo nel 1616) la Valmalenco e Chiesa: “Dietro a Sondrio si apre una grande con valle, che dal fiume Mallero, il quale sorge da una catena a nord, si dice Valmalenco; è una valle ben popolata da una razza bella e vigorosa, le cui principali risorse sono il bestiame e la segale, poiché non produce vino. Molti della valle si recano in paesi stranieri, e vivono facendo il barullo, od aprendo bottega. La valle costituisce un comune a parte, che per altro è in certo modo dipendente da Sondrio. I loro capi si chiamano anziani; nome che io ritengo derivi dai Francesi, (i quali un giorno furono signori di questo paese), e che in tedesco significa vecchi: infatti i meglio provveduti di senno, ed anche di anni, sono appunto i vecchi. Il primo villaggio che s’incontra, penetrando da Sondrio nella valle, è Arquino cui segue La Torre, poi Ciappanico, quindi un villaggio detto La Chiesa, perché vi sorge la chiesa madre della valle. Tutti questi villaggi stanno dalla parte sinistra del Mallero. In seguito la valle si apre a modo di forcella; una parte volge a destra, toccando il villaggio di Lanzada ed innalzandosi verso la catena che incombe sopra Poschiavo, dove si trova un lago ricco di pesci; mentre la parte sinistra per chi penetra nella vallata, si estende sino ad un alpe detta Bosco; donde nella stagione estiva, valicando un alto e pericoloso ghiacciaio, si arriva al Maloja e quindi nell’Engadina e nella Pregaglia… Fra Chiesa e Bosco, sul versante sinistro per chi entra in Valmalenco, vi è un ponte elastico di pietra, fatto di tegoloni lisci, sottili e lunghi. E tegole appunto vengono di lì esportate in tutta la Valtellina ed anche in luoghi più lontani, esse coprono i tetti molto bene ed elegantemente e vengono vendute a misura In Valmalenco esiste pure una pietra ollare, con cui si fabbricano lavaggi d’ogni genere, ossia pentole di pietra; si provvedono di questi non solo la Valtellina, ma anche altri paesi. In questa valle si coltivarono anche miniere di ferro, e vi si trovarono dei cristalli."
Il Guler, pochi anni dopo la pubblicazione dell’opera, nel 1620, ebbe modo di osservare questi luoghi con ben altri occhi rispetto a quelli del sereno viandante: comandata, infatti, il corpo di spedizione delle Tre Leghe Grigie che dal Muretto era riuscito a discendere la Valmalenco, eludendone le strutture difensive, per calare su Sondrio e riprendere la Valtellina caduta in mano agli insorti dopo il cosiddetto “Sacro Macello Valtellinese”. Ma di ciò diremo più avanti.

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Il famoso arciprete di Sondrio Nicolò Rusca, che sarà, quattro anni più tardi, rapido dai soldati delle Tre Leghe Grigie e fatto morire sotto tortura a Thusis, scrisse, nel 1614, una relazione per il vescovo di Como Filippo Archinti, in occasione della sua visita pastorale. Vi si legge, a proposito della “Valle di Malenco: “In questa Valle sono quattro Vicecure, non essendo alcuna separata da Sondrio. S. Maria de la Torre, dove è V. Curato il R. ms. P. Gio. Franc. Interiortolo da Sondrio. Ha in casa una sorella. Ss. Giacomo e Filippo, dove è V. Curato il M. R. D. Gioanni Tuano da Grosotto, Dottor Theol. Ha in casa sua madre et un nipote. In questa Chiesa è un Chiericato istituito da una sig/ra De Capitanei a quali sono succeduti li SS/ri Beccaria. Ha quartari 19 formento, quartari 72 miglio, quartari 56 segala, brente 63 e mezzo vino, è aggravato pagar le talle e L. 247 e brente 3 e mezzo di vino per cento pretensioni della Valle di Malenco, e questo oltra la servitù dello chierico. Elegge casa Beccaria, conferma l’Arciprete di Sondrio… Son pagati questi V. Curati con collette che si fanno fuoco per fuoco. Il R. Interiortolo ha di moneta di Valtellina scudi novanta. Il R. Tuano ha scudi cento. Il R. Cilichino ha tra Lanzada e Caspoggio cento venti scudi”.
Dalla relazione del Rusca la chiesa dei Santi Giacomo e Filippo risultava, dunque, essere vicecura di Sondrio; dieci anni dopo, però, se ne staccò, divenendo parrocchia autonoma, di nomina comunale. Da essa dipendevano sei chiese, tra le quali l'oratorio di San Bartolomeo, di patronato della confraternita, fondato nel 1689 e il santuario di Santa Maria delle Grazie in Primolo, edificato nel 1670 e consacrato dal vescovo Carlo Rovelli nel 1810. In quel medesimo 1624 Chiesa contava 1083 abitanti, Torre 800 e Lanzada 500.


Alta Valmalenco

Il Seicento fu, per l’intera Valtellina, un secolo nero, almeno nella sua prima metà. La tensione fra protestanti, favoriti dalle autorità grigioni, e cattolici crebbe soprattutto per le conseguenze del decreto del 1557, nel quale Antonio Planta stabilì che, dove vi fossero più chiese, una venisse assegnata ai protestanti per il loro culto, e dove ve ne fosse una sola venisse usata a turno da questi e dai cattolici. L'istituzione del tristemente famoso Strafgericht di Thusis, tribunale criminale straordinario di fronte al quale si dovevano presentare tutti coloro che venissero sospettati di attività eversive del potere grigione in Valtellina, rese la tensione ancora più acuta. La valle rimase, di nuovo, ai margini di questa frizione, ma fu coinvolta nell’episodio che portò al massimo la tensione: nel 1618 il già citato arciprete di Sondrio, Nicolò Rusca, venne rapito da una schiera di sessanta armati, scesi in Valmalenco proprio dal passo del Muretto, che lo sorpresero, nella notte fra il 24 ed il 25 luglio 1618, nella sua camera da letto. Il motivo del blitz era che il Rusca veniva considerato uno dei più fieri oppositori alla religione riformata in Valtellina. La sua figura, peraltro, si presta ad una diversa lettura: da una parte alcuni ricordano che, per la determinazione del suo impegno a difesa del Cattolicesimo, fu denominato “martello degli eretici”, dall’altra si ricorda, a riprova del suo atteggiamento di comprensione umana, l’affermazione “Odiate l’errore, amate gli erranti”. Una figura, comunque, scomoda.
Gli venne, dunque, concesso solo di vestire il suo abito talare, poi fu legato, a testa in giù, sotto il ventre di un cavallo, ed il drappello si mosse sulla via del ritorno, seguendo l’itinerario che passa per Moncucco e Ponchiera. Proprio mentre passavano di qui, sul far del giorno, le cronache riportano un episodio curioso. La schiera di armati incrociò il parroco di Lanzada, che scendeva verso Sondrio travestito da “Magnan” (calderaio), per timore di essere catturato dalle milizie dei Grigioni (la loro discesa lungo la Valmalenco non era passata inosservata, e lui era uno dei ricercati: sarebbe, poi, riuscito a mettersi in salvo nella bergamasca). Egli non difettava certo di prontezza di spirito e, alla domanda se avesse visto il parroco di Lanzada, la sua risposta fu pronta: “Sì, questa mattina ha già detto Messa”. Poi il triste viaggio proseguì, passando da Torre e Chiesa, salendo a Chiareggio e scavalcando il Muretto. Di nuovo, ecco il Cantù, sulla vicenda dell'arciprete Rusca: "Il ben vissuto vecchio, benché fosse disfatto di forze e di carne e patisse d'un ernia e di due fonticoli, fu messo alla tortura due volte, e con tanta atrocità che nel calarlo fu trovato morto. I furibondi, tra i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo l'onorato cadavere, e seppellirlo sotto le forche, mentre egli dal luogo ove si eterna la mercede ai servi buoni e fedeli, pregava perdono ai nemici, pietà per i suoi."
In quel medesimo 1618 scoppiò la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), nella quale la Valtellina, avendo una posizione strategica di nodo di comunicazione fra i territori degli alleati Spagna (milanese) ed Impero Asburgico (Tirolo), venne percorsa dagli eserciti dei fronti opposti, quello imperiale e spagnolo da una parte, quello francese e dei Grigioni, dall’altra.
Due furono i momenti più tragici di questo periodo. Nel 1620 il cosiddetto “Sacro macello valtellinese”, cioè la strage di protestanti operata da cattolici insorti nella notte del 19 luglio, per il timore che i Grigioni intendessero imporre la fede riformata in Valtellina, fece registrare episodi tragici, una caccia al protestante che portò all’assassinio di un numero di persone probabilmente superiore a 400 (in Valmalenco ne furono uccise una ventina). Ecco cose ne scrive Henri de Rohan, duca ed abilissimo stratega francese nell’ultima parte delle vicende della guerra di Valtellina nel contesto della guerra dei Trent’Anni (1635), nelle sue “Memorie sulla guerra della Valtellina”: “Non si può negare che i magistrati grigioni, tanto nella camera criminale di Tosanna quanto nell’amministrazione della giustizia in Valtellina, abbiano commesso delle ingiustizie capaci di gettare nella disperazione e di spingere alla ribellione contro il proprio sovrano anche i più moderati. Ma bisogna riconoscere che anche i Valtellinesi passarono ogni limite e calpestarono tutte le leggi dell’umanità, essendosi spinti a massacri così crudeli e barbari che le generazioni future non potranno non ricordarli senza orrore. Così la religione è capace di spingere al male uomini che, animati da uno zelo sconsiderato, prendono a pretesto della loro ferocia ciò che dovrebbe essere un fondamento della società umana.” La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e, come sopra ricordato, dal passo del Muretto e quindi dalla Valmalenco, il successivo primo agosto. Le successive vicende belliche, che furono risparmiare alla valle, portarono al trattato di Monzon del 1626.


Lago Pirola

La pace sembrava tornata e tutti tirarono il fiato; fu, però, il sollievo dell’inconsapevolezza, perché il peggio doveva ancora venire. Il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi, scesi dalla Valchiavenna per partecipare alla guerra di Successione del Ducato di Mantova, portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). Non era certo la prima: solo nel secolo precedente avevano toccato la Valtellina le epidemie del 1513-14, del 1526-27 e del 1588. Ma quella fu la più terribile, e non si fermò alle soglie della Valmalenco. L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, almeno più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo. In Valmalenco la popolazione passò, probabilmente, da circa 1800 abitanti ad 800. Nonostante fossero già stati istituiti gli archivi parrocchiali, non è però possibile ricavare da questi notizie più precise, perché buona parte dei morti veniva sepolta privatamente. L'uscita dalla Valmalenco fu bloccata da un Rastello in località Scandolaro, sopra Sondrio: chi cercava di forzare il blocco, veniva ucciso sul posto.
Come se non bastasse, riesplose la guerra, con la campagna del duca di Rohan, fra il 1635 ed il 1637; solo il capitolato di Milano, del 1639, portò ad una pace definitiva, che riconsegnava la Valtellina ai Magnifici Signori Reti, proibendo, però, che vi venisse praticata altra religione rispetto a quella cattolica.
Un quadro sintetico di Chiesa nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Abramo Levi). Vi leggiamo: La Chiesa, così chiamata perché in questo luogo v'era la parocchiale di tutta la valle, ha una chiesa antica, già molti anni sono qua sotterrata dalle ruine, poi ristorata ma goffamente; havrà 500 persone. La cura e divisa in otto contrate, la principale è attorno alla chiesa et puoco fa era dubitata quasi da heretici. In questa cura si cavano le Piode et si torniscono li lavezzi. In cima d'un monte, verso settentrione v'è un lago molto profondo di circuito d'un miglio et meno, nel quale si o pescano pesci delicatissimi al paro di qual si voglia sorta di pesce d’Italia, simile al carpione qual nasce nel lago di Garda; questo è di color d’oro, segnato con segni rossi et serve alla gola di Sondrio.”

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La seconda metà del seicento ed il settecento videro una costante ripresa economica e demografica: gli abitanti della Quadra di S. Giacomo (cioè la quadra di Chiesa) erano probabilmente 650-700 nel 1672, e salirono a poco meno di 800 nel 1706. “L’arciprete di Mazzo don Giovanni Tuana…, che fu prima vicecurato di Chiesa, descrivendo i centri abitati della valle, dirà che a Chiesa “si cavano le piode et torniscono li la vezzi”, mentre Torre dava pietre da far calce e Lanzada era la parrocchia più ricca con abitanti molto industriosi, dei quali alcuni “esercitavano… mercanzia nelle principali terre della Valle ed emigravano”… Il fenomeno dell’emigrazione… che inizia già prima del ‘600… si sviluppa dopo i tristi e calamitosi fatti dell’insurrezione valtellinese e della peste. L’emigrazione più numerosa fu verso il centro di Sondrio e dintorni… Molti altri emigrarono in vari centri della Valtellina..." (Don Silvio Bradanini, op. cit.).
Nel 1797 la prima campagna d’Italia di Napoleone portò alla fine della dominazione retica ed all’annessione della Valtellina alla Repubblica Cisalpina prima, ed al Regno d’Italia (1805) poi.
Molto severo sul periodo della dominazione francese in Valtellina è Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), il quale sostiene che esso rappresentò l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno per Valtellina e Valchiavenna riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie: ”L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadini-pastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati. Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci.. Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire”.


Alta Valmalenco dal passo del Tremoggia

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Durante tale periodo venne, comunque, costituito il comune di Malenco, che figurava fra i settanta comuni del III distretto di Sondrio, nel dipartimento del Lario. Nel regno d’Italia esso contava 3250 abitanti e fu inserito nel I cantone di Sondrio. Negli anni successivi si prospettò l’unificazione con il comune di Sondrio, sostenuta anche dal consultore di stato e direttore generale della polizia Guicciardi, con la motivazione che Malenco era stata “per l’addietro sempre unita a Sondrio”, sebbene se ne fosse “sul principio della rivoluzione” separata “per sottrarsi alla preponderanza dei signori di Sondrio”; egli era consapevole però che la riunione avrebbe eccitato “sicuramente il malumore dei rozzi, ma altezzosi abitanti della valle di Malenco”. Ma non se ne fece nulla. Anzi, caduto Napoleone, con il Congresso di Vienna, che sancì l’annessione della Valtellina al Regno Lombardo-Veneto, dominio della casa imperiale degli Asburgo d’Austria, l’antico comune di Malenco venne suddiviso negli attuali comuni.
Si costituì, dunque, nel 1816, il comune di Chiesa in Valmalenco, con Chiareggio e Senevedo, che fu inserito nel I distretto di Sondrio. Nel 1853 esso, con le frazioni di Chiareggio, primolo e Senevedo, figurava comune con consiglio senza ufficio proprio, con una popolazione di 1.253 abitanti. L’ottocento fu un secolo assai duro, segnato, soprattutto nella sua prima metà, da un peggioramento complessivo delle condizioni di vita dei contadini. Ne “Inventario dei toponimi… di Chiesa in Valmalenco” (Società Storica Valtellinese, 1976), Annibale Masa e Giovanni De Simoni scrivono:


Alta Valmalenco

Alla dissestata economia valligiana s’aggiunsero nel XIX secolo nuovi guai: le forti contribuzioni militari francesi e austriache, la crisi di conversione tra un mercato retico complementare ed uno lombardo, per allora, concorrente, col tracollo della poca agricoltura (canapa, lino, orzo, segale, patate) e dell’artigianato domestico in parallelo col miglioramento delle comunicazioni e l’avvento dell’era industriale. Tali circostanze portarono rapidamente da livelli di vita modesti a miseri anche se si potrà avere sul finire del secolo qualche sollievo dall’emigrazione transoceanica e dal nascente turismo. Solo nel nostro secolo questo si rivelerà – insieme all’intensificato sfruttamento delle cave di serpentino e di ardesia e, per una breve fase favorevole, di quelle d’amianto – atto a risollevare dalla miseria e ad aprire le vie del benessere”.
All’Unità d’Italia, proclamata nel 1861, il comune di Chiesa in Valmalenco contava 1276 abitanti. Nella successiva III Guerra d’Indipendenza, del 1866, partecipò un numero significativo di abitanti di Chiesa, vale a dire Beltrami Stefano, Canovo Patrizio, Canova Gennaro, Cabelli Pietro, Cabelli Cesare, Cabelli Pietro, Dell’Agosto Stefano, Dell’Agosto Raineri, Dell’Ambrino Giacomo di Giacomo, Dell’Andrino Silvestro, Faldrini Onorato, Fanoni Giulio, Fanoni Celeste, Guerra Carlo, Lenatti Ferdinando, Masa Pasquale, Petruzzi Filippo, Sem Luigi, Schena Enrico e Vedovatti Giovanni.


Passo di Mello e monte Disgrazia

Nei decenni successivi l’andamento demografico fece registrare una crescita costante: dai 1453 abitanti del 1871 si passò ai 1564 del 1881, e poi ai 1714 del 1901 ed infine ai 1972 del 1911.
La Guida alla Valtellina edita nel 1884 dalla sezione valtellinese del CAI così presenta Chiesa, il suo territorio e le attività minerarie che lo interessavano: “Chiesa (1050 m., 1564 ab., Albergo Olivo, Albergo Battaglia, Albergo Amilcar) è il borgo più importante della Valle Malenco, e s'avvia a divenire una stazione alpina frequentata come veramente merita l'amenità del luogo, la mitezza del clima, la purezza dell'aria, e ottimo servizio a prezzi moderatissimi che può trovarsi nei suoi alberghi. L'Albergo Olivo, ridotto a nuovo pochi anni or sono e di molto ampliato, offre ormai tutti i commodi e gli agi che possono desiderarsi negli alberghi di montagna, e quanti vi vennero fin qui a passarvi le calde giornate di luglio ed agosto si trovarono soddisfattissimi. Chiesa trovasi sopra una pendice ridente, nel punto ove s'incontrano tre vallate: gode quindi largo spazio di cielo. L'aspetto delle circostanti montagne é attraente e pittoresco: imponente la vista del Pizzo Scalino specialmente quando, calando il sole, ne resta illuminata la sola vetta.
Gli abitanti di Chiesa, come tutti gli altri di Val Malenco sono robusti e laboriosissimi. La Valle Malenco, povera di campi, è invece ricca di cave d’ amianto, di pietra ollare e di ardesie. In essa, o come minatori, o come portatori trovano onesto guadagno molti uomini e non poche donne. La ferrovia da Lecco a Sondrio facendo meno gravi le spese di trasporto, renderà più attive quelle cave, e sarà così una benedizione anche per questi vigorosi contadini.


Valle del Muretto

Le cave d'amianto. — Le principali sono esercitate per conto di una società inglese The United Asbestos Company Limited, avente sede a Londra, Queen Vittoria Street 160, con una direzione per I'ltalia in Torino. Altre cave sul Monte Girosso, e sul Monte Acquanera (2000 m.) appartengono in tutto od in parte al sig. Macoggi Francesco di Sondrio.
Vi hanno cave d' amianto ricche e attive nei seguenti luoghi: Val Giumellino(2290 m.), Monte Lagazzolo (2300 m.). Sasso Nero (2580 m.),  Monte Entova (2220 m.), Riva di Val Brutta (1600 m.) I, Valle della Forcola al Singiascio (1750 m.), Monte Acquanera (2000 m.), Motta di Campo Mera (1800 m.), Valle di Scerscen (1950 m.). Ve ne sono poi altre di minor importanza tanto su quel di Chiesa quanto su quel di Torre.
Queste cave conosciute del resto ab antico, cominciarono a coltivarsi circa vent'anni fa per conto di una Società a capo di cui era il marchese di Baviera; poi vennero anni sono in mano dei sopradetti concessionari. Fino al 1872 il prodotto annuo era di circa cinquanta tonnellate, negli anni successivi crebbe di molto; ora vi ha un po' di sosta, ma è da sperarsi che la ricerca e la produzione del minerale possa presto riprendere il suo corso ascendente.
L'amianto si trasporta in Inghilterra come materia prima. Là o si muta in corde, o si tesse in tela, o si riduce in cartoni o in polvere. Le corde d'amianto, fortissime, servono ai pompieri o per guarnire gli stantuffi nelle macchine a vapore, o per avviluppare i fili conduttori di correnti elettriche. I cartoni d'amianto servono per giunture nelle macchine sopradette. La tela forte e spessa si adopera nelle fabbriche di prodotti chimici, e si impiega nella formazione di sipari di sicurezza in caso d'incendio nei teatri. La polvere d'amianto, ridotta impalpabile, serve alla preparazione di una vernice che applicata al legno o alla tela li rende non infiammabili.
Le cave di Ardesie. -- Le ardesie (piode) servono per coprire i tetti. si adoperano a tale uso in tutta la Valtellina e nei paesi ad essa vicini. Sono più economiche e di miglior aspetto delle ordinarie tegole di terra cotta. Le cave si trovano a un'ora circa da Chiesa sulla via che conduce a Chiareggio: sono antichissime e si mantengono attive sempre.
Le cave di pietra ollare. - Anche queste sono conosciute ed esercitate ab antico. Le pili importanti si trovano sul Monte Acquanera, e in Val Brutta vicino a Franscia. La pietra ollare è tenera tanto che si lavora al toraio, foggiandola in vasi di cucina detti laveggi, specie di pentole che servono per cuocere i cibi, in scattole, in recipienti di vario genere e in oggetti di ornamento. Questa pietra è un prodotto quasi esclusivo di Val Malenco e di Piuro.
La seconda metà dell’ottocento, caratterizzata dall’acuirsi della crisi dell’economia contadina, di cui si è detto, vede, come conseguenza, due fenomeni che danno un po’ di respiro all’economia valligiana, l’emigrazione transoceanica e l’inizio dei traffici di contrabbando, che caratterizzeranno anche la prima metà del novecento. La redditività di questi traffici, non era proporzionata agli sforzi ed ai rischi connessi. Ma, in periodi di stenti diffusi, anche una modesta integrazione del reddito delle magre economie contadine era di vitale importanza. Una certa incoscienza e la vigoria fisica della giovane età erano componenti essenziali di quelle traversate, che erano, spesso, autentici tour de force. Si procedeva in squadre di 10-12 persone, nella buona stagione ma anche in quella invernale, alternandosi, nel tracciare la via fra la neve spesso alta, a 7-8 passi ciascuno, perché lo sforzo del battipista è assai maggiore di quello di chi segue. Si procedeva con il prezioso carico, 25-30 kg circa a spalla, pronti a nasconderlo in un luogo sicuro al primo sentore di un possibile incontro-scontro con gli avversari di sempre, i finanzieri Questi, a loro volta, erano chiamati popolarmente “panàu” (dal nome di un leggendario uccello rapace scomparso dalla valle) e sceglievano appostamenti strategici per soprendere i contrabbandieri, sassi o baite che da loro prendevano il nome. Nel comune di Chiesa in Valmalenco ce ne sono almeno tre, il “baitìgn di panàu”, piccola baita a monte della strada del Muretto, il “balùn del ciaz” o “balùn di panàu”, grosso masso a monte della strada per Chiareggio, ed il “casign di panàu”, piccola baita all’alpe d’Entova, presso il torrente Entovasco, che sorvegliava la zona a valle del passo delle Tremogge (assai battuto dai contrabbandieri perché meno agevole del Muretto, ma non troppo difficile).

Assai interessante è, poi, il prospetto riassuntivo del sistema degli alpeggi in Valmalenco nell'ultimo quarto dell'Ottocento, che si trova ne “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890). Eccolo:


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Ma, al di là delle difficoltà di un periodo tutto sommato grigio, il progresso non mancava di far sentire i suoi effetti anche a Chiesa. Nel 1904 la vita del paese fu segnata da una piccola rivoluzione: una centralina costruita sul torrente Mallero, in località Curlo, fornì per la prima volta l’energia elettrica a Chiesa ed a Lanzada. Se pensiamo a quanto sia difficile immaginare la nostra esistenza senza di essa, possiamo ben valutare la portata della rivoluzione. Poco più di una decina di anni dopo, tuttavia, l’inserimento del paese nella storia mondiale fu tragicamente toccato con mano da molte famiglie di Chiesa.


Valle del Muretto

Pesante, infatti, fu il tributo del paese alla prima guerra mondiale, nella quale caddero combattendo Dell’Andrino Giuseppe, Masa Giacomo, Cabello Francesco, Vedovatti Ignazio, Fanoni Federico, Fanoni Isacco, Schena Francesco, Lenatti Alessandro, Guerra Vittorio, Ferrari Enrico, Pedrotti Andrea, Guerra Giovanni, Capraro Casimiro,  Lenatti Simone, Masa Annibale e Pedrolini Domenico. Morirono, invece, in seguito alle ferite Balzarini Felice, Faldrini Tommaso e Ferrari Severino. Morirono in prigionia Schenatti Lorenzo, Gaggi Michele, Schena Riccardo, Pedrolini Pietro, Schenatti Guido, Dell’Agosto Carlo, Nani Giuseppe e Sem Filippo. Morirono in conseguenza di malattie contratte in guerra Gaggi Severino, Pedrolini Lorenzo, Guerra Giuseppe, Olivo Carlo, Pedrotti Giuseppe, Falorini Siro, Longhini Giovanni, Fanoni Agostino, Del Zoppo Pierino, De Vincenzo Carmine, Schenatti Enrico, Guerra Pietro, Pedrazzi Paolo, Lenatti Pietro, Sem Pietro, Schenatti Pietro, Zersi Plinio e Pedrolini Vittorio. Furono, infine, dichiarati dispersi Fanoni Celeste, Ferrari Michele, Regazzi Giacomo, Lenatti Camillo e Vedovatti Carlo. Nel periodo fra le due guerre la popolazione continuò a crescere: gli abitanti erano 2020 nel 1921, 2198 nel 1931 e 2204 nel 1936.
Ecco come Ercole Bassi, ne “La Valtellina – Guida illustrata”, (1928, V ed.), presenta il paese di Chiesa: “Subito dopo Torre la via si biforca. Un ramo passa il Mallero, si volge a nord, e giunge a Caspdggio e a Lanzada. L'altro ramo invece, con qualche risvolto, passando per l'abitato di S. Anna, ed attraversando un bel bosco di larici, conduce alla piccola borgata di Chiesa (m. 1050 - ab. 2008 - P. T. - tel. - R. C. - auto est. e messag. per Sondrio (km. 13) - dogana - staz. clim. est. - med. - farm. - grand hotel Malenco; albergo Mitta, hòtel Bernina, trat­toria Amilcar, tutti con garage, caffè; ost. e ristor villini ammobigl. - coop. «Gioiello» - coop. fam. agric.; produzione di lavaggi e pentole di pietra oliare, luce elett., soc. «Pro Chiesa» e una di M. S. per la Val Malenco). La parrocchiale possiede preziose argenterie.


Valle del Muretto

Da Chiesa si sale in meno di un'ora al ridente villaggio di Prímolo (m. 1273 - nuovo albergo), ove il Santuario non manca di pregi artistici, e dal quale si può scendere, attraversando un bel bosco resinoso in circa mezz'ora, alla nuova rotabile che conduce a Chiareggio (nuovo albergo). Di là una mulattiera in circa tre ore conduce al Passo del Muretto da dove si può salire il monte omonimo (m. 3208). Altro sentiero in quattr'ore conduce da Chiesa ai laghetti del Pirlo (ove vi era una cava di rame), passando pei Giumellini: qui trovasi una cava di pietra oliare e si rinvengono bellissimi cristalli di pirite marziale. Sopra l'alpe Giumellino esistono cave d'amianto. Salendo al Disgrazia da Chiesa si passa pure per i Giumellini, indi per il lago di Chiesa.
Da Chiesa al lago del Palù, in Pranseia e ritorno da Lanzada. — La nuova rotabile da Chiesa a Chiareggio penetra in Val del Mallero, e giunge dopo circa un'ora a molte cave d'ardesia. Più oltre, passando a sinistra della valle, si giunge al poetico lago del Palù (m. 1966) circondato da boschi resinosi, con una piccola casetta di rifugio sulla riva (ora divenuta di proprietà privata). Dal lago, attraversando i ridenti pascoli dell'Alpe Palù fra odorose pinete, un comodo sentiero conduce all'Alpe Campolongo; di là si scende in Frànscia, ricca di cave di amianto, di pietra oliare e di saponaria, indi ai Tornadri, frazione di Lanzada. Dall'Alpe Campolongo, volgendo a sinistra per le alpi Campascio e Musella, si giunge alla capanna Marinelli (m. 2812), ritrovo per l'ascensione alle cime del Bernina.


Val Ventina

Da Chiesa a Chiareggio, al Lago Pirola e al Passo del Muretto. — Dal piano di S. Giuseppe la via pel Muretto continua a s. del Mallero, lascia sulla sponda minacciosa del fiume la chiesetta di S. Giuseppe, e giunge ai casolari della Costa; ivi un sentiero che sale a destra, conduce al lago d'Éntova, indi alla forcella d'Éntova (m. 2829), che mette alla vedretta di Scerscen. Attraversando il ghiacciaio inferiore di Scerscen, si giunge alla capanna Marinelli. La rotabile prosegue nella valle pittoresca sino a Chiareggio (m. 1886), ove si trova il recente albergo Faldarini e si stanno erigendo villini. Da Chiareggio, un sentiero si dirige a sera e giunge all'Alpe Forbesina (bel panorama sul ghiacciaio del Disgrazia). Ivi costeggia il monte dell'Oro (m. 3148), lascia per via una fresca sorgente e in circa tre ore arriva al passo del Muretto (m. 2560), che si apre fra il Monte omonimo a nord (m. 3107) e il monte del Forno (m. 3209) a sud; dal passo si ammira in tutta la sua maestà e d imponenza il ghiacciaio del Forno.
Dal Murettosi discende in territorio politicamente svizzero, geograficamente italiano, facendo parte della Val Bregaglia. In circa due ore un sentiero, abbastanza erto nella prima tratta, di frequente nascosto dai nevai, uopo passato u n ponticello detto dei Malenchi, giunge all'alpe ed al bel lago del Cavolóccio (metri 1909), da dove una stradetta quasi piana e rotabile conduce in circa due ore al Maloja. Da Chiareggio un sentiero a sinistra conduce all'alpe Fora (metri 2040), dalla quale si può salire al monte Fora (metri 3345), al passo Cappuccio (metri 2957), al Passo Tremoggia (m. 3053), al pizzo omonimo (m. 3438) ed al passo d’Entova (m. 3323). Altro sent. A. d. della valle sale all’alpe e al bel lago della Pirola (m. 2284). Più in alto vi è l’alpe della Ventina, sotto la vedretta omonima. Pel passo della Ventina (m. 2674) si può scendere all’alpe Pradiccio, all’alpe Giumellino e a Chiesa. Da Forbesina un sent. A sin. Della valle, che passa per boschi resinosi, conduce all’alpe dell’Oro. Più in alto una buca nella roccia si ritiene fosse una cava d’oro. Di qui il nome della montagna.”
Lenatti Luigi morì nella Guerra di Spagna; di lì a poco molti furono gli abitanti di Chiesa che caddero nella seconda guerra mondiale: morirono in combattimento Sampietro Franco, Gaggi Giovanni, Ferrari Andrea, Bagiolo Carlo, Gaggi Pierino, Lenatti Enrico, Petruzzi Angelo, Schena Ugo, Schenatti Emilio e Sem Ugo; morirono in conseguenza delle ferite Tobaldo Alfonso, Battaglia Felice, Feltrami Renato, Cabello Giovanni, Lenatti Bruno, Lenatti Livio, Schenatti Diego e Schenatti Erminio. Furono, infine, dichiarati dispersi Cabello Erminio, Dell’Agosto Alfredo, Dell’Agosto Edoardo, Del Zoppo Olivo, Del Zoppo Pierino, Del Zoppo Tommaso, Fanoni Pietro, Ferrari Felice, Guerra Pietro, Lenatti Adamo, Masa Aldo, Negrini Ignazio, Pettini Angelo, Ragazzi Pietro, Schena Michele, Schenatti Angelo, Schenatti Fabio, Schenatti Renzo, Sem Filippo, Sem Vittorio, Soldati Tito e Vedovatti Casimiro.
Nel secondo dopoguerra la curva demografica conferma la tendenza alla crescita, che si arresta, però negli anni ottanta: gli abitanti erano 2464 nel 1951, 2685 nel 1961, 2794 nel 1971, 2836 nel 1981, 2807 nel 1991, 2755 nel 2001 ed infine 2721 nel 2006. Questo periodo coincide con l’esplosione della fama del comune come centro turistico d’eccellenza: il turismo di villeggianti ed amanti dello sci ha dato a Chiesa il volto odierno, lontano, ma non sradicato, da quello delle generazioni ancora legate alla dura fatica di strappare alla terra di che vivere.

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Uno sguardo, ora, al territorio, che ha un’estensione di 114,96 kmq. Esso comprende in buona sostanza l’intero angolo nord-occidentale della Valmalenco, ovvero l’alta Valmalenco vera e propria, che, all’altezza di Primolo, vede la confluenza della Val Ventina, della Val Sissone e della Valle del Muretto. Esso non comprende le più alte e spettacolari cime della testata della Valmalenco (il punto più alto del territorio comunale è, infatti, il monte Disgrazia, m. 3678, seguito dal pizzo delle Tre Mogge, m. 3441, culmine della celebre triade che comprende anche il pizzo Malenco, m. 3438, e la Sassa d’Entova, m. 3329), ma è caratterizzato da scenari alpini fra i più suggestivi ed imponenti dell’intera catena retica. Basti menzionare la Val Sissone, dominata dall’impressionante parete settentrionale del monte Disgrazia (m. 3678), o la Val Ventina, dove è possibile un incontro ravvicinato con uno dei più significativi ghiacciai di Valmalenco, quello, appunto, della Ventina. A proposito di ghiacciai, è interessante osservare che agli inizi dell’Ottocento, quando la già citata Piccola Età Glaciale toccò il suo secondo momento di picco, essi ricoprivano circa un sesto del territorio comunale (19,445 kmq), mentre negli anni settanta si erano ridotti a meno della metà (8,325 kmq).
Le possibilità di passeggiate ed escursioni offerte dal territorio di Chiesa sono, ovviamente, moltissime. Le sintetizza efficacemente, di nuovo, la Guida alla Valtellina della sezione Valtellinese del CAI, a cura di Fabio Besta, edita nel 1884: “Chiesa è punto di partenza a molte gite, e a molte escursioni e salite importanti. Ricordando le gite a Torre, a Caspoggio o a Lanzada … le sole che si possano fare in carrozza, accenniamo alle altri principali.
Al villaggio di Primolo. — È situato sopra un poggio a 1300 metri d’altezza. Vi si giunge da Chiesa in un'ora per una comoda via. Superba vista su tutta la Valmalenco. V’è un Santuario a cui la superstizione attribuisce certe miracolose efficacie, per cui in una domenica di agosto è assai frequentato dai montanari e soprattutto dalle montanare circostanti.
Al lago Palù. — Il Palù (1993 m.) vuolsi annoverare tra i pittoreschi laghi montani. Giace in una conca fra il Monte Molta e il Monto Nero, misura oltre 600 metri in lunghezza e 300 metri in larghezza. Vi si arriva da Chiesa per varie vie. Seguendo la più breve si può giungervi in tre ore. Essa si stacca a un quarto d'ora da Chiesa, dalla strada che s'inoltra nella valle del Mallero, lo attraversa sopra un ponte ad arco e passando per Curlo umile casolare sale rapidamente i fianchi del monte, poi volgendo ad oriente in boschi di betulla prima, quindi di pino, sempre varia ed amena, conduce alla sommità  di un'altura, ove ampio compenso alla fatica durata è la stupenda vista del lago, a cui si discende in pochi minuti. Attorno stanno pascoli e pinete, più in alto al nord le dirupate pareti del Monte Nero. Durante un mese all'anno vi stanno alcuni pastori, poi tutto è quiete e silenzio. Un parroco di Chiesa fece erigere vicino al lago una casetta. nella quale soleva passare alcuni giorni di svago. L'albergatore Battaglia di Chiesa, divenutone proprietario, la rifabbricò e ingrandì, e ora vi possono trovare alloggio modesto e buon vitto quelli che amano nella quiete di quel ridente soggiorno dimenticare le traversie della vita.


Laghetto di Sassersa

La Casa del Palù non è sempre aperta: chi vuol trovarvi ricovero deve avvertire qualcuno degli albergatori di Chiesa. Il lago non ha emissari apparenti e nessun ruscello si versa in esso; le sue acque sono tiepide tanto che vi si possono prendere dei bagni. E perchè nulla mancasse, il signor Battaglia vi fece fabbricare un piccolo burchiello, col quale in ogni senso può percorrersi il lago. Nè i pesci vi mancano, anzi v'abbondan le trote, e vi si trovò pur anso una grossa anguilla che ora si conserva nel Museo dell'Università pavese. Uno dei divertimenti più graditi è la pesca, o meglio la caccia delle trote. La limpidezza delle acque rende inutili le reti o gli ami; conviene adoperare il fucile. Si pone una piccola fiocina su una bacchetta, che in luogo del projettile si mette nella canna di un fucile, a cui si raccomanda con una lunga cordicella. E con essa si colpiscono le trote quando vengono a fior d'acqua per ingoiare una bricciola di pane o qualche altra esca che si ebbe cura di gettar loro.
Dal lago si giunge in mezz'ora sul Monte Motta, che è a mezzogiorno, e da cui si gode una stupenda vista sulla Val Malenco, la Valtellina, il Pizzo Scalino e il Monte delle Disgrazie.
In meno di tre ore si può arrivare al principio del ghiacciaio di Scerscen o di quello di Fellaria e in cinque ore sulla cima del Monte Nero (3000 m.). Questa ascensione al Monte Nero è tra le più interessanti e non è punto difficile. La via che si segue offre sempre larghi orizzonti e belle vedute. In alto le rocce formate di talco-scisto sono disseminate da laminette di mica nere lucenti, che rinfrangono i raggi del sole producendo vivo effetto. Dalla sommità del Monte Nero il ghiacciaio Scerscen, giù nel fondo, la Sella, il Roseg e le altre vette del Bernina offrono un quadro stupendo. Sorprendente appare il Disgrazia dall'altro lato: bello il Pizzo Scalino, belle le cime delle Prealpi.
Volendo dal Palù ritornare a Chiesa, si può tenere la via di Lanzada , a cui si discende per un sentiero molto precipitoso. Una via mulattiera poi congiunge il Palò coi casolari di S. Giuseppe, sulla via che mena a Chiareggio; questa è la via da consigliarsi alle signore che volessero intraprendere la facile e pittoresca escursione da Chiesa al lago Palù.
Le Valli Giumellino e Sassersa. — Si alzano erte ad occidente della Chiesa fino alla parete di roccia che scendo dal Disgrazia, e meritano entrambe di essere visitate. Nella Valle Sassersa sono degne di vedersi le miniere ramifere che vi furono aperte in tempi remoti. Esse stanno tra due laghi alpini, le cui acque hanno invase le parti più basse degli scavi fatti. Vi si giungo in quattro oro da Chiesa salendo al maggengo Pirlo, ove trovatisi alcune cave di pietra ollare…
Dalla strada carrozzabile che conduce dalla Chiesa a Lanzada, prima che discenda al piano della valle, si stacca a sinistra una commoda via mulattiera che risale verso nord la bella valle del Mallero mantenendosi per lungo spazio sulla sponda sinistra del torrente. A circa un'ora dalla Chiesa essa, per non breve tratto, procede su detriti di ardesie. Questi detriti, e le rozze capanne dei minatori annunciano le vicine cave. E lo annunciano anche tristamente le molte e povere croci di ferro e di legno, che la pietà degli amici e dei parenti ha erette qui in memoria di quelli che nelle cave perdettero la vita. Le cave sono basse e strette gallerie che penetrano quasi orizzontalmente nella montagna, talune a più di cento metri. I massi che si estraggono si fendono poi in lamine sottili (pinte), delle quali alcune raggiungono oltre un metro quadrato di superficie.
La valle diviene stretta e deserta, e dalla opposta sponda del fiume la montagna si scoscende in ripidissime frane. Dopo non molto la via attraversa su un ponte di legno il Mallero, e per vari risvolti sale alla chiesa di S. Giuseppe, essa pure sull'orlo di una immensa frana. Da qui si stacca la via che mena al lago di Palù, già descritta... Poco dopo la valle s'allarga in un ampio bacino coperto di pascoli. Quivi, sotto un grosso macigno, sgorga una fonte di acqua solfurea.
Passo di Val Fora — Non è un valico difficile ed è ricco di attraenti vedute. Si prende il sentiero che dal basso della Valle conduce all’alpe Fora. Esso passa vicino alla grotta del Picarerro, circondata da roccia plutoniche, dalle quali precipita a balzi il torrente Fora. Può anche vedersi una bella cascata di questo torrente. Dopo cinque ore di ripida salita si arriva alla sommità del Passo di Val Fora detto dagli Engadinesi Passo del Capütsch. È stupendo il panorama che da quel punto si gode. Al nord il ghiacciaio di Fetz che si dispiega ai piedi dell'osservatore; più in basso il bacrino dell'alta Engadina; al sud la colossale massa del Monte delle Disgrazie, e sotto di esso ad una grande profondità la Val Malenco visibile in tutta la sua lunghezza; più oltre le Prealpi valtellinesi e le valli che le frastagliano. Ciò che ferisce immediatamente lo sguardo dell'osservatore è la differenza di livello tra le valli italiane e quelle svizzere, molto più ele­vate. Dal colle si discende pel ghiacciaio e la valle di Fex a Sils in tre ore. Di là si può progredire a S. Maurizio, a Samaden e a Pontresina.
Dopo poco si giunge a Chiareggio piccolo villaggio, con un'osteriuccia dove in caso di bisogno si può passare la notte.
Escursione al lago Pirola. — Fila gita facile e breve da Chiareggio conduce per la Valle Ventina, a sud-ovest, al lago Pirola. Si attraversa prima il Mallero al di sotto del punto di congiunzione tra i due torrenti ali Valle Ventina e Valle delle Disgrazie, e si sale lungo il fianco destro della Valle Ventina per un sentiero assai comodo. Arrivati all'alpe Ventina, dove termina l'immenso ghiacciaio che porta lo stesso nome, si abbandona la valle, salendo a sinistra fino al lago, che giace in un altipiano, da cui si scorge Chiareggio e il passo del Muretto, con gran parte della Valmalenco. Questo lago è notevole per l'abbondanza di pesci, la profondità del fondo, e la ripidezza dello sponde, sicché presenta l'aspetto di un gran crepaccio ripieno di acqua.
Il Passo di Mello o della Disgrazia (2900 m.). - Salendo dall'Alpe Forbicina all'ovest di Chiareggio il sovrap­posto erto ghiacciaio nella direzione del Pizzo Pioda, si arriva a una bocchetta al nord dello stesso pizzo, dalla quale è pos­sibile scendere nella Valle di Mello e per essa ai Bagni del Masino.
Il Passo del Muretto (2616 m.). — Il sentiero che conduce a questo passo, il più facile tra quelli che uniscono la Val Malenco direttamente all’alta Engadina, continua anche dopo Chiareggio sulla sponda sinistra del Mallero; si abbassa da prima verso il fondo della valle, ove si mantiene per dieci minuti, poi risale traverso boschi, giù folti ed ora devastati, e s' inoltra in una melanconica valle, dalla quale si scorge a sinistra il maestoso picco della Disgrazia e davanti a sè il ghiacciaio, a cui si arriva in due ore, e su cui si raggiunge dopo mezz'ora la gelida e desolata sommità del passo.
Quantunque ora il passo del Muretto sia valicato solo dai touristes e dai contrabbandieri, pure anticamente era battuto assai, e per esso esportavasi nell'Eugadina buona parte del vino che ora tiene le più comode vie della Bernina e del Malora. Esiste fra le antiche carte del Municipio di Sondrio un documento che ricorda l'uso di concedere in premio ogni anno una somma di vino od suo importo a colui che, sciolte le nevi, valicasse pel primo con un mulo carico di vino il Muretto. E fu attraverso a questo colle che nel di I d'agosto del 1620 scese un corpo di mille soldati grigioni comandati dal capitano Guller. Egli doveva coordinare l'azione sua con quella di altre truppe penetrate per altri valichi in Valtellina, e tentare di riacquistare alle Leghe la perduta signoria della Valle; ma non riuscì che a mettere Sondrio a sacco.
Dalla sommità del passo (2616 m.) si può giungere in un'ora di cammino non difficile al ghiaccialo del Forno, situato all'ovest, che lo Tschudi chiama uno dei più stupendi torrenti di ghiaccio delle Alpi.
Nella discesa verso l’Engadina si percorre por circa mezz'ora un ripido nevaio chiuso fra una valle tetra e priva di fascino; più lungi si apre poi una bella prospettiva sul gruppo delle alpi di Valle Pregallia, e il sentiero scende per un altipiano, ricco di bellissimi pascoli, fino al Kursaal, grandioso albergo di recente costrutto vicino al culle della Maloja (1011 m.); di là si può scendere nella Valle Pregallia ovvero portarsi a S. Maurizio, a Semaden e a Pontresina...

I villaggi di Chiesa, Prìmolo e Caspoggio sono costrutti sul serpentino, il quale nel territorio dei due primi comuni forma il contrafforte orientale del monte della Disgrazia.
È però da notare che alle falde di questo contrafforte, e precisamente nel pendio sottoposto a Primolo, si manifesta quella specie veramente rara di schisto che è detta ardesia, e che nessuno ha mai crediamo, battezzato finora con definitivo nome. La probabilità porta a credere che sia un serpentinoscisto, che nella superficie degli strati è passato allo stato di talco: questa teca talcosa ricopre lamelle di mica e clorite e piccoli noduli ferruginosi. Certamente è roccia eccellente alle intemperie e deve internamente connettersi colle rocce anfiboliche più o meno alterate, che ivi formano la zona paleozoica e protozoica delle così detto Pietre-Verdi.
Parmi si possa adottare il nome di Serpentinoscisto; perché ogni altro accennante ai minerali componenti darebbe meno precisa idea della roccia ne' suoi nessi geologici. Così il Taramelli. In paese detta ardesia porta il nome volgare di piode. Il professor Theobald se la spiccia chiamandolo schisto verde di Malenco. Di questo schisto risulta tutta la costa che sovrasta a Caspoggio infino ad Acquanera, come pure l'erboso piano di Carnpagneda e la sua costa dirupata e selvosa a mezzodì.
Chi da Chiesa prende la via del Muretto, passa sopra una stradicciuola lastricata da mobili e sonori frantumi di cotesta ardesia, ivi accomulati da secoli dai minatori che stanno entro quelle tane lapponiche a scavare, o piuttosto dai fenditori delle tavole staccate dall'interno del monte e portate all'aperto per essere ivi con martelli adatti, coni ed aghi di ferro, fesse e rifesse in ampie lastre, sottili come cartone.
Esse si smerciano anche fuori di Valtellina, come tegole da tetti ricercatissime per la loro durata, leggerezza e perforabilità; sono le predette piode.
L'alpinista che arriva a Chiesa e vuol procedere oltre, deve risolversi a prendere, o la via del Mallero verso il Muretto per discendere di lassù in valle Pregallia od in Engadina a suo piacimento...
Chi prende... la via del Muretto lungo il torrente Mallero, dopo aver oltrepassato il giacimento delle ardesie, cammina per lo più sopra micascisti e gneis, i quali ultimi dominano pressochè soli da Chiareggio, ultimo povero villaggio abitato, fino alla cima. Di gneis risultano pure l'Alpe dell'Oro sopra Chiareggio, il Monte dell'Oro o Muretto ov'è il passo che mette in Isvizzera...
La valle Malenco non venne abbastanza esplorata in fatto di ricchezze minerali e metalliche. Tralasciando di ripetere la tradizione, che vuole esista dell'oro sul monte e sull'alpe che appunto si dicono dell'Oro, e altra che asserisce esservi tracce di ferro oligisto speculare nei dominii del Sasso Nero, faremo osservare che magnifici esemplari di pirite marziale si trovano frequentemente uniti alla pietra ollare; e che al principio del ghiacciaio del monte. della Disgrazia nella direzione di Primolo esistono in quelle roccie serpentinose due miniere, una di ferro e l'altra di rame.
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SITOGRAFIA

www.comune.chiesainvalmalenco.so.it

ESCURSIONI A CHIESA IN VALMALENCO

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